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lunedì 16 gennaio 2017

Silence (Martin Scorsese, Messico/Taiwan/USA, 2016, 161')




Una delle caratteristiche che più apprezzo, rischi compresi, di alcuni grandi Maestri del Cinema, è quella di mettersi sempre in gioco, senza adagiarsi troppo su schemi e storie da "confort zone": uno su tutti, tra i miei preferiti, senza dubbio è Clint Eastwood, ma appena dietro di lui fa gran mostra di coraggio Martin Scorsese, che fatta eccezione per l'esperimento a mio parere completamente sbagliato di Hugo Cabret, negli anni successivi ai suoi vertici "gangsta" ha saputo raccogliere sfide davvero niente male, portando sullo schermo biopic travolgenti - The aviator -, Capolavori - The wolf of Wall Street -, tentativi di thriller - Shutter Island e produzioni dal respiro epico e mistiche come quest'ultimo Silence, che rievoca un altro lavoro del vecchio Marty, Kundun, e riporta alla memoria le atmosfere di Mission, cultissimo tra i pochi in grado di mettere d'accordo grande pubblico e critica.
Ho affrontato la visione di Silence con più di una riserva, e per la prima volta in sala da solo dopo davvero molto tempo, gustandomi - tecnicamente parlando - ogni minuto di quella che è senza dubbio una produzione firmata da fuoriclasse, dallo stesso Scorsese passando per Thelma Schoonmaker - forse la miglior montatrice degli ultimi trent'anni -, Dante Ferretti e Rodrigo Prieto, emozionandomi sicuramente meno di quanto non accadde per il Wolf sopracitato ma finendo catapultato in un mondo ad un tempo profondamente distante ed assolutamente comprensibile, in quanto ateo miscredente - per quanto riguarda la prima caratteristica - ed inequivocabilmente umano - la seconda -.
In fondo, la vicenda dei due gesuiti interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver, partiti per il Sol Levante in uno dei periodi più rischiosi per i cattolici a seguito delle pesanti repressioni che avvennero nel pieno dell'era dei grandi Damyo alla ricerca del loro mentore, apparentemente allontanatosi dalla Fede ed integratosi ai costumi locali, è una storia, più che di uno scontro religioso ed ideologico, profondamente umana, e di uomini e donne che scelsero una o l'altra strada in un momento in cui difendere strenuamente la propria posizione o rinnegarla potevano significare vita o morte.
Interessante, in questo senso, la visione tutto sommato molto laica fornita da Scorsese della Fede - pur trattandosi di un'opera completamente dedicata al sacrificio che i preti gesuiti ed i cattolici giapponesi oppressi dal Potere costituito affrontarono ai tempi -, resa ancora più grande dallo straordinario personaggio di Kichijiro - che pare una versione nipponica del Santo Bevitore della Leggenda - e dal faccia a faccia drammatico nel tempio buddista tra il Rodrigues di Garfield ed il Ferreira di Neeson, quando il secondo affronta il suo ex allievo affermando "Guarda tutti questi morti: loro non hanno incontrato il loro destino per dio, ma per te. Se tu non fossi venuto qui, niente di tutto questo sarebbe accaduto.".
Muoversi nei meandri dei concetti di Fede e Destino, del resto, è come mettere piede in una palude - anche qui torna la similitudine con il Giappone fatta dai due gesuiti - in cui non si hanno certezze e si cercano risposte - o rassicurazioni - in un silenzio che, spesso, è così pesante da schiacciare anche il più determinato ed il più forte degli uomini: del resto, se non per opere umanitarie, quale potrà essere davvero il senso ultimo dell'evangelizzazione? O meglio, quale potrà essere stato?
I massacri, le persecuzioni, le uccisioni, le ingiustizie si sarebbero verificate anche se nulla di quello che è accaduto fosse di fatto accaduto?
Cosa spinge uomini e donne a sopportare fino alla morte una tortura nel nome di una salvezza promessa ma mai comprovata?
"Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore", cantava De Andrè in uno dei suoi pezzi più straordinari ed evocativi: forse è questa, la risposta.
Forse sono i quattro giorni di agonia di Mokichi, ed una piccola croce di legno intagliata in modo grezzo divenuta una reliquia più sacra di qualsiasi immagine calpestata.
Forse la Fede è semplicemente l'espressione più pura del nostro essere umani, parte del mondo e della Natura, in barba a qualsiasi essere divino.
Forse la Fede è quel silenzio.
Quello che rompiamo alla nascita, ed al quale torniamo con la morte.
In fondo, tutte le risposte sono proprio lì.




MrFord




lunedì 12 dicembre 2016

The Young Pope - Stagione 1 (Sky/HBO, Italia/Francia/Spagna/UK/USA, 2016)





