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venerdì 23 agosto 2013

Point break

Regia: Kathryn Bigelow
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 120'




La trama (con parole mie): Johnny Utah è un venticinquenne agente dell'FBI fresco fresco di Accademia che viene assegnato alla sezione rapine in banca di Los Angeles, capitale mondiale del "settore". Affidato all'esperto Agente Pappas, si mette sulle tracce di una banda di professionisti che opera ormai da tre anni, gli Ex-Presidenti, capaci di portare a termine i propri colpi in novanta secondi, ignorando i caveau e rispettando alla perfezione ruoli e regole.
Secondo le teorie di Pappas, gli sfuggenti criminali sono in realtà surfisti, dunque Utah si ritrova catapultato in un'operazione di infiltrazione che lo mette in contatto con la tosta Tyler e la sua vecchia fiamma Bodhi, leader di un gruppo di ragazzi "drogati di adrenalina" dediti alla ricerca dell'onda perfetta: e quelli che per Johnny cominciano a definirsi come due rapporti fondamentali per la vita finiranno per essere anche la chiave dell'indagine.




Sto cominciando ad accarezzare seriamente l'idea di dedicare una rubrica ai "reloaded" del Saloon: non è la prima volta, infatti, che Point break fa capolino da queste parti.
Correva l'estate del 2010, con Julez ci si accingeva a partire per la Croazia, il blog era aperto da pochi mesi e ancora non sapevo - ne pensavo, in tutta onestà - sarebbe diventato quello che è diventato: approfittai di quell'agosto per raccontare di quello che è senza dubbio uno dei film - se non IL film - per eccellenza di ogni mia estate che si rispetti, nonchè indiscusso cult personale visto e rivisto non so neppure esattamente quante volte.
A distanza di tre anni, ed approfittando dell'acquisto dell'edizione in bluray con tanto di contenuti extra buoni per scoprire alcuni retroscena della lavorazione del film - come il fatto che Swayze si cimentò spesso e volentieri con lo skydiving proprio per rendere al meglio sulla scena - ho deciso di riesumare il film simbolo della Bigelow per festeggiare quella che è, senza dubbio, una delle estati più spettacolari della mia vita - credo che mai più capiterà di ritrovarmi a casa per tre mesi ed oltre, neanche fossi tornato ai tempi della scuola, per godermi il Tempo, la Famiglia, il Fordino, Julez ed ogni attimo di quello che non è la quotidianità lavorativa -.
Onestamente non vorrei, però, che questo post diventasse una versione 2.0 della recensione che già feci ai tempi, con l'esaltazione del piano sequenza all'arrivo di Utah nella sede dell'FBI di Los Angeles o dell'inseguimento che porta al primo confronto tra il buon Johnny e la verità sul suo nuovo amico Bodhi - personaggio strepitoso, che acquista spessore ad ogni visione -: certo, i momenti cult si sprecano nei centoventi minuti serratissimi di quello che, con Heat - La sfida, considero come il più grande action degli anni novanta - e forse non solo -, così come le battute che puntualmente finisco per citare a menadito - quella del surfista che si incera i baffi è praticamente un tormentone -, le riprese delle evoluzioni sulla tavola o quelle di skydiving sono da brividi, e pur sapendo come si evolverà la situazione finisco sempre per restare incollato allo schermo come fosse la prima volta, ma vorrei dedicare queste righe all'estate ed al suo concetto di Libertà in movimento, come senza dubbio sarebbe apprezzata anche da charachters come Bodhi e Utah.
Giovani esploratori della vita che, pur dai lati opposti della medaglia, finiscono per incarnare ideali profondamente simili, legati al desiderio di scoprire i propri limiti per superarli, e se possibile, finire per andare ancora oltre: in uno scambio di commenti in coda al primo post pointbreakiano, ricordo che parlai di quanto uno come me finisca per sentirsi legato a Johnny e alla sua anima "da kamikaze" riuscendo al contempo a vedere in Bodhi una nemesi e l'attrazione fatale per la propria anima.
Il confronto tra i due in chiusura - una delle sequenze di amicizia virile più intense del Cinema - a Bells Beach, in Australia, è perfetto nel sintetizzare quello che è l'anelito che muove l'eroe dalla parte della Legge dall'anima ribelle ed il criminale che lotta contro il sistema e sfida Uomo e Natura fino a ritrovarsi a perdere se stesso.
Point break - termine surfistico che indica il punto in cui si rompe l'onda - è anche la frontiera che le anime di personaggi come Utah e Bodhi oltrepassano un pò per istinto, un pò per sfidare il destino e scoprire se saranno capaci di tornare a riva tutti interi, oppure lasciarsi andare al brivido della morte "facendo ciò che si ama".
E alla fine non sono riuscito ad evitare di parlare troppo del film e dei suoi personaggi per concentrarmi sull'estate, ma poco importa: non credo che la stessa possa prendersela davvero.
In fondo è come un'onda che arriva senza preavviso e attende soltanto di essere cavalcata: a questo punto sta a chi pagaia sulla tavola decidere se non sia il caso di lasciarla andare ed attendere - quella perfetta? Quella giusta? O più umanamente una più abbordabile? - o buttarsi con le chiappe strette in un tubo che potrebbe ridefinire la nostra anima quanto il nostro corpo.


