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sabato 21 luglio 2018

Jessica Jones - Stagione 2 (Netflix, USA, 2018)









Nell'Universo dei Marvel Knights, che nelle menti e nelle aspirazioni degli autori e dei produttori di Netflix doveva e dovrebbe andare a rappresentare una versione più cupa ed urbana - ma sempre votata ai supereroi - del Cinematic Universe che tanto successo sta riscuotendo sul grande schermo, Jessica Jones rappresentava, sulla carta, per quanto riguarda i ricordi che avevo dei personaggi negli albi a Fumetti, l'anello debole: nata infatti come charachter più legato alle atmosfere della linea Vertigo della rivale di sempre DC Comics, la detective dotata di superforza suonava comunque distante dai più classici Daredevil, Punisher, Iron Fist e Luke Cage: a sorpresa, però, nonostante non abbia rappresentato chissà quale sorpresa, la prima stagione dedicata alla scontrosa ed alcolizzata antieroina non era stata per nulla malvagia, grazie anche ad un villain d'eccezione come il Killgrave di David Tennant, vero e proprio mattatore dell'intero ciclo.
A questo secondo giro di giostra, complice il vuoto lasciato dall'attore inglese, da una serie di idee che faticano a decollare e da un trasporto suscitato nel pubblico pari a quello che riesce a trasmettere un mattonazzo bielorusso da quattro ore in una sera d'estate dalla voglia di spiaggia e sbronza allegra, ho patito e non poco i tredici episodi dedicati alla scorbutica Jones, alle prese principalmente con la Famiglia - dalla rediviva e folle madre alla sorella acquisita Trish, passando i nuovi amori - e di situazioni e sequenze che paiono troppo spesso tirate decisamente per le lunghe, neanche ad ogni singola puntata si fosse allungato il brodo di una decina di minuti abbondanti: un netto passo indietro, dunque, per una serie che prometteva bene ma che non aveva certo fatto il botto, e che rispetto a Punisher e Daredevil era sicuramente distante per livello qualitativo.
Se, dunque, dopo la certo non irresistibile The Defenders la seconda season di Jessica Jones aveva il compito di rilanciare l'interesse dell'audience sull'intera operazione Marvel Knights la missione è decisamente fallita nonostante, occorre ammetterlo, episodio dopo episodio si notano miglioramenti ed il finale è senza dubbio da considerarsi in crescendo rispetto alla prima metà del cammino: ma è ancora troppo poco per un personaggio ed un prodotto decisamente ed esageratamente incensato al suo debutto, al quale occorrerà un importante bagno di umiltà prima di iniziare il viaggio che - decisioni di produzione permettendo - condurrà il pubblico alla terza stagione.
Per quanto mi riguarda, in questo momento non solo non ho assolutamente voglia di pensare a quando mi ci troverò di fronte, ma neppure affrontare Luke Cage, uscito per la sua seconda annata proprio "trainato" - almeno sulla carta - da Jessica Jones, quanto più che altro confido in Daredevil ed in una definitiva esplosione del Punisher, nettamente i due assi nella manica di questa linea che, tra alti e bassi, è sopravvissuta nel corso delle ultime stagioni ma che se vorrà restare a galla e magari regalare qualche grande soddisfazione dovrà cominciare a pensare di rivoluzionare qualcosa nell'approccio.
Perchè rifugiarsi in una fine che pare un nuovo inizio ma che, di fatto, riporta il main charachter alla condizione di "tutto cambia per non cambiare" tipica, per l'appunto, del fumetto seriale incapace di fornire una vera crescita ai suoi protagonisti, non mi pare davvero la strada migliore da percorrere.
Neppure quando si hanno incredibili superpoteri.



MrFord



domenica 29 aprile 2018

Dott. House - Stagione 7 (Fox, USA, 2011)





Insieme all'ostracizzato Frank Underwood e all'impenitente Frank Gallagher, Gregory House è ormai parte integrante del trittico di veri stronzi che il Fordino adora incondizionatamente: proprio la sua passione per il claudicante medico dipendente da Vicodin è stata il motivo scatenante del recupero delle sue avventure, ai tempi - come i frequentatori abituali del Saloon ben sanno - ignorate o quasi da questo vecchio cowboy a causa della "guerra di ascolti" che coinvolgeva lo stesso House e Lost, che da queste parti era ed è quasi una religione.
Schermaglie da "tifoseria" a parte, devo ammettere di essermi molto divertito nel seguire quello che è e resta un prodotto d'intrattenimento senza picchi particolari ma che ha mantenuto sempre piuttosto costante la sua qualità con poche battute d'arresto e stagioni come questa - la penultima ad essere trasmessa - addirittura migliori delle precedenti: a partire, infatti, dal cambio di direzione fornito dall'inizio di una storia d'amore tra House e la sua direttrice sanitaria, Lisa Cuddy - altro personaggio chiave della produzione - fino alle conseguenze di questo stesso rapporto, il settimo anno del bastardissimo Greg non ha segnato alcuna crisi, ed al contrario ha proposto alcuni degli episodi più interessanti dell'intera serie - il primo che mi viene in mente è Nella notte, ma ricordo anche con molto piacere la puntata "cinematografica" con tanto di citazioni riferite a pellicole cult per il pubblico amante del grande schermo - e seppur non piazzando la zampata conclusiva - il finale ha il sapore del già visto - si propone come uno dei più interessanti dell'intera serie.
Come di consueto, poi, accanto all'imprevedibile e sempre irriverente immunologo, viene riservata attenzione anche all'evoluzione delle vite e dei caratteri dei suoi collaboratori, dagli storici Chase e Foreman - spentosi un pò nel corso degli anni - ai più "recenti" Taub - che resta la vera sorpresa della squadra di House, in bilico tra aria da loser, personaggio da commedia e jolly su tutta la linea - e 13 - che lanciò Olivia Wilde, allora non nota certo come oggi -, fino alla meteora Masters, praticamente l'opposto di tutto quello che rappresenta l'instabile medico e dunque perfetta sia nel ruolo di spalla comica che di contrappeso in termini etici - peccato, in questo senso, averla tolta dal gioco così frettolosamente -: in un certo senso, tornare ogni volta nell'ufficio di House è diventato un appuntamento piacevole e rilassante, quasi come se questa proposta ai tempi così nettamente snobbata si fosse rivelata ben più vicina al mio cuore di spettatore di quanto non potessi neppure immaginare.
Senza dubbio il Fordino ha fatto e continua a fare la sua parte in questo, ma devo ammettere che se l'appeal dei personaggi non fosse stato lo stesso o la qualità fosse calata drasticamente non avrei certo esitato a trovare un modo per dirottare le attenzioni del piccolo Ford su altro: merito, dunque, di autori ed attori aver dato vita ad un mondo sicuramente pop nelle ambizioni ma ugualmente in grado di coinvolgere piacevolmente anche chi cerca, piccolo o grande schermo che sia, anche un salto di qualità autoriale.
E se dopo sette anni ancora il risultato è questo, significa che la cura di House ha senza dubbio successo.