Ricordo bene quando, da piccolo, come molti "della mia generazione" e delle precedenti, fui spedito a catechismo per iniziare il percorso che portava ai sacramenti "obbligatori": ai tempi non conoscevo nulla delle religioni, erano ancora gli anni ottanta e la globalizzazione probabilmente doveva ancora nascere, almeno da queste parti, e più che film e cartoni animati in cui perdersi, non avevo alcuno strumento razionale, caratteriale ed emotivo per potermi rapportare a concetti come quelli espressi dalla religione in generale.
Ricordo solo che, a catechismo, mi rompevo le palle di brutto.
E che quando pregavo, mi rivolgevo a Dio principalmente per paura, come credo faccia la quasi totalità non solo dei cattolici, ma dei credenti in generale.
Pregavo perchè i miei nonni, i miei genitori e mio fratello non morissero, chiedevo scusa per aver detto qualche parolaccia, o essermi toccato, pregavo, banalmente, per non vomitare quando avevo mal di stomaco, o per non finire in ospedale per un qualsiasi motivo.
Gli anni sono passati, la paura che mi istillò il cattolicesimo mi fece quasi rischiare quando i miei mi fecero passare un pomeriggio con il nostro insegnante di ginnastica delle elementari e quando quest'ultimo mi chiese se avevo già peli pubici io pensai che i miei volessero farmi rimproverare perchè avevo scoperto la meraviglia delle seghe, cominciai a leggere, ascoltare, viaggiare, progettai un fumetto incentrato su uno spree killer che sentenziava "si fanno preti e suore solo i cessi, perchè chiunque sia vagamente bello non se lo sognerebbe neppure, di dover passare la vita a fare finta di non poter fare sesso", ed i miei nonni se ne sono andati quasi tutti.
In particolare, nel corso dell'estate del novantasette, ricordo che passai ogni giorno - anche qui, a dire il vero, tutti tranne il secondo - in ospedale accanto a mio nonno materno, entrato per arginare un tumore alla vescica e mai più uscito: parlammo di tante cose, in quell'estate, anche quando, in reanimazione, da intubato poteva solo indicarmi le lettere su un foglio neanche fossimo agli albori dei tablet, ma mai di quante ne avrei volute, o ne vorrei ora.
Parlammo di me, di come stavo, di quotidianità, della sua Inter che ai tempi acquistò Ronaldo, di cose semplici, come avevamo sempre fatto.
Il giorno del suo funerale, il parroco venuto per recitare quello che doveva e guidare il corteo fino alla chiesa per la messa confuse il suo nome per quello di un altro: forse aveva troppi funerali in agenda.
Quel giorno, in quella chiesa, decisi che ne avevo abbastanza, di tutta quella merda finta e posticcia.
Sono passati quasi vent'anni, ho ancora nostalgia di mio nonno e rimpiango di non averlo avuto accanto negli anni successivi, quando sono cresciuto, e di non averlo qui oggi, per fargli conoscere i miei figli.
D'accordo con Julez, non ci siamo sognati neppure un istante di battezzare i Fordini, e più di una volta abbiamo pensato, per solidarizzare con loro, di fare apostasia.
Probabilmente, attenderemo che siano abbastanza grandi per decidere, e poi ci muoveremo di conseguenza.
Non credo più nelle religioni - pur mantenendo un interesse culturale per le stesse -, o tantomeno in qualsiasi divinità.
Vedo il bello della quotidianità e del mondo, così come il brutto, e penso che la Natura e l'Universo siano regolate da Leggi così grandi ed incredibili da andare oltre ogni conoscenza e percezione, e solo dei presuntuosi megalomani potrebbero pensare che tutto sia stato creato "a propria immagine e somiglianza" giusto per mettersi la coscienza in pace per quando sarà il momento di chiudere la baracca.
L'ultima volta che ho parlato con mio nonno, non l'ho visto spaventato.
Ho visto un uomo che lottava, con la coscienza che avrebbe potuto non farcela.
Ed oggi, il mio nonno paterno, che ha novantatre anni, vive solo, guida ed è totalmente autonomo, risponde che qualsiasi acciacco possa avere tra poco sarà risolto.
Questa, per me, è la Fede. La vita.
Sentire, fare, provare.
Senza pregare nessun dio per paura.
O per qualsiasi altra ragione.
Il bello della consapevolezza. Dell'esperienza. Del sentire.
Il bello di The Young Pope.
Ed è vero che non ne ho parlato, quantomeno in termini canonici.
Posso però dire che la serie di Paolo Sorrentino è assolutamente fenomenale.
E sono assolutamente certo che a Lenny Belardo un post che parli di lui come questo piacerebbe.
Con buona pace di dio.



MrFord



giovedì 8 dicembre 2016

Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà (Ken Loach, UK/Irlanda/Francia, 2014, 109')





Probabilmente, in una vita neppure troppo lontana da questa, devo essere stato un comunista irlandese pronto a vivere la vita e cercare di godersela il più possibile, tra letture, alcool e donne, in barba alla Chiesa e a tutte le sue stronzate, così come alla volontà della stessa di mantenere il proprio regime schiacciando il popolo attraverso l'ignoranza.
Probabilmente, ci sono temi come la Libertà - di pensiero prima di tutto, ma oserei dire sociale -, l'essere fieri outsiders ed appartenenti agli strati bassi della scala che porta al Potere ed al Denaro, la voglia di esprimersi e vivere sempre a tutti i costi, che mi toccheranno sempre.
Da Spartacus a Jimmy's Hall.
Nel corso di questo mio periodo da padre casalingo, complici l'autunno ed una freschezza mentale che non va a braccetto con la stanchezza fisica di stare dietro ai Fordini ed alle faccende di casa, ho riscoperto il gusto, accanto alle tamarrate, delle visioni più autoriali che negli ultimi mesi avevo molto accantonato, considerato il rischio decisamente pesante di crollo verticale durante la visione: tra gli altri titoli, ho dunque riesumato Jimmy's Hall, per l'appunto, lavoro di un paio d'anni or sono firmato dal vecchio combattente Ken Loach, che grazie agli dei ed in barba agli stessi non manca mai di ricordare al pubblico la sua voglia di raccontare storie semplici e dirette e mostrare quelli che sono i suoi valori.
La vicenda di James "Jimmy" Gralton, che ha ispirato Loach ed il suo fedele collaboratore Paul Laverty, e della sua Hall, è schietta, onesta e viva come solo la gente della strada - e specialmente, lo dico per esperienza, quella delle strade irlandesi -, pronta a mostrare quanto grande sia il bisogno di svago, di cultura, di nutrire menti e cuori in modo da non essere ridotti in ginocchio dal Potere - che abbia forma politica o religiosa, poco importa -, di mantenere la propria dignità non solo nei momenti dedicati al piacere, ma anche al lavoro, alla famiglia e a tutto quello che costituisce la base ed il fondamento di una vita piena.
Ed è un bene, un gran bene, che registi come Loach e film come Jimmy's Hall ci ricordino quanto siano importanti questi valori, soprattutto attraverso pellicole che non alzano la voce, a meno che non ce ne sia bisogno, che paiono così semplici da poter essere dimenticate e finiscono dritte nel cuore, per conquistare e commuovere, e mettere all'angolo questo vecchio cowboy che, con il cucchiaino della frutta in mano nell'ora della merenda della Fordina in attesa di andare tutti insieme a prendere suo fratello, stenta a trattenere le lacrime nel momento in cui la gente semplice di una comune cittadina della campagna irlandese saluta per sempre quello che è stato, pur non avendo compiuto altra impresa se non esortare ognuno di loro a pensare con la propria testa ed arricchire la propria mente ed il proprio cuore, un vero eroe.
Ed osservo il vecchio, chiuso, oppressivo prelato lodare il coraggio di qualcuno pronto ad essere davvero libero, al contrario dei suoi uomini e di lui stesso, osservo Jimmy stimare più quell'ostico, ottuso nemico che non il giovane prete che cerca un dialogo tra le parti e "tiene il piede in due scarpe", osservo un padre picchiare a sangue la propria figlia colpevole di essere andata a ballare come se la violenza fosse un atto giustificato dal dio che tanto dovrebbe adorare, ho visto la voglia di prendere la vita tra le mani ed il potere terrificante dell'ignoranza.
Ho visto vite che potrebbero essere state la mia. Non tutte, certo.
Ma quella di Jimmy, senza alcun dubbio.
Questo perchè forse, un giorno neppure troppo lontano, sono stato un comunista irlandese sostenitore del libero pensiero ed avversario dell'ignoranza e della Chiesa.
Questo perchè adoro vivere, e considero l'ignoranza come uno dei mali peggiori che il Potere possa spargere nel mondo.
Ed ecco fatto.
Quei due vecchi bastardi di Loach e Jimmy mi hanno fatto commuovere un'altra volta.




