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martedì 9 gennaio 2018

Coco (Lee Unkrich&Adrian Molina, USA, 2017, 105')




Credo che il momento esatto in cui decisi di farla finita con la religione, le credenze e quant'altro fu quello del funerale del mio nonno materno, lo stesso cui devo la passione per il Western ed il Cinema, accanto al quale vidi i primi incontri di wrestling, e che ancora oggi, avendo vissuto più anni senza di lui che con lui, avrei voluto avere accanto per raccontargli un sacco di cose, e ancora di più farmene raccontare.
Il giorno prima, nell'obitorio dell'ospedale, rimasi accanto al suo corpo per qualche minuto, da solo.
Toccando quella pelle fredda non mi pareva ci fosse più traccia dell'uomo con il quale avevo giocato a carte migliaia di volte, reduce della Seconda Guerra Mondiale, che non lasciava passare nulla a nessuno tranne a me e mio fratello.
Quel giorno misi nella tasca della giacca che l'avrebbe accompagnato per l'ultimo viaggio due biglietti, uno con una mia poesia ed un altro con una citazione legata alla Grecia antica: "L'immortalità sta nel ricordo di chi ci ha amati".
Una frase decisamente vera, nel senso che chi ci resta nel cuore fino alla fine, e nei ricordi, di fatto accompagna anche noi per quello che trasmettiamo al mondo e per quello che ci porteremo nell'ultimo, grande sonno.
Ieri, invece, per preparare il Fordino alla visione di Coco e raccontagli il senso dietro al Dia de las muertos, ho fatto presente per la prima volta che, quando toccherà a me, vorrei che lui e sua sorella organizzassero una grande festa, con musica, alcool e più casino possibile: per quanto mi riguarda, un funerale dovrebbe essere la celebrazione della vita di una persona, e non una cosa triste come quella cui assistetti quel giorno del settembre del novantasette.
Io non ci sarò per ovvi motivi, ma mi piace pensare che possano esserci loro, e godersela anche per me, magari raccontando aneddoti come ora io scrivo di mio nonno, e ricordo piccole cose che restano mie, e che nessuno potrà portarmi via.
Attraverso la visione di Coco, che pure è lineare e semplice, quasi prevedibile, ho avuto la fortuna di poter rivivere e provare emozioni da entrambi i lati di un'invisibile barricata, che passa da quando, piccoli, affrontiamo per la prima volta la perdita, o da adulti, quando capiamo di essere in procinto di passare il testimone, ed il pensiero non è più quello di ambire a chissà quale aldilà, ma al ricordo di chi viene dopo di noi.
L'ultimo film targato Pixar, sicuramente non geniale ai livelli di Inside out ma emotivamente potente quanto Up!, a prescindere dalla linearità della sceneggiatura o dalla meraviglia visiva, è un pozzo profondo, come canterebbe De Andrè, all'interno del quale ognuno si può specchiare, a diverse età della vita: nella fila davanti alla nostra avevamo una famiglia con i genitori di una decina d'anni più vecchi di noi e tre figli, che commentavano le canzoni o ridevano per i momenti più divertenti; ho sentito la bambina più grande, probabilmente in età da scuole medie, chiedere al padre se stava piangendo di fronte ad una delle sequenze più commoventi della pellicola, e poi abbracciarlo prima dell'uscita, stretta, a luci accese, come se fossero nel salotto di casa.
Allo stesso tempo, cercando di resistere alle lacrime, avevo il Fordino appoggiato ad una spalla, perso nei colori degli animali volanti del "mondo degli scheletri" e la Fordina che mi saltava sulle gambe, e pensavo a quanto capivo Coco, e soprattutto suo padre.
Questo, prima di tutto, è il bello di questo ennesimo miracolo Pixar: la semplicità.
Ognuno di noi ha vissuto la perdita. Ognuno porta nel cuore i ricordi di qualcuno che vivrà per sempre con lui. Siamo stati bambini pieni di sogni e adulti con il desiderio di essere ricordati.
Io ho chiuso con credenze e religioni il giorno del funerale di mio nonno, ormai più di vent'anni fa.
E ho cominciato a credere nel vivere, il più profondamente possibile per le possibilità che ognuno di noi ha. E quando arriverà il momento di chiudere i conti, celebrare la vita di chi non tornerà più da queste parti. Perchè è questo che ha fatto. Vivere. La cosa più bella che si possa immaginare.
E l'unica che ci garantisca dei ricordi.
Coco parla dell'importanza di quei ricordi.
E della festa che meritano.




MrFord



 

martedì 5 aprile 2016

Cartel Land

Regia: Matthew Heineman
Origine: USA, Messico
Anno:
2015
Durata:
100'







La trama (con parole mie): lungo il confine tra USA e Messico, e nel profondo della valle del Michoacan, il dominio dei trafficanti di droga rappresentanti dei Cartelli incide sulle vite e sulle morti delle persone comuni, spingendo civili da entrambi i lati dello stesso a prendere le armi e combattere i criminali come in una guerra.
Tim "Nailer" Foley, in Arizona, da anni organizza una milizia paramilitare che si occupa di pattugliare il confine e consegnare alle autorità clandestini, vedette dei trafficanti e trafficanti stessi, mentre nel cuore del Michoacan un medico stanco dei soprusi, Josè Manuel Mireles, organizza un esercito costituito di gente comune ribattezzato Autodefensa pronto a battersi contro i trafficanti per riconquistare la propria terra ed i propri diritti.
Da entrambi i lati del confine, però, la lotta non solo non sarà facile, ma vedrà formarsi ostacoli interni ed esterni sempre più difficili da superare.