MrFord



 

mercoledì 28 giugno 2017

T2 - Trainspotting (Danny Boyle, UK, 2017, 117')




Mi ci sono voluti dieci anni, ai tempi, per apprezzare davvero quello che è stato un cult generazionale per chi è stato adolescente nel corso dei nineties, Trainspotting.
Ai tempi dell'uscita in sala, infatti, stavo attraversando il mio periodo straight edge pseudo artistoide tutto stronzo contro il mondo, e l'idea di un film incentrato su un gruppo di amici tossici pseudo falliti non mi colpì per altro motivo se non la colonna sonora - assolutamente pazzesca - ed alcune trovate che ai tempi risultavano effettivamente fuori dagli schemi - la famosa scena del cesso, per dirne una, o quella delle lenzuola sporche -: non abbastanza, comunque, da pensare di preferirlo a cose come Pulp fiction, uscito nello stesso periodo ed adorato incondizionatamente dalla prima visione.
Con il tempo, la progressiva evoluzione personale, la crescita e la consapevolezza che bisogna spalare parecchia merda prima di poter pensare di uscire "a riveder le stelle" ho rivalutato e non poco quello stesso cult generazionale che probabilmente chi aveva esaltato solo per lo "sballo" aveva finito per perdersi per strada, considerandolo oggi come un importante manifesto ed uno dei film più riusciti mai realizzati sulla dipendenza dalle droghe.
A vent'anni di distanza, ammetto di aver nutrito lo stesso scetticismo di allora per il sequel, che pareva più una bieca operazione di amarcord commerciale che non il tentativo di raccontare una storia di cuore come quelle che vado inseguendo e cercando nel corso di questo duemiladiciassette, e sono felice, e più che felice, di riscontrare che ancora una volta avevo malriposto i dubbi rispetto a Danny Boyle ed alla sua allegra brigata.
Perchè certo, l'amarcord c'è e si sente, così come quel sapore di nostalgia legato a tutti i film - o libri, o dischi, o quello che volete - che hanno significato qualcosa di importante nel nostro passato e tornano a farsi sentire come vecchi amici che, una volta incontrati, paiono quei "migliori amici" alla Stand by me in grado di piegare il Tempo e ricominciare esattamente da dove si aveva smesso, non importa quando: eppure T2 è qualcosa in più, una riflessione sul Tempo - quello vero, che spazza via tutti senza guardare in faccia a nessuno - e sulle opportunità, sui rancori e i tradimenti, su quello che è stato e che occorre raccontare, prima che si perda tra le pieghe della memoria e non resti nulla da tramandare ai nostri figli, come un regalo - magari non richiesto - che farà da fondamenta per il futuro che costruiranno, si spera meglio di quanto possiamo avere fatto noi.
E' anche una colonna sonora nuovamente da urlo, lo stile pazzesco di un Danny Boyle che pare girare come un trentenne - e come dovrebbe fare l'ormai bollitissimo Malick -, un gruppo affiatato che tra George Best, le ruggini e la speranza che qualcuno di "troppo giovane" possa perdere la testa e ricominciare una vita al suo fianco trasmette tutta la genuinità di qualcosa che aveva davvero il bisogno di essere raccontato, vissuto, provato.
E' la testimonianza che "scegliere la vita" funziona, anche quando non è proprio come la si sarebbe sognata. E che non ci si deve dimenticare mai di spalare tanta merda.
Ed è una merda che funziona perchè a volte, anche se solo a volte, tira fuori qualcosa che neppure noi ci saremmo aspettati, e consegna agli annali uno Spud strepitoso, dai giochi di ombre neanche fosse Nosferatu di Murnau all'energia incanalata in una storia che sono tante storie, che sono la vita.
Scegli la vita, per l'appunto.
Io non ho amici stretti come questi, e la maggior parte di quelli con i quali sono cresciuto si sono persi, chissà dove.
Ma se ripenso ad alcuni di loro, a Max con il quale, che sia un giorno o qualche anno, quando ci si rivede è sempre come fosse passata un'ora, a Emiliano che sono convinto avrebbe amato questo film, a mio fratello, con il quale si continua a condividere anche a distanza, a Stefano che è arrivato dopo, ma è come se ci fosse stato anche prima, mi sento a casa, di fronte a storie come quella di Renton e soci.
Il Tempo ci ammazza tutti, cazzo. La vita, ci ammazza tutti.
Eppure è giusto, fottutamente giusto continuare a sceglierla.
Perchè altrimenti non potremmo mettere un disco, alzare il volume, e ricordarci di quanto è triste, intenso, fantastico, doloroso, terribile, liberatorio ballare.
E lasciarsi andare.




MrFord




 

sabato 18 marzo 2017

La ragazza del treno (Tate Taylor, USA, 2016, 112')




Ai bei tempi - per una volta - degli anni novanta della mia adolescenza, ricordo bene l'epoca d'oro che visse il genere thriller, da Il silenzio degli innocenti a Se7en passando per Misery non deve morire e I soliti sospetti, neanche la grande tradizione di Maestri come Hitchcock si fosse rinnovata ed avesse trasmesso ispirazione ai registi saliti alla ribalta in quel periodo: un periodo che, purtroppo, giunse troppo presto al termine segnando un calo vertiginoso della qualità, tanto da essere considerato dal sottoscritto ormai una cosa da "sabato sera su Italia Uno" e non in accezione positiva, ovviamente.
La ragazza del treno, uscito qualche mese fa in sala e diretto dal Tate Taylor del pur buono The help è l'ennesimo esempio riconducibile alla categoria: un film funzionale e non brutto, in grado di tenere il ritmo ma assolutamente prevedibile - chi ha una certa passione per la settima arte e ne conosce non solo le grandi stelle ma anche i cosiddetti caratteristi avrà il colpevole servito su un piatto d'argento fin dalla prima apparizione dello stesso -, piatto ed incapace di rimanere davvero nella memoria dello spettatore, un pò come, in tempi recenti, sono stati anche Go with me o Premonition - Solace.
Produzioni che paiono la pallida copia di quelli che erano stati i cult di un ventennio fa per un genere che necessita di nuova linfa come l'aria, per evitare di finire soffocato in un mare di proposte confezionate a modo ma incapaci di comunicare davvero qualcosa.
Lo stesso spunto de La ragazza del treno - non ho letto il romanzo, dunque partivo a mente totalmente libera - è interessante, specie perchè giocato sia sul tema del voyeurismo - ed in questo senso, La finestra sul cortile ed Omicidio a luci rosse sono capisaldi imprescindibili - che su quello del dubbio, considerata l'inclinazione alcolica della protagonista, spesso e volentieri non considerata attendibile proprio a causa delle sue simpatie per la bottiglia che la rendono per la quasi totalità della pellicola una sorta di inascoltata Cassandra: eppure, a conti fatti, c'è qualcosa che non scorre, nell'ingranaggio, tanto da quasi annoiare più che avvincere nonostante qualche scossone proprio nella parte finale, e rendere la vita difficile ai poveri bloggers che, dopo una giornata alle prese con due piccole bestie selvagge - ed alludo ai Fordini -, una notte che potrebbe essere spezzettata dalle sveglie delle suddette ed al quarto e meno ispirato post consecutivo vorrebbero trovare una scintilla di portata decisamente superiore di quella offerta da Taylor e soci.
La ragazza del treno, dunque, appartiene a quella sfortunata categoria di film insipidi come una pasta senza sale o un'insalata senza aggiunta di limone o aceto - a seconda di quelli che sono i vostri gusti -, o peggio, di una birra analcolica o un mojito in lattina sempre rigorosamente alcool free: il sapore potrà anche essere quello, ma la sostanza decisamente no.
Se, dunque, volete riempire una serata o un pomeriggio senza correre il rischio di incazzarvi ma senza voler essere necessariamente impegnare lo spirito, eccovi serviti.
Non lamentatevi, però, se non avrete avuto non solo la cena del secolo, ma neppure il godurioso e lascivo sbracare dei fast food o degli all you can eat.




