- Friedkin, per quanto mi riguarda, è uno dei registi nordamericani più importanti, tosti e per certi versi sottovalutati della Storia del Cinema, e L'Esorcista, uno dei suoi film più noti - o forse il più noto - una bomba ancora oggi.
- Per quanto il sovrannaturale mi affascini e farei la firma per l'esistenza di una vita eterna ultraterrena alla fine di quella che stiamo vivendo, sono ormai da parecchio un ateo convinto.
- L'idea di un documentario che portasse sullo schermo la ripresa originale di un esorcismo "vero" e non cinematografico mi ha attratto fin da quando ne ho letto sulla trama dall'applicazione di Netflix.
- The Devil and Father Amorth resta sospeso, e senza che si possa davvero capire se si tratti di una cosa positiva oppure no, tra uno scherzo orchestrato alla grande dal regista o una sorta di richiesta di un atto di fede rispetto al pubblico.
- Gli spunti di riflessione non mancano, dal rapporto tra Fede e Scienza alle influenze che l'ambiente culturale in cui cresciamo finisce per dare ad ognuno di noi, soprattutto nella parte dedicata agli psichiatri e neurochirurghi interpellati a proposito del filmato dell'esorcismo.
- La sequenza del confronto tra la donna posseduta e Padre Amorth spoglia l'immaginario dagli effetti speciali e dalle teste che girano, ma, se non fosse un effetto sonoro studiato ad arte, stupisce per la voce con la quale la vittima si esprime e colloquia con il religioso, davvero inquietante.
- All'intero lavoro, oltre ovviamente alla questione religiosa che rende impermeabile questo vecchio cowboy, mancano una produzione degna di questo nome - appare tutto molto, molto amatoriale - e le prove che dovrebbero essere alla base di ogni documentario. A conti fatti, tolto il fascino esotico di certe materie e qualsiasi dibattito di natura teologica o scientifica, resta davvero poco, cinematograficamente parlando, nonostante si tratti di un vero e proprio mostro sacro in questo caso prestato ad una qualità indubbiamente televisiva, e non in senso buono.
- Un documentario, questo, che non trova la collocazione nel suo genere così come in quello della fiction, destinato ai fan di Friedkin - ripeto, un grandissimo -, de L'esorcista e dei dibattiti sul sovrannaturale, ma forse poco adatto ad un pubblico più smaliziato ed abituato, soprattutto, ad una qualità di un certo livello in termini di proposte cinematografiche.
Ad ogni modo, personalmente, come improvvisazione da serata estiva in vacanza - l'ho visto nel corso delle ferie dei Ford in Liguria -, penso abbia funzionato più che bene.
Quando, lo scorso anno, da buoni amanti dell'horror, in casa Ford affrontammo la prima stagione del serial targato Fox ispirato al cult L'esorcista, non avevo grosse aspettative: in fondo, cimentarsi con pezzi da novanta di un genere anche solo in termini di ispirazione - specie quando si tratta di una materia difficile come, per l'appunto, l'horror - porta di norma a fallimenti di dimensioni titaniche, e considerato il numero di produzioni legate alle possessioni uscite in sala nel corso delle ultime stagioni cinematografiche, il rischio di buco nell'acqua era oggettivamente grande.
Fortunatamente, le gesta dei due insoliti prelati Marcus e Tomas erano riuscite nella non facile impresa di conquistare, e seppur non raggiungendo i livelli del cult di Friedkin, ad alzare l'asticella in attesa della seconda stagione, confermata molto in ritardo rispetto alle comuni tempistiche del piccolo schermo: a causa di questo ritardo, aggiustati un paio di raccordi legati all'epilogo del primo ciclo di episodi - probabilmente girato nel caso in cui non fosse stata confermata la produzione -, si è tornati sulle loro tracce sfruttando una nuova vicenda che in parallelo porta avanti la battaglia tra i due esorcisti ormai fuggiaschi e l'ordine demoniaco desideroso di integrarsi nel mondo mortale sfruttando proprio le alte sfere della Chiesa.
E ancora una volta, i protagonisti di questa storia non hanno fallito: cambiando prospettiva e cornice ma restando legati a tematiche molto simili - la distruzione della Famiglia da parte di un demone giunto per corrompere l'elemento più puro della stessa - Marcus e Tomas regalano altri dieci episodi addirittura più incisivi ed interessanti di quelli dell'annata d'esordio, grazie anche ad un comprimario in gran forma come John Cho ed al ruolo che assumono i figli adottivi sullo schermo di quest'ultimo, al pari dell'ex moglie defunta.
Ancora una volta senza esagerare o fare troppo il verso al film ispiratore, gli autori portano a casa in modo ben più che discreto la pagnotta tenendo lo spettatore sul filo, sorprendendolo con un paio di twist ben orchestrati e riuscendo nella non facile impresa di tenere alta la tensione almeno quanto il legame emotivo che si crea con la famiglia dell'Andy del già citato Cho, splendida nella sua fragile diversità.