Vivere lungo un confine, specie quando lo stesso è tra i più "caldi" al mondo, non dev'essere semplice. Quando, di recente, ho affrontato la lettura de Il cartello, vero e proprio Capolavoro firmato da Don Winslow a dieci anni di distanza dall'altrettanto grande Il potere del cane, mi sono ritrovato catapultato lungo quello tra USA e Messico, da decenni al centro di questioni politiche, di territorio, di potere e, ovviamente, anche legate al traffico di droga e di esseri umani.
Cartel Land, purtroppo non distribuito in Italia e che, in un anno di elezioni presidenziali negli USA, pensavo favorito nella corsa all'Oscar per il miglior documentario, mi ha riportato tra le pagine di Winslow con tutta la violenza che la vita in quelle strade riserva alle persone che, per nascita, scelta o destino, proprio in quelle strade vivono: Matthew Heineman e la sua troupe, con un coraggio che ha scomodato ricordi importanti come quello de L'incubo di Darwin - spesso è poco sottolineato quanto i documentaristi debbano, come reporter in zone di guerra, mettere a rischio le loro stesse incolumità per girare in condizioni ed ambienti decisamente ostili -, firmano un racconto da brividi che mostra la realtà dei traffici da sempre in gioco sulla linea sottile che separa States e Messico vista e vissuta dalla parte dei poveri, della gente comune, di chi si trova a dover sopravvivere non solo alla quotidianità ed alle difficoltà, ma anche e soprattutto all'incontro mai piacevole di incudine e martello.
Dal lato americano, Tim Foley porta di fronte alla macchina da presa la sua storia, iniziata quando a quindici anni, stanco degli abusi fisici e mentali subiti da parte del padre, si allontana da casa per iniziare a costruirsi una vita, ed uscito dalla dipendenza da metanfetamine ed alcool diviene un operaio edile, padre a sua volta - toccante il momento in cui ricorda di aver presentato le figlie al suo vecchio, per dimostrare a quest'ultimo quanto un altro modo di crescere i propri eredi fosse possibile -, uomo stroncato dalla crisi economica che con i pochi risparmi decide di vivere in una delle aree più problematiche del confine, in Arizona, e fondare un gruppo paramilitare di sorveglianza dello stesso.
Dall'altra parte, nel cuore di una delle zone più colpite dal narcotraffico, il Michoacan, il medico Josè Manuel Mireles, provato dalle uccisioni, dagli stupri e dalle torture perpetrati dai cartelli locali, sceglie, invece che morire per "imposizione", di farlo combattendo, dando inizio ad una vera e propria rivoluzione radunando gente comune come lui in quello che diverrà un esercito ribattezzato Autodefensa, pronto a dare battaglia ai Narcos senza considerare lo Stato e senza fidarsi dello stesso, riprendendo possesso, in un anno, sul campo, di quasi tutta la regione, liberando paesi e villaggi e passando dal consegnare i trafficanti alla giustizia al giustiziarli.
Entrambe le vicende, da qualsiasi punto di vista le si voglia guardare, d'accordo o no con i loro protagonisti, assumono i connotati della profonda umanità che il regista trasmette, e della drammaticità di queste esistenze: la solitudine e la sensazione di abbandono di Foley tanto quanto la voglia di cambiare le cose che stimola le rivoluzioni di Mireles mostrano, minuto dopo minuto, la fallibilità dei loro protagonisti tanto quanto il loro coraggio, dal desiderio di mettersi in gioco di Foley in un momento della propria vita in cui nulla pareva rimasto all'orizzonte alle palle di Mireles, che, senza alcuna preparazione ed affidandosi soltanto al carisma ed al desiderio di non soccombere decide di combattere il cartello con le sue stesse armi, parlando l'unica lingua che lo stesso pare comprendere: quella dei proiettili.
Due scelte e due vite che il pubblico è assolutamente libero di non condividere, e che portano a conseguenze a dir poco clamorose - soprattutto quella di Mireles -, eppure in grado di catturare grazie alla forza degli occhi che decidono di narrarne almeno una parte: Heineman entra in un mondo senza invaderlo, cercando di raccontare nel miglior modo possibile quello che Winslow dichiara per voce del suo protagonista Art Keller nelle pagine finali del già citato Il cartello, nient'altro che il fatto che il cartello esisterà sempre, e che, in qualche modo, il cartello siamo noi, che facciamo parte del sistema tanto quanto i cuochi ed i trafficanti di meth ripresi ad inizio ed in chiusura di pellicola, che hanno imparato a cucinare da un padre e da un figlio americani ed agli americani vendono, e continueranno a vendere "finchè dio vorrà".
Sempre che, sul confine, si possa pensare che un dio esista.





MrFord





"Dame dame dame dame todo el power
para que te demos en la madre
gimme gimme gimme gimme todo el poder
so I can come around to joder."
Molotov - "Gimme the power" - 





martedì 16 febbraio 2016

Il cartello

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Anno: 2015
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): sono passati anni dalla fine della battaglia tra Art Keller, agente della DEA, e Adàn Barrera, boss del narcotraffico, due caratteri forti, due ex idealisti cresciuti insieme in Messico e divenuti nemici giurati. Dopo aver incastrato Barrera ed averlo costretto al carcere, Keller ha lasciato i suoi incarichi e si è trasferito in un monastero, dove vive nella tranquillità e passa le giornate tra preghiera e la cura delle api. Quando alla DEA giunge la notizia che Barrera, dopo una breve permanenza nel carcere di massima sicurezza di Puente Grande, è clamorosamente evaso sfruttando i suoi contatti politici per tornare a gestire il traffico di droga in  tutto il Messico costruendo una nuova rete ed una nuova alleanza con gli altri boss, mettendo una taglia sulla testa di Keller, che reputa responsabile di tutte le sue sventure, compresa la morte della figlia disabile Gloria, che fu la leva che Art sfruttò per incastrarlo tramite l'ex moglie, le regole del gioco cambiano.
Ha così inizio una nuova guerra.
Reintegrato dalla DEA ed al lavoro in Messico, Keller inizia così l'ennesimo faccia a faccia a distanza con Barrera che lo condurrà ad una lotta lunga otto anni, che vedrà boss salire alla ribalta e cadere, innocenti morire, funzionari farsi corrompere o essere uccisi da eroi accanto a giornalisti e uomini e donne forti solo della loro volontà di opporsi al Cartello.
Ma chi rappresenta davvero il Cartello?














