lunedì 16 settembre 2019

White Russian's Bulletin



Era dai bei tempi della blogosfera affollata, ribollente e super commentata che non mi capitava di scrivere in anticipo i post da pubblicare sul Saloon, i tempi in cui ogni giorno passava una recensione - e a volte di più - ed ero comunque in anticipo di oltre un mese: grazie alle vacanze e ad un rinnovato fervore rispetto a visioni e letture, mi ritrovo a vivere quella sensazione anche oggi, nonostante i tempi siano cambiati. Ecco dunque una carrellata di recuperi, titoli da grande e piccolo schermo e da pagina che hanno accompagnato il Saloon al rientro nella quotidianità in attesa dell'autunno.


MrFord



BRONX (Robert De Niro, USA, 1993, 121')

Bronx Poster


A distanza di più di dieci anni, è tornato grazie ad un'amica di Julez su questi schermi Bronx, uno dei titoli di culto delle estati in cui mio fratello ed Emiliano si ammazzavano di visioni nella vecchia casa Ford: scritto dal protagonista Chazz Palminteri e diretto da Robert De Niro, Bronx è la tipica storia di formazione solida e ben costruita perfetta per tutti gli amanti della settima arte cresciuti a pane e Scorsese ma anche per il pubblico occasionale, un titolo appartenente alla categoria dei vari Forrest Gump, Le ali della libertà o il più recente Green Book. 
Visto a così tanto tempo dall'ultima volta, oltre a portare alla luce molte similitudini con uno dei miei preferiti indie degli ultimi anni, Guida per riconoscere i tuoi santi, Bronx mi ha ricordato il passato, la crescita, e con gli occhi di oggi ha portato a galla, ovviamente, il ruolo che un padre ha nella vita dei figli: una pellicola forse senza grandi picchi, ma cui non si può non voler bene, come se fosse il quartiere in cui si è cresciuti.




BIG LITTLE LIES - STAGIONE 2 (HBO, USA, 2019)

Big Little Lies - Piccole grandi bugie Poster


Giunta in ritardo rispetto al resto della blogosfera sugli schermi di casa Ford e anticipata da una serie di opinioni non troppo entusiastiche - specie rispetto alla prima stagione -, Big Little Lies si è riuscita, contro ogni probabilità, a ritagliare uno spazio che, al termine dei primi due/tre episodi, non avrei mai pensato si sarebbe riuscita a ritagliare: la vicenda delle madri ricche o quasi di questo piccolo centro della California che tanto aveva avvinto due anni fa era partito con il freno a mano tirato, troppa isteria e analisi, quasi come se autori e regista non sapessero dove andare a parare.
E invece, passo dopo passo, grazie a performance convincenti - ho sempre detestato la Streep, ma ha reso il suo personaggio uno dei più sottilmente odiosi che ricordi degli ultimi anni, grande o piccolo schermo che sia - e ad un ultimo episodio finalmente potente dal punto di vista emotivo, ha finito per convincere, pur rimanendo un gradino più in basso rispetto al primo ciclo.
Un prodotto probabilmente troppo a metà strada, ovvero in grado in qualche modo di scontentare gli intenditori più esigenti ed apparire troppo pesante per il pubblico occasionale, ma che comunque mantiene tutto il fascino di una donna, sfumature difficili comprese.




IL CONFINE (Don Winslow, USA, 2019)


