Visualizzazione post con etichetta Seconda Guerra Mondiale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Seconda Guerra Mondiale. Mostra tutti i post

mercoledì 28 febbraio 2018

Mudbound (Dee Rees, USA, 2017, 134')




Un altro dei grandi temi legati al periodo degli Oscar è senza dubbio quello dei film "etici", titoli pronti a puntare molto sulle sensazioni provocate negli spettatori e sulla sensibilizzazione a temi molto importanti, che nel corso dei decenni ha fruttato - più o meno meritatamente - statuette in quasi tutte le categorie principali.
Curioso quanto nell'anno in cui a farla da padrone per quanto riguarda ruffianeria, retorica e strizzate d'occhio ai sentimenti sia un film d'autore - il sopravvalutatissimo The shape of water di Del Toro - un film passato in sordina ed accolto senza troppi entusiasmi come Mudbound sia riuscito, al contrario, a colpirmi positivamente e con tutta la forza dei titoli che non potranno certo ambire allo status dei grandi cult che faranno la Storia della settima arte ma che riescono in modo molto semplice a farsi voler bene.
Mudbound pare il ritratto di questo tipo di pellicola: prodotto con onestà da Netflix, ambientato nei decisamente poco ospitali e difficili Stati del Sud nel periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, il lavoro di Dee Rees è dritto come un pugno in pieno viso, pronto a toccare corde sensibili di ogni persona civile ma non per questo smielato o troppo carico, e attraverso la storia di due famiglie mostra le diversità razziali, le difficoltà di fronte alla Natura e al Destino, i desideri, i sogni, la sofferenza e tutto quello che si può immaginare di trovare in vite che paiono vere e vive nel racconto.
Partito come un curioso incrocio di voci off con i personaggi principali pronti a dare la propria versione della storia - o a raccontare la parte di cui si sentivano protagonisti - e pronto a diventare palcoscenico per il duetto di characthers di ritorno dalla guerra in Europa - con tutti gli strascichi che ne conseguono - forse potrà a tratti spiazzare, o non convincere appieno in alcuni passaggi, ma rimane una storia cruda e di grande forza emotiva, ottima nel raccontare l'evoluzione di un'amicizia che nasce dalla diversità, trova terreno fertile nel tentativo di superare un orrore e lotta strenuamente per sopravvivere ad un altro: il legame tra Jamie e Ronsel, il primo bianco e tornato dal fronte con una medaglia ed i ricordi della guerra dal cielo, i gradi e le domande a proposito del perchè soltanto lui si fosse salvato del suo equipaggio, il secondo nero, carrista, che ha visto i compagni perdere la vita allo stesso modo davanti ai suoi occhi ed avanti è andato, aprendo la strada al resto dell'esercito e lasciandosi dietro un figlio avuto da una ragazza tedesca, è quello dei sopravvissuti, di chi si chiede per quale motivo il Destino abbia riservato la salvezza a loro e non a chi, invece, non ce l'ha fatta, e di chi, guardato l'abisso, pensa non valga più la pena di rovinarsi la vita quando non se ne avrebbe motivo, e se non per scelta, non riesce più ad abbassare la testa.
Ed è sconvolgente e triste e fa incazzare, a prescindere dal fatto che al sottoscritto non freghi nulla di guerre ed eserciti, osservare come due ragazzi, per dirla come Ronsel, "accolti in Europa come salvatori", assumano i connotati di emarginati nel loro Paese, costretti a dimenticare la sofferenza con l'alcool e fare i conti con ignoranza, razzismo, vite buttate.
In questo, per quanto mi riguarda, sta il bello di film come Mudbound.
Film che non sono ricattatori nel risvegliare le emozioni.
Che non cercano storie d'amore dalla lacrima facile, e hanno comunque il coraggio di finire a testa alta, in barba alla sofferenza, con l'amore.
Perchè un lieto fine è possibile anche senza comprarselo.
Ed è decisamente più bello e goduto se ce lo si è sudato lottando.



MrFord



 

martedì 6 febbraio 2018

L'ora più buia (Joe Wright, USA/UK, 2017, 125')




La Storia, come qualsiasi materia di studio, ha il potere di risultare agli occhi di chi ne affronta i libri come qualcosa di estremamente noioso o clamorosamente avvincente: merito, senza dubbio, di come viene raccontata - ho avuto insegnanti che sviolinavano una data dietro l'altra senza chiedersi o farci chiedere un solo perchè, ma anche quello che ritengo il migliore tra quelli che ho incontrato nel mio percorso scolastico, che sceglieva un argomento per ogni lezione e attorno allo stesso costruiva veri e propri "voli" che spaziavano dall'attualità al resoconto dei fatti - e dei personaggi che l'hanno resa tale. Winston Churchill è senza dubbio uno di questi.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in particolare nel periodo che precedette l'ingresso nel conflitto degli States, il Primo Ministro inglese fu uno degli assoluti protagonisti della lotta a Hitler e al Terzo Reich, che osteggiò fin dai tempi della sua ascesa nel corso degli anni trenta, e con determinazione e palle non da poco, pur prendendosi responsabilità decisamente grosse in quanto a "sacrifici necessari" nel corso del conflitto, fu uno dei principali responsabili della resistenza che l'Europa oppose all'ascesa del nazismo.
Bevitore incallito, figlio dell'aristocrazia dell'impero britannico ottocentesco, legato a fallimenti politici, Churchill contro ogni pronostico divenne il simbolo di un Inghilterra pronta a non abbassare la testa e a battersi fino alla fine: L'ora più buia, girato da Joe Wright - che, lo ammetto, ho sempre trovato efficace e davvero notevole in termini tecnici - e sorretto da un'interpretazione da manuale di Gary Oldman - che farà la parte dell'avversario di tutti i sostenitori del "nuovo" ai prossimi Oscar rispetto a Timothée Chalamet - è un film di quelli che ci si aspetta nel periodo dell'anno che precede la consegna delle ambite statuette, formalmente ineccepibile e pronto a solleticare le corde emozionali giuste per rimanere nel cuore dell'audience.
Una cosa che, di norma, finisce per irritare la critica radical chic così come i vecchi tamarri della mia risma, quasi fosse una furbata degli autori per avere la botte piena e la moglie ubriaca, con tutti i rischi del caso: Wright, dal canto suo, deve conoscere bene la materia umana, perchè il suo lavoro risulta, a conti fatti, sentito e coinvolgente, pronto a concentrare l'attenzione su un protagonista difficilmente dimenticabile fino al momento più alto della pellicola, la sequenza in cui Churchill decide di prendere la metropolitana per dirigersi al Parlamento confrontandosi, di fatto, con la gente della strada.
Non sono mai stato, dal canto mio, un fervente sostenitore delle guerre o del patriottismo, ai tempi scelsi di fare il Servizio Civile non tanto per la questione delle armi e della non violenza, quanto perchè poco incline al militarismo, agli ordini gridati dei Sergenti Hartman del mondo, all'assurdità del concetto di Guerra su scala mondiale: eppure, dentro di me, vive un'anima da ribelle, da persona pronta a battersi fino alla fine nel momento in cui ritiene che qualcosa sia stato violato.
L'ora più buia, il Winston Churchill che affronta i suoi avversari e connazionali, o scambia telefonate al limite del grottesco con il Presidente degli USA ancora lontani dal conflitto, il pensiero di una minaccia come quella che fu Hitler per l'Europa ed il mondo di allora, hanno stimolato quell'anima.
Non sono mai stato il tipo da fascino della divisa, e ancora - e soprattutto - oggi i proclami nazionalistici finiscono spesso e volentieri per farmi sorridere tristemente, ma sono un forte sostenitore dell'umanità, della vita e della libertà: tre cose che ho l'impressione Churchill avesse molto a cuore in quei giorni, al contrario di Hitler.
E se Churchill fosse salito in metropolitana accanto a me per chiedere come mi sarei comportato, avrei risposto allo stesso modo dei cittadini inglesi.
E avrei combattuto fino alla fine. Sacrifici compresi.