MrFord


"It's been a long, long time
and too many miles
of handshaking strangers
parading their smiles
of all the faces that come and go
the only one I really wanna know
I want you
I want you."
Concrete Blonde - "I want you" -



giovedì 12 luglio 2012

The raid - Redemption

Regia: Gareth Evans
Origine: Indonesia/Usa
Anno: 2011
Durata: 101'




La trama (con parole mie): una squadra Swat agli ordini del sergente Jaka viene guidata da un tenente della polizia all'interno del palazzo che funge da base operativa di un pericolosissimo boss della droga, asserragliato nella fortezza urbana e protetto dai suoi uomini e dagli occupanti dello stesso edificio.
Una volta entrati e messi allo scoperto, gli uomini delle forze dell'ordine scopriranno di essere soli e allo sbaraglio, complici la corruzione del tenente e la potenza dell'organizzazione criminale: Rama, esperto di arti marziali con una moglie in procinto di partorire a casa ad attenderlo, dovrà lottare fino allo stremo per sopravvivere, tornare dalla sua famiglia e riuscire a rintracciare il fratello, divenuto uno degli uomini di fiducia del boss.



Negli ultimi tempi, in rete, è rimbalzata come un'eco impazzita la voce di entusiasmi che riguardavano un nuovo supercult dell'azione in grado di lasciare gli spettatori a bocca aperta e settare uno standard come non capitava dai tempi di Die hard o dei classici delle legnate d'autore come I tre dell'Operazione Drago.
Inutile dire che, soprattutto dopo aver letto la recensione entusiastica del buon Frank Manila, l'aspettativa in proposito in casa Ford era assolutamente alle stelle: aspettativa che non è stata per nulla tradita, e che, anzi, è risultata rispettata in un crescendo che continua ad aumentare d'intensità con il passare dei giorni dalla visione, neanche ci trovassimo di fronte ad uno di quei film d'autore in grado di colpire dritti nel profondo e tornare a galla un pezzo per volta.
Questo principalmente perchè The raid - Redemption è un film d'autore di quelli in grado di trascendere il genere che più genere non si può di appartenenza, di sfoderare scene d'azione serratissime, di violenza inaudita e clamorosamente esaltanti per il pubblico abituato ai botte movies senza dimenticare di portare avanti - tra l'altro con una sobrietà decisamente d'essai - una serie di riflessioni che toccano la famiglia, il senso di appartenenza, la ricerca di un proprio posto nel mondo, il disagio sociale di alcuni paesi governati all'interno da boss del crimine in grado di tenere in pugno le più alte sfere del governo e dei suoi organismi di controllo: una sorta di cocktail selvaggio dell'eredità di Bruce Lee mescolata a I guerrieri della notte, Distretto 13 e Nido di vespe, servito da un più che promettente Gareth Evans, che dirige e monta mantenendo altissimo il livello di adrenalina e riuscendo nell'impresa di ricordare Johnnie To nonostante il divario tecnico che separa il regista di Hong Kong dalla maggior parte dei comuni mortali.
Così, alla storia di Rama e del fratello perduto - finale perfetto, in pieno rispetto del melò che rese celebri pellicole come The killer - si mescolano la determinazione di Jaka ed il quotidiano dell'inquilino con la moglie malata, intruso in un palazzo che pare un enorme alveare popolato da tagliagole, trafficanti di droga, assassini e quanto di più selvaggio si possa pensare possa annidarsi nella giungla urbana: e al ritmo di una colonna sonora in grado di ricordarmi l'utilizzo di Battle without honor or humanity di Tomoyasu Hotei in Kill Bill l'azione assume proporzioni quasi epiche per l'intensità messa in campo da attori e stuntmen, protagonisti di alcune sequenze davvero clamorose - in particolare, ho ancora davanti agli occhi il volo di uno degli assalitori di Rama e compagni che, lanciato attraverso la tromba delle scale, si rigira e finisce di schiena contro la base del balcone al piano sottostante: pauroso solo al pensiero - e duelli incredibili - quello di Jaka opposto al pazzo braccio destro del boss, che lo stesso riesce a replicare aumentando ulteriormente l'intensità nella lotta che lo vede opposto a Rama e al fratello -.
Come se tutto questo non bastasse - e, vi assicuro, basta eccome, divenendo un circo all'interno del quale i protagonisti lottano per la propria sopravvivenza in grado di conquistare i veterani dell'action così come il pubblico non avvezzo al genere ma ugualmente trascinato dall'energia dirompente della pellicola -, il confronto tra i due fratelli, anime delle fazioni opposte, è uno tra i più interessanti giunto sul grande schermo nel passato recente, raccontato con grande profondità ed ugualmente mai eccessivo trasporto o retorica di grana grossa: quel botta e risposta sul cambio d'abito rifiutato perchè la divisa "calza a pennello" visto da entrambi i lati del confine dato da un cancello che si apre e si chiude sull'inferno del palazzo obiettivo della missione della squadra swat è già di diritto un piccolo cult, reso ancora più potente dal rinnovato legame dei futuri padre e zio e divenuto, di fatto, il simbolo di qualcosa in grado di andare ben oltre la lotta,il sangue, le morti, il concetto stesso di polizia e crimine.
Il legame tra due individui in grado di proteggere le persone che stanno loro accanto, anche se solo ed esclusivamente nel proprio mondo: ad ognuno il suo vestito, il suo destino, la sua via verso la conquista o la libertà.
Ad ognuno il suo, senza alcun bisogno di spiegare.
Il bello di essere fratelli.
Sempre, nonostante tutto.
Fino alla fine.