Nel corso della mia vita di lettore ho avuto - così come per la Musica ed il Cinema - molti grandi amori e fasi in cui attraversavo o esploravo un genere prima di spostarmi ad un altro: rispetto agli stessi Musica e Cinema, però, la Letteratura ha finito per delineare un panorama ben definito di quelli che sono stati davvero i romanzi della mia vita, da Cent'anni di solitudine a Io sono leggenda, passando per 1984 e Il potere del cane.
Quando, sei anni fa, mi tuffai nella lettura di quello che era considerato - giustamente - il Capolavoro di Don Winslow, venivo dall'ottima esperienza de L'inverno di Frankie Machine, e pensavo che il vecchio Don avrebbe potuto fissare uno standard che, da queste parti, in tempi recenti hanno raggiunto e guadagnato solo i miei favoriti, da Lansdale a Nesbo: ma Il potere del cane era qualcosa di più.
Non solo un'epopea terribile e dolente legata al mondo del narcotraffico, ma un vero e proprio mosaico di vite da una parte e dall'altra della barricata della Legge pronte a giocarsi tutte le loro carte per compiere una missione, affermare il proprio potere, lottare per la Giustizia, o semplicemente vivere la propria vita: charachters come Sean Callan o El Tiburon resteranno per sempre impressi nella mia memoria, così come l'impatto emotivo che alcuni passaggi di quel libro straordinario ebbero sul sottoscritto.
Quando, mesi fa, venni a sapere che - peraltro in contemporanea con Honky Tonk Samurai di Lansdale - sarebbe uscito Il cartello, sequel de Il potere del cane ambientato anni dopo lo scontro tra l'ormai ex agente della DEA Art Keller ed il fu patron del narcotraffico messicano Adàn Barrera, mi trovai come in bilico: da un lato, l'emozione per quello che poteva rivelarsi come il ritorno del Winslow migliore, una possibilità di raccogliere l'eredità de Il potere del cane e renderla ancora più grande, dall'altra il timore che potesse non rivelarsi all'altezza.
Quando ho chiuso la quarta di copertina per l'ultima volta, un paio di giorni fa, dopo una cavalcata di novecento pagine senza un solo secondo di respiro, non ho avuto alcun dubbio: Il cartello è un Capolavoro, forse addirittura superiore ad un predecessore tanto illustre.
Winslow, mai così in forma, costruisce qualcosa di talmente grande in termini di lavoro sui personaggi, evoluzione degli stessi, incroci temporali e geografici, fiction e realtà - per quanto, infatti, si tratti di un'opera di fantasia, è chiaro che l'ispirazione alle vicende narrate sia indissolubilmente legata alla realtà messicana dei numerosi drammi legati al narcotraffico ed alla lotta allo stesso, o presunta che sia, del governo di Città del Messico ed americano -, da far impallidire qualsiasi scrittore o aspirante tale, riuscendo a mantenere un equilibrio perfetto in grado di mostrare, per dirla come Keller, "tutte le infinite sfumature di grigio che passano tra il bianco ed il nero quando si tratta di uomini", portando il lettore ad odiare profondamente gli atti di violenza e crudeltà mostrati e ad un tempo lasciando spazio anche all'umanità decisamente profonda di uomini di legge - lo stesso Keller, Roberto Aguilar, Orduna - e criminali - Jèsus the kid, Crazy Eddie Ruiz, Adàn Barrera -, con i loro alti ed i loro bassi, le vittorie ed i fallimenti, le parole d'onore ed i tradimenti.
Ma Il cartello non è solo un grandioso romanzo crime, o una delle opere più importanti mai realizzate sulle vicende del narcotraffico - in alcuni momenti, mi è parso che potesse fare apparire la recente e celebratissima Narcos come una cosa per bambini -, ma anche e soprattutto un grido di denuncia, una lettera da brividi a tutti coloro che si sono resi responsabili di ogni morte al di fuori della guerra stessa: famiglie, amici, mogli, mariti, vecchi, donne e bambini, giornalisti e coraggiosi che non hanno voluto accettare una realtà che li ha visti perdere città che amavano, persone che amavano, un Paese che amavano a causa degli interessi dei trafficanti, di chi da loro la caccia e dei governi che manovrano o sono manovrati dagli stessi.
Storie come quella di Pablo Mora, della Medica Hermosa, di Jimena sono lo specchio di un Messico che è stato segnato nel corpo e nell'anima da ogni atto di violenza gratuita, dalla corruzione, dal "tutto cambia per non cambiare", e che ha messo a tacere chi non aveva voce o la forza per zittire quella degli altri: una denuncia amara anche per chi, come lo stesso Keller, nel profondo sa di fare parte di un Cartello del quale il narcotraffico e la guerra che genera sono solo una sfumatura.
Una delle tante che passano tra il bianco ed il nero lungo il confine tra Messico e USA.
Su questa Terra.
Nel nostro cuore.





MrFord





"There's a time to keep it up
a time to keep it in
the Indian is told
the cowboy is his friend
you know that I can breathe
even when I cheat
should should've been over for me
no angel came."
Tori Amos - "Juarez" - 






martedì 13 ottobre 2015

Sicario

Regia: Denis Villeneuve
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 121'






La trama (con parole mie): Kate Macer, agente FBI specializzata in sequestri, da sempre sul campo, indipendente ed idealista, a seguito di un'agghiacciante scoperta nel corso di una missione, viene selezionata dai suoi superiori per entrare a far parte di una squadra speciale che dovrebbe smascherare e porre un freno alle azioni orchestrate dai leader del Cartello messicano appena oltre frontiera.
Kate accetta, finendo a lavorare accanto allo spiccio Matt Graver ed al suo segugio Alejandro, misterioso messicano dal passato oscuro: la donna, lavorando accanto a quelli che scoprirà essere agenti della CIA, verrà a contatto con una realtà dura e terribile, in aperto contrasto con il concetto di Legge che ha cercato di difendere nel corso della sua carriera.
Come affronterà questi cambiamenti? E quale sarà il suo vero ruolo nella missione?








