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lunedì 15 gennaio 2018

Bright (David Ayer, USA, 2017, 117')




E' ormai chiaro quanto grande sia l'influenza di Netflix nel panorama non soltanto più circoscritto al piccolo schermo, ma anche, in una certa misura, al grande, pur se riferito al proprio portatile o al salotto di casa e non ad un multisala da weekend: il network che ha rivoluzionato il modo di approcciarsi all'universo dei serial si è ormai definitivamente lanciato anche nella produzione originale di lungometraggi, da Okja a 1922 o Il gioco di Gerald, per citarne tre che nel corso degli ultimi mesi hanno fatto parecchio parlare di loro.
Bright, giunto in rete a seguito di una campagna pubblicitaria piuttosto forte, diretto dal David Ayer di End of watch e Sabotage ed interpretato da Will Smith e Joel Edgerton, era senza dubbio una scommessa, un rischio, una di quelle cose in bilico tra l'essere una potenziale figata ed un potenziale fallimento, nonchè la produzione più costosa messa in piedi finora da Netflix: mescolando elementi che paiono usciti dritti dalla mitologia de Il Signore degli anelli con le tensioni razziali di District 9 e gli elementi urbani da sempre nel corredo artistico del regista, gli autori sono, a mio parere, riusciti a vincere la scommessa confezionando un prodotto assolutamente tamarro e sopra le righe, assolutamente imperfetto, eppure godibilissimo da guardare e pronto a solleticare il desiderio non solo di un sequel, ma anche di un'eventuale e reiterata visione, portandomi a riflessioni simili a quelle indotte dall'altrettanto imperfetto e recente Seven Sisters.
L'odissea da sbirri da strada di Ward e Jakoby, segnati da un destino che li ha visti essere messi in coppia a causa del carattere difficile del primo e della natura di orco del secondo, che porta a galla pregiudizi e razzismo - anche se parliamo di creature fantastiche, la metafora è evidente -, hard boiled nel senso più classico del termine, un'atmosfera da manga fantasy pronta a prendere il sopravvento soprattutto nella seconda parte, una dose consistente di violenza, un'interpretazione affascinante di una Los Angeles versione modern fantasy, per l'appunto, funziona ed intrattiene con l'irruenza tipica del film action anni ottanta con qualche deriva nel thriller soprannaturale e soprattutto nel prodotto da quartiere malfamato, musica alta - gran colonna sonora, senza dubbio - e proiettili che nel mio caso ha sempre esercitato un certo fascino.
Personalmente, avendolo approcciato senza alcuna pretesa se non scoprire cosa aveva progettato Netflix con un team che sapeva più di grande produzione hollywoodiana in cerca di risultati da fantascienza al botteghino, ho trovato piuttosto esagerato il tiro al bersaglio che è stato fatto rispetto ad un prodotto solido e piacevole, che non entrerà certo nella Storia del Cinema ma che svolge il suo compito nel migliore dei modi, neanche fosse un orco apparentemente non troppo sveglio e di sicuro ingenuo che affianca come meglio può un collega che non solo non si fida di lui, ma neppure lo vorrebbe al suo fianco, rinverdendo i fasti del buddy movie versione sbirro neanche fossimo tornati indietro ad Arma letale.
Avendo poi un background legato a doppio filo al mondo dei fumetti e dei giochi di ruolo, Bright ha rappresentato un divertissement perfetto, un pò come se Tolkien avesse deciso di ambientare una storia in mezzo ai casini di Strange Days: certo, il lavoro di Ayer non avrà pretese ed originalità, ma sfrutta il cocktail caotico e vario che si ritrova per le mani finendo per appoggiare sul bancone uno di quei beveroni dai colori sgargianti che pensi, da ottimo bevitore, che vada bene giusto per le feste degli adolescenti ed invece ti ritrovi a scolare a raffica con la sensazione di buttare nel motore benzina pronta soltanto ad essere data alle fiamme.
Per un vecchio cowboy come me, non ci si pone neppure il dubbio: anche perchè bere un cocktail in più non solo può significare scoprire sapori nuovi, ma anche che non si ha paura di tutta la diversità presente in qualsiasi mondo, reale o immaginario.
E conoscere, gustare, imparare da quella diversità può essere un ottimo modo per uscire anche dai più brutti guai vivi e più pieni.



