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giovedì 8 dicembre 2016

Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà (Ken Loach, UK/Irlanda/Francia, 2014, 109')





Probabilmente, in una vita neppure troppo lontana da questa, devo essere stato un comunista irlandese pronto a vivere la vita e cercare di godersela il più possibile, tra letture, alcool e donne, in barba alla Chiesa e a tutte le sue stronzate, così come alla volontà della stessa di mantenere il proprio regime schiacciando il popolo attraverso l'ignoranza.
Probabilmente, ci sono temi come la Libertà - di pensiero prima di tutto, ma oserei dire sociale -, l'essere fieri outsiders ed appartenenti agli strati bassi della scala che porta al Potere ed al Denaro, la voglia di esprimersi e vivere sempre a tutti i costi, che mi toccheranno sempre.
Da Spartacus a Jimmy's Hall.
Nel corso di questo mio periodo da padre casalingo, complici l'autunno ed una freschezza mentale che non va a braccetto con la stanchezza fisica di stare dietro ai Fordini ed alle faccende di casa, ho riscoperto il gusto, accanto alle tamarrate, delle visioni più autoriali che negli ultimi mesi avevo molto accantonato, considerato il rischio decisamente pesante di crollo verticale durante la visione: tra gli altri titoli, ho dunque riesumato Jimmy's Hall, per l'appunto, lavoro di un paio d'anni or sono firmato dal vecchio combattente Ken Loach, che grazie agli dei ed in barba agli stessi non manca mai di ricordare al pubblico la sua voglia di raccontare storie semplici e dirette e mostrare quelli che sono i suoi valori.
La vicenda di James "Jimmy" Gralton, che ha ispirato Loach ed il suo fedele collaboratore Paul Laverty, e della sua Hall, è schietta, onesta e viva come solo la gente della strada - e specialmente, lo dico per esperienza, quella delle strade irlandesi -, pronta a mostrare quanto grande sia il bisogno di svago, di cultura, di nutrire menti e cuori in modo da non essere ridotti in ginocchio dal Potere - che abbia forma politica o religiosa, poco importa -, di mantenere la propria dignità non solo nei momenti dedicati al piacere, ma anche al lavoro, alla famiglia e a tutto quello che costituisce la base ed il fondamento di una vita piena.
Ed è un bene, un gran bene, che registi come Loach e film come Jimmy's Hall ci ricordino quanto siano importanti questi valori, soprattutto attraverso pellicole che non alzano la voce, a meno che non ce ne sia bisogno, che paiono così semplici da poter essere dimenticate e finiscono dritte nel cuore, per conquistare e commuovere, e mettere all'angolo questo vecchio cowboy che, con il cucchiaino della frutta in mano nell'ora della merenda della Fordina in attesa di andare tutti insieme a prendere suo fratello, stenta a trattenere le lacrime nel momento in cui la gente semplice di una comune cittadina della campagna irlandese saluta per sempre quello che è stato, pur non avendo compiuto altra impresa se non esortare ognuno di loro a pensare con la propria testa ed arricchire la propria mente ed il proprio cuore, un vero eroe.
Ed osservo il vecchio, chiuso, oppressivo prelato lodare il coraggio di qualcuno pronto ad essere davvero libero, al contrario dei suoi uomini e di lui stesso, osservo Jimmy stimare più quell'ostico, ottuso nemico che non il giovane prete che cerca un dialogo tra le parti e "tiene il piede in due scarpe", osservo un padre picchiare a sangue la propria figlia colpevole di essere andata a ballare come se la violenza fosse un atto giustificato dal dio che tanto dovrebbe adorare, ho visto la voglia di prendere la vita tra le mani ed il potere terrificante dell'ignoranza.
Ho visto vite che potrebbero essere state la mia. Non tutte, certo.
Ma quella di Jimmy, senza alcun dubbio.
Questo perchè forse, un giorno neppure troppo lontano, sono stato un comunista irlandese sostenitore del libero pensiero ed avversario dell'ignoranza e della Chiesa.
Questo perchè adoro vivere, e considero l'ignoranza come uno dei mali peggiori che il Potere possa spargere nel mondo.
Ed ecco fatto.
Quei due vecchi bastardi di Loach e Jimmy mi hanno fatto commuovere un'altra volta.