Denis Villeneuve è uno che la sa lunga. E parecchio.
Partito dai meandri del Cinema d'autore e giunto senza snaturarsi a quello mainstream, il regista canadese è da sempre uno dei nomi di punta, per il sottoscritto, legato alla settima arte nordamericana: i suoi lavori, da La donna che canta a Prisoners, passando per Polytechnique, da queste parti hanno sempre raccolto elogi e critiche ben più che positive, fino all'ormai penultimo lavoro Enemy, che pareva, nonostante l'ennesima grande prova di Jake Gyllenhaal, mostrare un'involuzione radical del buon Denis.
Fortunatamente, con questo Sicario, Villeneuve non solo riconferma quello che ho sempre pensato di lui, ma rafforza la stima nei suoi confronti regalando un film dolente ed oscuro, in grado di mescolare le atmosfere della seconda stagione di True Detective, del miglior Michael Mann e di prodotti action "in rosa" come Zero Dark Thirty, presentando il tutto in una cornice tecnicamente impeccabile, finendo per regalare una sequenza in questo senso da capogiro - l'assalto notturno al tunnel scavato attraverso le frontiere di USA e Messico, girato in gran parte attraverso i visori notturni della squadra d'assalto americana - che rimanda al già citato Zero Dark Thirty - ed impreziosisce ancor di più un film dalle palle d'acciaio, con personaggi ottimamente caratterizzati anche se solo accennati, una vicenda giocata in equilibrio tra l'idealismo della protagonista ed il cinismo del mondo attorno alla stessa, filtrate attraverso brevi ma profondamente liriche parentesi legate ad una famiglia messicana inconsapevolmente partecipe della vicenda principale narrata - ma lasciata in disparte fino all'intensa e tesissima parte conclusiva -.
Il confronto tra la Kate di Emily Blunt, abituata a sfondare porte ed agire in prima linea nel nome della Legge - nel senso più puro del termine -, idealista e convinta di poter fare del mondo un posto migliore, il sornione Matt Graver di Josh Brolin e l'enigmatico Alejandro di Benicio Del Toro, abituati a lavare i panni sporchi dei governi senza farsi troppi problemi, fornisce benzina ad una pellicola capace di trovare - come era già stato, del resto, con Prisoners - la via per convogliare l'autorialità ed il bisogno di eroi del Cinema mainstream, senza per questo svalutare l'uno o l'altro aspetto: i tre confronti tra Kate e Alejandro, dall'appartamento di lei, al tunnel fino al faccia a faccia che, di fatto, chiude la pellicola, mostrano una donna che crede ancora nell'umanità ed un uomo al quale è stato tolto tutto, e per sopravvivere, vendicarsi, rapportarsi al mondo ha deciso di portare in superficie tutto quello che di predatorio e glaciale può esistere nella nostra Natura.
E quando si finisce a parlare di lupi, di un piccolo mondo all'interno del quale è possibile cercare il Bene e di uno grande e senza confini - nel senso fisico e politico del termine - che è, di fatto, una continua espressione del Male, non solo vengono mossi i massimi sistemi, ma si finisce per chiedersi, quasi attoniti, se davvero abbia ancora un senso che questi due principi antichi come il mondo possano essere considerati privi di sfumature come quando, da bambini, sognavamo di cambiare davvero le cose, e fare la differenza.
Se lo chiede Kate, incapace di premere un grilletto, partita alla ricerca di un sogno e finita quasi a perdere se stessa.
Se lo chiede il bimbo messicano che, un giorno, abituato a svegliare il padre poliziotto per chiedergli di accompagnarlo alla partita di calcio, trova il letto fatto, e forse pensa già che il genitore non farà più ritorno.
Matt Graver e Alejandro, invece, non si chiedono nulla.
Hanno un lavoro da fare, e sanno di farlo bene.
Un lavoro da lupi al servizio di una Legge diversa da quella di Kate, e di tutti noi.
Almeno all'apparenza.
Ma forse, più antica.
La Legge della giungla.




MrFord




"Don't fool yourself
your eyes don't lie, you're much too good to be true
don't fire fight
yeah I feel you burning, everything's burning
don't fly too high
your wings might melt, you're much too good to be true
I'm just, bad for you
I'm just bad, bad, bad for you
I'm just bad, bad, bad for you."
Kanye West - "Wolves" - 







domenica 30 marzo 2014

Morte e vita di Bobby Z.

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Editore:
Einaudi
Anno: 1997

 


La trama (con parole mie): le cose non si sono messe certo bene, per Tim Kearney, ex marine congedato con disonore dopo aver ricevuto una croce al valore, e finito in carcere per rapina.
Ucciso a sangue freddo un membro degli Hell's Angels, infatti, Tim diventa un bersaglio, e la sua unica possibilità di evitare un'esecuzione dietro le sbarre è rappresentata da un accordo con la DEA, che vorrebbe assoldarlo per impersonare il leggendario Bobby Z, trafficante d'erba a livello internazionale sparito dai radar di chiunque da anni e morto per caso in Thailandia dopo essere stato tradito dal suo socio in affari e consegnato agli sbirri.
Kearney dovrà imparare ad essere Bobby, e rendersi disponibile ad uno scambio con il trafficante messicano Don Huertero, che è pronto a liberare un agente in cambio dell'ex imprendibile Z.
Per Tim è un'occasione da cogliere al volo, almeno per il momento: peccato non sappia che tutti, ma proprio tutti, stanno tramando alle spalle di Bobby Z per seppellire definitivamente la sua leggenda. Insieme al suo corpo esanime. 