MrFord


"We the people fight for our existence
we don't claim to be perfect but we're free
we dream our dreams alone with no resistance
fading like the stars we wish to be
you know I didn't mean what I just said
but my God woke up on the wrong side of his bed
and it just don't matter now."
Oasis - "Little by little" -


venerdì 29 giugno 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): come di consueto, ci troviamo di fronte ad un nuovo weekend di uscite particolarmente smorto di questa particolarmente calda estate.
La settimana appena trascorsa, però, ha reso ancora più torrido il clima grazie al conflitto tra me ed il mio antagonista Cannibale a proposito del controverso Detachment, oggetto di incredibili discussioni dalle mie e dalle sue parti.
A mettere pace - ma sarà mai davvero possibile? - tra i due contendenti, però, arriva finalmente nelle sale italiane uno degli indiscutibili film dell'anno, pellicola in grado di mettere d'accordo anche due nemici per la pelle del nostro stampo.
Sappiate che sarà assolutamente vietato perderselo.


"Ford e Cannibale concordano su un film: meglio mettersi al riparo prima che si scateni l'Apocalisse!"

La cosa di Matthijs Van Heijningen Jr.


Il consiglio di Ford: di Cosa ce n'è una, tutte le altre son nessuna!
Questa sorta di reboot dei classicissimi di Hawks & Nyby e di Carpenter pare più un insulto ai suddetti che altro, dunque lo vedrò solo ed esclusivamente nella speranza di trovare un valido candidato per la top ten di fine anno dei film più brutti del 2012.
Certo, dopo aver visto Detachment - http://whiterussiancinema.blogspot.it/2012/06/detachment.html- , sarà una sfida durissima per chiunque! Ahahahahah!
Il consiglio di Cannibal: si chiama La Cosa, ma a sorpresa non è un film con protagonista Ford…
Tralasciando il commento su Detachment, uno dei film americani più belli degli ultimi anni, che giusto una Cosa e non un essere umano può non apprezzare, di recente ho visto sia il film di Carpenter che questo remake.
Devo dire che entrambi non mi hanno entusiasmato granché. La pellicola di Carpenter, che di certo ha fatto di molto meglio, presenta qualche ottimo spunto, però è invecchiato maluccio (non quanto Ford, tranqui). Il prequel è decisamente meno autoriale e più “commerciale”, si lascia vedere, non è certo orripilante quanto porcherie come John Carter, ma allo stesso tempo non lascia alcun segno.
Prossimamente la mia doppia recensione di queste due cose.

"Mio Dio, cosa l'ha ridotto così?" "Pare che abbia visto Detachment."
I tre marmittoni di Bobby & Peter Farrelly


Il consiglio di Ford: di marmittoni - per essere gentili - nella blogosfera, ce ne sono solo due, entrambi qui presenti.
Altro simil reboot pescato dai Farrelly, ultimamente piuttosto in crisi di idee rispetto agli anni della loro prima ribalta.
Rispetto a La cosa, però, non ho alcuna intenzione di sorbirmi questa roba, che lascio con grande piacere al mio antagonista, reo di aver incensato a profusione quella robaccia di Detachment. Ahahahahahah!
Il consiglio di Cannibal: i tre fordettoni (ma già ne bastava uno…)
Ho sempre visto con piacere i film dei Farrelly, in grado di fare uscire commedie dai risultati alterni ma comunque sempre piuttosto spassose. Però I tre marmittoni mi ispira meno di zero, che è poi anche quanto Mister James Snob ne capisce di cinema. Una “cosa” di gag comiche riciclate dagli anni ’30 come questa la scarico a mia volta a quel vecchiardo di Ford che ripescando i 3 Stooges (ma Iggy Pop ahimé qui non c’entra) potrà ripensare agli anni in cui era teenager.

"Per andare di sotto non ci serve la scala: dopo aver visto Detachment, ci buttiamo e basta!"
Qualche nuvola di Saverio Di Biagio


Il consiglio di Ford: sulla testa del Cannibale, più che qualche nuvola, c'è una tempesta in arrivo. Di bottigliate.
Film dal respiro finto radical chic all'italiana che cercherò di evitare senza troppi patemi: vorrei evitare di incazzarmi e finire a slogarmi la spalla a furia di bottigliate un'altra volta, questa settimana.
Lascio quindi questa proposta pseudo-festivaliera al mio pseudo-festivaliero rivale.
Il consiglio di Cannibal: la nuvola di Fordozzi di abbatterà su di voi, se lo vedete.
Un film che di radical-chic non ha nulla, tranne le solite esternazioni deliranti del mio rivale, ma sembra piuttosto l’ennesimo film neo-realista all’italiana che vola basso, senza prendersi rischi come quel Capolavoro recente di Detachment. Considerando i suoi terrificanti gusti, questa nuvola potrebbe persino rivelarsi il film dell’anno, in casa Ford.

