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lunedì 21 maggio 2018

Rampage - Furia animale (Brad Peyton, USA, 2017, 107')







Ricordo più che bene - pur se velati da un alone misto di nostalgia, alcool ed età - i tempi in cui andavo in sala giochi con una scorta di monetine - che andavano dalle cinquanta alle duecento lire, a seconda della località - ed un amico - oppure mio fratello - per giocare a Rampage, divertendomi come un pazzo a distruggere palazzi ed ingoiare soldati utilizzando il gorilla in stile King Kong - a dire il vero il meno interessante dei tre personaggi a disposizione, per quanto mi riguarda -, il lupo gigante o il lucertolone.
Tempi semplici, lontani, in cui i videogiochi erano qualcosa di quasi incredibile e lontano dalla quotidianità e dalle case.
Tempi passati, ma che evidentemente sono rimasti nel cuore di chi, come me, li ha vissuti, ed ora si ritrova a tentare di riportarne i fasti in sala sfruttando la popolarità di quello che è l'action hero per definizione di questo secondo decennio degli Anni Zero - Dwayne Johnson, ovvero The Rock, uno dei wrestlers più importanti di sempre - e gli effettoni che, ai tempi, si sarebbero soltanto potuti sognare, sia sulle console da gioco che sul grande schermo.
Rampage - Furia animale, di fatto, non inventa assolutamente nulla di nuovo, pare una sorta di versione aggiornata di San Andreas che sostituisce l'impatto della Daddario con quello degli animali giganti - e non me ne vogliano i bestioni, non mi pare uno scambio equo - e presenta un The Rock come sempre in grado di fare tutto e anche di più, eppure, così come San Andreas, spassoso e divertente da vedere, in barba a prevedibilità e tamarraggine di questo tipo di proposte.
In effetti, quando questo tipo di titoli finiscono per non prendersi sul serio e fare il loro lavoro, è difficile non digerirli, soprattutto quando giunti alla conclusione di una giornata lavorativa - a casa e fuori - rimangono davvero poche energie per affrontare la visione del consueto film da divano: qui al Saloon, infatti, ci siamo goduti Rampage dal primo all'ultimo minuto e senza ritegno, indovinando tutte le scelte del suo protagonista e perfino quelle degli animaloni pronti a fargli da spalla - compreso il faccia a faccia finale con George il gorillone - ed apprezzando proprio questo tipo di prevedibilità neanche fossimo tornati i bambini che inserivano la moneta nel videogioco con nessun'altra aspettativa se non quella di distruggere più palazzi fosse possibile.
In questo senso il lavoro di Brad Peyton - già accanto al buon Dwayne nel già citato San Andreas e Viaggio nell'isola misteriosa - rende assolutamente onore al vecchio videogioco, portando sullo schermo il più classico dei popcorn movies da distruzione totale, senza pretese e logica, giocato scandalosamente a favore del main charachter ed incurante di qualsiasi regola anche in un contesto che regole non prevede: personalmente non avrei chiesto altro se non una Daddario in più ed un pedale premuto con decisione ancora maggiore sul trash volontario, ma ammetto di essermi piacevolmente accontentato e di essermi fatto intrattenere da questo giocattolone pronto a tenere lontano qualsiasi radical della blogosfera senza alcun pensiero neanche avessi deciso di farmi una sessione in più del solito in palestra, o quel cocktail pronto a regalare la sbronza durante un'uscita.
Anzi, personalmente avrei bisogno di un film come Rampage a settimana, che con The Rock, qualche esplosione e tanta implausibilità potrebbe portare allegria e spensieratezza e, chissà, anche convogliare il sonno dei giusti una volta terminata la visione.
Un pò come quando, da bambino, terminati i gettoni, si tornava a casa ridendo e ricordando le gesta più eclatanti della lotta tra gli animali giganti e l'esercito di piccoli umani che tentavano di fermarli.
Tempi semplici, lontani, che a volte - più spesso di quanto sembri - è davvero piacevole rievocare.




MrFord




lunedì 5 ottobre 2015

Magic Mike XXL

Regia: Gregory Jacobs
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 115'





La trama (con parole mie): sono passati tre anni da quando Mike, all'apice della sua carriera da spogliarellista, ha abbandonato il palco per dedicarsi ai progetti personali. Aperta una propria azienda legata alla creazione e restauro di mobili ed impegnato a cercare di costruire il proprio futuro, viene contattato dai suoi vecchi compagni, i Re di Tampa, orfani del loro ex leader Dallas, decisi a mollare a loro volta non prima di aver partecipato ad una delle più importanti convention del loro "settore".
Abbandonato da quella che sarebbe dovuta diventare sua moglie e bisognoso di uno stacco, Mike deciderà di unirsi ai vecchi amici per un viaggio on the road ed un weekend che dovrebbe riportare la "magia" nella sua vita: come andrà quando gli amici e strippers dovranno rimettersi in gioco e rimodernare il loro repertorio?










