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lunedì 6 febbraio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge (Mel Gibson, Australia/USA, 2016, 139')




Ricordo bene i tre giorni della visita di leva, quando ancora essere chiamati per il servizio militare era un obbligo: ricordo anche quanto mi deluse, a fronte della quasi totalità dei miei amici di allora, per qualche motivo riformati o dichiarati "rivedibili" anche per motivi davvero ridicoli - piedi piatti, ci credereste!? - essere uno degli unici due presi e dichiarati "abili" al primo colpo.
Gli aneddoti a proposito di quei tre giorni sono uno dei miei pezzi forti ancora oggi, ma non è di quelli che vorrei parlare: ai tempi, spinto principalmente dalla reticenza ad una certa autorità "imposta" - già a scuola avevo i miei problemi, in questo senso -, dall'antimilitarismo e da una certa allergia al concetto di guerra, che a prescindere da come vada, non porta mai vincitori, ma solo vinti, scelsi di operare la scelta dell'obiezione di coscienza, che si tramutò in una delle esperienze lavorative più gratificanti a livello umano della mia vita, ma anche questa è un'altra storia.
La cosa che mi colpì di più in quel periodo - ora non avrebbe senso una cosa di questo genere - era data dal fatto che dichiarandosi obiettori si diventava erba di un unico fascio, dunque per chi sceglieva questa strada non solo diveniva impossibile pensare una carriera in un corpo considerato militare - pompieri inclusi, purtroppo per me - o la possibilità - questa logica - di richiedere un porto d'armi, ma soprattutto, a fronte di una dichiarazione di "non violenza" di fondo, in caso di denuncia penale per qualsiasi reato di natura, per l'appunto, violenta, una pena se non ricordo male raddoppiata rispetto ad una persona "normale".
Ad ogni modo, ai tempi avevo più in mente Dalton Trumbo ed il suo magnifico E Johnny prese il fucile, e mi consideravo più un ribelle allergico alle divise che non una specie di Gandhi - e parlo di una delle figure che più ammiro nella Storia -, tanto che, ancora oggi, penso che in caso di circostanze estreme come quelle di un conflitto come i due che scossero il mondo il secolo scorso, non esiterei un secondo ad uccidere per la sopravvivenza mia e della mia famiglia.
Armi o non armi.
E vi dirò, ora che sono cresciuto, e mi sento più risolto e stabile, penso riuscirei tranquillamente a reggere un anno di servizio militare. E forse anche allora mi sarebbe anche servito, chissà.
Poco importa, comunque. Quello di cui volevo parlare, in realtà, è Desmond Doss.
Nonostante, infatti, E Johnny prese il fucile fosse un mio cult personale, non conoscevo la reale vicenda di quello che è stato il primo soldato obiettore presumo della Storia, un medico che, cresciuto dalla violenza esercitata e repressa del padre - veterano della Prima Guerra Mondiale - contro la sua famiglia, il mondo e se stesso, e spinto da una Fede a dir poco radicata - da ateo miscredente, ammiro molto chi riesce ad essere così devoto senza risultare patetico, quanto più assertivo e saldo - decide di arruolarsi lottando contro pregiudizi, insulti, prevaricazioni ed ingiustizie fino a guadagnarsi, grazie ad un'impresa a dir poco eroica - se non leggendaria - la più alta decorazione militare statunitense e soprattutto una fama che, a quanto pare, non intaccò mai l'umiltà di quel soldato privo di armi in corsa sui campi di battaglia di Okinawa in cerca di vite da salvare.
Con una materia di questo tipo il rischio di sconfinare nel retorico a stelle e strisce e nel quasi ridicolo involontario era decisamente importante, ed ai miei occhi lo sarebbe stato anche se dietro la macchina da presa si fosse trovato, ad esempio, uno come Clint Eastwood: al contrario, a dirigere un cast ben assortito e sorprendentemente in parte - Hugo Weaving strepitoso, e perfino cagnacci come Vaughn e Wortington paiono quasi umani - in questo caso era Mel Gibson, uno a cui vorrò bene per sempre grazie alla sua follia nonchè al volto prestato ad alcuni supercult del sottoscritto - da Gli anni spezzati alla trilogia di Mad Max, passando per Arma Letale - ma che, sempre a causa di quella stessa follia, negli anni era riuscito a regalare alcuni abomini cinematografici quasi inarrivabili - uno su tutti, La passione di Cristo, credo uno dei cinque film peggiori che abbia mai visto - soprattutto nel ruolo di regista.
Rischi, dunque, raddoppiati.
E invece, tolti un paio di momenti forse troppo enfatici, il buon Mel dirige il suo miglior lavoro con Braveheart, un film di guerra molto classico e violento ma anche, paradossalmente, umano e legato a doppio filo al concetto di Fede, tematica più che cara al regista ed attore qui per una volta trattata con intelligenza e passione nonostante le ferme e rigide osservanze del protagonista - e del cineasta, mi verrebbe da dire, che a quanto pare è ben oltre i limiti del fanatismo -: Hacksaw Ridge è una storia legata alla follia umana - del resto, la guerra è forse la follia più grande, in questo senso - ed al riscatto che proprio l'essere umani a volte può regalare - splendida l'amicizia tra Desmond e Smitty, così come intelligente la riflessione che, dal punto di vista di un osservante come Doss, trova assurdo che in tempi di guerra e sul campo di battaglia un omicidio non sia considerato tale, che si parli di Legge o di Fede -, un esempio importante delle dimensioni delle potenzialità degli esseri umani anche nelle loro ore più buie.
Siate poi liberi di pensare che sia merito di un qualsiasi dio, o del più semplice e determinato degli Uomini.
In questo senso, per me vale la posizione di Doss: portare un'arma non rende necessariamente un uomo più Uomo di un altro.