MrFord



 

mercoledì 7 settembre 2016

Suicide Squad (David Ayer, USA, 2016, 123')



Se, nel grande mondo del Cinema, tutti i trailer da esaltazione o i film sostenuti da un hype alle stelle mantenessero le aspettative che si creano nel pubblico, allora probabilmente noi appassionati saremmo incredibilmente più felici: in questo senso, quando ventilarono le prime voci rispetto alla realizzazione di una pellicola dedicata ai "bad guys" della DC Comics, all'interno della quale i suddetti villains al servizio del governo finivano per diventare un'alternativa agli eroi, sperai che si potesse materializzare il momento in cui mi sarei goduto uno dei titoli potenzialmente più interessanti del genere degli ultimi anni pronto a sostenerlo ed esaltarlo.
Peccato che, fin dalle prime recensioni, tutto pareva essersi risolto in un mezzo buco nell'acqua, una bolla di sapone neppure lontanamente paragonabile all'equivalente made in Marvel Deadpool, che qualche mese fa raccolse fior di consensi anche qui al Saloon: così, stroncatura dopo stroncatura, ho finito per giungere al momento della visione con aspettative praticamente azzerate, in modo da pararmi letteralmente il culo da cocenti delusioni.
E quale grande impresa è riuscita a compiere, infine, questa Suicide Squad?
A deludere ugualmente, non riuscendo a scampare alle bottigliate neppure facendo conto del suddetto tentativo di protezione del deretano di questo vecchio cowboy: Ayer, che pure non mi dispiace, probabilmente limitato pesantemente dalla produzione, finisce per presentare un titolo che di cattivo ha poco o niente, quasi come se il PG avesse deciso che all'improvviso sangue, botte, ironia nerissima e politicamente scorretto fossero banditi dalle sale, scritto e montato, per dirla come in Boris, alla cazzo di cane, all'interno del quale anche i personaggi più interessanti - come la Harley Quinn della notevole Margot Robbie - finiscono per diventare macchiette, in cui Will Smith fa il Will Smith della peggior specie - e a me sta anche simpatico, figuratevi - ed il tanto chiacchierato Joker di Jared Leto finisce per prendersi una sonora dose di schiaffi in faccia dai precedenti decisamente più illustri di Jack Nicholson e soprattutto Heath Ledger, che con la sua versione della nemesi storica di Batman ha settato uno standard che il pur dotato Leto manca clamorosamente neanche fosse uscito a bere in mia compagnia ed avesse ordinato un acqua naturale.
La stessa - bella, sia chiaro - colonna sonora è infarcita di brani tanto cult quanto abusati, da Seven Nation Army a Paranoid, ed i characters cardine - interpretati da Viola Davis e Joel Kinnaman - appaiono meno empatici ma più carismatici della nemesi della Suicide Squad, la floscissima Incantatrice di Cara Delavigne, sciapa come la sua interprete: peccato davvero, perchè con uno script adeguato ed una mano davvero cattiva questo sarebbe potuto divenire un supercult del genere, ridefinendo completamente il panorama supereroistico al Cinema, considerato che la sovraesposizione dello stesso nel corso delle ultime stagioni sta cominciando a stancare - così come i tentativi di scopiazzare selvaggiamente il progetto del Cinematic Universe della Marvel, ripreso anche qui grazie alle apparizioni del Batman di Affleck e del Flash di Ezra Miller, protagonisti del prossimo film dedicato alla Justice League, risposta di casa DC agli Avengers della Casa delle idee -.
Dunque, più che i "cattivi" protagonisti del film, la vera Suicide Squad mi è parsa, alla fine, essere quella della produzione di questo esperimento decisamente fallito.



MrFord




martedì 3 febbraio 2015

Fury

Regia: David Ayer
Origine: USA, Cina, UK
Anno:
2014
Durata:
134'






La trama (con parole mie): nel cuore della Germania nazista ormai messa alle strette dagli Alleati l'avanzata dell'esercito americano è resa difficoltosa dalla resistenza degli ultimi gruppi di soldati tedeschi ancora dotati di carri decisamente più potenti e pericolosi di quelli in dotazione agli statunitensi.
A bordo del Fury, che dallo sbarco in Normandia ha viaggiato attraverso mezza Europa senza smettere di combattere, si trovano il sergente e comandante dell'equipaggio Wardaddy ed i suoi uomini Bible, Gordo e Coon-Ass, rimasti privi del loro tiratore, morto durante una delle ultime azioni della squadra.
Per sostituirlo viene assegnato al manipolo di soldati il giovanissimo Norman, un ragazzino spaurito che nell'esercito ha fatto solo il dattilografo catapultato da un giorno all'altro nello stomaco certo non ricco di attrattive della guerra sul campo.
Il giovane, inizialmente terrorizzato dalla situazione e dai compagni di viaggio, finirà per crescere sotto l'ala protettrice dello stesso Wardaddy, imparando sulla pelle il dolore di un'esperienza così terribile.