MrFord



sabato 4 marzo 2017

A spasso con Bob (Roger Spottiswoode, UK, 2016, 103')




Per quanto a mia madre siano sempre piaciuti, per tutta una serie di motivi contingenti - complice una casa che non era propriamente un castello - la prima esperienza del sottoscritto con i gatti risale ai tempi della convivenza con Julez, quando la suocera Ford, nel pieno di una ristrutturazione casalinga, ci "prestò" le sue due gatte per quasi tre mesi: con Maggie - ancora oggi viva e vegeta -, una pacchia, tra fusa e paste e grandi puttaneggiamenti; con Tina, la più vecchia, una lotta all'ultimo sangue. Quest'ultima, dal pessimo carattere, ingaggiò una guerra fatta di pisciate per terra ed ore passate chiusa nel sottotetto dove veniva condotta con l'inganno dal qui presente, finita con una tregua armata che comunque regalò alla già citata suocera Ford il fatto che non si presentasse più a tavola chiedendo cibo ad ogni pasto come aveva sempre fatto.
Considerata l'esperienza intensa ed il fatto che ai tempi non avevamo figli, decidemmo di trovare un felino tutto nostro, e fu così che Diego - anche lui rosso, come Bob - entrò nelle nostre vite: da quel batuffolo dell'estate duemilaotto, una specie di dinamo inesauribile, è rimasto un gattone enorme e sovrappeso dalle tendenze chiaramente gay che oggi si aggira cercando di elemosinare sculaccioni - dev'essere un amante del sadomaso - o carezze partendo con le fusa come fosse un motore, che se non ci fosse Mia - la nostra "secondogenita" a quattro zampe - probabilmente avrebbe la stessa mobilità di un soprammobile.
Senza dubbio vivere praticamente in simbiosi con qualsiasi animale non solo rende quest'ultimo un membro attivo della famiglia, ma anche una personalità con la quale fare i conti, nel bene e nel male: certo, dai tempi in cui Julez mi chiamò al lavoro in lacrime per aver appena terminato la visione di Io e Marley immaginando la morte proprio di Diego ad oggi, quando inevitabilmente i figli portano via molta dell'attenzione e soprattutto dell'affetto destinato ai nostri amici pelosi le cose sono cambiate, e sono sicuro che, per quanto, come ogni genitore, giuriamo che, dopo Diego e Mia, non ci imbarcheremo più in questa fatica almeno fino a quando i Fordini saranno cresciuti e fuori casa - i miei adottarono la loro prima gatta proprio quanto io me ne andai -, qualcosa in noi resterà sempre legato al rapporto che costruiamo con loro come e forse anche meglio rispetto a quanto non capiti con alcune delle persone che popolano la nostra quotidianità.
A spasso con Bob, tratto dalla reale vicenda di James, ex tossico e senzatetto, e del suo compagno felino, è un'espressione dell'importanza che assumono gli animali che vivono al nostro fianco non solo in quanto "di compagnia", ma anche e soprattutto parte della nostra vita: un racconto non privo di momenti di smarrimento e dramma, di altri a rischio retorica, ma anche di tutta quella genuina voglia di raccontare una storia con la passione delle emozioni e dei sentimenti, che colpirà in special modo tutti coloro i quali hanno deciso di aprire la propria casa ed il proprio spazio vitale ad un quadrupede qualsiasi, che si tratti di cani, gatti, cavalli o chissà cos'altro.
Del resto, il rapporto che si crea con un animale è unico e complesso almeno quanto quello con una persona, e può essere diverso da individuo a individuo, da situazione a situazione: in questo senso, il lavoro di Roger Spottiswoode - l'equivalente di un caratterista in regia - è onesto e sincero, probabilmente in grado di far storcere il naso a qualche radical ma non per questo - anzi, lo giudicherei un punto a favore - meno incisivo, in grado di intrattenere ed appassionare e, come nel caso di Cannibal, aiutare chi ha perso un amico a quattro zampe a superare il trauma.
Non sarà una pietra miliare, ma potrebbe risultare una versione easy di Quasi amici in versione gattara, è impreziosita dalla presenza di Ruta Gedmintas - che per un feticista delle mani femminili come il sottoscritto è una manna dal cielo - e non può davvero suscitare antipatia.
Un pò come quando, un giorno dopo l'altro, un gatto che vedevate sempre in giro comincia a frequentare sempre più il vostro cortile, o addirittura - se l'avrete tentato come si deve - casa vostra.
Sarà l'inizio di un'avventura unica, che con ogni probabilità vi cambierà la vita.




MrFord




sabato 5 novembre 2016

Shameless - Stagione 6





Se fossi un tipo tecnologico, di quelli sempre aggiornati sui trend e i social e cazzi vari, penso che qui al Saloon campeggerebbe perennemente l'hashtag "Io sono un Gallagher": fin dai tempi della prima stagione i membri di questa scombinata, caotica famiglia dei sobborghi di Chicago sono entrati nel cuore dei Ford tutti - anche il Fordino, ormai, vuole "vedere Frank" - e, come pochi altri protagonisti di serial televisivi, hanno saputo mantenere alta la qualità delle loro disavventure senza per questo perdere in fascino.
Ed anche questa volta, pur se con qualche peripezia in più ed una seconda metà della stagione decisamente superiore alla prima, non si sono smentiti.
Dal sempre detestabile, apparentemente invulnerabile ed assurdo capofamiglia Frank - che riesce a rendersi il meno sopportabile dei charachters ed un guru spirituale quasi paterno, pur se assolutamente distorto e cattivo - fino alla sempre più fragile Fiona - che stagione dopo stagione mostra il fianco ad una sorta di stanchezza di fondo legata al fatto di essere stata il fulcro della famiglia per anni -, passando per il rilancio per Ian - che, da gregario, aveva passato le ultime annate in ombra - e la caduta der il mio favorito Lip - che come genio della famiglia finisce per cominciare a patire le aspettative che, volontariamente o no, tutti, compreso se stesso, hanno rispetto al suo futuro -, dal tentativo di emancipazione di Debbie alla fantastica caratterizzazione di Carl, forse il vero e proprio mattatore di questa sesta annata dei Gallagher.
Certo, in fase di scrittura per la prima volta non tutto funziona al cento per cento - si veda il personaggio di Shawn e la sua fine -, eppure la carica emotiva e di pancia che hanno i Gallagher resta senza rivali per chiunque abbia o abbia avuto una famiglia numerosa e caotica, o anche soltanto caotica pronta a specchiarsi nei casini, nei tracolli e nell'incrollabile voglia di non mollare e continuare a rialzarsi dei nostri eroici esponenti della Chicago proletaria e povera.
Perchè il bello dei Gallagher - e di tutto quello che rappresentano - risiede proprio nel carattere, nel desiderio di riscatto, di lotta, di continuare a vivere da uomini e donne della strada e del popolo nonostante le bastonate che giorno dopo giorno sono - e siamo - destinati a prendere: il bello dei Gallagher è vedere Carl passare dal riformatorio e lo smercio di armi alla volontà di diventare un poliziotto, Ian combattere affinchè il suo bipolarismo non venga preso come una scusa per compatirlo o compatirsi, Lip dibattersi affinchè gli venga riconosciuta una fragilità di fondo che, per una persona intelligente come lui, pare non essere concepita.
E lo stesso Frank, nella sua "invincibilità", calza a pennello con questo spirito.
Dunque, come ogni anno, come ogni giorno, come ogni stagione ed episodio finisco a soffrire e farmi il culo con ognuno dei Gallagher, da quelli che sento più affini a quelli che, al contrario, prenderei a pugni in faccia: perchè in fondo con la Famiglia è sempre così, e anche quando c'è qualcuno che con te c'entra poco e niente, o proprio non digerisci, o vorresti prendere a calci nei denti, quando c'è bisogno, nella buona o nella cattiva sorte, finirai per trovarti sempre lì.
Al sangue non si può mentire.
Buono o cattivo che sia.




