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domenica 3 aprile 2016

Infinite Jest

Autore: David Foster Wallace
Origine: USA
Anno: 1996
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): siamo dalle parti di Boston in un futuro prossimo in cui Stati Uniti, Canada e Messico sono riuniti sotto un'unica bandiera, e tra tennis, aneliti indipendentisti del Quebec ed un film che porta al piacere fisico estremo chi lo guarda e ci si perde, assistiamo alle vicende della famiglia Incandenza, pronta a rimbalzare tra una stranezza e l'altra, un futuro da star della racchetta ed un bong di colore imprecisato, quello che era e quello che potrebbe essere.
Ma cosa mostra questo "Infinite Jest" pronto a ribaltare le regole di qualsiasi cosa, ed a rapire inesorabilmente chi se ne ritrova preda?
Riusciranno i protagonisti di questa epopea a trovare una risposta? E sarà una risposta sensata, o un tentativo fuori da ogni schema di trovare un senso ad una vita sempre e comunque troppo complicata?










In tutta onestà, è la seconda volta che capita nel corso della mia vita di lettore.
Di norma, anche nei casi in cui mi trovo di fronte a qualcosa che azzecca poco con le mie corde, tiro dritto e mi faccio forza fino alla fine, sicuro del fatto che, in un modo o nell'altro, la fatica sarà ripagata.
Curioso che, come la prima volta, accada con un romanzo che è considerato un cult imprescindibile, uno di quei titoli che andrebbero letti almeno una volta nella vita, senza se e senza ma: ai tempi fu Il signore degli anelli la vittima sacrificale del sottoscritto, nonostante tre - e dico tre - tentativi differenti di superare la noia terribile della prosa troppo descrittiva di Tolkien facendomi forza grazie ai personaggi e ad una cornice che ho sempre apprezzato, senza successo.
A questo giro di giostra, è stata la volta di Infinite Jest, celebratissimo titolo che valse a David Foster Wallace l'appellativo di genio assoluto della narrativa americana, di recente tornato alla ribalta grazie all'ottima visione di The end of the tour, che, come scrissi nel post dedicatogli, riuscì non solo a solleticare la curiosità rispetto alla lettura di questa pietra miliare, ma anche il desiderio sopito del sottoscritto di rimettermi alla tastiera per scrivere qualcosa che non sia una recensione: le aspettative, dunque, in proposito, erano molto alte, la curiosità molta, il desiderio di confrontarmi, dopo Il Cartello, con un altro volume imponente, pressante.
Peccato che, a conti fatti, si sia rivelato tutto come un gigantesco buco nell'acqua.
Personalmente, non ho nulla contro Wallace, la sua indubbia proprietà di linguaggio e la straordinaria cultura pronte ad eruttare ad ogni pagina, alla fantasia grottesca o al coraggio di lavorare ad un'opera così complessa e scombinata, eppure anche solo arrivare a centocinquanta pagine scarse sulle mille totali si è rivelata un'impresa pressochè impossibile e fantascientifica, che ho dovuto abbandonare per non torturarmi continuamente con il pensiero dello spreco di tempo e lettura che sarebbe stato dedicare ad Infinite Jest almeno un altro paio di mesi - considerato il ritmo con il quale stavo procedendo - di viaggi avanti e indietro dal lavoro.
E ad ogni secondo di quest'impresa fallita, ho continuato a rimuginare sull'effetto provocato dalle sbronze di parole di Wallace a quello della stessa matrice firmato Bukowski, autore molto legato al grottesco che qui al Saloon ha un posto d'onore: se, infatti, da un lato l'inquietudine esistenziale del buon David ha assunto le sembianze di una sorta di mostro composto per un quarto da una donna in periodo mestruale, per un altro da un professore radical e sbomballato, dunque dal tuo compagno di liceo rimasto ai tempi delle (troppe) canne all'intervallo e dalla sensazione di perdersi talmente tanto in se stessi da essere impossibilitati a vivere il mondo all'esterno, dall'altro il mitico Hank è sempre stato in grado di farmi percepire una vitalità incontrollabile, una voglia di azzannare, mangiare, sputare, leccare le cose da farmi sentire la Natura animale dritta nel profondo del cuore.
Per limiti miei, dunque, del mio approccio e della formazione che mi ha condotto dall'adolescenza dei pipponi ad ora, non credo di essere in questo periodo della mia vita in grado di poter dedicare altro, al vecchio Wallace, se non le bottigliate delle grandi occasioni, ed un brindisi alla liberazione da quella che pareva, senza se e senza ma, una prigionia da lettura in grado di non farmi neppure lontanamente godere di quello che è uno dei miei grandi piaceri quotidiani.
Questo, con ogni probabilità, mi costerà l'ingresso nei circoli letterari più cool della blogosfera e non, nei caffè da reading alternativi e via discorrendo, ma volete sapere una cosa?
Non me ne importa un bel cazzo.
Preferisco recuperare una bella bottiglia, tornarmene a casa, scolarmela tutta dopo essermi ingozzato a tavola, sdraiarmi sul divano e meditare su quel tipo che cercava di farsi un pompino da solo e, non riuscendo nell'impresa, sentenziava: "Possono essere due centimetri o anni luce, ma il risultato è dannatamente lo stesso".
Quanto ha ragione.




MrFord





"I wanna tell you a story about an acrobat. it's a funny situation I'm going to explain. in a nutshell he had sat on a chair's hind two legs badaboom! Because of a Lego brick he's dead. So what? So strange? It was only a game. Does it seem strange?"
Jarvis - "Badabap the parrot" -







venerdì 19 febbraio 2016

Il piccolo principe

Regia: Mark Osborne
Origine: Francia
Anno: 2015
Durata: 108'






La trama (con parole mie): una ragazzina appena trasferitasi in una nuova casa con la madre pronta a progettare l'intera vita della piccola a partire dall'ingresso in un prestigioso istituto scolastico, scopre di avere come vicino di casa un vecchio e strambo aviatore, pronto a raccontare favole, immaginare mondi lontani, raccontare di viaggi e far decollare aeroplani in giardino.
Dopo un turbolento primo incontro e nonostante le resistenze della genitrice e dell'ordine costituito, la ragazzina comincia ad essere affascinata dal modo di pensare del vicino, lontano dagli schematismi e dalle regole del mondo in cui lei è cresciuta e pronto a raccontarle la storia del Piccolo Principe, che lasciò il suo asteroide e la rosa che amava per scoprire l'universo e se stesso, fino a conoscere proprio l'aviatore che ne racconta le gesta.
Cosa accadrà, dunque, quando l'esempio dell'aviatore influenzerà il modo di porsi della ragazza rispetto alla società e alla crescita?