Con ogni probabilità, la Guerra è fin dall'alba dei tempi una delle realtà in grado di portare a galla l'indiscutibile peggio dell'Uomo, i suoi lati oscuri, l'istintività animalesca da Legge della giungla che guarda solo alla sopravvivenza e al dominio.
L'Orrore, per dirla come il Kurtz di Apocalypse Now.
Eppure, nonostante questo fatto sia quasi indubbio, anche lo spettatore più distante dalle pellicole legate a doppio filo alla stessa finisce, una volta posto di fronte al "fatto", vittima di un fascino quasi irresistibile, fosse anche poi negato da una successiva critica ferocemente negativa: e, onestamente, non ne sono affatto stupito.
In fondo, quei lati oscuri e quel peggio cui accennavo poco sopra, fanno parte di ognuno di noi, ed ognuno di noi, con le diversità legate al carattere ed alla formazione, in situazioni estreme - e non c'è nulla di più estremo della Guerra stessa - dovrebbe fare i conti con loro, inevitabilmente: la varia umanità mostrata da David Ayer a partire dall'equipaggio del suo Fury ne è una dimostrazione lampante, dal giovane Norman, timido dattilografo pronto, passo dopo passo, a trasformarsi in "Machine", fino a Don "Wardaddy", paterno quanto militare, nel senso più autoritario e crudele del termine, passando per Bible, Gordo e Coon-Ass.
Protagonisti che non sono affatto positivi, ma che, dal tesissimo pranzo in casa delle due donne tedesche - forse la scena più intensa della pellicola - allo scontro con lo squadrone di SS, mostrano tutte le sfumature - che, per l'appunto, non devono essere necessariamente positive - dell'umanità, soprattutto se portata sul campo di battaglia: si potrebbe, in questo senso, considerare Fury una sorta di versione molto più badass e sporca di Salvate il soldato Ryan, l'ennesimo ritratto - ed il secondo in poco più di un mese di uscite in sala, insieme ad American Sniper - della grottesca realtà generata dal conflitto, con gli squilibri fisici e psicologici portati a galla, i massacri, il fatto che, da un lato e dall'altro della barricata, finiscono per trovarsi persone che lottano principalmente per riportare a casa la pelle e convinte di essere dalla parte giusta - interessante, in questo senso, proprio il confronto tra il già citato pranzo pronto a stimolare i più bassi istinti della squadra di Wardaddy ed il finale, con una salvezza giunta grazie alla pietà mostrata da uno dei membri delle mostruose SS -, e che la situazione di stress, il contatto con la violenza e la paura rendono inevitabilmente più pericolose di quanto loro non si sarebbero probabilmente mai immaginate di essere.
La cornice, poi, ben si adatta, con il suo fango ed una fotografia decisamente autunnale, all'atmosfera densa e pesante che stringe il cuore dei soldati, costringendoli a proteggersi mostrando un'aggressività a tratti assurda ed esagerata - sono rimasto decisamente colpito dal charachter di Norman, passato dalla paura di sparare alle sventagliate di mitragliatore al grido "Fuck the Nazi" lanciato abbattendone a decine -: la Guerra, come concetto e realtà, resta una delle piaghe più terribili con le quali finiamo per fare i conti, ed effettivamente dovremmo ritenerci fortunati ad essere cresciuti in un'epoca che non ha avuto conflitti "mondiali" sull'altare dei quali sacrificare milioni e milioni di vite.
Certo, illudersi che possa un giorno tutto finire e la Pace trionfare è onestamente assurdo - e lo scrivo con profondo rammarico -, principalmente per colpa della nostra Natura: in fondo, per quanti progressi si possano archiviare, restiamo comunque animali, spinti da un'istintività che porterà inevitabilmente ad un confronto certo non civile con chi, ai nostri occhi, avrà minacciato quello che consideriamo nostro, e che vorremmo sempre proteggere.
Ed è curioso quanto Norman, nell'epilogo, venga ribattezzato "eroe".
Perchè la Guerra non lascia eroi, da una parte o dall'altra.
O vincitori, o vinti.
Solo sopravvissuti.
Alla "furia" dell'Umanità stessa.