MrFord



lunedì 25 settembre 2017

Dunkirk (Christopher Nolan, UK/Olanda/Francia/USA, 2017, 106')





Non è stato facile approcciare Dunkirk, ultima fatica di Christopher Nolan, illusionista del Cinema, uno dei volti più interessanti della generazione successiva a quella di Tarantino, uno dei registi più celebrati degli ultimi vent'anni.
Personalmente, ricordo benissimo la prima visione di Memento, il recupero dei suoi lavori precedenti e poi l'escalation che portò al successo planetario, passando dal mio personale favorito The prestige fino alla trilogia dei Batman, o allo splendido Inception: il buon Chris è ormai considerato una garanzia, uno di quelli che il pubblico - non importa se di nicchia o mainstream - attende al varco, pronto a criticare per tutto ed il contrario di tutto, punti di vista permettendo.
Non è stato facile, approcciare Dunkirk, perchè nel frattempo, dalla sua uscita, avevo sentito e letto qualsiasi cosa immaginabile: da chi lo ha considerato un Capolavoro a chi l'ha detestato per la sua freddezza, con tutte le sfumature del caso nel mezzo.
Nel corso della visione, personalmente mi sono stupito della scelta operata dal regista, lontana dai suoi canoni e dai generi cui è più avvezzo, ho finito per sorridere all'idea di tutti i presunti radical che hanno deciso di esaltarlo senza considerare che si tratti di una versione british di Salvate il soldato Ryan, tecnica sopraffina e furberie comprese, mi sono emozionato all'idea di tutti quei pescatori e non solo inglesi a bordo delle loro imbarcazioni pronti a fare rotta verso la Francia per salvare quelli che avrebbero potuto essere loro figli, ho ricordato che mio nonno materno, lo stesso che mi trasmise la passione per i Western e che ancora oggi ricordo per tutto il Tempo che mi dedicò sopravvisse ad un naufragio nel corso della Seconda Guerra Mondiale, prima di combattere parte della Campagna d'Africa ed avere la fortuna, per certi versi, di passare più di due anni prigioniero degli inglesi, scampando in quel modo probabilmente alla morte.
Dunkirk, senza dubbio, è grande Cinema, di quello che soltanto i registi di talento possono permettersi di portare sullo schermo.
Ma attenzione: non parliamo, comunque, di un grande film.
E non parlo di uno di quelli destinati a fare la Storia della settima arte, ma anche solo a pensare di poter insidiare quelli che, ad oggi, sono i miei personali favoriti dell'anno.
Occorre dare a Dunkirk quello che è di Dunkirk, e a Nolan quello che è di Nolan.
Personalmente, adoro i registi che percorrono più strade, senza fossilizzarsi su un genere o quantomeno cercando di adattare il loro carattere, la voglia di raccontare, a vicende differenti e lontane tra loro: Nolan ha scommesso forte su questo film, e senza dubbio, anche fosse solo dal punto di vista tecnico, ha vinto la sua partita a mani basse.
Tensione, occhio, tempi di narrazione, tutto funziona: manca forse il cuore, o la scintilla che permette ad un film di diventare "il" film, ma non per questo bisogna avere paura di riconoscere la portata di un lavoro senza dubbio impressionante, nonostante lo stesso finisca per essere destinato a quel novero di pellicole che, seppur splendide quantomeno per l'occhio, finiremo per non rivedere così facilmente.
Dunkirk non è La sottile linea rossa, o Apocalypse Now, o Full Metal Jacket, ma in tutta onestà, credo non voglia neppure esserlo.
E' semplicemente una storia, qualcosa di molto concreto, fisico, reale, che un illusionista ha voluto raccontare mantenendo come unico trucco la sua abilità con il mezzo di narrazione.
Non sarà quello che ci aspettavamo.
Non sarà come essere ingannati, e provare quel brivido che solo l'illusione può dare.
Ma del resto, è un film di guerra.
E la guerra è una delle cose più dannatamente reali che esistano.
In mezzo a qualcosa di così terribile e che noi - Nolan compreso - possiamo solo immaginare, e per fortuna, l'unica cosa che resta, probabilmente, è aggrapparsi a qualcosa che ci possa portare in salvo.
Può essere il Destino, può essere un miracolo, può essere la tecnica, può essere la voglia di arrivare in fondo.
Dunkirk ha dentro tutto questo.
Forse non sarà sopravvissuto, ma senza dubbio, ha messo tutto quello che poteva.




MrFord




mercoledì 8 marzo 2017

Land of mine - Sotto la sabbia (Martin Zandvliet, Danimarca/Germania, 2015, 100')




Il bello del Cinema - e dell'Arte in generale, a prescindere dal campo in cui ci si muove -, almeno a mio parere, è la capacità di raccontare storie trasformandole da qualcosa di lontano e "sentito dire" in altro decisamente più vicino, interiore, quasi vero per chi ne è soltanto spettatore.
Non avevo mai sentito o letto, ad esempio, neppure ai tempi della scuola, della credenza degli alti papaveri della Germania nazista che quello che è passato alla Storia come lo sbarco in Normandia sarebbe dovuto avvenire sulle coste danesi, e che le stesse per questa ragione furono costellate di mine, tanto da rappresentare un pericolo anche a guerra conclusa.
Allo stesso modo, non avevo idea che molti dei soldati tedeschi superstiti, per la maggior parte ragazzini, vennero "arruolati" a resa della Germania compiuta per mettere in sicurezza tutte le aree giudicate pericolose proprio a causa delle mine in tutto il paese, fungendo, di fatto, da carne da macello per l'esercito danese.
La vicenda di Land of mine, uno tra i candidati all'Oscar per il miglior film straniero assegnato a Il cliente di Fahradi, racconta la drammatica, piccola epopea di un gruppo di giovanissimi tedeschi divenuti la squadra di lavoro di un durissimo sergente danese cui è stata promessa la libertà - e con essa il ritorno a casa - a lavoro terminato, senza possibilità di poter rifiutare l'incombenza.
Il lavoro di Martin Zandvliet, che sulla carta temevo molto per il rischio potenziale di retorica, si è rivelato al contrario una piacevolissima sorpresa, ripescando atmosfere come quelle di cult legati alla Seconda Guerra Mondiale in modo "trasversale" come Arrivederci, ragazzi! di Malle e trovando nel charachter del sergente Rasmussen un pilastro sul quale poggiare non solo l'ossatura della vicenda e l'evoluzione dei protagonisti, ma anche la figura paterna inesorabilmente assente, considerati i tempi, dei giovani soldati assegnatigli e soprattutto la cartina tornasole delle emozioni umane pronte a scatenarsi in questi scenari decisamente al limite.
Se, infatti, per certi versi si può considerare il lavoro di Zandvliet - erroneamente, a mio parere - convenzionale e forse troppo concentrato - per una volta, non mi sarebbe dispiaciuto un minutaggio maggiore con un approfondimento ed un'evoluzione meno rapida della vicenda -, dall'altro assistiamo non solo alla terribile formazione di giovanissimi ancora lontani dall'essere e diventare uomini già segnati dalla guerra, ma anche e soprattutto al ribaltamento delle parti, ritrovando i soldati danesi nel ruolo di oppressori e quasi "bulli" all'indirizzo di quelli che, per buona parte del conflitto, erano stati esattamente le stesse cose - e peggio - per le popolazioni di mezza Europa.
Lo stesso Rasmussen, in molti sensi la figura cardine e "positiva" dell'opera, mostra spesso e volentieri il suo lato violento e terribile, quello per mezzo del quale ogni uomo, soprattutto in situazioni estreme, mostra la propria Natura, che, continuo ad esserne convinto, è predatoria e feroce: dal pestaggio che apre la pellicola all'umiliazione "canina" di uno dei ragazzi, fino alle dimostrazioni di amore, se così si può definire, per la propria squadra, e quelli divenuti in una certa misura suoi figli, il pubblico finisce per trovarsi di fronte l'intero spettro di umanità che si potrebbe aspettare da ognuno, dalla crudeltà agli atti d'amore in grado di mettere a rischio chi li commette.
In questo senso, Land of mine è un film piccolo e non perfetto, ispirato da fatti rimasti in ombra rispetto alle grandi pagine della Storia di quel periodo, ma non per questo meno umano, intenso, sentito: in questo duemiladiciassette, mi pare di essere alla ricerca proprio di questo.
Di film che abbiano cuore.
Anche quando è nascosto dietro crudeltà e sofferenza.
Sotto la sabbia.
Del resto, siamo umani.