Se da un lato devo ringraziare la crescita dei Fordini, che ora giocano ed interagiscono spesso e volentieri tra loro lasciando più tempo ai vecchi di casa, dall'altro non posso che togliermi il cappello per Don Winslow, che ha risvegliato il sacro fuoco della lettura nel sottoscritto dopo anni di sonnecchiamenti e romanzi portati avanti stancamente per mesi: del resto, dalla chiusura della storia dell'agende della DEA Art Keller dopo i Capolavori Il potere del cane e Il cartello non si poteva attendere di meno.
Novecento e oltre pagine che scorrono come acqua fresca, analizzano - con la consueta profondità, competenza e stile - la situazione del mercato della droga tra Stati Uniti e Messico - anticipando anche situazioni vissute nella cronaca italiana di recente, come l'utilizzo del fentanyl -, rimandano alla politica - chi non riconoscerà nel ruolo di Dennison l'attuale Presidente Trump, probabilmente, è vissuto su un'isola deserta negli ultimi anni - e scrivono una nuova, grandissima pagina per il crime letterario, del quale Winslow è probabilmente il più alto rappresentante statunitense e non solo.
Storie che si sfiorano, incrociano e collidono, personaggi del presente e del passato di questo affresco che a volte appare così grande da chiedersi se, forse, non sarebbe stato necessario un doppio volume, un passaggio dall'altra parte che ricorda quanto importante sia, in questo conflitto, anche il lato "buono", quello ricco, che acquista e sovvenziona il mercato non solo delle sostanze stupefacenti, ma anche della violenza che le circonda.
Winslow, attraverso Keller, lancia un monito rivoluzionario e profondamente democratico, che probabilmente, purtroppo, resterà più fiction della sua fiction ispirata alla realtà.
Forse manca l'intensità emotiva dei due capitoli precedenti, ma del resto io sono un uomo della strada, e quando mi avventuro nei corridoi del potere, sento i brividi di un freddo che rifuggo come il peggiore degli inverni.




CRAWL - INTRAPPOLATI (Alexandre Aja, Francia/Serbia/USA, 2019, 87')

Crawl - Intrappolati Poster


Il mio rapporto con Aja è sempre stato conflittuale: l'ho seguito fin dai suoi esordi con Alta tensione - visto in sala con mio fratello ai tempi dell'uscita -, me lo sono goduto con il remake de Le colline hanno gli occhi e Piranha 3D, l'ho detestato con Riflessi di paura.
Il regista francese, a mio parere, ha un'ottima cultura cinematografica ed un gusto interessante per la fisicità dell'horror senza per questo rinunciare alla tensione, eppure, a distanza di più di dieci anni dalla sua ribalta, non mi pare abbia ancora fatto il vero e proprio salto di qualità, anche nel suo piccolo: Crawl, in un certo senso, mi ha ricordato Alta tensione, con i coccodrilli al posto del killer psicopatico ed un finale che fa perdere molti punti al lavoro nel suo complesso.
L'idea del survival e del setting da tornado - molto attuale -, l'utilizzo di Barry Pepper - che ho sempre trovato solido - ed il confronto tra l'Uomo ed il coccodrillo, di fatto due dei predatori più letali e pericolosi della Terra, sono tutte cose interessanti, eppure pare sempre che la leggerezza, alla fine, la spunti, quasi come se il buon Alexandre fosse troppo pigro per osare quel tanto di più.
Peccato, perchè a prescindere dalla visione estiva senza pensieri, della visione di Crawl resta davvero poco o nulla già dal giorno dopo.


lunedì 9 settembre 2019

White Russian's Bulletin



Alle spalle - e di molto - le vacanze estive e la consueta esperienza legata a Notte Horror, torna il Bulletin raccontando quelle che sono state le prime visioni al ritorno dal mare, l'accoglienza che Cinema e Televisione hanno preparato per i Ford sperando in un autunno pronto a risvegliare un duemiladiciannove senza dubbio poco memorabile, a prescindere dalla scarsa frequentazione delle sale di questo vecchio cowboy: ci sarà da confidare nel meglio?


