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lunedì 2 marzo 2020

White Russian's Bulletin



Nel pieno del quasi epicentro della psicosi da Coronavirus il Saloon torna, per vincere l'assurdità dell'antisocialità della situazione che stiamo vivendo, con un Bulletin abbastanza ricco - considerati gli ultimi tempi -, ed una serie di recuperi da piccolo schermo che, insieme ai "sabati sera Cinema" con i Fordini moltiplicatesi a causa della chiusura delle scuole, hanno caratterizzato gli ultimi giorni da queste parti: novità e vecchi titoli che, in qualche modo, possono legare le generazioni e distrarci da una situazione surreale come quella che stiamo vivendo.


MrFord



I DOMINATORI DELL'UNIVERSO (Gary Goddard, USA/Israele, 1987, 106')

I dominatori dell'universo Poster


Tratto dalla notissima linea di giocattoli, Masters of the universe è una delle tamarrate più cheap e clamorose degli anni ottanta, figlia delle produzioni Golan/Globus che resero la mia infanzia decisamente felice: ovviamente non potevo che inserirla nella lista dei "sabati sera Cinema" con i Fordini, che dopo Conan il distruttore - che non ho recensito la scorsa settimana, mea culpa - hanno avuto modo di sperimentare anche l'He Man di Dolph Lundgren prima ancora di aver avuto l'esperienza illuminante della maratona di tutti i Rocky, per la quale aspetterò ancora qualche anno.
Oggettivamente si tratta di un film clamorosamente brutto, ma per chi, come me, è cresciuto con i pupazzetti di He Man e Skeletor ed il Castello di Greyskull, resta una chicca senza precedenti, un cult del trash che non si può dimenticare.




SCRUBS - STAGIONE 7 (ABC, USA, 2008)

Scrubs: Medici ai primi ferri Poster

Prosegue, volgendo ormai alle sue ultime stagioni, il recupero al Saloon di Scrubs, divenuta una delle serie preferite in particolare del Fordino, che incappa con l'annata numero sette nel punto più basso della sua cavalcata - almeno per ora -, complice, se non ricordo male, il famigerato sciopero degli sceneggiatori che mise in ginocchio la maggior parte delle produzioni da piccolo schermo quell'anno. Meno episodi del solito, pochi picchi, molte giocate sul sicuro.
Resta comunque un titolo che fa bene al cuore e si guarda volentieri in qualsiasi momento e condizione, reso ancora più funzionale da un cast ispirato e perfettamente all'interno dei suoi personaggi: talmente tanto che, Scrubs alle spalle, molti di loro sono letteralmente spariti. O quasi.




DOOM PATROL - STAGIONE 1 (AMAZON PRIME, USA, 2019)

Doom Patrol Poster

Non sono mai stato un fan della DC Comics. Anche ai tempi in cui leggevo fumetti come se non ci fosse un domani e scrivevo sceneggiature sperando di poter, un giorno, trasformarlo in un lavoro, la Marvel è sempre stata il mio riferimento assoluto o quasi per il mercato americano.
Prima della visione di Titans lo scorso anno, non avevo mai sentito parlare della Doom Patrol, e riscoprirla in questa serie iniziata praticamente per caso grazie alla piattaforma di Amazon Prime è stato un vero piacere: innanzitutto perchè questa serie - e chi l'ha scritta - è assolutamente delirante, piena zeppa di trovate così assurde da farmi tornare alla mente cose come Spongebob o BoJack Horseman - dall'esercito delle chiappe a Danny la strada gender free -, poi perchè l'atmosfera da Stranger Things versione fifties è una bomba, così come i personaggi, losers di prima categoria come piacciono da queste parti.
Un lavoro da non sottovalutare, che potrà risultare strambo e scombinato - ma attenzione, il "cattivo" Mr. Nobody è uno dei charachters più geniali che abbia visto di recente - ma che si fa volere più che bene, e che rappresenta una delle scoperte migliori del passato recente del piccolo schermo.
Avrei osato con una valutazione più alta, ma spero che con la seconda stagione questi scombinati possano regalarmi gioie ancora più grandi.




NARCOS: MEXICO - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2020)

Narcos: Messico Poster

Da sempre, per genere, stile, narrazione e qualità, sono un fan dell'ormai franchise di Narcos. Alle spalle le prime due, spettacolari stagioni con protagonista Pablo Escobar e la terza, dedicata al Cartello di Cali - avversario storico di Pablo - e passaggio agli orizzonti messicani, ho ritrovato, con il nuovo setting, le atmosfere e le vicende già romanzate da Don Winslow nella sua trilogia formata da Il potere del cane, Il cartello e Il confine.
Lo scorso anno gli autori si erano concentrati sulla vicenda - che fu fondamentale soprattutto in termini simbolici - che portò alla morte dell'agente Kiki Camarena, mentre con questa season two i riflettori si spostano sugli effetti che quella stessa morte ebbe rispetto agli affari non solo del patron messicano Gallardo e sui suoi associati, ma anche sui loro rapporti con la Colombia - principale fornitrice del prodotto che i messicani, ai tempi, di fatto traghettavano negli States - e gli USA, sempre pronti a dare un colpo al cerchio e uno alla botte per fare la figura dei buoni samaritani e contemporaneamente arricchirsi senza alcuno scrupolo.
La tensione è sempre alta, i personaggi funzionano, le sfumature delle miserie umane vengono mostrate pienamente dal nero al grigio: unico limite, forse, il fatto che resti un'opera di genere, lontana dai gusti di chi con il crime ha poca confidenza. Ma cazzo, che botta. E che botta, cazzo.




GREMLINS (Joe Dante, USA, 1984, 106')

Gremlins Poster


Altro giro e altro regalo per i "sabati sera Cinema" moltiplicatisi al Saloon a causa della chiusura forzata di scuole, luoghi di lavoro e chi più ne ha, più ne metta.
Gremlins è stata una delle prime pellicole che, ai tempi delle elementari e della mitica videoteca del mitico Paolo, ha contribuito a formare la mia passione per il Cinema: spaventosa, ironica, con quel gusto un pò nostalgico tipico delle pellicole anni ottanta, questa piccola chicca firmata da Joe Dante ha visitato gli schermi dell'allora casa Ford decine di volte, cominciando a formare il mio concetto "stagionale" di settima arte - anche se, in questo caso, sono andato un pò troppo lungo, considerata l'ambientazione natalizia - da sempre radicata in questo vecchio cowboy.
Non lo rivedevo da anni, e oggi mi pare più una commedia nera che non quel piccolo horror che sembrava ai tempi: i Fordini - entrambi - si sono vantati di non essersi spaventati -, hanno manifestato il desiderio di volere anche loro un Gizmo - e come non capirli - e mi hanno tempestato di domande per tutto il tempo, segno che il film riesce ancora a fare il suo lavoro nonostante l'età.
Considerato, dunque, che il Saloon è passato indenne, comincio ad accarezzare seriamente l'idea di passare a calibri più grossi come Predator, per cercare di far salire un pò la tensione: in questo caso, valuteremo con il ritorno del caldo, sempre per parlare di Cinema stagionale.
Intanto, archivio volentieri questo sempre piacevole tuffo nel passato.


domenica 29 dicembre 2019

Ford Awards 2019: le serie


Ed eccoci giunti al momento di uno dei premi che, nel corso dell'ultima decade, ha assunto un'importanza sempre maggiore: quello delle serie televisive.
Se ripenso a quando, ormai quasi sedici anni or sono, Lost cambiò radicalmente il modo di autori e pubblico di concepire i serial, il panorama è decisamente cambiato: l'offerta è numericamente impressionante, così come la varietà di generi e l'impegno profuso dalle case di produzione, e ogni anno ci si ritrova di fronte a conferme di prodotti importanti o alla nascita di nuovi, con in mezzo il consueto ventaglio di mancate conferme o delusioni.
Ma quali saranno stati i dieci protagonisti del duemiladiciannove da piccolo schermo del Saloon?