Una delle cose più interessanti di questi ultimi anni di Cinema, almeno per quanto mi riguarda, dall'action alle commedie più o meno impegnate, è stata la progressiva scoperta dell'autoironia da parte dei bistecconi e dei quarti di bue che, nel corso dei miei adorati anni ottanta, parevano prendersi sul serio come fossero invincibili e non ci sarebbe mai stata fine per i loro addominali scolpiti, ed i bicipiti strappa magliette.
Eppure, inesorabilmente, tutto, perfino i corpi scolpiti, finisce per conoscere l'inevitabile declino, ed una quasi mitica caducità - termine forse un pò troppo aulico, considerato l'argomento di cui sto scrivendo - ad un tempo tragica e divertente: lo spirito che ho intravisto dietro questo secondo film dedicato alle gesta dello stripper Mike è proprio questo, come un confine sottilissimo tracciato a cavallo tra malinconia ed entusiasmo, crisi e voglia di ricominciare.
Onestamente, dopo essere stato tra i pochi a difendere il discreto primo capitolo, considerate le dipartite di Soderbergh e McConaughey, non nutrivo grandi aspettative rispetto al lavoro di Gregory Jacobs: la prima parte di questo XXL, invece, finisce per essere quasi sorprendente.
Mike, con la sua impresa ed il suo sogno americano in versione domestica, non nasconde quanto culo si debba fare soltanto per rimanere a galla, confessa di essere stato piantato proprio a seguito della richiesta di matrimonio all'allora fidanzata, mostra il fianco alla vita e la voglia di dimenticarsi le delusioni passando un weekend con i vecchi compagni di palco, pronti a regalare a loro volta chicche da antologia - lo strip di Manganiello nel market della stazione di servizio sulle note dei Backstreet Boys è una delle scene cult dell'anno - prima di appendere i costumi di scena al chiodo e ritirarsi in modo da prendere ognuno la propria strada.
Una sorta di saluto, dunque, ad una parte del viaggio da queste parti e ad un lavoro che, come tutti quelli molto legati alla fisicità, è destinato prima o poi a dover essere lasciato ai ricordi, che porta lo spettatore a considerare il tutto quasi una versione strafatta del classico prodotto Sundance di formazione: ma non è tutto oro quello che luccica, e ad una prima metà decisamente efficace segue una seconda un pò troppo oltre - minutaggio, numeri sul palco, riproposizione della formula abusata del gruppo che pare destinato alla sconfitta ed al disfacimento e poi arriva all'appuntamento decisivo e spacca il culo a tutti - che rischia di far naufragare l'intero film.
Fortunatamente la piacevole parentesi a casa della madre di una ragazza sedotta da uno dei membri dei Re di Tampa, la presenza sempre molto piacevole di Amber Heard ed un finale praticamente sospeso, che di fatto tiene fede a quello che è lo spirito della pellicola, ovvero l'idea di raccontare una storia assolutamente normale che non porta ad alcun evento incredibile, ma semplicemente conduce i suoi protagonisti al resto della loro vita, finiscono per tenere a galla un'operazione rischiosa ma, a conti fatti, in grado di reggere la ribalta fino alla fine.
Considerato che mi sarei aspettato una ridicola esibizione, direi che, al contrario, questo Mike ha ancora un pò di magia da regalare.




MrFord




"Tell me why
ain't nothin' but a heartache
tell me why
ain't nothin' but a mistake
tell me why
I never wanna hear you say
I want it that way."
Backstreet Boys - "I want it that way"  -






domenica 1 marzo 2015

True blood - Stagione 7

Produzione: HBO
Origine: USA
Anno:
2014
Episodi: 10





La trama (con parole mie): Sookie e la comunità di Bon Temps, Louisiana, cercano di fare fronte alla terribile realtà legata all'espansione del virus della ribattezzata Epatite V, che colpisce i vampiri ed ha, di fatto, creato una frattura ancora più insanabile nei rapporti tra umani ed esseri sovrannaturali.
E mentre la ragazza dai geni di fata ed i suoi parenti ed amici affrontano un assalto vero e proprio da parte di alcuni succhiasangue ammalati, il millenario Eric Northman si ritrova contagiato e sul punto di cedere alla tentazione della Vera Morte, Bill tenta di porre un rimedio ai danni causati nel periodo in cui si ritrovò posseduto da Lilith e la corporazione un tempo creatrice del True Blood cerca di mettere le mani sull'unica persona che potrebbe rappresentare una cura per questa nuova, vampirica piaga: l'ex moglie del fu Reverendo Newlin.