Sono ormai passati diversi anni dalla prima volta in cui misi le mani su un libro firmato da Don Winslow: acquistai in libreria L'inverno di Frankie Machine spinto più dall'idea che Robert De Niro potesse averne acquistato i diritti cinematografici che non per la trama, e ricordo lo chiusi a bordo del Ghan, il treno che portò me e Julez da Darwin fino ad Alice Springs, ventiquattro ore nel cuore dell'Australia.
Da quel momento Don Winslow, ex investigatore e uomo dalle mille professioni, divenne un riferimento nell'ambito del crime letterario: neanche il tempo di metabolizzare la prima ed ottima esperienza, e giunse a sconvolgermi Il potere del cane, divenuto senza dubbio uno dei miei romanzi preferiti di sempre, un affresco incredibile e, ad oggi, l'assoluto Capolavoro dello scrittore.
Da quel momento la carriera del buon Don altalenò tra proposte discrete - La lingua del fuoco, La pattuglia dell'alba -, grandi exploit - Satori - e delusioni quasi cocenti - Le belve -, di fatto rendendo questo autore un imperdibile mai davvero amato fino in fondo dal sottoscritto, soprattutto rispetto al mio pupillo Lansdale e all'impareggiabile Jo Nesbo: il recupero di Morte e vita di Bobby Z, dunque, ha rappresentato un'occasione ghiotta per riconciliarmi con lo spirito delle origini di Winslow, ed ammetto che sia stato un vero piacere riassaporarlo.
Questo perchè, nonostante sia stato presentato neanche si trattasse del suo nuovo romanzo, questo crime d'inseguimento dal ritmo decisamente serrato è in realtà il secondo lavoro ad ampio respiro che lo scrittore newyorkese ormai californiano d'adozione pubblicò ai tempi, ed in quanto tale resta pervaso dall'atmosfera genuina e di pancia e fiato sospeso del già citato Frankie Machine, reso ancor più interessante da un charachter che l'autore riprenderà anche nel più recente I re del mondo - pur se marginalmente - e che riesce a portare sulla pagina una delle tematiche più care in assoluto al sottoscritto, che si tratti di Cinema, Musica o Letteratura, per l'appunto: quella dei losers in cerca di un riscatto.
Perchè è questo che incarna Tim Kearney: un loser.
Uno nato dalla parte sbagliata della città, della società, del mondo che conta.
Uno che non ha mai avuto problemi ad entrare, quanto, piuttosto, ad uscire.
Uno che fatica a controllare gli impulsi, perchè sa che chi è illuminato - si fa per dire - da una certa stella difficilmente potrà fare finta che il tempo non esista e sperare di godersela comunque.
E non è un loser da poco, il nostro ex marine. E' un tipo tosto, anche negli errori. 
Uno da battaglia e competizione.
Uno a cui non fregherebbe nulla, se non fosse per un fulmine a ciel sereno pronto a cambiare la sua vita. E non stiamo parlando di Bobby Z. Affatto.
Perchè quello è Bobby Z, la leggenda. E lui soltanto Tim Kearney, un cazzone sfigato un pò troppo instabile.
Ghiaccio e fuoco.
E non stiamo parlando neppure della DEA, dei trafficanti messicani, degli Hell's Angels.
Non stiamo parlando neppure di una di quelle donne in grado di rimescolare le carte fino a farti terra bruciata attorno.
Stiamo parlando di Kit.
Un bambino cresciuto troppo in fretta in un ambiente che non regala tempo a nessuno.
Neppure ai pesci grossi.
E Tim Kearney non è affatto un pesce grosso.
"Nel West, quando la Realtà incontra la Leggenda, vince la Leggenda", si recita nel dal vecchio Ford amatissimo L'uomo che uccise Liberty Valance.
Tim Kearney contro Bobby Z.
Realtà contro Leggenda.
In bilico su una Frontiera.
Basta un bambino, a cambiare tutto.
A trasformare il numero uno in niente, ed un perdente fatto e finito nel pezzo da novanta.
Perchè nel West, oppure no, un figlio cambia ogni prospettiva.
Ed è un piacere farsele cambiare, per quanto incasinate ed imperfette possano finire per essere.
Saranno comunque le migliori che una vita dalla parte sbagliata della città possa regalarci.




MrFord




"Welcome to the Hotel California,
such a lovely place, (Such a lovely place) Such a lovely face
plenty of room at the Hotel California,
any time of year, (Any time of year) You can find it here."
The Eagles - "Hotel California" - 


sabato 9 novembre 2013

Il collare di fuoco

Autore: Valerio Evangelisti
Origine: Italia
Anno:
2005
Editore: Mondadori




La trama (con parole mie): il Messico della Frontiera, dei colpi di stato, delle rivolte contadine ed operaie, delle schermaglie con gli USA appena usciti dalla Guerra di Secessione e con l'Europa del colonialismo raccontato attraverso un mosaico che incastra personaggi di fiction ed accadimenti reali dal 1869 al 1890, con il trionfo di Porfirio Diaz ed un regime mascherato da repubblica.
Vedove, soldati, braccianti, bandoleros, ribelli ed avventurieri incrociano vite, morti, amori e vendette che furono le fondamenta di uno degli Stati più ribollenti del Continente americano: politica ed assassinii, ideali e vita vissuta, la sottile linea che corre tra il sogno di uno stato sociale basato sull'eguaglianza e gli interessi economici della classe dirigente.




Per chi non fosse stato presente ai tempi, ricordo quanto il Messico ed uno dei romanzi di riferimento legato ai suoi certo non tranquilli rapporti con gli States - il Capolavoro Il potere del cane firmato da Don Winslow - ha finito, negli anni, per diventare uno dei pilastri letterari del Saloon, in bilico tra le atmosfere western ed il concetto di Frontiera, più che caro a questo vecchio cowboy.
Nello stesso periodo che vide esplodere la passione del sottoscritto per la saga di Hap e Leonard e per l'appena citato caposaldo di Winslow, Julez, in vista delle vacanze estive, decise di scommettere su Valerio Evangelisti e due titoli che rivelarono di fatto il talento dello scrittore bolognese anche al di fuori delle vicende legate alla figura dell'inquisitore Eymerich, suo charachter più noto: Il collare di fuoco ed il successivo Il collare spezzato - che senza dubbio in futuro farà capolino tra queste pagine -.
Il recupero del primo di questi due titoli è avvenuto soltanto quest'anno, ed è stato senza dubbio di quelli da ricordare: Evangelisti, mescolando abilmente avvenimenti realmente accaduti e legati a doppio filo alla Guerra di Secessione ed alle numerose rivolte sorte in Messico negli anni che videro passare lo scettro del potere da Juarez all'Imperatore Massimiliano, fino a Porfirio Diaz a personaggi di fiction racconta infatti l'evoluzione di un Paese lacerato nel profondo da un eccesso di passione ed ingordigia che coinvolge ogni strato sociale, e che dai sogni di uguaglianza e libertà di contadini ed operai contrappone i giochi di potere di statisti, rivoluzionari, nobili o aspiranti tali.
E dallo spietato Big Bill Henry, prima ranger e dunque sicario - affascinante il suo soprannome, El Cola, ed agghiaccianti le sue esecuzioni, neanche fossimo proiettati al Messico del traffico di droga di un secolo dopo - all'opportunista e meschina vedova Gillespie dunque Marchesa San Ramon, il lettore si trova travolto da una galleria di personaggi assolutamente imperfetti eppure inesorabilmente umani, pronti a crescere, evolvere, redimersi o sprofondare proprio come tutti noi, cercando di sopravvivere quanto e più a lungo possibile.
Pagine dedicate, dunque, alla bellezza mozzafiato del paesaggio o all'amore e alla Famiglia si mescolano con le fotografie di massacri e violenze indicibili  perpetrate nel nome di un qualche ideale usato come specchietto per le allodole, o come scusa per poter liberare la propria vera Natura.
Un romanzo fiume, impegnativo ed intenso, che richiede tutta l'attenzione del lettore travolto da riferimenti, nomi, date e circostanze, gestito alla grande da Evangelisti - che dimostra di avere il passo ed il respiro dei grandi narratori internazionali -, che approfitta con intelligenza degli stacchi - anche temporali - che separano i singoli capitoli per raccontare in poche righe del destino di charachters fino a quel momento creduti fondamentali, ed al contrario travolti dalla corrente della vita in modo clamorosamente simile a quello che, effettivamente, accade quando uomini e donne semplici si trovano al cospetto della Storia.
Una cavalcata, dunque, che forse risulterà ardua per chi non è avvezzo ai paesaggi e alle prospettive della Frontiera, ma che mostra con grande trasporto il motore vero dell'evoluzione umana: la passione.
Sia essa votata al Bene o al Male, alla sopravvivenza o all'affermazione, al Potere o alla Libertà.