N°10: MINDHUNTER

Mindhunter Poster

Alla sua seconda stagione il serial fincheriano Mindhunter, tratto da una delle autobiografie di riferimento del genere - quella di John Douglas, uno dei primi profiler FBI -, conferma la validità del progetto e dei protagonisti, della scrittura e del percorso che pare si intenda fare.
Non sarà un titolo per tutti, o quello che ci si aspetterebbe da un thriller, ma resta un'alternativa importante ad un genere che, per anni, è caduto nel clichè e nell'abitudine.


N°9: THE OA

The OA Poster

A distanza di tre anni dalla prima stagione, torna il delirante - in senso positivo - viaggio di Prairie con una seconda che, a tratti, mi ha convinto addirittura più della precedente.
Nonostante passaggi che paiono scritti sotto acido pieno, The OA è stato uno dei prodotti più interessanti che Netflix abbia proposto nel corso delle ultime stagioni, ed è davvero un peccato che si sia deciso di chiuderla dopo sole due delle cinque stagioni previste. Una perdita davvero importante.


N°8: GOMORRA

Gomorra: La serie Poster

Prosegue dritta come un treno la corsa di Genny Savastano e di Gomorra, una delle certezze del panorama televisivo made in Italy degli ultimi anni, pur se orfana in questa stagione del personaggio cardine della serie fin dagli inizi, quello di Ciro Di Marzio detto l'Immortale, dirottato per l'occasione al Cinema in quello che dovrebbe essere il raccordo tra questa e la prossima stagione.
Nonostante quest'assenza, comunque, il buon Genny compie un ulteriore cambiamento su se stesso provando dapprima a ripulire il suo nome per poi capire che, una volta nato come è nato lui, è sempre difficile pensare di poter modificare destino e natura.


N°7: STRANGER THINGS

Stranger Things Poster

Altra produzione Netflix che scombinò le classifiche ai tempi della prima stagione, arrancò con la seconda e con questa terza pare aver trovato la quadratura perfetta per il suo equilibrio, finendo per risultare, almeno dal mio punto di vista, la migliore realizzata ad oggi.
Come se non bastasse, il finale e l'addio (?) di uno dei protagonisti condisce di emozioni forti per chiunque sia un padre una chiusura da brividi, e ne apre di nuove per una quarta annata che promette di essere protagonista anche nella classifica del duemilaventi.


N°6: BILLIONS

Billions Poster

Stagione dopo stagione, sono pochi i serial che riescono a mantenere uno standard qualitativo e di narrazione elevato, evitando la comune trappola del calo inevitabile che colpisce la maggior parte delle produzioni anno dopo anno: uno di questo è senza dubbio Billions, dramma shakespeariano mescolato al legal thriller condito da elementi che non sfigurerebbero in The wolf of Wall Street.
La rivalità in continua evoluzione tra Chuck Roades e Bobby Axelrod, che fagocita tutto quello che i due amicinemici hanno attorno, assume nuove sfumature e si prepara a raggiungere un altro livello, confermando Billions come uno dei titoli più interessanti e vivi degli ultimi anni.


N°5: NARCOS - MEXICO

Narcos: Messico Poster

Abbandonati Pablo Escobar prima e la Colombia poi, Narcos approda in Messico per raccontare l'ascesa del Cartello di Guadalajara e la vicenda che vide la lotta al traffico di droga segnata dalla morte del primo agente della DEA fuori dal suolo statunitense, che scatenò, ai tempi, il dispiegamento di forze che caratterizzò una vera e propria guerra nel corso degli anni ottanta e novanta.
Per chi, come il sottoscritto, conosceva già le vicende e le aveva vissute nella trasposizione di Don Winslow grazie a Il potere del cane, è un ritorno a territori noti ma non per questo portati sullo schermo in modo meno drammatico e potente: gli ultimi episodi, che raccontano la fine dell'agente Camarena, sono da brividi e strette al cuore.


N°4: ORANGE IS THE NEW BLACK

Orange Is the New Black Poster

Un altro dei serial simbolo di questi ultimi anni, che ha visto protagoniste le ragazze della prigione di Litchfield, è giunto alla sua conclusione recuperando il terreno perduto nel corso delle due precedenti stagioni chiudendo davvero in bellezza, omaggiando non solo le protagoniste che negli anni hanno accompagnato il pubblico ma anche il concetto di donna in tutte le sue sfumature, alimentando inoltre una critica sociale molto aspra rispetto al sistema correzionale americano - e non solo - ed alla società occidentale, troppo spesso pronta a dimenticarsi di chi sta ai margini, per colpa o per destino.
Una chiusura come dovrebbero essere sempre quelle delle produzioni televisive, sensata e sentita.


N°3: TRUE DETECTIVE

True Detective Poster

La creatura di Nic Pizzolatto, alle spalle una prima stagione divenuta un instant cult ed una seconda ingiustamente sottovalutata, torna con una terza poggiata sulle spalle del Premio Oscar - e bravissimo - Mahershala Ali, che racconta un'indagine non solo investigativa, ma sociale, attraverso un arco di tempo di decenni.
Scrittura eccellente, una grandissima interpretazione del protagonista, un prodotto di altissimo livello sotto tutti i punti di vista: non avrà portato una rivoluzione, ma ci sarebbe da baciarsi i gomiti quando di fronte, accendendo la tv, ci si trova di fronte a cose di questo genere.


N°2: WHEN THEY SEE US

When They See Us Poster

Ricordo ancora benissimo quando affrontammo, la scorsa estate, il primo episodio di questa miniserie tratta da una storia vera che sconvolse New York ed ebbe una conclusione legale soltanto pochi anni fa: provai talmente tanto sconcerto e rabbia che dubitai di poter sostenere emotivamente l'intera produzione, da quanto mi sentii toccato.
Fatta scorta di coraggio, proseguimmo nella visione scoprendo uno dei tesori del piccolo schermo non solo di questo che volge alla conclusione, ma degli ultimi anni, un lavoro prezioso ed importante che racconta la cronaca senza risultare fazioso e che ad un tempo risulta essere una bomba emotiva pazzesca - sfido chiunque a non venire toccato dalla storia degli Harlem Five, e da un episodio conclusivo di fronte al quale trattenere le lacrime è un'impresa quasi impossibile.


N°1: CHERNOBYL

Chernobyl Poster

Altra miniserie, altra storia vera, altra produzione destinata a restare negli annali delle più potenti mai realizzate.
Per chi è in giro su questo pianeta da più di trent'anni l'evento che sconvolse il mondo nella primavera dell'ottantasei resta probabilmente un ricordo di risonanza globale quanto in seguito fu soltanto il crollo del World Trade Center: l'esplosione del reattore della centrale di Chernobyl provocò un disastro ecologico come pochi altri nella Storia dell'Umanità, costando la vita non solo a chi sfortunatamente si trovò sul posto, ma anche a tanti altri nel corso degli anni.
La vicenda, narrata e diretta splendidamente, passa, nonostante la cronaca, da atmosfere drammatiche ad altre quasi horror, e mette lo spettatore di fronte all'analisi del prezzo che l'Uomo debba considerare di dover pagare a fronte di determinate scelte, comportamenti, progressi.
Un affresco potente e dolente, ed uno dei punti più alti mai raggiunti dal piccolo schermo, di quelli che lo portano addirittura oltre il Cinema.