MrFord




 

lunedì 6 febbraio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge (Mel Gibson, Australia/USA, 2016, 139')




Ricordo bene i tre giorni della visita di leva, quando ancora essere chiamati per il servizio militare era un obbligo: ricordo anche quanto mi deluse, a fronte della quasi totalità dei miei amici di allora, per qualche motivo riformati o dichiarati "rivedibili" anche per motivi davvero ridicoli - piedi piatti, ci credereste!? - essere uno degli unici due presi e dichiarati "abili" al primo colpo.
Gli aneddoti a proposito di quei tre giorni sono uno dei miei pezzi forti ancora oggi, ma non è di quelli che vorrei parlare: ai tempi, spinto principalmente dalla reticenza ad una certa autorità "imposta" - già a scuola avevo i miei problemi, in questo senso -, dall'antimilitarismo e da una certa allergia al concetto di guerra, che a prescindere da come vada, non porta mai vincitori, ma solo vinti, scelsi di operare la scelta dell'obiezione di coscienza, che si tramutò in una delle esperienze lavorative più gratificanti a livello umano della mia vita, ma anche questa è un'altra storia.
La cosa che mi colpì di più in quel periodo - ora non avrebbe senso una cosa di questo genere - era data dal fatto che dichiarandosi obiettori si diventava erba di un unico fascio, dunque per chi sceglieva questa strada non solo diveniva impossibile pensare una carriera in un corpo considerato militare - pompieri inclusi, purtroppo per me - o la possibilità - questa logica - di richiedere un porto d'armi, ma soprattutto, a fronte di una dichiarazione di "non violenza" di fondo, in caso di denuncia penale per qualsiasi reato di natura, per l'appunto, violenta, una pena se non ricordo male raddoppiata rispetto ad una persona "normale".
Ad ogni modo, ai tempi avevo più in mente Dalton Trumbo ed il suo magnifico E Johnny prese il fucile, e mi consideravo più un ribelle allergico alle divise che non una specie di Gandhi - e parlo di una delle figure che più ammiro nella Storia -, tanto che, ancora oggi, penso che in caso di circostanze estreme come quelle di un conflitto come i due che scossero il mondo il secolo scorso, non esiterei un secondo ad uccidere per la sopravvivenza mia e della mia famiglia.
Armi o non armi.
E vi dirò, ora che sono cresciuto, e mi sento più risolto e stabile, penso riuscirei tranquillamente a reggere un anno di servizio militare. E forse anche allora mi sarebbe anche servito, chissà.
Poco importa, comunque. Quello di cui volevo parlare, in realtà, è Desmond Doss.
Nonostante, infatti, E Johnny prese il fucile fosse un mio cult personale, non conoscevo la reale vicenda di quello che è stato il primo soldato obiettore presumo della Storia, un medico che, cresciuto dalla violenza esercitata e repressa del padre - veterano della Prima Guerra Mondiale - contro la sua famiglia, il mondo e se stesso, e spinto da una Fede a dir poco radicata - da ateo miscredente, ammiro molto chi riesce ad essere così devoto senza risultare patetico, quanto più assertivo e saldo - decide di arruolarsi lottando contro pregiudizi, insulti, prevaricazioni ed ingiustizie fino a guadagnarsi, grazie ad un'impresa a dir poco eroica - se non leggendaria - la più alta decorazione militare statunitense e soprattutto una fama che, a quanto pare, non intaccò mai l'umiltà di quel soldato privo di armi in corsa sui campi di battaglia di Okinawa in cerca di vite da salvare.
Con una materia di questo tipo il rischio di sconfinare nel retorico a stelle e strisce e nel quasi ridicolo involontario era decisamente importante, ed ai miei occhi lo sarebbe stato anche se dietro la macchina da presa si fosse trovato, ad esempio, uno come Clint Eastwood: al contrario, a dirigere un cast ben assortito e sorprendentemente in parte - Hugo Weaving strepitoso, e perfino cagnacci come Vaughn e Wortington paiono quasi umani - in questo caso era Mel Gibson, uno a cui vorrò bene per sempre grazie alla sua follia nonchè al volto prestato ad alcuni supercult del sottoscritto - da Gli anni spezzati alla trilogia di Mad Max, passando per Arma Letale - ma che, sempre a causa di quella stessa follia, negli anni era riuscito a regalare alcuni abomini cinematografici quasi inarrivabili - uno su tutti, La passione di Cristo, credo uno dei cinque film peggiori che abbia mai visto - soprattutto nel ruolo di regista.
Rischi, dunque, raddoppiati.
E invece, tolti un paio di momenti forse troppo enfatici, il buon Mel dirige il suo miglior lavoro con Braveheart, un film di guerra molto classico e violento ma anche, paradossalmente, umano e legato a doppio filo al concetto di Fede, tematica più che cara al regista ed attore qui per una volta trattata con intelligenza e passione nonostante le ferme e rigide osservanze del protagonista - e del cineasta, mi verrebbe da dire, che a quanto pare è ben oltre i limiti del fanatismo -: Hacksaw Ridge è una storia legata alla follia umana - del resto, la guerra è forse la follia più grande, in questo senso - ed al riscatto che proprio l'essere umani a volte può regalare - splendida l'amicizia tra Desmond e Smitty, così come intelligente la riflessione che, dal punto di vista di un osservante come Doss, trova assurdo che in tempi di guerra e sul campo di battaglia un omicidio non sia considerato tale, che si parli di Legge o di Fede -, un esempio importante delle dimensioni delle potenzialità degli esseri umani anche nelle loro ore più buie.
Siate poi liberi di pensare che sia merito di un qualsiasi dio, o del più semplice e determinato degli Uomini.
In questo senso, per me vale la posizione di Doss: portare un'arma non rende necessariamente un uomo più Uomo di un altro.




MrFord





venerdì 20 gennaio 2017

Allied - Un'ombra nascosta (Robert Zemeckis, UK/USA, 2016, 124')




Ogni volta che incrocio il cammino con produzioni come Allied rimpiango - e non poco - i tempi del Bullettin, quando mi bastavano quattro o cinque righe per chiudere la recensione.
Devo ammettere, giusto per non apparire prevenuto, che, nel caso dell'ultimo lavoro di Zemeckis, pensavo di restare molto, molto più deluso: in fondo, questo Un'ombra nascosta - consueto ed inutile adattamento italiano - è a conti fatti un film innocuo che non aggiunge nulla alla storia di uno spettatore navigato quanto di uno casuale ed alle prime armi, incapace di fare davvero incazzare, e neppure così terribile da annoiare.
Ma resta il fatto che, perizie tecniche a parte, il pensiero che ha accompagnato la visione dal primo all'ultimo fotogramma è stato uno ed uno soltanto: se qualcuno come Hitchcock avesse avuto la possibilità di lavorare a sceneggiatura e regia, incattivendo il finale e lasciando la sua firma, Allied avrebbe avuto tutte le carte in regola per poter diventare un grande film, complici temi importanti e profondi come l'amore, il matrimonio, il legame con un'altra persona cui affidiamo la vita e dalla quale per molti versi, da esseri umani, dipendiamo pur non conoscendone i segreti più profondi.
A fronte di tutto questo è senza dubbio molto triste il fatto che, per quasi tutta la durata della pellicola, il mio pensiero principale sia stato quello che, per la prima volta - e forse complice un look sempre precisino e poco wild -, mi è parso di notare davvero il fatto che anche Brad Pitt - con Tom Cruise e Johnny Depp una delle icone della mia generazione - stia cominciando davvero ad invecchiare: un'aggravante senza dubbio per quello che dovrebbe essere un titolo profondamente drammatico - seppur non coraggioso fino alla fine, da buon, vecchio film USA - e carico di tensione, che avrebbe il dovere di vivere sul dubbio istillato nello spettatore e non sulle osservazioni legate alla pelle in lento rilascio sul collo del protagonista, sex symbol di almeno un paio di generazioni di spettatrici.
In un certo senso, Allied rappresenta il prototipo del film manifesto di una mancanza di idee e stimoli che induce l'autore di turno a rispolverare l'atmosfera di un grande periodo ormai passato - in questo caso, l'epoca d'oro degli Studios - fallendo nel suo intendo proprio a causa delle basi poco solide del progetto: niente di particolarmente brutto, quanto più che altro qualcosa di ininfluente ed a suo modo molto noioso.
E purtroppo, non parlo di noia in termini di rottura di coglioni di vario livello, quanto di incapacità di sorprendere davvero, portando in scena un prodotto che pare un manichino senza vita, un pò come la protagonista femminile, una Marion Cotillard per la quale appaiono lontanissimi i tempi di Un sapore di ruggine ed ossa ed essersi adagiata su una bellezza che, conviene cominci ad abituarsi, il Tempo - e già si comincia a notare - non lascerà intatta.
In un certo senso, l'unica speranza di godere davvero del risultato di produzioni come questa, è di non aver masticato nulla di Cinema, in modo da rimanere sul filo nell'attesa di scoprire la risoluzione della trama ed immaginare cosa accadrebbe se qualcuno vi dicesse che la vostra amata - o amato - è una spia che dovete, in caso di conferma del sospetto, giustiziare: nel mio caso, ho immaginato un finale ben peggiore di quello che Zemeckis ha portato sullo schermo.
E che, ai miei occhi, non è parso neppure il difetto più grande di un film senza vizi di forma ma privo di qualsiasi idea.