A volte, soprattutto ora che sono genitore, finisco per invidiare - e non poco - l'approccio assolutamente unico e privo di condizionamenti e preconcetti dei bambini, lontani non solo dal modo di pensare, ma anche di agire, di noi adulti: allo stesso modo, la consapevolezza che si acquisisce giorno dopo giorno ed esperienza dopo esperienza riesce, dall'altra parte, a permetterci di proteggere, di fatto, noi stessi e chi amiamo, senza trovarci privi di difese rispetto ad un mondo che non sempre è pronto a regalarci solo sorprese positive.
La chiave della felicità, in questo senso, potrebbe davvero risiedere nella capacità di mantenere una certa ingenua curiosità e voglia di buttarsi a capofitto nelle cose sbattendosene di regole ed imposizioni nonostante la vera o presunta saggezza della maturità: probabilmente, nella Storia della Letteratura non esiste un'opera in grado di tradurre questo concetto meglio de Il piccolo principe, che io lessi - rimanendone conquistato - già adulto quando me lo regalò quella che considero la prima, vera fidanzata importante del sottoscritto oltre le cottarelle tipiche dell'adolescenza pronte a risolversi entro un paio di mesi dalla loro esplosione.
L'approccio di Saint Exupery alla vicenda del Piccolo principe e la storia personale dell'autore - che non solo fu aviatore, ma scomparve in volo quasi avesse deciso di partire per un mondo lontano e sconosciuto - poteva rappresentare un rischio - e neppure da poco - per un lavoro cinematografico, anche perchè, di fatto, quel piccolo libretto dice già tutto quello che si potrebbe dire sull'argomento, nel modo più semplice possibile: Mark Osborne, già regista del primo Kung Fu Panda - dunque, eroe imperituro qui al Saloon se non altro per la gioia del Fordino -, con un budget notevole, un comparto tecnico ottimo ed uno spirito che omaggia e rispecchia quello dell'autore dell'opera originale, riesce nell'impresa di regalare al pubblico grande e piccolo una parentesi commovente e piacevole mescolando cose come Up! - pur non raggiungendone i livelli - allo spirito da "cogli l'attimo" de L'attimo fuggente, sfruttando la storia del Piccolo principe rimodellandola in modo da poterne fornire un'interpretazione ad un tempo rispettosa e moderna, in grado di stuzzicare corde importanti per il pubblico adulto - il ruolo della madre della protagonista, l'anziano aviatore o il Piccolo principe "invecchiato" neanche fosse il Peter Banning di Hook - e quello giovane - la ragazzina, la volpe, lo stesso aviatore -.
La resa estetica è notevole, ottimi i passaggi dalle pagine della favola del Piccolo principe ed il "mondo reale" della protagonista, il ritmo scorrevole, il contrasto tra i colori della fantasia ed il grigiore della realtà efficace nel rendere lo spirito del charachter e del suo autore: ma è, come per il romanzo, l'emotività a fare la parte del leone nel corso della visione, l'elogio del naif tipico dell'infanzia ma anche dell'addomesticarsi che è figlio della crescita ed inevitabilmente doloroso, perchè nonostante l'istinto di sopravvivenza, fondamentalmente, conduce ognuno di noi ad abbassare le proprie difese.
Del resto, come da bambini, è bello ogni tanto sbucciarsi le ginocchia, se è per una causa più grande come un'avventura indimenticabile, un mondo nuovo da esplorare o un amico da scoprire e conoscere.
E di certo, per quanto strano possa suonare, finisce per proteggerci più di quanto non faccia un programma definito nel minimo dettaglio.





MrFord





"Well when I see my parents fight
I don't wanna grow up
they all go out and drinking all night
and I don't wanna grow up
I'd rather stay here in my room
nothin' out there but sad and gloom
I don't wanna live in a big old tomb
on Grand Street."
Tom Waits - "I don't wanna grow up" - 






martedì 16 febbraio 2016

Il cartello

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Anno: 2015
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): sono passati anni dalla fine della battaglia tra Art Keller, agente della DEA, e Adàn Barrera, boss del narcotraffico, due caratteri forti, due ex idealisti cresciuti insieme in Messico e divenuti nemici giurati. Dopo aver incastrato Barrera ed averlo costretto al carcere, Keller ha lasciato i suoi incarichi e si è trasferito in un monastero, dove vive nella tranquillità e passa le giornate tra preghiera e la cura delle api. Quando alla DEA giunge la notizia che Barrera, dopo una breve permanenza nel carcere di massima sicurezza di Puente Grande, è clamorosamente evaso sfruttando i suoi contatti politici per tornare a gestire il traffico di droga in  tutto il Messico costruendo una nuova rete ed una nuova alleanza con gli altri boss, mettendo una taglia sulla testa di Keller, che reputa responsabile di tutte le sue sventure, compresa la morte della figlia disabile Gloria, che fu la leva che Art sfruttò per incastrarlo tramite l'ex moglie, le regole del gioco cambiano.
Ha così inizio una nuova guerra.
Reintegrato dalla DEA ed al lavoro in Messico, Keller inizia così l'ennesimo faccia a faccia a distanza con Barrera che lo condurrà ad una lotta lunga otto anni, che vedrà boss salire alla ribalta e cadere, innocenti morire, funzionari farsi corrompere o essere uccisi da eroi accanto a giornalisti e uomini e donne forti solo della loro volontà di opporsi al Cartello.
Ma chi rappresenta davvero il Cartello?