MrFord





mercoledì 7 ottobre 2015

Everest

Regia: Baltasar Kormakur
Origine:
UK, USA, Islanda
Anno:
2015
Durata:
121'






La trama (con parole mie): il dieci maggio del novantasei le spedizioni congiunte guidate da Rob Hall e Scott Fischer diedero inizio alla scalata volta alla conquista dell'Everest, il tetto del mondo, la cima più alta della Terra.
Responsabili delle vite di uomini e donne pronti a pagare profumatamente per vivere l'avventura alpinistica della loro vita, i due capigruppo, pur con approcci differenti, raggiungono il loro obiettivo nonostante le difficoltà organizzative e fisiche e la sfida ardua rappresentata dalla montagna: quando, però, all'inizio della discesa, una violentissima ed inaspettata tormenta coglie di sorpresa i gruppi di scalatori, la situazione finisce per delinearsi subito come drammatica.
L'impresa più ardua, a quel punto, non apparirà più quella di aver raggiunto - o aver tentato di farlo - la vetta, bensì riuscire a riportare la pelle al campo base e poter tornare a casa sani e salvi.











Per quanto sia profondamente attaccato e dedito alla vita, il confronto con la Natura e le sfide in grado di portare al limite l'Uomo hanno sempre finito per esercitare un fascino particolare, sul sottoscritto: e la montagna, così come le espressioni più impressionanti della forza e presenza del mondo rispetto a noi che lo popoliamo, ne sono una perfetta rappresentazione.
Da Alive a Cliffhanger, passando per La morte sospesa, dall'action tamarro al documentario, l'ambientazione alpinistica ha sempre stuzzicato e non poco l'emozione di questo vecchio cowboy, nonostante, di fatto, a parte la prova di scalata di parete agli Universal Studios in quel di Orlando o l'escursione al limite del grottesco ai tempi del liceo in Trentino quando ci ritrovammo riparati in un rifugio, tutti in pantaloncini e maglietta, con una mini bufera di neve all'esterno in pieno giugno, non mi sia mai cimentato in alcuna ascesa di vetta.
Everest, firmato dallo stesso Baltasar Kormakur che apprezzai per il discreto Contraband qualche anno fa, criticato sia alla Mostra di Venezia che dal pubblico più radical, ha reso bene il servizio a questo stesso fascino, portando sullo schermo una vicenda senza dubbio romanzata a favore di Hollywood e della resa finale del prodotto ma ugualmente efficace ed in grado di mantenere alta l'attenzione dell'audience dall'inizio alla fine, complici le suggestive riprese della montagna e la curiosità di scoprire - per chiunque non si fosse documentato in precedenza - il destino dei partecipanti alla drammatica ascesa di quel dieci maggio novantasei.
Nonostante, infatti, l'Everest non rappresenti la cima più minacciosa del pianeta - primato che spetta all'Annapurna, che vanta il terrificante record di un morto ogni quattro aspiranti conquistatori del traguardo, contro la statistica della vetta più alta del mondo che vede un decesso ogni trendadue -, il confronto con la furia che la Natura può scatenare contro noi peccatori è decisamente impari, e forse proprio per questo frutto di ispirazioni, imprese o tentativi di compierne altrettanto folli: sfruttando un cast di prim'ordine ed effetti in grado di rendere alla grande l'impressione che uno spettacolo di quel genere può suscitare Kormakur guida tutti noi dall'altra parte del grande schermo all'interno di un'epopea per nulla eroica e tremendamente umana, pronta a farci fare il tifo per i partecipanti alla spedizione e ad un tempo immaginare come ci saremmo comportati noi, al loro posto.
Certo, le caratterizzazioni sono delineate con l'accetta - fatta eccezione, forse, per Rob Hall e Beck Weathers, i due veri protagonisti della pellicola, rispettivamente interpretati dal sempre più presente Jason Clarke e dalla vecchia conoscenza del Saloon Josh Brolin -, l'escalation finale ottima per i fazzoletti e l'emozione facile, alcuni passaggi fin troppo veloci ed al servizio della conclusione, eppure l'idea è resa con grande efficacia, così come la tensione e la percezione che, in situazioni limite come quella descritta, non esistano passione, determinazione o voglia di imporsi che tengano, perchè l'ultima risposta è quella, di condanna o grazia, data dalla Natura stessa.
Non che con questo abbia intenzione di sminuire la titanica impresa umana, che nel successo come nel fallimento porta i contorni della leggenda e del mito, quasi potessimo tornare ai tempi dell'Antica Grecia, ma nonostante i nomi altisonanti del cast la vera protagonista di Everest è, sulla carta e nel concetto, proprio lei, la montagna.
La spinta che, anche a rischio della vita, ci porta a raggiungere la vetta, sacrificando tutto quello che possiamo, o ad abbandonarci.
E ci pone una domanda da non sottovalutare: è preferibile raggiungere la vetta a costo della propria vita, o non avercela fatta, e con tutti i limiti del caso, aver portato a casa la pelle?
Onestamente, una mia risposta ce l'ho.