Erano davvero bei tempi, quelli in cui True Blood, creato da Alan Ball - lo stesso dietro a cose meravigliose come Six feet under o riuscitissime furbate come American beauty -, rappresentava, di fatto, la risposta crudele, sexy ed avvincente alla nuova generazione di spompati vampiri figli di Twilight e porcate di quel calibro.
Ricordo la tensione della prima stagione, il fascino della seconda, la consacrazione definitiva con quella magnifica terza grazie all'introduzione del malefico Russell Edgington, giunta parallelamente all'ascesa di un charachter partito in sordina come quello di Eric Northman: peccato che, con l'annata numero quattro, la musica sia cominciata a cambiare, e non in meglio.
Ma se la suddetta e la cinque a molti apparirono come un chiaro segno di declino - mentre io, ancora, lottavo per difendere l'allegra brigata di Sookie, uno dei personaggi più odiosi e detestabili del piccolo schermo -, rispetto allo scempio cui abbiamo finito per assistere con la sei e la qui presente sette finiranno, a posteriori, per risultare addirittura strepitose: neppure con Dexter, altra serie partita alla grande e naufragata con le ultime seasons, il risultato è stato così agghiacciante.
In casa Ford abbiamo assistito a quest'ultima, assurda, trashissima e sconvolgente - per bruttezza - stagione più o meno con lo stesso entusiasmo di condannati diretti al patibolo, di fatto costringendoci a chiudere i conti semplicemente in memoria di un titolo che anni addietro abbiamo molto amato: dalle ridicole scelte di scrittura - sequenze girate a caso come quella onirica che ha visto protagonisti Ryan Kwanten ed Alexander Skarsgard, i due sex symbols della serie, personaggi eliminati senza criterio, intere sottotrame dimenticate, dialoghi volti al ridicolo involontario - ad interpretazioni ormai imbarazzanti, passando per una crisi più che creativa di decenza - probabilmente gli autori hanno pensato di avere di fronte un pubblico di primati poco inclini al pensiero razionale -, niente di questa stagione di commiato ha funzionato, che si trattasse del ripescaggio di alcuni vecchi personaggi o di svolte che avrebbero dovuto in qualche modo rivoluzionare l'opera e chiuderla con il botto.
Se non altro, un lato positivo c'è: non avremo più niente a che fare con Sookie Steakhouse e la sua volubilità in campo affettivo - roba da morto un papa se ne fa un altro, per intenderci: un fidanzato muore nel pomeriggio e lei è già pronta a scaldare il letto per qualcuno di nuovo, o di vecchio, già la sera -, gli scambi ridicoli con la sua anima gemella Bill Compton - uno dei personaggi più noiosi che l'universo delle serie tv abbia mai prodotto, che non è stato in grado di rendersi interessante neppure nel momento in cui era divenuto una sorta di dio dei vampiri -, l'atmofera southern ormai divenuta quella di uno scadente romanzo rosa - terribile il ricongiungimento di Jessica e Hoyt, due charachters un tempo ricchi di spunti tramutati in macchiette imbarazzanti -.
Gli unici - ma neppure troppo - a salvarsi dal massacro di quest'inguardabile chiusura sono l'Alcide di Joe Manganiello - che lascia la barca prima che affondi definitivamente - e l'inossidabile coppia Eric/Pam, se non altro rimasti in qualche modo fedeli a loro stessi ed al piacere che entrambi continuano - e continueranno, a quanto pare - a provare nell'essere immortali dai poteri quasi illimitati: ma è decisamente troppo poco per un titolo che cinque anni fa era tra i più interessanti proposti dall'HBO ed in generale dalla realtà televisiva, ed un finale inglorioso per una vicenda che avrebbe meritato senza dubbio un destino meno triste ed un sangue meno amaro.
L'unica cosa di cui si sentirà davvero la mancanza sarà la sigla, ancora oggi una delle meglio riuscite - paradossalmente, proprio insieme a quella del già citato Dexter - che ricordi.
Ma resta sempre troppo poco, quasi come pensare al True blood come surrogato del sangue fresco.
Magari di fata.



MrFord




"When you came in the air went out
and all those shadows there filled up with doubt
I don't know who you think you are
but before the night is through
I wanna do bad things with you
I wanna do real bad things with you."
Jace Everett - "Bad things" -




sabato 31 gennaio 2015

Sabotage

Regia: David Ayer
Origine:
USA
Anno: 2014
Durata: 109'





La trama (con parole mie): Breacher, uomo tutto d'un pezzo, ex Navy Seal e guida di un team di spaccaculi della DEA, agenti abituati a dare tutto e anche di più, e vivere perennemente sul filo tra
sparatorie e missioni come infiltrati, persi la moglie ed il figlio, progetta un colpo che possa permettere alla sua squadra di prendersi quello che di norma non arriva mai ai loro livelli.
Nel corso di una missione che prevede l'eliminazione di un potente boss del narcotraffico, infatti, al tesoro di quest'ultimo vengono sottratti dieci milioni di dollari da spartire tra Breacher ed i suoi: peccato che, al momento del recupero della refurtiva, il denaro risulti sparito, rubato da qualcuno che ancora non ha volto.
Da quel momento per gli agenti cominciano i guai seri: dall'indagine che l'FBI apre su di loro ai conflitti interni, infatti, l'atmosfera si fa sempre più pesante.
E quando i membri della squadra cominciano ad essere uccisi apparentemente per mano di sicari inviati dai leader del Cartello ed entra in gioco una detective della omicidi, la situazione per Breacher pare farsi sempre più complicata.
Ma è davvero tutto come sembra, o le cose potranno addirittura complicarsi?