MrFord






domenica 8 gennaio 2017

Agnus Dei - Les innocentes (Anne Fontaine, Francia/Polonia, 2016, 115')




Qualche anno fa, ai tempi del grande momento radical della mia vita da cinefilo, i drammoni bellici - specie se non mainstream e tremendamente drammatici - rappresentavano una vera e propria miniera di occasioni per accrescere il mio status di "intenditore", e anche se a posteriori devo ringraziarli dal primo all'ultimo per avermi fatto scoprire registi come Waijda, in anni più recenti hanno trovato ben poco spazio qui al Saloon, complice una pesantezza di fondo che poco si adatta alla mia "rinascita anni ottanta" da tamarro senza quartiere.
Di tanto in tanto, però, è un piacere tornare a riscoprire questi territori, soprattutto in casi come quello di Les Innocentes - scandaloso e terribilmente ad influenza cattolica il titolo italiano, Agnus Dei, per quanto a ben vedere possa significare quasi la stessa cosa -, che analizza a partire da episodi di ispirazione reale la situazione della Polonia appena conclusa la Seconda Guerra Mondiale, con gli ultimi scampoli delle forze degli Alleati pronte a togliere le tende e l'ombra della Cortina e degli anni dell'Unione Sovietica in attesa di calare sui locali: in particolare, ci si sofferma sulla vicenda di un gruppo di suore in piena crisi morale e spirituale a seguito della sgradita visita di un manipolo di soldati per l'appunto sovietici, che per festeggiare la vittoria su Hitler decidono di concedersi un pò di piacere unilaterale lasciando dietro di loro un buon numero di religiose in dolce attesa ed altre segnate nel corpo e nella mente.
A fare da testimone alla battaglia interiore - e non solo - delle donne, una giovane dottoressa francese che nella Croce Rossa ha potuto osservare da vicino gli orrori della Guerra, e da atea convinta e comunista in termini di background si trova a fare da tramite per le giovani - ma non solo - donne tra la realtà dei fatti e della scienza e la loro Fede: in questo senso, a prescindere dalla cornice innevata e fotografata benissimo o del ritmo da film autoriale - che non avrebbe sfigurato tra gli anni sessanta e settanta dei Bergman o dei narratori russi -, a fare la differenza per quanto mi riguarda sono stati senza dubbio il rapporto ed il confronto tra le sorelle più giovani ed il medico così come la dimostrazione di Fede assoluta quanto cieca della Madre Superiora, che pur non rappresentando un personaggio negativo tout court mostra il fianco a quella che è una critica spietata degli autori proprio alla religiosità che sconfina non solo nell'ignoranza, quanto soprattutto nel grottesco e nell'assurdità.
Les Innocentes, però, è anche un film di spessore in termini di genere, tra i primi a mostrare in modo così netto non solo l'importanza, ma anche il coraggio delle donne in situazioni estreme di sofferenza e straniamento che, con ogni probabilità, avrebbero il sopravvento sulla quasi totalità degli uomini, ed una presa di coscienza rispetto a tutte le cicatrici che i conflitti lasciano non solo nelle persone che li vivono, ma anche nei luoghi e nelle società.
Dalla distanza dei medici francesi alle aggressioni dei soldati russi, passando per la chiusura delle monache - comunque molto ben caratterizzate e differenziate tra loro -, lo spettatore attraversa una vera e propria galleria di miserie umane in grado di toccare nel profondo e far riflettere, nella speranza di non dover mai vivere, in futuro nel corso della propria esistenza, situazioni come quelle che hanno attraversato l'Europa neppure un secolo fa.
Ma senza stare troppo a perdersi in pistolotti da messa in guardia rispetto alla Guerra - non credo ci sia bisogno di essere geni, per capire che non porta nulla di buono -, e a scapito dell'apparenza e della tenuta sicuramente lontane da quelle delle proposte mainstream, non posso che consigliare di tentare una visione di questo spessore.
Sia essa mossa dalla passione o dalla fede, dall'essere donna e solidarizzare con le coraggiose portate sullo schermo o uomo e vergognarsi almeno un pò, dall'essere da una parte o dall'altra della barricata, poco importa.
L'Umanità va sempre preservata.
Perchè tra le sue pieghe si rifugia quel poco di innocenza che ci è rimasta.




MrFord




 

sabato 11 giugno 2016

La città dei ladri

Autore: David Benioff
Origine: USA
Anno: 2008
Editore: Neri Pozza







La trama (con parole mie): Lev ha diciassette anni, e vive sulla pelle l'assedio di San Pietroburgo operato dai tedeschi nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. E' una vedetta che con gli amici più stretti ha il compito di controllare i rischi di bombardamento notte dopo notte dal tetto del condominio in cui vive: quando un paracadutista tedesco giunge a terra poco lontano morto per il freddo e Lev si impadronisce di un coltello appartenuto allo stesso, viene arrestato dalla polizia militare russa ed accusato di tradimento. In cella conosce Kolja, di pochi anni più grande di lui, ciarliero e sbruffone, più alto, bello e biondo, il prototipo del cosacco lontano dai tratti di origine ebraica che, al contrario, definiscono lui.
Convinti di essere destinati alla fucilazione, i due ragazzi verranno incaricati invece da un alto papavero dei corpi speciali di recuperare entro pochi giorni dodici uova per la torta nuziale di sua figlia, che si sposerà in barba all'assedio ed agli stenti dei pochi rimasti in città senza badare a spese o restrizioni: il loro destino, dunque, sarà deciso dalla riuscita in quell'impresa.
La ricerca di quelle uova diverrà non solo un'occasione di crescita e di confronto con la dura realtà della guerra, ma anche la possibilità di costruire un'amicizia destinata a durare per sempre.











Ho letto l'incipit de La città dei ladri il giorno successivo all'abbandono senza ritegno di Infinite Jest.
David Foster Wallace, genio riconosciuto della Letteratura, contro David Benioff, sceneggiatore di indubbia furbizia e talento autore de La 25ma ora - script e romanzo - e Game of thrones ma anche di schifezzone come Troy e Wolverine: le origini.
Salotti radical contro supereroi mutanti.
Cultura enciclopedica e citazioni sterminate contro una versione di Stand by me vissuta durante l'assedio di Leningrado - o Stalingrado, o San Pietroburgo, o Piter - attraverso una mescolanza di ricordi e fiction da scrittore.
E mi sono sentito grato e felice.
Perchè tra le righe scorrevoli e semplici di Benioff ho percepito il desiderio di vivere di chi è mosso dalla voglia di raccontare una storia, ma ancor più di provarla sulla pelle, invece che solo ed esclusivamente in testa.
Ed ancora oggi, non solo penso di aver avuto ragione, ma che il mondo sarebbe un posto migliore, se gli artisti o presunti tali di tutti i campi fossero in grado di trasmettere senzazioni in questo modo, come se fossimo ancora sulle ginocchia del nonno, davanti ad un camino acceso, con gli occhi che brillano per quegli scampoli di vita che assumono i connotati di imprese mitiche ed indimenticabili.
Uno dei più grandi rimpianti che ho, ad esempio, rispetto al mio nonno materno - quello dei Western, del wrestling e delle serate passate davanti ai vecchi film -, è di non aver avuto il tempo di potergli chiedere di raccontarmi dell'esperienza nella Seconda Guerra Mondiale, della quale ho testimonianze solo parziali rispetto al naufragio cui sopravvisse e la prigionia, per comprendere cosa fosse stata, per la sua generazione, l'esperienza diretta della guerra.
Questo è uno dei più grandi pregi di questo piccolo, grande racconto ironico e drammatico ad un tempo: Benioff porta sulla pagina la vita, quella che era, è e potrebbe essere in condizioni come quelle vissute dagli abitanti di San Pietroburgo dal quarantuno al quarantaquattro, nell'assedio che fu simbolo dello stoicismo sovietico e delle prime crepe nell'apparentemente invincibile macchina tedesca.
Ma a prescindere dal contesto storico, La città dei ladri è soprattutto un grande romanzo di amicizia e formazione: le figure di Lev e Kolja, nelle quali è impossibile non identificarsi, divengono assoluti protagonisti di un'avventura tanto inquietante quanto magica ed elettrizzante, vissuta attraverso le paure di Lev, non bello, timido e timoroso e Kolja, prestante, sciupafemmine, dalla lingua lunga ed apparentemente pronto a ridere in faccia alla morte in qualsiasi incarnazione possa la stessa presentarsi.
Un'impresa nata dalla richiesta di un privilegiato dal passato ben lungi dall'esserlo, e destinata ad una sorta di beffa anticamera di una vittoria che significa molto più di qualsiasi carriera o successo archiviato nel corso di una vita: e dalle verità rivelate di una città messa in ginocchio da un assedio ai cruenti dettagli del racconto delle ragazze costrette, in campagna, a prostituirsi con gli ufficiali tedeschi, dall'esilarante passaggio legato alla verità sull'arresto per diserzione di Kolja - non sapete quanto mi ci sia ritrovato, in quella fuga dalle trincee alla ricerca di una ragazza da scopare - all'amara rivelazione legata a quelle dodici uova costate così tanti sacrifici, fatica, sudore e sangue, tutto conduce alla cosa più bella che l'Arte possa regalare al mondo, la sensazione di essere stati noi, a vivere quello che è proposto sulla pagina, sullo schermo, su una tela.
Io non sono mai stato - e posso solo ringraziare, per questo - in guerra, non ho dovuto patire la fame o contare i giorni in cui, per denutrizione, sono stato senza cagare, non ho mai ucciso un uomo o trovato costretto a farlo per sopravvivere io stesso, o per portare a termine una missione impartitami.
Non sono mai stato a San Pietroburgo, o in Russia.
Eppure ho sentito Lev e Kolja sulla pelle come se ogni passo in quella neve l'avessi fatto con loro.
Ogni risata, ogni battuta, ogni sogno, ogni amara realtà.
Sono sopravvissuto all'assedio e sono morto al loro fianco.
A Lev e Kolja ho voluto bene come fossero stati amici miei.
E questa è una cosa che non va mai sottovalutata.
In tempi buoni ed in tempi cattivi.
E David Benioff ha reso loro onore, verità o finzione, nel migliore dei modi.