MrFord




"From the depth of the Pacific
to the height of Everest
and still the world is smoother
than a shiny ball-bearing."
Ani DiFranco -"Everest" -






martedì 26 maggio 2015

Cake

Regia: Daniel Barnz
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 102'






La trama (con parole mie): Claire Bennett, straziata nel corpo e nello spirito da anni a seguito di un incidente stradale che l'ha privata del figlio, si rifugia in un'esistenza costruita attorno agli antidepressivi e sulle spalle della salda Silvana, sua confidente, domestica e coscienza.
Quando la giovane Nina Collins, sua compagna in un gruppo di terapia, si suicida lasciando marito e figlio, per Claire inizia un percorso che la vede rapportarsi non solo con gli stessi Collins, ma anche e soprattutto con un mondo esterno contro il quale è stata in guerra dal giorno in cui tutto, nella sua realtà quotidiana, è apparentemente finito.
Riuscila donna a venire a patti con il passato e se stessa, le medicine e la rabbia, il dolore ed il futuro, in modo da poter ricominciare a guardare il mondo faccia a faccia, piuttosto che rintanata su un sedile reclinato?






  



Il tempismo, che si parli di Cinema, Musica, Arte in generale o della Vita, è sicuramente un fattore importante non solo per la riuscita di un progetto o di un'impresa, ma anche per la percezione dello stesso.
A volte capita, come per un appuntamento che non funziona, di uscire con una persona interessante, carina, piacevole, magari anche intensa, e di non trovare alcun motivo per rivederla.
Con la visione di Cake è andata proprio in questo modo: probabilmente, se Daniel Barnz avesse portato sugli schermi un prodotto di questo tipo una decina d'anni fa, quando ancora titoli legati al superamento del dolore non apparivano inflazionati come oggi, la vicenda di Claire Bennett sarebbe risultata molto più potente ed innovativa di quanto non appaia oggi, a pochi mesi di distanza dall'uscita di un film associabile a questo e decisamente più incisivo come Still Alice.
In realtà, però, non vorrei calcare troppo la mano su Cake, che ha come unica colpa il fatto di non incidere quanto avrebbe potuto pur raccontando una storia onesta ed emozionante, azzeccando un personaggio che da solo regge l'intera pellicola - la domestica Silvana, interpretata da un'ottima Adriana Barraza - e regalando un paio di sequenze decisamente interessanti - il viaggio in Messico alla ricerca degli antidepressivi su tutte -: di fatto, il problema è che, una volta terminata la visione, resta poco impresso nella memoria soprattutto emotiva, quasi come se non riuscisse a travolgere come vorrebbe neppure nei momenti in cui la commozione e l'empatia con i protagonisti prendono il sopravvento.
Eppure la vicenda di Claire ed il suo progressivo ritorno ad affacciarsi alla vita a seguito di un dramma tra i più difficili da affrontare per una persona - genitori o no che si sia - è raccontata con onestà e la pancia che servono, ed osservare l'inevitabile percorso compiuto per passare dall'apnea al respiro profondo, dal sedile reclinato completamente allo sguardo sulla strada - e sulla vita, e sul mondo -, dalla propria famiglia perduta a quelle della confidente in proiezione Nina e dell'uomo responsabile della sua perdita - il sempre apprezzato William Macy, presente giusto in una scena e probabilmente legato alla partecipazione della compagna Felicity Huffman - è interessante e coinvolgente.
Peccato che, a conti fatti, tutto torni alla situazione iniziale dell'appuntamento che va liscio come l'olio destinato ugualmente ad essere l'unico e l'ultimo con chi abbiamo di fronte: tutto funziona, ma solo uno sbiadito ricordo resta.
Una visione, comunque, che non mi sento di sconsigliare, che resta in grado di emozionare e perfino a convincere nelle sue componenti più deboli - Sam Worthington, spesso e volentieri massacrato dagli snob, mi è parso anche convincente, probabilmente aiutato da un charachter molto profondo -, scritto discretamente e decisamente più onesto rispetto sia a pellicole da radical Sundance che a sbrodolate retoriche da blockbuster con lacrima facile.
Nel frattempo, io spero di non avere mai modo di percorrere la strada in salita di Claire Bennett - una convincente ma non così miracolosa Jennifer Aniston, che mostra forse più di non avere il talento di altre sue colleghe, piuttosto che paghi il fatto di imbruttirsi per portare a casa premi certi - e che Barnz, in futuro, sappia essere più che un bell'appuntamento pronto per essere dimenticato.
In fondo, le potenzialità per fare un passo oltre le ha tutte.