La stessa motivazione demoniaca di entrare nelle case dei mortali minando giorno dopo giorno la solidità degli elementi più puri cercando di corromperli nel profondo è molto interessante a livello narrativo e di riflessione, in parte perchè pronta a rinverdire concetti come quelli di prede e predatori e Bene e Male che sono parte integrante della Storia e della società umana, in parte perchè in grado di far riflettere anche a proposito di noi che stiamo sul divano di fronte allo schermo - con Julez si scherzava rispetto al fatto che un demone non potrebbe mai scegliere il sottoscritto, considerate tutte le zone d'ombra che troverebbe, e non avrebbe alcun divertimento a corrompere qualcuno abituato a mangiare accanto alla corruzione stessa -.
In evidenza, come per la prima stagione, il mio personale favorito Marcus, ma in grande spolvero anche il suo allievo Tomas, che affiancato dalla new entry Mouse potrebbe rivelarsi il vero jolly della season three, che a questo punto spero davvero di poter vedere, una formula da esorcismo dopo l'altra: del resto, accantonato il discorso della paura vera e propria, è innegabile il fascino del peccato.
Vissuto come corruzione, o come mezzo per conquistare la forza necessaria a prendere a calci in culo la corruzione stessa.
Probabilmente, in una vita neppure troppo lontana da questa, devo essere stato un comunista irlandese pronto a vivere la vita e cercare di godersela il più possibile, tra letture, alcool e donne, in barba alla Chiesa e a tutte le sue stronzate, così come alla volontà della stessa di mantenere il proprio regime schiacciando il popolo attraverso l'ignoranza.
Probabilmente, ci sono temi come la Libertà - di pensiero prima di tutto, ma oserei dire sociale -, l'essere fieri outsiders ed appartenenti agli strati bassi della scala che porta al Potere ed al Denaro, la voglia di esprimersi e vivere sempre a tutti i costi, che mi toccheranno sempre.
Da Spartacus a Jimmy's Hall.
Nel corso di questo mio periodo da padre casalingo, complici l'autunno ed una freschezza mentale che non va a braccetto con la stanchezza fisica di stare dietro ai Fordini ed alle faccende di casa, ho riscoperto il gusto, accanto alle tamarrate, delle visioni più autoriali che negli ultimi mesi avevo molto accantonato, considerato il rischio decisamente pesante di crollo verticale durante la visione: tra gli altri titoli, ho dunque riesumato Jimmy's Hall, per l'appunto, lavoro di un paio d'anni or sono firmato dal vecchio combattente Ken Loach, che grazie agli dei ed in barba agli stessi non manca mai di ricordare al pubblico la sua voglia di raccontare storie semplici e dirette e mostrare quelli che sono i suoi valori.
La vicenda di James "Jimmy" Gralton, che ha ispirato Loach ed il suo fedele collaboratore Paul Laverty, e della sua Hall, è schietta, onesta e viva come solo la gente della strada - e specialmente, lo dico per esperienza, quella delle strade irlandesi -, pronta a mostrare quanto grande sia il bisogno di svago, di cultura, di nutrire menti e cuori in modo da non essere ridotti in ginocchio dal Potere - che abbia forma politica o religiosa, poco importa -, di mantenere la propria dignità non solo nei momenti dedicati al piacere, ma anche al lavoro, alla famiglia e a tutto quello che costituisce la base ed il fondamento di una vita piena.
Ed è un bene, un gran bene, che registi come Loach e film come Jimmy's Hall ci ricordino quanto siano importanti questi valori, soprattutto attraverso pellicole che non alzano la voce, a meno che non ce ne sia bisogno, che paiono così semplici da poter essere dimenticate e finiscono dritte nel cuore, per conquistare e commuovere, e mettere all'angolo questo vecchio cowboy che, con il cucchiaino della frutta in mano nell'ora della merenda della Fordina in attesa di andare tutti insieme a prendere suo fratello, stenta a trattenere le lacrime nel momento in cui la gente semplice di una comune cittadina della campagna irlandese saluta per sempre quello che è stato, pur non avendo compiuto altra impresa se non esortare ognuno di loro a pensare con la propria testa ed arricchire la propria mente ed il proprio cuore, un vero eroe.
Ed osservo il vecchio, chiuso, oppressivo prelato lodare il coraggio di qualcuno pronto ad essere davvero libero, al contrario dei suoi uomini e di lui stesso, osservo Jimmy stimare più quell'ostico, ottuso nemico che non il giovane prete che cerca un dialogo tra le parti e "tiene il piede in due scarpe", osservo un padre picchiare a sangue la propria figlia colpevole di essere andata a ballare come se la violenza fosse un atto giustificato dal dio che tanto dovrebbe adorare, ho visto la voglia di prendere la vita tra le mani ed il potere terrificante dell'ignoranza.
Ho visto vite che potrebbero essere state la mia. Non tutte, certo.
Ma quella di Jimmy, senza alcun dubbio.
Questo perchè forse, un giorno neppure troppo lontano, sono stato un comunista irlandese sostenitore del libero pensiero ed avversario dell'ignoranza e della Chiesa.
Questo perchè adoro vivere, e considero l'ignoranza come uno dei mali peggiori che il Potere possa spargere nel mondo.