MrFord




 

sabato 19 novembre 2016

Preacher - Stagione 1 (AMC, USA, 2016)




Attendevo la serie dedicata a Jesse Custer ed ispirata alla serie a fumetti Preacher almeno quanto quella legata alle gesta di Hap e Leonard, paladini dei romanzi di Joe Lansdale.
La attendevo ancora di più perchè ideata e fortemente voluta dalla scuderia di Seth Rogen ed Evan Goldberg, probabilmente fan della prima ora dell'opera di Garth Ennis e Steve Dillon.
La attendevo perchè Preacher è una delle cose più fottutamente grandi che il Fumetto mi abbia regalato come lettore.
La attendevo perchè adoro ogni singola vignetta di questo titolo, e quello che avrei voluto è una serie che potesse valere quantomeno la metà dello stesso.
Peccato che non sia neppure lontanamente così.
Ora, io non vorrei fare il fondamentalista sostenitore dell'opera originale e detrattore accanito della trasposizione per piccolo o grande schermo, ma devo ammetterlo: questa versione di Preacher, per chiunque conosca il fumetto, sta all'originale quanto l'orrido Io sono leggenda con Will Smith al Capolavoro letterario al quale si sono "ispirati" per portare la stessa immondizia in sala.
Nulla, di quello che è lo spirito del lavoro di Ennis e Dillon, è rimasto nell'adattamento qui presente, dalla figura di Jesse Custer - che più che un eroe tormentato pare uno stronzo fatto e finito - o di suo padre, della mescolanza di charachters presenti in tutta la serie a fumetti condensati in questa prima stagione - dal Santo degli assassini a Odin Quincannon, tanto per citarne due -, dallo snaturamento di Tulip e Facciadiculo ad un tentativo maldestro di riproporre Cassidy in modo che, almeno per lui, i fan hardcore non rimpiangessero il sarcastico, alcolizzato e scombinato vampiro del Tarantino dei Comics Ennis.
La storia stessa non ha praticamente nulla a che vedere - o quasi - con l'originale, senza contare che, almeno per ora, alcuni passaggi tra i più interessanti dell'epopea di Custer - Fino alla fine del mondo resta uno dei miei capitoli preferiti della saga - sono stati mantenuti ai margini in attesa di tempi migliori che, per il sottoscritto, non faranno in tempo ad arrivare, considerato che ho deciso senza troppi rimpianti di abbandonare un titolo che non mi pare abbia nulla che possa trattenermi.
Anche senza contare i miei appunti da groupie dell'opera originale, infatti, ho trovato Preacher poco incisiva, a tratti perfino lenta, priva di una direzione vera e propria da assegnare ai suoi protagonisti o antagonisti, con troppa carne al fuoco per essere sviluppata in soli dieci episodi, o abbastanza per ingolosire l'audience ad attendere una seconda stagione che promette di essere incasinata - e non in senso buono - almeno quanto la prima.
Un vero peccato, perchè se c'è una materia che merita di essere sviluppata a dovere e creata per essere destinata a diventare un cult è proprio quella offerta dalle avventure del revedendo Jesse Custer, ospite umano di Genesis e combattivo rivale di Dio e di qualsiasi stronzo figlio di puttana cerchi o solo tenti di pensare che il Male possa trionfare sul Bene, anche quando il secondo è pronto a mascherarsi dal primo.
E se qui ci fossero Custer in persona, John Wayne o Genesis, non ci sarebbe parola per definire questa robetta che pare acqua calda al confronto di una bella birra ghiacciata, o un bourbon da competizione.
Dunque fanculo, Preacher all'acqua di rose della tv.
Torno felice agli albi che hanno riempito la mia crescita di lettore.




MrFord




 

martedì 8 novembre 2016

Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan&Conrad Vernon, USA, 2016, 89')




Sono sicuro di aver scritto in un buon numero di post quanto, a cavallo tra infanzia ed adolescenza, fossi timido ed introverso.
Anche stronzo, da un certo punto in avanti.
Eppure, ai tempi, ero così preso dall'idea della scrittura e di voler esplorare la parte più elitaria e radical della cultura, da non pensare affatto a tutto quello che poteva essere sfruttato nell'ambito del politicamente scorretto, dal linguaggio all'approccio, nonostante i germogli di quella che sarebbe stata poi la mia via da ateo miscredente fossero già stati ben piantati.
Ma, del resto, a quei tempi neppure bevevo, figuratevi.
Dunque, per quello che, esperienza dopo esperienza ed anno dopo anno, sono diventato, un film come Vita segreta di una salsiccia, frutto delle menti deviate della scuderia di Seth Rogen, Evan Goldberg e soci, già responsabili di chicche come Facciamola finita o The interview, non poteva che trovare terreno fertile, da queste parti: del resto, ora bevo, il mio linguaggio è diventato decisamente più scurrile, ho nel frattempo e per fortuna scopato molto più di quanto non avessi fatto allora ed i livelli di scarsa tolleranza all'indirizzo di dogmi e regole - specie se religiosi - sono schizzati alle stelle.
L'incredibile viaggio di Frank la salsiccia, dunque, non poteva che trovare un sostenitore accanito, qui al Saloon, considerato il cocktail decisamente sopra le righe che la scuderia dei ragazzacci nati dal carrozzone di Apatow decide di servire a questo giro, pronto a farsi beffe del concetto di Fede, delle differenze tra razze e visioni - dai nazisti alla disputa tra arabi ed ebrei, senza contare i riferimenti alle diversità sessuali - nonchè del costume da "buon vicinato" tipico anche e soprattutto della cultura ammeregana - e non solo cattolica -, senza dimenticare citazioni e metacinema che, da queste parti, finiscono sempre per essere molto apprezzati.
Dunque, a scanso di qualsiasi equivoco, ammetto fieramente di essermi goduto - in tutti i sensi - il convincente, spassoso e scorretto sberleffo portato in scena da Frank e soci, di aver apprezzato tutti i suoi risvolti - da quelli socialmente interessanti a quelli dichiaratamente e provocatoriamente sboccati - ed averlo trovato davvero solido, nel suo modo strambo - non ci giurerei, ma sono convinto che le idee di Rogen e Goldberg siano frutto di gran serate a suon di bevute e fumate - di ribaltare tutto quello che ci si potrebbe aspettare da un film d'animazione neanche ci trovassimo di fronte ad un'opera d'autore a tutto tondo spacciata per un divertissement per bambini - e qualche imbecille ci sarà stato, in sala, convinto di portare i pargoletti all'ennesima pomeridiana innocua, messo alle strette all'idea di dover spiegare parecchie cose a fine visione -.
La questione, però, cui ho pensato con più convinzione quando ho riflettuto sul post, è stata quella legata ai radical chic, gli stessi pronti per partito preso a bersagliare di critiche i film Disney o Pixar - in special modo - e ad abbracciare come una manna dal cielo - o una salsiccia infilata da qualche parte, che si dia o si riceva - un prodotto sopra le righe come questo: perchè la vicenda di Frank, spogliata dalla componente ammiccante, esplicita, sboccata e chi più ne ha, più ne metta, segue esattamente lo stesso schema.
Perchè la storia di Frank è quella di un sognatore - buono, ovviamente - che in barba alle minacce ed all'ordine costituito finisce per decidere del proprio destino attraverso una serie di imprese ed inseguimenti dal ritmo serrato sbattendosene degli "dei" e di fatto agendo come se fosse una nuova rappresentazione degli stessi. Se non fosse stato per gli espliciti - basti assistere al primo, vero porno cinematografico animato sul finale - riferimenti al sesso ed i colpi bassi alla società, questo Sausage Party sarebbe stato perfettamente a suo agio in un panino targato Pixar.
E non so se, in questo caso, suoni peggio essere della scuderia di chi ci da dentro negandolo, o di chi lo fa giusto per scandalizzare chi non lo dice.
Personalmente, io lo faccio per me.
E devo dire di essere estremamente soddisfatto.




