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martedì 26 giugno 2018

Saloon Mundial: being human








E così, il Mondiale delle sorprese chiude i primi due gironi regalando al pubblico due ottavi di finale che, a conti fatti, sorprese non sono ma che promettono scintille, riporta sulla Terra - ma il bello dello sport è anche questo - l'alieno Cristiano Ronaldo e regala tensione fino all'ultimo secondo: alle spalle l'ottimo e spettacolare pareggio tra Giappone e Senegal - le partite dovrebbero essere sempre così - e l'eliminazione della Polonia di Lewandowski, che doveva essere una delle outsider più temibili della competizione, il Girone A si è chiuso lasciando come fanalino di coda l'Egitto di Salah - altro grande deluso - e regalando a sorpresa il primato all'Uruguay, che strapazza i padroni di casa della Russia e si prepara ad affrontare il Portogallo.
Proprio la Russia affronterà nella prossima fase ad eliminazione diretta la Spagna, che a fatica passa come prima nel Girone B dopo aver agguantato nel recupero il pareggio contro il certo non irresistibile Marocco: sarà interessante vedere se avranno la meglio la tecnica e la classe degli iberici o la forza che essere padrona di casa in un Mondiale regala sempre ad una squadra.
L'incertezza alimenta curiosità e potenziali match da ricordare, quindi ben venga.
Dall'altra parte, contro la Celeste guidata da un indomito Tabarez - che dimostra davvero una grande forza d'animo a continuare ad allenare una squadra in una competizione così importante e stressante nonostante la malattia - assisteremo alla caduta o alla risalita di Cristiano Ronaldo, che dopo un avvio da cartone animato nel Mondiale questa sera è parso nervoso e stanco, ha finito per fallire un calcio di rigore e rischiato un'espulsione che sarebbe stata pesantissima per i suoi: eppure, il risultato dei suoi errori risulta essere differente da quello della sua controparte Messi.
Nel momento in cui sbaglia il tiro dal dischetto Ronaldo appare stizzito, come un ragazzino che vuole sempre vincere e che non si aspetta altro che vincere nel momento in cui fallisce un'occasione clamorosa: non c'è una chiusura, una disperazione, il terrore di avere le spalle al muro.
Si intravede, nei suoi occhi, quasi una rabbia da maniaco del controllo che viene messo alle strette dal Destino e non ci sta, non ci sta neanche per scherzo: il suo problema, la sua umanità, pare trovare spazio agli antipodi di quella di Messi, quasi il portoghese fosse un fiume che prende a testate la diga che cerca di arginarlo e l'argentino un fiume che chiede, quasi supplica, di essere rinchiuso da una diga.
E anche se so che questo sarà uno dei temi ricorrenti di questo Mondiale visto dal Saloon, anche quando sbaglia e si rivela umano - che poi è la cosa migliore che ci sia - CR7 si rivela più interessante della Pulce, perchè riesce a trasmettere comunque più emozioni.
In tutto questo circo di divinità del Pallone che mostrano il fianco neanche fossero i grandi nomi dell'Olimpo ai tempi dell'Antica Grecia, senza dubbio merita un applauso l'Iran, che lotta fino all'ultimo rischiando di mandare a casa prima la Spagna e dunque proprio il Portogallo, e soprattutto per la prima volta porta finalmente le donne del proprio Paese allo stadio, aprendo uno spiraglio ad un'evoluzione culturale e sociale sacrosanta, giusta e considerato tutto rivoluzionaria: in questo senso la loro vittoria, i giocatori iraniani l'hanno ottenuta.
E se avrà ripercussioni dal punto di vista della vita entro i confini della loro terra, sarà senza dubbio più importante di una qualificazione.



MrFord

mercoledì 2 agosto 2017

The Handmaid's Tale - Stagione 1 (Hulu, USA, 2017)




Nonostante io sia una persona molto tranquilla e tendenzialmente - pur se solo in superficie - equilibrata, fin dai tempi in cui la timidezza mi schiacciava come un macigno che non ero in grado di sollevare penso di essere stato più incline alla ribellione che non all'esercizio del potere.
Negli anni, oltre a cambiare, imparare, sbagliare, costruire, crescere, mi sono commosso tra le pagine di 1984 e V per vendetta, ho patito sconfitte e lottato per arrivare a vittorie sul lavoro, sentito la necessità di essere libero - di pensare, di vivere, di esprimere me stesso - sempre più impellente, e goduto della sensazione di poter condividere queste passioni e desideri con chi, per un breve tratto o spero per sempre, è stato o è al mio fianco in questo viaggio.
Nel corso della prima stagione di Handmaid's Tale ho pensato principalmente a questo.
La Libertà.
Una Libertà che per una donna significa potersi gettare nell'esperienza probabilmente più totalizzante ed intensa che si possa immaginare: quella di regalare al mondo una vita nuova.
Allo stesso modo, pur se sempre dall'esterno, mi è capitato di pensare a quale non Libertà possa essere peggiore: quella di non riuscire ad avere figli, o di doverli avere per qualcun'altro.
A prescindere dagli intrighi, dall'atmosfera, dall'evoluzione della trama, dai personaggi e quant'altro si voglia gettare nel calderone, la cosa che ha finito per colpirmi più nel profondo in questa produzione targata Hulu che si ripromette di essere una delle protagoniste delle classifiche di fine anno dedicate ai serial è la tenacia mostrata dal "sesso debole" in barba alla credenza maschile di ritenersi al di sopra dello stesso, che si parli delle Ancelle o delle Mogli, nel pieno di un mondo in cui gli Stati Uniti rappresentano un nuovo "ritorno al passato" costruito sulla Fede cieca ed il bigottismo che maschera, in realtà, tutte le debolezze umane che continueranno ad essere impossibili non tanto da nascondere, quanto da tacere.
Come fossero tante mani che rifiutano di scagliare pietre - prime oppure no che siano - di quello che, episodio dopo episodio, assume i connotati di un esercito di ribelli da fare invidia a Spartacus, costruito sottovoce ma guidato da una forza che noi bestie dall'altra parte della barricata non potremo mai e poi mai neppure immaginarci.
"Non lasciare che i bastardi ti schiaccino", recita come un mantra June, mentre la seguiamo nel suo percorso fatto di vendetta, violenza, umiliazione, riscatto, amore, desiderio: un percorso di crescita che diviene simbolo di una lotta sotterranea e dirompente, in grado di mescolare generi e stili ma soprattutto di toccare corde che, in chi è sensibile a determinati temi come la suddetta Libertà, diventano lo strumento più efficace nel pezzo più travolgente che abbiate mai potuto ascoltare nel corso della vostra vita.
E a prescindere dalla struttura - che, da Lost in poi, è diventata uno dei cardini negli script delle produzioni destinate al piccolo schermo, in un gioco ad incastro tra flashback e presente di narrazione - la progressiva presa di coscienza di June diviene il simbolo delle battaglie di molti di noi, uomini o donne poco importa, in grado di alimentare curiosità e tensione, e stimolare l'anelito dello spettatore per quella Libertà che spesso, anche nella realtà "non distopica" che viviamo quotidianamente, viene soffocata attraverso mezzi ben più morbidi - almeno all'apparenza - di quelli usati da Galaad e dal suo governo.
Proprio per questo - e perchè, se fossimo uomini, ammetteremmo senza riserve la forza irrefrenabile delle nostre "altre metà del cielo", ben superiore a quella che pensiamo di mostrare -, finisce per essere impossibile, in quanto umani, rimanere sordi al richiamo di June, a quel mayday che più che una richiesta d'aiuto è un richiamo alle armi, alla raccolta, al grido di un'indipendenza dal bigottismo e dalla dittatura culturale fondamentale oggi, allora ed in un futuro prossimo, distopico oppure no.
In fondo, diretti verso il peggio, o il meglio, l'importante è essere in movimento verso qualcosa, ed aver compiuto ogni passo seguendo l'esigenza che, in quanto vivi, abbiamo di essere liberi.
E non sotto l'occhio di qualcuno.