MrFord




 

mercoledì 5 ottobre 2016

Dr. House - Stagione 3 (Fox, USA, 2006)



Nell'ambito delle produzioni televisive mainstream ricordo, ai tempi dell'esplosione di Lost, che evitai per pregiudizio il serial dedicato alle gesta del medico più irriverente del piccolo schermo, al secolo Gregory House: troppo concentrato sulle disavventure degli esuli dell'Oceanic 815, mi interessava poco imbarcarmi in una serie più di accompagnamento che altro, senza coinvolgimento emotivo.
Con l'arrivo del Fordino prima e della Fordina poi e l'innalzamento di decibel e caos durante i nostri pranzi e cene domestici, la necessità di prodotti più easy si è fatta sentire, e dunque è tornato alla ribalta questo charachter spassosissimo da seguire, ormai un idolo anche per il già citato Fordino, che non vedeva l'ora di ogni nuova puntata per vedere House mentre "tratta male qualcuno": personalmente, ho trovato questa season numero tre la migliore, per ora, del brand, complici una prima metà segnata dalla rivalità tra il nostro medico ed un poliziotto interpretato dal caratterista David Morse ed una seconda incentrata sulla progressiva spaccatura tra il main charachter e la squadra dei suoi collaboratori, a partire da Foreman - mio personale favorito, con appoggio e sostegno sempre del piccolo Ford -.
Interessanti anche gli episodi riempitivo come quello ambientato tutto all'interno di un volo di linea, e divertenti sia le trovate provocatorie di House che i suoi siparietti con l'amico e collega Wilson e la direttrice dell'ospedale Caddy: ora come ora, sono molto felice di aver deciso di recuperare una serie impegnativa - in termini di numero di stagioni ed episodi - ma assolutamente godibile e fresca, che non avrà certo pretesa di diventare una delle mie favorite di sempre - parliamo comunque di un prodotto in stile "fumetto seriale", all'interno del quale le evoluzioni dei personaggi e delle storie saranno sempre e comunque limitate - ma che so già mi accompagnerà con discreta soddisfazione fino alla sua naturale conclusione, pur con le tipiche tempistiche "a lungo raggio" del Saloon.
Rispetto a proposte dello stesso "filone" come E. R. o Grey's Anatomy, mi pare che House riesca a mantenere una certa unicità dovuta al carattere spigoloso del "bad guy" che da il nome alla serie ed alla sua specializzazione - immunologia -, che permette anche allo spettatore di esplorare varianti più uniche che rare di malattie e patologie, lontane dalla "vita in corsia" dei serial citati poco sopra - che, soprattutto per quanto riguarda Grey's Anatomy, restano un vero e proprio must see soprattutto della signora Ford -, e, almeno per ora, a non apparire troppo imprigionato nell'epoca della sua realizzazione.
Tutte qualità che, per accompagnare i pasti movimentati di casa Ford, stanno come una bella sambuca digestiva: un gran bene.




MrFord




lunedì 23 maggio 2016

Veloce come il vento

Regia: Matteo Rovere
Origine: Italia
Anno:
2016
Durata:
118'






La trama (con parole mie): Giulia De Martino è una giovanissima e promettente pilota del circuito del GT, da sempre guidata in pista e fuori dal padre, che ha cresciuto lei e suo fratello minore Nico nonostante gli abbandoni della madre.
Quando il genitore muore a causa di un attacco cardiaco proprio durante un gran premio, Giulia si ritrova sola ad affrontare il ritorno di Loris, suo fratello maggiore da dieci anni ormai lontano da casa, ex pilota divenuto tossico in rotta con la famiglia: costretta ad accettare la sua presenza per evitare l'affidamento suo e di Nico, entrambi minorenni, Giulia scoprirà che l'esperienza in pista di Loris potrebbe risultarle utile per vincere il campionato ed evitare di perdere la casa, promessa dal padre ad uno dei grossi nomi del circuito in cambio della certezza di condurre proprio Giulia alla vittoria.
Grazie agli allenamenti ed ai suggerimenti di Loris, la giovane pilota pare finalmente rivelare tutto il suo talento, ma il Destino è in agguato, pronto a rendere la vita ancora più difficile ai fratelli De Martino.












Ai tempi dell'uscita in sala di Veloce come il vento, storsi e non poco il naso a fronte di quello che appariva come l'ennesimo tentativo finto autoriale di riportare il Cinema italiano a livelli quantomeno decenti, complici l'ambientazione legata al circuito del GT e Stefano Accorsi, che non ho mai particolarmente digerito neppure nelle sue interpretazioni migliori: a seguito della lettura di alcune recensioni che dipingevano il lavoro di Matteo Rovere come una delle cose migliori degli ultimi tempi, però, la curiosità anche al Saloon è aumentata, ed alla fine è avvenuto il recupero della pellicola.
Fresco di visione, mi sento libero di ammettere che effettivamente Rovere ha compiuto un ottimo lavoro, portando in scena una storia - ispirata alle reali vicende del pilota Carlo Capone - con passione, tecnica e vigore, affidandosi al lato emotivo dell'audience e superando, in questo modo - ed in velocità - la questione sportiva e di motori che avrebbe limitato l'apprezzamento del pubblico poco avvezzo a quel mondo.
Veloce come il vento, infatti, si rivela un titolo più legato ai concetti di famiglia e fratellanza - entrambi molto cari al sottoscritto -, che non al mondo delle corse in pista, ottimo nell'alternare passaggi divertenti ad altri molto drammatici, riuscendo almeno in parte ad uscire dalla connotazione del "troppo italiano" finendo per apparire quasi come un'opera in "stile Sundance", per quanto radicata nelle radici romagnole dei suoi protagonisti: un plauso, dunque, al giovane regista romano, va tributato, anche se occorre che si frenino gli eccessivi entusiasmi in modo da non inficiare in negativo la visione da parte di chi, spinto da recensioni troppo entusiastiche, finisce per aspettarsi da questo titolo una sorta di miracolo.
In fondo, non siamo dalle parti di Rush o da quelle del Cinema americano delle grandi produzioni, i limiti - soprattutto in termini di recitazione, nonostante l'indubbio fascino della giovane protagonista Matilda De Angelis, già da molti ribattezzata, in quanto a fattezze, "Jennifer Lawrence italiana", non si può certo parlare di interpretazioni memorabili - sono evidenti, la sceneggiatura è a tratti troppo tagliata con l'accetta, eppure nel complesso Veloce come il vento fila dritto come le vetture da corsa, e seppur non nel migliore dei modi, giunge al traguardo compiendo l'impresa più importante, almeno per quanto mi riguarda: conquistare cuore e simpatia.
Non importa, infatti, che possa ricordare una qualche produzione oltreoceano, o prendere le distanze da una realtà stanca e spesso trash come la nostra(na), sul grande schermo e non: Veloce come il vento porta sullo schermo la necessità di raccontare una bella e coinvolgente vicenda familiare, di quelle che sbandano e paiono destinate a finire contro il più duro dei muri ed invece, all'ultimo istante, riescono a riprendere la strada e dirigersi dritte dove è giusto che vadano.
Tutto questo senza contare che, in casa Ford, gli outsiders cazzuti ed allergici alle regole troveranno sempre un posto speciale, così come le storie di rivincita e rinascita: la forza dell'Uomo ed il bello della vita stanno nella capacità di imparare a rialzarsi, e mostrare anche quando non ce lo si aspetta o si aspetterebbe qualcosa di incredibile e sorprendente.
E a volte non servono corse all'ultimo respiro, piedi premuti su freno o acceleratore come se non ci fosse un domani: bastano due stronzate, un giro in piscina, un tuffo e qualche innocua bugia.
Semplicità, dio bono, e voglia di vivere.
Sempre e comunque.





MrFord





"I am idiot drug hive, the virgin, the tattered and the torn
life is for the cold made warm and they are just lizards
self-disgust is self-obsession honey and I do as I please
a morality obedient, only to the cleansed repented."
Manic Street Preachers - "Faster" - 





domenica 22 maggio 2016

Ash VS Evil Dead - Stagione 1

Produzione: Starz
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10








La trama (con parole mie): sono passati trent'anni dagli eventi che hanno visto Ash protagonista di una lotta all'ultimo sangue con i semimorti, ed avanti e indietro nel tempo. L'uomo, come allora tamarro e sopra le righe, in possesso del Necronomicon e come allora commesso in un grande magazzino, si diletta con alcool, droghe e giovani disposte a cedere al suo fascino fino a quando una notte brava non lo conduce a recitare una poesia presente sul Libro dei morti creata per risvegliare il Male che, ai tempi, gli era costato una fidanzata, gli amici ed una mano.
Affiancato dai giovani colleghi Pablo e Kelly, Ash dovrà accettare il suo ruolo di eroe, riprendere boomstick e motosega e dare inizio ad una nuova battaglia.
Ma cosa accadrà se il Male, questa volta, dovesse offrirgli qualcosa che non può rifiutare?