"Provo un certo distacco all'idea di assaggiare questo piatto: sarà che lo chef si chiama Tony Kaye."
L'amore dura tre anni di Frederic Beigbeder


Il consiglio di Ford: la lotta con il Cannibale è destinata a durare decisamente di più.
Secondo capitolo della sagra del radicalchicchismo da festival della settimana. Una commedia romantica con ambizioni d'autore che promette di essere un ottimo bersaglio per i miei colpi proibiti, ma che non ho abbastanza voglia di vedere neppure per bistrattarla a dovere.
Lascio questo pseudo innamoramento artistico al buon Cucciolo Eroico, che sicuramente lo troverà innovativo e visivamente strabiliante. Come Detachment! Ahahahahaha!
Il consiglio di Cannibal: …e l’odio per Ford dura tutta la vita!
Non mi sembra certo un film da festival come le mattonate russe che solo Ford si guarda, piuttosto una commedia francese che potrebbe rivelarsi gradevole, considerato lo stato di grazia attuale dei nostri cugini. Almeno al cinema, non certo sul campo da calcio dove hanno rimediato una figura quasi peggiore di quelle che rimedia di solito Ford quando pretende di fare l’esperto di cinema.

"A Kaye non bastava tornare tra i banchi di scuola: ora per fare il giovane si mette anche a twittare!"
Il cammino per Santiago di Emilio Estevez


Il consiglio di Ford: mi piacerebbe portare il Cannibale a fare un pò di trekking. Potremmo girare il remake di 127 ore.
Un film che potrebbe rivelarsi un pericoloso concentrato di retorica, ma che potrebbe anche sorprendere in positivo se girato senza farsi prendere la mano.
Sicuramente, rispetto alle propostone da salotto sfilate fino ad ora, preferisco rischiare con questa camminata: se non altro, avrò preso un pò d'aria invece che soffocare tra un the ed il profumo invadente delle milf compagne di merende del Cannibale.
Il consiglio di Cannibal: io mi incammino lontano, anzi scappo di gran corsa!
Riporto la trama da mymovies (http://www.mymovies.it/film/2010/ilcamminopersantiago/): “Il film racconta il dramma incentrato sulla storia di Tom Avery, oftalmologo californiano che - alla notizia della morte del figlio durante una tempesta sui Pirenei - si reca in Francia per farlo cremare, poi ripone l’urna con le ceneri nello zaino del ragazzo e si mette in viaggio lungo il Cammino di Santiago, portando a termine il pellegrinaggio intrapreso dal figlio.”
Poche righe appena che però sono bastate per farmi addormentare manco fossero una visione fordiana.

Questa insomma è una pellicola che sa di mattonata assurda e pure buonista che non vedrò nemmeno sotto tortura, preferendo inseguire il Ford fino a Lourdes. Dove spero accada un miracolo e lui si possa trasformare in una persona che giudica i film in base al loro valore cinematografico reale, e non ai suoi deliri egocentrici personali. Come il suo parere su Detachment ben conferma uahahah

"Qui giace un regista che si diceva molto promettente, un certo Tony Kaye."
Take shelter di Jeff Nichols


Il consiglio di Ford: Take shelter è arrivato anche in Italia. Se non correte a vederlo vi prendo a bottigliate più del Cannibale!
Grazie a tutti gli dei della distribuzione e del Cinema una delle pellicole più importanti dell'anno, già uscita nel resto del mondo, fa la sua comparsa nelle nostre sale: un film straordinario con un finale oltre ogni confine che è riuscito a mettere d'accordo perfino me e il Cannibale, entusiasmandoci neanche fosse in grado di farci dimenticare tutte le nostre Blog Wars passate e future.
Un film pazzesco che ho già visto e recensito - http://whiterussiancinema.blogspot.it/2012/02/take-shelter.html - che avete l'obbligo morale e materiale di correre a vedere.
Altrimenti la vendetta - questa volta mia e del Cannibale all'unisono - sarà terribile.
Il consiglio di Cannibal: take that!
Ford che dà un parere azzeccato su un film?
Sarà già tornato da Lourdes?
I miracoli succedono davvero?
Meglio non farsi troppe domande e dire solo: guardate questo film, già recensito entusiasticamente anche da me (http://pensiericannibali.blogspot.it/2012/02/take-shelter-la-follia-prima-della.html)! Che sia al cinema, nelle solite quattro sale in croce che lo daranno, oppure per altre vie, non perdetelo. Perché se non lo vedete, neanche il rifugio anti uragano costruito dal protagonista della pellicola potrà salvarvi dalla mia ira!