Ed ecco fatto.
Quei due vecchi bastardi di Loach e Jimmy mi hanno fatto commuovere un'altra volta.
La trama (con parole mie): siamo all'inizio degli Anni Zero quando la redazione investigativa di Spotlight, che fa capo al quotidiano Boston Globe, spinta dal nuovo redattore capo Marty Baron, si muove per scoprire la verità celata da un caso di molestie denunciate all'indirizzo di un prete locale.
Quando, indizio dopo indizio, i giornalisti di Spotlight si trovano a comporre un mosaico che pare decisamente più grande ed inquietante di quello che si erano immaginati in partenza, l'indagine assume una portata enorme, finendo per porre il Globe ed i suoi reporter nel mirino dell'ostruzionismo della Chiesa dell'Arcidiocesi di Boston: quello che infatti pare, è che gli ordini per i religiosi scoperti in comportamenti di questo tipo siano quelli di insabbiare le vicende, impedire le denunce e spostare gli stessi "uomini di dio" in un'altra parrocchia come se nulla fosse, e che le vittime - e di conseguenza i molestatori in abito talare - siano molti più di quanti non si sarebbero aspettati.
La redazione di Spotlight, a questo punto, ha in mano tutte le carte per realizzare un servizio destinato a fare la Storia.
Per quanto abbia sempre adorato scrivere, ed adori il giornalismo investigativo, non ho mai coltivato il sogno di tentare una strada come quella del reporter d'assalto: eppure, l'idea di lavorare con la testa e la penna soprattutto per mettere all'angolo chi pensa di averla fatta franca anche e soprattutto agli occhi della società è una delle cose più esaltanti che possa immaginare.
Se, poi, chi pensa di averla fatta franca è la Chiesa, e l'oggetto della discordia sono molestie operate dai religiosi su bambini e bambine, allora dalle mie parti si sfonda una porta aperta.
Personalmente, ho sempre trovato l'argomento pedofilia molto delicato, specialmente se legato a figure apparentemente autorevoli pronte a sfruttare la loro posizione ed il loro status - ed il senso di colpa radicato nella cultura cattolica - per approfittare di vittime troppo giovani per poter avere gli strumenti effettivi per affrontarli: onestamente, quando penso a determinate situazioni, finisco spesso a pensare che, forse, occorrerebbero misure decisamente più drastiche di una pena detentiva, per chi si macchia di reati simili.
Ma questa è un'opinione personale, ed un'altra storia.
Quella, al contrario, narrata da Il caso Spotlight, portato sullo schermo con il piglio dei grandi film d'inchiesta della New Hollywood anni settanta - su tutti il Capolavoro Tutti gli uomini del Presidente di Pakula, un vero gioiello - da Tom McCarthy, uno dei protetti del Saloon in materia di Cinema indie americano fin dal suo esordio con il piacevolissimo The station agent con un Peter Dinklage che ancora nessuno conosceva, passando poi per l'ottimo L'ospite inatteso e l'altrettanto efficace Win win - Mosse vincenti, è una vittoria civile e professionale contro il Sistema - per dirla come il redattore capo Marty Baron - di quelle indimenticabili, che portò alla ribalta il Boston Globe ed a galla una sequela di schifezze perpetrate nel nome della Chiesa per decenni.
Affidandosi ad un taglio che ricorda quasi più l'inchiesta documentaristica e ad un gruppo di attori affiatato, affidabile ed in gran forma - ottimi tutti, da Ruffalo a Tucci, passando per la McAdams e Slattery, con una menzione particolare per Keaton e soprattutto Liev Schreiber, lontano anni luce dall'apparenza che, di norma, è "costretto" anche fisicamente a dare ai suoi personaggi - McCarthy porta a casa un risultato convincente e solido, che forse non farà gridare molti al miracolo considerata la forse eccessiva uniformità - pare di stare a bordo di un treno comandato elettronicamente, di quelli che partono e arrivano in perfetto orario e non hanno sbavature di alcun tipo - ma che delinea alla grande quella che è una delle incarnazioni migliori del Cinema di denuncia americano, la stessa che non esagera con le stelle e strisce - concedendo soltanto un paio di sequenze alle suddette come il confronto tra Keaton e la sua fonte e la presa di coscienza dello stesso ex Birdman nella riunione di redazione nel finale - ma punta a sensibilizzare il pubblico senza ruffianerie e colpi bassi.
Certo, non è la Boston spietata di Mystic River, ma vedere questi uomini e donne assolutamente normali, armati solo della propria coscienza sociale e professionale - molto efficaci, in questo senso, il faccia a faccia tra Ruffalo e Keaton a proposito dei tempi di pubblicazione dell'inchiesta, e la crisi di D'Arcy James alla scoperta che la residenza di uno dei preti della loro lista risieda nel suo stesso quartiere - lottare tra documenti, ostacoli burocratici, intimidazioni più o meno celate, chiusura di chi è stato vittima delle violenze o chi quelle violenze ha colpevolmente nascosto è un esempio di Cinema civile come non ne passavano sul grande schermo da parecchio tempo, almeno per quanto riguarda la grande distribuzione.