MrFord




"I only wanted to be sure
that what it was was really pure.
I put my face down in the cake.
My feet were flailing in a lake."
Cake - "Up so close" - 




sabato 31 gennaio 2015

Sabotage

Regia: David Ayer
Origine:
USA
Anno: 2014
Durata: 109'





La trama (con parole mie): Breacher, uomo tutto d'un pezzo, ex Navy Seal e guida di un team di spaccaculi della DEA, agenti abituati a dare tutto e anche di più, e vivere perennemente sul filo tra
sparatorie e missioni come infiltrati, persi la moglie ed il figlio, progetta un colpo che possa permettere alla sua squadra di prendersi quello che di norma non arriva mai ai loro livelli.
Nel corso di una missione che prevede l'eliminazione di un potente boss del narcotraffico, infatti, al tesoro di quest'ultimo vengono sottratti dieci milioni di dollari da spartire tra Breacher ed i suoi: peccato che, al momento del recupero della refurtiva, il denaro risulti sparito, rubato da qualcuno che ancora non ha volto.
Da quel momento per gli agenti cominciano i guai seri: dall'indagine che l'FBI apre su di loro ai conflitti interni, infatti, l'atmosfera si fa sempre più pesante.
E quando i membri della squadra cominciano ad essere uccisi apparentemente per mano di sicari inviati dai leader del Cartello ed entra in gioco una detective della omicidi, la situazione per Breacher pare farsi sempre più complicata.
Ma è davvero tutto come sembra, o le cose potranno addirittura complicarsi?






Era dallo scorso gennaio, quando per la prima volta vidi il trailer, che attendevo il nuovo lavoro di David Ayer – che la maggior parte conosce più per il buono e recente End of watch che non per i suoi
altrettanto interessanti lavori precedenti – quasi quanto il secondo capitolo di The Raid, pensando che sarebbe stato senza dubbio uno dei filmoni action e sguaiati più esaltanti della stagione, con uno Schwarzenegger tornato ormai a bomba su quella che era la sua specialità prima della carriera politica ed un cast di fordiani ad honorem – Josh Holloway e Joe Manganiello – ed interpreti che non ho
mai particolarmente amato ma che non riesco a farmi stare davvero antipatici – Sam Worthington e Terrence Howard -.
Il risultato è stato, seppur parzialmente deludente per quanto riguarda lo script, assolutamente in linea con quelle che erano le aspettative del Saloon: Sabotage è infatti un ruvido action dai risvolti crime legato ai concetti di superamento del dolore e fratellanza, abile mix tra un qualsiasi episodio di The Shield ed il soprendente Lone survivor.
Schwarzy, nonostante i settanta siano ormai alle porte, pare ancora un treno in corsa – come il suo amico e rivale Sly -, e regala al pubblico un personaggio spigoloso e controverso, paterno quanto spietato, in grado di mescolare le sue espressioni migliori – il sigaro acceso con compiacimento mi ha riportato alla mente l'epoca di Predator – ad un lato più drammatico che, seppur reso con la sua non proprio esaltante espressività, risulta funzionale rispetto al charachter.
Peccato che, di fatto, lo script – firmato anche da Ayer, come sempre accade per i suoi lavori, essendo lo stesso nato proprio come sceneggiatore di Training Day – non supporti al meglio un'ottima galleria di protagonisti – che, per quanto agenti, si mantengono decisamente in bilico sul labile confine tra Ordine e Caos -, un montaggio serratissimo e ben congegnato ed una tecnica sempre ottima: più che dedicarsi, infatti, ai dettagli in grado di definire in una singola scena l'esistenza intera di un charachter – quello che accade nei lavori di Michael Mann, per citare un Maestro del genere -, ci si preoccupa principalmente di arrivare a destinazione, tagliando un po' troppo con l'accetta e portando, di fatto, la prima parte ad apparire più come un cocktail tra un legal drama ed uno slasher e la seconda nel più classico film di genere con il protagonista ormai incazzato come un bufalo pronto a vendicarsi e distruggere tutto quello che si trova di fronte.
Uno spreco di potenzialità, dunque, per una pellicola che, andando oltre il sangue e le sparatorie, i morti ammazzati ed il crimine, racconta una vicenda di tradimenti, vendette, passioni e pugnalate alle spalle da fare invidia ad un drammone d'altri tempi: probabilmente la produzione, più concentrata sul lato action, ha preferito evitare che Sabotage assumesse le dimensioni – ed il minutaggio – di un'epopea in stile The Heat che non tutti gli spettatori – soprattutto quelli occasionali – avrebbero gradito, almeno ad un primo approccio.
Dunque, per quanto abbia concluso la visione in piena esaltazione agonistica che solo film di questo stampo riescono a stimolare nel sottoscritto, resta un vuoto dentro rispetto a quello che Sabotage
sarebbe potuto diventare se supportato adeguatamente in fase di scrittura: un po' come stendere un nemico dopo l'altro per scoprire di essere stato tradito dalla propria famiglia, o arrivare ad essere l'unico ancora in piedi, ma con il fato già scritto.
A quel punto non resta che sollevare il bicchiere, e fare un ultimo brindisi anche ad un destino beffardo.



