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lunedì 16 marzo 2020

White Russian's Bulletin



In diretta dalla quarantena - anche se il lodigiano non è più l'epicentro della pandemia in Italia -, il Saloon continua a lottare contro una condizione che non gli è propria - quella della forzata condizione casalinga - sfruttando il momento per accelerare i tempi dei Sabati Sera Cinema dei Fordini ormai moltiplicati e recuperare visioni e letture neanche si fosse tornati indietro di qualche anno, quando da casalingo - per scelta - mi godevo un altro tipo di libertà.
Ad ogni modo, tra piccolo e "grande" schermo, titoli vecchi e nuovi, gli spunti, per fortuna, non mancano.


MrFord



HOTEL ARTEMIS (Drew Pearce, UK/USA, 2018, 94')

Hotel Artemis Poster


Giunto in casa Ford in una di quelle serate da divano senza pretese che nelle normali condizioni di routine lavorativa avrebbe significato una dormita galattica, Hotel Artemis è stato, principalmente, un intrattenimento derivativo senza troppe pretese che non potrà mai competere con la magia degli action anni ottanta e prima parte dei novanta ma che, quantomeno, finisce per risultare meno indigesto di alcuni dei prodotti troppo seriosi figli degli anni zero. 
Molto sfortunato al botteghino - probabilmente la produzione sperava nell'inizio di un franchise -, pronto a pescare a piene mani dall'immaginario di titoli simili dal buon successo - John Wick in primis - Hotel Artemis è giusto un diversivo buono per gli appassionati del genere e per chiunque non abbia troppe pretese, arricchito da un cast comunque interessante considerata la tipologia di prodotto e quantomeno non noioso da vedere.
Un giocattolino.




SEMPRE AMICI (Neil Burger, USA, 2017, 126')

Sempre amici Poster


Ai tempi della sua uscita, avevo adorato Quasi amici. Uno di quei film che, per quanto a loro modo un pò ruffiani, fanno sempre bene ed è sempre un gran piacere guardare.
Avevo completamente ignorato l'esistenza di questo remake made in USA fin troppo a ridosso della pellicola transalpina fino a quando, considerato il massiccio sfruttamento di Prime dell'ultimo periodo, non è capitato anche da queste parti: a prescindere dal fatto che, senza dubbio, avendo visto l'originale ed essendo da questo punto di vista "fresco" dell'esperienza, l'operazione, il cast e la gestione non mi sono apparsi neppure troppo malvagi, anzi. Sotto molti aspetti funzionano.
La pecca più grande resta quella di non aggiungere nulla rispetto ad un titolo divenuto un instant cult che, forse, necessitava di qualche anno in più prima di essere non solo considerato per un remake, ma tendenzialmente rifatto con variazioni minime.
Una visione ci può stare, ma forse varrebbe quasi più la pena nel caso in cui Quasi amici, incredibilmente, mancasse ancora alla lista delle vostre visioni.




SANGUE E LIMONATA (Joe Lansdale, USA, 2017)

Risultato immagini per sangue e limonata

Joe Lansdale è uno dei fordiani più ad honorem che esistano, un pò come i suoi due protagonisti principi, Hap e Leonard. Scoperti ormai una buona decina di anni fa e recuperati in tutta la loro serie di romanzi, i due improvvisati detectives sono ancora oggi una delle fonti di divertimento letterario più importanti per questo vecchio cowboy, anche se l'accelerazione della produzione dello scrittore texano dedicata loro - conseguenza, probabilmente, della serie televisiva - non ha certo giovato alla freschezza e alla qualità della proposta: passato, infatti, Honky Tonk Samurai, il buon Joe pare essersi messo comodo, e dopo aver sfornato nuove avventure dei due ragazzacci texani ad una velocità mai avuta prima è uscito con un "romanzo a mosaico" che racconta alcuni episodi del loro passato, dall'infanzia all'adolescenza. 
Molto piacevole per i fan di vecchia data, forse troppo "morbido" per chi dovesse approcciarsi al loro mondo ora. Spero solo che con l'ultima fatica, Elefante a sorpresa, prossimo della lista, le cose possano tornare un pò come ai vecchi tempi.




INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO (S. Spielberg, USA, 1984, 118')

Indiana Jones e il tempio maledetto Poster

Le "serate Cinema" dei Fordini proseguono con la riscoperta di uno dei più grandi miti degli anni ottanta e non solo, quell'Indiana Jones che fece la fortuna di Harrison Ford e consegnò al pubblico uno degli eroi più noti ed apprezzati anche al di fuori della cerchia degli appassionati di settima arte.
Spinti dalla curiosità per il ribattezzato "stregone pazzo", i Fordini hanno approcciato questa seconda avventura del vecchio Indy - paradossalmente a livello qualitativo inferiore alla precedente - con un entusiasmo maggiore, lo stesso che ai tempi avevo avuto io.
Del resto, Il tempio maledetto è un vero e proprio circo di inseguimenti, trappole, situazioni ben oltre la fantascienza che resero il franchise dell'archeologo più famoso del grande schermo un vero e proprio cult del genere e non solo, tra cuori estirpati a mani nude e cene a base di serpenti e cervelli di scimmia. 
Il ritmo è serratissimo, il divertimento assicurato, e il Tempo pare non pesare troppo. Almeno a giudicare dalla partecipazione dei Fordini, che non immaginano neppure lontanamente com'era l'epoca in cui il loro vecchio si entusiasmava per le gesta di Indy impegnato contro lo "stregone pazzo".




INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA (S. Spielberg, USA, 1989, 127')

Indiana Jones e l'ultima crociata Poster


L'ultima tappa - per ora Il teschio di cristallo resta in stand by - del percorso dei Fordini nel mondo di Indiana Jones è stata L'ultima crociata, probabilmente il titolo più amato e divertente della saga, grazie anche al fondamentale contributo di uno degli Sean Connery più in forma di sempre.
Nonostante il tracollo della Fordina - che aveva insistito a tutti i costi per vederlo, ma era visibilmente provata dalla giornata - la cosa più bella è stata la partecipazione del Fordino, che non solo ha dichiarato di sentirsi a suo agio immedesimandosi con la figura di Jones Senior, ma ha chiesto delucidazioni sui nazisti, il graal, l'esistenza oppure no di alcuni riferimenti.
A prescindere dalle valutazioni e dalla critica cinematografica vera e propria, queste sono le cose che rendono il passaggio di testimone un vero piacere, e lasciano il gusto unico dell'esperienza e dell'emozione trasportate a chi viene dopo di noi.
Un pò come i Jones, anche se, effettivamente, a conti fatti, io e il Fordino la viviamo un pò alla rovescia.




HUNTERS - STAGIONE 1 (Prime Video, USA, 2020)

Hunters Poster


Alle spalle Narcos, che aveva riportato un entusiasmo da piccolo schermo nel sottoscritto che quest'anno ho potuto vivere prima solo grazie a The Witcher, in casa Ford si è cercato, in questo periodo di quarantena, un titolo che potesse venire buono per i momenti "da aperitivo" in cui i Fordini si dilettano con il loro film o cartone animato. 
Hunters, produzione Prime di grande impatto dal sapore tarantiniano, ha colmato abbastanza bene il vuoto, portando in scena dramma, pulp e ironia con il giusto tocco, forse un pò prevedibile ma ben orchestrato e gestito: l'epopea del giovane Jonah, che si ritrova dall'essere outsider di quartiere a pedina fondamentale nella caccia ai nazisti ospitati segretamente dal governo USA è coinvolgente e ricca di situazioni e personaggi interessanti, a tratti commovente e a tratti furba.
Sarà interessante, considerate le evoluzioni della trama, come verrà deciso di gestire la seconda stagione, se preferendo una svolta completamente fuori dai binari della Storia o una gestione più realistica: a prescindere dalla scelta, gli ingredienti per tirare fuori qualcosa di valido ci sono in una direzione o nell'altra.




SCRUBS - STAGIONE 8 (ABC, USA, 2009)

Scrubs: Medici ai primi ferri Poster

La cavalcata di Scrubs, serie amatissima dai Fordini e compagnia per pranzi e cene degli ultimi mesi, giunge ormai quasi al termine con quella che è stata la sua vera stagione conclusiva - bellissimo il finale, assurdo pensare di prolungare con un altro anno, ma se ne parlerà quando scriverò della nove - salutando un cast che è riuscito a fare il verso e ad un tempo fare amare il cosiddetto "medical drama" da un punto di vista più leggero - ma non sempre - e confidenziale, sfornando idoli assoluti come Cox e Kelso ed una galleria di personaggi nei quali chiunque ha la possibilità di trovare un favorito, o quantomeno qualcuno in cui immedesimarsi.
L'inventiva ovviamente non è più quella delle prime stagioni, ma il crescendo che conduce al commiato porta questa ottava stagione ad essere una delle meglio riuscite della produzione, carica dello spirito che, probabilmente, aveva spinto Bill Lawrence a crearla.


lunedì 21 agosto 2017

007 - Missione Goldfinger (Guy Hamilton, UK, 1964, 110')