MrFord



FAST&FURIOUS - HOBBS&SHAW (David Leitch, USA, 2019, 137')

Fast & Furious - Hobbs & Shaw Poster


Non è un mistero che, per quanto mi riguarda, la saga di Fast & Furious abbia inserito un'altra marcia con l'innesto di The Rock nel cast, alimentando la parte fracassona e tamarra nel pieno spirito degli anni ottanta del franchise: alle spalle anche l'ingresso di Jason Statham, questo spin off rappresenta tutto quello che si potrebbe immaginare di eighties al momento.
Un action ignorante, dozzinale, per nulla plausibile, senza filtri, eppure divertente alla follia, con una coppia che funziona alla grandissima tra bromanticismo, battute e botte - incredibile, tra l'altro, quanto la stazza del buon Dwayne Johnson faccia apparire Statham, non proprio quello che si potrebbe pensare uno sfigatino, come un liceale ancora non al pieno dello sviluppo - e un ritmo che fa apparire le più di due ore di visione praticamente una scampagnata di una mezzoretta scarsa.
Tutto, nel suo genere, funziona, dalla coppia di protagonisti alla loro spalla femminile - davvero notevole Vanessa Kirby -, dai cazzotti alle improbabili evoluzioni alla guida: il guilty pleasure dell'estate, senza se e senza ma.




UNA FAMIGLIA AL TAPPETO (Stephen Merchant, UK/USA, 2019, 108')

Una famiglia al tappeto Poster


Da un The Rock protagonista ad un altro sfruttato per lanciare un film che, probabilmente, nessuno al di fuori del giro degli appassionati di wrestling si sarebbe cagato se non per l'intercessione del People's Champion: conoscevo, ovviamente, la storia di Paige, una delle wrestlers responsabili del passaggio dal periodo delle "divas" alle lottatrici che oggi rubano spesso e volentieri la scena anche in incontri decisamente impegnativi e qualitativamente elevati ai loro colleghi uomini purtroppo costretta ad un ritiro molto prematuro a causa di un bruttissimo infortunio al collo.
La pellicola dedicata alla sua vita ed alla sua ascesa nel mondo del wrestling funziona molto bene nel mostrare la fatica di un mondo spesso considerato finto - "it's fixed, not fake", sentenzia la fidanzata del fratello di Paige - ma in realtà legato ad un lavoro massacrante, così come una famiglia borderline risollevatasi proprio grazie al ring, meno nel raccontare l'evoluzione della carriera della protagonista, accelerata bruscamente, almeno per chi come me ne ha seguito il percorso, nella fase finale, che compromette la resa dell'intera pellicola.
Resta un buon esperimento, che spero possa portare nuovi - e nuove - fan allo sport entertainment.




THE RIDER - IL SOGNO DI UN COWBOY (Chloé Zhao, USA, 2017, 104')

The Rider - Il sogno di un cowboy Poster


Con ogni probabilità, questo è uno dei titoli più fordiani mai usciti in sala.
Una storia vera, il rodeo, la provincia profonda americana, quella in cui non c'è davvero altro che il nulla o l'addio, la filosofia del cowboy portata all'estremo.
Senza dubbio, è un film potente, realizzato alla grande, sincero nel portare sullo schermo una storia vera, e che mette di fronte chiunque abbia mai avuto dei sogni e chiunque, come me, ama vivere, ad un interrogativo importante: quanto vale l'istante?
Otto secondi valgono una vita all'opposto di quella che vorremmo? 
Oltre alla filosofia, dietro questo The Rider c'è anche una profonda riflessione sul sacrificio, sulla Famiglia, sull'amicizia, sugli spazi sconfinati che diventano prigioni, se non si sanno, possono o riescono a gestire: forse troppo autoriale per diventare davvero uno dei miei supercult, ma senza dubbio un titolo che colpisce e conquista, e che regala alla settima arte uno spazio ed alcune sequenze che è importante non dimenticare, prima fra tutte quella che chiude la pellicola.
The Rider corre, sente e si fa sentire, vive.
Perchè racconta un pezzo di vita.