MrFord



"I can't stand it, I know you planned it,
I'm gonna set it straight, this watergate.
I can't stand rockin' when I'm in here,
cause your crystal ball ain't so crystal clear.
so, while you sit back and wonder why,
I got this fuckin' thorn in my side.
oh my God, it's a mirage!
I'm tellin' y'all it's sabotage!"
Beastie Boys - "Sabotage" -




 

lunedì 16 settembre 2013

Drift - Cavalca l'onda

Regia: Ben Nott, Morgan O'Neill
Origine: Australia
Anno: 2013
Durata:
113'
 


La trama (con parole mie): Andy e Jimmy Kelly, fuggiti accanto alla madre da Sidney e da un padre violento ed alcolizzato all'inizio degli anni sessanta si ritrovano tra i pionieri del surf sulle spiagge mozzafiato dell'Australia più selvaggia e rurale, ragazzoni di provincia pronti a rischiare il tutto e per tutto tra le onde e non solo.
Andy, tutto d'un pezzo e più responsabile, sogna di mettere in piedi un business legato all'equipaggiamento per il surf, mentre il fratello minore Jimmy, genio e sregolatezza della tavola, con l'amico Gus finisce sempre per essere in bilico tra le cattive compagnie ed un destino incerto.
L'arrivo del filosofo itinerante J.B. e della sua compagna di viaggio Lani porterà i due fratelli a confrontarsi con i propri sogni, la realtà ed una crescita che non sempre si rivelerà piacevole come una giornata in spiaggia.




Scrivo questo post in una sera di fine estate che ha portato in dono uno dei primi temporali con il sapore fresco e pungente dell'autunno, conscio del fatto che lo programmerò per il giorno in cui, dopo tre mesi e mezzo, farò ritorno al lavoro.
Ora, poco importa del perchè sia riuscito a concedermi e godermi una stagione come quelle che si facevano ai tempi della scuola, che il mio voto ad un film di cuore ma non così perfetto sia fin troppo generoso, che l'Australia mi manca, e vorrei che tutta la famiglia Ford avesse occasione di trasferirsi lì, down under, per ricominciare in un luogo in cui ricominciare pare proprio essere possibile.
Nel cuore di luglio, quando la nostalgia crescente di questi giorni ancora appariva come un miraggio, rividi e recensii - e non per la prima volta - Point break, parlando dell'importanza che l'estate ha avuto e continua ad avere nella mia formazione e vita, nonostante il sottoscritto non abbia mai di fatto messo piede su una tavola da surf in vita sua - per il momento il massimo, in questo senso, è stato il parasailing, sempre goduto ai tempi dell'Australia - e Julez sia nata tra le onde decisamente più di questo vecchio cowboy decisamente più a suo agio sulla terra, o al massimo tra le onde di una sbronza da record.
Eppure Drift - Cavalca l'onda è riuscito - malgrado la presenza del cane maledetto Sam Worthington - a conquistarmi dal primo all'ultimo minuto, ricordando i tempi in cui riuscivo a godermi il piacere di una visione senza pensare troppo al suo valore artistico, alla tecnica o a tutti quegli aspetti che ora finiscono, volenti o nolenti, per influenzarmi nel momento in cui mi metto alla scrivania e decido quale voto assegnare ad un film, se bottigliarlo oppure no o cosa lasciarmi scappare nel momento in cui scrivo dello stesso.
Sarà che si tratta della già citata Australia, dei mitici anni settanta, di fratellanza o di sogni per i quali ci si ritrova a combattere con le unghie e con i denti, ma le vicende dei Kelly e dei loro amici hanno finito per fare breccia nel cuore del sottoscritto neanche si trattasse di compari di mille disavventure, appartenenti ad una classe sociale che ben conosco e che ha nel suo futuro i calli sulle mani per il troppo lavoro o il rischio di finire un pò troppo in là rispetto al confine, perdendosi e perdendo chi è importante davvero.
Nel corso di queste quasi due ore, dunque, ho finito per accantonare qualsiasi proposito prettamente critico, gli accostamenti con le riprese magistrali dei due capisaldi del surf sul grande schermo - il già citato Point break e Un mercoledì da leoni - e l'analisi di una sceneggiatura forse troppo facile o già sentita per godermi una storia onesta, semplice e diretta neanche si trattasse di un'onda che si decide di cavalcare in un momento di follia, senza pensare a nient'altro che alla grandezza della Natura di fronte a noi, mentre il tubo romba e si chiude alle nostre spalle, sperando di essere sempre quell'istante più veloci di lui, perchè sarà proprio lì che si giocherà la differenza tra la vita e la morte.
E quando le prospettive non saranno così estreme, si lotterà comunque, perchè un lavoro, un amore, un futuro spesso e volentieri non arrivano - e soprattutto non si difendono e custodiscono - senza un pò di sano sudore e fatica: neppure il talento cristallino del giovane Jimmy può bastare, infatti, per domare l'oceano che tutti i giorni il mondo ci riversa contro.
E allo stesso modo, neppure la ferrea determinazione di Andy.
C'è bisogno di entrambi, per finire a fondo e tornare a galla.
C'è bisogno del coraggio di una madre, dell'amore di una donna, di una Famiglia accanto.
C'è bisogno perfino di una nemesi e di un quasi santone che, alla fine, si rivela più pane e salame di chi pane e salame ci è nato.
C'è bisogno di un'onda, per cavalcare l'oceano.
E di un film senza troppe pretese per tirare fuori, finalmente, un post come volevo scriverne dal mio ritorno dalle vacanze.
Niente Autori, niente Capolavori, niente tecnica sopraffina o interpretazioni da urlo.
Solo tanto cuore, le onde del mare, grande musica e l'estate.
La stessa che ora pare scivolarmi via dalle mani.
La stessa che mi porto dentro per sopravvivere all'inverno.