MrFord




 

giovedì 2 giugno 2016

Carlos - Il film

Regia: Oliver Assayas
Origine: Francia, Germania
Anno: 2010
Durata: 160'







La trama (con parole mie): assistiamo alla vicenda che vide, tra il settantaquattro ed il novantaquattro, Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, divenire uno dei ricercati più pericolosi - o ritenuti tali - del mondo, una sorta di rockstar della lotta armata e dei tentativi di rivoluzione che tra Europa, Medio Oriente, Africa e Sud America ai tempi mischiavano ideali e crudeltà.
Uomo di punta a Londra per i gruppi palestinesi in lotta con il Mossad a seguito dell'attentato alle Olimpiadi di Monaco del settanta, dunque leader del raid al raduno dell'Opec a Vienna nel settantacinque prima di divenire un fuggitivo ed un cane sciolto, seguiamo il percorso che trasformò Carlos non solo in un criminale temuto in ogni continente, ma anche una risorsa per governi, aspiranti terroristi, dittatori e chiunque necessitasse di una consulenza e disponesse dei fondi per sostenerla.











L'ambientazione anni settanta mescolata al crime è stata una delle grandi traghettatrici del sottoscritto nei primi anni dell'amore per il Cinema autoriale, da Scorsese a Cimino, passando per Coppola e tutta la grande produzione americana figlia del periodo della New Hollywood ma lontana dalla stessa spesso e volentieri per idee politiche e potenza - intesa come violenza - della messa in scena.
Il segno di quelle visioni, unito alla sempre grande passione per il crime e le storie vere - anche quando romanzate ad uso e consumo dei prodotti di fiction -, rende oggi magnetiche le proposte che, almeno sulla carta, sono in grado di ricordarle, anche quando i risultati non sono clamorosi o esaltanti come ai bei tempi - e mi tornano in mente i recenti Legend, Black mass e Iceman -: Carlos, produzione targata HBO vincitrice del Globe nel duemilaundici come miglior miniserie firmata dall'ottimo Olivier Assayas - autore di Clean e Sils Maria -, è indubbiamente parte della categoria, e da un paio d'anni, ormai, mi attendeva in bluray dopo un acquisto - ormai sono sempre più rari - a scatola chiusa giunto a causa di un'offerta "che non potevo rifiutare" - due euro, il prezzo definitivo per tutti gli appassionati -, in attesa del tempo e della freschezza necessari per approcciarla.
Approffitando, in questo senso, delle tre settimane di ferie prese a cavallo della nascita della Fordina, ho finalmente potuto colmare una delle pochissime lacune rispetto alla mia videoteca "fisica" - che vede, sui penso duemila titoli presenti, direi una quindicina che ancora non sono effettivamente passati dal lettore - confidando nella recensione entusiastica che Bradipo fece di questo titolo qualche anno fa: peccato che, a conti fatti, la versione in mio possesso - quella distribuita a livello cinematografico - perda davvero tantissimo rispetto a quella integrale premiata, per l'appunto, con il Globe e legata al piccolo schermo, risultando non solo troppo patinata - benchè ben realizzata - ma tagliata con l'accetta a tal punto da disorientare lo spettatore ed irritare l'appassionato, concedendo uno spazio spropositato alla prima parte della narrazione - che vede la presentazione del personaggio di Carlos ed il resoconto delle sue prime imprese a Londra e Parigi - per poi sforbiciare sempre più minuto dopo minuto, tanto da sconvolgere per l'appiattimento dell'intera seconda parte, quella che racconta da vicino la lenta caduta - o quantomeno, lo scivolare nel dimenticatoio soprattutto dell'opinione pubblica - di un terrorista divenuto una sorta di rockstar nel corso degli anni settanta, un uomo fuori dal tempo incapace di accettarsi per quello che era stato ed era diventato.
La sensazione, in questo senso - e con le dovute proporzioni - è stata la stessa provata di fronte all'edizione in dvd de I cancelli del cielo di Cimino - che ho prontamente recuperato nella sua quasi versione integrale grazie alla rete, e della quale spero di poter presto scrivere -: un'opera monca, dimezzata rispetto alla sua effettiva struttura e poco incisiva proprio a causa dei tagli operati per poterla presentare anche in sala come fosse un lungometraggio.
Un vero peccato, perchè se distribuita in due parti Carlos avrebbe potuto, di fatto, divenire la sorella gemella dell'ottimo Nemico pubblico dedicato alla figura di Jacques Mesrine, altro personaggio di spicco della criminalità del periodo che vide l'ascesa di questo terrorista così attento al suo successo da risultare quasi in aperto contrasto con la parte più radicale della sua indole.
Ottimo, comunque, il protagonista Edgar Ramirez, pronto a cambiamenti fisici importanti - il passaggio dalla sua versione gonfia e sovrappeso a quella perfettamente in forma è davvero notevole - così come la sensazione di inesorabile e lento tramonto pronto ad abbracciare anche chi è abituato a vivere al massimo perchè nato, cresciuto e formato all'interno di situazioni che non prevedono cali di adrenalina di nessun genere.
Un titolo, dunque, che un appassionato del genere non può perdere, ma che è obbligato, proprio perchè appassionato, a recuperare nella sua versione integrale.
Perchè non farlo sarebbe come non avere un piano di fuga pronto nel momento in cui si prepara un colpo destinato a restare nella memoria.