Per dare la misura della goduria che una serie come Ash VS Evil dead è in grado di provocare agli abitanti del Saloon basta una misura in termini di tempistiche: per Mr. Robot, sòla del secolo per quanto riguarda il piccolo schermo, osannata inspiegabilmente un pò ovunque, ci sono voluti tre mesi di visioni a singhiozzo prima di decidere di dare un taglio netto ad un'esperienza allucinante per quanto riguarda ritmo, coinvolgimento e trasporto, per Ash sono bastati tre giorni, o poco più, per divorare l'intera stagione e godere di ogni secondo della stessa, dalle reminiscenze dei passati La casa, La casa 2 e L'armata delle tenebre alle risate spese su episodi come Fire in the hole, spontanee e di pancia come non capitava da tempo neppure rispetto al grande schermo.
Il ritorno di Ash - charachter mitico all'origine di un vero e proprio culto dei fan - e del suo interprete Bruce Campbell non potevano, dunque, tra un colpo di boomstick ed uno di motosega, un semimorto che esplode ed un altro che uccide nel modo peggiore possibile il primo malcapitato che gli capita per le mani, che essere un successo, specie se conditi dagli stessi elementi che, ormai trent'anni or sono, resero Evil Dead uno dei titoli di riferimento dell'horror e non solo.
Complimenti, in questo senso, a Starz per aver intuito le potenzialità del prodotto ed aver lasciato mano libera alla produzione, che non si risparmia nulla rispetto a splatter decisamente grindhouse e vintage, colpi bassi, (auto)ironia ed una costruzione in grado di alimentare l'hype degli appassionati in vista di una seconda stagione che promette di essere una delle più interessanti dei prossimi mesi, almeno per quanto riguarda il sottoscritto.
Ottimi i comprimari, dal timido Pablo alla più aggressiva Kelly, senza dimenticare la poliziotta sexy in pieno stile anni settanta e l'ormai mitica Lucy Lawless, forse in parte penalizzata da un personaggio ancora soltanto accennato ma comunque sempre in grado di rievocare i fasti indimenticati di Xena: per il resto, divertimento, sangue a volontà, allusioni sessuali e hype già a mille per il secondo giro di giostra, che vedrà l'insolito gruppo di cacciatori di semimorti affrontare, di fatto, la decisione di Ash di cedere lo "scettro" al Male stesso in modo che si autocontrolli - e ho seri dubbi in proposito - in cambio di una goduriosa ed assolata pensione - che accetterei volentieri anche io, in tutta onestà, considerato che non ho assolutamente idea di quanti anni mi restino di lavoro, e la cosa mi fa più paura di un esercito di semimorti da squartare con motosega alla mano -.
Un prodotto, dunque, promosso a pieni voti, veloce, diretto, sboccato, insanguinato e divertentissimo, di quelli che sempre più mi convincono ad abbracciare la grande famiglia dei pane e salame senza troppi fronzoli e pensieri, che come il sottoscritto ed Ash pensano che il tempo sia troppo prezioso per sprecarlo in inutili pippe mentali.
Meglio indossare l'abito della festa ed essere pronti a sporcarlo spassandosela al massimo e senza ritegno, anche se questo significa far saltare qualche testa di zombies assetati di sangue.




MrFord





"Raining blood
from a lacerated sky
bleeding its horror
creating my structure
now I shall reign in blood!"
Slayer - "Raining blood" -




 

lunedì 18 aprile 2016

Mr. Robot - Stagione 1

Produzione: USA Network
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10







La trama (con parole mie): un giovane ingegnere informatico, Elliot Alderson, solitario e disadattato, dipendente dalla morfina e lontano anni luce dal mondo e dalla vita normale dei suoi coetanei, è contattato da Mr. Robot, misterioso leader di una cellula rivoluzionaria che progetta di ribaltare il sistema dominato da banche, gruppi finanziari e multinazionali attraverso le moderne armi dell'hacking e della lotta "virtuale".
Superati i conflitti ed i dubbi iniziali, Elliot decide di entrare a far parte del gruppo e dare sostegno alla lotta di Mr. Robot grazie al suo talento ed al genio che lo contraddistinguono: ma la strada verso un nuovo giorno ed un nuovo mondo è lunga e certo non priva di ostacoli e momenti di difficoltà, siano esse dovute ai disequilibri di Elliot o ai pilastri di una società già saldamente formata proprio da quelli che sono - o sono destinati a diventare - gli antagonisti per eccellenza dell'hacker.











Fin dai tempi dell'apertura del Saloon, è capitato più di una volta di trovarmi di fronte a prodotti non solo ben accolti, ma in alcuni casi addirittura osannati dalle recensioni nella blogosfera e non, giunti su questi schermi spinti da un hype molto alto e rivelatisi delusioni cocenti: da The tree of life a It follows, passando per Innkeepers, alcuni piccoli e grandi cult figli della settima arte non hanno decisamente passato un buon quarto d'ora, dalle parti del sottoscritto, ma a memoria non ricordo una situazione analoga vissuta rispetto alle serie televisive.
Certo, ci sono stati titoli abbandonati senza alcun rimpianto - mi viene in mente lo sciapissimo Person of interest -, o altri finiti solo per dovere come Flashforward, ma a mia memoria non avevo mai provato una delusione ed uno sconvolgimento rispetto al successo riscontrato come per Mr. Robot, con ogni probabilità il serial più sopravvalutato - considerati l'insieme, le potenzialità e le ambizioni del prodotto - delle ultime stagioni: a prescindere dagli argomenti molto nerd e molto finto alternativi da pseudo rivoluzionari intellettualoidi che poco intrigano ed attraggono gli occupanti di casa Ford - non ricordo di una serie pronta a vantare il poco invidiabile record di avermi abbattuto con il sonno nel corso della visione di ognuno dei primi tre episodi tre -, ho trovato in Mr. Robot una mancanza di empatia dei protagonisti con il pubblico - un charachter come Elliot da queste parti si prenderebbe schiaffi in faccia e calci in culo dalla mattina alla sera -, una latitanza pressochè totale di ritmo - tre quarti d'ora che paiono quattro ore e mezza, una noia che mi ha fatto rivalutare in termini di scorrevolezza anche i più pesanti tra i miei cari mattonazzi russi -, un'atmosfera da fuori tempo massimo che grida anni novanta ad ogni piè sospinto ed una perenne sensazione da "vorrei ma non posso e me la meno pure" che ha reso davvero insostenibile la visione anche a fronte di alcune buone idee di fondo o delle sequenze più affascinanti.
Penso che quella di decidere di interrompere il rapporto dei Ford con Mr. Robot sia stata una delle decisioni meno sofferte rispetto al piccolo schermo di sempre, considerati poi i ritardi leggendari accumulati con le nuove proposte da sempre caratteristica del sottoscritto e la curiosità rispetto a prodotti certamente più vicini ai miei gusti di questo polpettone cybernerd incasinato e poco coinvolgente del quale non sentivo davvero la necessità: un peccato per il pur talentuoso Rami Malek - che preferisco ricordare come uno dei protagonisti del videogioco Until dawn, quello sì, davvero un supercult - e per l'idea di considerare la rivoluzione in rete come la nuova frontiera di tutte quelle che, nei decenni scorsi, sono state combattute per la strada o nella giungla, armati di megafoni o di fucili, con le azioni o con le parole.
Ma sinceramente, davvero poca carne al fuoco per permettermi di riconsiderare la decisione definitiva.
Mr. Robot è la delusione non solo dell'anno, ma del decennio, anche e soprattutto considerando il taglio dato alla serie, i premi raccolti - a posteriori, per quanto mi riguarda assolutamente da fantascienza - e l'enorme carico di aspettative dei suoi numerosi fan hardcore e degli autori stessi, che non possono certo negare di aver messo una certa presunzione nella loro creatura mascherandola - neppure troppo bene - da "rivincita dei nerd" assolutamente poco credibile, un pò come quei compagni di scuola pronti a piagnucolare alla fine di ogni compito in classe dandosi per spacciati salvo poi finire per essere sempre e puntualmente tra i quattro o cinque con i voti più alti.
Ora, non so se sia stato un problema di incompatibilità o di un punto di vista diverso da quello di tutti i radical e gli alternativi e i nerd pronti a sbavare drietro al signorino dal flusso di coscienza facile e sballato Elliot, ma sinceramente, avendo passato gli anni della scuola da un pezzo, ho finito per avere una riserva di pazienza molto più scarsa a fronte di chi piagnucola per portarsi a casa, alla fine, la sua brava medaglietta di primo della classe.
Vaffanculo, secchioncelli.
Vaffanculo, Elliot.
Vaffanculo, Mr. Robot.
Il Sistema non mi piace.
Ma non mi piace neppure il tuo sistema.