GLOW - STAGIONE 3 (Netflix, USA, 2019)

GLOW Poster


Le ragazze di Glow tornano sul ring e lo fanno con la stagione paradossalmente più lontana dal ring stesso da quando esiste la serie: non per questo, però, non si parla e non si racconta il wrestling. Perchè lo sport entertainment è anche e soprattutto la vita extra-ring, l'organizzazione degli eventi, i rapporti tra gli atleti e la loro vita on the road: in questo senso, a prescindere dal fatto che cose come la versione de "Il canto di Natale" siano riuscite benissimo, la stagione ha una sua dimensione fondamentale proprio in questo, legata alle relazioni che, in questo spettacolo, tendono a costruirsi all'esterno del quadrato.
Si passa dai momenti grotteschi a quelli surreali, dal dramma alla commedia, e la caratterizzazione delle ragazze ed un finale che non lascia presagire niente di buono pongono già basi interessanti per il giro di giostra - o di corde - numero quattro: senza dubbio, pur non eccellendo, Glow mette in scena uno spettacolo solido e convincente, in grado di soddisfare chi sta da una parte o dall'altra delle corde.




JOHN WICK 3 - PARABELLUM (Chad Stahelski, USA, 2019, 131')

John Wick 3 - Parabellum Poster


John Wick è stato una grande illusione.
Approcciato nel suo primo capitolo senza alcuna aspettativa e rivelatosi come una sorpresa in grado di rinverdire, con altre, i fasti dell'action anni ottanta, e dunque divenuto, a causa delle scellerate scelte dei suoi autori, un prodotto serioso e pretenzioso nel secondo capitolo, al terzo era di fatto al banco di prova: purtroppo, nonostante alcune sequenze interessanti specialmente per i creativi metodi di uccisione ideati dal protagonista, il risultato finisce per essere ancora una volta ben lontano da quanto potessi aspettarmi, appesantito da un continuo reiterarsi delle dinamiche di base della vicenda - che Wick abbia scavalcato le regole è ben presente a tutti e non è necessario ribadirlo ogni cinque minuti - e da una durata che, invece che essere consacrata sull'altare delle botte - e ce ne sono - e della tamarraggine finisce per fare da spalla ad un'inutile ragnatela di intrighi, voltafaccia e cambi di gioco che non servono ad altro se non ad allungare il brodo.
Forse io sono troppo legato all'action ignorante e senza pretese, ma mi pare che questo John Wick e la sua combriccola vogliano alzare il tiro un pò troppo per quella che è la loro reale portata.