Potrà dunque non essere uno scoop assoluto, un fulmine a ciel sereno, qualcosa di particolarmente geniale o innovativo: ma Il caso Spotlight è un film appartenente ad un genere che, forse, in una società pericolosa come la nostra, finisce per essere addirittura più importante.
Quello dei film necessari.
MrFord
"If the heavens ever did speak
she's the last true mouthpiece
every Sunday's getting more bleak
La trama (con parole mie): Angela, giovane figlia di un pilota ex militare tutto d'un pezzo in procinto di sposarsi con il fidanzato Pete, a seguito di una banale ferita comincia a manifestare cambiamenti d'umore e problemi fisici che culminano con un coma che la porta ad un passo dalla morte.
Proprio quando le speranze paiono aver abbandonato i cari della ragazza, questa ha un miracoloso recupero delle sue facoltà fisiche e mentali: il ritorno alla vita di Angela, però, pare celare qualcosa di terribile.
La giovane, infatti, è in realtà posseduta da un'entità demoniaca ancestrale che, dopo aver turbato il cappellano dell'ospedale, Padre Lozano, attira l'attenzione del Vaticano, che invia uno dei suoi più importanti esorcisti in modo che possa eliminare la minaccia e salvare la sua anima sempre più in pericolo.
Come finirà il duello tra l'uomo della Chiesa e l'emissario del Diavolo?
Sono costretto ad ammetterlo: a volte, le grane cinematografiche finisco davvero per andarmele a cercare.
Del resto, se non ci fosse il peggio non ci sarebbe il meglio, e quando in alcune serate finiamo per essere troppo stanchi o troppo presi da altro per sfruttare la concentrazione delle grandi occasioni, pellicole come The Vatican Tapes finiscono per essere quasi perfette.
Quasi, perchè dal lavoro di Neveldine, in tutta onestà, mi aspettavo molto di più: del resto, il regista dei due Crank e del tamarrissimo e divertentissimo secondo Ghost Rider - e, certo, anche di quell'inenarrabile schifezza di Gamer - si è ormai costruito una discreta fama di uomo dietro la macchina da presa sopra le righe ed eccessivo nel senso buono del termine, e dunque da lui una cosa anonima, già vista ed inconcludente come questa finisce per apparire perfino peggiore di quanto già non sia.
Un vero peccato, perchè nonostante sia un genere assolutamente inflazionato, quello delle possessioni è un bacino inquietante il giusto dal quale attingere per poter regalare al pubblico un horror quantomeno divertente, e non basta un finale aperto quanto inutile per risollevare le sorti di un prodotto che non solo non spaventa, ma si presenta talmente uguale a tanti altri da far perdere qualsiasi interesse dello spettatore che non sia legato agli argomenti molto interessanti della protagonista Olivia Taylor Dudley, che, per dirla come Fabri Fibra, con le sue "bombe" quantomeno allieta una visione che, altrimenti, neppure un minutaggio decisamente abbordabile avrebbe facilitato.
Resta la curiosità a proposito di quanto, nel corso dei secoli, la Chiesa abbia marciato oppure no sull'influenza che il Diavolo o chi per lui hanno finito per avere in casi che, a mente fredda, paiono più associabili a forme molto gravi di schizofrenia che non a veri e propri atti di guerra del vecchio Satana - che poi, per quale motivo dovrebbe perdere tempo ed energie per possedere poveri cristi che non hanno alcuna influenza o potere nel mondo, invece, chessò, del Papa stesso!? - ed il pensiero che, come ogni cosa sovrannaturale, qualcosa di vero possa perfino esserci, da qualche parte.
La cosa grave, però, è che le suddette curiosità e riflessioni non vengono stimolate da un film come questo, davvero troppo esile non solo per intrattenere, ma anche e soprattutto per regalare un qualche spunto che vada oltre il suo svolgimento: dispiace, in questo senso, vedere caratteristi come Michael Pena o Djimon Hounsou sprecati almeno quanto il regista, che ha avuto come unica, grande intuizione quella di mettere spesso e volentieri le tette della Dudley in primo piano.
Ed anche in questo caso, si tratta di tutto tranne che di horror.
MrFord
"I'll take your breath away and after, I'd wipe away the tears just close your eyes dear through this world I've stumbled so many times betrayed trying to find an honest word to find the truth enslaved."
Origine: Italia, Germania, Francia Anno: 1986 Durata: 130'
La trama (con parole mie): siamo nel 1327 quando Guglielmo da Baskerville, un monaco dall'enorme cultura e dalla grande curiosità non sempre in linea con le idee della Chiesa, giunge con il suo allievo Adso in un grande monastero italiano in procinto di ospitare un importante incontro che vedrà coinvolti non solo i più in vista tra gli ordini di frati, ma anche i messi vaticani.
Quando una serie di misteriose morti sconvolgerà gli occupanti della struttura e metterà in allarme addirittura l'Inquisizione, Guglielmo dovrà dare fondo a tutte le sue capacità investigative per portare alla luce una complessa macchinazione volta a far rimanere bui i cosiddetti secoli ordita da chi non ha alcun interesse nella divulgazione della cultura.