MrFord



"Breathe in deep, 
and cleanse away our sins
and we'll pray that there's no God
to punish us and make a fuss."
Muse - "Fury" - 




 

sabato 31 gennaio 2015

Sabotage

Regia: David Ayer
Origine:
USA
Anno: 2014
Durata: 109'





La trama (con parole mie): Breacher, uomo tutto d'un pezzo, ex Navy Seal e guida di un team di spaccaculi della DEA, agenti abituati a dare tutto e anche di più, e vivere perennemente sul filo tra
sparatorie e missioni come infiltrati, persi la moglie ed il figlio, progetta un colpo che possa permettere alla sua squadra di prendersi quello che di norma non arriva mai ai loro livelli.
Nel corso di una missione che prevede l'eliminazione di un potente boss del narcotraffico, infatti, al tesoro di quest'ultimo vengono sottratti dieci milioni di dollari da spartire tra Breacher ed i suoi: peccato che, al momento del recupero della refurtiva, il denaro risulti sparito, rubato da qualcuno che ancora non ha volto.
Da quel momento per gli agenti cominciano i guai seri: dall'indagine che l'FBI apre su di loro ai conflitti interni, infatti, l'atmosfera si fa sempre più pesante.
E quando i membri della squadra cominciano ad essere uccisi apparentemente per mano di sicari inviati dai leader del Cartello ed entra in gioco una detective della omicidi, la situazione per Breacher pare farsi sempre più complicata.
Ma è davvero tutto come sembra, o le cose potranno addirittura complicarsi?






Era dallo scorso gennaio, quando per la prima volta vidi il trailer, che attendevo il nuovo lavoro di David Ayer – che la maggior parte conosce più per il buono e recente End of watch che non per i suoi
altrettanto interessanti lavori precedenti – quasi quanto il secondo capitolo di The Raid, pensando che sarebbe stato senza dubbio uno dei filmoni action e sguaiati più esaltanti della stagione, con uno Schwarzenegger tornato ormai a bomba su quella che era la sua specialità prima della carriera politica ed un cast di fordiani ad honorem – Josh Holloway e Joe Manganiello – ed interpreti che non ho
mai particolarmente amato ma che non riesco a farmi stare davvero antipatici – Sam Worthington e Terrence Howard -.
Il risultato è stato, seppur parzialmente deludente per quanto riguarda lo script, assolutamente in linea con quelle che erano le aspettative del Saloon: Sabotage è infatti un ruvido action dai risvolti crime legato ai concetti di superamento del dolore e fratellanza, abile mix tra un qualsiasi episodio di The Shield ed il soprendente Lone survivor.
Schwarzy, nonostante i settanta siano ormai alle porte, pare ancora un treno in corsa – come il suo amico e rivale Sly -, e regala al pubblico un personaggio spigoloso e controverso, paterno quanto spietato, in grado di mescolare le sue espressioni migliori – il sigaro acceso con compiacimento mi ha riportato alla mente l'epoca di Predator – ad un lato più drammatico che, seppur reso con la sua non proprio esaltante espressività, risulta funzionale rispetto al charachter.
Peccato che, di fatto, lo script – firmato anche da Ayer, come sempre accade per i suoi lavori, essendo lo stesso nato proprio come sceneggiatore di Training Day – non supporti al meglio un'ottima galleria di protagonisti – che, per quanto agenti, si mantengono decisamente in bilico sul labile confine tra Ordine e Caos -, un montaggio serratissimo e ben congegnato ed una tecnica sempre ottima: più che dedicarsi, infatti, ai dettagli in grado di definire in una singola scena l'esistenza intera di un charachter – quello che accade nei lavori di Michael Mann, per citare un Maestro del genere -, ci si preoccupa principalmente di arrivare a destinazione, tagliando un po' troppo con l'accetta e portando, di fatto, la prima parte ad apparire più come un cocktail tra un legal drama ed uno slasher e la seconda nel più classico film di genere con il protagonista ormai incazzato come un bufalo pronto a vendicarsi e distruggere tutto quello che si trova di fronte.
Uno spreco di potenzialità, dunque, per una pellicola che, andando oltre il sangue e le sparatorie, i morti ammazzati ed il crimine, racconta una vicenda di tradimenti, vendette, passioni e pugnalate alle spalle da fare invidia ad un drammone d'altri tempi: probabilmente la produzione, più concentrata sul lato action, ha preferito evitare che Sabotage assumesse le dimensioni – ed il minutaggio – di un'epopea in stile The Heat che non tutti gli spettatori – soprattutto quelli occasionali – avrebbero gradito, almeno ad un primo approccio.
Dunque, per quanto abbia concluso la visione in piena esaltazione agonistica che solo film di questo stampo riescono a stimolare nel sottoscritto, resta un vuoto dentro rispetto a quello che Sabotage
sarebbe potuto diventare se supportato adeguatamente in fase di scrittura: un po' come stendere un nemico dopo l'altro per scoprire di essere stato tradito dalla propria famiglia, o arrivare ad essere l'unico ancora in piedi, ma con il fato già scritto.
A quel punto non resta che sollevare il bicchiere, e fare un ultimo brindisi anche ad un destino beffardo.