MrFord





"That's it, sir
you're leaving
the crackle of pigskin
the dust and the screaming
the yuppies networking
the panic, the vomit
the panic, the vomit
god loves his children, god loves his children, yeah!"
Radiohead - "Paranoid android" -





domenica 3 aprile 2016

Infinite Jest

Autore: David Foster Wallace
Origine: USA
Anno: 1996
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): siamo dalle parti di Boston in un futuro prossimo in cui Stati Uniti, Canada e Messico sono riuniti sotto un'unica bandiera, e tra tennis, aneliti indipendentisti del Quebec ed un film che porta al piacere fisico estremo chi lo guarda e ci si perde, assistiamo alle vicende della famiglia Incandenza, pronta a rimbalzare tra una stranezza e l'altra, un futuro da star della racchetta ed un bong di colore imprecisato, quello che era e quello che potrebbe essere.
Ma cosa mostra questo "Infinite Jest" pronto a ribaltare le regole di qualsiasi cosa, ed a rapire inesorabilmente chi se ne ritrova preda?
Riusciranno i protagonisti di questa epopea a trovare una risposta? E sarà una risposta sensata, o un tentativo fuori da ogni schema di trovare un senso ad una vita sempre e comunque troppo complicata?










In tutta onestà, è la seconda volta che capita nel corso della mia vita di lettore.
Di norma, anche nei casi in cui mi trovo di fronte a qualcosa che azzecca poco con le mie corde, tiro dritto e mi faccio forza fino alla fine, sicuro del fatto che, in un modo o nell'altro, la fatica sarà ripagata.
Curioso che, come la prima volta, accada con un romanzo che è considerato un cult imprescindibile, uno di quei titoli che andrebbero letti almeno una volta nella vita, senza se e senza ma: ai tempi fu Il signore degli anelli la vittima sacrificale del sottoscritto, nonostante tre - e dico tre - tentativi differenti di superare la noia terribile della prosa troppo descrittiva di Tolkien facendomi forza grazie ai personaggi e ad una cornice che ho sempre apprezzato, senza successo.
A questo giro di giostra, è stata la volta di Infinite Jest, celebratissimo titolo che valse a David Foster Wallace l'appellativo di genio assoluto della narrativa americana, di recente tornato alla ribalta grazie all'ottima visione di The end of the tour, che, come scrissi nel post dedicatogli, riuscì non solo a solleticare la curiosità rispetto alla lettura di questa pietra miliare, ma anche il desiderio sopito del sottoscritto di rimettermi alla tastiera per scrivere qualcosa che non sia una recensione: le aspettative, dunque, in proposito, erano molto alte, la curiosità molta, il desiderio di confrontarmi, dopo Il Cartello, con un altro volume imponente, pressante.
Peccato che, a conti fatti, si sia rivelato tutto come un gigantesco buco nell'acqua.
Personalmente, non ho nulla contro Wallace, la sua indubbia proprietà di linguaggio e la straordinaria cultura pronte ad eruttare ad ogni pagina, alla fantasia grottesca o al coraggio di lavorare ad un'opera così complessa e scombinata, eppure anche solo arrivare a centocinquanta pagine scarse sulle mille totali si è rivelata un'impresa pressochè impossibile e fantascientifica, che ho dovuto abbandonare per non torturarmi continuamente con il pensiero dello spreco di tempo e lettura che sarebbe stato dedicare ad Infinite Jest almeno un altro paio di mesi - considerato il ritmo con il quale stavo procedendo - di viaggi avanti e indietro dal lavoro.
E ad ogni secondo di quest'impresa fallita, ho continuato a rimuginare sull'effetto provocato dalle sbronze di parole di Wallace a quello della stessa matrice firmato Bukowski, autore molto legato al grottesco che qui al Saloon ha un posto d'onore: se, infatti, da un lato l'inquietudine esistenziale del buon David ha assunto le sembianze di una sorta di mostro composto per un quarto da una donna in periodo mestruale, per un altro da un professore radical e sbomballato, dunque dal tuo compagno di liceo rimasto ai tempi delle (troppe) canne all'intervallo e dalla sensazione di perdersi talmente tanto in se stessi da essere impossibilitati a vivere il mondo all'esterno, dall'altro il mitico Hank è sempre stato in grado di farmi percepire una vitalità incontrollabile, una voglia di azzannare, mangiare, sputare, leccare le cose da farmi sentire la Natura animale dritta nel profondo del cuore.
Per limiti miei, dunque, del mio approccio e della formazione che mi ha condotto dall'adolescenza dei pipponi ad ora, non credo di essere in questo periodo della mia vita in grado di poter dedicare altro, al vecchio Wallace, se non le bottigliate delle grandi occasioni, ed un brindisi alla liberazione da quella che pareva, senza se e senza ma, una prigionia da lettura in grado di non farmi neppure lontanamente godere di quello che è uno dei miei grandi piaceri quotidiani.
Questo, con ogni probabilità, mi costerà l'ingresso nei circoli letterari più cool della blogosfera e non, nei caffè da reading alternativi e via discorrendo, ma volete sapere una cosa?
Non me ne importa un bel cazzo.
Preferisco recuperare una bella bottiglia, tornarmene a casa, scolarmela tutta dopo essermi ingozzato a tavola, sdraiarmi sul divano e meditare su quel tipo che cercava di farsi un pompino da solo e, non riuscendo nell'impresa, sentenziava: "Possono essere due centimetri o anni luce, ma il risultato è dannatamente lo stesso".
Quanto ha ragione.




MrFord





"I wanna tell you a story about an acrobat. it's a funny situation I'm going to explain. in a nutshell he had sat on a chair's hind two legs badaboom! Because of a Lego brick he's dead. So what? So strange? It was only a game. Does it seem strange?"
Jarvis - "Badabap the parrot" -







domenica 15 novembre 2015

The Killing - Stagione 4

Produzione: Netflix
Origine: USA, Canada
Anno: 2014
Episodi:  6





La trama (con parole mie): Linden e Holder, dopo gli sconvolgenti fatti legati al caso del Pifferaio Magico e del loro superiore nonchè ex amante di Linden Skinner, scopertosi essere serial killer ed ucciso da Sarah, vivono sul filo a causa dell'occultamento del cadavere di quest'ultimo e dell'indagine affidata all'ex collega di Holder, Reddick, volta a ritrovare proprio Skinner.
Come se non bastassero i peccati ed i demoni interiori a mettere in crisi la coppia di detectives, un nuovo, terrificante caso sale alla ribalta della cronaca, e torna a chiamarli in causa in prima linea: un'intera, ricca famiglia di Seattle, infatti, è sterminata nella propria casa a colpi di pistola, e soltanto il figlio maggiore, Kyle Stansbury, sopravvive all'eccidio dopo aver apparentemente tentato il suicidio.
Ma quali sono i segreti di questa famiglia apparentemente perfetta? E quali nasconde l'Accademia militare all'interno della quale studia Kyle?
Riusciranno Holder e Linden a risolvere il caso e mantersi in equilibrio di fronte alla loro crisi e all'indagine che potrebbe privarli del lavoro e non solo?