MrFord


"Que dificil cantarle a tierra madre
que nos aguanta y nos vio crecer
y a los padres de tus padres
y a tus hijos los que vendrán despues."
Macaco - "Mama tierra" -


domenica 16 dicembre 2012

Breaking bad - Stagione 4

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno: 2011
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Walter White e il suo socio Jesse Pinkman sono riusciti nell'impresa di mantenere il lavoro da cuochi di meth - risparmiandosi la vita - al soldo di Gus Frings, re del pollo ed indiscusso boss della droga del Sud degli USA.
I loro guai, però, non sono finiti: Skyler, moglie di Walt, venuta a scoprire i traffici del marito, vuole a tutti i costi dare una parvenza di legalità alla loro vita acquistando l'autolavaggio all'interno del quale lo stesso Walt aveva lavorato anni prima; Frings ha intenzione di sbarazzarsi al più presto dello scomodo Mr. White, e per farlo intende fare leva proprio su Pinkman e sui dissapori che spesso e volentieri dividono i due compagni di "cucina"; il cognato dell'ex professore, agente della DEA ferito da due esponenti del Cartello messicano, comincia ad insospettirsi proprio rispetto all'apparentemente innocuo Gus, e come se non bastasse la pressione dall'altra parte del confine comincia a farsi piuttosto importante, tanto da far presagire una vera e propria guerra per il predominio territoriale.
Come se la caveranno i nostri due "eroi" in mezzo a tutto questo casino?





Cos'altro si può dire, di Breaking bad, se non che si tratta del miglior prodotto televisivo mai realizzato degli ultimi quasi dieci anni?
Raramente mi è capitato di assistere all'evoluzione di una serie tv e rimanere così strabiliato da pensare che non potesse avere nulla da invidiare ai migliori prodotti da grande schermo: gli episodi più esplosivi di Twin Peaks, l'escalation emotiva di Lost, il finale di Six Feet Under e poco altro sono riusciti, nel tempo, a lasciare questo tipo di brividi al termine della loro visione nel sottoscritto.
Breaking bad sembra essersene impadronito in sordina, agendo nell'ombra, in silenzio, quasi fosse tutto un complesso gioco di prestigio atto a distrarre il sottoscritto da quello che stava in realtà accadendo nel mio cuore di spettatore.
Una cosa simile a quella progettata, realizzata ed orchestrata ad opera di uno dei personaggi più incredibili che mi sia mai capitato di seguire: l'ex professore, genio della chimica nonchè mente criminale quasi inarrivabile Walter White.
Quando penso a lui, mi torna in mente il viaggio in Australia con Julez: nel corso della nostra tre giorni nel cuore del Kakadu National Park, tra tende e tuffi nel fiume, rane nei cessi e posti da mozzare il fiato, scoprimmo parecchio a proposito dei coccodrilli.
Ci dissero che i suddetti, oltre ad essere la specie che ha subito meno cambiamenti dai tempi della preistoria - perchè, evidentemente, così "perfetta" da non necessitare evoluzioni di sorta -, apparentemente morti o imbalsamati a prima vista, dato il loro metabolismo molto lento, decidono di muoversi per agguantare una presa soltanto nel momento in cui sono sicuri di poterla uccidere.
Se così non fosse, lo spreco di energie sarebbe troppo, per un fisico come il loro.
Ed eccolo lì, Walter White.
Un coccodrillo.
Un uomo apparentemente innocuo, fragile, addirittura piagnucoloso.
Uno che nel grande oceano del crimine potrebbe giusto fare la parte del pesce piccolo.
Un topo di laboratorio il cui genio potrà valere soltanto fino a quando saranno i suoi capi a decidere che vale.
Ed ecco l'errore fondamentale. Si finisce per sottovalutarlo.
Un pò come Breaking bad, che parte sempre in sordina, quasi non si curasse troppo del pubblico, e si limitasse a raccontare spezzoni di vite assurde non tanto perchè in relazione con una vita criminale, quanto perchè governate da un'assoluta e grottesca mancanza di un perchè.
E invece Breaking bad è l'incarnazione perfetta del suo protagonista. E viceversa.
E proprio quando sei lì tranquillo a goderti l'ennesimo minerale di Hank, o il progressivo naufragare molto poco dolce in un mare di noia di Jesse Pinkman - spalla straordinaria, interpretata da un Aaron Paul a dir poco fenomenale -, senza il minimo preavviso, arriva.
Con uno schiocco secco.
E tu resti lì, fermo tra le sue fauci: abbattuto, divorato, sconvolto.
Il coccodrillo ti ha mangiato, e non si ha neppure la certezza che possa versare almeno qualcuna delle sue proverbiali lacrime.
E non ci sono parole per descrivere la sensazione lasciata dalle sue fauci, dai denti che hanno scavato ogni secondo di un climax strepitoso e di un finale che lascia attoniti, sconvolti dall'abilità di scrittura, interpretazione, regia ed emozione di quello che, senza dubbio, è un vero Capolavoro del piccolo schermo.
Non ci sono altre parole per descrivere Breaking bad.
O Walter White.
E non c'è una soluzione diversa dal farsi masticare, inghiottire e digerire dalla letale creatura di Vince Gilligan, una delle cose più grandi mai apparse su questi schermi.
Se pensate che sia esagerato, che scherzi o che sia preda di uno dei miei post più "emotivi", lasciate che vi dica una cosa: se potessi, vi direi di stare alla larga, da questo "caimano".
Perchè quando decide di muoversi, per voi è troppo tardi, e scoprite di non avere più scampo.
Il fatto è che non posso.
E che non voglio.
Perchè tutti dovrebbero vedere Breaking bad almeno una volta nella vita.
E scoprire quanto sia terribilmente strabiliante godere nell'essere mangiati.