Nel corso della mia vita di lettore ho avuto - così come per la Musica ed il Cinema - molti grandi amori e fasi in cui attraversavo o esploravo un genere prima di spostarmi ad un altro: rispetto agli stessi Musica e Cinema, però, la Letteratura ha finito per delineare un panorama ben definito di quelli che sono stati davvero i romanzi della mia vita, da Cent'anni di solitudine a Io sono leggenda, passando per 1984 e Il potere del cane.
Quando, sei anni fa, mi tuffai nella lettura di quello che era considerato - giustamente - il Capolavoro di Don Winslow, venivo dall'ottima esperienza de L'inverno di Frankie Machine, e pensavo che il vecchio Don avrebbe potuto fissare uno standard che, da queste parti, in tempi recenti hanno raggiunto e guadagnato solo i miei favoriti, da Lansdale a Nesbo: ma Il potere del cane era qualcosa di più.
Non solo un'epopea terribile e dolente legata al mondo del narcotraffico, ma un vero e proprio mosaico di vite da una parte e dall'altra della barricata della Legge pronte a giocarsi tutte le loro carte per compiere una missione, affermare il proprio potere, lottare per la Giustizia, o semplicemente vivere la propria vita: charachters come Sean Callan o El Tiburon resteranno per sempre impressi nella mia memoria, così come l'impatto emotivo che alcuni passaggi di quel libro straordinario ebbero sul sottoscritto.
Quando, mesi fa, venni a sapere che - peraltro in contemporanea con Honky Tonk Samurai di Lansdale - sarebbe uscito Il cartello, sequel de Il potere del cane ambientato anni dopo lo scontro tra l'ormai ex agente della DEA Art Keller ed il fu patron del narcotraffico messicano Adàn Barrera, mi trovai come in bilico: da un lato, l'emozione per quello che poteva rivelarsi come il ritorno del Winslow migliore, una possibilità di raccogliere l'eredità de Il potere del cane e renderla ancora più grande, dall'altra il timore che potesse non rivelarsi all'altezza.
Quando ho chiuso la quarta di copertina per l'ultima volta, un paio di giorni fa, dopo una cavalcata di novecento pagine senza un solo secondo di respiro, non ho avuto alcun dubbio: Il cartello è un Capolavoro, forse addirittura superiore ad un predecessore tanto illustre.
Winslow, mai così in forma, costruisce qualcosa di talmente grande in termini di lavoro sui personaggi, evoluzione degli stessi, incroci temporali e geografici, fiction e realtà - per quanto, infatti, si tratti di un'opera di fantasia, è chiaro che l'ispirazione alle vicende narrate sia indissolubilmente legata alla realtà messicana dei numerosi drammi legati al narcotraffico ed alla lotta allo stesso, o presunta che sia, del governo di Città del Messico ed americano -, da far impallidire qualsiasi scrittore o aspirante tale, riuscendo a mantenere un equilibrio perfetto in grado di mostrare, per dirla come Keller, "tutte le infinite sfumature di grigio che passano tra il bianco ed il nero quando si tratta di uomini", portando il lettore ad odiare profondamente gli atti di violenza e crudeltà mostrati e ad un tempo lasciando spazio anche all'umanità decisamente profonda di uomini di legge - lo stesso Keller, Roberto Aguilar, Orduna - e criminali - Jèsus the kid, Crazy Eddie Ruiz, Adàn Barrera -, con i loro alti ed i loro bassi, le vittorie ed i fallimenti, le parole d'onore ed i tradimenti.
Ma Il cartello non è solo un grandioso romanzo crime, o una delle opere più importanti mai realizzate sulle vicende del narcotraffico - in alcuni momenti, mi è parso che potesse fare apparire la recente e celebratissima Narcos come una cosa per bambini -, ma anche e soprattutto un grido di denuncia, una lettera da brividi a tutti coloro che si sono resi responsabili di ogni morte al di fuori della guerra stessa: famiglie, amici, mogli, mariti, vecchi, donne e bambini, giornalisti e coraggiosi che non hanno voluto accettare una realtà che li ha visti perdere città che amavano, persone che amavano, un Paese che amavano a causa degli interessi dei trafficanti, di chi da loro la caccia e dei governi che manovrano o sono manovrati dagli stessi.
Storie come quella di Pablo Mora, della Medica Hermosa, di Jimena sono lo specchio di un Messico che è stato segnato nel corpo e nell'anima da ogni atto di violenza gratuita, dalla corruzione, dal "tutto cambia per non cambiare", e che ha messo a tacere chi non aveva voce o la forza per zittire quella degli altri: una denuncia amara anche per chi, come lo stesso Keller, nel profondo sa di fare parte di un Cartello del quale il narcotraffico e la guerra che genera sono solo una sfumatura.
Una delle tante che passano tra il bianco ed il nero lungo il confine tra Messico e USA.
Su questa Terra.
Nel nostro cuore.





MrFord





"There's a time to keep it up
a time to keep it in
the Indian is told
the cowboy is his friend
you know that I can breathe
even when I cheat
should should've been over for me
no angel came."
Tori Amos - "Juarez" - 






venerdì 15 maggio 2015

La vera storia del pirata Long John Silver

Autore: Bjorn Larsson
Origine:
Svezia
Anno:
1995
Edizione: Iperborea





La trama (con parole mie): il pirata John Silver, detto Long, detto Barbecue, tra i protagonisti de L'isola del tesoro, raccontato attraverso la "sua" penna per quelle che sono state le gesta dell'intera esistenza di uno dei fuorilegge del mare più noti della Letteratura, dalla giovinezza ed i primi incarichi sulle coste britanniche alla schiavitù, dal cervello affilato come un rasoio alle battaglie più cruente, dai viaggi per mare accanto al feroce capitano Flint alla famigerata Isola del tesoro, fino alla vecchiaia passata a ricordare i tempi che furono, e celebrare l'inno alla vita che ha caratterizzato l'intera sua esistenza.
Crimini contro l'umanità ed un'umanità fin troppo pronunciata per una delle epopee più ribollenti e vitali raccontate su pagina, dalle Indie ai Caraibi, passando per il Madagascar e l'Africa, in bilico tra Storia e Fiction.