martedì 3 settembre 2019

Notte Horror 2019 Edition - La casa del diavolo



E' strano, mettersi a scrivere questo post. Per un sacco di motivi.
Senza dubbio, perchè non ricordo neppure quando è stata l'ultima volta in cui mi sono messo al servizio del blog in questo modo.
Poi perchè questo è un film che ho sempre adorato, ma che appartiene ad un'altra mia epoca, al periodo wild in cui tredici anni fa lo vidi per la prima volta. Cazzo, se sono tanti, tredici anni.
Non da ultimo il fatto che allora pensavo che Rob Zombie avrebbe avuto le carte in regola per raccogliere il testimone di Tarantino e Rodriguez, mentre ora lo considero solo un pallone gonfiato ed un regista terribile.
La casa del diavolo è cazzuto, violento e tosto come lo ricordavo.
E in grado di sfidare il pubblico. Di ribaltare le parti perchè è proprio vero che è così.
Nel corso della nostra vita, a prescindere dalle estremizzazioni cinematografiche - che poi non vanno tanto lontano dagli orrori di situazioni reali -, tutti siamo stati vittime e carnefici, abbiamo fatto soffrire e sofferto, siamo stati quelli da consolare o gli stronzi da insultare.
Il bello de La casa del diavolo, oltre al lavoro eccezionale sul concetto di Famiglia e sull'ironia che si nasconde dietro l'assurdità degli estremismi, è proprio questo.
In Natura, del resto, ogni creatura è predatore e preda, in una qualche misura: dunque nel momento in cui, per istinto, piacere o appetito, ti cibi di una creatura, è giusto in qualche modo che la memoria suoni un campanello d'allarme rispetto al fatto che potrebbe essercene un'altra, in giro, pronta a cercare proprio te.
E in un mondo costruito sulle sfumature, non esistono Bene o Male assoluti, e chi si professa portatore di uno o dell'altro, in realtà, finisce per dispensare la stessa amara medicina.
In un certo senso, rispetto ai tempi, mi sono sentito piuttosto distante, colonna sonora a parte, dal film, quasi come se avessi deciso di ascoltare un disco dei Nirvana, dei Pearl Jam, dei R.E.M. o dei Radiohead, o incontrato per caso una vecchia cotta dei tempi del liceo: un'epoca che potrebbe essere magica, mitica o qualsiasi altro aggettivo esaltante, ma ormai alle spalle.
Eppure, il lavoro di Rob Zombie è carnoso e carnale, e anche se ora non mi coinvolge più emotivamente come in quell'ottobre del duemilasei in cui lo vidi per la prima volta, nel pieno del mio periodo senza controllo, riconosco il tentativo che il regista fece, portando ad un livello decisamente superiore il precedente La casa dei mille corpi: quel finale che rievoca grandi coppie come Thelma e Louise o Butch Cassidy e Sundance Kid, poi, è ancora da pelle d'oca, legato a chiunque abbia ancora qualche sogno selvaggio e segreto che coltiva nel cassetto.
Certo, tutto questo è strano, se riferito ad un titolo che dovrebbe passare in una rassegna dedicata all'horror e ai ricordi che le carrellate estive ha sempre suscitato lo stesso, e che al massimo dovrebbe preoccuparsi di spaventi, tensione, sangue e tutto il circo che ne consegue: ma è un pò come aspettarsi divertimento assicurato da un clown.
I clown possono essere tristi, soli, inquietanti, spaventosi.
Fermarsi all'etichetta non conviene mai.
Un pò come pensare che il mondo sia tutto Bianco o Nero, Bene o Male.
Meglio essere un Free Bird, e lottare per trovare almeno una parvenza di equilibrio tra le sfumature.


MrFord


La casa del diavolo Poster

lunedì 26 agosto 2019

White Russian's Bulletin



Prosegue, nonostante la "differita", la carrellata delle visioni da grande e piccolo schermo che hanno caratterizzato le ormai purtroppo già alle spalle vacanze di casa Ford, con ogni probabilità il periodo di maggior coinvolgimento e con il numero di visioni - e non solo - più alto degli ultimi mesi. 
Praticamente, un ottimo modo per essere già in attesa delle prossime ferie.


MrFord



JOHN BARLEYCORN - MEMORIE ALCOLICHE (Jack London, Mattioli)

Risultati immagini per john barleycorn memorie alcoliche

In realtà la carrellata inizia con un libro consigliatomi - e prestato, come se non bastasse - dal suocero Ford, una sorta di autobiografia alcolica di Jack London, uno dei grandi nomi del classico d'avventura americano: queste memorie alcoliche, in realtà, sono una sorta di viaggio di autoanalisi di London, che racconta al lettore il suo rapporto - decisamente stretto, per usare un eufemismo - con l'alcool, dagli inizi in giovane età sfruttando le sbronze come rito sociale per conquistare la fama di "vero uomo" al controllo - o presunto tale - del bevitore esperto.
Da bevitore esperto ho trovato molto interessante, divertente, drammatico e a volte inquietante questa lettura, perchè anche quando si è "benedetti da una costituzione di ferro" e si pensa di avere il controllo di questa sorta di demone che lo scrittore ritiene si attacchi con molta più facilità agli individui più ricettivi e pensanti, in realtà il controllo vero non si ha mai.
Personalmente, mi sono sentito toccato nel profondo dalla descrizione che London da dei bevitori "professionisti", affermando "troverete questo tipo di uomini ai ricevimenti, tra i professionisti, nei club esclusivi, nei circoli: ebbene, non li vedrete mai ubriachi, perchè sanno quel che fanno, ma sappiate che non sono neppure mai davvero sobri": una verità che può davvero spaventare anche il più guascone e leggero tra i bevitori.




