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mercoledì 5 agosto 2020

White Russian's Bulletin



Torno al bancone per un nuovo episodio del Bulletin di questo periodo della vita così unico per il vecchio cowboy, in termini di visioni spesso e volentieri dedicato a recuperi di film che conosco a memoria e già recensiti e strarecensiti da queste parti, a vivere il più possibile e scoprire, di tanto in tanto, produzioni curiose sulle varie piattaforme di streaming, Netflix in primis.
A farla da padroni a questo giro di bevute uno dei titoli più chiacchierati dell'ultimo periodo ed alcune proposte che, probabilmente, in altri tempi non avrei neppure pensato esistessero, ma che hanno solleticato la parte più sportiva e viaggiatrice del vecchio Ford.


MrFord



IL CERCHIO CELTICO (Bjorn Larsson, Svezia, 1992)


Larsson, dai tempi del mitico La vera storia del pirata Long John Silver, è entrato nel mio cuore di lettore per restarci, anche se è sempre difficile quando si incrocia il cammino di un nuovo autore a partire dal suo lavoro migliore: Il cerchio celtico, primo titolo a farlo conoscere al grande pubblico, è un solido romanzo d'avventura che starebbe un gran bene anche al Cinema, con un incedere inizialmente lento ed un crescendo finale davvero notevole, legato a doppio filo alla passione per la vela dello scrittore e ad alcuni luoghi affascinanti non solo per i marinai navigati.
La Scozia dipinta da Larsson è un luogo che, come il mare e come l'Uomo, sa essere affascinante e spietato, placido e furioso, senza dimenticare tutte le sfumature nel mezzo: e il Rustica, quasi più protagonista dei protagonisti, ne attraversa le correnti trasportando il lettore come se vi fosse imbarcato. Il cerchio celtico ha il limite dei numerosi riferimenti nautici che rischiano di appesantire lo scorrimento della lettura, e di essere molto classico, ma per chi è disposto ad affrontare anche questo tipo di difficoltà, offrirà una cavalcata degna della tradizione migliore.




DARK - STAGIONE 3 (Netflix, Germania/USA, 2020)

Dark Poster


Una delle serie più chiacchierate dell'anno torna al Saloon con la terza stagione, affrontata dopo i cambiamenti avvenuti nel corso di quest'anno così particolare: negli ultimi giorni mi è capitato di leggere opinioni qui nella blogosfera che, forse, tendono a fare di Dark un fenomeno più grande di quello che, in realtà, non sia stato, ma questo non nega che si tratti di una produzione solida e convincente, chiusa forse troppo in fretta - in termini di stagioni - ma in modo coerente, pur se, a mio parere, troppo ricca di carne al fuoco a questo giro di giostra per riuscire davvero a stimolare un trasporto emotivo in un pubblico concentrato al massimo nel comprendere i passaggi tra mondi paralleli ed epoche differenti.
Del resto, i viaggi nel tempo sono una cosa molto difficile da gestire, piccolo o grande schermo che sia. Resta il ricordo di un'esperienza interessante e ricca di spunti di riflessione, che voi siate come il sottoscritto degli aspiranti ribelli al concetto di Tempo ed al fatto di doversi inevitabilmente arrendere ad esso, o una sorta di surfisti che non vedono l'ora di cavalcarne le onde.




DARK TOURIST - STAGIONE 1 (Netflix, Nuova Zelanda, 2018)