I PREMI

Preferito fordiano: Korey Wise, When they see us


Miglior personaggio: Bobby Axelrod, Billions

Miglior sigla: True Detective

Uomo dell'anno: Jared Harris, Chernobyl

Donna dell'anno: il cast di Orange is the new black, Orange is the new black

Scena cult: l'arrivo dei pompieri a Chernobyl dopo il disastro, Chernobyl

Migliore episodio: Vichnaya Pamyat, Chernobyl

Premio ammazzacristiani: il disastro nucleare, Chernobyl

Miglior coppia: Bobby Axelrod e Chuck Roades, Billions


Cazzone dell'anno: Wags, Billions

Cattivo dell'anno: Linda Fairstein, When they see us

lunedì 11 marzo 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana per il Bulletin e ritorno, a causa di impegni sportivi e lavorativi, ad una frequenza degna dei mesi scorsi di visioni - nonostante True Detective continui a proseguire -, con solo due titoli a dare corpo alla rubrica. E' un periodo difficile, da molti punti di vista, per il mio rapporto con la settima arte, ma so benissimo che questo legame tornerà ad essere vivo come quando da queste parti c'era il fermento giusto per sostenerlo. E resterà anche quando da queste parti non sarà rimasto più nessuno.


MrFord



THE LEGO MOVIE 2: UNA NUOVA AVVENTURA (Mike Mitchell, Danimarca/Norvegia/Australia/USA, 2019, 107')


The Lego Movie 2: Una nuova avventura Poster


Il primo film dedicato ai mattoncini che hanno caratterizzato l'infanzia di molti di noi era stato una vera e propria sorpresa dalle parti del Saloon, una scheggia impazzita fatta di metacinema, ironia e sentimenti che aveva generato - giustamente - costole più che discrete come lo spin-off dedicato al personaggio di Batman. Il secondo capitolo della saga di Emmett e Lucy conferma le impressioni avute nel corso della visione del primo: il brand Lego, in sala, raccoglie l'eredità - per questo vecchio cowboy fondamentale - di Spongebob, portando il grottesco ed il gioco con realtà e finzione avanti a qualsiasi altra cosa, perfino all'idea di piacere a tutti costi al grande pubblico.
Gli incassi non avranno dato ragione al progetto di Mitchell, ma il risultato è interessante anche nelle sue imperfezioni, ed è più utile di tante altre proposte indirizzate ai più piccoli a mostrare le zone d'ombra del mondo ai più piccoli senza che necessariamente si debba perdere il sorriso nel farlo.




IL CORRIERE - THE MULE (Clint Eastwood, USA, 2018, 116')

Il corriere - The Mule Poster


Chiunque mi conosca sa benissimo che Clint è e sarà sempre il mio nonno cinematografico, l'equivalente di Johnny Cash per la Musica. Senza ombra di dubbio, parliamo del regista statunitense più importante e grande attualmente in vita e in attività, l'erede assoluto di John Ford, che ha consegnato alla settima arte numerosi Capolavori dalla fine degli anni settanta ad oggi.
Io voglio bene a Clint, e quando affronto un suo film so che, a conti fatti, uscirò soddisfatto dalla visione. Ed è stato così anche questa volta. Il corriere si lascia guardare, è molto godibile, mescola le atmosfere di Narcos e Breaking Bad alla visione da "grande vecchio" che il Maestro riesce a dare degli USA, del viaggiare, della vita.
Una sorta di Guido piano - che adoro, tra l'altro - trasportata in sala.
Eppure, nonostante le chicche - e che ne sono, dagli incontri con le motocicliste lesbiche alla famiglia afroamericana alle prese con il cambio della ruota - ed i momenti più intensi - la morte della ex moglie di Earl Stone -, a questo The mule manca l'emotività profonda dei classici dell'ex Ispettore Callahan: mi ha fatto pensare più a Di nuovo in gioco, che non a Gran Torino. Quasi il buon Clint si sia sentito in dovere di consegnare al pubblico un altro piccolo pezzo di lui, sperando sinceramente che non sia l'ultimo. 


mercoledì 8 novembre 2017

Narcos - Stagione 3 (Netflix, USA, 2017)





Uno degli ostacoli più difficilmente valicabili per le serie televisive di grande valore è incarnato, senza dubbio, dalla qualità garantita da una prima stagione - a volte accompagnata da una seconda - in grado di trasformare un titolo in un instant cult destinato inesorabilmente a "sfiorire" anno dopo anno: sono infatti pochissimi - ricordo solo Breaking Bad - a compiere il percorso inverso, mentre molti mostri sacri, da Lost a Dexter, passando per True Blood, hanno finito, pur se in misura differente, per proporre stagioni non al livello di quella d'esordio, o ad ogni modo a presentare un calo vistoso nella parte finale delle loro "esistenze".
Narcos, al terzo giro di giostra, era chiamata a superare una non facile prova: alle spalle due stagioni clamorose, infatti, questa serie dal sapore di docufilm doveva per la prima volta ritrovarsi a fare a meno del carisma del suo protagonista, l'eccezionale Pablo Escobar interpretato da Wagner Moura.
Senza dubbio, occorre sottolinearlo immediatamente, il "vuoto di potere" lasciato da un charachter di quella portata si è fatto sentire, e la componente più romanzesca e lirica della narrazione ha lasciato spazio più al thrilling ed alla cronaca - spesso nera - dell'ascesa e della caduta del Cartello di Cali, che ai tempi sostituì in cima alla catena alimentare del narcotraffico quello di Medellin che Escobar aveva costruito nel corso degli anni ottanta.
Il risultato è un'altra ottima stagione da fiato sospeso dall'inizio alla fine, grazie ai giochi di potere dietro a grandi imperi criminali come quelli descritti dagli autori, al lavoro spesso sporco operato dagli agenti statunitensi atto a mettere all'angolo i trafficanti, per giungere al ruolo scomodo e senza dubbio non simpatico di traditori, spie ed informatori, che per mera sopravvivenza, indole o situazioni sfavorevoli finiscono sempre, in questi casi, per fare da ago della bilancia anche in situazioni incredibilmente più grandi di loro.
In questo senso le vicende di Pallomari e Salcedo, cardini dell'offensiva della DEA orchestrata dall'agente Pena - più deciso, serio e convincente di quanto non fosse da spalla caotica del collega interpretato da Boyd Holbrook nelle prime due stagioni -, divengono episodio dopo episodio una vera e propria corsa all'ultimo respiro, alimentando una tensione a tratti quasi insostenibile non tanto per coinvolgimento emotivo quanto per la riflessione legata al peso di qualsiasi scelta e via si possa immaginare di prendere nel momento in cui si intraprende una strada che, nella realtà come nella fiction, sappiamo bene pur se non "del mestiere" sia sempre quasi impossibile abbandonare indenni.
Lo stesso percorso dei boss del Cartello di Cali, diversi per estrazione sociale, metodo ed ambizioni da Pablo Escobar, che punta ad un "ritiro" costruito a tavolino, organizzato nel dettaglio, lastricato d'oro, passo dopo passo mostra che anche in un piano perfetto, o quando si pensa di avere il dominio assoluto, è sempre in agguato la variabile impazzita, e che in un ambiente come quello criminale, termini come resa o ritiro trovano davvero pochi riscontri.
Le differenze che passano tra i "gentiluomini di Cali" ed Escobar si riflettono, dunque, anche sul prodotto finito, che passa dall'essere una sorta di biografia a suo modo "romantica" - nel senso drammatico del termine - di un "cattivo" esplosivo, estremo e sopra le righe ad una cronaca più fredda ma anche più serrata e tesa all'interno della quale si muovono predatori forse meno d'impatto ma ugualmente pericolosi - personalmente, sono rimasto molto colpito dalla figura e dall'interpretazione di Chepe, davvero da brividi -, quasi lo spettatore fosse passato dall'affrontare il grande squalo bianco del crimine ad un banco di squali toro, singolarmente meno insidiosi ma non per questo pronti a rinunciare al loro pezzo di carne fresca.
La cornice e la qualità, dunque, non sono calate nonostante la perdita di una pedina importante e di carisma in senso generale, e se il finale può apparire quasi anticlimatico, dal probabile ritiro dell'agente Pena alla fine spesso e volentieri ingloriosa dei padrini di Cali, l'attesa di un nuovo confronto, di una nuova lotta, di un nuovo spaccato di questo mondo terribile e selvaggio, continua a salire.
E se il Messico dovrà essere, noi saremo pronti.
Specie se il risultato continuerà ad essere questo.