E' curioso come e quanto, a volte, i vecchi classici vengano in nostro aiuto quando le nuove frontiere non offrono alternative valide: non troppo tempo fa, in vista di un pomeriggio di fuoco da passare con i Fordini sul tappeto a giocare, tra animali, libri, pennarelli e le richieste di attenzione del Fordino da contrapporre alle prime volontà d'indipendenza della Fordina - che sta sviluppando un caratterino davvero niente male -, mi sono ritrovato a combattere con formati di file non compatibili con qualsiasi riproduttore avessimo in casa che non fosse uno dei computer, ripiegando, prima che il caldo potesse suscitare reazioni inconsulte, su un ripescaggio che avevo in serbo da tempo, uno dei dvd della collezione dedicata a James Bond omaggiati ai tempi della pubblicità fatta qui al Saloon alla collana uscita in allegato a non ricordo quale quotidiano.
Goldfinger, da sempre uno dei titoli più amati dell'epoca di Sean Connery nei panni dell'agente segreto più noto della Storia del Cinema, è un solidissimo film d'avventura dal ritmo invidiabile e dalle grandi trovate che ora potranno apparire naif ma che funzionano alla grande in barba ai decenni ed alla malizia che tutti noi abbiamo guadagnato con l'avvento del "futuro": non raggiunge, forse, i livelli di Licenza di uccidere, ma resta un saggio di quanto possa essere godurioso e perfetto per qualsiasi età e tempo il film d'intrattenimento ben costruito, con i suoi buoni ed i suoi cattivi - il Fordino attraversa quella fase in cui necessita di un'identificazione delle figure che vede sullo schermo -, il suo stile inimitabile - tra macchine e località turistiche da "fascia alta", dalla Svizzera a Miami - ed alcune sequenze davvero indimenticabili per i tempi come quelle dell'assalto a Ford Knox nella parte finale, l'agguato ai boss della malavita nella proprietà di Goldfinger e la lotta con il guardaspalle coreano di quest'ultimo, una vera e propria macchina da guerra su gambe.
Perfetto, ovviamente, il già citato Connery, forse meno fisico di altri Bond - come l'ultimo Craig - ma carismatico come nessun'altro, pronto a fare da centro di gravità permanente a battute mitiche che mi sono ritrovato ad approvare in pieno - "Sull'aereo ho fatto caricare da bere per tre", comunica uno dei suoi superiori all'agente, "Chi viaggia con me?" la risposta di Bond, "Nessuno, ma sapevo che avrebbe apprezzato": praticamente un sogno per il sottoscritto - ed al solito giro di belle signore che ai tempi erano una regola per ogni film di questa serie che si rispettasse.
Come se la cornice, l'atmosfera, il ritmo non bastassero, lo stesso Goldfinger finisce per rappresentare uno dei villains più interessanti dell'intera saga di Bond, dalla bellissima partita a golf giocata sui sottintesi al confronto finale a bordo dell'aereo pilotato dall'altrettanto indimenticabile Pussy Galore: e l'omicidio a Miami da "Re Mida" è una chicca che soltanto l'innocenza dei tempi poteva permettere, come l'interrogatorio subito da Bond in Svizzera: momenti magici che non solo non invecchiano un film che pare la definizione di Classico, ma che fanno rimpiangere tutto quello che, anno dopo anno, abbiamo finito per perdere.
Nel mio piccolo, spero di poter continuare fino a quando mi sarà possibile e me lo permetteranno, a condividere visioni come questa - anche se distratte, ovviamente, da parte loro - con i Fordini, e che possano germogliare sbocciando in una futura passione per questo straordinario mezzo che è il Cinema.




MrFord




 

sabato 12 dicembre 2015

The Rock

Regia: Michael Bay
Origine: USA
Anno: 1996
Durata: 136'






La trama (con parole mie): quando il Generale Hummel, leggenda dell'esercito in rotta con il Governo a causa dei mancati risarcimenti alle famiglie dei soldati caduti nel corso delle missioni segrete organizzate dai Corpi Speciali, occupa con un commando la prigione di Alcatraz tenendo prigionieri i turisti presenti minacciando di bombardare San Francisco con missili caricati con armi chimiche, vengono chiamati sul posto due veri e propri specialisti che non potrebbero essere più diversi tra loro.
Il primo è Stanley Goodspeed, un biochimico dell'FBI privo di esperienza sul campo ma senza rivali quando si tratta di analisi di materiali utilizzati per attacchi di questo genere, in attesa di sposarsi e con un bimbo in arrivo.
Il secondo un ex detenuto dal passato misterioso, unico - non documentato - ad essere riuscito ad evadere, sopravvivendo, da Alcatraz, che la direzione dell'FBI vede come fumo negli occhi e che ha una figlia che praticamente non conosce proprio a San Francisco, John Patrick Mason.
I due dovranno unire le forze, appianare le divergenze ed affrontare da soli la minaccia.