Chiunque mi abbia conosciuto una volta alle spalle la sbornia adolescenziale legata al mantra "meglio bruciare subito che spegnersi lentamente" sa bene che, quando si parla di esperienza e di esistenza, mi mostro più deciso che mai: non ho alcuna intenzione di morire prima dei centotre anni - almeno - e da qui dovranno venire a strapparmi mentre mi aggrapperò con le unghie e con i denti a qualsiasi cosa avrò davanti in quel momento.
Ho sempre amato vivere, più di ogni altra cosa e da prima ancora di saperlo.
E quanto incontro opere come La vera storia del pirata Long John Silver, non posso che tributare omaggio e rendermi conto di quanto nel profondo siano in grado di toccarmi.
Era dai tempi di Barry Lyndon, infatti, che non provavo una tale empatia per un personaggio di fiction.
Questo perchè, a prescindere dall'ambientazione piratesca - che comunque mi si conface -, dai crimini, dai luoghi geografici e qualunque cosa ci si possa mettere di mezzo - non ultimo il fatto che, senza ombra di dubbio, John Silver sia l'incredibile, straripante parto della fantasia di Robert Louis Stevenson riportato alla grandezza da Bjorn Larsson, autore di un romanzo che andrebbe assegnato nelle scuole come fratello di sangue del suo Classico predecessore, di cui parlerò domani - ho sentito questo romanzo d'avventura ed il suo spirito sotto la pelle, quanto e più che se l'avessi scritto, e ancora oltre, vissuto per essere raccontato su pagina.
In fondo, a prescindere dagli aneddoti e dalle cronache delle vicissitudini di quello che, forse, è il miglior pirata letterario di sempre, dalla gamba amputata e l'origine del soprannome Barbecue ai guanti indossati per evitare di essere riconosciuto come marinaio, la questione è che ho sentito Long John Silver così vicino da essere felice di leggere le "sue" righe come se fossi stato io a metterle su pagina, come se fosse quella la mia vita.
Ed è proprio la vita, il cardine dell'intesa che, fin dai primi capitoli, ha reso questa lettura la più straordinaria degli ultimi anni, a dispetto di Nesbo, Lansdale, McCarthy, Winslow e tutti gli autori che ho più amato: se dovessi pensare a qualcosa in grado di toccarmi allo stesso modo, dovrei tornare indietro al Capolavoro Il potere del cane, o a Meridiano di sangue, e non renderei ad ogni modo l'idea.
Questo è inequivocabilmente il mio romanzo.
John Silver, con la sua strenua volontà di rimanere in vita, sempre e comunque, e vivere il più possibile, è il ritratto dell'umanità che io stesso apprezzo di più, e cerco di applicare alla mia esistenza un giorno dopo l'altro: dagli uomini di saldi principi agli approfittatori, passando per tutti quelli che, purtroppo per loro, non si rendono neppure conto della fortuna occorsa capitando da queste parti per avere l'occasione di intraprendere un viaggio straordinario come quello che tutti noi abbiamo la possibilità di intraprendere, nessuno ha il potere di godersi ogni giorno come gli individui della risma di questo viaggiatore perenne.
John Silver è passione, energia, voglia incontrollata di non arrendersi neppure di fronte all'evidenza o alla sconfitta: una voce ed un approccio da inferi ed un sorriso sardonico ed irresistibile pronti ad essere sfoggiati all'occorrenza, una resistenza senza pari, la voglia di compiere sempre un passo oltre, come se ogni giorno fosse una preda da azzannare alla gola, e sfruttare dal primo all'ultimo secondo.
Ed io adoro John Silver.
Io sono John Silver, se non fosse che, se non all'occorrenza o all'ordine di qualche capitano, lui cerchi sempre di evitare l'alcool, e rimanere lucido abbastanza per cavarsi da qualsiasi impiccio.
Come lui, trovo che considerare la vita un peso sia un peccato mortale, così come annoiarsi o ritrovarsi imprigionati dal non fare nulla.
Sono un ingordo, un peccatore, uno che non ne ha mai abbastanza.
E John Silver è l'emblema di tutto questo.
John Silver che preferisce un cappio al collo ma le spalle libere, sempre.
Che non si farà mai eleggere capitano, perchè l'unica persona che potrà e dovrà avere il potere di destituirlo deve essere John Silver stesso, e non un consiglio, o un gruppo di possibili avversari assetati di potere e ricchezze, o anche di amici e compagni.
John Silver che, come il sottoscritto, si attaccherebbe alla vita con le unghie e con i denti, vendendo cara la pelle come spero un giorno di fare di fronte a me stesso, a chi amo e a chiunque possa o non possa esserci dall'altra parte.
Quello che è certo, è che vorrei davvero trovarmi in quello che molti sperano possa essere il paradiso per prendermi gioco di chi pensava che non ci sarei mai arrivato, e di esserci arrivato con tutta la fatica che quelli come questo vecchio cowboy ed il più vecchio e scaltro Long John possono aver compiuto in questo senso.
E salutare i beati con una risata beffarda, perchè si troverebbero tra le mani una bomba pronta ad esplodere, il catalizzatore degli istinti più bassi e non dichiarati di ognuno di loro.
Quando ho chiuso questo libro ho pensato immediatamente a quanto avrei assaporato ogni parola del post e della recensione, quanto sentita sarebbe stata, quanto incredibilmente importante avrei dichiarato fosse stato questo viaggio: eppure mi rendo conto che non ci sono possibilità di trasmettere quello che La vera storia del pirata Long John Silver mi ha regalato.
Perchè questo straordinario romanzo si può soltanto vivere sulla pelle.
E condividere e godere a fondo soltanto se, nello spirito, si nutre una sorta di comunione d'intenti con il vecchio Barbecue: che, a ben guardare, è la più semplice del mondo.
Vivere.
Sempre e comunque.
A qualsiasi prezzo.
Tranne la libertà.
Tranne l'essere se stessi.
Tranne godere della vita stessa.
Essere i capitani della propria anima, come diceva qualcuno.
E non c'è essere al mondo che possa esserlo della mia, se non me stesso.
Come di quella di Long John Silver.
E per questo, alzando il calice, propongo un urrà.
Anzi due.
Uno per lui, ed uno per me.




MrFord




"Long John Silver, ring in his ear,
he's the hero, make that clear.
Does the same thing his father did,
sailing around the Caribbean,
robbing kings with his talking parrot,
this time I think he's on the high side."
Jefferson Airplane - "Long John Silver" - 




lunedì 23 dicembre 2013

Ford Awards 2013: i libri

La trama (con parole mie): per quanto i romanzi ed i post a loro dedicati non siano mai tra i più letti da queste parti, la classifica dei migliori libri dell'anno è uno dei miei appuntamenti preferiti, anche perchè se i film sono una compagnia quasi quotidiana per i momenti in cui sono a casa, i libri - cartacei e non - lo sono nei miei viaggi da pendolare altrettanto quotidiani.
Dopo due anni di vittorie Jo Nesbo sarà costretto a scendere dal gradino più alto del podio, o l'autore norvegese si confermerà il favorito del vecchio Ford?
Lo scoprirete proprio qui sotto.




Scoperto grazie all'imbeccata del mio fratellino Dembo, il libro che raccoglie tutte le disavventure alcooliche e sessuali di questo scombinato ex studente di legge statunitense è stato il cult assoluto dell'estate: volgare, scorretto, scritto con la pancia anche se non sempre troppo bene, è un mix di Californication e del più scomposto Kevin Smith, nonchè un titolo imperdibile per ogni cazzone professionista come il sottoscritto.
Se avete compagni di bevute o amici abituati a coprirvi le spalle sempre e comunque, questo è il titolo che fa per voi.


N°9: IL CACCIATORE DI TESTE di JO NESBO


Neanche il tempo di nominarlo appena sopra, che l'incredibile autore norvegese mattatore di questa classifica negli ultimi due anni piazza una zampata da vero Maestro del thriller con un ottimo romanzo da ritmo serrato e stretta alla gola scritto in prima persona e trasposto discretamente anche al Cinema: un concentrato di adrenalina e razionalità che è l'ennesimo viaggio nella parte oscura delle passioni umane da parte di uno scrittore che è una vera e propria garanzia.
E la sequenza dell'incidente in macchina è da incorniciare.


N°8: FIGLIO DI DIO di CORMAC MCCARTHY


Il coriaceo McCarthy, praticamente il mio personale Clint Eastwood della Letteratura, torna da queste parti pronto a stupire con quello che fu il suo romanzo d'esordio, un viaggio potente e lirico nelle profondità della psiche lacerata di un serial killer che pare un incrocio tra il Gollum de Il signore degli anelli ed Ed Gein, personaggio violento e spregevole quanto fragile e triste da far venire la pelle d'oca almeno quanto le descrizioni magiche dell'autore nativo di Rhode Island.


N°7: IL COLLARE DI FUOCO di VALERIO EVANGELISTI


La Frontiera e la sua mitologia sono un pilastro, qui al Saloon, ed il nostrano Evangelisti le rappresenta al meglio in questo affresco in cui si mescolano realtà e fiction ambientato a cavallo tra States e Messico ai tempi della Guerra di Secessione e della rivoluzione di Porfirio Diaz.
Sangue a fiumi, violenza, speranze e sogni infranti nel racconto di un Paese pronto a tutto - perfino a sacrificare se stesso - per trovare il proprio spazio, la propria dimensione, la propria indipendenza.
Personaggi memorabili alle prese con la prova più grande che si possa affrontare: quella della vita.