MrFord





 

lunedì 2 ottobre 2017

Barry Seal - Una storia americana (Doug Liman, USA, 2017, 115')





C'è sempre stato qualcosa, nel ghigno piacione di Tom Cruise, che a prescindere dalle sue vicissitudini e follie personali ha reso l'attore come uno dei favoriti del sottoscritto, grazie anche alle scelte che l'hanno portato dal Cinema mainstream a quello autoriale, dalla profondità all'azione - senza controfigure -, dalla commedia al dramma, divenendo negli ultimi trent'anni un vero e proprio Peter Pan di Hollywood - sfido chiunque ad arrivare a superare i cinquanta nello stato di forma del buon Tommasino -.
Dunque, ad ogni nuova uscita che vede il suo nome sul cartellone, l'hype del sottoscritto sale inevitabilmente, a prescindere dal fatto che possa trattarsi di un lavoro di cassetta senza grosse pretese - come il recente La mummia - o un potenziale cult: questo Barry Seal - Una storia americana, come al solito pessimo adattamento dell'originale American Made, uscito, occorre dirlo, abbastanza in sordina, aveva dalla sua una serie di argomenti da sempre ben accolti qui al Saloon, dalla guasconeria alla storia vera ambientata nel mondo del crimine e della droga, fino all'ascesa dell'outsider che conduce inesorabilmente lo stesso alla caduta.
Del resto, il "personaggio" di Barry Seal era passato, nel corso degli ultimi anni, attraverso diverse produzioni grazie al suo legame con il ben più famoso Pablo Escobar, da The infiltrator a Narcos, e la sua vicenda era nota alle cronache, quantomeno per chi ha approfondito le questioni legate agli affari che tra gli anni ottanta e novanta legarono Colombia e Stati Uniti in modo particolare.
Peccato che, nonostante la presenza del mitico Tom, di una colonna sonora azzeccata, di un buon ritmo e di una vicenda che suona particolarmente nelle mie corde, Barry Seal risulti essere come tantissimi altri film che il genere abbia prodotto negli anni, da Blow a Scarface - senza fare ovviamente paragoni con quest'ultimo - passando per cose più romanzesche come Le belve.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, sia dal punto di vista dell'impatto che tecnico, o di narrazione, dalle valigie piene di soldi all'escalation che porta l'uomo della strada a scoprire i piaceri del crimine per poi ritrovarsi tra le mani la patata bollente che lo stesso porta in dote, dovendo scegliere - e spesso, in questi casi, le scelte sono sempre sbagliate - tra una ritirata strategica e meno remunerativa ed una permanenza lucrativa quanto ovviamente rischiosa.
Interessante il cast, buono il montaggio, eppure qualcosa manca all'intera proposta, davvero priva della personalità necessaria per rimanere impressa soprattutto al pubblico di appassionati di crime che in questi casi risulta particolarmente esigente: si guarda, ce la si gode, si colgono oppure no citazioni legate ad altre pellicole e serie che hanno portato sullo schermo questo tipo di storie vere, ma il giorno successivo alla visione tutto pare scemare come i ricordi confusi di una serata di eccessi.
Un pò come Barry Seal, che sarà stato un pilota fenomenale, ma che con il passaggio da squalo dell'aria a squalo tra squali, non mi pare abbia guadagnato più di tanto: e non parlo di denaro.




MrFord




 

mercoledì 21 settembre 2016

Narcos - Stagione 2 (Netflix, USA, 2016)




Quando, da cinefili ed appassionati di serie televisive, si incontra un prodotto in grado di fare la differenza, esistono sempre molti modi di porsi rispetto allo stesso, di trasmetterne il valore una volta deciso di scriverne, o raccontarne: lo scorso anno, quando la prima stagione di questo clamoroso prodotto targato Netflix giunse a sconvolgere la blogosfera e non solo, puntai più sul raccontarne le qualità in un certo senso tecniche, dalla ricostruzione di un'epoca alle scelte perfette di cast, regia e produzione, fino alla resa di un crescendo di tensione notevole seppur legato ad una vicenda della quale praticamente tutti gli spettatori conoscevano già l'epilogo.
A questo secondo giro di giostra, però, le cose sono cambiate: nel corso di quello che è un lungo, intenso, travolgente racconto di una caduta quasi shakespeariana, ho visto mescolarsi la consapevolezza e la malinconia del Michael Mann di Heat - La sfida ad un ritratto umano di rara potenza, pronto a mostrare le contraddizioni di tutti i partecipanti ad un gioco al massacro che è tipico dell'Uomo fin dall'alba dei tempi, filtrato attraverso le passioni, il potere, l'amore, il desiderio e l'ambizione, il rapporto con i nostri amici o nemici, quello con noi stessi e con chi ci ha generato.
Il lento sprofondare di Pablo Escobar, più rassegnato che pronto ad accettare che gli eccidi, le violenze, le scelte ed i ricatti operati chiedano il loro tributo, mostra grazie agli autori al pubblico le sue diverse nature, da quella di uomo attaccato alla Famiglia all'assassino spietato, dal rapporto quasi morboso con la moglie ed i figli al confronto drammatico con il padre - stupendo il penultimo episodio, Nuestra finca, incentrato proprio sul genitore del criminale -, passando attraverso un velo di malinconia che si traduce in un declino non solo di posizione, ma anche fisico e sentimentale, legato alla figura del cugino nonchè primo, grande socio in affari, pronto quasi ad accompagnarlo come un fantasma incontro al suo destino.
Ma non deve e non vuole essere un'opera di umanizzazione di Pablo Escobar l'assassino, il trafficante, il criminale, Narcos: più che altro, pare una presa di coscienza di tutti i limiti propri dell'essere umano.
Perchè quest'epopea non ha segnato e caratterizzato solo il suo indiscusso e discutibile protagonista, ma anche e soprattutto chi l'ha amato ed odiato, combattuto, chi è morto per sua mano o per causa sua e chi l'ha ucciso, chi l'ha spalleggiato, tradito, affrontato, chi gli ha dato la caccia, chi l'ha considerato un idolo o la rappresentazione del Male su questa Terra.
Perchè Pablo Escobar, in misura ovviamente estrema e diversa, siamo tutti noi, con le debolezze, le contraddizioni, i giochi di potere piccoli o grandi e la ricerca di quella tranquillità che passa dal sogno di una fattoria ad una panchina in un parco, con fragole e panna, nella nostra città.
Non è la ricerca di un'empatia improbabile con quello che è stato un efferato omicida, quanto un incredibile tentativo di mostrare anche il peggiore degli uomini come un Uomo, nel bene e nel male, nell'essere l'espressione animale - in quale senso, positivo oppure no, dipende dai momenti e dalla prospettiva - che siamo: del resto, il confine che separa pose dei militari sorridenti che lo uccisero con il cadavere del re della cocaina ai loro piedi alle dichiarazioni della madre pronta a negare l'evidenza della natura spaventosa del figlio è davvero molto, molto labile.
Spesso e volentieri, uomini come Carrillo ed Escobar stanno solo dai due lati della barricata, ma in fondo, manifestano esattamente le stesse pulsioni, le stesse passioni.
E noi, che viviamo ad un volume più basso la vita, sappiamo bene che sarebbe difficile, con tutto quel potere tra le mani, non esplodere nel cercare di maneggiarlo.
Siamo umani, del resto: e non c'è dipendenza più pericolosa di questa.
Alla faccia di qualsiasi droga e qualsiasi narcotrafficante.