MrFord





"Through sixty-six and seven they fought the Congo war
with their fingers on their triggers, knee-deep in gore
for days and nights they battled the Bantu to their knees
they killed to earn their living and to help out the Congolese."
Warren Zevon - "Roland the headless thompson gunner" -





mercoledì 16 aprile 2014

The act of killing

Regia: Joshua Oppenheimer
Origine: Danimarca, Norvegia, UK, USA
Anno:
2012
Durata: 115'





La trama (con parole mie): in Indonesia, a cavallo tra il 1965 ed il 1966, un colpo di stato depose il governo per instaurare un regno di terrore che, avvalendosi di gruppi paramilitari e gangsters, perseguitò i comunisti o presunti tali e la popolazione cinese presente entro i confini, finendo per mietere più di un milione di vittime. Gli esecutori materiali dei delitti, ormai ben oltre l'età pensionabile, finiscono per ritrovarsi e ricostruire come se si trattasse di un gioco, o di fiction, gli atti da loro stessi perpetrati.
Attualmente considerati delle sorte di leggende ed appoggiati da governanti e figure di spicco del Paese, questi ex aguzzini consegnano al mondo un ritratto tanto agghiacciante quanto clamorosamente umano di uno dei genocidi più terribili del ventesimo secolo.








"Le regole che definiscono i crimini contro l'Umanità sono dettate dai vincitori, ed io ho vinto. Dunque non mi interessa di quello che pensa la Convenzione di Ginevra. Anzi, se dovessi essere chiamato, andrei. Non perchè mi senta in colpa, ma perchè in questo modo potrei finalmente diventare famoso".
In questo modo, parola più, parola meno, uno degli aguzzini delle squadre della morte del terribile biennio '65/'66 in Indonesia, ormai più simile ad un innocuo pensionato medio, sentenzia a proposito di quelle che sono state le sue azioni in quanto gangster assoldato dal governo salito al potere grazie ad un colpo di stato, filmato mentre guida, neanche fossimo persone cui ha dato un passaggio mentre andava a fare la spesa. E non è neppure il momento più agghiacciante, all'interno di The act of killing.
Non è la prima volta che mi capita di guardare documentari che tocchino argomenti terribili, o di leggere degli stessi, dagli episodi legati ai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale all'Unione Sovietica di Stalin, dai Khmer rossi all'Argentina dei desaparecidos, dal Chile di Allende piegato da Pinochet ad Haiti e alla lotta per la pace di Jean Dominique.
Proprio quest'ultimo, nel corso delle sue trasmissioni radiofoniche, cercava di sensibilizzare i contadini analfabeti rispetto al fatto che, in altre parti del mondo, ci fossero persone che subivano le stesse violenze, venivano schiacciate con lo stesso, terrificante metodo: Anwar Congo, uno dei protagonisti assoluti di questo straordinario lavoro di Oppenheimer, afferma più o meno la stessa cosa, accostando il gusto splatter di alcuni film e l'operato della Germania di Hitler all'idea del fascino che un certo tipo di Male finisce per esercitare sul pubblico, dichiarando, mentre sta seduto in poltrona, di aver fatto di peggio più e più volte, con le sue mani, dichiarando senza problemi a favore di macchina da presa di avere staccato la testa a degli uomini.