MrFord




 

lunedì 31 ottobre 2016

El club (Pablo Larraìn, Cile, 2015, 98')




Ogni volta che mi capita di riflettere a proposito di peccati e peccatori, ripenso al volo a Gli spietati, o a Johnny Cash, o a Edward Bunker: ogni azione commessa al di fuori della Legge, del resto, ha ispirazioni, moventi e spiegazioni molto diversi tra loro, e reazioni istintive a parte, l'ideale prima di giudicare o essere giudicati sarebbe sempre mettersi nei panni di chi sta di fronte, o dall'altra parte della nostra barricata.
Allo stesso modo, da ateo miscredente, ammetto di fare sempre una gran fatica ad affrontare il discorso non solo della Fede, ma anche e soprattutto a concepire l'esistenza delle grandi organizzazioni religiose.
Considerate queste premesse, ed il fatto che il mio rapporto con Pablo Larraìn non iniziò, anni fa, nel migliore dei modi - detestai con tutte le forze il sopravvalutato Tony Manero -, la visione di El club si presentava come una delle più toste dell'anno.
Quattro ex preti scomunicati ed isolati in una sorta di casa protetta nel Cile dell'oceano e della provincia profonda, ognuno per motivi diversi, controllati e guidati da un'ex suora caduta in disgrazia pronta a fare agli stessi da perpetua, madre, confidente, carceriera e guida, un suicidio indotto da vecchi peccati, un giovane esponente della "nuova" Chiesa pronto ad indagare ed eventualmente chiudere la struttura neanche fosse la filiale poco produttiva di un'azienda: ingredienti tosti, che ancora una volta - questo occorre riconoscerlo - pongono Larraìn tra i registi più "scomodi" del panorama internazionale.
Ingredienti che avrebbero potuto scatenare una delle peggior tempeste di bottigliate dell'anno, se trattati con spocchia o superficialità d'autore.
Al contrario, invece, Larraìn non solo porta sullo schermo una pellicola dalla quale è praticamente impossibile uscire indenni, ma anche uno dei film più strazianti, potenti e clamorosamente belli di una stagione che ha bisogno come l'aria di opere di alto livello, considerata la penuria vista fino ad ora: El club è una ferita aperta, un viaggio allucinante non tanto nelle menti di quattro uomini colpevoli, o di chi, per controllarli o metterli di fronte ad una scelta che potrebbe almeno in parte redimerli, si rivela predatorio e spietato forse anche più di loro, quanto nell'abisso che l'Uomo continua a mostrare e portare nel mondo, e che probabilmente non finirà mai di stupire per quanta assurda crudeltà noi animali "sociali" ed "evoluti" riusciamo a continuare a mostrare, ed al contempo con quanta forza e volontà lottiamo affinchè dolore e colpa possano essere lasciati alle spalle per ricominciare, anche quando probabilmente non esiste neppure una remota possibilità perchè questo sia possibile.
De Andrè, in uno dei brani più struggenti di uno dei dischi più importanti della Storia della Musica italiana, cantava "nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore": una lezione fondamentale, che passa attraverso figure fondamentali della cultura globale, da Gesù a Gandhi, e che rappresenta un baluardo per la nostra umanità.
E poi ripenso a questo film, a Sandokan, vittima e carnefice, alla sorella ed al prelato che dovrebbero indirizzare e controllare i quattro "condannati", agli stessi ex religiosi, macchiati da peccati più o meno gravi, alla società attorno, che li isola ed imprigiona in una libertà forse più scomoda di qualsiasi carcere, al sistema carcerario norvegese mostrato da Michael Moore in Where to invade next, e penso a quanto sarebbe difficile vivere e rapportarsi in modo civile con qualcuno che, abusando del proprio ruolo - specialmente se si tratta di un ruolo spirituale come quello del prete -, ha commesso uno o più crimini.
A quanto sarebbe più facile comportarsi da Uomini, e lasciare che la Legge della nostra giungla - ben più feroce di quella animale - faccia il suo corso.
A quanto è facile metterli di fronte ad una scelta e poi dimenticarsi di loro, finendo per segnarsi allo stesso modo.
A quanto è facile strumentalizzarli, e gestirli come fossero bambini.
Io sono un ateo miscredente, ma penso che se il già citato Gesù avesse incontrato persone come queste, si sarebbe fatto un mazzo tanto anche e soprattutto per loro.
Peccato che la Chiesa l'abbia perso di vista, e sempre per citare De Andrè, abbia preso questa Legge divina e l'abbia "tre volte inchiodata nel legno".
Io sono un ateo miscredente, ma penso che, se esistesse qualcuno con tanta forza da poterlo fare, mi verrebbe quasi da credere in lui.
Invece sono un Uomo, e quando arrivo alla fine di opere come questa, mi ritrovo con il fiato corto e la voglia di lasciare libero l'istinto.
Ma se lo facessi, sarei esattamente come loro.