MrFord



"I can't stand it, I know you planned it,
I'm gonna set it straight, this watergate.
I can't stand rockin' when I'm in here,
cause your crystal ball ain't so crystal clear.
so, while you sit back and wonder why,
I got this fuckin' thorn in my side.
oh my God, it's a mirage!
I'm tellin' y'all it's sabotage!"
Beastie Boys - "Sabotage" -




 

giovedì 29 gennaio 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): settimana dopo settimana, ci avviciniamo alla notte degli Oscar, ed uno dopo l'altro quelli che potrebbero essere i protagonisti della stessa cominciano a palesarsi nelle nostre sale. Ad oggi, quello che ho potuto vedere dei titoli più in vista della rassegna cinematografica più seguita dell'anno non mi hanno stupito granchè - Eastwood escluso -, e l'impressione, purtroppo, è che si prosegua su un tono certamente minore.
Un pò come quando si affronta questa rubrica: uno si potrebbe aspettare un sagace commento fordiano dietro l'altro, quand'ecco spuntare, come l'erba cattiva, Cannibal Kid.
Che poi, più che l'erba cattiva stessa, pare più che altro un infuso annacquato di quelli da correre in bagno: ma questo passa al Saloon, e questo ci dobbiamo tenere.


"Qui a Cannibalandia non si può ammettere di essere fordiani!"
Unbroken

"Impara a correre come si deve, Marco Goi!"
 Cannibal dice: Maccio Capatonda a parte, i protagonisti di questo weekend cinematografico sono loro, i Brangelina, la coppia più odiosa di Hollywood. Che io in realtà contro Brad Pitt una volta non avevo niente. Solo che da quando si è mezzo con la Scheletrina Jolie, non so se è un caso, il suo livello recitativo è crollato. In Fight Club e L'esercito delle 12 scimmie ad esempio se la cavava alla grande. Di recente, tralasciando robaccia come World War Z, persino quando ha lavorato con grandi registi come Tarantino o Iñárritu non è che lui personalmente abbia lasciato un grosso segno. La Jolie invece come attrice ha sempre fatto pena, quindi adesso c'è da chiedersi se come regista sarà ancora peggio, oppure se ha trovato la sua vera vocazione. La risposta arriverà nei prossimi giorni qui su Pensieri Cannibali. Riguardo invece a ciò che vi dirà WhiteRussian, quello potete fare come al solito e ignorarlo.
Ford dice: la Jolie non mi è mai stata particolarmente simpatica. Non è riuscita a convincermi neppure in Changeling, che malgrado la firma di Clint è uno dei film del buon Eastwood che ho meno apprezzato, tanto per intenderci. E negli anni non ha fatto che peggiorare.

Mi ero risparmiato il suo esordio dietro la macchina da presa, e penso che sfrutterò questo Unbroken solo per sfogare un po' di bottigliate.

Peccato che probabilmente questo film verrà massacrato anche dal Cannibale, altrimenti sarebbe stato perfetto.


Fury

"Figliolo, qui di pusillanimi in stile Peppa non ne vogliamo: siamo fordiani repubblicani."
Cannibal dice: Di questo film ve ne ho già parlato il Giorno della Memoria. A sorpresa mi è piaciuto. Dopo una prima ora molto bellica e molto fordiana, la pellicola cresce di ritmo e ne esce quasi una storia adolescenziale ambientata su un campo da guerra. Quindi una roba perfettamente cannibale. Boom.
Ford dice: ho messo gli occhi su questo film già da tempo, e non soltanto perchè Brad Pitt mi sta molto più simpatico della sua consorte, ed ho atteso con fiducia la sua uscita italiana per potermici confrontare.
Verrò ripagato di questo tempo? Oppure sarebbe stato meglio sparare su Fury settimane fa?
Presto scoprirete l'ardua sentenza!


Italiano medio

"Scrivi un'altra parola buona su di me, Cannibal Kid, e ti infilo questa penna dove non batte il sole!"
Cannibal dice: Dico solo che questo film è diretto da James Camera.
E già così per me è abbastanza da consegnare alla pellicola che segna l'esordio cinematografico di Maccio Capatonda tutti gli Oscar di questo mondo. Questa sì che è genialità pura, altroché Amariocan Sniper.
Ford dice: non ho mai seguito la carriera di Maccio Capatonda, e anche se comprendo, da quel poco che ho visto, l'adorazione dei suoi fan, non mi pare roba per me.
Comunque, dovesse capitarmi, uno sguardo lo darò. Non fosse altro che per la speranza di schierarmi di nuovo contro Peppa Kid.