N°6: AMERICAN GODS di NEIL GAIMAN


Il viaggio di Shadow, ex detenuto nonchè antieroe di quelli che piacciono tanto al sottoscritto, attraverso gli Stati Uniti e la loro mitologia fatta di kitsch e leggende moderne pronte a confrontarsi con le antiche divinità del Vecchio Mondo è stata una delle grandi scoperte di quest'anno: lasciato per troppo tempo in attesa sugli scaffali della libreria di casa Ford, questa cavalcata ha raggiunto in brevissimo tempo lo status di cult per il sottoscritto, seppure imperfetta e con un pò troppa carne al fuoco. Un fantasy old school per una nuova era.


N°5: ALTRI LIBERTINI di PIER VITTORIO TONDELLI


Regalo graditissimo - ed azzeccato alla grande - di mio Fratello, Altri libertini, con il suo spirito naif e decisamente sopra le righe e tutto il cuore di una generazione spazzata via troppo presto è entrato sotto la pelle di questo vecchio cowboy come poche altre cose - soprattutto provenienti dalla disastrata Italia - sono riuscite a fare dall'inizio della sua storia di lettore: quel "ho imparato più da un pompino che da anni di studi" è un inno alla gioia di vivere e alla scuola dell'esperienza, quella che da queste parti è sempre accolta a braccia aperte, quando è motivata dalla voglia di succhiare tutto il midollo della vita che il nostro tempo ci concede.


N°4: JACK ALL'INFERNO di JOHN LEAKE


Altro libro, altro regalo. Scovato da Julez, appassionata come il sottoscritto di serial killers ed affini, questo romanzo inchiesta realizzato da uno studioso americano sull'eccentrico Jack Unterweger, scrittore ed autore teatrale di talento che strabiliò e sconvolse l'Austria tra gli anni ottanta e novanta, è un viaggio all'ultimo respiro nel lato oscuro di un assassino talmente dominato dai suoi istinti da non riuscire a fermarsi neppure quando l'evidenza l'avrebbe, di fatto, tradito.
Un personaggio detestabile quanto carismatico, che fu idolo di un'intera elite intellettuale costretta a disconoscerlo dopo aver scoperto la terribile verità dei suoi omicidi: un lupo che riporta alla mente l'immagine di Haarmann, uomo nero che sconvolse la Germania tra le due Guerre Mondiali.


N°3: LA SOTTILE LINEA SCURA di JOE LANSDALE


Frequentatore fisso almeno quanto Nesbo dei piani alti della classifica fordiana dedicata ai libri, il buon vecchio Joe Lansdale è tornato a stupire il sottoscritto con il suo più potente romanzo al di fuori della saga di Hap e Leonard, una meraviglia in pieno stile Stand by me secondo solo all'altrettanto magico In fondo alla palude, iniziato con la calma di un pomeriggio d'estate e finito con le lacrime agli occhi ed il mare in sottofondo.
Un ritratto di famiglia sconvolto dal mistero e dall'amore per il Cinema ed i legami che durano per sempre, nonchè perfetto esempio di quanto cuore l'autore texano metta nelle sue pagine.


N°2: PLAYER ONE di ERNEST CLINE


La cavalcata del giovane Wade alla ricerca dell'Easter Egg che potrebbe cambiargli l'esistenza - e insieme alla sua, quella del mondo - è stata una delle grandi meraviglie letterarie degli ultimi anni di lettura del sottoscritto, un giocattolone meraviglioso e divertentissimo che ha riportato tutto il bello degli anni ottanta e della mia infanzia tra le pagine di un romanzo che è un vero e proprio spettacolo per chi in quel periodo è cresciuto: videogames, giochi di ruolo, Musica, Fumetto, Cinema in un mix che pare uscito dall'incontro de I Goonies, Indiana Jones, Dungeons&Dragons e i robottoni giapponesi. Con una colonna sonora rigorosamente metal. Imperdibile.


N°1: POLIZIA di JO NESBO


Il premio per il miglior romanzo dell'anno potrebbe presto diventare il Nesbo Award, considerato che per la terza volta consecutiva è un libro parte della saga del sempre più leggendario Harry Hole a trovarsi sul gradino più alto del podio: onestamente non pensavo, dopo il glaciale, incredibile Lo spettro, che il diabolico illusionista Jo potesse farcela, e invece eccolo unire la tecnica del suo ultimo lavoro al cuore de Il leopardo e La ragazza senza volto, realizzando quello che, al momento, è il mio preferito tra i titoli dedicati al commissario Hole.
Un libro dolente e drammatico, da cuore in gola e lacrime agli angoli degli occhi, traboccante violenza e vendetta ma anche cuore e speranza. Il libro che racconta la fine, e l'inizio, di Harry Hole.
Da brividi.


I PREMI
Miglior autore: Jo Nesbo
Miglior personaggio: Shadow, American Gods
Miglior antagonista: Valentin Gjelten, Polizia
Scena cult: Wade mette in moto il Leopardon con gli AC/DC in sottofondo, Player One
Premio "brutti, sporchi e cattivi": Truls Bernsten, Polizia e Lester Ballard, Figlio di dio
Premio stile: Jack Unterweger, Jack all'Inferno
Miglior personaggio femminile: Art3mis, Player One e Beate Lonn, Polizia
Miglior non protagonista: Aech, Player One
Momento action: la corsa a perdifiato di Stale Aune, Polizia
Atmosfera magica: la Bologna degli anni della contestazione, Altri libertini

MrFord



venerdì 20 dicembre 2013

Polizia

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno: 2013
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): il corpo di Polizia di Oslo guidato dal nuovo Capo fresco d'insediamento Mikael Bellman è alle prese con un agghiacciante mistero che vede un serial killer uccidere brutalmente poliziotti con alle spalle un passato di casi non risolti proprio sui luoghi in cui furono perpetrati i crimini originali. Orfano di Harry Hole, storico e disequilibrato investigatore che fu per anni il cuore della sua squadra, Gunnar Hagen si ritroverà a costituire un gruppo d'emergenza da far muovere parallelamente all'indagine ad ampio spettro coordinata da Bellman: i suoi membri, tutti personaggi fondamentali della vita di Hole, dovranno raccogliere il suo testimone cercando di affrontare un nemico spietato e senza volto, pronto a colpire duro e ad ogni occasione.
Katrine Bratt, Bjorn Holm, Stale Aune e Beate Lonn si getteranno dunque sulle tracce di quello che potrebbe diventare il loro peggior nemico di sempre, mentre Truls Bernsten, caduto in digrazia anche presso il suo amico d'infanzia Mikael Bellman seguirà la vicenda il più da vicino possibile.





