Autore: David Foster Wallace
Origine: USA
Anno: 1996
Editore: Einaudi
La trama (con parole mie): siamo dalle parti di Boston in un futuro prossimo in cui Stati Uniti, Canada e Messico sono riuniti sotto un'unica bandiera, e tra tennis, aneliti indipendentisti del Quebec ed un film che porta al piacere fisico estremo chi lo guarda e ci si perde, assistiamo alle vicende della famiglia Incandenza, pronta a rimbalzare tra una stranezza e l'altra, un futuro da star della racchetta ed un bong di colore imprecisato, quello che era e quello che potrebbe essere.
Ma cosa mostra questo "Infinite Jest" pronto a ribaltare le regole di qualsiasi cosa, ed a rapire inesorabilmente chi se ne ritrova preda?
Riusciranno i protagonisti di questa epopea a trovare una risposta? E sarà una risposta sensata, o un tentativo fuori da ogni schema di trovare un senso ad una vita sempre e comunque troppo complicata?
Ma cosa mostra questo "Infinite Jest" pronto a ribaltare le regole di qualsiasi cosa, ed a rapire inesorabilmente chi se ne ritrova preda?
Riusciranno i protagonisti di questa epopea a trovare una risposta? E sarà una risposta sensata, o un tentativo fuori da ogni schema di trovare un senso ad una vita sempre e comunque troppo complicata?
In tutta onestà, è la seconda volta che capita nel corso della mia vita di lettore.
Di norma, anche nei casi in cui mi trovo di fronte a qualcosa che azzecca poco con le mie corde, tiro dritto e mi faccio forza fino alla fine, sicuro del fatto che, in un modo o nell'altro, la fatica sarà ripagata.
Curioso che, come la prima volta, accada con un romanzo che è considerato un cult imprescindibile, uno di quei titoli che andrebbero letti almeno una volta nella vita, senza se e senza ma: ai tempi fu Il signore degli anelli la vittima sacrificale del sottoscritto, nonostante tre - e dico tre - tentativi differenti di superare la noia terribile della prosa troppo descrittiva di Tolkien facendomi forza grazie ai personaggi e ad una cornice che ho sempre apprezzato, senza successo.
A questo giro di giostra, è stata la volta di Infinite Jest, celebratissimo titolo che valse a David Foster Wallace l'appellativo di genio assoluto della narrativa americana, di recente tornato alla ribalta grazie all'ottima visione di The end of the tour, che, come scrissi nel post dedicatogli, riuscì non solo a solleticare la curiosità rispetto alla lettura di questa pietra miliare, ma anche il desiderio sopito del sottoscritto di rimettermi alla tastiera per scrivere qualcosa che non sia una recensione: le aspettative, dunque, in proposito, erano molto alte, la curiosità molta, il desiderio di confrontarmi, dopo Il Cartello, con un altro volume imponente, pressante.
Peccato che, a conti fatti, si sia rivelato tutto come un gigantesco buco nell'acqua.
Personalmente, non ho nulla contro Wallace, la sua indubbia proprietà di linguaggio e la straordinaria cultura pronte ad eruttare ad ogni pagina, alla fantasia grottesca o al coraggio di lavorare ad un'opera così complessa e scombinata, eppure anche solo arrivare a centocinquanta pagine scarse sulle mille totali si è rivelata un'impresa pressochè impossibile e fantascientifica, che ho dovuto abbandonare per non torturarmi continuamente con il pensiero dello spreco di tempo e lettura che sarebbe stato dedicare ad Infinite Jest almeno un altro paio di mesi - considerato il ritmo con il quale stavo procedendo - di viaggi avanti e indietro dal lavoro.
E ad ogni secondo di quest'impresa fallita, ho continuato a rimuginare sull'effetto provocato dalle sbronze di parole di Wallace a quello della stessa matrice firmato Bukowski, autore molto legato al grottesco che qui al Saloon ha un posto d'onore: se, infatti, da un lato l'inquietudine esistenziale del buon David ha assunto le sembianze di una sorta di mostro composto per un quarto da una donna in periodo mestruale, per un altro da un professore radical e sbomballato, dunque dal tuo compagno di liceo rimasto ai tempi delle (troppe) canne all'intervallo e dalla sensazione di perdersi talmente tanto in se stessi da essere impossibilitati a vivere il mondo all'esterno, dall'altro il mitico Hank è sempre stato in grado di farmi percepire una vitalità incontrollabile, una voglia di azzannare, mangiare, sputare, leccare le cose da farmi sentire la Natura animale dritta nel profondo del cuore.
Per limiti miei, dunque, del mio approccio e della formazione che mi ha condotto dall'adolescenza dei pipponi ad ora, non credo di essere in questo periodo della mia vita in grado di poter dedicare altro, al vecchio Wallace, se non le bottigliate delle grandi occasioni, ed un brindisi alla liberazione da quella che pareva, senza se e senza ma, una prigionia da lettura in grado di non farmi neppure lontanamente godere di quello che è uno dei miei grandi piaceri quotidiani.
Questo, con ogni probabilità, mi costerà l'ingresso nei circoli letterari più cool della blogosfera e non, nei caffè da reading alternativi e via discorrendo, ma volete sapere una cosa?