"Figlia mia, io a Detachment ho messo una croce sopra."

martedì 29 maggio 2012

Die hard - Trappola di cristallo

Regia: John McTiernan
Origine: Usa
Anno: 1988
Durata: 131'



La trama (con parole mie): John McClane è un poliziotto di New York fresco di separazione giunto a Los Angeles la vigilia di Natale per tentare di ricongiungersi con la moglie, donna in carriera presso una società giapponese. Quello che l'uomo non sa è che ad attenderlo al party dell'azienda stessa, oltre alla moglie e i suoi colleghi, c'è un commando di ladri professionisti celati dietro la maschera dei terroristi pronto a seminare il caos per trafugare più di seicento milioni di dollari di azioni della compagnia.
Quello che il commando non sa è di avere di fronte un uomo deciso, coriaceo, tutto d'un pezzo e con la battuta pronta che pare non avere altra scelta se non battersi con loro per cercare di sventare il colpo, salvare gli ostaggi e, chissà, tornare anche a casa con la sua metà.




Iniziamo subito con il botto: Die hard - Trappola di cristallo è un cultissimo con i controcazzi che fumano.
Uno dei vertici assoluti del Cinema action anni ottanta nonchè della carriera di John McTiernan - in quegli anni in grande spolvero, si ricordi Predator -, anche a distanza di ormai quasi un quarto di secolo non ha perso nulla del suo antico splendore, e grazie ad un mix pressochè perfetto di ironia, tamarraggine, imprese impossibili e sparatorie improbabili consegna al pubblico uno dei più inossidabili action heroes della Storia del Cinema: John McClane, una delle incarnazioni più fortunate di Bruce Willis - che ho scoperto proprio nel corso di quest'ultima visione aver girato questo film più o meno alla mia età, nonostante sembrasse di almeno dieci anni più vecchio -.
Primo di una fortunatissima serie di quattro, Trappola di cristallo riuscì, in un decennio in cui spesso e volentieri la qualità non fece il paio con il Cinema d'azione, a prendere il modello esportato dal John Woo di Hard boiled applicandolo al gusto larger than life tutto made in Usa, confezionando un giocattolone divertente e divertito in grado di appassionare - grazie ad un ritmo invidiabile ed una costante tensione stemperata con incredibile equilibrio dalle battute a raffica del protagonista - anche i non avvezzi al genere.
Per quanto, infatti, il sottoscritto sia un difensore strenuo ed un amante delle tamarrate del periodo portate sul grande schermo da mostri sacri come Stallone, Schwarzenegger e Van Damme, continuo in qualche modo a capire i detrattori delle loro più importanti perle, mentre sfido chiunque - anche il più radical chic tra i radical chic - a prendere una posizione di sufficienza rispetto a Die hard, una chicca anche registica come raramente capita di trovare nel mercato a grana grossa dei blockbusteroni.
Come se la regia stessa ed il ritmo non bastassero, poi, in campo troviamo una squadra di "cattivi" da manuale per il periodo - tutti europei con trascorsi da Est pre caduta del Muro di Berlino - rappresentati alla grandissima da un Alan Rickman - che i più giovani ricorderanno come il Piton di Harry Potter, e i meno giovani come lo sceriffo di Nottingham nel Robin Hood interpretato da Kevin Costner - in grande spolvero, comprimari d'eccezione - dall'esilarante autista di Limo alla spalla Al Powell, più noto al grande pubblico nel ruolo del padre di Otto sotto un tetto - e poi di nuovo lui, John McClane.
Spesso, quando mi capita di leggere un romanzo - o una serie di romanzi -, mi trovo a ripetere e sottolineare che quando un autore azzecca il giusto protagonista, la saga non può che trasformarsi in un successo assicurato e duraturo: con Die hard accade lo stesso.
Dai piedi nudi alle sigarette, dal "hippy hay hoo, pezzo di merda!" ai dialoghi con il succitato Powell, McClane non perde smalto neppure un minuto, perfino quando si concede parentesi più serie: lui è l'emblema di una neppure troppo sottile critica alla gestione del potere da parte di molti membri delle forze dell'ordine - non è un caso che il comandante locale e i due agenti dell'FBI inviati sul posto siano emeriti imbecilli - e alla preferenza, nell'assegnazione dei ruoli, alla politica più che all'abilità sul campo.
Ed un protagonista così, un pò cowboy e un pò ribelle, un pò cazzone e un pò eroe, simbolo ed ispirazione per generazioni di suoi epigoni negli anni a venire - non ultimo il Nathan Hunt di Mission impossible - non poteva che essere un vero e proprio idolo fordiano.
Senza contare che Die hard è davvero, davvero un signor film.
E se qualcuno prova a dire il contrario, si prepari a ricevere la visita del signor McClane.
Cui sarò lieto di donare due bottiglie nuove nuove pronte per l'occasione.