MrFord


"L'estate sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va."
Righeira - "L'estate sta finendo" -


giovedì 8 agosto 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): secondo giovedì di uscite in agosto e secondo giovedì di uscite decisamente scarno, con la differenza, rispetto alla scorsa settimana, che questa volta non abbiamo alcun titolo a salvare capra e cavoli, MrFord o Cannibal Kid.
Dovremo quindi continuare ad attendere giorni migliori, e nel frattempo goderci il mare sbattendocene altamente delle sale.

MrFord - alla vostra sinistra - e Katniss Kid - alla vostra destra - sulla strada per la loro località di villeggiatura.
Io sono tu di Seth Gordon


Il consiglio di Ford: Io non sono Cannibal Kid. Fortunatamente.
Seconda collaborazione tra Seth Gordon e Jason Bateman dopo Come ammazzare il capo e vivere felici, commediola innocua quanto facilmente dimenticabile di un paio d'anni or sono: onestamente non mi attira per nulla, e considerato che mi troverò in spiaggia quando uscirà in sala, le possibilità che possa recuperarla una volta rientrato dalle ferie sono davvero scarse.
Certo, poi, se il Cucciolo dovese parlarne male nel frattempo, potrei perfino riconsiderare la questione, ma nel frattempo mi godrò la libertà di non preoccuparmene affatto.
Il consiglio di Cannibal: e io non sono Ford, evviva!
Commediola davvero poco divertente con Jason Bateman e la nuova fenomena della comicità americana, Melissa McCarthy. A parte la simpatia di quest’ultima, non salvarei molto di una visione che si rivela parecchio scontata e soprattutto troppo lunga e noiosa rispetto agli standard delle classiche commediole USA.
Un film che io consiglio di passare tranquillamente, ma non perdetevi la mia recensione, in arrivo a breve. Potrebbe piacere persino a Ford…

"E' colpa di Katniss Kid se la prenotazione è sbagliata, ne sono certo!"

Drift – Cavalca l’onda di Ben Nott, Morgan O’Neill


Il consiglio di Ford: andiamo tutti quanti a rivederci Point Break e Un mercoledì da leoni.
Ormai sono lontani i tempi in cui si poteva festeggiare l'esplosione dell'estate con titoli davvero interessanti giocati sul mondo del surf e la sua filosofia, ed ora siamo ridotti ad elemosinare lo spirito di un approccio unico e leggendario al mare a gente come Sam Worthington ed un mucchio di sconosciuti.
Stiamo davvero finendo a fondo.
Un po’ come quando si capita tra le pagine di Pensieri Cannibali.
Il consiglio di Cannibal: cavalcate l’onda cannibale
Drift è un film sul surf, ambientato negli anni ’70. Io in genere adoro i film sul surf, come Point Break, Un mercoledì da leoni e Lords of Dogtown (che pure è più sullo skateboard), così come i film ambientati nei 70s, da Il giardino delle vergini suicide ad Amabili resti. Questo film interpretato da uno dei peggiori attori del mondo, Sam “Avatar” Worthington, mi sembra però ben lontano da quei livelli. Potrebbe essere una visione estiva quasi decente, ma potrebbe anche rivelarsi un’australianata fordianata pazzesca!

"Hey fratello, ma quello laggiù in spiaggia è Peppa Kid!?" "Pare di sì: io non credevo neppure che sapesse nuotare!"
Body Language di Jeffrey Elmont


Il consiglio di Ford: un film sul ballo che pare uscito da un reality? Anche no, grazie.
Considerato che siamo in agosto e che credo neppure il Cannibale si sognerà di perdere tempo con una schifezza di questo genere, passo oltre senza neppure voltarmi indietro.
Il consiglio di Cannibal: I don’t speak Ford Language
Dall’Olanda, un film sul mondo della danza urban. Una risposta a una decina d’anni di distanza a pellicole americane come Save the Last Dance e Step Up che appare fuori tempo massimo così come i tentativi di Ford di utilizzare le nuove tecnologie. Oltre che insopportabile quanto i balli latino americani e le cagate reggaeton alla Danza Kuduro che tanto entusiasmano il mio blogger nemico numero 1.