MrFord





 

martedì 5 aprile 2016

Cartel Land

Regia: Matthew Heineman
Origine: USA, Messico
Anno:
2015
Durata:
100'







La trama (con parole mie): lungo il confine tra USA e Messico, e nel profondo della valle del Michoacan, il dominio dei trafficanti di droga rappresentanti dei Cartelli incide sulle vite e sulle morti delle persone comuni, spingendo civili da entrambi i lati dello stesso a prendere le armi e combattere i criminali come in una guerra.
Tim "Nailer" Foley, in Arizona, da anni organizza una milizia paramilitare che si occupa di pattugliare il confine e consegnare alle autorità clandestini, vedette dei trafficanti e trafficanti stessi, mentre nel cuore del Michoacan un medico stanco dei soprusi, Josè Manuel Mireles, organizza un esercito costituito di gente comune ribattezzato Autodefensa pronto a battersi contro i trafficanti per riconquistare la propria terra ed i propri diritti.
Da entrambi i lati del confine, però, la lotta non solo non sarà facile, ma vedrà formarsi ostacoli interni ed esterni sempre più difficili da superare.











Vivere lungo un confine, specie quando lo stesso è tra i più "caldi" al mondo, non dev'essere semplice. Quando, di recente, ho affrontato la lettura de Il cartello, vero e proprio Capolavoro firmato da Don Winslow a dieci anni di distanza dall'altrettanto grande Il potere del cane, mi sono ritrovato catapultato lungo quello tra USA e Messico, da decenni al centro di questioni politiche, di territorio, di potere e, ovviamente, anche legate al traffico di droga e di esseri umani.
Cartel Land, purtroppo non distribuito in Italia e che, in un anno di elezioni presidenziali negli USA, pensavo favorito nella corsa all'Oscar per il miglior documentario, mi ha riportato tra le pagine di Winslow con tutta la violenza che la vita in quelle strade riserva alle persone che, per nascita, scelta o destino, proprio in quelle strade vivono: Matthew Heineman e la sua troupe, con un coraggio che ha scomodato ricordi importanti come quello de L'incubo di Darwin - spesso è poco sottolineato quanto i documentaristi debbano, come reporter in zone di guerra, mettere a rischio le loro stesse incolumità per girare in condizioni ed ambienti decisamente ostili -, firmano un racconto da brividi che mostra la realtà dei traffici da sempre in gioco sulla linea sottile che separa States e Messico vista e vissuta dalla parte dei poveri, della gente comune, di chi si trova a dover sopravvivere non solo alla quotidianità ed alle difficoltà, ma anche e soprattutto all'incontro mai piacevole di incudine e martello.
Dal lato americano, Tim Foley porta di fronte alla macchina da presa la sua storia, iniziata quando a quindici anni, stanco degli abusi fisici e mentali subiti da parte del padre, si allontana da casa per iniziare a costruirsi una vita, ed uscito dalla dipendenza da metanfetamine ed alcool diviene un operaio edile, padre a sua volta - toccante il momento in cui ricorda di aver presentato le figlie al suo vecchio, per dimostrare a quest'ultimo quanto un altro modo di crescere i propri eredi fosse possibile -, uomo stroncato dalla crisi economica che con i pochi risparmi decide di vivere in una delle aree più problematiche del confine, in Arizona, e fondare un gruppo paramilitare di sorveglianza dello stesso.
Dall'altra parte, nel cuore di una delle zone più colpite dal narcotraffico, il Michoacan, il medico Josè Manuel Mireles, provato dalle uccisioni, dagli stupri e dalle torture perpetrati dai cartelli locali, sceglie, invece che morire per "imposizione", di farlo combattendo, dando inizio ad una vera e propria rivoluzione radunando gente comune come lui in quello che diverrà un esercito ribattezzato Autodefensa, pronto a dare battaglia ai Narcos senza considerare lo Stato e senza fidarsi dello stesso, riprendendo possesso, in un anno, sul campo, di quasi tutta la regione, liberando paesi e villaggi e passando dal consegnare i trafficanti alla giustizia al giustiziarli.
Entrambe le vicende, da qualsiasi punto di vista le si voglia guardare, d'accordo o no con i loro protagonisti, assumono i connotati della profonda umanità che il regista trasmette, e della drammaticità di queste esistenze: la solitudine e la sensazione di abbandono di Foley tanto quanto la voglia di cambiare le cose che stimola le rivoluzioni di Mireles mostrano, minuto dopo minuto, la fallibilità dei loro protagonisti tanto quanto il loro coraggio, dal desiderio di mettersi in gioco di Foley in un momento della propria vita in cui nulla pareva rimasto all'orizzonte alle palle di Mireles, che, senza alcuna preparazione ed affidandosi soltanto al carisma ed al desiderio di non soccombere decide di combattere il cartello con le sue stesse armi, parlando l'unica lingua che lo stesso pare comprendere: quella dei proiettili.
Due scelte e due vite che il pubblico è assolutamente libero di non condividere, e che portano a conseguenze a dir poco clamorose - soprattutto quella di Mireles -, eppure in grado di catturare grazie alla forza degli occhi che decidono di narrarne almeno una parte: Heineman entra in un mondo senza invaderlo, cercando di raccontare nel miglior modo possibile quello che Winslow dichiara per voce del suo protagonista Art Keller nelle pagine finali del già citato Il cartello, nient'altro che il fatto che il cartello esisterà sempre, e che, in qualche modo, il cartello siamo noi, che facciamo parte del sistema tanto quanto i cuochi ed i trafficanti di meth ripresi ad inizio ed in chiusura di pellicola, che hanno imparato a cucinare da un padre e da un figlio americani ed agli americani vendono, e continueranno a vendere "finchè dio vorrà".
Sempre che, sul confine, si possa pensare che un dio esista.