Dark Tourist Poster


Uno dei guilty pleasures di questa nuova fase della mia vita è senza dubbio la scoperta delle serie a sfondo documentaristico offerte dalla piattaforma di Netflix, pronte a stimolare passioni - come quella per i viaggi - momentaneamente costretta allo standby da Covid.
Dark Tourist, produzione neozelandese di un paio d'anni fa, vede il giornalista David Ferrier - dal sardonico approccio inglese - recarsi in luoghi considerati mete di culto per i cosiddetti "turisti dell'orrore", persone attratte da catastrofi, pericoli, psicopatici ed affini: una serie che spero veda realizzarsi una seconda stagione pronta a mostrare le stranezze che l'Uomo è capace di coltivare dentro e fuori la sua testa ma anche utile a mostrare alcune situazioni talmente assurde da andare anche oltre il Cinema: in particolare, l'episodio legato al tour nei luoghi che furono teatro della catastrofe di Fukushima - impressionante vedere la paura crescere anche tra i protagonisti del viaggio, sconvolti dal livello di radiazioni dei contatori geiger portatili - e quello in Turkmenistan - dominato da un dittatore che rende il Paese uno dei più chiusi al mondo insieme alla Corea del Nord - restano impressi per quanto la realtà riesca a superare la finzione. E di gran lunga.




FIGHTWORLD - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2018)

Fightworld Poster


Sull'onda della scoperta di titoli come Dark Tourist, ed attratto dal concetto di viaggio e dallo sport, ho recuperato anche Fightworld, altra produzione Netflix che vede protagonista Frank Grillo - caratterista ed appassionato di sport di combattimento - girare il mondo raccontando la filosofia e l'universo dietro a discipline più o meno conosciute: dalla Thailandia a Israele passando per il Senegal, scopriamo quanto spesso lo sport, anche quello più duro ed apparentemente violento, sia un simbolo di riscatto e fuga da povertà, crimine e corruzione, un modo per ritrovare se stessi e provare che, una volta affrontati i demoni che ci portiamo dentro, prendere qualche cazzotto da qualcuno che soffre come noi non è poi tanto male.
Da sportivo, comprendo bene quale sia il valore della fatica e della soddisfazione che si prova in determinate situazioni, così come comprendo la valenza salvifica che la disciplina che lo stesso sport impone può avere in situazioni limite in cui l'alternativa può essere la strada o il crimine.
Un altro titolo nascosto e sottovalutato, che sinceramente meriterebbe una nuova stagione.


martedì 14 luglio 2020

Notte Horror 2020 - Lidris cuadrade di tre

Radice quadrata di tre - Lidris Cuadrade di tre


L'occasione del mio ritorno nella Blogosfera è stata piacevolmente accompagnata da una delle iniziative più apprezzate e longeve passate dal Saloon nel passato recente, la rassegna Notte Horror: pur in clamoroso ritardo rispetto ai miei colleghi e nonostante le vicissitudini che in questo periodo mi portano ad essere ben poco presente da queste parti, ho approfittato dell'iniziativa per rispolverare un piccolo cult italiano che non rivedevo da almeno una dozzina d'anni, e che ai tempi rappresentò una vera e propria sorpresa, ed una rivelazione per gli appassionati di genere.
Lorenzo Bianchini, con questo suo lavoro decisamente artigianale ma ricco di spunti e idee - per quanto derivative -, fece ben sperare gli appassionati di horror nostrani sfruttando quello che molte produzioni decisamente più imponenti continuano ad ignorare: i film di paura devono sfruttare la suggestione per poter fare paura.
E' risaputo, infatti, che una volta svelati arcani e mostri, o rivelata l'immagine dietro un suono, sia molto più facile esorcizzare - per usare un termine adatto al genere - l'inquietudine: da questo punto di vista Lidris cuadrade di tre tiene discretamente bene per quasi tutta la sua durata, anche se ammetto che, visto a distanza di anni e in una serata dalla risata facile - il ridoppiaggio della parte conclusiva è stato da antologia, ma questa è un'altra storia - l'atmosfera che avevo riscontrato ai tempi mi è parsa appannata, o quantomeno dalla potenza ridotta.
Resta il fatto che, considerata la produzione e la realizzazione tutte italiane, il lavoro di Bianchini resta una delle sorprese underground più interessanti degli Anni Zero, consigliatissima per qualunque appassionato non sia ancora entrato accanto ai protagonisti all'interno di uno dei teatri più horror che ognuno di noi ha la possibilità di vivere - la propria scuola superiore - per vivere il delirio pronto a scatenarsi tra labirinti reali e mentali.