Riuscirà il decisamente razionale monaco a mettere in scacco i responsabili e portare in salvo i tesori culturali che il monastero nasconde? E quanto quest'esperienza segnerà il giovane Adso?
I miei ricordi de Il nome della rosa sono legati ad una delle letture più forzate e noiose del periodo del liceo, quando, del resto, ogni romanzo imposto dalle scadenze scolastiche finiva per risultare più un supplizio che non un piacere: paradossalmente, quando vidi per la prima volta il film di Annaud - nonchè, forse, il suo lavoro migliore -, rimasi colpito dall'atmosfera che il regista francese, pur limando soprattutto gli aspetti filosofici ed intellettuali dell'opera letteraria, era riuscito a trasportare sullo schermo in una grande produzione che, nonostante i volti noti, riusciva a mantenere intatta l'aura del Cinema d'essai, trovando un insolito equilibrio tra approccio "alto" ed una serie di nomi di richiamo - Sean Connery, sempre grande, e Murray Abraham, su tutti - clamorosamente in parte dal primo all'ultimo.
Incrociando per l'ennesima volta il cammino con questo evergreen del grande e dunque piccolo schermo - potrei aver superato tranquillamente la decina di visioni - quasi per caso non solo ho avuto la piacevole sensazione della rimpatriata con un vecchio amico, ma mi sono ritrovato a tessere le lodi di passaggi che a distanza di quasi trent'anni ancora funzionano alla grande - la ricostruzione degli omicidi da parte di Guglielmo -, interpretazioni memorabili - Ron Perlman, splendido nel ruolo del poliglotta e storpio Salvatore - e piccole chicche che avevo scandalosamente rimosso ed ho ritrovato con enorme piacere, un pò come quando riascoltando un brano conosciuto a memoria finiamo per scovarne significati e sfumature nuove.
In particolare, i due passaggi in questione sono legati a quello che è, del resto, anche uno dei cardini dell'intero lavoro, sia che si tratti di pagina scritta - e di Umberto Eco - che di pellicola - e dunque del già citato Annaud -: il rapporto tra Fede e Ragione, tra umanità ed un'apparente divinità.
Il primo riguarda il confronto tra Guglielmo e Ubertino, con il secondo che, a seguito dell'insistenza del monaco investigatore a proposito dell'esistenza di un mitico libro di Aristotele legato alla Commedia afferma: "Perchè tanto interesse nel riso? Il riso scaccia la paura, e la Fede ha bisogno di paura".
Senza dubbio, rispetto ad un anticlericale nonchè profondamente lontano dalla religione come il sottoscritto, una sequenza di questo genere sfonda una porta aperta e finisce per rappresentare una critica a quanto la Chiesa ha rappresentato di male nei secoli da applausi, eppure sono convinto che anche chi, al contrario, nella Fede trova conforto o rifugio, riesca a capire quello che questa sorta di giallo medievale dai profondi risvolti filosofici e culturali intendeva - ed intende - portare alla luce.
Il secondo è legato alla conclusione, ed alla riflessione che Adso, in età matura - e da narratore esterno -, concederà a quella donna senza nome che ha finito per diventare il grande amore - pur se perduto - della sua vita: il nome della rosa, per l'appunto.
Pensando al personaggio del giovane novizio al seguito di Guglielmo tornano a galla le sensazioni dell'approccio a queste questioni di De Andrè, al suo Cristo dedito all'amore e più vicino ai peccatori, che non al Padre: l'amore per Dio - qualsiasi concetto questa parola incarni -, in effetti, può essere espresso attraverso quello per qualsiasi cosa, anche lontana anni luce da quello che, sulla carta o secondo la Chiesa di turno, è considerato avulso dallo stesso concetto.
Abbiamo bisogno di ridere, e ancor di più d'amore.
A prescindere dal fatto che questo sia legato al sesso, al sapere, al desiderio di esplorare il mondo e conoscerne il più possibile, nel pieno della luce o tra le ombre: e chi se ne priva, inevitabilmente, non soltanto finisce per detestare lo stesso amore, ma anche per lottare con ogni mezzo possibile affinchè anche il resto del mondo possa esserne privato.
Personalmente, citando Milton, "preferisco regnare all'Inferno che servire in Paradiso", se questo significa poter godere appieno di quell'amore.
Poter sentire il profumo di quella rosa. E conoscere il suo nome.
MrFord
"Loneliness will haunt you
will you sacrifice?
Do you take the oath
will you live your life
under the rose."
La trama (con parole mie): Christine è malata di una particolare forma di sclerosi che la costringe su una sedia a rotelle, completamente paralizzata. Per ovviare alla solitudine di una vita praticamente da reclusa, di tanto in tanto si concede viaggi organizzati o pellegrinaggi che possano rompere la sua routine.
Giunta a Lourdes, visita con i volontari e gli altri pellegrini - in condizioni più o meno gravi della sua - tutti i luoghi resi celebri dalle presunte apparizioni della Vergine e luogo di miracoli che Chiesa e dalla Scienza si riservano di volta in volta di accertare ed approvare.