Notte al museo 3 – Il segreto del faraone

"Questi vestiti andranno bene, Ben?" "Certo che sì! Rispetto a Ford, sembrerai all'ultima moda!"
Cannibal dice: Non ho mai visto i primi due, figuriamoci se vado a guardarmi il 3. A me Ben Stiller sta simpatico e i suoi film, nonostante qualche schifezza galattica confezionata qua e là, di solito sono un buon guilty pleasure. Della prima notte al museo mi sono però bastati pochi minuti per capire che era un'inguardabile bambinata che non fa ridere manco per sbaglio. Senza volerlo ho descritto la commedia fordiana ideale, o sbaglio?
Ford dice: non ho mai visto i primi due film di questa serie, e benchè Ben Stiller mi stia simpatico, non credo proprio comincerò dal terzo.
E sappiate che quasi mi sono terrorizzato da solo a scrivere qualcosa di quasi identico rispetto al mio rivale.


Turner

"Quella faccia da scemo di Peppa Kid starebbe proprio bene qui in fondo al canale!"
Cannibal dice: Turner... un nome che mi fa venire in mente la cantante Tina Turner, quella che una volta mi aveva dedicato una canzone, “Simply the Best”, non so se l'avete mai sentita. E poi mi viene in mente anche Turner e il casinaro, una roba che non ce l'ho mai fatta a guardare, visto che odio sia i film con Tom Hanks, sia i i film recitati da cani. Che poi è un po' la stessa cosa. Il Turner di cui si parla adesso in ogni caso è la nuova pellicola di Mike Leigh, regista che non so perché confondo sempre con Ken Loach, ma che in realtà apprezzo più di Ken Loach. Tra i suoi film ho visto Segreti e bugie, piaciuto, e La felicità porta fortuna, piaciuto molto, quindi potrei dare un'opportunità anche a questo, lasciando a Ford una visione a lui più consona, quella di Turner e il casinaro.
Ford dice: Mike Leigh, per quanto non il mio preferito in terra anglosassone, ha sempre confezionato cose decisamente interessanti. Turner, inoltre, è un pittore che ricordo con grande piacere dai tempi della scuola, e che sono curioso di conoscere in misura maggiore soprattutto a livello "umano".
Forse il film della settimana, e senza dubbio uno dei migliori di questo periodo di spenti Oscar e deliri cannibali.


Gemma Bovery

"Cara Gemma, noto che hai un paio di argomenti interessanti sui quali disquisire!"
Cannibal dice: In una settimana ricca di uscite di un certo rilievo, se non altro per i nomi coinvolti, ecco che c'è anche Gemma Arterton in Gemma Bovery. Chi meglio di lei, in un film con un titolo del genere?
Tra gnocca, produzione francese e radical-chicchismo a manetta, questa pellicola potrebbe essere una bella cannibalata. E Ford può già tirare fuori dalla cantina sociale le sue bottigliate delle grandi occasioni.
Ford dice: la scorsa settimana è stato il turno del panesalamismo sfrenato di John Wick, per la legge del contrappasso a questo giro passa una roba che, se non fosse per la Arterton, sarebbe solo un polpettone radical dal quale stare alla larga.
Nonostante tutto, credo ne resterò lontano ugualmente.




martedì 27 novembre 2012

End of watch - Tolleranza zero

Regia: David Ayer
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Bryan Taylor e Mike Zavala sono due compagni di pattuglia, agenti che lavorano ogni giorno in uno dei distretti più violenti di Los Angeles. Per loro passare i momenti più tranquilli della giornata scherzando in macchina come due vecchi amici è normale quanto trovarsi coinvolti in una sparatoria, e le scene che si ritrovano davanti agli occhi sono spesso e volentieri di quelle che tutti vorrebbero evitare.
Il loro spirito d'iniziativa e la voglia di mettersi in mostra li porta, a volte, ad entrare in conflitto con colleghi, superiori, agenti federali e, ovviamente, i "cattivi": dall'ultimo galoppino da strada ai boss, infatti, tutti sanno che non si scherza con i pesci grossi dei cartelli della droga, pena il rischio di finire stecchiti prima ancora di scoprire di avere una taglia sulla testa.
Quando i due agenti scopriranno che una trappola li attende, potrebbe essere troppo tardi.