MrFord



 

lunedì 12 dicembre 2016

The Young Pope - Stagione 1 (Sky/HBO, Italia/Francia/Spagna/UK/USA, 2016)





Ricordo bene quando, da piccolo, come molti "della mia generazione" e delle precedenti, fui spedito a catechismo per iniziare il percorso che portava ai sacramenti "obbligatori": ai tempi non conoscevo nulla delle religioni, erano ancora gli anni ottanta e la globalizzazione probabilmente doveva ancora nascere, almeno da queste parti, e più che film e cartoni animati in cui perdersi, non avevo alcuno strumento razionale, caratteriale ed emotivo per potermi rapportare a concetti come quelli espressi dalla religione in generale.
Ricordo solo che, a catechismo, mi rompevo le palle di brutto.
E che quando pregavo, mi rivolgevo a Dio principalmente per paura, come credo faccia la quasi totalità non solo dei cattolici, ma dei credenti in generale.
Pregavo perchè i miei nonni, i miei genitori e mio fratello non morissero, chiedevo scusa per aver detto qualche parolaccia, o essermi toccato, pregavo, banalmente, per non vomitare quando avevo mal di stomaco, o per non finire in ospedale per un qualsiasi motivo.
Gli anni sono passati, la paura che mi istillò il cattolicesimo mi fece quasi rischiare quando i miei mi fecero passare un pomeriggio con il nostro insegnante di ginnastica delle elementari e quando quest'ultimo mi chiese se avevo già peli pubici io pensai che i miei volessero farmi rimproverare perchè avevo scoperto la meraviglia delle seghe, cominciai a leggere, ascoltare, viaggiare, progettai un fumetto incentrato su uno spree killer che sentenziava "si fanno preti e suore solo i cessi, perchè chiunque sia vagamente bello non se lo sognerebbe neppure, di dover passare la vita a fare finta di non poter fare sesso", ed i miei nonni se ne sono andati quasi tutti.
In particolare, nel corso dell'estate del novantasette, ricordo che passai ogni giorno - anche qui, a dire il vero, tutti tranne il secondo - in ospedale accanto a mio nonno materno, entrato per arginare un tumore alla vescica e mai più uscito: parlammo di tante cose, in quell'estate, anche quando, in reanimazione, da intubato poteva solo indicarmi le lettere su un foglio neanche fossimo agli albori dei tablet, ma mai di quante ne avrei volute, o ne vorrei ora.
Parlammo di me, di come stavo, di quotidianità, della sua Inter che ai tempi acquistò Ronaldo, di cose semplici, come avevamo sempre fatto.
Il giorno del suo funerale, il parroco venuto per recitare quello che doveva e guidare il corteo fino alla chiesa per la messa confuse il suo nome per quello di un altro: forse aveva troppi funerali in agenda.
Quel giorno, in quella chiesa, decisi che ne avevo abbastanza, di tutta quella merda finta e posticcia.
Sono passati quasi vent'anni, ho ancora nostalgia di mio nonno e rimpiango di non averlo avuto accanto negli anni successivi, quando sono cresciuto, e di non averlo qui oggi, per fargli conoscere i miei figli.
D'accordo con Julez, non ci siamo sognati neppure un istante di battezzare i Fordini, e più di una volta abbiamo pensato, per solidarizzare con loro, di fare apostasia.
Probabilmente, attenderemo che siano abbastanza grandi per decidere, e poi ci muoveremo di conseguenza.
Non credo più nelle religioni - pur mantenendo un interesse culturale per le stesse -, o tantomeno in qualsiasi divinità.
Vedo il bello della quotidianità e del mondo, così come il brutto, e penso che la Natura e l'Universo siano regolate da Leggi così grandi ed incredibili da andare oltre ogni conoscenza e percezione, e solo dei presuntuosi megalomani potrebbero pensare che tutto sia stato creato "a propria immagine e somiglianza" giusto per mettersi la coscienza in pace per quando sarà il momento di chiudere la baracca.
L'ultima volta che ho parlato con mio nonno, non l'ho visto spaventato.
Ho visto un uomo che lottava, con la coscienza che avrebbe potuto non farcela.
Ed oggi, il mio nonno paterno, che ha novantatre anni, vive solo, guida ed è totalmente autonomo, risponde che qualsiasi acciacco possa avere tra poco sarà risolto.
Questa, per me, è la Fede. La vita.
Sentire, fare, provare.
Senza pregare nessun dio per paura.
O per qualsiasi altra ragione.
Il bello della consapevolezza. Dell'esperienza. Del sentire.
Il bello di The Young Pope.
Ed è vero che non ne ho parlato, quantomeno in termini canonici.
Posso però dire che la serie di Paolo Sorrentino è assolutamente fenomenale.
E sono assolutamente certo che a Lenny Belardo un post che parli di lui come questo piacerebbe.
Con buona pace di dio.



MrFord



giovedì 2 giugno 2016

Carlos - Il film

Regia: Oliver Assayas
Origine: Francia, Germania
Anno: 2010
Durata: 160'







La trama (con parole mie): assistiamo alla vicenda che vide, tra il settantaquattro ed il novantaquattro, Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, divenire uno dei ricercati più pericolosi - o ritenuti tali - del mondo, una sorta di rockstar della lotta armata e dei tentativi di rivoluzione che tra Europa, Medio Oriente, Africa e Sud America ai tempi mischiavano ideali e crudeltà.
Uomo di punta a Londra per i gruppi palestinesi in lotta con il Mossad a seguito dell'attentato alle Olimpiadi di Monaco del settanta, dunque leader del raid al raduno dell'Opec a Vienna nel settantacinque prima di divenire un fuggitivo ed un cane sciolto, seguiamo il percorso che trasformò Carlos non solo in un criminale temuto in ogni continente, ma anche una risorsa per governi, aspiranti terroristi, dittatori e chiunque necessitasse di una consulenza e disponesse dei fondi per sostenerla.