MrFord


"One look could kill
my pain, your thrill
I want to love you, but I better not touch (Don't touch)
I want to hold you but my senses tell me to stop
I want to kiss you but I want it too much (Too much)
I want to taste you but your lips are venomous poison
you're poison runnin'thru my veins
you're poison, I don't want to break these chains."
Alice Cooper - "Poison" -


lunedì 30 luglio 2012

Puerto escondido

Regia: Gabriele Salvatores
Origine: Italia
Anno: 1992
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Mario Tozzi lavora in banca, è single e ha un debole per le apparenze di lusso e gli status symbol figli della Milano da bere. 
Quando, per un caso fortuito, assiste ad un omicidio compiuto dal Commissario Viola, un poliziotto corrotto, le cose per lui si complicano assumendo le tinte fosche di un noir.
L'uomo è così costretto a rifugiarsi in Messico abbandonando la sua vita precedente, finendo a vivere in una capanna su una spiaggia insieme ad un altro fuggitivo di professione, lo scombinato Alex, che diviene il suo migliore amico dopo aver tentato di fregarlo.
Quando la donna di Alex, Anita, si unirà al duo, il gruppo finirà per cercare di concludere un losco traffico prima di trovarsi di nuovo nei guai con la legge ed il redivivo Commissario, partito per il Sud America alla ricerca di Mario.





In questo periodo di ritmi lenti e soffusi, in bilico tra l'afa e temporali troppo brevi per placare la morsa dell'estate, mi trovo spesso e volentieri a ripensare agli anni in cui buona parte della mia giornata, in questo periodo, era destinata ai film: complici le prime partenze degli amici del parco, le mattinate legate alle vhs diventavano intere giornate spese un fotogramma dietro l'altro in modo che il momento del mare e delle vacanze estive vere e proprie fosse ad ogni visione un pò più vicino.
Mediterraneo, titolo di punta di Salvatores che mi aveva già conquistato, aprì la strada al primo film post-Oscar del regista, un Puerto Escondido che vidi la prima volta senza sapere esattamente cosa aspettarmi, e che mi spiazzò fin dalle prime sequenze per l'ambientazione - un'invernale e nebbiosa Milano - e le vicissitudini del protagonista - preso a colpi di pistola in apertura -: allora ricordo che rimasi non poco deluso dal risultato - specie considerato il precedente più che illustre -, trovandomi di fronte una commedia d'avventura e di viaggio che pareva non riuscire ad avere una direzione precisa e di certo risultava vittima di una versione macellata in fase di distribuzione - come fu per lo stesso Mediterraneo, per anni reperibile con un buon quarto d'ora in meno rispetto al minutaggio originale - che rendeva alcuni passaggi della sceneggiatura improvvisati e nebulosi più di quanto già non fossero.
Con il trascorrere degli anni e le numerose visioni - recupero della durata originale compreso -, invece, devo ammettere di avere apprezzato sempre più questo scombinato ed estemporaneo thriller comico basato completamente sull'idea di orizzonti da ritrovare - geograficamente e non solo - e la volontà di reinventarsi ripartendo da capo, buttato tutto sulle spalle di Diego Abatantuono e le sue gag - che potranno anche non piacere, ma che ho sempre trovato divertentissime -, che scovarono in Claudio Bisio - in uno dei suoi primi ruoli da quasi protagonista - la spalla perfetta, dall'esordio come rivali alle vicissitudini legate al peyote e alla carriera di manager di galli da combattimento - mitico Tyson -.
L'esplorazione del Messico, seppur descritta con il piglio da alternativo soft tipico del regista - che, al contrario, di radical chic non ha proprio nulla, quando gli si è a tu per tu -, risulta interessante ed improvvisata quanto potrebbe apparire ad un qualsiasi disorganizzato turista - o fuggiasco - abituato a determinati lussi e condizioni catapultato in una realtà in cui le dimensioni della vita sono profondamente differenti: certo, le società cui si fa riferimento sono cambiate, e a vent'anni di distanza il ritratto della terra dei sombreros pare decisamente fuori tempo massimo, eppure il concetto alla base funziona, e condito dal tentativo di rendere la storia non soltanto una rimpatriata tra amici - come fu per il mitico Marrakech Express - non può che divertire il pubblico fornendo gli spunti per qualche riflessione sulla maturità che avanza ed il ruolo che abbiamo - o vorremmo avere - nel mondo.
Per tornare agli esuli di Meghisti, verrebbe da dire che anche nel caso di Mario ed Alex - ma perchè no, anche Anita ed il Commissario Viola - tutto si riduce a "quell'età in cui non si è ancora deciso se perdersi per il mondo o mettere su famiglia", e che non si può mai dire a cosa può portare anche una serie di vicissitudini che hanno tutta l'apparenza di non essere per nulla positive.
Puerto Escondido, in qualche modo, è stato - ed è - per il sottoscritto un piccolo rifugio perfetto per questa stagione, senza alcuna pretesa - sarebbe stato assurdo averne avute - e quel piglio raffazzonato e guascone che è uno dei tratti migliori di un certo Cinema made in Terra dei cachi, in grado di dare la perfetta rappresentazione di noi italiani tutto cuore e disorganizzazione schiacciati da una nebbia che, a volte, vorremmo si diradasse e lasciasse spazio ad una sorta di estate senza fine, un "Messico e nuvole" che non sia più soltanto cantato, ma che, tra una tequila ed una risata, ci regali la possibilità di essere liberi di diventare quello che avremmo sempre sognato.
O chissà, quello che non sapevamo di poter diventare.