Era dallo scorso gennaio, quando per la prima volta vidi il trailer, che attendevo il nuovo lavoro di David Ayer – che la maggior parte conosce più per il buono e recente End of watch che non per i suoi
altrettanto interessanti lavori precedenti – quasi quanto il secondo capitolo di The Raid, pensando che sarebbe stato senza dubbio uno dei filmoni action e sguaiati più esaltanti della stagione, con uno Schwarzenegger tornato ormai a bomba su quella che era la sua specialità prima della carriera politica ed un cast di fordiani ad honorem – Josh Holloway e Joe Manganiello – ed interpreti che non ho
mai particolarmente amato ma che non riesco a farmi stare davvero antipatici – Sam Worthington e Terrence Howard -.
Il risultato è stato, seppur parzialmente deludente per quanto riguarda lo script, assolutamente in linea con quelle che erano le aspettative del Saloon: Sabotage è infatti un ruvido action dai risvolti crime legato ai concetti di superamento del dolore e fratellanza, abile mix tra un qualsiasi episodio di The Shield ed il soprendente Lone survivor.
Schwarzy, nonostante i settanta siano ormai alle porte, pare ancora un treno in corsa – come il suo amico e rivale Sly -, e regala al pubblico un personaggio spigoloso e controverso, paterno quanto spietato, in grado di mescolare le sue espressioni migliori – il sigaro acceso con compiacimento mi ha riportato alla mente l'epoca di Predator – ad un lato più drammatico che, seppur reso con la sua non proprio esaltante espressività, risulta funzionale rispetto al charachter.
Peccato che, di fatto, lo script – firmato anche da Ayer, come sempre accade per i suoi lavori, essendo lo stesso nato proprio come sceneggiatore di Training Day – non supporti al meglio un'ottima galleria di protagonisti – che, per quanto agenti, si mantengono decisamente in bilico sul labile confine tra Ordine e Caos -, un montaggio serratissimo e ben congegnato ed una tecnica sempre ottima: più che dedicarsi, infatti, ai dettagli in grado di definire in una singola scena l'esistenza intera di un charachter – quello che accade nei lavori di Michael Mann, per citare un Maestro del genere -, ci si preoccupa principalmente di arrivare a destinazione, tagliando un po' troppo con l'accetta e portando, di fatto, la prima parte ad apparire più come un cocktail tra un legal drama ed uno slasher e la seconda nel più classico film di genere con il protagonista ormai incazzato come un bufalo pronto a vendicarsi e distruggere tutto quello che si trova di fronte.
Uno spreco di potenzialità, dunque, per una pellicola che, andando oltre il sangue e le sparatorie, i morti ammazzati ed il crimine, racconta una vicenda di tradimenti, vendette, passioni e pugnalate alle spalle da fare invidia ad un drammone d'altri tempi: probabilmente la produzione, più concentrata sul lato action, ha preferito evitare che Sabotage assumesse le dimensioni – ed il minutaggio – di un'epopea in stile The Heat che non tutti gli spettatori – soprattutto quelli occasionali – avrebbero gradito, almeno ad un primo approccio.
Dunque, per quanto abbia concluso la visione in piena esaltazione agonistica che solo film di questo stampo riescono a stimolare nel sottoscritto, resta un vuoto dentro rispetto a quello che Sabotage
sarebbe potuto diventare se supportato adeguatamente in fase di scrittura: un po' come stendere un nemico dopo l'altro per scoprire di essere stato tradito dalla propria famiglia, o arrivare ad essere l'unico ancora in piedi, ma con il fato già scritto.
A quel punto non resta che sollevare il bicchiere, e fare un ultimo brindisi anche ad un destino beffardo.



MrFord



"I can't stand it, I know you planned it,
I'm gonna set it straight, this watergate.
I can't stand rockin' when I'm in here,
cause your crystal ball ain't so crystal clear.
so, while you sit back and wonder why,
I got this fuckin' thorn in my side.
oh my God, it's a mirage!
I'm tellin' y'all it's sabotage!"
Beastie Boys - "Sabotage" -




 

giovedì 27 settembre 2012

True blood - Stagione 5

Produzione: HBO
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 12




La trama (con parole mie): Sookie Stackhouse è in pericolo. Russell Edgington, millenario vampiro che già tempo prima l'aveva braccata e che tutti credevano morto, è in realtà ancora in vita, salvato dall'avventatezza di Eric e Bill e dall'intervento di un misterioso salvatore rimasto nell'ombra.
Come se non bastasse, ai guai di Sookie si aggiungono quelli di Alcide - licantropo innamorato della ragazza - con il suo nuovo branco, di Lafayette - perseguitato dalla presenza dello zio del suo fidanzato morto -, di Terry ed Arlene - cacciati dallo spirito evocato da una maledizione - e la presenza sempre più incombente dell'Authority, organo di governo che unisce Stato e Chiesa nella società vampirica.
Ma non è ancora finita: perchè Tara è stata uccisa davanti agli occhi di Sookie, e l'unica soluzione per poterla riportare indietro pare essere quella di farla trasformare in una figlia della notte.