MrFord





"Dame dame dame dame todo el power
para que te demos en la madre
gimme gimme gimme gimme todo el poder
so I can come around to joder."
Molotov - "Gimme the power" - 





martedì 16 febbraio 2016

Il cartello

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Anno: 2015
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): sono passati anni dalla fine della battaglia tra Art Keller, agente della DEA, e Adàn Barrera, boss del narcotraffico, due caratteri forti, due ex idealisti cresciuti insieme in Messico e divenuti nemici giurati. Dopo aver incastrato Barrera ed averlo costretto al carcere, Keller ha lasciato i suoi incarichi e si è trasferito in un monastero, dove vive nella tranquillità e passa le giornate tra preghiera e la cura delle api. Quando alla DEA giunge la notizia che Barrera, dopo una breve permanenza nel carcere di massima sicurezza di Puente Grande, è clamorosamente evaso sfruttando i suoi contatti politici per tornare a gestire il traffico di droga in  tutto il Messico costruendo una nuova rete ed una nuova alleanza con gli altri boss, mettendo una taglia sulla testa di Keller, che reputa responsabile di tutte le sue sventure, compresa la morte della figlia disabile Gloria, che fu la leva che Art sfruttò per incastrarlo tramite l'ex moglie, le regole del gioco cambiano.
Ha così inizio una nuova guerra.
Reintegrato dalla DEA ed al lavoro in Messico, Keller inizia così l'ennesimo faccia a faccia a distanza con Barrera che lo condurrà ad una lotta lunga otto anni, che vedrà boss salire alla ribalta e cadere, innocenti morire, funzionari farsi corrompere o essere uccisi da eroi accanto a giornalisti e uomini e donne forti solo della loro volontà di opporsi al Cartello.
Ma chi rappresenta davvero il Cartello?














Nel corso della mia vita di lettore ho avuto - così come per la Musica ed il Cinema - molti grandi amori e fasi in cui attraversavo o esploravo un genere prima di spostarmi ad un altro: rispetto agli stessi Musica e Cinema, però, la Letteratura ha finito per delineare un panorama ben definito di quelli che sono stati davvero i romanzi della mia vita, da Cent'anni di solitudine a Io sono leggenda, passando per 1984 e Il potere del cane.
Quando, sei anni fa, mi tuffai nella lettura di quello che era considerato - giustamente - il Capolavoro di Don Winslow, venivo dall'ottima esperienza de L'inverno di Frankie Machine, e pensavo che il vecchio Don avrebbe potuto fissare uno standard che, da queste parti, in tempi recenti hanno raggiunto e guadagnato solo i miei favoriti, da Lansdale a Nesbo: ma Il potere del cane era qualcosa di più.
Non solo un'epopea terribile e dolente legata al mondo del narcotraffico, ma un vero e proprio mosaico di vite da una parte e dall'altra della barricata della Legge pronte a giocarsi tutte le loro carte per compiere una missione, affermare il proprio potere, lottare per la Giustizia, o semplicemente vivere la propria vita: charachters come Sean Callan o El Tiburon resteranno per sempre impressi nella mia memoria, così come l'impatto emotivo che alcuni passaggi di quel libro straordinario ebbero sul sottoscritto.
Quando, mesi fa, venni a sapere che - peraltro in contemporanea con Honky Tonk Samurai di Lansdale - sarebbe uscito Il cartello, sequel de Il potere del cane ambientato anni dopo lo scontro tra l'ormai ex agente della DEA Art Keller ed il fu patron del narcotraffico messicano Adàn Barrera, mi trovai come in bilico: da un lato, l'emozione per quello che poteva rivelarsi come il ritorno del Winslow migliore, una possibilità di raccogliere l'eredità de Il potere del cane e renderla ancora più grande, dall'altra il timore che potesse non rivelarsi all'altezza.
Quando ho chiuso la quarta di copertina per l'ultima volta, un paio di giorni fa, dopo una cavalcata di novecento pagine senza un solo secondo di respiro, non ho avuto alcun dubbio: Il cartello è un Capolavoro, forse addirittura superiore ad un predecessore tanto illustre.
Winslow, mai così in forma, costruisce qualcosa di talmente grande in termini di lavoro sui personaggi, evoluzione degli stessi, incroci temporali e geografici, fiction e realtà - per quanto, infatti, si tratti di un'opera di fantasia, è chiaro che l'ispirazione alle vicende narrate sia indissolubilmente legata alla realtà messicana dei numerosi drammi legati al narcotraffico ed alla lotta allo stesso, o presunta che sia, del governo di Città del Messico ed americano -, da far impallidire qualsiasi scrittore o aspirante tale, riuscendo a mantenere un equilibrio perfetto in grado di mostrare, per dirla come Keller, "tutte le infinite sfumature di grigio che passano tra il bianco ed il nero quando si tratta di uomini", portando il lettore ad odiare profondamente gli atti di violenza e crudeltà mostrati e ad un tempo lasciando spazio anche all'umanità decisamente profonda di uomini di legge - lo stesso Keller, Roberto Aguilar, Orduna - e criminali - Jèsus the kid, Crazy Eddie Ruiz, Adàn Barrera -, con i loro alti ed i loro bassi, le vittorie ed i fallimenti, le parole d'onore ed i tradimenti.
Ma Il cartello non è solo un grandioso romanzo crime, o una delle opere più importanti mai realizzate sulle vicende del narcotraffico - in alcuni momenti, mi è parso che potesse fare apparire la recente e celebratissima Narcos come una cosa per bambini -, ma anche e soprattutto un grido di denuncia, una lettera da brividi a tutti coloro che si sono resi responsabili di ogni morte al di fuori della guerra stessa: famiglie, amici, mogli, mariti, vecchi, donne e bambini, giornalisti e coraggiosi che non hanno voluto accettare una realtà che li ha visti perdere città che amavano, persone che amavano, un Paese che amavano a causa degli interessi dei trafficanti, di chi da loro la caccia e dei governi che manovrano o sono manovrati dagli stessi.
Storie come quella di Pablo Mora, della Medica Hermosa, di Jimena sono lo specchio di un Messico che è stato segnato nel corpo e nell'anima da ogni atto di violenza gratuita, dalla corruzione, dal "tutto cambia per non cambiare", e che ha messo a tacere chi non aveva voce o la forza per zittire quella degli altri: una denuncia amara anche per chi, come lo stesso Keller, nel profondo sa di fare parte di un Cartello del quale il narcotraffico e la guerra che genera sono solo una sfumatura.
Una delle tante che passano tra il bianco ed il nero lungo il confine tra Messico e USA.
Su questa Terra.
Nel nostro cuore.





MrFord





"There's a time to keep it up
a time to keep it in
the Indian is told
the cowboy is his friend
you know that I can breathe
even when I cheat
should should've been over for me
no angel came."
Tori Amos - "Juarez" - 






mercoledì 18 novembre 2015

Narcos - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10





La trama (con parole mie): siamo in Colombia nel pieno degli anni ottanta quando Pablo Escobar, trafficante locale, inizia la sua ascesa al trono di re dei narcotrafficanti, divenendo anno dopo anno non solo uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo, ma anche un modello per generazioni intere di criminali. La sua influenza, che passa dalla strada alla politica, la violenza della sua organizzazione ed il suo distorto progetto di diventare, un giorno, Presidente della Colombia, vengono narrate attraverso il punto di vista degli agenti della DEA Javier Pena e Steve Murphy, distaccati all'Ambasciata americana in modo da contrastare la progressiva acquisizione di potere da parte dei narcos guidati da Escobar grazie all'aiuto dei pochi incorruttibili tra le forze dell'ordine locali come Carrillo.
Una cronaca spietata e terribile di una delle epoche più importanti per il crimine e la lotta di pochi uomini disposti a tutto affinchè lo stato delle cose possa cambiare.