L'ambientazione anni settanta mescolata al crime è stata una delle grandi traghettatrici del sottoscritto nei primi anni dell'amore per il Cinema autoriale, da Scorsese a Cimino, passando per Coppola e tutta la grande produzione americana figlia del periodo della New Hollywood ma lontana dalla stessa spesso e volentieri per idee politiche e potenza - intesa come violenza - della messa in scena.
Il segno di quelle visioni, unito alla sempre grande passione per il crime e le storie vere - anche quando romanzate ad uso e consumo dei prodotti di fiction -, rende oggi magnetiche le proposte che, almeno sulla carta, sono in grado di ricordarle, anche quando i risultati non sono clamorosi o esaltanti come ai bei tempi - e mi tornano in mente i recenti Legend, Black mass e Iceman -: Carlos, produzione targata HBO vincitrice del Globe nel duemilaundici come miglior miniserie firmata dall'ottimo Olivier Assayas - autore di Clean e Sils Maria -, è indubbiamente parte della categoria, e da un paio d'anni, ormai, mi attendeva in bluray dopo un acquisto - ormai sono sempre più rari - a scatola chiusa giunto a causa di un'offerta "che non potevo rifiutare" - due euro, il prezzo definitivo per tutti gli appassionati -, in attesa del tempo e della freschezza necessari per approcciarla.
Approffitando, in questo senso, delle tre settimane di ferie prese a cavallo della nascita della Fordina, ho finalmente potuto colmare una delle pochissime lacune rispetto alla mia videoteca "fisica" - che vede, sui penso duemila titoli presenti, direi una quindicina che ancora non sono effettivamente passati dal lettore - confidando nella recensione entusiastica che Bradipo fece di questo titolo qualche anno fa: peccato che, a conti fatti, la versione in mio possesso - quella distribuita a livello cinematografico - perda davvero tantissimo rispetto a quella integrale premiata, per l'appunto, con il Globe e legata al piccolo schermo, risultando non solo troppo patinata - benchè ben realizzata - ma tagliata con l'accetta a tal punto da disorientare lo spettatore ed irritare l'appassionato, concedendo uno spazio spropositato alla prima parte della narrazione - che vede la presentazione del personaggio di Carlos ed il resoconto delle sue prime imprese a Londra e Parigi - per poi sforbiciare sempre più minuto dopo minuto, tanto da sconvolgere per l'appiattimento dell'intera seconda parte, quella che racconta da vicino la lenta caduta - o quantomeno, lo scivolare nel dimenticatoio soprattutto dell'opinione pubblica - di un terrorista divenuto una sorta di rockstar nel corso degli anni settanta, un uomo fuori dal tempo incapace di accettarsi per quello che era stato ed era diventato.
La sensazione, in questo senso - e con le dovute proporzioni - è stata la stessa provata di fronte all'edizione in dvd de I cancelli del cielo di Cimino - che ho prontamente recuperato nella sua quasi versione integrale grazie alla rete, e della quale spero di poter presto scrivere -: un'opera monca, dimezzata rispetto alla sua effettiva struttura e poco incisiva proprio a causa dei tagli operati per poterla presentare anche in sala come fosse un lungometraggio.
Un vero peccato, perchè se distribuita in due parti Carlos avrebbe potuto, di fatto, divenire la sorella gemella dell'ottimo Nemico pubblico dedicato alla figura di Jacques Mesrine, altro personaggio di spicco della criminalità del periodo che vide l'ascesa di questo terrorista così attento al suo successo da risultare quasi in aperto contrasto con la parte più radicale della sua indole.
Ottimo, comunque, il protagonista Edgar Ramirez, pronto a cambiamenti fisici importanti - il passaggio dalla sua versione gonfia e sovrappeso a quella perfettamente in forma è davvero notevole - così come la sensazione di inesorabile e lento tramonto pronto ad abbracciare anche chi è abituato a vivere al massimo perchè nato, cresciuto e formato all'interno di situazioni che non prevedono cali di adrenalina di nessun genere.
Un titolo, dunque, che un appassionato del genere non può perdere, ma che è obbligato, proprio perchè appassionato, a recuperare nella sua versione integrale.
Perchè non farlo sarebbe come non avere un piano di fuga pronto nel momento in cui si prepara un colpo destinato a restare nella memoria.





MrFord





"Through sixty-six and seven they fought the Congo war
with their fingers on their triggers, knee-deep in gore
for days and nights they battled the Bantu to their knees
they killed to earn their living and to help out the Congolese."
Warren Zevon - "Roland the headless thompson gunner" -





lunedì 18 aprile 2016

Mr. Robot - Stagione 1

Produzione: USA Network
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10







La trama (con parole mie): un giovane ingegnere informatico, Elliot Alderson, solitario e disadattato, dipendente dalla morfina e lontano anni luce dal mondo e dalla vita normale dei suoi coetanei, è contattato da Mr. Robot, misterioso leader di una cellula rivoluzionaria che progetta di ribaltare il sistema dominato da banche, gruppi finanziari e multinazionali attraverso le moderne armi dell'hacking e della lotta "virtuale".
Superati i conflitti ed i dubbi iniziali, Elliot decide di entrare a far parte del gruppo e dare sostegno alla lotta di Mr. Robot grazie al suo talento ed al genio che lo contraddistinguono: ma la strada verso un nuovo giorno ed un nuovo mondo è lunga e certo non priva di ostacoli e momenti di difficoltà, siano esse dovute ai disequilibri di Elliot o ai pilastri di una società già saldamente formata proprio da quelli che sono - o sono destinati a diventare - gli antagonisti per eccellenza dell'hacker.











Fin dai tempi dell'apertura del Saloon, è capitato più di una volta di trovarmi di fronte a prodotti non solo ben accolti, ma in alcuni casi addirittura osannati dalle recensioni nella blogosfera e non, giunti su questi schermi spinti da un hype molto alto e rivelatisi delusioni cocenti: da The tree of life a It follows, passando per Innkeepers, alcuni piccoli e grandi cult figli della settima arte non hanno decisamente passato un buon quarto d'ora, dalle parti del sottoscritto, ma a memoria non ricordo una situazione analoga vissuta rispetto alle serie televisive.
Certo, ci sono stati titoli abbandonati senza alcun rimpianto - mi viene in mente lo sciapissimo Person of interest -, o altri finiti solo per dovere come Flashforward, ma a mia memoria non avevo mai provato una delusione ed uno sconvolgimento rispetto al successo riscontrato come per Mr. Robot, con ogni probabilità il serial più sopravvalutato - considerati l'insieme, le potenzialità e le ambizioni del prodotto - delle ultime stagioni: a prescindere dagli argomenti molto nerd e molto finto alternativi da pseudo rivoluzionari intellettualoidi che poco intrigano ed attraggono gli occupanti di casa Ford - non ricordo di una serie pronta a vantare il poco invidiabile record di avermi abbattuto con il sonno nel corso della visione di ognuno dei primi tre episodi tre -, ho trovato in Mr. Robot una mancanza di empatia dei protagonisti con il pubblico - un charachter come Elliot da queste parti si prenderebbe schiaffi in faccia e calci in culo dalla mattina alla sera -, una latitanza pressochè totale di ritmo - tre quarti d'ora che paiono quattro ore e mezza, una noia che mi ha fatto rivalutare in termini di scorrevolezza anche i più pesanti tra i miei cari mattonazzi russi -, un'atmosfera da fuori tempo massimo che grida anni novanta ad ogni piè sospinto ed una perenne sensazione da "vorrei ma non posso e me la meno pure" che ha reso davvero insostenibile la visione anche a fronte di alcune buone idee di fondo o delle sequenze più affascinanti.
Penso che quella di decidere di interrompere il rapporto dei Ford con Mr. Robot sia stata una delle decisioni meno sofferte rispetto al piccolo schermo di sempre, considerati poi i ritardi leggendari accumulati con le nuove proposte da sempre caratteristica del sottoscritto e la curiosità rispetto a prodotti certamente più vicini ai miei gusti di questo polpettone cybernerd incasinato e poco coinvolgente del quale non sentivo davvero la necessità: un peccato per il pur talentuoso Rami Malek - che preferisco ricordare come uno dei protagonisti del videogioco Until dawn, quello sì, davvero un supercult - e per l'idea di considerare la rivoluzione in rete come la nuova frontiera di tutte quelle che, nei decenni scorsi, sono state combattute per la strada o nella giungla, armati di megafoni o di fucili, con le azioni o con le parole.
Ma sinceramente, davvero poca carne al fuoco per permettermi di riconsiderare la decisione definitiva.
Mr. Robot è la delusione non solo dell'anno, ma del decennio, anche e soprattutto considerando il taglio dato alla serie, i premi raccolti - a posteriori, per quanto mi riguarda assolutamente da fantascienza - e l'enorme carico di aspettative dei suoi numerosi fan hardcore e degli autori stessi, che non possono certo negare di aver messo una certa presunzione nella loro creatura mascherandola - neppure troppo bene - da "rivincita dei nerd" assolutamente poco credibile, un pò come quei compagni di scuola pronti a piagnucolare alla fine di ogni compito in classe dandosi per spacciati salvo poi finire per essere sempre e puntualmente tra i quattro o cinque con i voti più alti.
Ora, non so se sia stato un problema di incompatibilità o di un punto di vista diverso da quello di tutti i radical e gli alternativi e i nerd pronti a sbavare drietro al signorino dal flusso di coscienza facile e sballato Elliot, ma sinceramente, avendo passato gli anni della scuola da un pezzo, ho finito per avere una riserva di pazienza molto più scarsa a fronte di chi piagnucola per portarsi a casa, alla fine, la sua brava medaglietta di primo della classe.
Vaffanculo, secchioncelli.
Vaffanculo, Elliot.
Vaffanculo, Mr. Robot.
Il Sistema non mi piace.
Ma non mi piace neppure il tuo sistema.