MrFord





"Went to descend to amend for a friend all the channels that have broken down.
now you bring it up, I'm gonna ring it up - just to hear you sing it out.
step from the road to the sea to the sky, and I do believe what we rely on,
when I lay it on, come get to play it on
all my life to sacrifice."
Red Hot Chili Peppers - "Snow (Hey Ho)"-




mercoledì 10 febbraio 2016

Furyo

Regia: Nagisa Oshima
Origine: Giappone, UK, Nuova Zelanda
Anno: 1983
Durata: 123'






La trama (con parole mie): siamo nel quarantadue a Java, in un campo di prigionia giapponese all'interno del quale si trovano prigionieri britannici. John Lawrence, che ha vissuto nel Paese del Sol Levante e conosce la lingua dei carcerieri, è il tramite tra i suoi compatrioti ed i due leader del campo, il Capitano Yonoi ed il sergente Hara, il primo austero e quasi algido, il secondo passionale e brutale spesso e volentieri con i prigionieri.
Con l'arrivo del maggiore Jack Calliers, ufficiale ribelle sempre pronto a sfidare l'autorità anche a rischio della vita, la situazione nel campo pare complicarsi: i due mondi a confronto e le diversità culturali e sociali dei leader dei due lati della barricata condurranno al punto di rottura Yonoi, combattutto tra l'attrazione per Calliers e gli impegni del suo ruolo.
Nel frattempo tra Lawrence e Hara il rapporto si evolverà diventando quasi un'amicizia.








Questo post partecipa alle celebrazioni per il David Bowie Day.






"A volte vincere è davvero doloroso", sentenzia, a conflitto mondiale ormai concluso, John Lawrence, protagonista delle vicende avvenute quattro anni prima in un campo di prigionia giapponese sull'isola di Java insieme al compagno d'armi Jack Calliers, contrapposti più per cultura che in battaglia al Capitano Yonoi ed il suo braccio destro, il Sergente Hara - rispettivamente interpretati da Tom Conti, l'oggi celebrato David Bowie, Ryuichi Sakamoto, autore anche della splendida colonna sonora ed ai tempi superstar del pop quasi al livello del Duca Bianco, e Takeshi Kitano, alle prime grandi esperienze che separarono i suoi esordi di comico e l'affermazione come regista -.
Pare proprio questa, la morale di Furyo - terribile adattamento dello splendido originale Merry Christmas, Mr. Lawrence -, elegante film di guerra in bilico tra l'haiku giapponese ed il gusto occidentale in stile L'impero del Sole firmato da Nagisa Oshima, poco conosciuto forse al grande pubblico ma in realtà autore di alcuni tra i cult del Cinema nipponico più significativi dagli anni settanta ai novanta - come L'impero dei sensi o Tabù Gohatto, sua ultima pellicola -: da tempo non mi capitava di rimettere occhio e cuore in gioco seguendo le imprese di Lawrence e Calliers, che paiono raccogliere il testimone di Classici indimenticabili come Il ponte sul fiume Kwai ingaggiando una sfida più ideologica e morale contro i loro carcerieri, che non di rivolta e combattimento veri e propri come ci si aspetterebbe da un film di guerra, e devo ammettere che l'effetto resta potente nonostante gli anni che passano, di fatto assumendo la connotazione di denuncia alla follia della guerra come concetto ed alla rigidità di chi la segue applicandone i dogmi quasi fossero regole d'onore.
In questo senso, appare straordinaria - ancor più di quella di Calliers, protagonista di un flashback elegante pronto a spezzare la narrazione senza per questo renderla meno coesa o efficace che mi ha riportato alla mente il primo Weir, spirito ribelle e tormentato, al centro di uno dei passaggi più emozionanti della pellicola e non solo - la figura del sergente Hara, selvaggio e brutale nell'applicare le regole del comportamento tipiche del suo paese ed allo stesso tempo pronto ad ignorare anche gli ordini più importanti pur di seguire, di fatto, il suo cuore: quel "Merry Christmas, Mr. Lawrence" che da il titolo al film è infatti destinato, insieme ad un Kitano mai più così bravo, a rimanere nel cuore dell'audience come un monito, chiudendo il cerchio di una riflessione fondamentale non solo rispetto all'antimilitarismo ed alla pace, ma anche all'amore nel senso più ampio del termine, ben rappresentato dai sentimenti - seppur combattuti dallo stesso charachter - provati da Yonoi rispetto a Calliers, celebrato con un altro passaggio da brividi legato al canto dei suoi compagni di prigionia una volta esploso il caso dell'insubordinazione dello stesso Calliers e Lawrence rispetto alle decisioni dei loro carcerieri.
Il tempo, dalla Seconda Guerra Mondiale e da quell'ottantatre dell'uscita del film, è trascorso, e le differenze culturali tra Occidente anglofono e Sol Levante si sono sicuramente livellate - anche se il mondo nipponico continua ad essere diverso da qualsiasi altro -, eppure Oshima riesce a rompere gli schemi anche in questo senso, talvolta riuscendo ad apparire perfino più simile a Lawrence e Calliers che non a Yonoi e Hara: merito, probabilmente, di una mente aperta e decisa a fare tesoro dell'esperienza in modo da poter costruire un futuro migliore, all'interno del quale non ci si debba rammaricare di una vittoria.
Perchè in guerra, di fatto, un vincitore non c'è.
Ed essere dalla parte "giusta" una volta che la cenere si è posata non significa, di fatto, non aver perso qualcuno cui si teneva.
O perderlo anche quando si vorrebbe rendere il suo Natale il migliore che si possa immaginare: quello che in regalo porta il resto della propria vita.





MrFord




"See these eyes so red
red like jungle burning bright
those who feel me near
pull the blinds and change their minds
it's been so long."
David Bowie - "Cat people (Putting out the fire)" -




Cantano con il Duca Bianco insieme al sottoscritto anche: 
L’uomo che cadde sulla terra (1976) su In Central Perk
The Elephant Man (1980) su The Obsidian Mirror
ChristianeF. (1981) su Mari’s Red Room
Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) su Combinazione Casuale
Tutto in una notte (1985) su Non c’è paragone
Labyrinth (1986) su Director’s Cult
C.R.A.Z.Y (2005) su Pensieri cannibali
The Prestige (2006) sul Bollalmanacco di cinema





sabato 1 agosto 2015

Il segreto del suo volto

Regia: Christian Petzold
Origine: Germania
Anno: 2014
Durata: 98'





La trama (con parole mie): Nelly, sopravvissuta ai campi di sterminio dal volto sfigurato, torna nella Berlino devastata del Dopoguerra grazie all'amica Lene, forte dell'eredità raccolta dalla famiglia, interamente sterminata dai nazisti. Ossessionata dall'idea di ritrovare il marito, Johnny, Nelly ignora le proposte dell'amica di trasferirsi in Palestina per affrontare faccia a faccia l'uomo, che potrebbe essere responsabile della sua denuncia al Reich, e dunque della sua detenzione nei campi.
Johnny, incapace di riconoscere Nelly a seguito della ricostruzione facciale, sfruttando comunque la somiglianza della stessa con quella che crede la defunta moglie, orchestra un piano attraverso il quale recuperare l'eredità cospicua di quest'ultima: Nelly, dunque, si trova ad un bivio.
Dovrà assecondare quello che credeva l'uomo della sua vita innamorandosi come la prima volta, o dare spazio ad un desiderio di vendetta?