Preparatevi, perchè sto per spararla grossa: nonostante la mia onoratissima carriera di fan e sostenitore dell'action tamarra senza ritegno, non avevo mai visto The Rock, uno dei capisaldi del genere del periodo paradossalmente più oscuro per lo stesso, gli anni novanta.
Spinto dalla curiosità, dalla voglia di qualcosa che prevedesse esplosioni e battute tipiche da macho e dal recupero dei titoli che ancora mancano all'appello con protagonisti Nicholas Cage e il suo mitico parrucchino, ho deciso di fare un tuffo nei nineties ed affrontare quello che è stato per la generazione di mio fratello l'equivalente di quelli che erano per la mia i vari Die Hard: onestamente, nonostante una confezione ottima, uno Sean Connery in grandissimo spolvero, il classico plot da action senza ritegno, però, devo ammettere di essere rimasto parzialmente deluso dalla visione, che non è riuscita a coinvolgermi quanto avrei voluto, finendo per risultare a tratti addirittura noiosa, molto datata e priva dell'ironia guascona - per quanto ci si diverta - che era prerogativa delle proposte dello stesso genere del decennio precedente.
Non sia mai che critichi selvaggiamente giocattoloni come questo, soprattutto dopo la rivalutazione - quantomeno parziale - operata rispetto a Michael Bay dopo Pain&Gain, ma la visione di The Rock è stato uno dei rari casi in cui mi è parso quasi di poter capire chi di norma e per partito preso osteggia le proposte di questo genere, e di aver intravisto almeno in parte quelli che sono i problemi dei tentativi attuali di ricreare le magiche atmosfere anni ottanta, dalla durata eccessiva ad una quasi spocchia di fondo che pare mostrare ambizioni che prodotti di questo genere dovrebbero sbeffeggiare, invece che coltivare.
Appurato questo, ovviamente, mi sono profondamente goduto i siparietti forniti dalla coppia Cage/Connery, che se in termini di pura tecnica attoriale, messi a confronto, paiono come la merda e la Nutella, in quest'ambito funzionano davvero bene, nonostante i livelli di John McLaine o dei duetti Gibson/Glover in Arma letale siano decisamente su un altro livello: interessante il cast, dalla controversa figura del Generale Hummel di Ed Harris ai comprimari, cui prestano volto molti caratteristi che gli appassionati conoscono bene, da William Forsythe a Steve Morse, passando per Michael Biehn, ottimo il comparto tecnico - anche se le sequenze all'interno di Alcatraz secondo me non valorizzano al massimo la struttura ed il suo fascino - e perfettamente tamarro il crescendo con tanto di finale in cui i cattivi vengono sistemati ed i buoni o quasi buoni riescono a trovare il gentlemen agreement che accontenta tutti e porta a casa il risultato.
Probabilmente, se non fossi stato un vero e proprio veterano del genere avrei finito per esaltarmi molto di più, ma tant'è: The Rock è ormai agli archivi del Saloon, come l'ennesima missione portata a termine, e seppur non esaltante quanto avrei voluto, o sperato, è riuscita a garantire l'intrattenimento che le proposte di questo tipo dovrebbero sempre regalare allo spettatore.
Essendo figlia del decennio più disastrato dell'action, Michael Bay è forse riuscito a fare anche più di quanto fosse possibile: e già questo è un successo, un pò come il riferimento da applausi sul finale a Rocket Man di Elton John, che porta un brano classico e da atmosfere decisamente differenti - lo ricordo, di recente, per il fantastico finale di Californication - ad una dimensione trash che riesce comunque a calzare a pennello.
Certo, non sarà come cenare in un ristorante stellato, ma ogni tanto tutti noi abbiamo un gran bisogno di MacDonald's.




MrFord





"Mars ain't the kind of place to raise your kids
in fact it's cold as hell
and there's no one there to raise them if you did
and all this science I don't understand
it's just my job five days a week
a rocket man, a rocket man."

Elton John - "Rocket man" - 






venerdì 24 luglio 2015

Indiana Jones e l'ultima crociata

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 127'





La trama (con parole mie): mentre in Europa il dominio nazista prepara il terreno per quella che sarà la Seconda Guerra Mondiale, Indiana Jones riceve l'incarico di recuperare uno degli artefatti più leggendari della Storia, il Santo Graal, in quanto secondo esperto mondiale in materia.
Il primo, infatti, assoldato poco tempo prima di lui, pare sia misteriosamente scomparso proprio nel corso della stessa ricerca: come se le cose non fossero già abbastanza complicate, l'identità del predecessore del vecchio Indy è ben nota all'archeologo ed avventuriero.
Si tratta, infatti, di suo padre Henry, con il quale il dottor Jones ha un rapporto conflittuale fin dai tempi della giovinezza: ritrovato il genitore a Venezia e scoperto un indizio fondamentale per la ricerca, Indiana dovrà affrontare la minaccia nazista decisamente da vicino, e si troverà costretto a coesistere con Jones senior a partire dalle pagine dei libri fino alle rocambolesche fughe.
Riusciranno i due a sopravvivere l'uno all'altro in modo da completare la ricerca? 