Non me ne importa un bel cazzo.
Preferisco recuperare una bella bottiglia, tornarmene a casa, scolarmela tutta dopo essermi ingozzato a tavola, sdraiarmi sul divano e meditare su quel tipo che cercava di farsi un pompino da solo e, non riuscendo nell'impresa, sentenziava: "Possono essere due centimetri o anni luce, ma il risultato è dannatamente lo stesso".
Quanto ha ragione.
Di norma, anche nei casi in cui mi trovo di fronte a qualcosa che azzecca poco con le mie corde, tiro dritto e mi faccio forza fino alla fine, sicuro del fatto che, in un modo o nell'altro, la fatica sarà ripagata.
Curioso che, come la prima volta, accada con un romanzo che è considerato un cult imprescindibile, uno di quei titoli che andrebbero letti almeno una volta nella vita, senza se e senza ma: ai tempi fu Il signore degli anelli la vittima sacrificale del sottoscritto, nonostante tre - e dico tre - tentativi differenti di superare la noia terribile della prosa troppo descrittiva di Tolkien facendomi forza grazie ai personaggi e ad una cornice che ho sempre apprezzato, senza successo.
A questo giro di giostra, è stata la volta di Infinite Jest, celebratissimo titolo che valse a David Foster Wallace l'appellativo di genio assoluto della narrativa americana, di recente tornato alla ribalta grazie all'ottima visione di The end of the tour, che, come scrissi nel post dedicatogli, riuscì non solo a solleticare la curiosità rispetto alla lettura di questa pietra miliare, ma anche il desiderio sopito del sottoscritto di rimettermi alla tastiera per scrivere qualcosa che non sia una recensione: le aspettative, dunque, in proposito, erano molto alte, la curiosità molta, il desiderio di confrontarmi, dopo Il Cartello, con un altro volume imponente, pressante.
Peccato che, a conti fatti, si sia rivelato tutto come un gigantesco buco nell'acqua.
Personalmente, non ho nulla contro Wallace, la sua indubbia proprietà di linguaggio e la straordinaria cultura pronte ad eruttare ad ogni pagina, alla fantasia grottesca o al coraggio di lavorare ad un'opera così complessa e scombinata, eppure anche solo arrivare a centocinquanta pagine scarse sulle mille totali si è rivelata un'impresa pressochè impossibile e fantascientifica, che ho dovuto abbandonare per non torturarmi continuamente con il pensiero dello spreco di tempo e lettura che sarebbe stato dedicare ad Infinite Jest almeno un altro paio di mesi - considerato il ritmo con il quale stavo procedendo - di viaggi avanti e indietro dal lavoro.
E ad ogni secondo di quest'impresa fallita, ho continuato a rimuginare sull'effetto provocato dalle sbronze di parole di Wallace a quello della stessa matrice firmato Bukowski, autore molto legato al grottesco che qui al Saloon ha un posto d'onore: se, infatti, da un lato l'inquietudine esistenziale del buon David ha assunto le sembianze di una sorta di mostro composto per un quarto da una donna in periodo mestruale, per un altro da un professore radical e sbomballato, dunque dal tuo compagno di liceo rimasto ai tempi delle (troppe) canne all'intervallo e dalla sensazione di perdersi talmente tanto in se stessi da essere impossibilitati a vivere il mondo all'esterno, dall'altro il mitico Hank è sempre stato in grado di farmi percepire una vitalità incontrollabile, una voglia di azzannare, mangiare, sputare, leccare le cose da farmi sentire la Natura animale dritta nel profondo del cuore.
Per limiti miei, dunque, del mio approccio e della formazione che mi ha condotto dall'adolescenza dei pipponi ad ora, non credo di essere in questo periodo della mia vita in grado di poter dedicare altro, al vecchio Wallace, se non le bottigliate delle grandi occasioni, ed un brindisi alla liberazione da quella che pareva, senza se e senza ma, una prigionia da lettura in grado di non farmi neppure lontanamente godere di quello che è uno dei miei grandi piaceri quotidiani.
Questo, con ogni probabilità, mi costerà l'ingresso nei circoli letterari più cool della blogosfera e non, nei caffè da reading alternativi e via discorrendo, ma volete sapere una cosa?
Non me ne importa un bel cazzo.
Preferisco recuperare una bella bottiglia, tornarmene a casa, scolarmela tutta dopo essermi ingozzato a tavola, sdraiarmi sul divano e meditare su quel tipo che cercava di farsi un pompino da solo e, non riuscendo nell'impresa, sentenziava: "Possono essere due centimetri o anni luce, ma il risultato è dannatamente lo stesso".
Quanto ha ragione.
MrFord
"I wanna tell you a story about an acrobat.
it's a funny situation I'm going to explain.
in a nutshell he had sat on a chair's hind two legs
badaboom! Because of a Lego brick he's dead.
So what? So strange? It was only a game.
Does it seem strange?"
Jarvis - "Badabap the parrot" -
Jarvis - "Badabap the parrot" -






