A dispetto del fatto che si tratti di uno dei più grandi criminali del ventesimo secolo, penso che il nome di Pablo Escobar sia noto anche a chi non ha mai avuto niente a che fare con qualsiasi droga e non sia appassionato di storie legate al mondo oltre la Legge.
Il trafficante colombiano, tra gli anni ottanta e novanta, è stato di fatto l'equivalente reale - e forse anche più grande - di tutti gli Scarface cinematografici pensabili, al vertice di un impero che mise in ginocchio un intero Paese e gli garantì un "tesoro" che lo pose tra i dieci uomini più ricchi del mondo perfino per la storica rivista Forbes: Netflix - una realtà sempre più interessante soprattutto per quello che riguarda il piccolo schermo -, affidandosi ad una produzione con due palle d'acciaio, ad un cast semplicemente perfetto - magnifico Wagner Moura, già protagonista di Tropa de elite, proprio nel ruolo di Escobar - e ad atmosfere che ricordano pietre miliari del genere come Il potere del cane di Don Winslow, regala al pubblico una delle sorprese più liete ed uno dei titoli imperdibili di questo duemilaquindici televisivo, sfruttando la narrazione esterna dell'agente della DEA Steve Murphy e mescolando abilmente eventi reali e fiction, confezionando dieci episodi serratissimi, emozionanti, violenti, i più vicini, forse, di questa stagione che volge al termine, alla qualità più alta del grande schermo.
La scalata al potere di Escobar ed il suo tentativo di conquistare letteralmente la Colombia - tentativo che, di fatto, segnò anche l'inizio della fine del suo impero -, sviluppato in parallelo agli sforzi degli agenti americani e dei pochi incorruttibili tra le forze dell'ordine colombiane di arrestarlo o ucciderlo, porta in scena non solo una storia così clamorosa da apparire effettivamente fiction, ma anche tutte le sue sfumature più umane, a partire dal legame di Escobar con la sua famiglia fino alle evoluzioni nel carattere di Murphy e Pena - sarà interessante scoprire come decideranno di orientare il loro approccio in proposito gli autori con la seconda stagione -, o la vera e propria ossessione di figure come quella di Carrillo, disposto a tutto pur di mettere le mani su Escobar e vendicarsi delle morti di compagni ed amici persi negli anni.
Un altro aspetto portato a galla alla grande dagli sceneggiatori è rappresentato dalla tipica sete di potere di chi detiene il potere stesso, che aumenta progressivamente fino a diventare la rovina di chi la sente crescere e pensa di poterla dominare: le scelte dell'incontentabile Pablo, da trafficante locale a boss del giro della cocaina nel mondo, determinato a farsi eleggere regolarmente nel Parlamento sognando un giorno di diventare Presidente, finiscono per rispecchiare quelle di tanti personaggi che abbiamo visto salire al "trono" e cadere in anni e anni di cult dedicati al mondo del crimine - e non solo, si intenda -, ed ancora una volta stuzzicare l'interrogativo principe legato a questi casi: "Perchè non scegliere, un giorno, ricchi ed appagati, di fermarsi?".
Forse la sete di vita, forse quella di potere, o più semplicemente la ferocia che contraddistingue noi uomini che in alcuni è sicuramente più ingombrante che in altri: gli stessi Murphy, Pena, Carrillo, pronti a sacrificare quasi tutto per arrivare a completare la loro missione, paiono affetti dalla stessa malattia che divorò Pablo Escobar e gli costò tutto quello che aveva costruito.
In tutto questo, Narcos fornisce un ritratto che tiene il giusto equilibrio e finisce per mostrare, più che parteggiare per qualcuno, quasi volesse, di fatto, fornire un esempio di quello di cui siamo capaci di fare: non dimentichiamo che, a prescindere dal campo, dalla Legge, dalla scelta di stare da una parte o dall'altra della barricata, dal molto piccolo al molto grande, non c'è animale più feroce, vorace e spietato dell'Uomo.
E senza scomodare esempi come quello di Escobar, se ci guardiamo attorno anche in questo momento, guardando chi incontriamo, incrociamo, viviamo giorno per giorno, proveremo senza dubbio la sensazione che solo la Legge - quella della giungla - può trasmettere: quella della lotta per l'imposizione e la sopravvivenza.




MrFord




"If you got bad news, you wanna kick them blues.
Cocaine.
When your day is done and you wanna run.
Cocaine."

Eric Clapton - "Cocaine" - 






martedì 13 ottobre 2015

Sicario

Regia: Denis Villeneuve
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 121'






La trama (con parole mie): Kate Macer, agente FBI specializzata in sequestri, da sempre sul campo, indipendente ed idealista, a seguito di un'agghiacciante scoperta nel corso di una missione, viene selezionata dai suoi superiori per entrare a far parte di una squadra speciale che dovrebbe smascherare e porre un freno alle azioni orchestrate dai leader del Cartello messicano appena oltre frontiera.
Kate accetta, finendo a lavorare accanto allo spiccio Matt Graver ed al suo segugio Alejandro, misterioso messicano dal passato oscuro: la donna, lavorando accanto a quelli che scoprirà essere agenti della CIA, verrà a contatto con una realtà dura e terribile, in aperto contrasto con il concetto di Legge che ha cercato di difendere nel corso della sua carriera.
Come affronterà questi cambiamenti? E quale sarà il suo vero ruolo nella missione?








Denis Villeneuve è uno che la sa lunga. E parecchio.
Partito dai meandri del Cinema d'autore e giunto senza snaturarsi a quello mainstream, il regista canadese è da sempre uno dei nomi di punta, per il sottoscritto, legato alla settima arte nordamericana: i suoi lavori, da La donna che canta a Prisoners, passando per Polytechnique, da queste parti hanno sempre raccolto elogi e critiche ben più che positive, fino all'ormai penultimo lavoro Enemy, che pareva, nonostante l'ennesima grande prova di Jake Gyllenhaal, mostrare un'involuzione radical del buon Denis.
Fortunatamente, con questo Sicario, Villeneuve non solo riconferma quello che ho sempre pensato di lui, ma rafforza la stima nei suoi confronti regalando un film dolente ed oscuro, in grado di mescolare le atmosfere della seconda stagione di True Detective, del miglior Michael Mann e di prodotti action "in rosa" come Zero Dark Thirty, presentando il tutto in una cornice tecnicamente impeccabile, finendo per regalare una sequenza in questo senso da capogiro - l'assalto notturno al tunnel scavato attraverso le frontiere di USA e Messico, girato in gran parte attraverso i visori notturni della squadra d'assalto americana - che rimanda al già citato Zero Dark Thirty - ed impreziosisce ancor di più un film dalle palle d'acciaio, con personaggi ottimamente caratterizzati anche se solo accennati, una vicenda giocata in equilibrio tra l'idealismo della protagonista ed il cinismo del mondo attorno alla stessa, filtrate attraverso brevi ma profondamente liriche parentesi legate ad una famiglia messicana inconsapevolmente partecipe della vicenda principale narrata - ma lasciata in disparte fino all'intensa e tesissima parte conclusiva -.
Il confronto tra la Kate di Emily Blunt, abituata a sfondare porte ed agire in prima linea nel nome della Legge - nel senso più puro del termine -, idealista e convinta di poter fare del mondo un posto migliore, il sornione Matt Graver di Josh Brolin e l'enigmatico Alejandro di Benicio Del Toro, abituati a lavare i panni sporchi dei governi senza farsi troppi problemi, fornisce benzina ad una pellicola capace di trovare - come era già stato, del resto, con Prisoners - la via per convogliare l'autorialità ed il bisogno di eroi del Cinema mainstream, senza per questo svalutare l'uno o l'altro aspetto: i tre confronti tra Kate e Alejandro, dall'appartamento di lei, al tunnel fino al faccia a faccia che, di fatto, chiude la pellicola, mostrano una donna che crede ancora nell'umanità ed un uomo al quale è stato tolto tutto, e per sopravvivere, vendicarsi, rapportarsi al mondo ha deciso di portare in superficie tutto quello che di predatorio e glaciale può esistere nella nostra Natura.
E quando si finisce a parlare di lupi, di un piccolo mondo all'interno del quale è possibile cercare il Bene e di uno grande e senza confini - nel senso fisico e politico del termine - che è, di fatto, una continua espressione del Male, non solo vengono mossi i massimi sistemi, ma si finisce per chiedersi, quasi attoniti, se davvero abbia ancora un senso che questi due principi antichi come il mondo possano essere considerati privi di sfumature come quando, da bambini, sognavamo di cambiare davvero le cose, e fare la differenza.
Se lo chiede Kate, incapace di premere un grilletto, partita alla ricerca di un sogno e finita quasi a perdere se stessa.
Se lo chiede il bimbo messicano che, un giorno, abituato a svegliare il padre poliziotto per chiedergli di accompagnarlo alla partita di calcio, trova il letto fatto, e forse pensa già che il genitore non farà più ritorno.
Matt Graver e Alejandro, invece, non si chiedono nulla.
Hanno un lavoro da fare, e sanno di farlo bene.
Un lavoro da lupi al servizio di una Legge diversa da quella di Kate, e di tutti noi.
Almeno all'apparenza.
Ma forse, più antica.
La Legge della giungla.