Se esiste un termine in grado di definire il detective Harry Hole è presente.
Perchè quest'uomo disequilibrato, sfigurato da mille battaglie dentro e fuori, con un passato da alcolizzato ed il rischio di cadere in ogni momento preda dei suoi lati più oscuri e selvaggi, fragile eppure indistruttibile, fallibile eppure incorruttibile è sempre dove dovrebbe essere, quando c'è bisogno che ci sia.
Per i suoi colleghi, la sua famiglia, perfino per i suoi nemici.
Come fu presente per Oleg, fino alla drammatica conclusione de Lo spettro.
E' talmente presente da risultare tale anche nel momento in cui la sua assenza pesa come un macigno sui destini dei vecchi compagni, intrappolati in una caccia all'uomo legata ad un serial killer che potrebbe causare la definitiva rovina perfino degli avversari che resero difficile la già complicata esistenza del commissario in passato, come il fresco di nomina capo della polizia Mikael Bellman ed il suo ex cane da guardia Truls Bernsten.
E' talmente presente da spingere oltre la predisposizione alla follia perfino la giovane allieva della Scuola di polizia Siljie Gravesen, maniacalmente decisa a seguirne le orme e l'esempio che Hole diede a tutto il Corpo grazie alla sua praticamente perfetta statistica di casi risolti.
E' talmente presente da ispirare il suo autore, il diabolico Jo Nesbo, ad unire la tecnica di narrazione perfetta del già citato Lo spettro al cuore de Il leopardo e La ragazza senza volto, mettendolo in condizione di riuscire nel miracolo di confezionare il romanzo migliore, più drammatico, teso ed emozionante della sua saga.
Paradossalmente lo stesso che vede venire meno in termini di presenza proprio il suo protagonista.
Fin dalle prime pagine, con Oleg aggrappato al ricordo dell'Odessa che fece fuoco proprio contro l'uomo che un tempo il giovane chiamava papà tornato da Hong Kong per salvarlo dalla sua tossicodipendenza e dall'accusa di omicidio dell'altrettanto giovane Gusto Hanssen e l'efferato assassinio che da inizio all'indagine sul "Macellaio dei poliziotti" proprio mentre una vita pare consumare i suoi ultimi attimi in un letto di ospedale, l'autore norvegese, ormai riferimento assoluto per il crime mondiale, tesse una tela con il piglio dello scacchista, disponendo le sue pedine senza fretta prima di cominciare a tirare le fila di trame e sottotrame con il consueto fare da illusionista, costruendo sequenze da cardiopalma tanto quanto straordinariamente dettagliate e razionali, corse contro il tempo ed il cervello ed esplosioni di cuore, addii dolenti e frammenti talmente perfetti da tornare a darmi l'impressione che Nesbo, i suoi romanzi, li possa scrivere davvero dall'ultimo al primo paragrafo.
E se Lo spettro era un ritorno oscuro e terribile nella Oslo di Hole, Polizia è il grido del demone che brama di uscire allo scoperto, di colpire e gustare una vendetta sopita per troppo, troppo tempo: un demone che vibra nel petto di un assassino, di ogni vittima, di chi si è perduto e di chi, al contrario, finisce per ritrovarsi.
E Polizia è anche una fine. La fine dell'Harry Hole che abbiamo conosciuto ed amato, accanto al quale abbiamo sofferto ed esultato, quello del Jim Beam e degli impulsi incontrollabili.
Ma Harry Hole, come ormai ben si sa, è un tipo presente.
Talmente presente da far pensare che una fine possa anche essere un inizio, che una grande squadra non è necessariamente - e non deve esserlo - perfetta, e che la commozione possa esprimere non solo dolore, ma anche speranza, come quelle lacrime involontariamente prese a scorrere sul viso di Stale Aune, o fermate appena in tempo da chi porta fuori e dentro i segni di una felicità troppo a lungo combattuta, specie quando finisce per ritrovarsela di fronte.
E' talmente presente, Harry Hole.
Talmente presente che anche quando finisce per dimenticarsi un compleanno, prima o poi ti aspetterai di vederlo arrivare sulla porta, con tutti i suoi centonovantatre centimetri di altezza, pronto ad un gioco di prestigio che possa salvare la situazione.
Del resto, la sua leggenda è legata alle statistiche perfette.
Davvero curioso, per qualcuno così lontano dalla perfezione.
Qualcuno che, però, è sempre lì, a coprirti le spalle.
Talmente presente che vorresti fosse al tuo fianco per sempre.


MrFord


"Karma police, arrest this man
he talks in maths
he buzzes like a fridge
he's like a detuned radio."

Radiohead - "Karma police" - 




sabato 17 agosto 2013

American Gods

Autore: Neil Gaiman
Origine: UK, USA
Editore: Mondadori
Anno: 2003




La trama (con parole mie): Shadow è in carcere, in procinto di uscire dopo aver scontato una pena di tre anni a seguito di un vecchio casino che gli ha lasciato profonde cicatrici. Ad attenderlo fuori c'è la moglie Laura, che l'ha aspettato e non vede l'ora di continuare la sua vita con lui ora che l'amico Robert ha già pronto un posto di istruttore nella sua palestra.
Questo sarebbe il mondo reale. Ma ci sono sfumature che vanno ben oltre l'umano e la comprensione, e dunque Shadow si ritrova solo e senza futuro, costretto ad accettare il lavoro offertogli dal misterioso Wednesday, uomo dal fascino magnetico, dalla bugia facile e dalle proposte decisamente fuori dal comune: inizia così un viaggio attraverso i recessi più curiosi degli States, una ricerca che tocca Fede e Divinità, Amore ed Umanità profonda, e che conduce ad una battaglia mascherata da tempesta che si prospetta all'orizzonte e che sarà l'emblema dello scontro tra i vecchi ed i nuovi dei.
Chi è veramente Wednesday? E chi scoprirà di essere Shadow?