Alla fine, è successo.
Dopo le avvisaglie della scorsa stagione, anche True blood incappa in un'annata di passaggio e crisi così come era accaduto ad un altro dei miei preferiti, Dexter, proprio nel corso dell'autunno passato.
Il serial dedicato alle disavventure di Sookie Stackhouse e degli abitanti di Bon Temps, la proposta più southern, passionale e "sudata" del piccolo schermo, tradisce le attese implodendo sotto il peso delle aspettative e dell'eccessiva quantità di carne al fuoco messa dagli autori a partire dalla già citata passata stagione: il solo ritorno di Russell Edgington, infatti, sarebbe bastato a rendere interessante una quinta tornata iniziata molto bene, con la trasformazione in vampiro di Tara e l'ombra dell'Authority ad incombere su Eric e Bill.
Alan Ball e i suoi sceneggiatori, invece, preferiscono buttare nel calderone di Bon Temps praticamente ogni creatura magica conosciuta, costruendo sottotrame spesso assurde ed inconcludenti, e per nulla utili all'economia dell'opera nel suo complesso pur di non perdere di vista nessuno dei protagonisti o l'attenzione di un pubblico che, rispetto alle prime stagioni, mi pare abbia abbassato considerevolmente la sua età media.
Dunque tornano in gioco le fate - che ho sempre trovato pessime ed involontariamente ridicole -, la vicenda di Alcide e del branco di licantropi di Shreveport finisce per fare da tappabuchi nei momenti di stanca degli episodi, la maledizione che porta Terry ed Arlene a confrontarsi con l'Efreet appare tirata per i capelli, i cambi di rotta improvvisi ed improvvisati finiscono per nuocere alla resa finale delle puntate come della stagione - Lafayette prima protagonista dello scontro con il brujo, poi relegato praticamente a comparsa, l'Authority che passa nel giro di una scena dall'essere completamente dedita all'integrazione all'integralismo da setta di invasati, Salomè e Russell che da vampiri millenari quasi invincibili divengono in men che non si dica lamentosi bambini cresciuti molto più vulnerabili di quanto non si potrebbe credere -.
Considerata la potenza che la serie aveva sfoderato nelle prime stagioni - e soprattutto nella terza - quest'approssimazione nella scrittura risulta davvero sconvolgente, senza contare i passaggi forzatamente action che fanno rimpiangere le atmosfere da thriller dell'annata d'esordio: se, poi, la poco sopportabile Sookie appare a suo modo contenuta, l'ancor meno sopportabile Bill acquista sempre più spazio, e se la sua metamorfosi in delirante messia malvagio potrebbe risultare interessante nell'ottica della sesta stagione dall'altra parte aumenta il timore di un True blood completamente Compton-centrico.
Ovviamente questo passo falso non è completo, e nel mezzo disastro ci sono alcune cose sulle quali sicuramente riporre le speranze future: in primis Eric, che seppur scombinato da una sceneggiatura per nulla all'altezza del suo personaggio si appresta a diventare l'effettivo protagonista maschile della serie; subito a ruota il duo Tara/Pam, nato per caso e divenuto uno dei più interessanti proposti dagli autori; il tutto senza dimenticare Alcide accanto al ritrovato padre e la giovane Jess, che ha ormai perduto sia Jason - sciroccato ulteriormente dall'ultimo "colpo di fata" ricevuto - che Hoyt, la partenza del quale è forse la sequenza migliore regalata dai dodici episodi.
La speranza, comunque, è che possa essersi trattato soltanto di una sbronza di esseri sovrannaturali e che presto si possa tornare al caro, vecchio, southern cajun style fatto di cattiveria - vera -, vampiri - altrettanto di sostanza -, e di un bel pò di pulp e sesso come si converrebbe a delle creature della notte che si rispettino.


MrFord


"Searching in the darkness, running from the day
hiding from tomorrow, nothing left to say
victims of the moment, future deep in doubt
living in a whisper until we start to shout."
Kiss - "Creatures of the night" -


mercoledì 26 settembre 2012

Magic Mike

Regia: Steven Soderbergh
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Mike è un tipo che si arrangia, considerato il suo sogno di aprire un'attività legata a mobili ricavati dagli scarti realizzati da lui stesso in pezzi unici e le difficoltà di ottenere un prestito dalle banche per avviare la stessa. 
Gestisce locali, si intende di contabilità, fa il muratore ma soprattutto, di notte, cambia completamente e diviene Magic Mike, il protagonista di uno spettacolo di spogliarello maschile che è uno dei fenomeni di maggiore successo di Tampa, in Florida.
Quando, per caso, al cantiere conosce il diciannovenne Adam, Mike intuisce da subito che per il ragazzo si potrebbero aprire nuove possibilità lavorative alla corte del suo boss, il sempre sopra le righe Dallas: i due diventano amici, e Mike finisce per prendersi una cotta per la sorella del nuovo compare, ribattezzato Kid.
Quando, però, lo stesso verrà risucchiato dal successo come stripper, la "festa" si rivelerà meno interessante di quanto potesse sembrare, e Mike si troverà costretto a scegliere che strada prendere nella vita.