Alla vigilia della ritorno a casa, la ragazza si trova proprio protagonista di uno di essi: durante la notte, infatti, riesce ad alzarsi dal letto, camminare, pettinarsi, mangiare e vestirsi da sola.
Un cambio di prospettiva che suscita ammirazione, stupore, invidia, manifestazioni di fede rinnovata, ma soprattutto, che porta Christine a pensare che da quel momento in avanti potrà finalmente vivere una vita come l'avrebbe voluta, magari costruendosi una realtà affettiva, o una famiglia.
Ma sarà davvero quella, la Felicità?
Credo che un film come questo avrebbe fatto impazzire quella vecchia volpe di Bunuel.
E non solo.
Ripensando alla visione - sicuramente non semplice, almeno per chi è abituato ad un Cinema di fatti ed azioni -, alla lentezza che ricorda quasi il Kaurismaki solo apparentemente fiabesco e agli elementi portati sul piatto rispetto ai concetti di Fede e, perchè no, Scienza, mi è tornato alla mente il ricordo di uno dei passaggi del Capolavoro orwelliano 1984: parlando dell'utilizzo delle lotterie nazionali - l'equivalente di quello che da noi potrebbe essere il Superenalotto -, l'autore inglese rivelava candidamente che le stesse non sussistessero effettivamente, ma fossero spacciate per vere dal famigerato Grande Fratello in modo da illudere i cittadini che, chissà, una volta o l'altra avrebbero potuto anche vincere.
La stessa, disarmante impressione che ho avuto osservando i pellegrini alla ricerca del miracolo in Lourdes.
Che la Chiesa - e la Religione, con lei - sia una lotteria in cui non ci sono vincitori, o vinti, ma solo un sacco di mendicanti di speranze pronti a credere a qualsiasi cosa?
Opinioni personali a parte, quello che Jessica Hausner mostra è uno spaccato agghiacciante di uno dei parchi giochi di maggior successo nel mondo, che pare popolato da individui pronti a chiedere conto a Dio della loro condizione o di eventuali miracoli caduti sulle teste - e sulle vite - altrui: un luogo che pare così finto e posticcio da trovare la sua dimensione migliore nella barzelletta raccontata da uno degli accompagnatori della comitiva al tavolo, la sera, con lo Spirito Santo, Gesù e Maria intenti a scegliere la meta delle loro vacanze.
Quando viene nominata Lourdes, Maria salta in piedi felicissima gridando: "Che bello! Non ci sono mai stata!"
Nonostante il tono di pacata e beffarda ironia, comunque, non viene mai negato lo spazio al disagio interiore della protagonista - bravissima Sylvie Testud -, che continua a preferire Roma a Lourdes perchè più "culturale", e sogna una vita insieme a quell'accompagnatore che, chissà, forse è gentile soltanto perchè lei è su una sedia a rotelle: una cosa non da poco, che sottolinea il valore di un film difficile ed assolutamente delicato da trattare, perennemente in bilico tra il rischio di trash e l'insorgere di polemiche sterili quanto le credenze a proposito di benedizioni in più lingue miracolose.
Proprio pensando a questo, perfetto il parallelo tra la vicenda della suora Cecile e la protagonista, e di riflesso il rapporto di distanza - si potrebbe definire invidia? - che Christine instaura con la sua personale volontaria Maria, ragazza giovane e piacente che ha deciso di andare alla ricerca di un proprio scopo e posto nel mondo anche grazie alle opere di bene invece che passare le vacanze, come al solito, andando a sciare.
La calma che Lourdes si prende per entrare dentro l'audience è tutta negli occhi della sua "eroina", dapprima applaudita come miracolata, dunque guardata con sospetto perchè "non abbastanza credente" da meritarsi l'intercessione divina, rimandata dai medici preposti al controllo dei suddetti miracoli in attesa di scoprire se la sua malattia tornerà a schiacciarla sulla sedia dove ha trascorso la sua vita.
Senza fretta, il lavoro della regista prende spazio sottovoce, ed esplode dirompente in una delle sequenze finali più incredibili dell'anno per il sottoscritto, tanto da scomodare paragoni con quella meraviglia che fu Take shelter: lo sguardo di Christine, lasciata sola dal suo accompagnatore dopo il passo falso in pista, che dapprima nega e dunque accoglie una volta ancora la sua compagna di viaggio su ruote mentre Maria canta sul palco Felicità - ebbene sì, proprio quella, anche nella versione originale della pellicola - è un colpo da maestri della settima arte, uno schiaffo che lascia inebetiti e strabiliati rispetto alla forza di un lavoro che pare uno scricciolo debole ed indifeso, proprio come Christine.
Ma non è così, per fortuna di noi spettatori.
Noi possiamo ancora credere in qualcosa che è davanti ai nostri occhi, e in casi come questo ci illumina.
Il Cinema.
MrFord
"Felicità
è un bicchiere di vino con un panino
la felicità
è lasciarti un biglietto dentro al cassetto
la felicità
è cantare a due voci quanto mi piaci
la felicità, felicità."