Non è la prima volta, scrivevo poco sopra, che mi confronto con una visione scomoda come questa, eppure raramente sono uscito così toccato da quello che il regista ha deciso di raccontare: non tanto per la violenza esplicita - in realtà, si parla di ricostruzioni da studio, e di qualità infima, di un gruppo di quasi vecchietti ed esaltati a metà tra il crimine e la politica -, quanto dall'idea che l'espressione di questi assassini sia quella del lato oscuro dell'Uomo, senza una virgola in più o in meno.
Lo stesso e già citato Congo, che probabilmente avrà sulla coscienza più omicidi di un qualsiasi serial killer statunitense, riesce a passare dalla freddezza dei resoconti delle metodologie di uccisione al pentimento mosso da un malessere quasi fisico, dalla dimostrazione di se stesso alle celebrazioni di uno dei gruppi paramilitari dal seguito più numeroso in Indonesia ai nipoti cui è mostrato quello che il nonno faceva ai comunisti sotto forma, per l'appunto, di film, senza apparire posticcio o costruito.
E non è che uno soltanto, dei responsabili mostrati dal regista texano in queste due ore che potrebbero tranquillamente essere definite horror.
La situazione dell'Indonesia attuale, inoltre, benchè lontana da quella dei massacri che fanno da sfondo alla narrazione, lascia che brividi corrano lungo la schiena dello spettatore perchè clamorosamente simile a quella dei Paesi per così dire "civilizzati" come il nostro, che non vivono appoggiandosi ad un equilibrio drammaticamente palese - i gangsters considerati ed ammirati come "uomini liberi", che in quanto al di fuori della Legge, sono giustificati per qualsiasi azione, dall'estorsione di rito ai commercianti cinesi locali ad eventuali servizi offerti ai governi in casi come quelli della persecuzione dei comunisti che ha ispirato questa pellicola - ma che, di fondo, sono regolati da taciti accordi molto simili.
Gli stessi che Jean Dominique cercava di raccontare alla sua gente, o che Anwar Congo ammette esistano in tutto il mondo. Gli accordi dei vincitori che dettano le regole che più convengono affinchè restino tali.
Quello che è mostrato - e che fa più paura - in The act of killing è la terribile sete dell'Uomo.
Di potere, di sangue, di violenza, di bisogno ancestrale di dimostrare di essere il re della foresta.
E che la stessa viva per le strade celata dietro l'aspetto assolutamente comune di un qualsiasi, apparentemente innocuo vecchietto.



MrFord



"Ain't got no place to lay your head 
somebody came and took your bed
don't worry, be happy.
the landlord say your rent is late
he may have to litigate
don't worry, be happy."
Bobby McFerrin - "Don't worry, be happy" - 




domenica 2 giugno 2013

Red scorpion

Regia: Joseph Zito
Origine: Sud Africa, USA, Namibia
Anno: 1988
Durata:
105'




La trama (con parole mie): Nikolai Rachenko, agente speciale del KGB, macchina da guerra e soldato professionista, viene inviato dai vertici dello Stato Maggiore in Africa per avvicinare ed uccidere un leader locale supportando gli alleati cubani.
Giunto sul posto ed iniziata la sua missione, Rachenko scoprirà che c'è del marcio sotto le operazioni gestite dal suo Paese e dagli uomini centroamericani, e passo dopo passo le sicurezze di anni di addestramento verranno incrinate, complice anche l'alleanza improbabile con lo sboccato giornalista americano Dewey e l'amicizia nata con il ribelle locale Kallunda.
L'ex uomo d'acciaio sovietico, all'ennesimo villaggio massacrato, diverrà dunque il simbolo di un'improbabile insurrezione degli indigeni sotto il segno totemico dello scorpione: ed ovviamente finirà per spaccare ancora e sempre più culi.