MrFord


martedì 12 novembre 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana di visioni e nuovo ritardo ormai standardizzato per la pubblicazione del Bulletin, che alterna recuperi da piccolo schermo a novità sul grande, passando per la consueta tappa che prevede una certa dose di Prime o Netflix settimanali.
Nulla che fosse clamoroso, ma visioni oneste e a loro modo solide che hanno accompagnato le sempre più difficili - in termini di capacità di restare svegli - serate da divano in casa Ford: considerate le aspettative della vigilia legate alla maggior parte dei titoli in questione, direi che è andata anche più che bene.


MrFord




THE WALL (Doug Liman, USA, 2017, 88')

The Wall Poster


Pescato praticamente per caso dalla piattaforma di Prime - ultimamente utilizzata come alternativa a Netflix -, firmato dal Doug Liman di Edge of tomorrow e The Bourne Identity, legato a doppio filo al filone dei film di guerra made in USA ispirati ai fatti dell'ultimo decennio figli dell'Undici Settembre e legati a Iraq e Afganisthan nella migliore tradizione di Peter Berg - pur senza essere così spiccatamente patriottico -, The Wall è stata una piacevole sorpresa nonostante sulla carta si presentasse come la più clamorosa delle tamarrate a stelle e strisce.
Strutturato come un thriller di stampo teatrale - due personaggi e la voce di un terzo, uno spazio ristretto -, il lavoro di Liman sfiora, volontariamente o no, tutte le possibili sequenze da retorica a stelle e strisce con cammino già indirizzato verso il più ovvio dei finali per poi diventare una coraggiosa parabola discendente rispetto alla crudeltà della guerra, all'impossibilità ad uscirne davvero, alla sensazione di dover e voler prevalere necessariamente sull'avversario pensando di avere sempre le ragioni e le giustificazioni per farlo.
Con questo non voglio caricarlo di un peso e di un valore forse troppo grande, ma penso si tratti di uno di quei titoli che, erroneamente, finiscono per essere sottovalutati per partito preso.
Un pò come quando, in guerra, credi di essere inevitabilmente dalla parte giusta.





SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK (Andre Ovredal, USA/Canada, 2019, 108')

Scary Stories to Tell in the Dark Poster


L'horror ad Halloween, o nel periodo della Notte delle streghe, è più o meno una tradizione almeno quanto quello da visione estiva, con risultati spesso - purtroppo, per un appassionato del genere come questo vecchio cowboy - ben lontani dai fasti dei cult che hanno popolato gli incubi dei fan negli anni settanta e ottanta.
Per quanto abbia sempre discretamente stimato il lavoro di Andre Ovredal - interessante Autopsy, molto bello The troll hunter -, credevo che, con questo Scary stories to tell in the dark, sarei andato incontro all'ennesimo titolo usa e getta buono per il periodo e per le bottigliate di rito, senza pensare che potesse in qualche modo risultare interessante: al contrario, però, complici una cornice dal sapore vintage ben realizzata ed una struttura che mi ha riportato alla mente quella che fece la fortuna, insieme al suo protagonista, del franchise di Nightmare, ho trovato Scary stories to tell in the dark un valido intrattenimento per il periodo ed i film che si vanno cercando di conseguenza, con la giusta dose di "teen", una parte horror che pare più simile al gusto di Del Toro che non allo scare jump ed un paio di buone idee.
Forse, in alcuni punti, un pò troppo facile in termini di scrittura e legato probabilmente per esigenze di produzione ad un finale che potrebbe essere facilmente agganciato ad un secondo capitolo, ma sono leggerezze che si perdonano ad un titolo che ha più da sorprendere che non da essere bottigliato.
Considerato il genere, è già un successo così.