ANNABELLE 3 (Gary Dauberman, USA, 2019, 106')

Annabelle 3 Poster


Probabilmente dev'essere l'estate all'insegna delle sorprese, per quanto riguarda l'horror: dopo i titoli quasi decenti passati nelle ultime settimane su questi schermi, perfino il franchise di Annabelle - nato da una costola di The Conjuring e legato a due capitoli di livello infimo - si riprende con un numero tre quantomeno guardabile nello spirito estivo legato a doppio filo a questo genere.
Mescolando il tipico prodotto da babysitter in pericolo figlio degli anni ottanta alle possessioni, con una spruzzata di coniugi Warren - protagonisti dei Conjuring - a fare da spalle di lusso, il lavoro di Dauberman intrattiene come si conviene, non brillando per logica ma regalando quantomeno quello che questo tipo di visioni dovrebbero garantire come minimo sindacale.
Considerato che, quando l'abbiamo approcciato, pensavo si sarebbe rivelato una merda atomica di quelle da top ten assicurata del peggio dell'anno, direi che la produzione ha centrato il bersaglio, e gli incassi discreti lo testimoniano: a questo punto, e non l'avrei mai detto, quasi spero in un quarto capitolo.




CRIMINAL MINDS - STAGIONE 14 (CBS, USA, 2019)

Criminal Minds Poster


L'estate, in casa Ford, ha sempre significato, fin dai primi tempi della convivenza con Julez, l'appuntamento con Grey's Anatomy e Criminal Minds, le due colonne portanti della "bella stagione" su piccolo schermo: il serial dedicato alle indagini dei membri del BAU sempre in caccia di psicopatici e serial killers per anni ha rappresentato un'alternativa decisamente più valida ed interessante ai vari e più noti C.S.I. e soci, prima di cominciare a navigare in acque sicure e segnare il passo come tutte le produzioni televisive eccessivamente lunghe.
Questa quattordicesima - e penultima - stagione ne è la netta dimostrazione: un solo episodio davvero interessante su quindici - una scelta strana quella di troncare rispetto ai consueti ventiquattro episodi e stabilirne soltanto dieci per la prossima -, idee non pervenute, cast stanco e svogliato, l'ombra di quello che il prodotto era ai tempi del Gideon di Mandy Patinkin, quando si chiudeva la visione della puntata con i sudori freddi. 
Giusto, a questo punto, terminarlo. Anche se salutare il BAU sarà comunque difficile.




ORANGE IS THE NEW BLACK - STAGIONE 7 (Netflix, USA, 2019)

Orange Is the New Black Poster


E in tema di addii da piccolo schermo, i Ford hanno salutato anche le ragazze di Orange is the new black, che dopo aver raggiunto il loro apice con la stagione dell'inizio della rivolta e la morte di Washington avevano calato un pò i ritmi, portando probabilmente - e giustamente - gli autori a scrivere l'ultimo capitolo dedicato alle ospiti di Litchfield: un capitolo toccante, sentito, emozionante, che si rivela uno dei più intensi e vivi dell'intera vita di questo prodotto, e riesce a dare il giusto spazio alle protagoniste rimaste, regalare un'ultima vetrina a chi, stagione dopo stagione, se n'era andato, e soprattutto firmare una critica feroce ma anche divertente e divertita al sistema statunitense.
A prescindere dal fatto che un addio provoca sempre emozioni forti, personaggi come Taystee o Caputo resteranno assolutamente nel mio cuore, e parabole discendenti come quella di Red continueranno a ricordare che il Tempo, prima o poi, diventa la nostra prigione più terribile.
Quello che è certo, a proposito di Tempo, è che le ragazze di Litchfield non saranno dimenticate, e in qualche modo rappresenteranno, per chi studierà Cinema e non solo nei prossimi anni, uno dei titoli più importanti rispetto al riconoscimento della figura della donna.