Avete presente quei film che vi danno soddisfazione neanche fossero un kebab di quelli piccanti da sentire le lacrime agli occhi, con la carne calda e saporita al punto giusto, pronti a riempirvi lo stomaco e darvi la carica per una bella bevuta?
Ecco: End of watch - e mi rifiuto di citare l'assurdo e ridicolo sottotitolo italiano - è uno di questi.
Scritto e diretto dallo sceneggiatore di Training day, che già mi aveva sorpreso in positivo con Harsch times - solido noir metropolitano con un Christian Bale in grandissimo spolvero di qualche anno fa -, suo esordio alla regia, questa tostissima via di mezzo tra un mockumentary ed un action movie mostra la vita di una pattuglia di poliziotti in un quartiere a rischio di Los Angeles, una delle metropoli più turbolente dal punto di vista della criminalità - organizzata e non - degli States.
Ayer, che scrive e dirige tagliando con l'accetta ed è palesemente dalla parte dei ragazzi in blu, dipinti di fatto come persone perbene al massimo dedite a qualche scherzetto da caserma, confeziona una sorta di thriller urbano dal ritmo serratissimo, un fratello cinematografico di quello che fu per il piccolo schermo The Shield, interpretato alla grande dai due protagonisti e reso sempre più credibile e profondo ad ogni minuto che passa, accelerando sempre più fino alla clamorosa sequenza che vede la coppia Gyllenhaal/Pena affrontare la trappola che i boss del cartello hanno in qualche modo organizzato per loro decidendo che si erano spinti troppo oltre per rimanere ancora in vita.
Sicuramente lo spirito dell'operazione è molto ammeregano, lo stile volutamente grezzo - la macchina da presa a spalla, che soprattutto nelle prime sequenze mette molto in difficoltà lo stomaco dello spettatore, non è proprio la più amata dall'audience - e molte prese di posizione potenzialmente discutibili, tanto che molti potrebbero storcere il naso di fronte al prodotto finito, eppure tutto funziona che è una meraviglia, e per una volta si ha la netta impressione di assistere alla versione più vera e realistica possibile di un film d'azione di quelli che normalmente tutti noi cazzoni cui piace fare i duri - o presunti tali - adoriamo, completi di sparatorie ed esplosioni varie in cui, ovviamente, a farsi male sono sempre e soltanto i bad guys.
In questo caso, però, non siamo all'interno di un Die hard o di un Arma letale, ma per le strade di una città che pare non fare sconti proprio a nessuno, e così finisce che ragazzi come Bryan e Mike, che in fondo non sono tanto diversi da noi - o forse noi non saremmo tanto diversi da loro, se facessimo quel tipo di lavoro -, si ritrovano a dover lottare con le unghie e con i denti per riportare a casa la pelle ogni giorno nella speranza di evitare che la propria moglie - o marito, o figlio - riceva la telefonata che nessun parente di poliziotto vorrebbe ricevere.
Senza dubbio, considerato il rapporto "qualità/prezzo", quello del piedipiatti è un mestiere ingrato a qualsiasi latitudine, specie se tradotto in un servizio prestato in strade ad alto potenziale di rischio: in questo senso, il lavoro di Ayer rende decisamente bene l'idea del culo che chi lo sceglie deve farsi ogni giorno - se si ha la sfortuna, o il coraggio, di pattugliare quartieri come quelli che frequentano i due main charachters della pellicola -, prendendosi comunque il tempo che serve anche per mostrare la quotidianità e la normalità degli stessi agenti, nei pregi e nei difetti, dalle piccole rivalità interne al senso di fratellanza che, inutile negarlo, cementa i rapporti di chi è costretto - volente o nolente - ad imparare a coprire le spalle del proprio partner confidando nel fatto che lui - o lei - faccia lo stesso per non finire dritto dritto all'obitorio.
Il regista e sceneggiatore, inoltre, riesce nella non facile impresa di non scadere nell'eccesso di retorica, e giunto all'apice drammatico del suo lavoro decide di chiudere mostrando quella stessa quotidianità che è andato fotografando istante per istante dal primo minuto della pellicola, il mondo che questi ragazzi spesso troppo avventati o troppo fragili - come quelli che tentano di fargli la pelle dall'altra parte - vogliono così disperatamente, e fieramente, difendere.
Quello che li vede sognare un matrimonio, o una figlia che possa non soltanto non frequentare mai un poliziotto, ma nessun uomo in generale.
Ragazzi come noi, insomma. Solo con il potere di una pistola e un distintivo.
Che possono essere i più difficili da gestire ed i più pericolosi da portare addosso in una vita tra le più difficili che abbiamo il potere di scegliere.


MrFord


"Hey love (hey love)
turn your head around (turn your head around)
take off that frown
your in love
wake up (wake up)
open the door (open the door)
don't cry no more
your in love."
Delfonics - "Hey Love" -


 

sabato 12 maggio 2012

La notte non aspetta

Regia: David Ayer
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 109'



La trama (con parole mie):  Tom Ludlow, un detective dai metodi decisamente sopra le righe della Squadra Speciale della polizia di L. A. protetto dal Comandante Wander, è tallonato dagli Affari Interni a causa delle sue azioni spesso e volentieri ben oltre la legge.
Quando decide di affrontare Washington, suo ex partner che collabora alle indagini che lo vedono come un obiettivo, quest'ultimo viene ucciso da due comuni rapinatori: ma quello che è nascosto sotto il tappeto del Dipartimento è ben più di un fatto di sangue casuale, e Tom scoprirà di dover lottare da solo - o quasi - contro un sistema che ormai appare inesorabilmente corrotto dall'interno.
La strada per la verità sarà dura, terribile e costellata di cadaveri, ma Ludlow non è disposto a venire a compromessi: del resto, la sua vita ed il suo gioco sono sempre stati votati all'estremo.