MrFord





"That's it, sir
you're leaving
the crackle of pigskin
the dust and the screaming
the yuppies networking
the panic, the vomit
the panic, the vomit
god loves his children, god loves his children, yeah!"
Radiohead - "Paranoid android" -





sabato 30 gennaio 2016

Mustang

Regia: Deniz Gamze Erguven
Origine: Turchia, Francia, Qatar, Germania
Anno:
2015
Durata:
97'








La trama (con parole mie): siamo all'inizio dell'estate in un piccolo villaggio della Turchia settentrionale quando Lale e le sue quattro sorelle, appena terminato l'anno scolastico e separatesi dalla loro insegnante favorita, in partenza per Istanbul, decidono di passare un pomeriggio in compagnia di un gruppo di ragazzi giocando innocentemente al mare.
L'evento scatena lo scandalo nella comunità locale, tradizionalista e di vedute ristrette, e da inizio ad una serie di eventi che porteranno le cinque giovani a confrontarsi con la dura realtà dei matrimoni combinati e della libertà pressochè assente consentita alle donne, soprattutto se giovani e dalle aspirazioni di indipendenza come loro: riusciranno in qualche modo a vincere le resistenze dei parenti, le imposizioni della società ed un destino che le vede tutte già indirizzate alla stessa, identica vita?









Sono il primo ad ammettere che, probabilmente, per quanto le ami da sempre, non riuscirò mai e poi mai a capire davvero le donne.
Troppo empatiche, troppo sveglie, troppo complicate per le bestie che siamo noialtri, che probabilmente e se siamo fortunati viviamo un periodo sensibile nel corso dell'adolescenza prima di lasciarci di fatto travolgere dagli istinti più selvaggi e primordiali - una cosa del tipo sesso, pappa, cacca, per intenderci -: spesso e volentieri, anzi, cerco di tenermi lontano da qualsiasi spiegazione, e cerco con tutte le forze - attuando anche fughe rocambolesche - qualsiasi rottura di palle da digressioni femminili in agguato.
Eppure, quando mi imbatto in visioni come quella di Mustang, non riesco a capacitarmi di quanto e come sia ancora possibile, ad Anni Zero ben più che appena iniziati, che esistano realtà sociali e politiche all'interno delle quali, di fatto, la donna viva ancora un ruolo da prigioniera, costretta a seguire una strada già scritta a meno di non correre rischi importanti per tentare di vivere la propria vita.
E finisco per incazzarmi, e non poco.
Perchè a ben guardare, perfino nelle nostre realtà "evolute" occidentali, la situazione risulta differente in termini macroscopici ma non microscopici: dal lavoro alla vita privata, infatti, le donne vivono ancora una condizione di sudditanza forzata rispetto all'uomo, in grado di saltare meno all'occhio del destino amaro di Lale e delle sue sorelle ma ugualmente negativa.
Penso alle signore ucraine responsabili delle pulizie nel mio posto di lavoro, che si stupiscono perchè noi italiani aiutiamo a sparecchiare la tavola, o a un sacco di miei amici o conoscenti che, a casa, non alzano il culo dal divano neppure per rifarsi il letto, lasciando le incombenze dei lavori domestici completamente alle loro compagne - una cosa che trovo piuttosto infantile, dato che, se vivessero soli, dovrebbero badare a tutta una serie di compiti con le proprie forze -: nessuno è perfetto, sia chiaro, e l'uguaglianza completa tra i sessi non è certo il mio primo pensiero, nel momento in cui penso alla fortuna che abbiamo a trovarci ad incrociare il cammino delle donne, eppure di fronte a lavori come Mustang mi sento scoraggiato rispetto al genere umano, almeno quanto quando capita di imbattersi in muri di ignoranza talmente grandi da rendere impossibile qualsiasi dialogo.
Ed è proprio la capacità di raccontare un muro di questo genere, ed il coraggio - seppur diverso per ognuna - di cinque ragazzine lasciate completamente a se stesse il pregio principale del lavoro di Deniz Gamze Erguven, che senza dubbio non inventa nulla ma porta sullo schermo un film dal grande cuore, che tengo a raccontare senza alcun riferimento legato alle connotazioni geografiche o religiose, che sarebbero solamente pretesti assurdi per collocare un certo tipo di soprusi lontani da casa nostra in modo da chiudere gli occhi rispetto a quello che avviene qui.
La storia di queste sorelle divenute pietra dello scandalo per un pomeriggio passato al mare in compagnia di alcuni compagni di scuola, rifugiatesi in piccole ribellioni quotidiane e nella speranza di una fuga da una casa che è come una prigione c'è tutta la necessità del mondo e della società di uscire da canoni vetusti ed ingiusti, che fanno comodo per coprire gli ominidi da divano e chi ha troppa paura delle donne per potercisi confrontare alla pari.
Personalmente, continuo a pensare possano essere delle gran rompicoglioni, e che in nove casi su dieci mi risparmierei volentieri il suddetto confronto, eppure questo non mi impedisce di sentire sulla pelle il piacere di potermi battere ad armi pari - pia illusione, considerata la nostra semplicità di bestie - con loro ogni volta che se ne presenti l'occasione.
E spero davvero che, un giorno non troppo lontano, giovani con un futuro ancora tutto da costruire come le protagoniste di questo piccolo, grande film possano essere libere di confrontarsi e rompere i coglioni a qualunque uomo vogliano, senza temere per questo di essere picchiate, uccise o, ancora peggio, condannate ad una prigione domestica a vita.





MrFord





"Love you so much
can't count all the ways
I'd die for you girl
and all they can say is:
He's not your kind"
Neil Diamond - "Girl, you'll be a woman soon" -





 

sabato 29 novembre 2014

Le irregolari - Buenos Aires Horror Tour

Autore: Massimo Carlotto
Origine: Italia
Editore:
E/O
Anno: 1998

 



La trama (con parole mie): unendo realtà e finzione narrativa, lo scrittore Massimo Carlotto racconta il suo personale diario del viaggio che lo conduce alla scoperta delle sue radici argentine, legate ad un esilio in Sud America del nonno, anarchico antifascista fuggito dall'Italia per una generazione prima di fare ritorno a casa.
Incrociato il cammino con il bus dell'Horror Tour di Buenos Aires ed i racconti della dittatura legati alla tragedia dei desaparecidos, Carlotto entrerà in contatto con le Nonne di Plaza de Mayo, un'associazione impegnata sul fronte dei diritti umani che lavora alacremente per tenere viva la memoria di tutte le vittime di uno dei genocidi più sconvolgenti della Storia.
Proprio attraverso questo incontro lo scrittore avrà modo di riscoprire il suo passato "argentino" e vivere ancora una volta l'energia della gioventù di rivoluzionario.