Praticamente dai tempi della sua uscita, American Gods attendeva che il sottoscritto si decidesse a tuffarsi tra le sue pagine comodo comodo nella libreria di casa Ford, fiducioso che prima o poi il momento sarebbe giunto. In questo senso, il lavoro di Neil Gaiman - autore di riferimento nell'ambito del fumetto con il suo geniale Sandman all'inizio del Nuovo Millennio - è stato assolutamente profetico ed in linea con il concetto di Fede, esplorato dall'autore da più angolazioni dalla prima all'ultima pagina di questo rocambolesco, densissimo ed interessante romanzo, in grado di mescolare la crime story ed il fantasy, la sci-fi classica con la mitologia dal quale presto sarà tratta una serie tv che ancora prima di essere realizzata pare già destinata e diventare uno dei cult da piccolo schermo del Saloon.
Sulla scia del lavoro svolto - egregiamente - con il già citato Sandman, Gaiman torna a lavorare su dei e mortali cogliendo l'occasione anche per esplorare - in tutti i sensi - gli Stati Uniti a partire dalla loro provincia più profonda, fatta di luoghi lontani ed apparentemente perduti, curiose attrazioni turistiche ed infiniti viaggi in macchina lungo le autostrade di un continente che mantiene inalterato da secoli il suo fascino nonostante gli evidenti squilibri e le clamorose imperfezioni sulle quali fonda la maggior parte della sua geografia sociale ed umana: la vicenda di Shadow, detenuto in procinto di uscire dal carcere dopo tre anni di detenzione, esperto di palmeggio e trucchi con la moneta, uomo grande e grosso abituato al silenzio e di buon cuore, che parte come un dramma legato al reinserimento nella società e si trasforma in breve in un confronto non sempre piacevole con una parte di questo mondo che nessun mortale, di norma, sfiora, è un road trip dell'anima che vede sfilare un capitolo dopo l'altro divinità figlie dei più svariati pantheon - da quello norreno a quelli orientali -, leggende dei nativi americani, creature magiche giunte nel Nuovo Mondo da quello Vecchio e, dall'altra parte della barricata, i volti pixelati ed elettrici degli dei nati proprio sulle strade lastricate di sogni degli USA, dalla televisione al denaro, da internet al successo.
Per mezzo della guida esperta e non sempre affidabile di Wednesday, Shadow si troverà proiettato in un mondo di risse da pub, partite a dama, promesse di avere la testa spaccata con una mazza quando sarà tutto finito, apparizioni di morti, sogni più vividi della vita reale, mosse strategiche in attesa della disposizione di tutti i pezzi sulla scacchiera del Destino prima di una battaglia che si giocherà "dall'altra parte" e nei sogni dei mortali, ma che avrà conseguenze molto più importanti di quanto non si possa credere, specie rispetto a dei ormai quasi dimenticati, se non addirittura sconosciuti: in questo senso, è interessante il concetto espresso da Gaiman rispetto alla sopravvivenza, al potere e all'esistenza stessa dei suddetti dei, legati indissolubilmente alle manifestazioni di Fede espresse in loro nome, al legame con i credenti in grado di portarli da una parte all'altra del mondo - splendidi, forse addirittura i capitoli che ho preferito del romanzo, i due racconti nel racconto legati alla figura dell'Ifreet a New York e dei due gemelli giunti ad Haiti dopo essere stati venduti come schiavi in Africa -.
In qualche modo, il potere della memoria e dei sentimenti che portiamo nel cuore anche rispetto agli esseri umani diviene il carburante che alimenta il potere divino, amplificato non tanto dai luoghi di culto, quanto da "antenne" come attrazioni turistiche e punti d'aggregazione di "fedeli" non più legati ai concetti di Religione e Chiesa, quanto di Società - e torniamo all'analisi, lucidissima, che il vecchio Neil regala a proposito dell'approccio a stelle e strisce -.
Traboccante di personaggi memorabili - a partire dal protagonista -, American Gods è una lettura appassionante ed impegnativa, forse il miglior romanzo fantasy che mi sia capitato di leggere da anni a questa parte, che probabilmente avrebbe potuto essere addirittura perfetto se soltanto Gaiman si fosse fermato per decidere - sul modello Tolkeniano - di sviluppare una trilogia, o una saga: la tantissima carne al fuoco, infatti, nella parte conclusiva finisce per far risultare sbrigative le scelte prese rispetto ad alcuni charachters introdotti, e solo un finale struggente e magico riporta in alto i bicchieri per quella che deve essere stata - nel bene e nel male - una vera e propria Odissea per l'autore, coraggioso nel seminare quanto e più si sarebbe potuto cogliere, senza per questo rischiare di addormentare il ritmo o annoiare il lettore, e anzi, chiudendo il triangolo Loki/Odino/Shadow come meglio non poteva, regalando al suo protagonista anche un'uscita di scena da eroe romantico e solitario come solo la migliore tradizione del genere è in grado di riservare ai suoi nomi più importanti.
Senza dubbio per chi mastica il genere e si destreggia tra noir, sbronze, viaggi e divinità più o meno note la lettura risulterà più scorrevole, eppure Gaiman da l'impressione di poter riuscire nell'impresa di conquistare anche i meno avvezzi cambiando spesso e volentieri registro, passando dal dramma alla commedia, dall'attesa - magnifica la parte ambientata a Lakeside, esempio da manuale di come un autore dovrebbe comportarsi per catturare l'attenzione dei lettori anche quando non sta, di fatto, succedendo nulla - all'azione sfrenata, dai territori dei sogni a quelli dell'amara realtà.
E in mezzo, quell'arcano chiamato Fede, uno dei misteri più complessi con i quali l'Uomo verrà mai a confrontarsi.
Fatta eccezione quello che gli alberga nel cuore.


MrFord


"I was born on Olympus
to my father a son
I was raised by the demons
trained to reign as the one
God of thunder and rock and roll
the spell you're under
will slowly rob you of your virgin soul."
Kiss - "God of thunder" -


martedì 25 giugno 2013

Richard Matheson (1926 - 2013)

So long, Leggenda.

MrFord

"Qualche volta aveva indugiato nel sogno a occhi aperti di incontrare qualcuno.
Più spesso, però, aveva cercato di adattarsi a ciò che gli pareva sinceramente inevitabile: l'idea di essere rimasto solo al mondo. Almeno nella porzione di mondo che poteva sapere di conoscere."
da Io sono leggenda (1954)

venerdì 28 dicembre 2012

Ford Awards 2012: i libri


La trama (con parole mie): seconda infornata dei premi made in Saloon di fine anno, dedicata al mondo della Letteratura e alle pagine che più hanno emozionato il sottoscritto nel corso delle letture degli ultimi dodici mesi. Così come per il 2011 una parte fondamentale verrà giocata da Jo Nesbo, ormai autore simbolo del noir nonchè creatore di uno dei charachters che più amo - ed ho amato - nella mia carriera di lettore: Harry Hole.
Accanto all'alcolizzato detective norvegese troverete personaggi clamorosi usciti dalle fervide penne di Lansdale, Stevens e Bunker, ma anche l'orrore di una realtà che non ha bisogno di alcuno scrittore per essere deformata e terrificante.


N° 10: Serial killer - Storie di ossessione omicida di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi


Il 2012 è stato senza dubbio, almeno per quanto riguarda le letture, segnato dal grande ritorno di fiamma della passione che lega il sottoscritto alle figure dei serial killers, che torneremo ad incontrare anche nelle posizioni più alte della classifica: pur non essendo un saggio da studio approfondito il lavoro di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi appassiona e sconvolge accompagnando il lettore attraverso una galleria di alcune delle più - e meno - note personalità del mondo degli omicidi seriali che la nostra epoca - e non solo - abbia conosciuto.
Da Jack lo Squartatore a Jeffrey Dahmer, pagine che non si dimenticano, e ricordano quanto profonda possa essere l'oscurità dell'animo umano.



N° 9: Anche i poeti uccidono di Victor Gischler 


Il pupillo di Joe Lansdale nonchè il Tarantino del noir americano Victor Gischler piazza una zampata da top ten anche quest'anno grazie al suo romanzo migliore, una storia avvincente che mescola la realtà universitaria a quella delle gang e del traffico di droga: personaggi al limite del grottesco, sangue a fiumi, ironia e sesso per un cocktail esplosivo e divertentissimo.
Jay Morgan, un pò Lebowski e un pò Hank Moody, prende per mano il lettore - pur se non proprio volontariamente - e lo trasporta in un mondo che nasconde più di quanto non ci si possa aspettare da un branco di scribacchini che pensano di essere i Rimbaud del nuovo millennio.