MrFord




"Don't fool yourself
your eyes don't lie, you're much too good to be true
don't fire fight
yeah I feel you burning, everything's burning
don't fly too high
your wings might melt, you're much too good to be true
I'm just, bad for you
I'm just bad, bad, bad for you
I'm just bad, bad, bad for you."
Kanye West - "Wolves" - 







domenica 28 giugno 2015

Miami Vice

Regia: Michael Mann
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 131'




La trama (con parole mie): Sonny Crockett e Ricardo Tubbs sono due detectives della polizia di Miami legati a doppio filo alle operazioni sotto copertura volte a portare allo scoperto traffici illeciti, dalle armi alla droga. Quando un loro agente viene compromesso a causa dell'intrusione dell'FBI i due vengono reclutati dall'agenzia affinchè si infiltrino spacciandosi per corrieri in un'organizzazione che fa capo ad un colombiano di nome Yero, che pare sia uno dei pesci più grossi del continente.
Una volta entrati nel giro, però, Crockett e Tubbs vengono a conoscenza di un livello ancora superiore a quello portato appena sotto la superficie dallo stesso Yero, ed entrati in contatto con Isabella e Montoya, vertici dell'organizzazione, tenteranno di smantellare la stessa dall'interno: il legame sempre più stretto tra Sonny e Isabella e l'odio di Yero per l'infiltrato, però, finiranno per complicare le cose.








Se dovessi pensare ad un'ipotetica classifica dei miei registi americani - viventi, sia chiaro - favoriti, Michael Mann si giocherebbe senza dubbio le prime posizioni con Maestri del calibro di Eastwood, Scorsese e Cimino: eppure, riflettendo proprio in merito ai nomi che abiterebbero i piani alti dell'ipotetica lista, forse il suo è quello che finirebbe per doversi sudare più degli altri non tanto il fatto di essere dove si trova, quando di essere amato in termini cinefili.
Ho impiegato anni - e visioni -, infatti, per riuscire a comprendere appieno la grandezza di Mann e del suo Cinema: ricordo quanta fatica feci la prima volta che affrontai Heat - La sfida, o con quanta diffidenza approcciai più di recente Collateral e questo stesso Miami Vice, salvo poi ricredermi ed aumentare non solo la percezione delle pellicole stesse, ma il loro valore passaggio dopo passaggio su questi schermi.
Proprio Miami Vice, nato dall'idea che fu alla base della nota serie tv - firmata dallo stesso Mann nei primi anni della sua carriera ed ormai cult imprescindibile legato agli anni ottanta -, mi lasciò abbastanza freddo ai tempi della prima visione in sala, quasi come fosse una sorta di fratello minore del già citato Collateral, tutto fotografia, riprese pazzesche e colonna sonora perfetta: valutazione clamorosamente sbagliata.
Perchè Miami Vice è un trionfo non solo di tecnica e stile, ma un omaggio strepitoso ad un genere purtroppo ormai relegato a tentativi isolati, un hard boiled d'altri tempi in grado di regalare passaggi action mozzafiato, caratterizzazioni immediate - come già avvenne per Heat - ed atmosfere uniche: in questo senso, da Miami alle cascate di Iguazu, passando per il bacino centro americano, questa pellicola è assolutamente perfetta sotto ogni punto di vista.
Se, poi, alla cornice vengono associati scambi come quello tra il Sonny di Colin Farrell e la Isabella di Gong Li prima del viaggio in motoscafo verso L'Havana pare quasi di deporre le armi senza neppure lottare rispetto alla potenza di un prodotto che racconta la durezza della strada e del confronto tra poliziotti e criminali - da entrambe le parti dipinti come uomini, con i loro difetti ed i talenti a fare da contrappeso - sfruttando una partenza a razzo ed una chiusura assolutamente perfetta nel suo essere aperta, quasi incompiuta, nella scelta di Crockett di rimanere accanto a quella che è la sua famiglia a scapito di quello che potrebbe essere l'amore.
Da questo punto di vista, Miami Vice - come il recente Blackhat - ricorda da vicino il melò dell'action di Hong Kong e dei grandi registi orientali, che ai proiettili non dimentica mai di associare struggenti legami dal sapore di Classico e sesso così vero da farlo sentire sulla pelle - Tubbs e la compagna sotto la doccia e a letto, Crockett e Isabella all'interno della macchina -, un marchio di fabbrica da passato remoto portato sullo schermo sfruttando mezzi e tecniche assolutamente all'avanguardia.
Senza dubbio a Mann non interessa piacere, così come ai suoi protagonisti: eppure Miami Vice entra sottopelle, da qualsiasi angolazione lo si guardi o lo si viva, che ci si senta più vicini alla razionale struttura di Tubbs o all'improvvisato charme di Sonny, che si preferiscano i proiettili e la mano pesante dei neonazisti o gli intrighi quasi politici dei grandi trafficanti internazionali.
E' prendersi il tempo di un mojito alla Bodeguita prima di buttarsi in un conflitto a fuoco che potrebbe significare morte certa.
E' il ruggito di un fucile d'assalto, o quello di cascate che mostrano la potenza di chi vive al di sopra di tutto. Ordine o Caos che siano.
E Michael Mann è così.
Ordine e Caos.
Tecnica e istinto.
Fortunatamente, il risultato è lo stesso: grande Cinema.



MrFord



"So come pull the sheet over my eyes
so I can sleep tonight
despite what I've seen today.
I found you guilty of a crime, of sleeping at a time
when you should have been wide awake."

Audioslave - "Wide awake" - 





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