Difficilmente, nel corso della Storia, il mondo intero ha dovuto fare i conti con una cicatrice profonda come quella lasciata dalla Seconda Guerra Mondiale, in termini sociali, culturali e di vite spezzate nell'arco di neppure un decennio tra campi di battaglia, di sterminio e situazioni al limite della sopravvivenza: il Cinema, come tutte le forme d'arte, ha finito per legarsi a doppio filo al bacino di storie ed emozioni che questo dramma ancora oggi fornisce, e nel corso degli ultimi cinquant'anni pellicole prettamente belliche o più legate all'Olocausto, d'amore o di morte, hanno finito per toccare nel profondo anche il pubblico che, per sua fortuna, ai tempi del conflitto non era ancora nato.
Il segreto del suo volto, firmato da Christian Petzold, propone un punto di vista relativamente nuovo per raccontare il dramma dei campi di sterminio e le difficoltà ed i segni lasciati dal conflitto in tutta Europa - ed in particolare nella semidistrutta Berlino, vero e proprio cuore del Reich -: sfruttando un incedere lento, una fotografia molto elegante ed una messa in scena fortemente teatrale - più volte, nel corso della visione, ho avuto la sensazione di essere appena sotto un palco, e non comodamente stravaccato sulla poltrona davanti al computer - il regista trasforma il dramma da sopravvissuta della sua protagonista Nelly - un'ottima Nina Hoss - in un melò a tinte fosche che sarebbe piaciuto a Hitchcock, forse non illuminato da un ritmo serrato ma ugualmente affascinante e reso speciale da un finale splendido, una delle sequenze più forti, emotivamente parlando, degli ultimi mesi di Cinema, che di fatto ridisegna, e alla grande, il concetto di vendetta senza per questo scivolare nel clichè.
La doppia identità di Nelly, del resto, ed il rapporto vissuto due volte con il marito Johnny, che potrebbe essere il responsabile della denuncia che l'ha portata ad essere imprigionata, forniscono ottimo materiale per una storia intensa e profonda, che Petzold racconta senza fretta, seguendo la progressiva trasformazione dalla Nelly sopravvissuta alla Nelly che Johnny crede morta e della quale vuole far sua l'eredità: ad aggiungersi al rapporto decisamente anomalo costruito una volta ancora con il compagno, quello con l'amica e per molti versi salvatrice Lene, che, scampata alla prigionia, pare patirne i postumi ben più della stessa Nelly, e mostra la volontà, più che di superare quello che è accaduto, di fuggire per costruire un sogno che possa scacciare gli incubi degli anni bui dell'Olocausto.
In questo senso Il segreto del suo volto mostra due diverse angolazioni dell'elaborazione del dolore del popolo ebraico, legate alla rabbia una ed al tentativo di comprensione l'altra, capaci di portare, paradossalmente, a due estremi opposti, incarnati dai destini di Lene e Nelly, che proprio con l'epilogo mostra il volto della sua completa rinascita - non a caso, il locale in cui si esibiva prima della guerra è chiamato Phoenix, come il titolo originale della pellicola - ed un'uscita di scena - e di nuovo tornano i riferimenti al Teatro - da antologia, priva della retorica e della prevedibilità della maggior parte delle pellicole legate a doppio filo al dramma dell'Olocausto.
La vicenda e la storia di Nelly e Johnny, e quella di Nelly rispetto alla vita, appaiono, a prescindere dal contesto storico e dalla cornice, profondamente, disperatamente, tristemente, prepotentemente umane, come un canto che, ad un tempo, può apparire liberatorio o disperato, una dichiarazione d'amore e una condanna, più che a morte, ad una vita di consapevolezza rispetto ad una ferita che promette di essere più profonda di qualsiasi abbia potuto patire questa piccola, segnata fenice.



MrFord



"Look in the eyes
the face of love
look in her eyes
oh, there is peace
no nothing dies
within pure light
only one hour
of this pure love
to last a life
of thirty years."

Eddie Vedder - "The face of love" - 






venerdì 24 luglio 2015

Indiana Jones e l'ultima crociata

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 127'





La trama (con parole mie): mentre in Europa il dominio nazista prepara il terreno per quella che sarà la Seconda Guerra Mondiale, Indiana Jones riceve l'incarico di recuperare uno degli artefatti più leggendari della Storia, il Santo Graal, in quanto secondo esperto mondiale in materia.
Il primo, infatti, assoldato poco tempo prima di lui, pare sia misteriosamente scomparso proprio nel corso della stessa ricerca: come se le cose non fossero già abbastanza complicate, l'identità del predecessore del vecchio Indy è ben nota all'archeologo ed avventuriero.
Si tratta, infatti, di suo padre Henry, con il quale il dottor Jones ha un rapporto conflittuale fin dai tempi della giovinezza: ritrovato il genitore a Venezia e scoperto un indizio fondamentale per la ricerca, Indiana dovrà affrontare la minaccia nazista decisamente da vicino, e si troverà costretto a coesistere con Jones senior a partire dalle pagine dei libri fino alle rocambolesche fughe.
Riusciranno i due a sopravvivere l'uno all'altro in modo da completare la ricerca? 








Nel corso dell'infanzia, ai tempi in cui insieme a mio fratello consumavamo vhs una dietro l'altra, ricordo bene quello che identificai come uno dei miei primi "nonni" cinematografici, che avevo visto di sfuggita nella sua veste di James Bond ma, di fatto, avevo imparato ad amare con Gli intoccabili e Highlander: Sean Connery.
E ricordo anche la gioia di scoprire che avrebbe affiancato Harrison Ford nel terzo ed attesissimo - ai tempi - capitolo delle avventure di Indiana Jones, pronto ad aprire una parentesi sul passato dell'archeologo ed avventuriero e mostrare il complicato rapporto dello stesso con il padre, studioso sagace e pronto di spirito almeno quanto lui.
Dalla strepitosa sequenza d'apertura con un River Phoenix in grandissimo spolvero ai battibecchi tra i due protagonisti scopertisi addirittura rivali per la stessa donna - spassoso il momento "dell'addio" nel castello da parte della seducente nazista Elsa -, Indiana Jones e l'ultima crociata rappresentò - e rappresenta - uno dei migliori ritratti padre/figlio del Cinema d'intrattenimento, in grado di regalare parentesi cult che ho adorato dalla prima visione - l'emissario di Hitler lanciato dal dirigibile, con quel "Senza biglietto!" che ogni volta mi fa ridere come la prima - ed un ritmo elevatissimo, che conduce lo spettatore accanto ai due Jones a scoprire un'altra reliquia leggendaria dopo l'Arca dell'alleanza del primo film, il Santo Graal.
Il calice dal quale bevve Cristo nel corso dell'Ultima cena, che pare possa garantire l'immortalità a chiunque ne beva è lo spunto perfetto per unire leggenda, azione, confronto e lotta con gli emissari di Hitler - niente male anche il faccia a faccia con il dittatore pronto a regalare il suo autografo al Jones junior - che già si erano fatti sentire nel corso de I predatori dell'Arca perduta: dunque, passando da locations note - Venezia - al cuore dell'Europa per giungere nel pieno del deserto mediorientale, non mancano inseguimenti, lotte all'ultimo respiro, intrighi, battute ed una serie di prove per raggiungere il Graal che ricordano i grandi videogames d'avventura dei tempi - tra l'altro, la Lucas Arts in quel periodo sviluppò una serie di titoli legati proprio a Indiana Jones che fecero da traino ai successivi Il giorno del tentacolo, Sam e Max, The Dig, vere e proprie leggende del gaming -.
Un cocktail vincente che ha reso questo film uno tra i più godibili del decennio, ed un esempio per il Cinema di genere che ai giorni nostri raramente riesce ad essere così efficace, divertente e mai sguaiato: il legame, poi, tra i due Jones è uno di quelli cui guardo con maggiore interesse anche rispetto a quando queste tappe obbligate da spettatore toccheranno al Fordino, che potrà godere non solo di titoli che nel corso degli anni non hanno perso un grammo del loro fascino e che hanno cresciuto il suo vecchio, ma anche di charachters che i film d'avventura attuali difficilmente riescono a regalare al proprio pubblico se non attraverso remake o reboot spesso e volentieri di dubbio gusto.
In un periodo in cui paiono essere tornati di moda gli anni ottanta, recuperi come questo sono una vera e propria manna dal cielo: e poco importa cosa si cercherà, con chi si dovrà lottare, quale leggendario artefatto andrà recuperato.
L'importante sarà gettarsi a capofitto nel cuore dell'avventura accanto al Dottor Jones.
Anzi, ai Dottor Jones.