Nel corso dell'infanzia, ai tempi in cui insieme a mio fratello consumavamo vhs una dietro l'altra, ricordo bene quello che identificai come uno dei miei primi "nonni" cinematografici, che avevo visto di sfuggita nella sua veste di James Bond ma, di fatto, avevo imparato ad amare con Gli intoccabili e Highlander: Sean Connery.
E ricordo anche la gioia di scoprire che avrebbe affiancato Harrison Ford nel terzo ed attesissimo - ai tempi - capitolo delle avventure di Indiana Jones, pronto ad aprire una parentesi sul passato dell'archeologo ed avventuriero e mostrare il complicato rapporto dello stesso con il padre, studioso sagace e pronto di spirito almeno quanto lui.
Dalla strepitosa sequenza d'apertura con un River Phoenix in grandissimo spolvero ai battibecchi tra i due protagonisti scopertisi addirittura rivali per la stessa donna - spassoso il momento "dell'addio" nel castello da parte della seducente nazista Elsa -, Indiana Jones e l'ultima crociata rappresentò - e rappresenta - uno dei migliori ritratti padre/figlio del Cinema d'intrattenimento, in grado di regalare parentesi cult che ho adorato dalla prima visione - l'emissario di Hitler lanciato dal dirigibile, con quel "Senza biglietto!" che ogni volta mi fa ridere come la prima - ed un ritmo elevatissimo, che conduce lo spettatore accanto ai due Jones a scoprire un'altra reliquia leggendaria dopo l'Arca dell'alleanza del primo film, il Santo Graal.
Il calice dal quale bevve Cristo nel corso dell'Ultima cena, che pare possa garantire l'immortalità a chiunque ne beva è lo spunto perfetto per unire leggenda, azione, confronto e lotta con gli emissari di Hitler - niente male anche il faccia a faccia con il dittatore pronto a regalare il suo autografo al Jones junior - che già si erano fatti sentire nel corso de I predatori dell'Arca perduta: dunque, passando da locations note - Venezia - al cuore dell'Europa per giungere nel pieno del deserto mediorientale, non mancano inseguimenti, lotte all'ultimo respiro, intrighi, battute ed una serie di prove per raggiungere il Graal che ricordano i grandi videogames d'avventura dei tempi - tra l'altro, la Lucas Arts in quel periodo sviluppò una serie di titoli legati proprio a Indiana Jones che fecero da traino ai successivi Il giorno del tentacolo, Sam e Max, The Dig, vere e proprie leggende del gaming -.
Un cocktail vincente che ha reso questo film uno tra i più godibili del decennio, ed un esempio per il Cinema di genere che ai giorni nostri raramente riesce ad essere così efficace, divertente e mai sguaiato: il legame, poi, tra i due Jones è uno di quelli cui guardo con maggiore interesse anche rispetto a quando queste tappe obbligate da spettatore toccheranno al Fordino, che potrà godere non solo di titoli che nel corso degli anni non hanno perso un grammo del loro fascino e che hanno cresciuto il suo vecchio, ma anche di charachters che i film d'avventura attuali difficilmente riescono a regalare al proprio pubblico se non attraverso remake o reboot spesso e volentieri di dubbio gusto.
In un periodo in cui paiono essere tornati di moda gli anni ottanta, recuperi come questo sono una vera e propria manna dal cielo: e poco importa cosa si cercherà, con chi si dovrà lottare, quale leggendario artefatto andrà recuperato.
L'importante sarà gettarsi a capofitto nel cuore dell'avventura accanto al Dottor Jones.
Anzi, ai Dottor Jones.



MrFord



"I was once like you are now, and I know that it's not easy,
to be calm when you've found something going on.
But take your time, think a lot,
why, think of everything you've got.
For you will still be here tomorrow, but your dreams may not."
Cat Stevens -  "Father and son" - 




venerdì 12 giugno 2015

Agente 007 - Licenza di uccidere

Regia: Terence Young
Origine: UK
Anno: 1962
Durata: 110'




La trama (con parole mie): James Bond, agente segreto britannico tra i pochi ad avere la "licenza di uccidere", è incaricato di indagare sulla misteriosa morte di un collega, avvenuta in circostanze poco chiare. Giunto in Jamaica, Bond si troverà coinvolto in una serie di intrighi legati ai servizi segreti statunitensi, ad una bellissima avventuriera ed alle dicerie a proposito di draghi sputafuoco e del Dr. No, criminale deciso a sfruttare risorse e scienza per colpire al cuore il mondo.
Toccherà a Bond, accanto alla nuova compagna di viaggio Honey Ryder, fare fronte ai piani di No e tentare di sgominare la sua organizzazione e base segreta dall'interno: ma non sarà facile, ed il percorso che condurrà al successo non risparmierà sofferenza, rischi e morte.