MrFord


"When it comes to fighting
trying to play it rough
I will take you twenty rounds
I'm just too tough, too tough
too tough, too tough."
The Rolling Stones - "Too tough" -


domenica 29 aprile 2012

Uccellacci e uccellini

Regia: Pier Paolo Pasolini
Origine: Italia
Anno: 1966
Durata: 89'



La trama (con parole mie): Totò e Ninetto, padre e figlio, camminano lungo le strade della periferia ancora spoglia di Roma, incrociando le loro esistenze con quella di un corvo parlante professore di filosofia che espone ai due uomini teorie e fiabe che possano portarli alla riflessione rispetto alla politica, alla religione e al futuro.
Così, tra un racconto ed una rocambolesca sosta forzata in mancanza di un bagno, i tre viaggiano attraverso il tempo e lo spazio confrontando l'approccio terreno dei due umani e quello "alto" del volatile, convinto assertore del comunismo precedente alla morte di Togliatti.
Passati dalla riscossione presso poveri contadini nei propri terreni al pagamento nella casa di un architetto facoltoso, Totò e Ninetto, stanchi del ciarlare del corvo, finiranno per dire l'ultima parola di questa neppure troppo voluta seduta di discussione.




So cosa state pensando.
Due bicchieri e mezzo ad uno dei film universalmente più incensati di uno dei nostri registi più importanti, quel Pier Paolo Pasolini che ha regalato, nel corso della sua carriera, pellicole straordinarie e poesia agli spettatori di tutto il mondo, sono una bella sfida.
Ebbene sì. Quando ci vuole, ci vuole. Anche se si tratta di grandissimi.
Ma occorre fare un passo indietro, per spiegare questa scelta che, di fondo, altro non è se non una media: perchè Uccellacci e uccellini, rivoluzionario e clamoroso alla sua uscita - ormai quasi cinquanta primavere fa -, ricco di riflessioni che toccano vita e morte, politica e religione, costume e società, ora, nel pieno di questi anni zero ancora senza identità, risulta vecchio e verboso, a tratti perfino ammorbante, e finisce per trasformare la meraviglia del colpo di genio dei titoli cantati da Domenico Modugno in una reazione che è simile a quella di Totò e Ninetto Davoli con il finale, assumendo, di fatto, il ruolo del corvo saccente rispetto a noi poveri cristi in cammino sulla strada della vita.
Un peccato, effettivamente, che il lavoro assolutamente unico di Pasolini abbia inesorabilmente perso smalto con il passare del tempo, eppure non sono riuscito - neppure, a tratti, forzandomi - a trovare una possibile chiave di lettura più moderna che svecchiasse i temi così eloquentemente esposti dal pennuto, finendo per trovarmi - senza riuscire minimamente ad empatizzare con loro - spesso e volentieri in accordo con i protagonisti umani, finale compreso.
Certo, alcuni passaggi paiono non aver subito l'erosione del tempo - in particolare le riflessioni di natura religiosa, ancora assolutamente attuali e simili a quelle proposte nella musica da un signore chiamato Fabrizio De Andrè -, eppure Capolavori come Il Vangelo secondo Matteo o Accattone appaiono lontani anni luce da quello che assume le connotazioni di un esperimento di solo cuore - con tutti i limiti del caso - e che non riesce a tirare fuori il meglio neppure da Totò, interprete che è parte integrante della nostra cultura e del nostro Cinema ma che sicuramente appare troppo imprigionato in se stesso per poter esprimere al meglio quello che il suo personaggio sulla carta avrebbe potuto dare.
Resta invece inalterato il fascino incredibile della periferia romana ancora in fieri di allora, fatto di campagna e miserie umane e sociali da brividi, ritratto al crocevia di neorealismo e surrealismo, quasi l'eredità dei De Sica e dei Rossellini andasse ad incontrare la visionarietà di Bunuel: anche in questo caso, però, basta pensare al meraviglioso Le notti di Cabiria firmato Fellini per cogliere il senso di incompiutezza di questa pellicola, uno sfoggio affascinante e magico della poetica intellettuale di Pasolini tuttavia incapace di lasciare a bocca aperta come i più grandi Capolavori di un Autore e un Artista scomparso troppo presto da un mondo, senza dubbio, troppo crudele per lui.
Un mondo in cui i corvi vengono mangiati per davvero.
Specie se gay, comunisti e dalla risposta pronta.
E in questo, non c'è Tempo che tenga: la nostra società è rimasta uguale.


MrFord


"Like a bird on a wire
like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free.
Like a fish on a hook
like a knight in some old fashioned book
I have saved all my ribbons for thee."
Leonard Cohen - "Bird on a wire" -


venerdì 24 febbraio 2012

La stangata

Regia: George Roy Hill
Origine: Usa
Anno: 1973
Durata: 129'



La trama (con parole mie): siamo nella Chicago degli anni trenta provata dalla Grande Depressione e avvolta da tutto il fascino dei gangsters e delle sale da gioco. Nei vicoli della città si muove il piccolo truffatore Johnny Hooker, che il vecchio Luther spinge tra le braccia di Henry Gondorff, giocatore eccezionale nonchè potenziale maestro per il giovane.
Quando a causa di un raggiro alla persona sbagliata Johnny e Luther finiscono per pestare i piedi al boss Doyle Lonnegan ed il secondo perde la vita, Hooker si rivolge a Gondorff per vendicarsi, dando inizio ad un progetto di "stangata" che, almeno sulla carta, dovrebbe mettere in ginocchio lo spietato Lonnegan.
La realizzazione della stessa, però, sarà tutt'altro che semplice.