Fin dai tempi in cui, nel pieno del turbinio adolescenziale, tendevo a sbattermene di tutto e tutti, e finivo per detestare gli amici ed i compagni di scuola presi da un posticcio fervore politico, sono sempre e comunque rimasto molto sensibile rispetto al dramma vissuto dall'America latina, che a partie dagli anni sessanta ha finito per conoscere sulla sua pelle eccidi e dittature troppo spesso e volentieri sponsorizzate da Europa e USA responsabili di alcuni tra i crimini più feroci commessi dall'Uomo dopo la Seconda Guerra Mondiale: da Haiti al Cile, dalla guerriglia nella giungla alle battaglie politiche per i diritti umani, molti uomini, donne e bambini innocenti hanno finito per pagare con la vita la sete di potere e la crudeltà di pochi tiranni ed assassini.
L'Argentina è stata, tra le nazioni sconvolte da questo tipo di violenze, senza dubbio la più colpita e segnata nel corpo e nell'anima: il dramma dei desaparecidos, narrato attraverso Letteratura, Musica e Cinema ancora non è conosciuto come dovrebbe soprattutto da questa parte dell'oceano, considerata la portata e l'entità dei crimini commessi sotto l'egida del regime che soggiogò una delle più grandi nazioni del continente tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta.
Massimo Carlotto, che sulla pelle, nel corso della vita, ha provato il dolore della prigionia ed in testa ha continuato a mantenere vivi gli ideali della "rivoluzione" che, di fatto fallita, segnò la sua generazione e quelle successive, sfrutta i ricordi e questo diario in bilico tra fatti realmente accaduti e fiction narrativa per portare il lettore nel cuore di un vero e proprio Horror Tour tra le vie di Buenos Aires, all'epoca in cui bastava aver alzato la testa per aiutare la persona sbagliata per vedere non solo la propria vita messa a repentaglio, ma i propri cari rapiti, scomparsi, seviziati, torturati, uccisi.
Desaparecidos, anzi.
Pensate a quanto potrebbe essere terribile non avere più alcuna notizia delle persone che amate: avere la consapevolezza della loro morte ma convivere con la speranza, un giorno, di poterle ritrovare.
Pensare di avere perduto mariti, mogli, figli dati in affidamento a coppie fedeli al regime e da loro cresciuti.
Pensate ad un'associazione di donne assolutamente comuni ed accomunate dal dolore di perdite enormi per chiunque: un gruppo fattosi sempre più forte, riuscito a giungere ai quattro angoli del globo affinchè i crimini potessero essere riconosciuti, i colpevoli puniti, le vittime restituite alle loro famiglie.
Un'associazione così forte da finire per essere vittima di uno scisma: da una parte, un gruppo pronto a mediare affinchè i torti possano essere riconosciuti come i resti di ogni morto, di ogni martire, e che oltre alla restituzione possa essere concordato un risarcimento, alla memoria così come a chi è sopravvissuto.
Ed un altro che a mediare non vuole pensare, per il quale i morti sono morti, e che tutto sarà finito - se finito si potrà mai definire - soltanto nel momento in cui ogni colpevole verrà punito e riconosciuto come tale.
Massimo Carlotto racconta anche questo.
Un'altra storia, un altro dramma parte del mosaico che la dittatura ha tracciato sulla pelle dell'Argentina, e nel destino di così tante famiglie che è difficile davvero immaginare.
Questo romanzo non è perfetto, ha limiti di retorica e perde contatto con la sua ossatura principale per seguire le orme del protagonista ed autore: eppure è un'altra lettura fondamentale per cercare, almeno alla lontana, di comprendere uno dei più grandi drammi della Storia dell'Uomo, magari accompagnandolo con buona musica e pellicole come Garage Olimpo, La morte e la fanciulla, The agronomist.
Un dolore necessario affinchè questo non sia mai dimenticato. E non si ripeta.
Affinchè noi, con la memoria ed ogni pensiero o parola, si possa incarnare lo spirito delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo.
Affinchè i desaparecidos, in qualche modo, possano tornare alle loro famiglie, alle loro case, anche grazie a noi.




MrFord




"E così lo torturarono con i ferri e con i vetri
con i fili con il gas con gli strumenti più segreti
ma lui continuò a sorridere e sparì tutto d'un tratto
perché Fango non smentisce la sua anima di spettro."
Ricky Gianco - "Fango" - 





martedì 17 dicembre 2013

The East

Regia: Zal Batmanglij
Origine:
USA, UK
Anno: 2013
Durata: 116'





La trama (con parole mie): Sarah, agente impiegata presso un'agenzia di sicurezza privata, è incaricata di guadagnare la fiducia dei membri di una cellula terroristica chiamata The East, responsabile di una serie di attacchi a multinazionali responsabili di danni all'ambiente e alla popolazione.
Infiltratasi con successo ed accolta nella piccola comune dove vive il gruppo, Sarah si ritrova a dover fare fronte ai sentimenti che costituiscono la battaglia più difficile per ogni talpa: da un lato il crescente coinvolgimento - anche sentimentale - con le persone che dovrebbe assicurare alla Giustizia, dall'altro il senso del dovere ed il desiderio di ritornare ad una vita normale e ad una consolidata quotidianità.
L'incontro con il leader del gruppo Benji e con la battagliera Izzy cambierà però per sempre il modo di percepire il mondo - e la battaglia per esso - di Sarah.




Lo ammetto: ho approcciato la visione di The East - film indipendente dal sapore "rivoltoso" in stile V per vendetta - con poca voglia e diverse riserve, temendo di trovarmi di fronte l'ennesimo inutile tentativo di presentare al grande pubblico una pellicola a suo modo indie dalle ambizioni da blockbuster.
Fortunatamente per me e le bottiglie ultimamente messe a dura prova da delusioni come The bling ring - nota a margine: questo post è stato scritto non proprio ieri -, il lavoro di Zal Batmanglij - un cognome che è tutto un programma - e Brit Marling - perchè la giovane ed interessante attrice firma la sceneggiatura accanto al regista - convince quasi del tutto, proponendo un thriller "sociale" con numerosi spunti interessanti soprattutto dal punto di vista dei risvolti umani della lotta tra la cellula rivoluzionaria e le grandi multinazionali responsabili di scempi naturali e non solo in tutto il pianeta.
Lasciando dunque - e giustamente, a mio parere - le parti action e di critica come cornice, i due autori si concentrano principalmente sui rapporti tra i protagonisti sfruttando il vecchio tema sempre interessante della "Sindrome di Stoccolma" dell'infiltrato, analizzato sul grande schermo alla perfezione ormai più di dieci anni fa da Mike Newell nello splendido Donnie Brasco: la protagonista Sarah - cui presta volto e talento, e ne ha da vendere, la già citata Brit Marling -, in equilibrio - anche se sarebbe più giusto scrivere in bilico - tra due mondi finisce per confrontarsi con il peggio ed il meglio di entrambi, elaborando nelle quasi due ore della visione, scorrevoli e ritmate da un'ottima gestione della tensione, una sua personale posizione che porterà ad un finale che, seppur non completamente convincente, riesce comunque a mantenere una certa coerenza rispetto alla crescita e all'evoluzione del main charachter.
Interessante, dunque, notare come da un lato Sarah si ritrovi a vivere una distanza ed una partecipazione sempre minore in un mondo dominato dal profitto e da una quotidianità che è quasi ipocrisia - incarnato perfettamente dal rapporto con il fidanzato - ma dal quale è impossibile, nel bene e nel male, affrancarsi - che sia per comodità, o per inseguire una sorta di sogno di un mondo perfetto, ben rappresentato dalla visione dei cavalli nei campi che accompagnano la protagonista ad ogni viaggio di andata e ritorno a casa -, così come il disagio dell'inserimento nel gruppo di ribelli dominato da regole che paiono vicine a quelle - inquietanti - delle sette religiose ma che, di fatto, nascondono nobili intenti, passione e tanta rabbia - pur se mal indirizzata - per una vita decisamente più libera e piena.
Un conflitto interiore vissuto anche dagli altri due protagonisti, il "bel tenebroso" Benji di Alexander Skarsgard e la ribollente Izzy di Ellen Page, che sorprende nell'evoluzione drammatica del rapporto con il padre, che se forse non viene risolto nel modo più potente e "cattivo" possibile - in una certa misura, il finale è quasi consolatorio - riesce comunque nella non facile impresa di rendere bene al pubblico - di nicchia e non - il senso del messaggio della pellicola, e della lotta condotta da gruppi come quello protagonista di questa storia.
Considerato quanto difficile sia riuscire ad analizzare il senso della rivolta e le ragioni del compromesso, direi che Batmanglij e la Marling, pur non osando, sono riusciti nell'impresa di dare un equilibrio ad entrambe le cose: e dato che di recente il solo Homeland ha fatto meglio in quest'ambito, si può affermare senza alcun dubbio che la loro impresa sia stata un successo.