24: LIVE ANOTHER DAY (FOX, USA, 2014)

24: Live Another Day Poster


Jack Bauer è sempre stato uno degli idoli action di casa Ford fin dai primi tempi della convivenza con Julez: e nonostante 24 fosse un prodotto prettamente action e tagliato con l'accetta come il suo protagonista, nel corso della sua lunga permanenza in televisione è riuscita a regalare alcune stagioni davvero notevoli per intensità, gestione del tempo, colpi di scena e twist narrativi.
A distanza di non so neppure io quanto dalla visione dell'ultima stagione regolare, abbiamo deciso di recuperare la mini che nel duemilaquattordici riportò lo spigolosissimo - per usare un eufemismo - agente segreto sugli schermi, chiudendone in qualche modo la saga senza per questo negarsi lo sfizio di lasciare un'eventuale porta aperta ad un ritorno.
Solo dodici episodi, questa volta, ma la stessa azione di sempre portata in dono dallo stesso Bauer di sempre: reazionario, violento, pronto a fare quello che vuole e quando vuole, additato come un pazzo o un traditore un pò da chiunque e puntualmente portato a sbugiardare chiunque non gli dia credito, se necessario con mezzi non propriamente ortodossi.
Anche in questo caso, tra le vie di una Londra non proprio pronta ad ospitare il furioso agente americano, troviamo colpi di scena, tradimenti, morti, attentati e scontri a fuoco come se piovessero, a dimostrazione che, nonostante un certo appannamento narrativo, il charachter di Bauer era qualcosa di davvero notevole e funzionale per il suo genere e forse non solo, che anche in questo caso, nonostante il tempo si faccia sentire, ricorda a tutti quanti quanto sul piccolo schermo sia difficile - se non impossibile - trovare uno spaccaculi del suo calibro.


lunedì 22 luglio 2019

White Russian's Bulletin



La battuta d'arresto nelle pubblicazioni del Saloon delle ultime due settimane - legata, in verità, al fatto che ultimamente Fordini, lavoro e palestra prendono davvero tutto il mio tempo - mi ha messo di fronte anche ad un'altra triste realtà: non riesco più a ricordare come un tempo quante e quali visioni si sono avvicendate nel tempo, a meno che non si tratti davvero di cose degne di nota o legate a serate speciali. Dunque, in questa nuova puntata del Bulletin, troverete semplicemente gli unici titoli che ricordi degli ultimi quindici giorni, senza sapere se siano stati davvero solo questi, oppure no. In un certo senso, è magico anche questo oblio, in compagnia del Cinema.


MrFord



FUGA DA ALCATRAZ (Don Siegel, USA, 1979, 112')

Fuga da Alcatraz Poster

A distanza di anni dall'ultimo passaggio al Saloon, ho ritrovato il mitico Fuga da Alcatraz grazie ad un passaggio televisivo la sera in cui, dopo aver fatto tappa dai miei in montagna per lasciare i Fordini al fresco una settimana, ho riassaporato - come sempre quando vado da loro - l'ebbrezza delle non connessioni e di lettori dvd e vhs risalenti all'epoca in cui io e mio fratello eravamo adolescenti che reagivano malvolentieri all'idea di passare un weekend lontani dalla città. 
Il lavoro di Siegel reso noto soprattutto dall'interpretazione come sempre senza fronzoli di Clint, ispiratore di una marea di film carcerari successivi - su tutti Le ali della libertà - è ancora oggi tosto e potente, teso dal primo all'ultimo minuto e in grado di raccontare nel modo più diretto e semplice possibile una storia che è la più vecchia del mondo, quella della ricerca della libertà.
Certo, ad inseguirla sono uomini non proprio immacolati, ma è anche questo a rendere affascinante, spesso e volentieri, un'impresa: senza dubbio, e non solo nel suo genere, un Classico come si pensa sia un Classico. 