MrFord


"Messico e nuvole il tempo passa sull'America
il vento suona la sua armonica,
che voglia di piangere ho 
Messico e nuvole la faccia triste dell'America
il vento insiste con l'armonica,
che voglia di piangere ho."
Enzo Jannacci - "Messico e nuvole" -


 

venerdì 22 giugno 2012

Sotto il vulcano

Autore: Malcolm Lawry
Origine: Uk
Editore: Feltrinelli
Anno: 1947




La trama (con parole mie):  è il 2 novembre 1938, e siamo nel cuore del Messico delle rivoluzioni, delle feste dei morti, dei campesinos e degli europei in esilio o esplorazione.
Geoffrey Firmin, console britannico dedito all'alcool ritrova la compagna Yvonne, partita con l'intenzione di lasciarlo tempo prima e tornata per salvare il loro matrimonio.
Ad accompagnarli in una giornata filtrata da bevute, corride, silenzi della Natura e caotiche spirali tutte figlie dell'Uomo, il fratello del console Hugh, giunto dagli Stati Uniti: il loro viaggio alla scoperta della geografia fatta di visioni e solitudini che si sviluppa sotto i vulcani messicani diviene un'epopea di ricordi e speranze che si mescolano incessantemente, una disperata dichiarazione d'amore ed una lettera d'addio intrisa di passione, sudore e lacrime.




Esistono romanzi che si guadagnano la loro lettura, un pò come a volte capita con film così impegnativi da apparire, più che visioni, imprese eroiche dello spettatore: in questo senso, mi torna sempre alla mente il meraviglioso L'infanzia di Ivan di Tarkovskij, novanta minuti scarsi, che ad ognuna delle quattro visioni che gli ho concesso nel corso della mia vita è riuscito a dilatare il tempo apparendomi più o meno come avesse lo stesso minutaggio di Via col vento.
Sotto il vulcano, uno dei romanzi cult più ammirato ed incensato della letteratura inglese del novecento, è diventato per il sottoscritto un caso molto simile a quello del film del regista russo: quattrocento pagine così dense ed apparentemente sconnesse da farmi ricordare Dostoevskij come se fosse più o meno un autore per bambini, in grado di spezzare il ritmo di lettura quanto e più di romanzi densi come petrolio come Suttree del mio adorato Cormac McCarthy.
Dall'altra parte, però, è impossibile non riconoscere i lampi di genio assoluti che Lawry è in grado di regalare quasi celandoli tra una visione e l'altra dei suoi tre protagonisti: le lettere di Yvonne, la corrida ed il mescolarsi di presente e passato, le vite di Geoffrey, Hugh e della stessa Yvonne, la geografia di un piccolo paesino dell'entroterra messicano che diviene passo passo un personaggio vivo e presente, vero e proprio collante del romanzo, lasciano ammirati per la loro sconvolgente bellezza, ed una padronanza del mezzo letterario gigantesca pur se a tratti persa in un flusso di coscienza che pare incontrollato ed incontrollabile.
In questo senso, Lawry è riuscito nell'impresa di scrivere il romanzo perfetto per interpretare la sbronza nel senso più filosofico del termine, e nessuno che non abbia mai provato l'ebbrezza della progressiva perdita di coscienza legata all'alcool riuscirà mai a lasciarsi andare ad un'opera come questa, se non associandola ad una sorta di capogiro in loop: Geoffrey ed il suo peregrinare fatto di anis, tequila e mescal, il mondo che pare scomparire e rinascere, dettagli apparentemente insignificanti che divengono d'improvviso il fulcro per viaggi in altri luoghi, ritratti di persone che paiono vivere, esistere ed avere un senso soltanto lungo quel confine invisibile che divide la sbronza dalla lucidità, il mondo di chi conosce questo lato oscuro e seducente, i suoi demoni e le sue fate e di chi, invece, come in attesa su una banchina, vede allontanarsi i figli di questa mitologia apparentemente inspiegabile senza cogliere il senso del loro abbandonarsi ad una corrente magica e terribile, in grado di mostrare il peggio ed il meglio di chi si disseta con il suo nettare, concedere la forza per andare oltre ogni confine o stroncare ogni resistenza, e non lasciare altro che ceneri.
Proprio come un vulcano, che esplode in tutta la sua potenza senza curarsi di quello che distrugge attorno.
E nell'attimo che precede l'eruzione, ci si trova come ipnotizzati da una sorta di bellezza ancestrale, incapaci di muoversi, ad attendere che la lava spazzi via tutto quello che incontra, lasciando che restino ricordi cristallizzati sotto la crosta di una ferita troppo profonda: sotto il vulcano si muore, per l'appunto.
Eppure, nella cronaca struggente di quest'epopea malinconica, nella storia destinata a finire di Geoffrey e Yvonne, nelle gesta sempre troppo lontane di Hugh, c'è tutta la meraviglia di una vita vissuta fino all'ultimo goccio di ogni dannata bottiglia, a scoprire un mondo che, forse, deve soltanto essere imbrigliato come un puledro impazzito in un rodeo, o mostrato anche nelle sfumature che possono fare paura a tutti quelli abituati a salutare nel momento di una partenza, senza mai pensare che, in realtà, il viaggio potrebbe coinvolgere anche loro.
Questa è la magia clamorosa di questo romanzo, che andrebbe gettato nel fuoco o abbandonato come quando, nel pieno dell'hangover, si giura che non si berrà mai più, e ripreso la volta successiva, riscoperto, riletto, riassorbito, assaporato anche una pagina alla volta, senza badare troppo ai numeri o al resto delle nostre esperienze di lettori.
Questo è il potere di una delle forze più grandi della Natura, che libera il suo fuoco direttamente dal cuore della Terra, e lo fa esplodere nel cielo affinchè cambino - almeno fino al giorno dopo - tutte le nostre geometrie astronomiche, di mente e di cuore.
Questo è stare sotto il vulcano.
Vivere, farsi male, prendere tutto quello che si può, perderlo, e poi tornare a vivere di nuovo.
Fino a morire di quella stessa vita.
E a volte, chissà, potrà anche capitare di portare così tanto fuoco dentro da sentirsi così in alto da non vedere alcuna banchina, e avere attorno solo cielo e sogni, come se la lava non potesse toccarci.
Prima di tornare al nostro piccolo posto di comuni marinai mortali.
Sotto il vulcano.
Che è dove voglio essere, voglio stare, voglio vivere, voglio morire.
Cheers, Mr. Lawry.
Hai tu l'onore del bicchiere della staffa.


Dedico questo post a mio fratello Dario, cui devo la scoperta di questa incredibile esperienza.
Io e te, brotha, sotto e sopra il vulcano. Sempre.


MrFord


"Flew into existence, just a sweet bird of youth.
hugged my friends on the pavement,
hid my dreams on the roof.
wrapped in a blanket from the national health.
It isn't money but then what is wealth?"
Pretty things - "Under the volcano" -



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