MrFord


"Conversion, software version 7.0,
looking at life through the eyes of a tire hub,
eating seeds is a pastime activity,
the toxicity of our city, of our city,
no, what do you own the world?"
System of a down - "Toxicity" - 


venerdì 6 dicembre 2013

Nelson Mandela (1918 - 2013)

So long, Madiba.


MrFord



"La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda è di essere potenti oltre misura."
Nelson Mandela 



 


da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/stati-d-animo/frase-129136?f=a:679>

sabato 9 novembre 2013

Il collare di fuoco

Autore: Valerio Evangelisti
Origine: Italia
Anno:
2005
Editore: Mondadori




La trama (con parole mie): il Messico della Frontiera, dei colpi di stato, delle rivolte contadine ed operaie, delle schermaglie con gli USA appena usciti dalla Guerra di Secessione e con l'Europa del colonialismo raccontato attraverso un mosaico che incastra personaggi di fiction ed accadimenti reali dal 1869 al 1890, con il trionfo di Porfirio Diaz ed un regime mascherato da repubblica.
Vedove, soldati, braccianti, bandoleros, ribelli ed avventurieri incrociano vite, morti, amori e vendette che furono le fondamenta di uno degli Stati più ribollenti del Continente americano: politica ed assassinii, ideali e vita vissuta, la sottile linea che corre tra il sogno di uno stato sociale basato sull'eguaglianza e gli interessi economici della classe dirigente.




Per chi non fosse stato presente ai tempi, ricordo quanto il Messico ed uno dei romanzi di riferimento legato ai suoi certo non tranquilli rapporti con gli States - il Capolavoro Il potere del cane firmato da Don Winslow - ha finito, negli anni, per diventare uno dei pilastri letterari del Saloon, in bilico tra le atmosfere western ed il concetto di Frontiera, più che caro a questo vecchio cowboy.
Nello stesso periodo che vide esplodere la passione del sottoscritto per la saga di Hap e Leonard e per l'appena citato caposaldo di Winslow, Julez, in vista delle vacanze estive, decise di scommettere su Valerio Evangelisti e due titoli che rivelarono di fatto il talento dello scrittore bolognese anche al di fuori delle vicende legate alla figura dell'inquisitore Eymerich, suo charachter più noto: Il collare di fuoco ed il successivo Il collare spezzato - che senza dubbio in futuro farà capolino tra queste pagine -.
Il recupero del primo di questi due titoli è avvenuto soltanto quest'anno, ed è stato senza dubbio di quelli da ricordare: Evangelisti, mescolando abilmente avvenimenti realmente accaduti e legati a doppio filo alla Guerra di Secessione ed alle numerose rivolte sorte in Messico negli anni che videro passare lo scettro del potere da Juarez all'Imperatore Massimiliano, fino a Porfirio Diaz a personaggi di fiction racconta infatti l'evoluzione di un Paese lacerato nel profondo da un eccesso di passione ed ingordigia che coinvolge ogni strato sociale, e che dai sogni di uguaglianza e libertà di contadini ed operai contrappone i giochi di potere di statisti, rivoluzionari, nobili o aspiranti tali.
E dallo spietato Big Bill Henry, prima ranger e dunque sicario - affascinante il suo soprannome, El Cola, ed agghiaccianti le sue esecuzioni, neanche fossimo proiettati al Messico del traffico di droga di un secolo dopo - all'opportunista e meschina vedova Gillespie dunque Marchesa San Ramon, il lettore si trova travolto da una galleria di personaggi assolutamente imperfetti eppure inesorabilmente umani, pronti a crescere, evolvere, redimersi o sprofondare proprio come tutti noi, cercando di sopravvivere quanto e più a lungo possibile.
Pagine dedicate, dunque, alla bellezza mozzafiato del paesaggio o all'amore e alla Famiglia si mescolano con le fotografie di massacri e violenze indicibili  perpetrate nel nome di un qualche ideale usato come specchietto per le allodole, o come scusa per poter liberare la propria vera Natura.
Un romanzo fiume, impegnativo ed intenso, che richiede tutta l'attenzione del lettore travolto da riferimenti, nomi, date e circostanze, gestito alla grande da Evangelisti - che dimostra di avere il passo ed il respiro dei grandi narratori internazionali -, che approfitta con intelligenza degli stacchi - anche temporali - che separano i singoli capitoli per raccontare in poche righe del destino di charachters fino a quel momento creduti fondamentali, ed al contrario travolti dalla corrente della vita in modo clamorosamente simile a quello che, effettivamente, accade quando uomini e donne semplici si trovano al cospetto della Storia.
Una cavalcata, dunque, che forse risulterà ardua per chi non è avvezzo ai paesaggi e alle prospettive della Frontiera, ma che mostra con grande trasporto il motore vero dell'evoluzione umana: la passione.
Sia essa votata al Bene o al Male, alla sopravvivenza o all'affermazione, al Potere o alla Libertà.


MrFord


"Que dificil cantarle a tierra madre
que nos aguanta y nos vio crecer
y a los padres de tus padres
y a tus hijos los que vendrán despues."
Macaco - "Mama tierra" -


domenica 28 ottobre 2012

Shooter

Regia: Antoine Fuqua
Origine: USA
Anno: 2007
Durata: 124'




La trama (con parole mie): Bob Lee Swagger, uno dei migliori cecchini del mondo, addestrato dal governo americano per entrare nell'elite dei corpi speciali, viene abbandonato a se stesso nel corso di una missione di copertura in Etiopia nel corso della quale perde la vita il suo braccio destro e migliore amico. Sopravvissuto e tornato in patria, il reduce si isola sulle montagne fino a quando il Colonnello Isaac Johnson lo contatta per un consulto a proposito di un probabile attentato al Presidente.
Swagger accetta solo per venire coinvolto, suo malgrado, in un gioco di controspionaggio che gli costa una caccia all'uomo: a quel punto, abbandonato, braccato dalle forze dell'ordine e ferito, l'ex soldato dovrà fare riferimento alla fidanzata del defunto compagno d'armi e ad un agente solerte per pianificare il suo ritorno e la vendetta ai danni delle schegge impazzite del governo colpevoli di averlo manipolato.



Avete presente quei miracolosi film di spionaggio figli della cultura "contro" targata anni settanta che inchiodavano alla poltrona dal primo all'ultimo minuto - Il giorno dello sciacallo o Tutti gli uomini del Presidente, su tutti -?
Prendeteli e, con una buona dose di tamarraggine ed una qualità autoriale - nell'approccio più che nella tecnica - minore shakerateli per bene con gli action pompati made in eighties che fecero la fortuna - e l'esaltazione - degli spettatori da quel decennio in avanti, ed avrete servito il cocktail Shooter.
Onestamente, nonostante il regista fosse il Fuqua di Training day, mi aspettavo ben poco da questo giocattolone con un Marc Wahlberg in versione Capitan America ribelle infallibile con il fucile, tutto valori di una volta, capanna in montagna, passione per le armi da fuoco ed un cane chiamato Sam: al contrario, però, sono stato ben lieto di essere piacevolmente sorpreso da una pellicola volutamente sopra le righe e prevedibilissima nel suo evolversi eppure avvincente, girata e fotografata benissimo ed assolutamente goduriosa, con una prima parte ottima ed un crescendo che, come è ovvio che sia, si fa prendere un pò la mano dal patriottismo sotterraneo e dall'azione dura e pura.
In questo senso, la scelta di Wahlberg è pressochè perfetta, complici la poca espressività ed il fisico alla John Cena dell'attore - che, comunque, per me continua ad essere troppo sottovalutato dalla critica illustre -, così come quella dei comprimari di lusso Danny Glover - per la prima volta, a mia memoria, nel ruolo del bastardo doppiogiochista - ed Elias Koteas, senza contare la più che appariscente spalla Kate Mara, già vista da queste parti in American horror story.
Per il resto la cornice pare quella di un episodio di 24, con il protagonista destinato a spaccare i culi a tutti quelli che gli hanno pestato i piedi - solo un pò meno reazionario del cattivissimo Jack Bauer - ed una corsa contro il tempo continua nella migliore tradizione dell'eroe solitario made in USA, in questo caso - merito del regista? - spinto da una certa quale pulsione "rivoluzionaria" che dalle frecciate all'amministrazione Bush nel dialogo tra Swagger e Johnson alla t-shirt con l'immagine del Che indossata dall'agente dell'FBI interpretato da Michael Pena pare non risparmiarsi, pur se sottovoce, critiche al sistema politico statunitense ed al suo approccio "abbiamo trovato tracce di armi di distruzione di massa, quindi andiamo lì e facciamo tabula rasa".
Il vero peccato sta nel fatto che ad una prima parte convincente e ben ritmata succede una seconda decisamente più votata all'implausibilità della trama, salvata solo in parte da un finale giustizialista ma estremamente ribelle - e torniamo al discorso di fondo rispetto alla pellicola -, con l'incontro tra il senatore che ha orchestrato il tutto ed il buon Swagger sempre più incazzatonei confronti di chi si approfitta di potere e denaro quando dovrebbe fare esclusivamente gli interessi del Paese - quanto mi divertono queste sviolinate a stelle e strisce! - e della sua gente - cosa che, a ben guardare, risulta attuale in molte parti del mondo, Terra dei cachi compresa -.
Un intrattenimento, dunque, di grana grossa e gran retorica ma anche di mestiere notevole, coinvolgente ed efficace come pochi altri prodotti anche più noti figli dell'action votata al gasamento - passatemi il termine molto, molto tamarro - dell'audience: i fan della saga del già citato Bauer, così come gli appassionati del genere, troveranno assolutamente pane per i loro denti.
Per tutti gli altri, che dire!?
Attenzione, perchè io uno come Swagger non ci terrei troppo a farlo incazzare.