Ormai sapete bene quanto in casa Ford si apprezzino storie noir e torbide con un sacco di morti ammazzati, intrighi e corruzione come se piovessero, sparatorie ed un gusto per l'action spiccato, pur se messo al servizio di uno script che va oltre quello stesso concetto: La notte non aspetta - pessimo adattamento italiano per l'originale Street kings - rispecchia appieno queste caratteristiche.
Scritto da James Ellroy e portato sullo schermo da David Ayer - sceneggiatore di Training day e già regista del solido Harsh times -, interpretato da manuale dalle garanzie Keanu Reeves e Forest Whitaker, questo film avrebbe tutte le carte in regola per sfondare una porta già spalancata ed entrare a testa bassa trovando un posto tra i preferiti del genere del sottoscritto.
Eppure, come avrete già notato dal voto, la visione non porta a nulla più che una striminzita sufficienza ed una visione giusta giusta per riempire una giornata di relax, andando a contraddire di fatto tutto quello che ho scritto in proposito fino ad ora: cosa, dunque, porta un film potenzialmente di culto ad essere soltanto un riempitivo, pur se ben realizzato?
Principalmente il tempismo.
Infatti, questo lavoro di Ayer giunge con colpevole ritardo rispetto ad altri più o meno capisaldi del genere come L. A. Confidential - sempre targato Ellroy -, il sorprendente e misconosciuto Narc, il già citato Training day ed anche il sottovalutato Copland: il tema della corruzione nel corpo di polizia con l'outsider pronto a riscattare il buon nome - più o meno - del Corpo facendo piazza pulita delle mele marce è un concetto ormai ben noto agli amanti di questo filone, che ha già trovato il meglio del suo meglio anche nell'ambito televisivo grazie a quella meraviglia che fu The Shield - che ha molti punti in comune con questa pellicola -, visione peraltro decisamente più pessimista di quelle fornite dai film appena segnalati.
Nonostante, dunque, il grande mestiere messo al servizio di un film che pare non perdere un colpo, dalla prima all'ultima sequenza la sensazione è quella del deja-vù persistente che tende a sminuire il valore finale dell'opera, rendendola niente più di un normale poliziesco a tinte forti a confronto di precendenti pietre miliari della stessa pasta da duri ammazzacristiani.
Un peccato, tutto sommato, perchè le premesse del piccolo "must see" ci sono tutte, soprattutto se non si bazzica molto da queste parti - cinematografiche o letterarie che siano - e non si è abituati ad un certo tipo di evoluzione della trama, che per il sottoscritto è stata una sorta di libro aperto dall'inizio alla fine, se non per qualche dubbio rispetto all'identità dei due killer dell'ex collega del protagonista - interpretato, tra l'altro, da Terry Crews, già visto alla corte di Sly e dei suoi Expendables -, vicenda gestita peraltro in maniera tutt'altro che perfetta: per il resto la fanno da padroni il cast - numerosissimi i volti noti, e oltre a quelli già citati spiccano Hugh Laurie e Chris Evans, tra gli altri - e la stessa L. A., praticamente un protagonista a se stante, rovente anche nella notte più oscura e sempre pronta a celare un segreto dietro ogni svolta di strada.
Resta comunque interessante la parentesi - che pare una neppure troppo ironica denuncia - dedicata alle lamentele della gente di strada rispetto ai maltrattamenti subiti dai poliziotti, rinforzata dal commento di Ludlow che laconico spiega alla sua donna che in quanto tali loro sono autorizzati a fare quello che vogliono, perchè la verità è e sarà sempre quella che sono loro stessi a scrivere sul verbale.
Insomma, se siete veterani di questo tipo di visione, tenetevi La notte non aspetta come riempitivo di lusso in attesa di serate migliori, mentre se normalmente il noir in pieno stile "Dirty Harry" non è il vostro pane quotidiano, potreste addirittura pensare di essere di fronte ad un nuovo termine di paragone per il genere.
Almeno fino a quando non scoprirete quelli che sono venuti prima di lui.


MrFord


"It's a house arrest - everybody run
I gotta plead guilty havin' - too much fun
this is a house arrest - up against the wall
we can't stop rockin' justa havin' a ball - one and all."
Bryan Adams - "House arrest" -


 
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