Esistono personaggi in grado di cambiare la vita dei loro autori, del pubblico e di generazioni intere di fan: giunti nel momento e nel posto giusto, dotati del carisma che necessitano i charachters memorabili, di tratti fisici distintivi, di una morale più o meno solida, i protagonisti di grosso calibro finiscono per diventare così grandi da fagocitare le opere che ne raccontano le gesta.
Uno di questi è senza dubbio James Bond, nato dalla penna di Ian Fleming, icona della Letteratura e del Cinema, ma anche della cultura popolare, passando attraverso l'approccio, lo stile, le scelte in termini di alcool ed armi, il magnetismo esercitato sulle donne: tra gli attori che hanno prestato, nel corso dei decenni, volto e fisicità all'agente segreto più famoso del grande schermo, Sean Connery rappresenta, forse, l'apice in termini di equilibrio perfetto tra classe e presenza scenica, che proprio con il suo esordio nei panni del nostro 007 ha finito per settare uno standard assolutamente unico.
Personalmente, per quanto possa suonare strano, non avevo ancora affrontato la visione di questo Licenza di uccidere - decisamente meno affascinante dell'originale Dr. No nell'adattamento -, o quantomeno non nella mia vita da appassionato di Cinema - probabilmente, nel corso dell'infanzia, mi sarà capitato di incrociare il cammino del lavoro di Terence Young con mio nonno, ma onestamente non ne ho memoria -, e l'averlo recuperato mi ha fatto sentire decisamente più completo come appassionato di Bond e di settima arte.
Licenza di uccidere, infatti, è un film d'avventura splendido da vedere anche a più di cinquant'anni dall'uscita - forse apparirà un pò vintage, ma per nulla posticcio o forzato, al massimo leggermente naif nell'evoluzione -, che trasuda stile e manifesta la grande compostezza inglese, che anche nei passaggi più movimentati e fracassoni, riesce a mantenere lo stesso contegno del suo protagonista, pronto a passare da eleganti completi, drinks e notti a letto con la donna di turno ad un'ambientazione decisamente esotica, da fumetto dell'epoca, e che presenta uno spirito più simile a quello dei successivi Indiana Jones che non ad un prodotto legato allo spionaggio.
Sequenze leggendarie, inoltre, come la notissima uscita dall'acqua di Ursula Andress in bikini o il confronto con il Dr. No nel pieno della degenerazione radioattiva del rifugio di quest'ultimo contribuiscono a rendere Licenza di uccidere una visione di quelle in grado di conquistare a prescindere dal periodo storico e dalla cultura personale dello spettatore, catturando dal primo all'ultimo minuto anche grazie a cambi di passo che portano dal thriller al film d'atmosfera, dall'avventura - come scrivevo poco sopra - all'azione pura - splendido nella sua ingenuità il momento dedicato allo scontro con il "drago" - .
Senza dubbio, per approccio e tamarraggine, un tipo come il sottoscritto resterà sempre più legato a titoli della serie di Bond come il recente Casinò Royale, eppure non posso che rimanere ammirato dalla classe cristallina di questo Classico senza tempo, divertente ma non troppo leggero, semplice e veloce ma non improvvisato.
Avercene, di protagonisti - e di film - come questo.



MrFord



"Now, there's a woman on my block 
she just sit there facing the hill
she say who gonna take away his license to kill?"

Bob Dylan - "License to kill" - 







domenica 12 ottobre 2014

Il nome della rosa

Regia: Jean Jacques Annaud
Origine: Italia, Germania, Francia
Anno:
1986
Durata:
130'





La trama (con parole mie): siamo nel 1327 quando Guglielmo da Baskerville, un monaco dall'enorme cultura e dalla grande curiosità non sempre in linea con le idee della Chiesa, giunge con il suo allievo Adso in un grande monastero italiano in procinto di ospitare un importante incontro che vedrà coinvolti non solo i più in vista tra gli ordini di frati, ma anche i messi vaticani.
Quando una serie di misteriose morti sconvolgerà gli occupanti della struttura e metterà in allarme addirittura l'Inquisizione, Guglielmo dovrà dare fondo a tutte le sue capacità investigative per portare alla luce una complessa macchinazione volta a far rimanere bui i cosiddetti secoli ordita da chi non ha alcun interesse nella divulgazione della cultura.
Riuscirà il decisamente razionale monaco a mettere in scacco i responsabili e portare in salvo i tesori culturali che il monastero nasconde? E quanto quest'esperienza segnerà il giovane Adso?