A volte si guarda un trailer, e si pensa di approcciare una visione con l'idea che la stessa prenderà una direzione ben precisa, per poi ricredersi minuto dopo minuto: normalmente questo tipo di fenomeni tende a deludere, eccezionalmente a sorprendere in positivo.
L'ultimo lavoro di Soderbergh, lasciato alle spalle il deludente Contagion, entra senza dubbio a far parte, almeno qui al Saloon, della seconda categoria.
Presentato come il classico stip-movie da serata tra amiche pronte ad inumidirsi tutte di fronte ai fisici scultorei dei protagonisti - dai volti già noti come McConaughey e Channing Tatum, che sfodera ancora una volta il suo talento nel ballo, alla star di True blood Joe Manganiello fino all'ex wrestler Kevin Nash, uno dei nomi di spicco dell'era attitude dello sport entertainment, ed al nuovo volto Alex Pettyfer - Magic Mike è un film decisamente più drammatico di quanto non si possa credere nell'approccio e nel ritratto che Soderbergh fornisce non di una, non di due, bensì di tre generazioni di maschi più o meno adulti pronti a giocarsi tutte le carte possibili per riuscire a trovare una propria affermazione in un mondo in cui le regole sono sovvertite da denaro ed apparenza.
Se non fosse per il look patinato ed un certo gusto per l'immagine - e non parlo soltanto dei già citati protagonisti - si potrebbe quasi pensare che il regista abbia voluto tentare un approccio in "stile Sundance", con la tipica storia di provincia in bilico tra commedia e dramma, risate sguaiate e sentimento che ha fatto la fortuna di molti dei titoli portati alla ribalta dal Festival creato da Robert Redford: e lo spirito che anima la vicenda di Mike è proprio quello.
Un'estate vissuta al massimo e servita per capire, di fatto, quale direzione far prendere alla propria vita in un momento della stessa - i trent'anni - in cui le scelte cominciano a farsi grosse come una casa per chi ci si trova in mezzo: e così il protagonista, quasi in trappola tra l'entusiasmo senza controllo del giovane Adam - splendido il loro faccia a faccia e la felicità espressa dal secondo per la libertà conquistata grazie a Mike ed i suoi insegnamenti - e l'ego fuori tempo massimo del suo boss e scopritore Dallas - un personaggio che ricorda quello interpretato da Tom Cruise in Magnolia, protagonista di un'altrettanto potente passaggio dove lo stesso si augura che i suoi figli possano entro la maggiore età divenire maghi della finanza per sbancare la borsa, perchè quella è l'unica strada in questo mondo -, si ritrova a ballare di notte per la gioia di ragazze appena oltre il limite della legalità o donne di mezza età in cerca di qualche emozione più forte di quelle date del marito o dell'amante coetaneo decisamente lontano dai suoi anni migliori, a sognare una vita accanto a Brooke, sorella del suo erede sul palco, e scopare in società con la complice Joanna ragazze che interessano entrambi, a raccogliere migliaia di dollari riscossi in nero nella speranza di trasformare il suo sogno lavorativo in realtà per poi vedersi negare un prestito dalle banche perchè privo di garanzie a livello burocratico.
E posso capirlo bene, Mike, per questioni d'età e di sogni, di quell'equilibrismo che porta i "nuovi giovani" - quelli che, per intenderci, ai tempi dei nostri genitori avevano una vita già più che definita - a trovarsi di fronte alla vita senza alcuna certezza, con la voglia di dimostrare il proprio valore, un carattere che ormai esclude il divertimento senza un orizzonte dei fratellini minori appena usciti dall'high school e che teme di ritrovarsi nella stessa situazione di esempi dei quali, in fondo, non si vogliono seguire le orme.
Da questo punto di vista, tolte le goliardate ed i lustrini, le battute sui tanga e le pompette per l'uccello, gli addominali scolpiti e la condotta da rockstar, Magic Mike resta un film clamorosamente drammatico, una riflessione decisamente più profonda di quello che potrebbe apparire sull'amicizia, la vita e la crisi che colpisce quella che dovrebbe essere la base della prossima generazione affidandole tutte le responsabilità ma nessuna fiducia, neanche si vivesse ogni giorno mandato in terra di fronte alla scrivania di un mediatore creditizio, di un dirigente di banca, di un selezionatore per una società che è pronta a collocarvi nel prossimo lavoro ad hoc che il precariato - o la crisi, perchè no - hanno scelto per voi.
Magic Mike è un film sull'arrangiarsi, in fondo: e la cosa non pare neppure poi così sbagliata, se si hanno idee, passione, energia e muscoli ben allenati.
Il problema è che non sempre il cuore resta al passo con il resto.
Onestamente, spero che vada tutto bene, al vecchio Mike che scende dal palco prima di diventare Dallas.
E spero ancora di più che vada bene al giovane Kid.
Perchè se continua così, davanti a quelli come lui non resterà più alcun modello.
Almeno di quelli che saranno in grado di vedere, quando finisce la notte e la luce si prende tutto quello che gli occhi credono di aver accumulato.