MrFord



 

mercoledì 12 ottobre 2016

Eye in the sky - Il diritto di uccidere (Gavin Hood, UK/Sud Africa, 2015, 102')



Ricordo bene quando, nel periodo di vacanza al mare, accanto all'intrepida suocera Ford, in una serata in terrazza con il vento che arrivava dalla spiaggia e si pensava che l'estate non potesse finire mai, ci buttammo nella visione di Good Kill, prodotto dallo stesso Andrew Niccol di Lord of war - piccolo cult da queste parti - ed incentrato sulle ombre della guerra filtrata attraverso l'utilizzo dei droni.
Un prodotto non male, centrato per alcune cose, poco a fuoco per altre, che ben si inseriva in un ideale percorso tracciato da prodotti di ben altra caratura come The Hurt Locker, American Sniper o Zero Dark Thirty.
Questo Eye in the sky, uscito piuttosto in sordina dalle nostre parti e snobbato discretamente dal sottoscritto principalmente a causa del suo regista, quel Gavin Hood che non ho mai amato nei suoi tentativi più autoriali - Il suo nome è Tsotsi - così come in quelli prettamente mainstream - Wolverine: Origins -: caldeggiato, però, da un paio di colleghi fidati e recuperato in lingua originale, in un pomeriggio di relax in solitaria - evento raro in casa Ford, e propiziato alle prime esperienze sportive del Fordino -, si è rivelato una vera e propria sorpresa.
Costruito sulle regole del thriller classico più che su quelle del film bellico ed incentrato sul gioco delle parti tra USA, Gran Bretagna e servizi segreti africani rispetto alla cattura - prima - ed all'eliminazione - poi - di alcuni tra i sospettati più pericolosi ricercati dai due colossi occidentali, radunatisi in una comune abitazione per addestrare due potenziali attentatori suicidi, dalle questioni legali alle responsabilità effettive di chi si ritrova, a migliaia di chilometri di distanza, a premere il pulsante che darà la morte ad un numero imprecisato di persone, colpevoli oppure no, Eye in the sky centra il bersaglio, e lo fa alla grande.
Supportato da un cast di prim'ordine - sempre ottima Helen Mirren, bravissimo Alan Rickman, che morì nel corso della post produzione di questo film, alla cui memoria è dedicato - e scandito da un ritmo ad orologeria che tiene inchiodati dall'inizio alla fine nonostante, di fatto, non si parli per nulla di un film "di guerra" in senso letterale del termine e l'azione fisica resti molto ai margini, il lavoro di Gavin Hood ha dalla sua il grande merito di portare a galla questioni etiche e domande che difficilmente abbandoneranno lo spettatore anche al termine della visione, pronte a stimolare confronti ed eventuali discussioni: in questo senso, una frase pronunciata dal charachter del già citato Alan Rickman finisce per far male quanto una ferita aperta, "Non dica mai ad un soldato che non conosce il prezzo della Guerra".
In questo senso, quale posizione prendereste voi?
Stareste con i politici inglesi, pronti a lasciare andare i due potenziali attentatori suicidi perchè in caso di effettiva messa in opera dei propositi degli stessi si vincerebbe la guerra mediatica contro chi li ha armati?
O con quelli statunitensi, che di fronte all'idea di avere sotto tiro tre bersagli importanti non hanno intenzione di guardare in faccia a nessuno, danni collaterali compresi?
O con il generale anglosassone che prima di dare inizio all'operazione passa a comprare le bambole per quelle che potrebbero essere le sue nipoti prima di affrontare la possibilità che una bambina che potrebbe avere la loro età rischia la morte in nome di una causa più grande, quella della guerra della quale "ogni soldato conosce il costo"?
Con chi deve premere il grilletto che farà partire il missile dall'altro capo del mondo e che ha scelto un lavoro in aeronautica perchè gli permetteva di saldare i debiti maturati con il college o con chi deve sottostimare i danni dell'impatto in modo che venga approvata la missione, a prescindere dai propri sensi di colpa, dalle remore morali o dai rischi prettamente professionali?
Con i genitori di una bambina che potrebbe morire, che non favoreggiano gli estremisti ma che, spinti da una tragedia, potrebbero cominciare a prendere in considerazione come unica alternativa ad un invasore straniero che da migliaia di chilometri spazza via i loro figli?
La Guerra, purtoppo, e come la Storia insegna, non ha una ragione o un torto, ma sempre un costo: dall'antichità fino a Churchill, passando per Turing, sono molti gli esempi di sacrifici compiuti in nome di una vittoria - effettiva o no, è tutto da vedere - e spesso il punto di vista ed il lato della barricata cambia la percezione delle cose.
Quello che è certo, è che si tratta di un'espressione del peggio che l'Uomo può fornire alla civiltà ed al pianeta, che si parli di antichi campi di battaglia o di droni dalla tecnologia avanzatissima in grado di fare cose che fino a qualche anno fa pensavamo fossero fantascienza.
Per il resto, è difficile prendere una posizione che, in caso di conflitto, non sia mossa dall'istinto di sopravvivenza.




MrFord




mercoledì 6 aprile 2016

Dio esiste e vive a Bruxelles

Regia: Jaco Van Dormael
Origine: Belgio, Francia, Lussenburgo
Anno: 2015
Durata:
113'








La trama (con parole mie): forse non tutti lo sanno, ma Dio vive a Bruxelles insieme a sua moglie ed alla figlia di dieci anni Ea, che osserva quanto suo padre, come uno scrittore cinico ed annoiato, si diverta a torturare gli umani per passare il suo tempo, o almeno quello che non passa rimproverando lei e la madre.
Spinta da un anelito di ribellione ispirato dal fratello Gesù, da tempo allontanatosi dalla famiglia, la bambina non solo fugge di casa per esplorare il mondo dei mortali, ma prima di farlo decide di comunicare a tutta la popolazione del mondo tramite sms quanto tempo separa ognuno dal momento della propria morte.
Questa rivelazione cambia radicalmente l'approccio alla vita sulla Terra, e quando Ea decide di scegliere non solo un narratore della sua storia, ma anche sei nuovi apostoli per portare il loro numero complessivo a diciotto come li vorrebbe sua madre, appassionatissima di baseball, Dio in persona si troverà a scendere in campo per cercare di limitare l'operato della sua piccola.
Peccato che non tutto andrà secondo i suoi piani.