N° 8: L'uomo di neve di Jo Nesbo 


Ed ecco che, per il secondo anno consecutivo, inizia il Nesbo-show.
L'uomo di neve, forse il romanzo più importante a livello narrativo della saga di Harry Hole, ha patito in materia di suspance il fatto che avessi letto in precedenza il successivo Il leopardo e dunque svelato il mistero dell'identità del più terrificante avversario che l'investigatore abbia mai incontrato praticamente da subito, eppure l'escalation della tensione ed il drammatico confronto tra due nemici giurati come il detective dedito all'alcool ed il serial killer che lega la sua esistenza ad inquietanti pupazzi di neve sono da antologia, così come l'intreccio e l'evoluzione della storia anche umana del protagonista.


N° 7: Mr. Nice di Howard Marks 


Scoperto grazie al mio fratellino Dembo, Mr. Nice è stata una delle sorprese più piacevoli dell'anno: l'autobiografia di quello che è stato uno dei pionieri del traffico di droghe leggere, esploratore della vita oltre che del mondo, passato dalle spiagge assolate di Spagna alla prigione federale di Terre Haute, uno degli istituti correzionali più duri degli States, dal Galles bagnato dalla pioggia alle valli dell'Afghanistan dove si produce l'hashish migliore del mondo, scopriamo il ritratto di quello che, più che come un criminale, appare come un ribelle, un innovatore, un vero e proprio talento messo al servizio della vita e della volontà di viverla - e goderne - fino in fondo. Cultissimo.


N° 6: Cane mangia cane di Edward Bunker


Il vecchio leone ed indimenticato Bunk torna finalmente al Saloon con l'ultimo romanzo che mancava al sottoscritto per completare la sua opera: una storia durissima e terribile, con tre protagonisti segnati dalla violenza ed uniti fin dall'infanzia dalla volontà di sopravvivere e dalla forza sputata in faccia al mondo per uscire dal riformatorio prima e dal carcere poi.
Il lato oscuro di quel Capolavoro che fu Come una bestia feroce, una corsa contromano che non fa sconti a nessuno e spinge tutto al limite, fino a lasciare, se tutto va bene, senza fiato.
Non aspettatevi speranza: qui tutto soffoca nel sangue.


N° 5: In fondo alla palude di Joe R. Lansdale


E non poteva mancare, in una classifica fordiana che si rispetti, un altro dei miei autori preferiti in assoluto: Joe Lansdale, che in attesa di una nuova avventura degli impareggiabili Hap e Leonard mi regala il recupero di quello che, forse, è il suo romanzo più maturo e profondo.
Una storia che lega famiglia, razzismo, gusto per il noir e ad una vicenda appassionante con due protagonisti splendidi ad un finale magnifico, il corrispettivo letterario di quello che è stato, in materia di serie tv, quello di Six feet under. Meraviglioso.


N° 4: Sotto il vulcano di Malcolm Lawry


Un'epopea. Un'esperienza. Una visione. Questo è Sotto il vulcano, Capolavoro di Malcolm Lawry scoperto grazie a mio fratello e divenuto un vero e proprio cult della mia intera esistenza di lettore.
Un romanzo che è una vera e propria Odissea sotto l'effetto di una sbronza che pare non finire mai - ma attenzione, è solo un'impressione -, il confronto con un vulcano che, prima di essere fuori, è dentro di noi, con il fuoco della passione che ribolle e ci consuma se non impariamo a domarlo. 
O non moriamo nel tentativo.
Una delle letture più impegnative della mia vita, ma la potenza di alcune pagine è talmente spropositata da valere qualsiasi fatica. 


N° 3: Lo spettro di Jo Nesbo


Nesbo show, parte due. L'ultimo romanzo - per ora - della saga di Harry Hole è una discesa agli inferi come l'ex poliziotto non aveva mai affrontato neppure scontrandosi con le peggiori tra le sue nemesi.
Questa volta di fronte a lui c'è Oleg, il bambino della donna che più ha amato nella vita, praticamente considerato un figlio, divenuto adolescente, tossico ed accusato di omicidio.
Oleg delle interminabili partite a Tetris. Oleg dei pattini da ghiaccio.
Oleg che ora si buca, e stringe in mano una pistola.
Il romanzo più glaciale della serie dedicata a Hole, eppure il più profondo ed emozionante.


N° 2: Io ti troverò di Shane Stevens


Credo non mi sia mai capitato di incrociare il cammino di un romanzo come Io ti troverò se non con uno dei Capolavori indiscussi della pagina scritta, Il profumo di Patrick Suskind, uno dei libri più importanti della mia formazione: Thomas Bishop, personaggio incredibile, serial killer efferato, figlio della violenza e profeta della violenza stessa, è al centro di una matassa di eventi che coinvolgono politici, giornalisti, investigatori, vittime e carnefici. Un viaggio attraverso gli USA che unisce Tutti gli uomini del Presidente a Il silenzio degli innocenti.
Come se tutto questo non bastasse, dietro le gesta del protagonista troviamo una riflessione profondissima sul concetto di pena di morte e di pietà.


N° 1: La ragazza senza volto di Jo Nesbo


Nesbo show, parte terza.
Per il secondo anno consecutivo, l'autore norvegese conquista il gradino più alto del podio con il romanzo che ha segnato il passaggio della saga di Hole dallo status di cult a quello di assoluta pietra miliare.
La vicenda di Mali Spasitelj, il Piccolo redentore, è di quelle da pelle d'oca e tensione costante dall'inizio alla fine, per una storia triste eppure non priva di speranza che pare uscita dalle note di un pezzo dolente di De Andrè. Un romanzo che è una corsa contro il tempo in bilico sui sottilissimi fili dell'amore e della vendetta, e che trova in Harry Hole l'interprete perfetto: chi, del resto, più di un'anima perduta come la sua, può comprendere il significato di redenzione?
Se non un Capolavoro, poco ci manca.


I PREMI

Miglior autore: Jo Nesbo
Miglior personaggio: Thomas Bishop, Io ti troverò
Miglior antagonista: L'uomo di neve, L'uomo di neve
Scena cult: Harry Hole fronteggia Oleg, Lo spettro e l'epilogo di In fondo alla palude
Premio "brutti, sporchi e cattivi": Mad Dog McCain, Cane mangia cane
Premio stile: Howard Marks, Mr. Nice
Miglior personaggio femminile: Yvonne Constable, Sotto il vulcano
Miglior non protagonista: Mali Spasitelj, La ragazza senza volto
Momento action:Troy e Diesel nell'ultima rapina, Cane mangia cane
Atmosfera magica: il Messico delle sbronze e delle corride, Sotto il vulcano


"Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti: 
a redimere il mondo, gli serve pensare,
il tuo sangue può certo bastare."
Fabrizio De Andrè - "Via della croce" -
 
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