I miei ricordi de Il nome della rosa sono legati ad una delle letture più forzate e noiose del periodo del liceo, quando, del resto, ogni romanzo imposto dalle scadenze scolastiche finiva per risultare più un supplizio che non un piacere: paradossalmente, quando vidi per la prima volta il film di Annaud - nonchè, forse, il suo lavoro migliore -, rimasi colpito dall'atmosfera che il regista francese, pur limando soprattutto gli aspetti filosofici ed intellettuali dell'opera letteraria, era riuscito a trasportare sullo schermo in una grande produzione che, nonostante i volti noti, riusciva a mantenere intatta l'aura del Cinema d'essai, trovando un insolito equilibrio tra approccio "alto" ed una serie di nomi di richiamo - Sean Connery, sempre grande, e Murray Abraham, su tutti - clamorosamente in parte dal primo all'ultimo.
Incrociando per l'ennesima volta il cammino con questo evergreen del grande e dunque piccolo schermo - potrei aver superato tranquillamente la decina di visioni - quasi per caso non solo ho avuto la piacevole sensazione della rimpatriata con un vecchio amico, ma mi sono ritrovato a tessere le lodi di passaggi che a distanza di quasi trent'anni ancora funzionano alla grande - la ricostruzione degli omicidi da parte di Guglielmo -, interpretazioni memorabili - Ron Perlman, splendido nel ruolo del poliglotta e storpio Salvatore - e piccole chicche che avevo scandalosamente rimosso ed ho ritrovato con enorme piacere, un pò come quando riascoltando un brano conosciuto a memoria finiamo per scovarne significati e sfumature nuove.
In particolare, i due passaggi in questione sono legati a quello che è, del resto, anche uno dei cardini dell'intero lavoro, sia che si tratti di pagina scritta - e di Umberto Eco - che di pellicola - e dunque del già citato Annaud -: il rapporto tra Fede e Ragione, tra umanità ed un'apparente divinità.
Il primo riguarda il confronto tra Guglielmo e Ubertino, con il secondo che, a seguito dell'insistenza del monaco investigatore a proposito dell'esistenza di un mitico libro di Aristotele legato alla Commedia afferma: "Perchè tanto interesse nel riso? Il riso scaccia la paura, e la Fede ha bisogno di paura".
Senza dubbio, rispetto ad un anticlericale nonchè profondamente lontano dalla religione come il sottoscritto, una sequenza di questo genere sfonda una porta aperta e finisce per rappresentare una critica a quanto la Chiesa ha rappresentato di male nei secoli da applausi, eppure sono convinto che anche chi, al contrario, nella Fede trova conforto o rifugio, riesca a capire quello che questa sorta di giallo medievale dai profondi risvolti filosofici e culturali intendeva - ed intende - portare alla luce.
Il secondo è legato alla conclusione, ed alla riflessione che Adso, in età matura - e da narratore esterno -, concederà a quella donna senza nome che ha finito per diventare il grande amore - pur se perduto - della sua vita: il nome della rosa, per l'appunto.
Pensando al personaggio del giovane novizio al seguito di Guglielmo tornano a galla le sensazioni dell'approccio a queste questioni di De Andrè, al suo Cristo dedito all'amore e più vicino ai peccatori, che non al Padre: l'amore per Dio - qualsiasi concetto questa parola incarni -, in effetti, può essere espresso attraverso quello per qualsiasi cosa, anche lontana anni luce da quello che, sulla carta o secondo la Chiesa di turno, è considerato avulso dallo stesso concetto.
Abbiamo bisogno di ridere, e ancor di più d'amore.
A prescindere dal fatto che questo sia legato al sesso, al sapere, al desiderio di esplorare il mondo e conoscerne il più possibile, nel pieno della luce o tra le ombre: e chi se ne priva, inevitabilmente, non soltanto finisce per detestare lo stesso amore, ma anche per lottare con ogni mezzo possibile affinchè anche il resto del mondo possa esserne privato.
Personalmente, citando Milton, "preferisco regnare all'Inferno che servire in Paradiso", se questo significa poter godere appieno di quell'amore.
Poter sentire il profumo di quella rosa. E conoscere il suo nome.




MrFord




"Loneliness will haunt you
will you sacrifice?
Do you take the oath
will you live your life
under the rose."
Kiss - "Under the rose" - 




martedì 28 maggio 2013

Scoprendo Forrester

Regia: Gus Van Sant
Origine: USA
Anno: 2000
Durata: 136'




La trama (con parole mie): Jamal Wallace, un sedicenne afroamericano cresciuto nel Bronx, ha due grandi talenti: il basket e la scrittura. Nella sua scuola e nel quartiere, però, nessuno è al corrente al di fuori della famiglia della passione segreta del ragazzo per autori e poeti fino a quando un test non lo porta all'attenzione degli scout di un prestigioso istituto privato che offre a Jamal una borsa di studio per completare il liceo in un ambiente esclusivo ed altolocato.
Intanto il giovane aspirante scrittore conosce William Forrester, autore leggendario con all'attivo un solo romanzo diventato un cult assoluto quasi cinquant'anni prima che vive da recluso a poca distanza da lui: tra i due nascerà un'amicizia che porterà il primo a farsi le ossa e a porre le basi per il suo futuro sulla pagina e nella vita e al secondo una nuova occasione di mettersi in gioco.
Perchè non è mai troppo tardi per ricominciare, e non è mai troppo presto per buttarsi.