Quando, mesi fa, uscì in sala Dio esiste e vive a Bruxelles, fui divorato dai dubbi che, ormai, mi assalgono nel momento in cui affronto una pellicola d'autore di quelle che, agli inizi degli Anni Zero e nel mio periodo da radical cinefilo, avrei non solo visto con hype alle stelle, ma avrei potuto acquistare in dvd anche a scatola chiusa, fiducioso solo della loro natura d'essai: dunque, nonostante ottime recensioni da parte di colleghi bloggers fidati ed una certa curiosità, ho finito per rimandare la visione settimana dopo settimana, quasi cominciando a pensare che il titolo firmato da Van Dormael si sarebbe perso nei meandri delle decine che recupero e poi, per un motivo o per un altro, restano a riposare neanche fossero whisky da invecchiamento nell'hard disk.
Non so neppure giustificare il fatto, invece, di averlo scelto quasi d'istinto nel corso di un pomeriggio che avrebbe accompagnato le mie consuete sessioni di gioco con il Fordino quando sono a casa dal lavoro, conscio della reazione che avrebbe potuto provocare in Julez, già pronta ad un insperato ed inaspettato riposino pomeridiano nel corso della visione: a prescindere, comunque, da tutto quello che avrei pensato potesse essere e quello che, di fatto, è stato, Dio esiste e vive a Bruxelles - pessimo, come al solito, l'adattamento italiano - è uno dei prodotti più sorprendenti che il Cinema europeo recente abbia potuto regalare al pubblico, sofisticato eppure non spocchioso, in grado di unire la cornice favolistica di Amelie - un film che io non ho mai particolarmente amato - alla critica spirituale di produzioni cult da queste parti come Le mele di Adamo.
Senza dubbio questa nuova interpretazione della religione e della fede non è priva di difetti, e soprattutto sulla distanza finisce per perdere qualche colpo rispetto ad un inizio davvero strepitoso, eppure, shakerando Kaurismaki ed un approccio che riesce ad essere molto credente ed altrettanto ateo, Van Dormael confeziona un esperimento clamorosamente riuscito, in grado di passare da citazioni di Van Damme pronte a conquistare senza ritegno il sottoscritto al merito assoluto di aver tenuto la signora Ford sveglia dall'inizio alla fine, strappandole addirittura un'approvazione che, in questi casi, è più unica che rara.
La rappresentazione di una "famiglia divina" quasi e più di quanto non sarebbe se fosse profondamente umana, dalla splendida Ea, una sorta di Little Miss Sunshine con poteri illimitati, al cinico e detestabile padreterno, passando attraverso un Cristo che pare uscito dal cilindro di Kevin Smith e da una "signora dio" che, chissà, forse ha pronte le cartucce migliori per quello che ci attende oltre i titoli di coda, è assolutamente azzeccata, così come il viaggio della sua piccola ribelle attraverso il nostro mondo, l'idea di sconvolgerlo comunicando a tutti la "data di scadenza" di ogni vita e la musica che non solo ci rende unici, ma anche associabili in modo unico a qualcun'altro.
Da peccatore miscredente quale sono, non avrei saputo immaginare una rivoluzione rispetto al regno di terrore di dio meglio gestita di quella che imbastisce il buon Jaco grazie alle gesta di Ea e dei suoi apostoli, in grado di trasmettere la sensazione di confortevolezza che proprio la fede dona a chi l'abbraccia - quando lo si fa in modo positivo e costruttivo, ovviamente - ma ad un tempo il bisogno di critica, la curiosità e la necessità di una rottura al cospetto di eventuali poteri superiori neanche fossimo tutti una sorta di figli adolescenti - come pare essere lo stesso Gesù, ispiratore dell'ancora più tosta e rivoluzionaria sorellina -.
In un certo senso, si potrebbe considerare questo viaggio come il lato solare, caotico e poco misurato dello strepitoso Kreuzweg visto qualche mese fa: in entrambi i casi si affronta la critica alla fede partendo da un punto di vista assolutamente credente.
Una cosa davvero non da poco, in un mondo come quello attuale, spartito tra non credenti e finti credenti.
Ed ancora più notevole perchè in grado, nel caso della pellicola austriaca come in questo, di conquistare anche chi, come gli occupanti del Saloon, con la fede c'entrano poco o nulla.





MrFord





"You can run on for a long time
run on for a long time
run on for a long time
sooner or later God'll cut you down
sooner or later God'll cut you down."
Johnny Cash - "God's gonna cut you down" - 





giovedì 25 febbraio 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): eccoci pronti per un'altra settimana di uscite - l'ultima prima della Notte degli Oscar - rigorosamente commentate dal vecchio e saggio Ford e dal giovane incompetente Cannibal, sempre pronti a darsi battaglia per determinare chi è in grado di scrivere le castronerie più grosse.
Anche a questo giro, fortunatamente, pare che le proposte interessanti non manchino, dunque facciamone tesoro per i tempi di magra che giungeranno con la bella stagione e diamoci dentro, anche se sempre con moderazione quando si tratta dei deliri del mio rivale.


"E chi è, Jeeg Robot!? No, è James Fordot!"

Lo chiamavano Jeeg Robot

"Se è così facile con un termosifone, figuriamoci quando mi divertirò con Cannibal!"
Cannibal dice: Un film supereroistico made in Italy? Dopo Il ragazzo invisibile di Salvatores, moderatamente gradito, qui mi sa che ci troviamo di fronte a un potenziale cult. Le prime recensioni sono entusiastiche. Forse troppo. Mi sa che rischiano di sollevare aspettative eccessive, ma speriamo verranno mantenute. E speriamo anche che il mio giudizio su questo supereroe indie made in Roma sia opposto a quello del SuperFordone patito degli eroi ammeregani ultracommerciali.
Ford dice: lo ammetto. Attendo questo film al varco fin dalle prime voci in proposito qualche mese fa. Sinceramente spero che le recensioni - tutte entusiastiche - lette finora non mi rovinino la visione alimentando le aspettative, o che Cannibal non le distrugga promuovendolo a pieni voti.
Staremo a vedere. Intanto, scateno Jeeg e tutti i robottoni e supereroi - italiani ed americani - su Casale.



Anomalisa

"Mi raccomando, alla guida non mettere neppure il pupazzetto di Ford!"
Cannibal dice: Per il titolo di filmone della settimana, Jeeg Robot se la deve vedere con una pellicola d'animazione. Ma non una bambinata qualunque di quelle buone per Ford, bensì un'opera firmata da Charlie Kaufman, sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello e regista di Synecdoche, New York. Un autore che è riuscito più o meno sempre a mettere d'accordo me e Ford. Fino ad ora?
Ford dice: Charlie Kaufman è universalmente riconosciuto come uno dei più talentuosi sceneggiatori e registi del panorama americano, in grado di mettere d'accordo perfino eterni nemici come il sottoscritto e Cannibal Creed.
Ci sarà riuscito anche questa volta, o avremo finalmente una spaccatura degna di nota in questo inizio duemilasedici troppo poco belligerante?