MrFord


"Then even louder we got shooters, shooter
I turn around, I was starin' at chrome
shotgun watches door, got security good
jumped right over counter
pointed gun at, wink, he tell her
I'm your shooter, shooter, shooter."
Lil' Wayne - "Shooter"-


giovedì 10 maggio 2012

I gatti persiani

Regia: Bahman Ghobadi
Origine: Iran
Anno: 2009
Durata: 106'



La trama (con parole mie): Negar e Ashkan sono due giovani e promettenti musicisti di Teheran, ansiosi di poter avere la possibilità di comporre e suonare i loro pezzi in totale libertà, senza avere il timore della censura e del carcere. Aiutati dal trafficone Nader, si mettono alla ricerca dei componenti di una band da lanciare ad un grande concerto a Londra e dei visti che serviranno per uscire dal loro Paese senza, forse, fare ritorno.
Ma così come la ricerca dei membri della band sarà ricca di scoperte, generi e stili vari e voglia di cantare un Iran libero, la parte burocratica del loro impegno si rivelerà più complicata di quanto non sembrasse specialmente a livello economico, senza contare i soprusi e gli abusi di potere di una polizia che è l'espressione peggiore di un regime neppure troppo celato.




E' sempre un piacere, dalle parti di casa Ford, tornare a scoprire - e riscoprire - il Cinema iraniano, un bacino di sorprese, idee ed energia come raramente se ne vedono qui da noi nel Vecchio Continente - forse solo la Francia, nelle ultime stagioni cinematografiche, è stata a questi livelli -: dai Maestri Kiarostami e Panahi a Persepolis, dal meraviglioso Una separazione a Offside, tutta la forza di questo Cinema è legata alla grandissima voglia di vivere dei suoi protagonisti e realizzatori, e soprattutto alla voglia di emanciparsi da un regime durato fin troppo tempo, che ancora oggi non permette a molti giovani artisti - e non solo, perchè la condizione della donna è anche peggiore - di esprimersi secondo le proprie volontà e desideri.
I gatti persiani, vincitore della sezione Un certain regard a Cannes nel 2009, sposta la sua attenzione dalla società alla cultura, regalando al pubblico un ritratto pulsante e vivo di quella che è la realtà musicale alternativa della capitale iraniana, vissuta quasi esclusivamente in clandestinità dai suoi rappresentanti, giovani dediti all'indie rock, all'hip hop, all'heavy metal, al blues ma anche agli echi del sound tradizionale che guardano all'Europa come ad una chance di vedere la propria musica finalmente libera di essere eseguita ai concerti, per le strade, incisa e venduta nei negozi e non al mercato nero.
Un'operazione di ricerca e scoperta di talenti simile a quella che qualche anno prima intraprese Fatih Akin con il suo Crossing the bridge, anche se la situazione turca risulta sicuramente più semplice di quella di Teheran e dell'Iran in generale - interessante il confronto tra i due protagonisti e Nader nel momento in cui quest'ultimo afferma di conoscere più di duemila band di indie rock in tutto il Paese, e anche più cantanti femminili cui sarebbe proibito esibirsi se non come coriste nei complessi tradizionali - che ricorda anche lo spirito un pò ribelle e un pò malinconico di The Commitments, con Negar e Ashkan al centro di un viaggio volto a mettere in piedi una sorta di "supergruppo" con tutti i migliori talenti locali nascosti sui tetti o negli scantinati, o perfino nelle stalle delle fattorie - ottima la parentesi "agreste" con il metal proposto alle mucche -: tutto questo - volontà di lasciare l'Iran compresa - senza mai dimenticare quali sono le proprie radici e quanto questi giovani musicisti desiderino, più che fuggire, cambiare la propria realtà.
Negar e Ashkan tengono a specificare la loro volontà di tornare una volta terminato il concerto di Londra, così come gli esponenti dell'hip hop locale decidono di non partire, "perchè la nostra musica ha un senso qui, a Teheran": in fondo, è della loro terra che si sta parlando, delle loro origini, e della voglia di portare quella stessa, oppressiva quotidianità in un futuro nuovo e libero, grazie soprattutto alla loro musica.
E' questo il senso primo ed ultimo della loro lotta, dell'energia elettrica rubata e del confronto quasi quotidiano con le forze dell'ordine - basta la sola sequenza del cane in macchina per rendersi conto della situazione vissuta dai giovani iraniani -, delle stanze insonorizzate e dei concerti tenuti in segreto, sempre con il fiato sospeso, sperando che la polizia non scopra nulla, che nessuno venga preso, o che dalla strada non si senta quello che sta pulsando proprio sotto di lei: le band che osserviamo passare, suonare e cantare in questo piccolo, grande film di Ghobadi sono il cuore di una rivoluzione culturale che è già partita da tempo, ma non è ancora davvero esplosa, e di sicuro è ben lontana da aver raggiunto il successo.
Sta anche a noi, privilegiati in più di un senso rispetto a loro, continuare a parlarne e ad aver voglia di scoprirli, aiutarli anche solo con una voce in più da questa o dall'altra parte del mare: chissà che non sia d'aiuto anche qui, dove troppo abituati a stare seduti comodi, finiamo per non riconoscere quanto ci viene tolto, e quante voci vengono tenute sotto silenzio, pur se con metodi meno platealmente repressivi di quelli dei reggenti di Teheran.
Chissà che non sia d'aiuto a tutti quelli che stanno nascosti, e che un giorno non possa essere una cosa facile come godersi il sole uscire per strada e suonare la propria canzone.
Iran o Italia che sia.