Gli amichetti di Cannibal pronti a raggiungerlo e portagli i braccioli per nuotare senza paura.

domenica 4 novembre 2012

40 carati

Regia: Asger Leth
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
102'




La trama (con parole mie): Nick Cassidy, ex poliziotto corrotto incastrato per il furto di un diamante unico di proprietà di un milionario senza scrupoli, approfitta del funerale del padre per evadere dalla prigione di Sing Sing e rimanere nell'ombra progettando un tentato suicidio che mascheri di fronte ai media e alla gente della strada una spettacolare rapina che funga, di fatto, da prova che lo scagioni dalle accuse che gli sono costate due anni e il distintivo.
Così, dall'alto del cornicione di un hotel nel centro di Manhattan, l'uomo si ritrova a dirigere il circo di poliziotti, giornalisti, passanti e dei due complici che avranno il compito di recuperare lo stesso diamante costatogli l'accusa e milioni di dollari di risarcimento assicurativo al magnate David Englander.
Riuscirà Cassidy a vendicarsi, smacchiarsi il nome e sopravvivere?



Ammetto che, ai tempi della sua uscita, non avrei scommesso un soldo bucato su questo titolo che appariva come l'ennesimo, inutile tappabuchi da sala che non si sarebbe neppure potuto definire blockbuster con protagonista uno degli attori più inespressivi dell'attuale panorama hollywoodiano, Sam Worthington.
Così, 40 carati è rimasto a prendere polvere mentre passavano i mesi e si succedevano visioni che giudicavo di volta in volta decisamente più interessanti, fino a quando le ferie di fine settembre e la penuria di novità a portata di divano non hanno fatto in modo che venisse riesumato: a questo punto, sorpresa delle sorprese, il lavoro di Asger Leth si è rivelato addirittura un piccolo jolly.
Perchè se il cast non poteva contare su protagonisti particolarmente ispirati - ad affiancare Worthington troviamo il non troppo convincente ex Billy Elliot Jamie Bell ed Elizabeth Banks in un ruolo decisamente lontano da quelli cui siamo abituati -, su una trama innovativa o una tecnica particolarmente stupefacente, nel complesso la pellicola rispetta appieno il suo compito di prodotto d'intrattenimento di grana grossa e senza pretese rivelandosi un filmetto d'azione niente male, di quelli giusti giusti per riempirsi una serata molto pane e salame e godersi una vicenda prevedibilissima per essere il centro di un heist movie che dovrebbe tenere con il fiato sospeso eppure funzionale e ben giostrata, in grado di alternare alle sequenze del cornicione e all'intrigo orchestrato da Worthington/Cassidy quelle legate all'irruzione nel palazzo del bieco milionario Englander - un sempre ottimo Ed Harris, che ripropone la sua versione "villain" senza troppa fatica -, legate alle più classiche situazioni "da rapina" ed incentrate principalmente sulla presenza di Genesis Rodriguez, che per il pubblico maschile varrà da sola la visione del film - e al diavolo la credibilità del cambio d'abito a rapina in corso con tanto di sequenza praticamente in bikini dell'attrice -.
L'intrigo che vede poi Cassidy accusato lottare per la propria innocenza è telefonato almeno quanto la conclusione, ma anche in questo caso ci si mette comodi e si gusta il percorso che l'ex poliziotto - peraltro non uno stinco di santo - compirà per smascherare i complici di Englander che lo fregarono ai tempi, cercando di convincere la negoziatrice neanche dovesse strapparle un appuntamento per poi lasciarsi andare, nel finale, ad un inseguimento di quelli da classico film action con tanto di voli da un cornicione all'altro che fanno sempre la loro porca figura.
Dovessi ripensare ad un cult di questo tipo legato al mio passato, direi che 40 carati mi ha ricordato in qualche modo Speed, seppur con un approccio decisamente meno tamarro ed un risultato che difficilmente resterà negli annali del Cinema e nella memoria del pubblico, ma che in qualche modo - e con tutti i suoi limiti - è riuscito a stupire anche un vecchio cowboy dedito all'azione come il sottoscritto.
E questo riesce a rendere anche una robetta snobbata troppo in fretta un'inaspettata - a suo modo - rivelazione: praticamente, considerate le cartucce che aveva da sparare il regista, un successone.