MrFord



"I was once like you are now, and I know that it's not easy,
to be calm when you've found something going on.
But take your time, think a lot,
why, think of everything you've got.
For you will still be here tomorrow, but your dreams may not."
Cat Stevens -  "Father and son" - 




martedì 21 luglio 2015

Child 44

Regia: Daniel Espinosa
Origine: USA, UK, Repubblica Ceca, Romania
Anno: 2015
Durata: 137'





La trama (con parole mie): Leo Demidov, tra gli eroi della conquista di Berlino da parte dell'Armata rossa durante la Seconda Guerra Mondiale, diviene nel corso degli anni cinquanta un ispettore esperto in interrogatori dell'elite delle forze dell'ordine del regime. Quando il figlio del suo migliore amico viene trovato morto e le indagini a proposito dello stesso omicidio sono insabbiate per esigenze politiche, la fedeltà di Demidov al regime viene messa a dura prova nel momento in cui il dito del Potere punta dritto a sua moglie Raisa.
Messo ai margini ed esiliato ai confini dell'Unione Sovietica, Leo non demorde, e si pone l'obiettivo di riuscire a scoprire quanto più possibile a proposito di quello che pare essere un serial killer feroce e spietato pronto a prendere di mira ragazzini tra i dieci e i quindici anni lungo la linea ferroviaria che va dalla Capitale a Rostov.
Spalleggiato dal Generale Nesterov, suo superiore per il nuovo incarico, Leo dovrà lottare contro i suoi fantasmi ed il Sistema per poter completare l'indagine.








E' curioso quanto, a volte, titoli che sulla carta hanno tutte le caratteristiche per conquistarci finiscono, al contrario, per risultare davvero poca cosa, prodotti pronti ad entrare ed uscire dalle nostre vite di spettatori senza colpo ferire: Child 44, firmato dal discretamente anonimo Daniel Espinosa - già autore del non eccessivamente esaltante Safe house - e prodotto da Ridley Scott - che, purtroppo, con il passare degli anni non è più la garanzia che era ad inizio carriera -, rientra alla perfezione nella categoria.
Un cast di prim'ordine - Tom Hardy, Gary Oldman, Joel Kinnaman, Noomi Rapace, Charles Dance, Paddy Considine, Vincent Cassel, giusto per citare i nomi più grossi -, un'ambientazione oscura, una trama divisa tra la critica e la lotta al Potere ed al Sistema e la caccia ad un serial killer ispirato alla figura di Cikatilo, storie di amore, amicizia e vendetta che si intrecciano a Storia e fatti di cronaca: se me l'avessero presentato senza permettermi di vederlo, avrei potuto perfino azzardare che Child 44 poteva essere una delle proposte più interessanti della prima metà del duemilaquindici, per il sottoscritto.
Peccato che, a conti fatti, il risultato sia debole sotto molti aspetti, privo del carattere necessario per rimanere davvero nel cuore, lontano sia dai blockbuster che dai film d'autore, troppo lungo e decisamente privo del mordente che un thriller ha bisogno di mantenere alla distanza: nonostante, infatti, le idee messe sul piatto nel corso della prima parte - il ruolo di Leo come uomo del Sistema, la sua abilità nell'estorcere confessioni, la rivalità con Vasili, l'amicizia fraterna con Alexei, il clima di terrore imposto dal regime, la presenza di un serial killer terribile, un uomo nero pronto a portare con sè ragazzi all'inizio delle proprie esistenze, lasciando un vuoto che nessun genitore potrà mai colmare - con il passare dei minuti tutto pare sgonfiarsi, diventare un compito che regista e sceneggiatori si sono ritrovati a portare a termine giusto per guadagnarsi la pagnotta, più che per voglia, passione o desiderio di dare alla storia che raccontano quella scintilla in grado di differenziare un titolo assolutamente anonimo da uno destinato a rimanere nella memoria.
In particolare, e senza rivelare passaggi che potrebbero rendere ancora più inutile la visione, il quarto d'ora finale che chiude la vicenda e, di fatto, racconta tutto quello che accade archiviato il vero epilogo della trama si è rivelato uno dei passaggi più inutili dell'ultimo periodo, finendo per portare il lavoro di Espinosa da un giudizio medio alle bottigliate delle delusioni, nonostante, di fatto, da Espinosa stesso non era certo lecito aspettarsi un nuovo Memories of murder o Se7en.
Di fatto, non siamo di fronte ad un film brutto, mal realizzato o poco interessante - per quanto non sfruttati a dovere, gli spunti per riflettere sono molti -, quanto principalmente ad un titolo piatto che non aggiunge nulla al genere, alla carriera di chi ha partecipato alla sua realizzazione o alla vita di chi si trova dall'altra parte dello schermo: in questo senso, parrebbe più interessante documentarsi - magari attraverso i libri - in merito alle ombre del dominio di Stalin nell'URSS del dopoguerra e rispetto a Cikatilo, ribattezzato il mostro di Rostov, uno dei serial killers più terribili degli ultimi cinquant'anni.
A dimostrazione, per una volta, della poca incisività dell'operazione, anche il riscontro clamorosamente basso al botteghino: poco più di un milione di dollari complessivi contro i cinquanta stimati di budget.
Considerate queste premesse, sarà difficile che la trilogia letteraria che ha ispirato Child 44 vedrà la luce interamente: e se i risultati sono di questo calibro, direi che non è neppure un male.




MrFord




"I'm friend with the monster that's under my bed
get along with the voices inside of my head
you're trying to save me, stop holding your breath
and you think I'm crazy, yeah, you think I'm crazy."
Eminem feat. Rihanna - "Monster" - 





mercoledì 4 marzo 2015

Ida

Regia: Pawel Pawlikowski
Origine: Polonia
Anno:
2013
Durata:
82'





La trama (con parole mie): Anna è un'orfana cresciuta in un orfanotrofio della Polonia dei primi anni sessanta, pronta a prendere i voti e profondamente legata alla realtà che ha sempre conosciuto. Quando la Madre Superiora le chiede di incontrare, prima di consacrarsi per il resto della sua vita a dio, l'unica parente rimasta in vita, la zia Wanda, la ragazza accetta senza celare i suoi dubbi.
L'incontro tra le due donne, profondamente diverse l'una dall'altra, condurrà entrambe ad un viaggio fisico ed emotivo alla ricerca delle proprie origini: Anna, infatti, scopre di essere ebrea, di chiamarsi Ida e di essere scampata per miracolo agli eccidi perpetrati durante la guerra che sono costati la vita ai suoi genitori.
Accompagnata proprio dalla zia, la ragazza avrà dunque occasione di riscoprirsi e scoprire il mondo prima di decidere cosa fare con la sua anima e la religione.