Tiramisù

"Avvicinati pure, Cannibal, voglio farti un bel primo piano: sto preparando il mio secondo film, un horror."
Cannibal dice: Fabio De Luigi mi stava parecchio simpatico ai tempi di Mai dire gol. Da quando si è messo a fare l'attore al cinema invece parecchio di meno... Adesso che si è messo pure a fare il regista, avrà tirato fuori qualcosa di decente, o vuole proprio che scateni il mio odio contro di lui? Mi spiacerebbe farlo, ma se il suo Tiramisù mi risulterà indigesto non esiterò a dire che è una merda, inequivocabilmente merda.
Ford dice: De Luigi, ai bei tempi di Bastilani batto il ferro mi stava molto simpatico. Molto più di Cannibal - e per questo non ci vuole un grande sforzo -.
Peccato che poi si sia messo a fare Cinema, finendo per farsi odiare forse più del Cucciolo eroico - e per questo ci vuole molto di più -.
Questo Tiramisù, del quale è anche regista, non passerà dalle mie parti neppure sotto tortura.



Gods of Egypt

"Non bastava una mano, ora mi devono pure accecare!"
Cannibal dice: Alex Proyas, regista australiano nato in Egitto, aveva iniziato alla grande la sua carriera con gli affascinanti e darkissimi Il corvo e Dark City, poi si è un po' trasformato in uno di quei mestieranti buoni giusto per WhiteRussian. Questo nuovo God of Egypt mi sa di porcheria storico-fantasy assoluta, ma spero sia almeno trash abbastanza da regalare qualche risata. Un po' come i post più seriosi (ovvero tutti) di Mr. Ford.
Ford dice: io a Proyas voglio anche bene, ma questa porcatona proprio non la digerisco, nonostante Coster-Waldau e Gerardone Butler.
La lascio volentieri a quel radical di Cannibal, che lo esalterà come un cult da buon incompetente dell'action tamarra.



God's Not Dead

"Vedrete che dopo la nostra bella lezione di catechismo anche quei due bloggers miscredenti si convertiranno!"
Cannibal dice: Oh my God! Questo rischia di essere ancora peggio di Gods of Egypt. Un film cristiano con Kevin “Hercules” Sorbo. Cos'è? Un mio incubo atroce, oppure un sogno d'oro di Ford?
Ford dice: nonostante la presenza di Kevin Sorbo, indimenticabile Hercules anni novanta, questa roba pseudo cristiana mi pare una schifezza ancora peggiore di quelle che propina il Cannibale.



Il club

"E così quello è il rifugio di Ford e Cannibal." "Già. Quando scrivono insieme quei due devono isolarsi dal mondo: sono troppo pericolosi."
Cannibal dice: Altra pellicola religiosa ma qua, grazie al cielo, dovremmo avere un punto di vista meno bigotto. L'idea di vedere un film cileno ambientato all'interno di una specie di comunità di recupero per vecchi preti pedofili non è di quelle che facciano correre nei cinema le masse, però una visione ci potrebbe stare. Meglio se non durante una serata relax in cui uno cerca di allontanare le preoccupazioni della vita di tutti i giorni e, se ci tenete a saperlo, tra le mie preoccupazioni c'è soprattutto la sanità mentale di Ford.
Ford dice: considerato il recente ed interessante Il caso Spotlight, direi che questa nuova pellicola dedicata ad una tematica molto importante come quella della pedofilia all'interno della Chiesa una visione potrebbe meritarla.
Sempre che non si riveli una porcata pronta a farmi incazzare forte. Quasi più del Cannibale.



Good Kill

"Comandante, un drone ha appena fatto esplodere Casale Monferrato, dobbiamo fare rapporto?" "Ma quale rapporto!? Dobbiamo fare una festa!"
Cannibal dice: Un film di Andrew Niccol, il regista degli ottimi Gattaca e Lord of War, un tempo sarebbe stato un evento. Adesso, un po' come Alex Proyas, pure lui si è trasformato in un mestierante qualunque. Segno che troppe pellicole hollywoodiane commerciali e la vecchiaia fanno male. Ford né è un'ulteriore dimostrazione morent... volevo dire vivente. Comunque questo action-thriller vanta un buon cast (Ethan Hawke + January Jones + Zoe Kravitz) e potrebbe essere una specie di incrocio tra Wargames e Top Gun meritevole magari - e ho detto magari - di visione.
Ford dice: ho sempre trovato Niccol piuttosto interessante, sia nello sfornare cagate devastanti, sia pellicole degne di nota come Lord of war.
Questo Good Kill pare appartenere più alla prima categoria che non alla seconda, ma non si può mai sapere: se non altro, potrebbe regalare una serata senza troppi pensieri, al contrario di Cannibal, che di pensieri, purtroppo, ne regala in continuazione, soprattutto al sottoscritto.



Amore, furti e altri guai

"Sintonizzo la radio sulla vecchia frequenza fordiana: quella è sempre una sicurezza."
Cannibal dice: Film palestinese che sa tanto di mattonata impegnata fordiana, ma che potrebbe essere salvata con un tocco di leggerezza da commedia cannibale.
Ford dice: tipico titolo d'essai che una volta sarebbe stato in cima alla mia lista, scovato in qualche sala di periferia e visto insieme ad un paio di altri temerari.
Ora come ora non ho più tempo per questo tipo di imprese, dunque segno nel caso dovesse praticamente piovermi addosso.



Oliver, Stoned

"Questa è la stessa roba che fuma Cannibal, provala!" "Neanche per idea: non voglio ridurmi a scrivere le sue stesse stronzate!"
Cannibal dice: Pellicolaccia trash da fattoni che potrebbe essere troppo scema persino per me, che un'occhiata comunque gliela potrei dare comunque. Al contrario di quel re dei radical-chic che risponde al nome di Ford che, quando non si parla di action, snobba a priori tutte le proposte non considerate all'altezza dei suoi standard intellettuali.
Ford dice: pellicolaccia trash finto trash buona giusto per quel radical finto trash del mio rivale. Passo volentieri la mano a lui, sperando si possa stonare per bene.


giovedì 3 dicembre 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite in sala, e nuovo terreno di sfida per i vostri bloggers preferiti - !?!? -, il sottoscritto e sempre tosto Ford ed il principe dei pusillanimi Cannibal Kid.
A dispetto di un'apparenza che favorisce nettamente quest'ultimo, la settimana potrebbe riservare cazzutissime pellicole decisamente fordiane ed alcune sorprese che potrebbero addirittura mettere d'accordo i due nemici per eccellenza della blogosfera.
Sarà vero? O chiuderemo l'anno lottando come l'abbiamo iniziato?


"E così questo è il leggendario mostro Ford!"