MrFord


"The sharif don't like it
rockin' the Casbah
rock the Casbah
the sharif don't like it
rockin' the Casbah
rock the Casbah."
The Clash - "Rock the Casbah" -


 

sabato 28 aprile 2012

Spartacus: vengeance

Produzione: Starz
Origine: Usa/Nuova Zelanda
Anno: 2012
Episodi: 10



La trama (con parole mie):  il massacro avvenuto nella casa di Batiatus ha dato il via alla rivolta di Spartacus, deciso a lottare - fino alla morte, se necessario - contro i Romani che l'hanno privato della donna che amava e della libertà. Al suo fianco restano Crissus - ossessionato dal desiderio di ritrovare l'amata Naevia - e Agron, mentre Enomeo pare sconvolto dai sensi di colpa per essersi ribellato al padrone che gli aveva promesso di renderlo un cittadino, nonchè proprietario del suo ludus.
A Capua la tensione cresce, e da Roma giungono per risolvere la spinosa questione Varinio e Glabro, vecchio nemico di Spartacus, in modo da mettersi in mostra agli occhi del Senato soffocando i moti ribelli: il loro compito risulterà più arduo del previsto, complici anche gli intrighi di Seppio e della sua giovane sorella, di Ilizia - che sta per dare alla luce l'erede di Glabro - e della rediviva Lucrezia, sopravvissuta alla carneficina avvenuta nella sua villa.
Spartacus, dal canto suo, dovrà fare fronte alle tensioni tra Galli e Germanici, alla fame e alla mancanza di guerrieri ed armi: la resa dei conti di questa prima parte della sanguinosa lotta tra i ribelli e la Rebubblica avverrà alle pendici del Vesuvio, dopo aver sconvolto il cuore della stessa Capua.




Chi l'avrebbe detto che una serie iniziata, ai miei occhi, come la versione tamarra e sguaiata de Il gladiatore o Alexander dalle rimembranze del 300 firmato Zack Snyder - che, come ormai chi frequenta il saloon da qualche tempo sa bene, ho detestato profondamente - sarebbe diventata uno dei cult indiscutibili del 2012 delle serie tv in casa Ford?
Nessuno, probabilmente. Io per primo.
E invece Spartacus è riuscito a sorprendermi e smentirmi, ritagliandosi un posto di assoluto rilievo tra le visioni più apprezzate di questa prima metà dell'anno - almeno per quanto riguarda il piccolo schermo -, fissando uno standard che già da ora fa salire l'aspettativa per la prossima - ultima? - stagione e superare il trauma della morte prematura del protagonista Andy Whitfield, lo Spartacus che in casa Ford avevamo imparato ad apprezzare episodio dopo episodio, sostituito dal più giovane ma decisamente meno prestante Liam McEntyre.
Effettivamente quest'ultimo rappresenta il vero punto debole della terza serie dedicata alle gesta del ribelle più famoso della storia di Roma, privo della forma - spesso e volentieri il nuovo Spartacus indossa corpetti che, di fatto, nascondono la differenza sostanziale tra lui ed i suoi più imponenti e scolpiti colleghi - e del carisma del suo predecessore, ma ugualmente grintoso, e senza dubbio non privo di margini di miglioramento ampi in attesa del prossimo anno, quando assisteremo alla parte finale - e più drammatica: ricordiamo che la rivolta di Spartacus è destinata a finire nel sangue dei suoi protagonisti - di questa saga.
Il resto, dal cast agli intrighi, dal sesso alla morte, funziona a meraviglia, ed anche la CGI dal gusto kitsch e tamarro che tanto mi disturbò nelle prime puntate ora mi pare perfetta per un prodotto volutamente sopra le righe per il quale risulta impossibile non provare l'esaltazione tipica da testosterone in eccesso o, più semplicemente, da partecipazione ad un'impresa assolutamente persa in partenza che resta una delle testimonianze più forti di ribellione al concetto di schiavitù nel mondo antico.
Ammetto inoltre che il passaggio dalle battaglie nell'arena a quelle per l'affermazione del proprio diritto di uomini liberi di Spartacus e dei suoi abbia provocato un esponenziale aumento della mia empatia verso i protagonisti, tratteggiati benissimo e costruiti con intelligenza, partecipazione e profondità - il lavoro degli autori sui personaggi rappresenta, di fatto, il vertice "autoriale" del prodotto -: charachters come Ashur - uno dei favoriti di casa Ford - risultano pressochè perfetti, e perfino nei peggiori tra i Romani - e tra i ribelli - è possibile trovare una scintilla in grado di accendere il fuoco della passione ed esercitare un fascino a tratti anche perverso sull'audience.
Senza contare sul piatto forte: la ribellione.
Attraverso gli occhi, il cuore, le azioni e le loro conseguenze troviamo interpretazioni diverse della stessa fornite da ognuno di questi ex schiavi pronti a dare anche la vita pur di non tornare sotto il giogo della Repubblica: da Spartacus stesso - che scopre passo dopo passo di essere a capo di una rivolta che potrà essere nata dal desiderio di vendetta per la moglie uccisa tempo prima dai sicari di Batiatus dopo essere stata resa schiava da Glabro ma che, di fatto, diviene il simbolo di qualcosa di più grande delle loro singole esistenze - a Crissus - mosso dall'amore per Naevia e dal desiderio di poter vivere libero con lei, lontano da Roma, e da un concetto di onore appreso nell'arena e progressivamente mutato per le necessità imposte dalla guerra -, da Enomeo - smarritosi dopo la notte del massacro nella villa di Batiatus e ritrovatosi nel concetto di fratellanza - a Gannicus - un ritorno graditissimo dal sottoscritto, quello del campione divenuto libero, personaggio egoista e contradditorio eppure clamorosamente votato alla causa grazie al suo legame con Enomeo e la sua defunta moglie Melitta -, da Agron - presentato quasi come una comparsa nel corso della prima stagione e divenuto uno degli alfieri di Spartacus - al vecchio Lucio, nobile che fu uomo della Repubblica caduto in disgrazia che preferisce abbracciare la causa dei ribelli e morire felice per mano "di qualcuno che non è un Romano".
E poi ci sono loro, le donne: raramente una serie ha fornito una galleria di personaggi femminili così forti e profondi, dalle maestre d'intrighi Lucrezia e Ilizia alla giovane Seppia, trovando in Naevia - splendida la sua evoluzione, così come il legame con Crissus - e Mira simboli di un coraggio e di una forza - d'animo, ma non solo - che spesso e volentieri gli uomini possono solo sognarsi, trovando nella loro presenza proprio la spinta che finisce per mancare.
I risvolti di questa serie, così come i suoi personaggi, divengono molteplici con il passare delle puntate, e tutto pare riduttivo, se non il consiglio di buttarcisi a capofitto, facendo il possibile per esserne coinvolti e travolti, dai suoi aspetti più ludici e tamarri a quelli più profondi, che toccano il nostro essere Uomini nel profondo: "noi siamo mostri", dichiara Glabro parlando della sua ossessione di porre fine alla rivolta di Spartacus, che di contro è pronto a rinunciare alla propria vendetta "perchè non avrebbe lo stesso valore rispetto alla mia perdita".
Eppure, gli schiavi divenuti ribelli hanno le mani sporche di sangue almeno quanto i loro nemici Romani: provano rabbia e rancore, e sono dominati da una furia passionale che appare più onesta solo perchè non macchiata dallo spettro terribile della politica. Eppure c'è.
Forse perchè, più che mostri, siamo Uomini. Tutti quanti.
E proprio in quanto tali, meritiamo di giocarci la nostra partita alla pari.
Liberi nel corpo e nell'anima.
Questa è la differenza principale che corre tra quello che ormai è l'esercito di Spartacus e quello della Repubblica più potente dell'antichità.
Questa è la differenza che permette ad un mercenario come Gannicus di scoprire il senso di una lotta persa in partenza. E crederci fino in fondo.
"Meglio regnare all'Inferno, che servire in paradiso", recitava il Lucifero del Paradiso Perduto firmato da John Milton.
Meglio liberi all'Inferno, che schiavi in Paradiso, mi viene da pensare.
E un brivido corre lungo la schiena all'idea che sarebbe stato un onore battersi accanto a Spartacus fino alla fine.


MrFord


"People say that you'll die
faster than without water.
But we know it's just a lie,
scare your son, scare your daughter.
People say that your dreams
are the only things that save ya.
Come on baby in our dreams,
we can live on misbehavior."
Tha Arcade Fire - "Rebellion (lies)" -


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