Per quanto paladino e sostenitore del Cinema pane e salame - soprattutto negli ultimi dieci anni, direi, passata la sbronza only radical dei dieci precedenti -, ho sempre amato ed amerò sempre un certo Cinema d'autore sentito e profondo, in grado di unire al valore tecnico una profondità emotiva che possa lasciare un segno nel pubblico: Ida è senza dubbio parte di questa apprezzatissima famiglia di titoli, che seppur non terra terra come ci si aspetta ormai che sia il Saloon finisce per conquistarsi un posto d'onore anche a questo bancone, con un paio di giri offerti ed una pacca sulla spalla per la capacità del regista di portare in scena un road movie d'altri tempi - in tutti i sensi - rarefatto eppure clamorosamente denso in termini di sensazioni, nonchè uno dei migliori esempi di settima arte "in rosa" che ricordi.
Il rapporto tra Anna/Ida e sua zia Wanda, costruito come nella migliore tradizione del romanzo di formazione, in bilico tra la memoria del dramma vissuto dalla Polonia negli anni della Seconda Guerra Mondiale e la volontà di un Paese di lasciarsi quello stesso dramma alle spalle, tra vita vissuta e profonda spiritualità, senza troppi giri di parole, artifici tecnici o minutaggi eccessivi porta sullo schermo tutto quello che serve, rigoroso eppure passionale, come se la giovane protagonista - che, come giustamente sottolinea Wanda all'inizio del viaggio, ha pensieri impuri come tutti quelli che non portano abiti sacri - mettesse in scena il conflitto interiore e d'identità al centro del quale si trova a dibattersi.
Pawlikowski, sfruttando al meglio due protagoniste perfette sotto tutti i punti di vista ed una fotografia tra le più belle passate sugli schermi di casa Ford negli ultimi mesi, riesce anche a raccontare i dilemmi e le domande legate al concetto di Fede senza mai apparire eccessivo da una parte o dall'altra, mostrando al contrario il lato umano di quella che dovrebbe essere, di fatto, "materia divina": tutti punti a favore di un piccolo ma decisamente splendido film in grado di riportare alla mia memoria di spettatore il neorealismo che tanto bene fece alla settima arte nostrana così come alcuni sprazzi di cruda potenza dell'Est come li avrebbero dipinti Maestri del calibro di Waijda e Tarkovski.
Certo, non siamo ai livelli di Katyn o L'infanzia di Ivan, eppure Ida mostra, nella quotidianità - piacevole o crudele che sia - di alcune sequenze e nel lirismo travolgente di altre, una scintilla che in questi primi mesi del duemilaquindici ho sentito poco rispetto ai titoli usciti in sala, soprattutto tra quelli candidati agli Oscar: grande merito va al suo autore, che pare aver mescolato tutti gli ingredienti nel modo più saggio, preciso ed onesto possibile, regalando un palcoscenico importante anche alle due ottime interpreti, in grado di palleggiarsi alla perfezione comprimari come il contadino che le condurrà alla verità sui genitori della ragazza o il giovane sassofonista.
Come se non bastasse, perfino ad un ateo senza alcuna voglia di stringere legami con la religione in toto come il sottoscritto, Pawlikowski riesce a rendere bene la scelta conclusiva di Ida, grazie ad un percorso di ricerca legato all'esperienza e non alla cieca Fede: e nonostante, di fatto, questo film racconti principalmente drammi e porti a galla ricordi dolorosi di una nazione e della protagonista che la rappresenta, sui titoli di coda ho finito per sentirmi straordinariamente in pace, come se, dopo tutta quella neve, Ida avesse il potere di prendermi per mano e condurmi alla primavera.
Per un piccolo film polacco che pare uscito da un'altra epoca, direi che è una cosa davvero da non sottovalutare.




MrFord




"Come to decide that the things that I tried were in my life just to get high on.
when I sit alone, come get a little known
but I need more than myself this time.
step from the road to the sea to the sky, and I do believe that we rely on
when I lay it on, come get to play it on
all my life to sacrifice."
Red Hot Chili Peppers - "Snow" - 




martedì 3 febbraio 2015

Fury

Regia: David Ayer
Origine: USA, Cina, UK
Anno:
2014
Durata:
134'






La trama (con parole mie): nel cuore della Germania nazista ormai messa alle strette dagli Alleati l'avanzata dell'esercito americano è resa difficoltosa dalla resistenza degli ultimi gruppi di soldati tedeschi ancora dotati di carri decisamente più potenti e pericolosi di quelli in dotazione agli statunitensi.
A bordo del Fury, che dallo sbarco in Normandia ha viaggiato attraverso mezza Europa senza smettere di combattere, si trovano il sergente e comandante dell'equipaggio Wardaddy ed i suoi uomini Bible, Gordo e Coon-Ass, rimasti privi del loro tiratore, morto durante una delle ultime azioni della squadra.
Per sostituirlo viene assegnato al manipolo di soldati il giovanissimo Norman, un ragazzino spaurito che nell'esercito ha fatto solo il dattilografo catapultato da un giorno all'altro nello stomaco certo non ricco di attrattive della guerra sul campo.
Il giovane, inizialmente terrorizzato dalla situazione e dai compagni di viaggio, finirà per crescere sotto l'ala protettrice dello stesso Wardaddy, imparando sulla pelle il dolore di un'esperienza così terribile.








Con ogni probabilità, la Guerra è fin dall'alba dei tempi una delle realtà in grado di portare a galla l'indiscutibile peggio dell'Uomo, i suoi lati oscuri, l'istintività animalesca da Legge della giungla che guarda solo alla sopravvivenza e al dominio.
L'Orrore, per dirla come il Kurtz di Apocalypse Now.
Eppure, nonostante questo fatto sia quasi indubbio, anche lo spettatore più distante dalle pellicole legate a doppio filo alla stessa finisce, una volta posto di fronte al "fatto", vittima di un fascino quasi irresistibile, fosse anche poi negato da una successiva critica ferocemente negativa: e, onestamente, non ne sono affatto stupito.
In fondo, quei lati oscuri e quel peggio cui accennavo poco sopra, fanno parte di ognuno di noi, ed ognuno di noi, con le diversità legate al carattere ed alla formazione, in situazioni estreme - e non c'è nulla di più estremo della Guerra stessa - dovrebbe fare i conti con loro, inevitabilmente: la varia umanità mostrata da David Ayer a partire dall'equipaggio del suo Fury ne è una dimostrazione lampante, dal giovane Norman, timido dattilografo pronto, passo dopo passo, a trasformarsi in "Machine", fino a Don "Wardaddy", paterno quanto militare, nel senso più autoritario e crudele del termine, passando per Bible, Gordo e Coon-Ass.
Protagonisti che non sono affatto positivi, ma che, dal tesissimo pranzo in casa delle due donne tedesche - forse la scena più intensa della pellicola - allo scontro con lo squadrone di SS, mostrano tutte le sfumature - che, per l'appunto, non devono essere necessariamente positive - dell'umanità, soprattutto se portata sul campo di battaglia: si potrebbe, in questo senso, considerare Fury una sorta di versione molto più badass e sporca di Salvate il soldato Ryan, l'ennesimo ritratto - ed il secondo in poco più di un mese di uscite in sala, insieme ad American Sniper - della grottesca realtà generata dal conflitto, con gli squilibri fisici e psicologici portati a galla, i massacri, il fatto che, da un lato e dall'altro della barricata, finiscono per trovarsi persone che lottano principalmente per riportare a casa la pelle e convinte di essere dalla parte giusta - interessante, in questo senso, proprio il confronto tra il già citato pranzo pronto a stimolare i più bassi istinti della squadra di Wardaddy ed il finale, con una salvezza giunta grazie alla pietà mostrata da uno dei membri delle mostruose SS -, e che la situazione di stress, il contatto con la violenza e la paura rendono inevitabilmente più pericolose di quanto loro non si sarebbero probabilmente mai immaginate di essere.
La cornice, poi, ben si adatta, con il suo fango ed una fotografia decisamente autunnale, all'atmosfera densa e pesante che stringe il cuore dei soldati, costringendoli a proteggersi mostrando un'aggressività a tratti assurda ed esagerata - sono rimasto decisamente colpito dal charachter di Norman, passato dalla paura di sparare alle sventagliate di mitragliatore al grido "Fuck the Nazi" lanciato abbattendone a decine -: la Guerra, come concetto e realtà, resta una delle piaghe più terribili con le quali finiamo per fare i conti, ed effettivamente dovremmo ritenerci fortunati ad essere cresciuti in un'epoca che non ha avuto conflitti "mondiali" sull'altare dei quali sacrificare milioni e milioni di vite.
Certo, illudersi che possa un giorno tutto finire e la Pace trionfare è onestamente assurdo - e lo scrivo con profondo rammarico -, principalmente per colpa della nostra Natura: in fondo, per quanti progressi si possano archiviare, restiamo comunque animali, spinti da un'istintività che porterà inevitabilmente ad un confronto certo non civile con chi, ai nostri occhi, avrà minacciato quello che consideriamo nostro, e che vorremmo sempre proteggere.
Ed è curioso quanto Norman, nell'epilogo, venga ribattezzato "eroe".
Perchè la Guerra non lascia eroi, da una parte o dall'altra.
O vincitori, o vinti.
Solo sopravvissuti.
Alla "furia" dell'Umanità stessa.




MrFord



"Breathe in deep, 
and cleanse away our sins
and we'll pray that there's no God
to punish us and make a fuss."
Muse - "Fury" - 




 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...