GREY'S ANATOMY - STAGIONE 15 (ABC, USA, 2018/2019)

Grey's Anatomy Poster

Passano gli anni, e nonostante da tempo la qualità dei bei tempi sia ormai dimenticata, casa Ford non riesce a non voler bene ai medici del Grey Sloane Memorial, sarà che le prime due stagioni erano state traghettatrici delle cene nella casa in cui ci eravamo appena trasferiti con Julez a fine duemilasette. Di quelle annate, così come di altre - quella del duemiladieci, incredibile -, è rimasto davvero ben poco, protagonisti compresi - ormai del nucleo originale del cast sono presenti soltanto quattro charachters -, ma l'appuntamento estivo con le vicissitudini dei "dottori" - così ribattezzati dai Fordini - è imprescindibile. 
Certo, vedere Karev, un tempo lo stronzo numero uno della serie, imbolsito e diventato capo, fa un pò strano considerato che è sempre stato il mio favorito, o storie d'amore e momenti da strizzata d'occhio al paraculismo quasi imbarazzanti, ma il Grey Sloane è ormai una fetta di famiglia, così ci si aggrappa ai sentimenti, ai ricordi, ad innesti particolarmente riusciti - il dottor Lincoln è balzato ai primi posti della mia classifica di gradimento - e ci si fa coccolare come da un divano che, ormai, ha ben impressa la forma del nostro culo.




SPIDER MAN - FAR FROM HOME (Jon Watts, USA, 2019, 129')

Spider-Man: Far from Home Poster

Avevo una discreta paura, di questo sequel di Homecoming, primo titolo ad inaugurare, di fatto, il passaggio tra la fase tre e quattro del Cinematic Universe. Molta paura.
Endgame ha chiuso un circolo, e riprenderlo senza rischi era un'impresa non da poco.
E devo ammettere che Watts ci è riuscito, e anche discretamente bene.
Far from home è un lavoro scanzonato e dal ritmo veloce, molto teen, con poche pretese, avvincente - anche grazie alla valorizzazione di un villain come Mysterio, più sfaccettato di quanto si possa pensare - e pronto a seminare in vista del futuro di quello che ormai è diventato una sorta di grande e sempre più grande affresco cinematografico, dal ruolo di Spider Man - bellissimo il recupero di J. Jonah Jameson sul finale - a quello che avrà la componente "cosmica" nella stessa fase quattro dell'MCU. 
Ma al centro di tutto, ed è questa la carta vincente, l'adolescenza di Peter Parker, sballottato dai tumulti del cuore nel corso di un viaggio in Europa con amici e compagni di scuola: divertenti i siparietti, geniale "Scimmia notturna", interessante il rapporto con Mysterio che ricorda, a tratti, quello con Octopus del secondo capitolo dello Spidey firmato Raimi.
E da antologia la sequenza con gli incubi creati dallo stesso Mysterio, davvero un momento notevole.
Non sarà epico o destinato a cambiare le regole come altri titoli dell'affresco marvelliano in sala, ma è un gran bel divertimento.


martedì 9 luglio 2019

White Russian's Bulletin



L'estate prosegue, e così le visioni del Saloon e dei suoi occupanti, tornate ad un numero quasi da tempi antichi rispetto allo standard che, negli ultimi mesi, mi ha visto sicuramente piuttosto distante sia dal piccolo che dal grande schermo: certo, l'epoca d'oro in cui non c'era giorno senza che un film - se non due - passassero da queste parti accompagnati da almeno un paio di episodi di qualche serie è lontana, ma di tanto in tanto è bello nuotare tra le onde che mi hanno portato fino a qui.