Nel pieno della settimana che condurrà agli Academy Awards approfitto per un tuffo nel passato con un Classico che, ai tempi, sbancò il botteghino e, ancora prima, il teatro durante la famigerata Notte degli Oscar divenendo da subito un riferimento per tutti gli appassionati di Cinema e non solo, facendo la storia di un genere che unisce la settima arte al gioco.
In un'epoca in cui i casinò non erano ancora visitabili online e tutto si consumava sulla strada, spesso e volentieri tra lacrime e sangue, si muovono due dei più grandi divi che il Cinema a stelle e strisce abbia regalato al suo pubblico: Paul Newman e Robert Redford, di nuovo accanto a George Roy Hill dopo i fasti dell'indimenticabile Butch Cassidy, sfoderano il loro meglio per quello che è un vero e proprio omaggio al Cinema dell'epoca dei grandi studios e all'azzardo come filosofia guascona di vita, strumento per una volta non visto in accezione negativa ma addirittura sfruttato come strumento di vendetta rispetto allo spietato boss Lonnegan, rappresentato come un personaggio in bilico tra la caricatura e il ritratto di quelli che furono i criminali di tutto il filone noir sviluppato alla grande proprio negli States dagli anni trenta ai cinquanta, ed omaggiato in tutte le salse ancora oggi.
Proprio accanto allo spietato Lonnegan - un ottimo Robert Shaw - si consumano i momenti migliori dei due protagonisti, truffatori da manuale affascinanti e dalla risposta pronta: tutta la sequenza del viaggio in treno con il confronto a poker tra Newman e Shaw resta una pagina da antologia, in perfetto equilibrio tra tensione, montaggio serratissimo, ironia - nonostante abbia ormai visto questo film allo sfinimento, rido sempre come la prima volta ad ogni storpiatura del cognome Lonnegan operata da Gondorff - ed una buona dose di thrilling.
La stessa pellicola, costruita come un'opera lirica e suddivisa in singole scene, nonostante l'evidente aura scanzonata non lesina momenti di dramma - la morte di Luther, il confronto finale con l'FBI ed il tenente Snyder - ed altri caratterizzati da un crescendo di tensione ad orologeria - Hooker ed il killer sulle sue tracce in particolare -, risultando per certi versi addirittura più completa del già ottimo - e da me preferito per questioni di ambientazione e mitologia personale - e citato poco sopra Butch Cassidy, che definì per primo la fortuna di questo terzetto da leggenda.
Newman e Redford si divertono portando in scena quelli che sono di fatto i loro protagonisti ideali, e se il primo, ai miei occhi, continuerà ad essere uno degli uomini più affascinanti ed uno degli attori più amati della storia del Cinema statunitense - dal vecchio Butch Cassidy, per l'appunto, al mitico Eddy Felsom -, il secondo si difende e, più che una spalla, va a rappresentare quello che l'allievo dovrebbe essere per il maestro, nonchè perfetta metà "action" della coppia, sempre pronto comunque a cedere il passo al compare "d'annata" quando si tratta di sfoderare il meglio al tavolo da gioco.
E se allora i tempi erano certo più naif - tanto da sfoderare, nell'adattamento italiano, i biliardini ad intendere quello che sarebbero state slot machine e affini - si intravedeva anche una maggiore capacità di affrontare una tematica che oggi sarebbe per certi versi scomoda come quella del gioco in tutte le sue accezioni, regalando all'audience due (anti)eroi spesso e volentieri inclini all'errore eppure mai davvero esempi di un'ottica borderline o negativa: questi giocatori indefessi e truffatori cool, decisamente più delle loro controparti moderne - Danny Ocean e soci su tutti -, sul tavolo verde come nella vita, sono alla ricerca dello stesso brivido che Butch Cassidy e Sundance Kid cercavano lungo la Frontiera.
O in Australia.
Ma questa è un'altra storia.
E se vorrete sentirla, vi toccherà venire al saloon e per giocare un'altra partita.


MrFord


"Cause' I'm a picker
I'm a grinner
I'm a lover
and I'm a sinner
I play my music in the sun
I'm a joker
I'm a smoker
I'm a midnight toker
I sure don't want to hurt no one."
Steve Miller Band - "The joker" -



  

domenica 22 gennaio 2012

Clerks

Regia: Kevin Smith
Origine: Usa
Anno: 1994
Durata: 92'


La trama (con parole mie): Dante Hicks ha ventidue anni, ha mollato l'università e lavora come commesso al Quick Stop. Al suo fianco Randal, migliore amico, inseparabile compare e casinista, dirimpettaio lavorativo nella videoteca giusto accanto al negozio in cui lavora.
Oggi è un giorno particolare, il più agognato da ogni commesso: quello di riposo.
Eppure Dante, convinto dal capo, finisce per accettare di sostituire un collega malato: dal ritardo di Randal ad una partita di hockey su asfalto riorganizzata per l'occasione, senza contare i clienti, i controlli e le vicende sentimentali che lo vedono in bilico tra la fidanzata Veronica e l'ex Caitlin, sarà un turno di lavoro assolutamente irripetibile.