Una delle scoperte migliori nell'ambito del piccolo schermo del passato recente del Saloon, da sempre legato al noir e al genere "morti ammazzati", è stata The Killing, serie dalle sfortunatissime vicissitudini produttive decisamente troppo poco nota al grande pubblico nonostante un valore decisamente superiore alla media, in ogni stagione in grado di indagare sulle oscurità dell'animo umano con grande profondità principalmente grazie a due protagonisti caratterizzati alla grande, i detectives Linden e Holder.
Salvata da Netflix - che merita sicuramente un plauso per questo - dalla cancellazione dopo la terza stagione in modo da regalare ai suoi fan quantomeno un finale degno di questo nome, The Killing giunge al suo quarto giro di giostra - l'ultimo, purtroppo -, presentando sei episodi come di consueto molto drammatici legati ad un delitto efferato ed ai consueti squilibri dei due investigatori protagonisti, più che mai segnati dai tragici eventi che li hanno visti, sul finire della stagione precedente, affrontare il loro capo nonchè ex amante di Sarah Linden, Skinner, colpevole dei delitti del Pifferaio Magico.
In questo senso la loro lotta per convivere con il senso di colpa e la coscienza di aver, di fatto, tradito il loro ruolo di tutori dell'ordine, che conduce entrambi a sprofondare nei demoni personali prima di trovare la forza di reagire e tornare a galla, ha un senso e da senso all'intera proposta, fin dai primi episodi legata a doppio filo all'improbabile coppia di altrettanto improbabili segugi, dalla fragile e disequilibrata Linden all'ex tossico ed ingovernabile Holder, che da queste parti ha finito per chiudere la sua partecipazione a The Killing identificato con mio fratello data la somiglianza in certe espressioni - ed anche rispetto alle intemperanze -, tanto da portare perfino il Fordino a ribattezzare questa proposta e chiederci se a cena avremmo visto "lo zio Dario".
Nonostante, però, le buone intuizioni, i due main charachters sempre interessanti e l'intervento di Netflix, il risultato è stato, a mio parere, al di sotto delle annate precedenti, complici i pochi episodi disponibili per approfondire sia i problemi di Linden e Holder, sia il nuovo caso sul quale si ritrovano al lavoro e la necessità di scrivere comunque la parola fine al serial, imposizione che ha, di fatto, dato la sensazione di acceleratore premuto affinchè un epilogo potesse permettere ai due protagonisti di salutare degnamente il pubblico.
Un piccolo passo falso che, comunque, non toglie troppo valore ad un titolo che è stato, a mio parere, tra i più importanti del genere nel passato recente del piccolo schermo, e che anche se in misura minore regala ottimi momenti anche in questi sei episodi conclusivi, legati principalmente all'analisi della vita nella scuola militare di Kyle ed agli abusi in termini di bullismo che avvengono tra quelle stesse mura.
Figure, inoltre, come quella del Colonnello Margaret Rayne si inseriscono perfettamente nella galleria di comprimari di enorme spessore di questo titolo, da Ray Seward e Skinner nella terza stagione ai Larsen nelle prime due, senza dimenticare Darren Richmond, politico protagonista della vicenda legata alla morte di Rosie Larsen soprattutto nella prima stagione tornato proprio nell'ultimo episodio in una comparsata che ha il sapore effettivo dell'omaggio e del saluto ai fan.
Senza dubbio, con tutti i loro squilibri ed alti e bassi, Linden e Holder saranno sempre ricordati con piacere, qui al Saloon, ed andranno ad arricchire le fila della schiera di personaggi nati dal piccolo schermo che non hanno nulla da invidiare a quelli più blasonati del grande.




MrFord




"Gunfire in the street
where we used to meet
echoes out a beat
when the bass goes "bomb"
right over my head
step over the dead
remember what you said."
Nine Inch Nails - "The good soldier" -





sabato 10 ottobre 2015

Intervista a Simone Bartolini

La trama (con parole  mie): dopo aver ospitato qui al Saloon il suo Le formiche della città morta, è il turno del giro di bevute con il suo regista Simone Bartolini, che per l'occasione si siede al bancone con questo vecchio cowboy pronto a raccontare del suo lavoro, della passione che lo muove e del Cinema.
In alto i calici, dunque, e che inizino le danze.



Ford: Ciao Simone, e benvenuto al Saloon. E' consuetudine, da queste parti, iniziare con una domanda rigorosamente alcolica: quali sono i tuoi drinks preferiti? Cosa ti andrebbe di ordinare potendo riprendere fiato al bancone di questo luogo di Frontiera?
Simone Bartolini: Ciao a te e a tutti i tuoi lettori.
Nei momenti di relax amo bere un buon whiskey torbato liscio. In alternativa, un drink che apprezzo molto è proprio il white russian, che mi sembra di capire sia anche una tua buona conoscenza.

F: Archiviate le fondamentali questioni alcoliche, ecco una domanda clamorosamente convenzionale: parlaci di te, del percorso che hai compiuto per giungere a Le formiche della città morta, di come è nata la passione per il Cinema.
SB: Non saprei dire con esattezza a quando risale la nascita della mia passione per il Cinema, però so per certo che sin dall'infanzia ho provato una forte fascinazione per la settima arte. Crescendo poi questo amore è cresciuto con me, tant'è che giunto agli studi universitari non ho potuto fare a meno di iscrivermi alla facoltà di Scienze Umanistiche, che annovera tra i suoi corsi il Dipartimento di Arti e Scienze dello Spettacolo con indirizzo Cinema.

F: Parlando di Cinema e di realtà italiana, come vedi la situazione attuale per i registi in cerca di un futuro in quest'ambito? Nello specifico, riesci a campare di settima arte o sei costretto a ripiegare anche su altro?
SB: Sin da quando ho quindici anni ho fatto i lavori più disparati e, sinceramente, non ho mai pensato che il Cinema potesse essere un lavoro a tempo pieno. Questo però dipende anche da come ci si pone nei confronti di questo ambiente, che è molto più ostico di quello che comunemente si possa pensare. Anche attualmente svolgo un mestiere che non rientra nelle mansioni dell'ambiente cinematografico ma continuo a sentire il bisogno innato di tornare a rapportarmici da vicino.

F: Personalmente, sono rimasto piacevolmente colpito da Le formiche della città morta, che forse è il lavoro "indie" più interessante che mi sia capitato di visionare da quando ho aperto WhiteRussian: come sei arrivato alla sua creazione? Quali sono stati i momenti migliori, e peggiori? Sono sempre ben accetti aneddoti assurdi o divertenti.
SB: La creazione di "Le formiche della città morta" è stata molto spontanea, posso tranquillamente dire che ne sentivo l'urgenza. Volevo narrare uno spaccato di vita esemplare di una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma sul quale in molti preferiscono non soffermarsi. La tossicodipendenza è vista come un malcostume d'altri tempi ma oggi è più che mai attuale; ho perso molti amici a causa di questa piaga sociale. Ci tengo comunque a precisare che l'intento del mio film non era comunque quello di condannare chi finisce con l'esserne schiavo, in molti casi sono persone anche buone che però hanno una curiosità e un'attrazione molto intensa per l'astrazione (credo che il mio film racconti abbastanza chiaramente questo aspetto).