MrFord



SUBURRA - STAGIONE 2 (Netflix, Italia, 2019)

Suburra - La serie Poster


Spinti dalla curiosità e dalle impressioni positive della prima stagione - e complice Alessandro Borghi -, in casa Ford abbiamo pensato bene di metterci subito in pari con le vicende di Aureliano, Spadino e Lele, i tre giovani protagonisti di Suburra: a due anni di distanza dal primo giro di giostra i personaggi crescono e cambiano - forse troppo in fretta, considerati i tre mesi che separano nel tempo di narrazione le vicende delle due stagioni, e che rendono soprattutto i primi due episodi piuttosto spiazzanti -, cercano il tiro e lo trovano recuperando terreno andando verso un finale che apre nuovi scenari nelle lotte di potere nella Roma sotterranea, coltivano molto bene il rapporto e le profondità di Aureliano e Spadino, portano in scena tradimenti e cambi di schieramento, sacrificano - giustamente - alcune situazioni e charachters che non erano del tutto centrati.
Certo, Gomorra è ancora molto distante, e probabilmente la caratura dei due prodotti resterà sempre differente, ma energia e sforzo - oltre ai bravissimi Borghi e Ferrara - valgono quantomeno un viaggio tra le ombre criminali - e non solo - della Capitale.




TOY STORY 4 (Josh Cooley, USA, 2019, 100')

Toy Story 4 Poster

Non è affatto semplice portare avanti un brand mantenendone la qualità, ed è ancora più complicato mantenere quella stessa qualità ad un livello clamorosamente alto. Io stesso, che ho amato in crescendo i tre capitoli precedenti di Toy Story, nutrivo qualche dubbio rispetto alla realizzazione di un quarto, ora che Andy era cresciuto e la combriccola di Woody e Buzz aveva trovato una nuova casa tra le braccia della piccola Bonnie.
Eppure, quei talentuosi bastardi di casa Pixar sono riusciti a centrare ancora una volta il bersaglio: unendo come al solito alla perfezione risate e lacrime - chiedete a Julez, che ha pianto per metà film -, introducendo un personaggio all'apparenza semplice come Forky ed un altro all'apparenza stereotipato come Gabby Gabby ribaltando poi la visione di entrambi, i figli adolescenti di Mamma Disney raccontano l'evoluzione del rapporto di una coppia che esiste dal primo lungometraggio e che viene raccontata da un'altra prospettiva, in un modo che ricorda quello portato sullo schermo da Frozen con Anna e Elsa. Non sto parlando, ovviamente, di Woody e Bo Peep - fighissima in versione Mad Max -, ma di Woody e Buzz, che nei cambiamenti che vedono il primo porsi domande ed interrogativi trovano un modo commovente e magico di chiudere - e ci starebbe - il percorso di un brand che ha fatto la Storia del Cinema d'animazione.
Un'altra chicca che può essere minacciata solo dal successo che sta raccogliendo, e che potrebbe portare le esigenze di marketing ad un numero cinque: certo, se poi ad ogni capitolo le sorprese fossero queste, ben vengano altri venti Toy Story.




STRANGER THINGS - STAGIONE 3 (Netflix, USA, 2019)

Stranger Things Poster


Un paio d'anni or sono, la serie rivelazione della stagione si impose come nuovo standard rispetto al trend legato alla rivalutazione e alla riproposizione come oggetto di culto degli anni ottanta e del loro immaginario - sarà anche che registi e sceneggiatori "emergenti", tutti ragazzotti tra i trenta e i quaranta, in quell'immaginario sono cresciuti -: Stranger Things, per quanto non perfetta, trovò consensi, fan e uno spazio di rilievo, che dodici mesi fa vennero messi a dura prova dalle aspettative che, almeno in parte, viziarono la season two, realizzata forse da parte degli autori con l'ansia di non deludere.
Ansia, fortunatamente, messa da parte con questa terza stagione, che riesce a trovare un equilibrio quasi perfetto tra commedia e dramma - il momento di Neverending story è un gioiellino - e porta in scena quella che, forse, è per ora la vetta raggiunta dalla produzione, quasi come se i giovani protagonisti si fossero scrollati dalle spalle il peso di dover essere per forza qualcosa a prescindere da chi in realtà siano: e tra tormenti d'amore, battaglie da film fantasy, una buona dose di Guerra Fredda, lacrime da giovani e da adulti - bellissima la lettera di Hopper a Undi, che mi ha fatto "tornare al futuro" immaginando quando la Fordina arriverà all'adolescenza - il viaggio cui assistiamo è un mix perfetto di quello che erano, sono e saranno sempre gli anni ottanta senza che il tutto suoni come qualcosa di necessariamente nostalgico, ma apra una porta - che dovrà essere lasciata aperta dieci centimetri - per le nuove generazioni.
Perchè in fondo è giusto così. Fa parte della vita. 