E' davvero difficile scrivere di Clerks senza esserne coinvolto emotivamente.
Credo infatti che, insieme a Il grande Lebowski e Little miss sunshine, i due film dedicati alle vicende dei commessi Dante e Randal firmati Kevin Smith siano tra le commedie più importanti - a livello di cuore - di tutta la mia storia di spettatore: un pò perchè conosco molto bene il ruolo, e negli anni trascorsi in uno o nell'altro negozio ho assistito a scene ben più clamorose di quelle mostrate in questo gioiellino simbolo degli anni novanta, un pò perchè vedere e rivedere Clerks - e Clerks 2 - è come ritrovare il vostro migliore amico, quello che ci sarà sempre, che vi conosce addirittura meglio delle vostre fidanzate, compagne o mogli, e che anche quando non ne avrete bisogno, sarà sempre lì, pronto a darvi una pacca sulla spalla per farvi andare avanti ancora una volta.
Questa sensazione - in grado di andare ben oltre l'uso del bianco e nero, l'autorialità trasformata in buddy movie, la sceneggiatura calibratissima eppure tutta cuore - travolge ad ogni visione, e seppur consapevole che non si tratti - ne si tratterà mai - di un Capolavoro, trovo che Clerks sia uno dei film di formazione più importanti che mi sia capitato di vivere, più che semplicemente guardare, e anche se ora mi trovo - per età e percezione - più vicino al secondo capitolo delle avventure di Dante e Randal tanto da preferirlo addirittura a questo indimenticabile primo, godermi questa chicca in una serata speciale - il Capodanno a due organizzato per l'occasione in casa Ford, con tanto di stracolmo White Russian in mano - è stata una vera meraviglia in grado di suscitare anche una leggera e piacevole sensazione di malinconia quasi guardassi una vecchia fotografia - in bianco e nero, perchè no - di me stesso quando, a nemmeno vent'anni, con i capelli lunghissimi e ancora neanche un tatuaggio, iniziavo per la prima volta la mia esperienza al Virgin Megastore, e tra gli scaffali del rock e dell'heavy metal cominciavo a scoprire il magico mondo dei commessi e tutte le stranezze che ne conseguivano.
E' passato un sacco di tempo, sono passati i clienti e le fidanzate - o pseudo tali -, i colleghi, le vicende più o meno toste, i viaggi ed i compagni di percorso: eppure il ricordo di quel periodo e di Clerks - lo vidi per la prima volta in vhs, quasi in contemporanea all'inizio della mia esperienza in negozio - sono ancora vivi ed unici, un pò come il suddetto amico sempre pronto ad essere al nostro fianco, che sia per fare una montagna di cazzate o per farci sapere, senza parlare, che lui è sempre lì.
E lo sarà davvero, perchè a distanza di dodici anni, nel secondo capitolo delle avventure di Dante e Randal, nulla sarà cambiato.
Giusto il colore, perchè c'è sempre qualcosa - e soprattutto qualcuno - nella vita in grado di mettere tinte accese dove noi, prima, vedevamo solo, per l'appunto, in bianco e nero.
E giusto per non lasciarvi in preda alla malinconia o a quel sottile stato di quasi ebbrezza estatica che l'umorismo fracassone di Kevin Smith non permette affatto, do fuoco alle polveri liberando tutta la potenza di questa perla che invito assolutamente tutti quanti a recuperare, perchè si tratta senza dubbio di uno di quei film che è necessario vedere ALMENO una volta nella vita.



Guerre stellari tornerà anche nel secondo capitolo delle avventure dei miei commessi preferiti, e intanto approfitto per dirmi d'accordo con Dante: L'impero colpisce ancora è il meglio della trilogia.


Chi, poi, non ha mai sentito parlare di Palla di neve!?
Non è un delfino, o una foca, tranquilli.
Ma se ancora non sapete di cosa sto parlando, è giunto il momento di mettervi in pari.


Non potevo non inserire anche un momento dedicato a Jay e Silent Bob, celebri personaggi dell'universo kevinsmithiano, nonchè spalle perfette di ogni protagonista - o quasi - delle pellicole di questo autore totalmente di culto.

So bene che questo post risulterà un pò anomalo, rispetto alle mie consuete recensioni.
Ma che ci volete fare!?
Quando il cuore prende il sopravvento, le regole non valgono più.
Ad ogni modo: guardatelo, riguardatelo, scopritelo.
Così come Clerks 2.
Altrimenti non mi resterà altro che darvi così tante bottigliate "che quando vi sveglierete i vestiti che avrete addosso saranno passati di moda".
E chi becca la citazione vince una giornata intera dietro il bancone del Quick Stop.


MrFord


"I haven't felt like this in so long 
wrong, in a sense too far gone from lov
strong, I haven't felt like this in so long
wrong, in a sense too far gone from love
that don't last forever
something's gotta turn out right."
Alice in chains - "Got me wrong" -
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