F: Nel tuo film il ruolo della dipendenza è centrale, rispetto alla vicenda del protagonista: quanto c'è di tuo in questo? Da grande amante dell'alcool, sono curioso di capire come vivi questo concetto, e cosa ti ha mosso a farne uno degli elementi centrali di questo lavoro.
SB: La dipendenza è chiaramente il tema portante della pellicola e se ho scelto la tossicodipendenza come argomento centrale è stato perché essa ne è la massima espressione. Esaminandola nel dettaglio si può notare come porti alla dissoluzione di ogni altro aspetto della vita di chi ci si invischia. Volente o nolente, un tossicodipendente, si troverà a pagare lo scotto della sua scelta. Vi sono anche casi di persone che riescono ad "amministrarla" con più parsimonia, ma bisogna avere una predisposizione quasi disumana. Io stesso mi rendo conto di quanto la dipendenza, in molti campi, sia un elemento centrale della mia esistenza. Anche quella dai rapporti interpersonali, affettivi, può essere deleteria.

F: Come gestisci il rapporto con gli attori ed i tecnici? C'è una fase della realizzazione che non sopporti, o una che, invece, ti fa sentire come a casa?
SB: Gestire il rapporto con tecnici e attori è uno degli elementi più complessi e coinvolgenti al tempo stesso. C'è uno scambio continuo e si entra in stretto contatto con la mentalità dell'interlocutore. Chiaramente capita spesso anche di scontrarsi ma questo può essere un bene ai fini della realizzazione dell'opera, poiché si crea una tensione che, se ben gestita, può essere riversata sul lavoro e rendere palpabile il pathos a coloro che saranno gli spettatori esterni, pur non sapendo minimamente quali siano state le dinamiche della creazione.
Le fasi di realizzazione possono essere tutte molto avvincenti. Personalmente quella che mi regala più piacere è la fase del set, forse perché è lì che si vanno a mettere insieme gli ingredienti che poi in seguito dovranno essere lavorati con attenzione al montaggio e in tutte le fasi di post-produzione.  Anche il montaggio, sebbene sia diametralmente opposto rispetto al lavoro sul set, ha per me un forte fascino. Alcuni registi preferiscono affidarsi ad un montatore esperto dandogli delle direttive, per me è impensabile. Credo che la fase di montaggio sia una buona fetta della regia, quindi non credo riuscirei a fare a meno di seguirla in tutto il suo svolgimento.

F: Senza anticipare nulla rispetto all'evoluzione della trama ed alla chiusura della pellicola, la tua visione in merito è di natura pessimistica, o sei uno di quelli che vive con il bicchiere mezzo pieno e continua a sussurrare "fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene?"
SB: Per me il bicchiere è sempre mezzo vuoto. Non dico di essere un pessimista a pieno titolo ma ho sempre la sensazione che si possa fare di meglio.

F: Se dovessi scegliere il cast per un tuo film ideale, quali sarebbero l'attore e l'attrice irrinunciabili, senza limiti di budget e produzione?
SB: Ce ne sarebbero troppi... soprattutto non avendo alcun limite di budget. Mi limiterò a dirti i primi due che mi vengono in mente: Adrien Brody e Kirsten Dunst.

F: Chiudo con un'altra domanda ormai di rito del Saloon: un film italiano, uno straniero ed uno che associ a Le formiche della città morta che porteresti con te su un'isola deserta o in un bunker per proteggerlo dalla fine del mondo conosciuto.
SB: Rispettivamente La Strada di Federico Fellini, Antichrist di Lars Von Trier e Amore Tossico di Claudio Caligari.

Ed ora non resta che brindare a Simone Bartolini - nonostante la sparata grossa su quell'abominio di Antichrist -, a Le formiche della città morta ed alla speranza che il Cinema italiano non sia morto, e passi anche e soprattutto da proposte giovani ed interessanti come questa.


MrFord

Le formiche della città morta

Regia: Simone Bartolini
Origine: Italia
Anno: 2014
Durata: 81'





La trama (con parole mie): Simon Pietro, un aspirante rapper eroinomane, allontanatosi dalla famiglia e naufragate le speranze, è ormai un piccolo spacciatore indebitato con il boss locale Alfio. Nel corso di ventiquattro ore, assistiamo alla rincorsa del ragazzo all'impresa di mettere insieme la cifra necessaria per saldare il suo debito, tra riscossioni, vecchi debiti, favori ed un piccolo mondo ai margini che si sviluppa per le strade della periferia romana.
Riuscirà il giovane ad uscire dalla spirale in cui pare essere caduto, o verrà schiacciato come una formica da una forza più grande della sua, sia essa espressa dal crimine o dalla droga?
In un sottobosco in cui tutti paiono fregare tutti, riuscirà a fidarsi delle persone giuste e tornare a pensare di poter avere un futuro?








I più abituali tra gli avventori del Saloon ben sapranno che, nel corso di questi cinque anni, più volte è capitato di dare spazio a produzioni indipendenti italiane che potessero mostrare il lato nascosto della nostrana settima arte, tentativi di ragazzi con mezzi più o meno consistenti di ritagliarsi uno spazio in un mondo che facile non è neppure per scherzo.
Quando sono stato contattato a proposito della possibilità di affrontare la visione de Le formiche della città morta, ammetto di aver avuto più di un dubbio leggendo la sinossi, anche perchè i riferimenti a cult come Christiane F o l'atmosfera che ricordava L'odio scomodavano paragoni decisamente importanti per una produzione made in Italy ambientata nella periferia romana, ben confezionata ma certo lontana dalla potenza - anche in termini di produzione - dei titoli succitati: eppure devo ammettere che il lavoro di Simone Bartolini ha finito per guadagnarsi spazio ed una buona dose di rispetto - parlando in termini quasi rap - agli occhi di questo vecchio cowboy, mantenendo un ritmo decisamente sostenuto, raccontando una storia forse nota ma ugualmente sentita e profondamente umana, sfruttando numerose citazioni cinefile senza renderle fastidiose - è evidente che il buon Bartolini, prima ancora che un regista, sia un grande appassionato - e regalando chicche anche "basse" come la sequenza del bacio saffico in apertura di pellicola - che da queste parti si fa sempre molto, molto apprezzare -.
La vicenda di Simon Pietro, con il suo arrancare paranoide tipico del tossico e la sua lotta - starebbe bene, in questo senso, il termine anglofono struggle - per accumulare nel giro di ventiquattro ore i soldi necessari a respirare di nuovo, a pensare di poter avere ancora una chance, è diretta e coinvolgente sia nei suoi momenti ancorati alla realtà della periferia e del degrado, sia in quelli che suggeriscono la fuga verso ricordi, mondi paralleli, finali differenti da quelli che, inevitabilmente, richiamano situazioni come quelle raccontate da Bartolini.
Certo, i mezzi sono limitati, si potrebbe lavorare - e neppure poco - sulla recitazione - un esempio su tutti, il creditore di Simon, Alfio, troppo sopra le righe - e sul montaggio, eppure il risultato è assolutamente onesto e con le palle, quasi fosse una versione molto più drammatica del già apprezzato da queste parti Fame chimica, privo della pretesa di spacciarsi per il nuovo cult metropolitano italiano eppure, in qualche modo, dotato di tutte le potenzialità per esserlo: lo spirito del tossico - e della dipendenza -  è raccontato alla grande nella parabola discendente del protagonista, tanto da stimolare più di un dubbio rispetto al valore effettivo di titoli sopravvalutati e pluripremiati come Sacro Gra, sempre parlando delle realtà di periferia della Capitale.
Sfruttando, poi, un finale furbo ma non per questo criticabile, assistiamo, di fatto, ad uno di quei piccoli miracoli che, fortunatamente, ci fanno sperare a proposito di un Cinema italiano diverso e di carattere, che si spera prima o poi possa tornare ad essere un esempio per tutto il mondo.



MrFord



"You better lose yourself in the music, the moment
you own it, you better never let it go (go)
you only get one shot, do not miss your chance to blow
this opportunity comes once in a lifetime (yo)
you better lose yourself in the music, the moment
you own it, you better never let it go (go)
you only get one shot, do not miss your chance to blow
this opportunity comes once in a lifetime (yo)."
Eminem - "Lose yourself" - 





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