Nel corso della Storia del Cinema nessun decennio è stato sboccato, trash e sopra le righe come quello che ha accompagnato il sottoscritto nel passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza: sto parlando, ovviamente, dei gloriosi eighties, epoca magica fatta di illusioni e tamarrate dallo spirito leggero come - tranne qualche illuminata eccezione - in seguito nessun regista sarebbe più riuscito a riportare sullo schermo.
Le suddette tamarrate, di norma, ai tempi erano suddivise in due generi ben distinti che finivano per avere sostenitori accesissimi rispetto al primato di uno o dell'altro: parlo dei film di botte e di quelli di guerra - o presunti tali -.
Da una parte si potevano ammirare calci rotanti e cazzotti come se piovesse, dall'altra esplosioni e sparatorie improbabili in cui il protagonista finiva a malapena scalfito anche sotto una pioggia di proiettili mentre gli avversari carne da cannone esplodevano in mille pezzi ovunque sullo schermo - vedasi uno dei capistipite del genere, Commando -: personalmente sono sempre stato lievemente a favore dei primi, complice l'ispirazione venuta dalla saga di Rocky, Karate Kid ed i vari Van Damme della situazione, ma non mi sono d'altro canto mai neppure lamentato quando ad un ring si sostituiva una bella missione in qualche parte del mondo sconosciuta con tanto di cattivi da Guerra Fredda da sistemare a dovere.
Un esempio perfetto di questo tipo di atmosfere è Red scorpion, film di fattura a dir poco pessima da qualsiasi punto di vista lo si guardi eppure clamorosamente divertente ancora oggi, in bilico tra i rimandi ad un tempo in cui i sovietici facevano la parte dello spauracchio in tutti film action - e non solo - occidentali e le guerre combattute lontano dalla civiltà "per bene" passavano ancora tendenzialmente sotto silenzio così come gli interessi delle Nazioni che le caldeggiavano occultamente.
Sulla scia del successo della saga di Rambo - che, con il già citato Rocky, consegnò di fatto Stallone alla fama imperitura - venne confezionata questa versione minore del mitico John sfruttando la notorietà del momento di Dolph Lundgren, che aveva fronteggiato Sly in Rocky IV proprio nella parte della macchina da guerra - sul ring - sovietica in tempi di progressivo avvicinamento delle due superpotenze a quello che si sarebbe concretizzato con la caduta del muro di Berlino: l'ex Drago non si tira indietro, e sfodera un personaggio memorabile per il genere, dalla spettacolare entrata da finto sbronzo nel bar ad inizio pellicola fino alla battaglia conclusiva a petto nudo con tanto di scorpione marchiato a definire il suo nuovo status di ribelle combattente ed il fantastico "in culo a tutti" rubato allo sboccato giornalista americano Dewey in chiusura, dopo averne avute sia per i suoi superiori che per i loro amichetti cubani, visti ai tempi come fumo negli occhi almeno quanto gli alti papaveri di Mosca.
Curioso come la vittoria della Libertà e della Democrazia - e, dunque, del modello occidentale, come spererebbero loro - passi attraverso il progressivo passaggio ai "buoni" di Rachenko, sconvolto dagli spietati raid organizzati dall'alleanza URSS/Cuba che mietono vittime su vittime tra la popolazione civile già disastrata del centro Africa: pellicole di questo tipo, ovviamente da guardare come prodotti d'intrattenimento puro e giocattoloni per bambini troppo cresciuti, sono state lo specchio di un'epoca in cui si tendeva effettivamente a screditare gli avversari dall'altra parte della Cortina - e da entrambe le parti - quasi si fosse nel pieno di una sorta di campagna elettorale per la supremazia del globo, fortunatamente conclusasi senza conseguenze disastrose per la nostra vecchia palla di fango - o almeno, meno disastrose di quanto avrebbero potuto essere -.
Tornando al clamorosamente divertente ed altrettanto scarso Red scorpion, caldeggio una prima visione per chi se lo fosse perso ai tempi o un recupero per tutti quelli che, invece, con titoli di questo genere sono cresciuti: la sorpresa sarà più piacevole e rilassante del previsto, e verrà allietata da un crescendo finale con tanto di battaglia degna davvero delle migliori tamarrate mai passate sullo schermo, perfetta per staccare il cervello e gustarsi un ritratto di tempi sicuramente più traballanti di questi - almeno dal punto di vista della politica internazionale - ma senza dubbio in grado di regalare al pubblico prodotti creati solo ed esclusivamente per il piacere dei neuroni mandati senza troppi patemi in ferie, per una vacanza che, considerata la caratura del titolo, avrà il sapore di una crociera da sogno ai Caraibi.