mercoledì 5 settembre 2018

Giù le mani dalle nostre figlie (Kay Cannon, USA, 2018, 102')




- La scorsa primavera, all'uscita in sala di Giù le mani dalle nostre figlie, commedia a stelle e strisce pop da weekend al multisala, snobbai l'intera operazione nonostante nel cast figurasse John Cena, figura di spicco degli Anni Zero del wrestling intento da qualche tempo e sopraggiunti e superati i quaranta a cercare di costruirsi una carriera nel Cinema come il suo collega The Rock.

- Il rientro dalle vacanze, la voglia di esserci ancora, il tentativo di ristabilire per gradi il contatto con il divano ed il film della sera hanno portato ad un ripescaggio senza impegno che ha avuto risvolti sorprendenti: Giù le mani dalle nostre figlie, nonostante l'orrido titolo italiano, è una commedia divertente, sguaiata e volgare al punto giusto per garantire sane risate, una sorta di versione "per genitori" di Una notte da leoni.

- Proprio John Cena, che dal primo all'ultimo minuto si fa beffe della sua aura da "supermacho", è stato il mattatore della produzione, e benchè non si tratti certo di un grande attore - ma neppure di un attore medio - il wrestler getta il cuore oltre l'ostacolo e fornisce una rappresentazione abbastanza veritiera di quello che sarà questo vecchio cowboy per la Fordina tra una quindicina d'anni - soprattutto rispetto alla sequenza in cui scaraventa il fidanzatino dall'altro lato della stanza -.

- Il rapporto tra genitori e figlie - a prescindere dal fatto che si tratti di madri o padri -, nonostante le numerose sequenze sguaiate da risata di grana grossa, fa riflettere su quanto la società veda ancora una minaccia il momento di ingresso nel mondo del sesso per le ragazze rispetto ai ragazzi, spesso al contrario di sorelle o amiche incoraggiati e festeggiati soprattutto dai padri alla perdita della virginità. Nonostante io rientri effettivamente nel novero dei genitori già preoccupati per la propria figlia da quel punto di vista e con largo anticipo, ammetto che l'approccio al tema dovrebbe trovare una nuova direzione.

- Ottima la scelta dei tre protagonisti "adulti" e delle loro differenze, spassose le interazioni tra i personaggi e sopra le righe, volgari e clamorosamente divertenti le sequenze di questa sorta di lotta a distanza tra due generazioni, pronta a mostrare attraverso un occhio divertito il legame che resta sempre e comunque tra un genitore ed un figlio.

- Come per Shark, non parliamo anche in questo caso di nulla più di un riempitivo estivo da mente leggera, ma sprofondati nel divano con la finestra spalancata, qualcosa da bere tra le mani ed il pensiero del ritorno al lavoro momentaneamente come allontanato, le risate che ha procurato sono state proprio godute fino in fondo. E va benissimo così.



MrFord



 

lunedì 11 giugno 2018

Cobra Kai - Stagione 1 (YouTube Red, USA, 2018)







