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lunedì 6 febbraio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge (Mel Gibson, Australia/USA, 2016, 139')




Ricordo bene i tre giorni della visita di leva, quando ancora essere chiamati per il servizio militare era un obbligo: ricordo anche quanto mi deluse, a fronte della quasi totalità dei miei amici di allora, per qualche motivo riformati o dichiarati "rivedibili" anche per motivi davvero ridicoli - piedi piatti, ci credereste!? - essere uno degli unici due presi e dichiarati "abili" al primo colpo.
Gli aneddoti a proposito di quei tre giorni sono uno dei miei pezzi forti ancora oggi, ma non è di quelli che vorrei parlare: ai tempi, spinto principalmente dalla reticenza ad una certa autorità "imposta" - già a scuola avevo i miei problemi, in questo senso -, dall'antimilitarismo e da una certa allergia al concetto di guerra, che a prescindere da come vada, non porta mai vincitori, ma solo vinti, scelsi di operare la scelta dell'obiezione di coscienza, che si tramutò in una delle esperienze lavorative più gratificanti a livello umano della mia vita, ma anche questa è un'altra storia.
La cosa che mi colpì di più in quel periodo - ora non avrebbe senso una cosa di questo genere - era data dal fatto che dichiarandosi obiettori si diventava erba di un unico fascio, dunque per chi sceglieva questa strada non solo diveniva impossibile pensare una carriera in un corpo considerato militare - pompieri inclusi, purtroppo per me - o la possibilità - questa logica - di richiedere un porto d'armi, ma soprattutto, a fronte di una dichiarazione di "non violenza" di fondo, in caso di denuncia penale per qualsiasi reato di natura, per l'appunto, violenta, una pena se non ricordo male raddoppiata rispetto ad una persona "normale".
Ad ogni modo, ai tempi avevo più in mente Dalton Trumbo ed il suo magnifico E Johnny prese il fucile, e mi consideravo più un ribelle allergico alle divise che non una specie di Gandhi - e parlo di una delle figure che più ammiro nella Storia -, tanto che, ancora oggi, penso che in caso di circostanze estreme come quelle di un conflitto come i due che scossero il mondo il secolo scorso, non esiterei un secondo ad uccidere per la sopravvivenza mia e della mia famiglia.
Armi o non armi.
E vi dirò, ora che sono cresciuto, e mi sento più risolto e stabile, penso riuscirei tranquillamente a reggere un anno di servizio militare. E forse anche allora mi sarebbe anche servito, chissà.
Poco importa, comunque. Quello di cui volevo parlare, in realtà, è Desmond Doss.
Nonostante, infatti, E Johnny prese il fucile fosse un mio cult personale, non conoscevo la reale vicenda di quello che è stato il primo soldato obiettore presumo della Storia, un medico che, cresciuto dalla violenza esercitata e repressa del padre - veterano della Prima Guerra Mondiale - contro la sua famiglia, il mondo e se stesso, e spinto da una Fede a dir poco radicata - da ateo miscredente, ammiro molto chi riesce ad essere così devoto senza risultare patetico, quanto più assertivo e saldo - decide di arruolarsi lottando contro pregiudizi, insulti, prevaricazioni ed ingiustizie fino a guadagnarsi, grazie ad un'impresa a dir poco eroica - se non leggendaria - la più alta decorazione militare statunitense e soprattutto una fama che, a quanto pare, non intaccò mai l'umiltà di quel soldato privo di armi in corsa sui campi di battaglia di Okinawa in cerca di vite da salvare.
Con una materia di questo tipo il rischio di sconfinare nel retorico a stelle e strisce e nel quasi ridicolo involontario era decisamente importante, ed ai miei occhi lo sarebbe stato anche se dietro la macchina da presa si fosse trovato, ad esempio, uno come Clint Eastwood: al contrario, a dirigere un cast ben assortito e sorprendentemente in parte - Hugo Weaving strepitoso, e perfino cagnacci come Vaughn e Wortington paiono quasi umani - in questo caso era Mel Gibson, uno a cui vorrò bene per sempre grazie alla sua follia nonchè al volto prestato ad alcuni supercult del sottoscritto - da Gli anni spezzati alla trilogia di Mad Max, passando per Arma Letale - ma che, sempre a causa di quella stessa follia, negli anni era riuscito a regalare alcuni abomini cinematografici quasi inarrivabili - uno su tutti, La passione di Cristo, credo uno dei cinque film peggiori che abbia mai visto - soprattutto nel ruolo di regista.
Rischi, dunque, raddoppiati.
E invece, tolti un paio di momenti forse troppo enfatici, il buon Mel dirige il suo miglior lavoro con Braveheart, un film di guerra molto classico e violento ma anche, paradossalmente, umano e legato a doppio filo al concetto di Fede, tematica più che cara al regista ed attore qui per una volta trattata con intelligenza e passione nonostante le ferme e rigide osservanze del protagonista - e del cineasta, mi verrebbe da dire, che a quanto pare è ben oltre i limiti del fanatismo -: Hacksaw Ridge è una storia legata alla follia umana - del resto, la guerra è forse la follia più grande, in questo senso - ed al riscatto che proprio l'essere umani a volte può regalare - splendida l'amicizia tra Desmond e Smitty, così come intelligente la riflessione che, dal punto di vista di un osservante come Doss, trova assurdo che in tempi di guerra e sul campo di battaglia un omicidio non sia considerato tale, che si parli di Legge o di Fede -, un esempio importante delle dimensioni delle potenzialità degli esseri umani anche nelle loro ore più buie.
Siate poi liberi di pensare che sia merito di un qualsiasi dio, o del più semplice e determinato degli Uomini.
In questo senso, per me vale la posizione di Doss: portare un'arma non rende necessariamente un uomo più Uomo di un altro.