MrFord


"Meet on the ledge
we're gonna meet on the ledge
when my time is up I'm gonna see all my friends
meet on the ledge
we're gonna meet on the ledge."
Fairport Convention - "Meet on the ledge" -


lunedì 25 giugno 2012

Le paludi della morte

Regia: Ami Canaan Mann
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 105'



La trama (con parole mie):  Mike e Brian sono due colleghi detectives dalle diverse inclinazioni. Il primo è giovane, preciso ed arrabbiato, ha un matrimonio fallito alle spalle - con la tosta poliziotta Pam - e pare in lotta con il mondo. Il secondo si è rifugiato nel profondo Texas con la famiglia per allontanarsi da New York e dal passato, in bilico tra Fede e (co)scienza e sempre pronto a sacrificare tutto il possibile - e anche di più - per garantire sicurezza e giustizia.
Quando un caso di omicidio della loro giurisdizione si incrocia con un'indagine legata a misteriose sparizioni e morti avvenute in tutta la regione, consumate nell'area delle temibili paludi che circondano la contea, i due si troveranno a dover affrontare i loro fantasmi personali nel corso di un'indagine torbida quanto il fango pronto ad inghiottire i corpi delle giovani vittime di quella che pare essere una coppia di assassini.





Essere figli d'arte non dev'essere affatto una cosa facile, soprattutto quando si è costretti a confrontarsi con un'eredità pesante e certo non comoda: da Sean Lennon a Jacob Dylan, passando per i numerosi eredi di Bob Marley, abbiamo visto quanto, nella Musica, possa essere impietoso vivere all'ombra dei propri genitori, ed anche con il Cinema le cose non paiono essere andate tanto meglio.
La pargoletta di Lynch, così come la decisamente più ispirata e talentuosa Sofia Coppola, non sono riuscite neppure lontanamente ad avvicinarsi alla grandezza dei loro padri, ed anche Ami Canaan Mann, figlia del celebratissimo Michael - uno degli autori action più amati in casa Ford -, pur mostrando buoni presupposti per il futuro, per il momento cede impietosamente il passo nel confronto anche con i primi lavori del regista di Heat - La sfida e Nemico pubblico - tra gli altri, ovviamente -.
Non che Le paludi della morte - adattamento pessimo del decisamente più funzionale Texas killing fields - sia un brutto film, o che non si intraveda qualche piccolo lampo in grado di lasciare ben sperare, ma di certo - nonostante l'utilità indubbia di essere figlia di un regista e produttore noto e celebrato in tutto il mondo - il cognome finisce per pesare sulla pur volenterosa Amy Canaan almeno quanto una sceneggiatura decisamente non in grado di esprimere tutte le potenzialità che una vicenda come questa avrebbe potuto sfoderare.
Del resto - Lansdale insegna - il thriller sudista di ambientazione texana, se prestato ad una penna capace di maneggiarlo con cura, mescolato a storie di disagio sociale come quelle della famiglia della piccola Ann - una Chloe Grace Moretz che pare aver perso il fascino e la bravura dei tempi della Hit Girl di Kick Ass - ha tutte le carte in regola per fare da ossatura ad una pellicola potenzialmente cult, in questo caso tradita appunto dallo script, a tratti nebuloso e poco attento nel definire al meglio la profondità dei personaggi - i due poliziotti protagonisti, ma anche la maggior parte dei charachters di contorno appaiono solo accennati e decisamente stereotipati, a cominciare da uno dei colpevoli, perfettamente individuabile come tale fin dalla sua prima apparizione sullo schermo -: al contrario, il comparto tecnico risulta decisamente interessante, dalle ambientazioni alle sequenze d'azione - nonostante alcune sbavature che, del resto, c'è da dire che la Mann avrà tutto il tempo di correggere -, e grazie principalmente a Jeffrey Dean Morgan e Jessica Chastain - che avrebbe meritato ben più spazio - anche la media del cast riesce a mantenersi su buoni livelli - nonostante Sam Worthington continui imperterrito nel suo percorso di interprete monocorde e pericolosamente simile ad un paracarro, in quanto ad espressività -.
Nel complesso, comunque, Le paludi della morte risulta un discreto punto di partenza per la sua regista - sul quale lavorare, e molto, magari lontana dal padre, qui presente nelle vesti di produttore -, un film onesto che si inserisce nel filone di pellicole decisamente di altro livello come Il silenzio degli innocenti, Manhunter o Seven ma anche di piccole perle nascoste come In the electric mist, che conta molti punti in comune con questo Texas killing fields: una buona visione, dunque, a metà tra il Cinema d'autore e la grande distribuzione che in questo torrido inizio d'estate rischia di fornire qualche spunto perfetto per una serata in bilico tra brividi - il tentato omicidio mostrato nella prima parte, una delle sequenze migliori della pellicola - e riflessioni - lo stato in cui versa la famiglia della giovane Ann e la situazione di questi piccoli centri urbani che paiono distaccamenti delle periferie più disagiate delle grandi città portate da un qualche crudele tornado nel mezzo del nulla in tempo per essere lasciate in completa balìa della Natura -.
Non sarà destinata a fare la Storia del Cinema, ma, forse, potrà rimanere un piccolo ricordo di una "stagione selvaggia".


MrFord


"Now lemme tell you a story
the devil he has a plan
a bag a' bones in his pocket
got anything you want
no dust and no rocks
the whole thing is over
all these beauties in solid motion
all those beauties, gonna swallow you up."
Talking Heads - "Swamp" -


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