lunedì 19 agosto 2019

White Russian's Bulletin


Si torna - purtroppo - dalle vacanze e con il rietro alla quotidianità riemerge anche il Bulletin, pronto a portare in dono titoli che, appena prima della partenza, nel corso delle due settimane da spiaggia e nei primi giorni a casa dei Ford hanno animato - in misura ovviamente diversa - le serate del Saloon. In questo primo giro di giostra mi occuperò di tutto quello passato su questi schermi nei primi giorni di agosto e di mare, mentre lunedì prossimo sarà la volta di tutto quello che ha accompagnato il vecchio cowboy e la sua ciurma dalle onde alla più o meno cara e vecchia Pianura Padana una volta ancora.


MrFord



DOLOR Y GLORIA (Pedro Almodovar, Spagna, 2019, 113')

Dolor y gloria Poster

Sono da sempre un ottimo fan del Pedrone, un regista che, ai tempi della sua esplosione - parliamo ormai della Spagna sicuramente non di aperte vedute di trenta e più anni fa - fu senza alcun dubbio e a suo modo rivoluzionario, e che negli anni è riuscito a regalare molte perle al pubblico e alla critica: nel corso delle ultime stagioni, però, il suo nome - nonostante per quanto mi riguarda Julieta fosse valido - non ha mai fatto gridare al miracolo, tanto che io stesso ho finito per attendere diversi mesi prima di approcciare Dolor y gloria, che pure a Cannes era stato ottimamente accolto.
Fortunatamente, per lui e per noi, questo suo ultimo lavoro è senza dubbio una delle cose migliori dell'estate - e forse non solo -: sentito, molto emotivo ed emozionante - la sequenza del teatro con la rappresentazione della vita del regista è meravigliosa -, recitato alla grande dal vecchio protetto del Pedrone, Antonio Banderas, premiato nella succitata Cannes e ancora una volta in grado di mostrare quanto in realtà sia stato sottovalutato negli anni - Mulino Bianco a parte -, in grado di portare una volta ancora sullo schermo i temi cari all'autore - il rapporto con la madre, i dolori della crescita, quelli della povertà e del successo, gli eccessi e le cadute - prendendo ciò che Almodovar aveva raccontato in ottimi lavori come La mala educacion e Tutto su mia madre e portandoli, forse per la saggezza dell'età, ad un altro livello.
Questo è il Pedro che, ai tempi di Donne sull'orlo di una crisi di nervi e Carne tremula imparai ad amare, e questo è il Pedro che qualunque amante del Cinema non può che amare. 
Finale stupendo.




THE PRODIGY - IL FIGLIO DEL MALE (Nicholas McCarthy, USA/Canada, 2019, 92')

The Prodigy - Il figlio del male Poster

L'estate è sinonimo di horror, e come da buona tradizione in casa Ford abbiamo cercato di recuperarne qualcuno per rendere più leggere le ultime serate prima della partenza e le prime di vacanza: questo The Prodigy, gemellino di Brightburn per tematiche, svolgimento e finale, come il succitato presenta grossi difetti e ottime idee, che mescolati forse non portano al miracolo - anzi, per nulla - ma senza ombra di dubbio consegnano al pubblico un prodotto quantomeno interessante, lontano dalle schifezze che di norma vengono distribuite in sala specialmente nei mesi estivi, che più che far rabbrividire o saltare sulla sedia sconvolgono per la loro pochezza.
Anche in questo caso, e torniamo alle assonanza con Brightburn, si parla di famiglia, di possessione - anche se da un'altra angolazione -, di una potenza smisurata consegnata, se così si può dire, all'approccio e alla mente fragile e ad un tempo pericolosa di un ragazzino: buoni colpi di scena, e buone basi. Speriamo che il regista possa migliorare ancora.