MrFord



"You need my love baby, oh so bad
you're not the only one I've ever had
and if I say I wanna set you free
don't you know you'll be in misery
they call me (Dr. Love)
they call me Dr. Love (calling Dr. Love)
I've got the cure you're thinkin' of (calling Dr. Love)."
Kiss - "Calling Dr. Love" -


 

giovedì 20 settembre 2012

Cosa aspettarsi quando si aspetta

Regia: Kirk Jones
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): uno degli avvenimenti più importanti e sconvolgenti con i quali ci si possa confrontare è pronto a mescolare le carte nelle vite di una manciata di coppie le cui vicende si incastrano tra tv, incontri al parco e parentele.
Jules, presentatrice televisiva, ed Evan, conosciutisi ad una sorta di Ballando con le stelle, si ritrovano a dover scoprire prima il funzionamento del loro rapporto che l'esperienza da futuri genitori, Holly e Alex decidono di adottare un bambino e attendono di poter coronare il loro sogno, Wendy e Gary, dopo anni di ricerca, finalmente scoprono di essere in attesa proprio quando il padre di lui, Ramsey, comunica loro l'arrivo di due gemelle la cui madre è più giovane - molto più giovane - di suo figlio, Rosie e Marco dovranno invece affrontare la gravidanza dopo una sola, galeotta uscita.
Il tutto mettendo in conto il supporto informativo per le signore e l'indispensabile aiuto del gruppo del sabato al parco per i loro mariti, futuri o presenti papà.






Come di recente mi era capitato con la visione di Remember me, la fatidica domanda è tornata a farsi largo nel sottoscritto: non è che la paternità ormai sempre più imminente sta finendo per rincoglionirmi inesorabilmente?
E perchè il suddetto interrogativo?
Principalmente perchè, pur ben conscio della pochezza della pellicola in questione, del suo finto incasinare le vicende dei protagonisti per poi risolvere con un bel "e vissero tutti felici e contenti" neanche fossimo nella più smielata delle fiabe Disney, di quel patinato che dovrebbe di norma e per contratto farmi incazzare come un toro, Cosa aspettarsi quando si aspetta mi ha tutto sommato perfino divertito, nell'ambito delle visioni da neuroni più o meno mandati in libera uscita per una sera.
Tanto per intenderci, e per rimanere nell'ambito del Cinema di solo intrattenimento, è curioso che l'ultimo Bourne mi abbia a tratti annoiato tanto da costringermi a tenere gli occhi aperti come nel pieno della cura Ludovico mentre con il lavoro decisamente più trascurabile di Kirk Jones sia rimasto non solo sveglio, ma anche arzillo e con il sorriso sulle labbra durante la quasi totalità della visione: forse, effettivamente, l'arrivo del nuovo occupante - e probabilmente capo supremo - di casa Ford ha condizionato il mio punto di vista - a proposito, dato che l'abbiamo scoperto anche noi da poco, sarà un maschio -, eppure ho trovato in qualche modo ammirevole il tentativo di regista e sceneggiatrici di mettere in campo una nutrita schiera di coppie che potesse - pur se non con la giusta profondità - mostrare non soltanto il tipico percorso che porta due persone ad avere un bambino.
Infatti, da chi vive tutto in tranquillità e scioltezza prima per poi essere letteralmente torturato ogni notte, tutta la notte poi a chi per anni insegue la speranza di un figlio che vede assotigliarsi mese dopo mese, a chi finisce per caricarsi i sogni in valigia e partire per l'altro capo del mondo seguendo gli iter delle adozioni, a chi costruisce un sacco di sogni su un avvenimento che dovrebbe essere felicità e si tramuta in un dolore difficile da superare, questo film ha dalla sua almeno un tentativo - abbozzato, questo è sicuro - di mostrare il mondo non sempre tutto rose e fiori della "dolce attesa" da numerose angolazioni, alcune più profonde ed altre decisamente in un Apatow style che rischierà di piacere e non poco al pubblico maschile - del resto, noi siamo semplici e ci accontentiamo di una risata ed una pacca sulla spalla con gli amici, come mostrato dal club del sabato al parco che finisce per non risparmiare neanche i più cool Rodrigo Santoro e Joe Manganiello, destinati prima o poi a mollare corsa e trazioni per camminare armati di passeggini o aggirarsi per le strade alla guida di un minivan -.
Certamente l'idea di sfruttare la molteplicità di casi per dare l'idea di una sorta di pseudo film corale aiuta lo spettatore a non finire addormentato con la più classica delle bolle in stile cartone giapponese a veleggiare splendida ed imponente sulla sua narice preferita, ed il fatto che dietro la macchina da scrivere vi siano due donne riesce a sensibilizzare in qualche modo il pubblico femminile mentre alla controparte più becera della coppia pensa il regista, che sfrutta momenti come la rivalità tra padre e figlio di Dennis Quaid e Ben Falcone per spezzare il ritmo e rendere più piacevole l'argomento, considerato il terrore che, in genere, gli uomini rifiutano di ammettere di avere rispetto all'attesa, per quanto emozionati siano spesso e volentieri anche più delle loro compagne.
Se mi aveste interrogato in proposito alla vigilia della visione, dunque, avrei previsto bottigliate scandalosamente selvagge ed una giustificazione che vedeva un equo scambio in casa Ford tra me e Julez che metteva sul piatto una serata con questo film e la seguente dedicata al pay per view mensile di wrestling nel pieno del rispetto dei compromessi da coppia, eppure devo dire di essermi decisamente goduto - saranno le ferie, sarà la voglia di rilassarmi e prendere tutto il possibile di quella che sarà la mia paternità - questa robetta infiocchettata per le grandi platee senza pretese da un regista che non ha decisamente nulla da dare alla Storia del Cinema.
Ma chi se ne frega, in fondo.
Da un certo punto di vista, posso considerarlo un anticipo di quello che sarà il regno del piccolo Fordino, che sicuramente si prenderà molto dello spazio che ora concedo alle visioni più o meno d'autore.
E vi dirò, sarà una gioia - e lo è già ora - lasciare che se lo faccia.
In fondo, il futuro è tutto suo.