MrFord


"As I climb onto your back, I will promise not to sting
I will, tell you what you want to hear and not mean anything
then I, treat you like a dog, as I shoot my venom in
you pretend you didn't know, that I am a scorpion, oh."
Megadeth - "The scorpion" -


domenica 29 aprile 2012

Uccellacci e uccellini

Regia: Pier Paolo Pasolini
Origine: Italia
Anno: 1966
Durata: 89'



La trama (con parole mie): Totò e Ninetto, padre e figlio, camminano lungo le strade della periferia ancora spoglia di Roma, incrociando le loro esistenze con quella di un corvo parlante professore di filosofia che espone ai due uomini teorie e fiabe che possano portarli alla riflessione rispetto alla politica, alla religione e al futuro.
Così, tra un racconto ed una rocambolesca sosta forzata in mancanza di un bagno, i tre viaggiano attraverso il tempo e lo spazio confrontando l'approccio terreno dei due umani e quello "alto" del volatile, convinto assertore del comunismo precedente alla morte di Togliatti.
Passati dalla riscossione presso poveri contadini nei propri terreni al pagamento nella casa di un architetto facoltoso, Totò e Ninetto, stanchi del ciarlare del corvo, finiranno per dire l'ultima parola di questa neppure troppo voluta seduta di discussione.




So cosa state pensando.
Due bicchieri e mezzo ad uno dei film universalmente più incensati di uno dei nostri registi più importanti, quel Pier Paolo Pasolini che ha regalato, nel corso della sua carriera, pellicole straordinarie e poesia agli spettatori di tutto il mondo, sono una bella sfida.
Ebbene sì. Quando ci vuole, ci vuole. Anche se si tratta di grandissimi.
Ma occorre fare un passo indietro, per spiegare questa scelta che, di fondo, altro non è se non una media: perchè Uccellacci e uccellini, rivoluzionario e clamoroso alla sua uscita - ormai quasi cinquanta primavere fa -, ricco di riflessioni che toccano vita e morte, politica e religione, costume e società, ora, nel pieno di questi anni zero ancora senza identità, risulta vecchio e verboso, a tratti perfino ammorbante, e finisce per trasformare la meraviglia del colpo di genio dei titoli cantati da Domenico Modugno in una reazione che è simile a quella di Totò e Ninetto Davoli con il finale, assumendo, di fatto, il ruolo del corvo saccente rispetto a noi poveri cristi in cammino sulla strada della vita.
Un peccato, effettivamente, che il lavoro assolutamente unico di Pasolini abbia inesorabilmente perso smalto con il passare del tempo, eppure non sono riuscito - neppure, a tratti, forzandomi - a trovare una possibile chiave di lettura più moderna che svecchiasse i temi così eloquentemente esposti dal pennuto, finendo per trovarmi - senza riuscire minimamente ad empatizzare con loro - spesso e volentieri in accordo con i protagonisti umani, finale compreso.
Certo, alcuni passaggi paiono non aver subito l'erosione del tempo - in particolare le riflessioni di natura religiosa, ancora assolutamente attuali e simili a quelle proposte nella musica da un signore chiamato Fabrizio De Andrè -, eppure Capolavori come Il Vangelo secondo Matteo o Accattone appaiono lontani anni luce da quello che assume le connotazioni di un esperimento di solo cuore - con tutti i limiti del caso - e che non riesce a tirare fuori il meglio neppure da Totò, interprete che è parte integrante della nostra cultura e del nostro Cinema ma che sicuramente appare troppo imprigionato in se stesso per poter esprimere al meglio quello che il suo personaggio sulla carta avrebbe potuto dare.
Resta invece inalterato il fascino incredibile della periferia romana ancora in fieri di allora, fatto di campagna e miserie umane e sociali da brividi, ritratto al crocevia di neorealismo e surrealismo, quasi l'eredità dei De Sica e dei Rossellini andasse ad incontrare la visionarietà di Bunuel: anche in questo caso, però, basta pensare al meraviglioso Le notti di Cabiria firmato Fellini per cogliere il senso di incompiutezza di questa pellicola, uno sfoggio affascinante e magico della poetica intellettuale di Pasolini tuttavia incapace di lasciare a bocca aperta come i più grandi Capolavori di un Autore e un Artista scomparso troppo presto da un mondo, senza dubbio, troppo crudele per lui.
Un mondo in cui i corvi vengono mangiati per davvero.
Specie se gay, comunisti e dalla risposta pronta.
E in questo, non c'è Tempo che tenga: la nostra società è rimasta uguale.


MrFord


"Like a bird on a wire
like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free.
Like a fish on a hook
like a knight in some old fashioned book
I have saved all my ribbons for thee."
Leonard Cohen - "Bird on a wire" -


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