La trama (con parole mie): Maria Rossi, una gentile signora con un cuore grande così, nel pieno degli anni ottanta decide di lanciarsi nella sua personale versione de L'esorcista e fa fuori i rappresentanti della Chiesa giunti a salvarla dal Demonio o chi per lui, prima di essere rinchiusa in un manicomio a Roma.
Quasi un ventennio dopo la figlia Isabella, curiosa di scoprire se davvero dietro le azioni della madre si celi una possessione demoniaca, decide di girare un documentario che la segua nel corso del suo viaggio in Italia ed il tentativo di salvare la stessa genitrice orchestrato da due esorcisti conosciuti ad un corso di specializzazione gentilmente offerto dal Vaticano.
Le cose non andranno proprio a gonfie vele.
In fondo, la giovane donna non può saperne una più del Diavolo.
Occorre ammetterlo: tutte le questioni riguardanti l'aldilà, che siano frutto di rapimenti alieni, possessioni demoniache o presunte tali, affascinano sempre noi poveri stronzi abituati a camminare sulla Terra e ben consapevoli che probabilmente il tutto non sia originato se non da massicce dosi di suggestioni, deliri e superstizioni, e che la realtà, per quanto enorme e ancora quasi interamente da scoprire non riservi nulla che trascenda il grande ciclo della vita e della morte regolato dalla Natura.
Immagino che questa a tratti insana fascinazione sia legata alla necessità di credere che tutto non sia soltanto qui, e che esista un "dopo" che ci permetta di darci un pò di tempo più di quello che abbiamo: dal punto di vista cinematografico, dato che la questione della Fede tira fino ad un certo punto - e posso capirlo -, spesso e volentieri ci si è concentrati sulla materia opposta, ovvero sul ruolo che il Diavolo - imprevedibile e zuzzurellone antagonista del Capo - potrebbe avere nelle povere e scombinate esistenze di noi mortali.
Dai tempi de L'esorcista - un prodotto con i controfiocchi ancora in grado di inquietare - e Rosemary's baby - uno dei vertici del Cinema di Polanski -, la qualità dei titoli legati all'argomento è drasticamente calata, passando dal gigionismo de L'avvocato del diavolo - comunque ancora passabile - per finire a sottoprodotti come Paranormal activitye questo L'altra faccia del diavolo, decisamente al di sotto della soglia di guardia minima che dovrebbero mantenere le sale in tutto il mondo.
Certo, come può testimoniare anche Julez, colpita da sonno fulminante nel corso della visione, la mia definizione di "mezza merdina" utilizzata per il riassunto del "day after" non condanna in toto il lavoro di William Brent Bell, sicuramente uno dei più brutti film di questo 2012, principalmente perchè a proposito dello stesso non avevo alcuna aspettativa superiore rispetto a quello che, alla fine, si è rivelato essere: un raffazzonato collage dal montaggio pessimo poggiato su uno script degno di un telefilm tedesco e tutto giocato sull'ormai rischiosissimo format del mockumentary, che dagli anni novanta in poi è riuscito a regalare al pubblico una serie di schifezze monumentali da record alternate solo di tanto in tanto da pellicole effettivamente meritevoli - come fu per l'ottimo The Troll hunter -.
Se non altro, la brevissima durata e gli innocui e completamente amatoriali tentativi di stupire e spaventare il pubblico rendono la visione certamente rapida e quasi indolore, di quelle giuste per una serata a zero neuroni o per una sbronza pesante utile a dimenticare una giornata eccessivamente pesante, in qualsiasi ambito sia.
Peccato, invece, per il fascino del Diavolo - che certamente resta uno dei cardini più interessanti dell'horror -, ultimamente a rischio di estinzione neanche fosse una specie protetta, continuamente bistrattato da registi che dovrebbero stare inequivocabilmente lontani dalla macchina da presa: resto convinto che, in questi anni zero, le espressioni più agghiaccianti di un potenziale ruolo del "Maligno" siano senza dubbio quelle di Elephant o Capturing the Friedmans, o gli scenari più agghiaccianti mostrati da documentari come Workingman's death o L'incubo di Darwin.
Peccato che, a ben vedere, tutto il peggio e l'Orrore - per dirla come Coppola - presenti da queste parti non abbiano davvero nulla di sovrannaturale, ma siano di fatto il ritratto della creatura più pericolosa al momento in giro sulla Terra.
Avete indovinato: siamo proprio noi.
MrFord
"The devil inside
the devil inside
every single one of us
the devil inside
the devil inside
the devil inside
every single one of us
the devil inside."
La trama (con parole mie): morto un Papa se ne fa un altro, recita il popolare detto. Così, giunto il fatidico momento, il Conclave si riunisce per votare il nuovo pontefice, e dopo alcuni giri di votazioni a vuoto, pare quasi che i favoriti per la carica - nessuno dei quali entusiasta di ricoprirla - decidano di indirizzare la scelta verso un personaggio di comodo, tranquillo e silenzioso, che possa occupare il vuoto come uno stato cuscinetto.