In the heart of the Sea - Le origini di Moby Dick

"Cannibal, questo bello spiedino ha il tuo nome sopra!"
Cannibal dice: Moby Dick? Chris Hemsworth? Avventura marina? Regia di Ron Howard?
Non c'è davvero niente che mi attiri manco da lontano in questa pellicola pronta a veleggiare tra le onde del cinema fordiano, e a essere fatta naufragare miseramente dai pirati cannibali!
Ford dice: senza ombra di dubbio il film della settimana.
Ispirazioni letterarie, ambiente marinaresco, avventura, richiami alla sfida Uomo/Natura.
Tutte cose che tengono alla larga Peppa Kid ed esaltano il Cinema fordiano. Dunque, grandi cose.



Chiamatemi Francesco - Il Papa della gente

"Proprio uno spasso, la festa di fine anno nello spizio di Ford!"
Cannibal dice: Un film biografico non su Papà Ford, bensì su Papa Francesco. Il risultato temo sia comunque una ruffianata della peggior specie, sebbene il regista Daniele Luchetti abbia assicurato di aver voluto fare qualcosa di lontano dal film-santino. Ci sarà da credergli, oppure la sua parola vale quanto quella di Ford quando sostiene di aver visto una bella pellicola?
Ford dice: come più volte ho sottolineato, mi tengo ben lontano e a distanza di sicurezza dalla Chiesa e dalla religione.
Dunque, anche da questo film e dal cannibalismo. Che non è quello di The Green Inferno ma di Pensieri Cannibali.



Quel fantastico peggior anno della mia vita

"Merda! Questo film scelto da Cannibal è davvero il peggio che potessi immaginare!"
Cannibal dice: Pellicola teen vincitrice dell'ultimo Sundace Film Festival già passata sugli schermi di Pensieri Cannibali. Promossa o bocciata?
Presto lo scoprirete su questo fantastico peggior blog della blogosfera.
Ford dice: incredibilmente, questa pellicola molto indie e molto alternativa è già passata sugli schermi di casa Ford, e a breve avrete il responso del sottoscritto.
Sarà l'inizio di una nuova lotta con il mio rivale, il Cucciolo Eroico, o per una volta ci troveremo d'accordo?



Regression

"Sarà meglio che tu rimanga chiusa qui dentro: non hai idea di cosa voglia farci Cannibal, con quella bocca!"
Cannibal dice: Alejandro Amenábar è un valido regista che, dopo il sottovalutato Agora, era un po' sparito nel nulla. Adesso torna con un thriller che sembra fatto su misura apposta per me, con tanto di ambientazione anni '80 e una Emma Watson che pare qui appaia senza veli...
In pratica sono già pronto a gridare al Capolavoro!
Ford dice: Amenabar è un regista che definire sopravvalutato è riduttivo. Classico prodotto del finto alternativismo a tutti i costi, già con Mare dentro e Agora aveva solleticato le mie bottigliate.
Non penso che in questo caso le cose andranno diversamente.



Mon Roi - Il mio re

"Ford, ti darò battaglia come miglior padre della blogosfera!"
Cannibal dice: In una settimana che, Moby Dick e Papa a parte, appare troppo bella e cannibale per essere vera, arriva anche una pellicolona super radical-chic francese girata da Maïwenn Le Besco, la promettentissima regista di Polisse. Una cosa che potrebbe rendere questa settimana ancora più speciale sarebbe Ford che mi chiama: “Il mio re”, ma adesso non vorrei esagerare.
Ford dice: qualche anno fa Maiwenn, con Polisse, mi aveva davvero colpito. Dunque, nonostante si parli di Cinema francese profondamente d'essai, sono molto, molto incuriosito da questo Mon Roi. E quasi spero, per dispetto, che possa piacermi più che al mio fastidioso e radical rivale.



La isla mínima

"Se provi a far guidare Ford, ti taglio la gola."
Cannibal dice: Pellicola spagnola trionfatrice ai Premi Goya che ho adocchiato già da parecchio tempo e che presto passerà sui miei schermi. Il mio timore è però duplice: il primo è che possa trattarsi di uno di quei thriller esistenzialisti che su WhiteRussian si prendono inspiegabilmente 3 bicchieri e mezzo o anche 4. Il secondo è che possa rivelarsi una delusione clamorosa, come un altro recente trionfatore dei Goya, il sopravvalutato La vita è facile ad occhi chiusi.
Ford dice: i premi Goya sono una delle incertezze più grandi tra i grandi premi cinematografici stagionali, in grado di consacrare cose decisamente interessanti ed altre assolutamente disastrose.
Per quanto riguarda questo film, attenderò la recensione di Peppa per poter decidere se varrà la pena tentare di stroncarlo o esaltarlo alla facciazza sua.



11 donne a Parigi

"Katniss Kid, sei la nostra guru da salotto!"
Cannibal dice: Belle donne francesi in una commedia radical-chic? Questa settimana continua a migliorare sempre di più. Alla facciazza di Ford, che preferirebbe 11 uomini (possibilmente muscolosi) a Lodi, uahahah!
Ford dice: di commedie transalpine inutili di recente ho già fatto il pieno. Lascio volentieri al mio antagonista la visione, e sentissi il bisogno di 11 donne, ho già un posto in prima fila per qualche porno sicuramente più interessante.



All Night Long

"Vi prego, Ford e Cannibal, non massacrate troppo il nostro filmetto!"
Cannibal dice: Questo weekend esce pure il nuovo film di Sorrentino?
E va beh, ma che settimana è?
Ah, non è Paolo Sorrentino, bensì tale Gianluigi Sorrentino? Sarebbe stato davvero troppo. Considerando però che in questo poliziesco napoletano ci sono nel cast i rapper Guè Pequeno, Clementino e Ntò, si preannuncia una visione hip-hop cannibale al punto giusto.
Ford dice: già il fatto che gente come Clementino e Guè Pequeno incida dischi mi fa inorridire, figuriamoci Cinema.
Non lo guarderei neppure se me lo chiedesse Jennifer Lawrence in ginocchio.



Un posto sicuro

Uno scorcio di Casale Monferrato, misterioso luogo ove si rifugia l'inquietante Marco Goi, alias Cannibal Kid.
Cannibal dice: La settimana più cannibalesca dell'anno, che sembra venuta fuori dritta dal peggior nightmare di Mr. James Ford, non poteva che chiudersi così, con un film ambientato a... Casale Monferrato. Ebbene sì! Una pellicola girata qua da me che però non parla di me - purtroppo - bensì dell'altro grande dramma cittadino: la merdosa fabbrica di amianto Eternit.
Ford dice: finalmente esce in sala un documentario sul pericolo maggiore di Casale Monferrato, Cannibal Kid, al secolo Marco Goi. Come dite!? Il film è incentrato sull'Eternit!?
Allora non vale davvero la pena: Cannibal è molto, molto più dannoso! Ahahahahah!


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