MrFord



"You can't sleep, you can't eat
there's no doubt, you're in deep
your throat is tight, you can't breathe
another kiss is all you need."
Robert Palmer - "Addicted to love" -


 

lunedì 19 settembre 2011

True blood Stagione 4

Produzione: Hbo
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12



La trama (con parole mie): Sookie, perduta nel mondo delle fate senza sapere che nella realtà dei mortali è trascorso un anno, torna a Bon Temps scoprendo che molte cose sono cambiate, nella sua cittadina. 
Bill è ufficialmente il re dei vampiri della Louisiana, Eric ha acquistato la casa della giovane telepate e pare sempre più convinto a conquistarne il cuore, suo fratello Jason è diventato un vice sceriffo e l'amica di una vita Tara vaga di città in città celandosi dietro una falsa identità.
Il tutto condito dalle consuete stranezze in sensuale salsa southern cui la serie di Alan Ball ci ha abituati, senza contare la minaccia incombente di una congrega di wiccan guidata dallo spirito di una strega morta secoli prima per volere dei vampiri accecata dalla furia e dal desiderio di vendetta.



Sono davvero poche le serie tv in grado di mantenere quasi inalterata la loro qualità con il passare degli anni e delle stagioni, continuando in qualche modo a reinventarsi e tornando puntualmente a sedurre gli spettatori ad ogni nuova premiere, o season finale: senza dubbio, una delle realtà più consolidate degli ultimi anni in questo senso è stata True blood.
Figlia del talentuoso autore di Six feet under - altra serie Capolavoro - e tratta dai romanzi di Charlene Harris - a detta di Julez, decisamente meno incisivi della serie, ed io le credo senza riserve -, fin dalla prima annata questa serie è stata una delle mie personali favorite ad ogni stagione televisiva, fornendo un'alternativa validissima ai miei due cult personali Lost e Dexter e confermandosi quest'anno accanto a Misfits e Game of thrones come uno dei prodotti qualitativamente più importanti del piccolo schermo.
Certo, replicare un grande passaggio come quello dello scorso anno non era facile, e per certi versi la vicenda di Russell Edgington resta la migliore mai mostrata sugli schermi di Bon Temps, eppure, eliminato il superfluo - il mondo delle fate e la sottotrama delle reiette pantere mannare -, Sookie e soci regalano al loro pubblico anche in questo loro quarto passaggio in tv emozioni a profusione, spargimenti di sangue, sesso come se piovesse, nuovi intrighi ed un crescendo conclusivo che sfocia in un'ultima puntata a dir poco clamorosa, che apre nuovi, affascinanti scenari per il prossimo anno e, come al solito, lascia con il fiato sospeso ed ansiosi di scoprire cosa riserverà la prossima estate in questa southern realtà venata di sangue denso e corposo.
Se, da un lato, perdono un pò di mordente Jason - mio idolo sin dall'esordio - e la parte "umana" della piccola città della Louisiana, dall'altro scopriamo il lato più politico di Bill, un Eric assolutamente inedito - secondo favorito fordiano -, il meglio della coppia Lafayette/Jesus - Nelsan Ellis da applausi dalla prima all'ultima puntata - e tutto il fascino di Jessica, nata come un personaggio praticamente di contorno e divenuta progressivamente sempre più importante nell'economia della serie intera - un pò come fu per lo stesso Eric/Alexander Skarsgard -: certo, con un parterre di personaggi come quello che offre la creatura di Ball ce n'è davvero per tutti i gusti - la stessa Julez resta in trepidante attesa di ogni nuova apparizione di Alcide/Joe Manganiello -, e anche le vicende secondarie come la possessione del figlio di Arlene e Terry ed il rapporto tra Sam e suo fratello minore paiono assumere un'importanza quasi pari alla storyline principale, grazie ad un sempre attento approfondimento da parte degli sceneggiatori, che seppur non impeccabili dal punto di vista più realistico del lavoro - ma sarà mai possibile che, dopo la trama quasi thriller della prima stagione, nessuno si preoccupi più di tutti i morti seminati per le strade di Bon Temps!? - continuano a realizzare ottime cose riguardo la caratterizzazione di tutti i protagonisti.
Inutile sottolineare, dunque, che a suon di sudore, corpi che si affrontano e sfiorano, alcool, fuoco, passione, morte e sesso, il prossimo giugno saremo ancora lì, nel cuore del profondo Sud, con le zanne ben in vista pronte ad addentare il primo boccone di questo succulento pasto notturno.

MrFord

"Bite hard well it's a broken smile,
breaking their hearts
and breaking their minds
bite hard, well its a five ol' five?
Your engine's alive and we ride together
bite hard."
Franz Ferdinand - "Bite hard" -

 
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