Gus Van Sant è tra i pochi registi figli del panorama statunitense a mostrare una doppia anima, all'interno della quale riescono a coesistere pacificamente autorialità sfrenata e necessità di dialogare con un pubblico d'ampio respiro: un esempio perfetto è la sua filmografia, all'interno della quale brillano perle come Elephant, Restless o Drugstore Cowboy ed emozionano lavori sinceri e pane e salame come Will Hunting, il recente Promised Land o questo Scoprendo Forrester, fino a poco tempo fa tra i pochi a mancare ancora all'appello della visione fordiana.
Proprio con Will Hunting - di tre anni precedente - questo film pare avere un legame profondo, inserendosi alla perfezione nello stesso discorso di formazione e rapporto tra i protagonisti simile a quello che intercorre tra un padre ed un figlio: costruito sulle ottime interpretazioni del sempre mitico Sean Connery e dell'allora esordiente Rob Brown e su uno script che ricorda i crescendo emotivi di titoli più che noti come L'attimo fuggente o Scent of a woman, Scoprendo Forrester gioca le sue carte migliori sull'attesa e il non detto, mostrando la costruzione di un legame e la spinta a confrontarsi con il mondo esterno senza mai alzare la voce - si potrebbe addirittura definire un approccio eastwoodiano, quello del regista di Portland in questo caso - e da due angolazioni differenti, quella del giovane e talentuoso allievo per la prima volta faccia a faccia con un mondo che non sia il suo quartiere - e all'interno del quale non debba celare la sua attitudine per la scrittura dietro quella per il basket - e del vecchio maestro ormai lontano dal mondo stesso e dalle sue dinamiche giudicate inutili e sciocche, poco meritevoli di un qualsiasi sforzo della sua penna e, soprattutto, di un cuore che nasconde già troppe cicatrici.
Le scelte di Van Sant, solo apparentemente conformi a quello che è un genere ormai consolidato e senza dubbio figlio del gusto da grande pubblico, conducono in realtà ad un risultato più vicino a quello delle pellicole indie, dosando alla perfezione la componente retorica - la rivalità con il professore frustrato interpretato da Murray Abraham, le competizioni sul parquet dei campi di pallacanestro e quella legata alla scrittura ed al concorso scolastico - e portando colpi decisamente ben riusciti - e per nulla consolatori - come il rapporto sentimentale non esploso tra Jamal e Claire, il ruolo positivo del fratello del ragazzo Terrell - interpretato dal rapper Busta Rhymes - e l'ottimo finale, reso famoso ai tempi dell'uscita dalla ormai mitica versione di Over the rainbow cantata da Israel Kamakawiwo'ole, che rese la colonna sonora del film un disco da classifica.
Una di quelle pellicole da godersi a fondo e con lo stomaco, proprio come il vecchio Forrester consiglia di fare a Jamal rispetto alla scrittura: "La prima stesura è di getto, con il cuore, la seconda con la testa", afferma infatti il burbero romanziere, che regala perle come la sua opinione a proposito dei reading - "Servono solo per trovare da scopare" - e pone lo spettatore di fronte alla questione legata all'importanza di un'opera artistica e del suo ruolo.
Dove, infatti, l'autore oltrepassa il confine che distingue la necessità di creare qualcosa per se stessi dal bisogno di comunicare con gli altri? Ed esiste davvero, questo confine?
Personalmente - e da supposto scribacchino -, penso che le due cose non esistano singolarmente: di solito, quando uno scrittore afferma di buttare energie e sentimenti sulla carta solo ed esclusivamente per se stesso è troppo scarso, vigliacco o falsamente modesto per affermare che, al contrario, l'arte in genere nasce come un linguaggio, e da buoni - o cattivi - animali sociali quali siamo il bisogno quasi fisico di esternare anche le più basilari e selvagge emozioni raggiungendo quante più persone possibili è paragonabile ad un istinto innato.
In questo senso trova una dimensione l'educazione che i due protagonisti regalano l'uno all'altro, in modo che il mondo non sia più un luogo soltanto da combattere - come per Jamal - o da cui scappare - come per William -: e se un insegnante frustrato può essere "utile come estremamente dannoso" per i suoi studenti, pellicole come questa mostrano il lato migliore e più importante dell'insegnamento stesso, di fatto un'eredità che ogni professore, maestro, mentore o genitore lascia a chi viene dopo di lui, e che dovrebbe sempre girare attorno alla questione secondo la quale l'allievo ha il diritto ed il dovere di superare il maestro. Sempre.
Peccato che di norma, a scuola e fuori, esempi di questo genere siano rari, e che l'ego - o la rivalsa - prendano troppo spesso il sopravvento sul vero valore dell'insegnamento: quello dato dalle possibilità passate come un testimone alle generazioni oltre la nostra.
Il testimone che è il romanzo di William, quello giunto cinquant'anni dopo il titolo che lo rese leggenda.
Il romanzo nato nel momento in cui Jamal, per scommessa con gli amici del campetto, decide di entrare di soppiatto in casa dell'anziano autore.
Il romanzo che solo il ragazzo potrà portare a termine.
Quello della vita, che passa da una penna, e da una mano all'altra.
E non ha bisogno di fermarsi dalle parti di chi è troppo scarso, vigliacco o falsamente modesto.
Perchè è meglio "sbagliare", che sbagliare.


MrFord


"Somewhere over the rainbow
way up high
and the dreams that you dream of
once in a lullaby
Somewhere over the rainbow
bluebirds fly
and the dreams that you dream of
dreams really do come true."
Israel Kamakawiwo'ole - "Over the rainbow" -


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