Ma proprio nel momento della benedizione alla folla, il nuovo Papa entra in una profonda crisi depressiva rifiutandosi di comparire alla famosa finestra su Piazza San Pietro, costringendo il Vaticano a rivolgersi ad uno strizzacervelli - il migliore nel suo campo -: i pesanti limiti posti sulle domande da rivolgere al Pontefice, però, inficiano il lavoro dello stesso, che si ritrova confinato con il Conclave fino a quando il Papa si deciderà a fare la sua comparsa in pubblico.
Quest'ultimo, però, non ha alcuna intenzione di rivelarsi, e fugge per le strade di Roma finendo per conoscere - lui, aspirante attore - i membri di una compagnia teatrale alle prese con Cechov.
Nonostante sia uno dei padri nostrani del radicalchicchismo, devo dire di avere sempre avuto un ottimo rapporto con Nanni Moretti.
Dai tempi dei meravigliosi Bianca e La messa è finita ho sempre considerato ottimo il lavoro del cineasta romano, passando attraverso il mitico Caro diario per giungere al recente e per il sottoscritto subito cultissimo Il caimano.
Il tutto nonostante lo scivolone a metà de La stanza del figlio, che nonostante i premi ed il successo ho sempre considerato il più ruffiano e meno interessante tra i lavori del suddetto Nanni.
La mia aspettativa, dunque, per Habemus papam era piuttosto alta, considerati i pareri letti in rete e non solo in proposito: il risultato è stato una sorta di via di mezzo in bilico tra momenti assolutamente magici - la prima dichiarazione del Papa alla moglie, anch'ella psicoanalista, dello stesso protagonista, "io sono un attore", semplicemente straordinaria - altri più leziosi - la tanto decantata sequenza della pallavolo tra gli alti prelati - ed alcuni decisamente poco incisivi - la fuga del Papa, il suo rapporto con la compagnia di teatro, per quanto valida potesse essere l'idea sulla carta -.
Il risultato è sicuramente un buon prodotto, ma decisamente al di sotto delle potenzialità che un regista di questo tipo poteva esprimere con una materia come quella fornita dalla Chiesa: in particolare, nel corso dell'intera visione, ho accarezzato con il pensiero l'idea dello stesso film girato dal Maestro assoluto del grottesco, quel Luis Bunuel cui sicuramente Moretti ha fatto riferimento in ben più di un'occasione nel corso della sua carriera cinematografica, ed il risultato, purtroppo per il Nanni nazionale, abbassa - e non di poco - la valutazione finale di quello che, senza dubbio, sarebbe potuto diventare il suo film più rivoluzionario e rappresentativo.
Per usare paragoni calcistici, si potrebbe quasi pensare che l'autore abbia preferito rifugiarsi in una melina da pareggio piuttosto che lanciarsi in un attacco che, per quanto rischioso - stiamo pur sempre parlando della più grande organizzazione pseudo criminosa della Storia dell'Umanità -, poteva significare l'ingresso in un ideale Olimpo delle produzioni italiote recenti accanto ai meravigliosi Il divo, Vincere e L'uomo che verrà.
Le idee sono presenti, in misura ampia, ed il ritratto che Moretti porta sullo schermo dell'istituzione Chiesa è chiaro ed efficace, eppure i momenti migliori della pellicola appaiono quelli in cui della stessa non vi è traccia, e lo spazio principale viene occupato dall'Uomo, dalla persona scelta per occupare una carica potentissima ed al contempo carica di aspettative schiaccianti - la sequenza del conclave, quasi fantozziana, è un colpo magico - proprio quando una sorta di emancipazione dai propri compiti e dalla vita prende la forma dei sogni mai realizzati in gioventù, di un passato che pare quasi il futuro.
Interprete d'eccezione di questa sensazione di smarrimento e ricerca è Michel Piccoli, grandissimo personaggio che ha fatto epoca nel Cinema d'autore europeo e che anche in questo caso non tradisce le attese, riuscendo a convincere anche un ruvido bottigliatore come il sottoscritto facendolo addirittura passare oltre sue prove passate assolutamente irritanti come quella fornita con il borioso Belle toujours dell'altrettanto borioso Manoel De Oliveira: il vecchio ed appena eletto pontefice, in bilico tra depressione ed ansia, nella sua fuga e nel ricordo dei tempi in cui fu respinto dall'Accademia perchè attore dal talento non abbastanza spiccato è lo specchio di un Uomo che non trova una sua dimensione nell'annosa questione religiosa, e che nell'ottima chiusura afferma la sua incapacità di porsi a simbolo ed interprete di qualcosa che, obiettivamente, per Moretti, è in dubbio quanto per il sottoscritto, ed in un certo senso riprende il discorso - pur se con minore efficacia - del già citato La messa è finita, riuscendo anche a giustificare una minore intensità nel proporsi legata all'età e ad una crescita che difficilmente possiamo fermare, di quelle che ci rendono vulnerabili anno dopo anno rispetto all'idea di confrontarci con il grande salto.
Una sorta di tacito accordo a non esagerare, perchè non si sa mai cosa potremmo trovare.
MrFord
"Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
avrei bisogno di..." Franco Battiato - "Centro di gravità permanente" -