LA BAMBOLA ASSASSINA (Lars Klevberg, USA/Canada, 2019, 90')

La bambola assassina Poster

Per restare nell'ambito degli horror estivi e soprattutto e per fortuna degli horror estivi che a loro modo sorprendono in positivo ecco il reboot del supercult - per gli amanti del genere - La bambola assassina, che all'inizio degli anni ottanta non solo originò un franchise decisamente fortunato ma regalò ai fan uno dei charachters più spassosi e divertenti mai creati, Chucky.
Il lavoro di Klevberg, nonostante, come per Brightburn e The prodigy non si parli di qualcosa di miracoloso, risulta molto godibile ed interessante per la gestione di Chucky e l'introduzione di una variante rispetto alle origini dello stesso: quella che, infatti, ai tempi era una maledizione guidata da un rituale magico operato da un serial killer e che conduceva l'anima dello stesso nel corpo senza vita del giocattolo qui è - cosa decisamente innovativa e interessante - una modifica di un chip voluta da un operaio sfruttato e licenziato.
Un'attualizzazione, dunque, in grado di mostrare che dalla realtà effettiva si possa passare ai film di questo tipo con molta più facilità di quanto non si possa pensare, e proprio a partire dalla realtà - più spaventosa di qualsiasi film di paura - si possa costruire qualcosa di abbastanza inquietante.




DOMINO (Brian De Palma, Danimarca/Francia/Italia/Belgio/Olanda, 2019, 89')

Domino Poster

De Palma è un altro dei vecchi leoni del Cinema americano che ho sempre particolarmente amato, in grado di unire una tecnica prodigiosa a quell'inquietudine nata dal voyeurismo che ricorda tanto Hitchcock: negli anni il buon Brian ha avuto una carriera piuttosto altalenante, fatta di cose molto interessanti ed altre assolutamente trascurabili.
Quando ho approcciato Domino, nonostante la freddezza nell'accoglienza, ho contemporaneamente sperato che si potesse trattare di un titolo appartenente alla prima categoria: peccato che, tecnica a parte, l'ultimo lavoro del regista sia un lento sprofondare in un baratro di logica, ridicolaggine e melò al limite dell'imbarazzo, e dallo script - pessimo, sinceramente non capisco come De Palma possa essersi fatto conquistare dal fascino delle motivazioni dietro il terrorismo in Europa - alla recitazione - Coster Waldau è ai minimi storici - nulla se non la fotografia e l'occhio del regista riescono a salvare una barca che pare nata e costruita per affondare.




BERSAGLIO DI NOTTE (Arthur Penn, USA, 1975, 100')

Bersaglio di notte Poster

Fortunatamente, a risollevare le sorti del thriller d'autore su grande schermo dopo il fallimento di De Palma, è giunto nel corso delle vacanze e su consiglio di mio fratello il mitico Arthur Penn, che grazie ad uno dei suoi lavori meno noti, un noir d'investigazione in pieno stile Marlowe con un Gene Hackman d'eccezione, ha riportato al Saloon il gusto per questo tipo di narrazione e prodotto.
Una vicenda a tinte fosche, storie d'amore destinate a fallire o, comunque, ad avere poche possibilità di sopravvivenza, scenari perfetti per la stagione - California e Florida - ma un'oscurità nascosta in piena luce del sole, grande ritmo, dialoghi serrati, un'anima loser di grande impatto.
E dalle parti in cui pare quasi di sentire lo scoramento dentro ed il sudore sulla pelle ad altre - come il confronto finale in mare - in cui la tensione e l'azione si incastrano alla perfezione, tutto funziona e rende l'idea di quanto il Cinema di genere, se realizzato con idee, talento e carattere, possa continuare ad impartire anche a distanza di decenni lezioni memorabili.


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