MrFord





martedì 3 maggio 2016

Point break

Regia: Ericson Core
Origine: USA, Germania, Cina
Anno: 2015
Durata:
114'








La trama (con parole mie): l'atleta di sport estremi Johnny Utah, sconvolto dalla morte di un compagno d'avventure nel corso di un'impresa, decide di mollare l'ambiente e dedicarsi allo studio della Legge prima di iscriversi all'Accademia dell'FBI. Una volta entrato nell'Agenzia, viene reclutato per indagare sui colpi che paiono essere effettuati da una banda di eco-terroristi dediti proprio agli sport estremi, che si è già messa alla prova con due prove apparentemente impossibili da superare.
Utah, affiancato dal veterano Pappas, si troverà a tentare l'inserimento nelle dinamiche del gruppo di drogati di adrenalina guidato da Bodhi per comprendere le loro ragioni e fermarli prima che portino a termine il progetto di rivoluzione che hanno da tempo pianificato.











Devo ammetterlo: partivo molto, molto prevenuto rispetto al remake di Point break, uno degli action movie preferiti di questo vecchio cowboy, nonchè tra i miei titoli favoriti in assoluto, dunque questo (inutile) remake si muoveva al Saloon praticamente su un campo minato.
Ma non mi aspettavo che fosse ancora più brutto di quanto potessi immaginare.
Come ho letto non ricordo neppure dove, questa sorta di eccessivamente lungo videoclip che pare il figlio illegittimo di una GoPro ed una lattina di Red Bull non solo lavora alacremente in modo da causare spasmi incontrollati di rabbia in chi ha amato l'originale, ma finisce per non risultare neppure accattivante agli occhi di chi, per generazione o scellerata casualità, della pellicola di Katheryn Bigelow non ha mai neppure sentito parlare: plausibilità e logica zero, personaggi piatti e poco interessanti, il confronto, l'amicizia ed il conflitto tra Utah e Bodhi appiattito neanche ci trovassimo nella peggiore delle fiction, tatuaggi sparsi sui corpi dei protagonisti come se piovesse e clamorosamente frutto di un pessimo trucco - mai visti tattoos così brillanti neppure appena fatti, senza contare gli improbabili disegni che fanno capolino sullo stesso Utah -, un crescendo che elimina totalmente l'escalation fatta di dubbi e speranze dell'originale per lasciare spazio ad una serie di spot che paiono presi da Youtube tra snowboard, surf, motociclette e chi più ne ha, più ne metta.
Perfino la spinta che muove la banda di Bodhi a compiere i colpi perde clamorosamente il confronto: da aspiranti giovani surfisti pronti a finanziare con le rapine in banca "un'estate senza fine" ed il sogno di vivere per sempre "forever young", infatti, gli Ex-Presidenti divengono una cricca di eco-terroristi wannabe Robin Hood - pronti, però, a farsi finanziare dal giovane mediorientale ricco sfondato di turno - determinati a seguire i dettami new age di un santone morto proprio nel tentativo di compiere una delle imprese che i "nostri" portano a termine senza neppure troppa fatica.
Una debacle sotto tutti i punti di vista, che perde completamente il focus dell'originale rispetto alla spinta al superare i limiti - propri e della Natura -, qui irrisi senza neppure battere ciglio, e che anche senza prendere in considerazione la pellicola d'ispirazione appare come il più piatto action da due soldi buono giusto per il weekend su Italia Uno.
Se non altro, questo terrificante esperimento privo di pathos e di idee, nonchè dell'epicità del suo ispiratore, avrà grande spazio nella classifica di fine anno dedicata al peggio della stagione cinematografica, all'interno della quale sfiderà davvero i limiti estremi che tanto paiono piacere - almeno sulla carta - agli autori di questa roba, degna dei più spompati adolescenti youtubbers che sognano una realtà da superfighi da spiaggia.
Ma non voglio che questo sia un vero e proprio massacro: se non altro, un colpo di scena - quello del destino di Samsara, la Tyler di questa versione - è parso quantomeno lontanamente coraggioso, anche se l'inutilità del personaggio della donna in teoria contesa tra Utah e Bodhi di fatto annulla qualsiasi potenziale effetto benefico del suo utilizzo drammatico.
Io spero che Ericson Core e soci sappiano nuotare, perchè se questo film nasce per cavalcare l'onda, l'unica cosa certa delle sue evoluzioni sulla tavola sono i fondali non sempre ospitali dell'oceano.
Dove, comunque, mi pare giusto che stia.
E non perchè si tratta di un tesoro.





MrFord






"People
keep on learnin'
soldiers
keep on warrin'
world,
keep on turnin'
cause it won't be too long.
Powers
keep on lyin',
while your people
keep on dyin'
world,
keep on turnin',
cause it won't be too long."
Red Hot Chili Peppers - "Higher ground" - 





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