Chi frequenta il Saloon da un pò di tempo sa quanto potrebbe essere difficile, per me, scrivere un post dedicato alla prima stagione di Cobra Kai: un post che potrebbe uscire fordiano oltre misura, dedicato al Tempo che scorre inesorabilmente neanche fossimo i protagonisti del video de Gli anni degli 883 ai tempi d'oro, al decennio che mi ha visto iniziare a crescere ed amare il Cinema, alle prime vittorie degli outsiders che attraverso Rocky e Karate Kid hanno posto le basi per tanto di quello in cui ho creduto negli anni a venire.
E così come fu di recente per Creed, attraversare i dieci episodi di Cobra Kai è stato come guardare me stesso bambino, e ripercorrere i giorni che hanno trasformato quello che era un Daniel LaRusso in un Johnny Lawrence versione sensei in bilico tra desiderio di riscatto, alcool, voglia di trasmettere il lato positivo di un "cattivo": proprio con l'avvicinarsi del finale di stagione, Daniel - che nel ribaltamento delle parti continuo di questo prodotto assolutamente geniale per timing e riferimenti rimbalza spesso e volentieri da un lato all'altro della barricata in modo totalmente umano, come del resto faceva allora - afferma che la differenza tra lui e Johnny, più simili di quanto loro stessi non potessero sembrare, è stata data dai loro maestri.
Dall'indimenticato ed indimenticabile Miyagi al perfido John Kreese, chiunque di noi, nel corso della vita, avrà avuto modo di provare sulla pelle l'effetto che un buono o cattivo insegnante riesce a trasmettere: l'allievo avrà sempre la responsabilità di imparare al meglio quello che viene trasmesso - in questo senso, bellissimo il lavoro fatto sui personaggi, che hanno tanto del teen movie in senso positivo, di Miguel, Hawk e Robbie -, ma sta e starà al maestro fare in modo che non possano esserci cattive interpretazioni, o strade che possano portare dove nessuno dei due vorrebbe.
Cobra Kai, nel rispetto dell'originale Karate Kid - con qualche riferimento ai due successivi -, del rinnovato interesse per il fascino degli eighties, del prodotto indirizzato al pubblico adolescente, delle tematiche di attualità - interessante il fatto che il Cobra Kai, ai tempi casa dei bulli, sia ora il rifugio degli sfigati in cerca di riscatto e rivincita - racconta in modo semplice, emotivo, divertente e quasi magico un ritorno, una nuova generazione che potrebbe crescere con i miti della precedente, senza dimenticarsi chi, come una vecchia canzone ascoltata accanto ad un vecchio nemico in una vecchia macchina, porta indietro nel tempo.
Perchè il nemico vero resta sempre quello.
Che passa, e per quanto possa regalare nuove possibilità, un colpo alla volta, per dirla come Rocky, finisce per toglierci tutto quello che abbiamo. Inesorabilmente e senza appello.
Cobra Kai è una serie che, al contrario, ci permette di pensare, sperare, sognare di prenderci una rivincita con il bullo più grande di tutti, quello che porta alcuni a "colpire per primi" - nel timore di essere colpiti a loro volta - ed altri a "cercare l'equilibrio": il Tempo.
Quello che, inesorabilmente, si porta via i maestri buoni e cattivi, i colpi ricevuti o assestati, i ricordi, i sogni, quello che siamo stati e quello che saremo, e infine anche noi.
Quello che non ha pietà.
Il bello, però, e Johnny Lawrence lo sa bene quanto me, è sorprenderlo.
Mostrare che la forza non sta nel pugno, come gridava Kreese, ma nella capacità di chi potrebbe sferrarlo di decidere di non farlo, in pieno stile Miyagi.
E in quel modo, affondare un colpo più forte di quanto non si possa immaginare.
Questo Cobra Kai è stato decisamente uno di quei colpi.
Così forte che non me lo sarei aspettato.
Che mi ha divertito, commosso, fatto sorridere, ricordare, e pensare che tutti, prima o poi, passano dall'essere allievi ad essere maestri.
L'importante, in tutto questo, è che si pensi che non si smette davvero mai di imparare.
Di sorprendere e lasciarsi sorprendere.



MrFord



 

mercoledì 18 aprile 2018

Wonder (Stephen Chbosky, USA/Hong Kong, 2017, 113')





Anno dopo anno, da appassionato e spettatore ho senza dubbio - anche se il Cannibale obietterà - migliorato il mio gusto e la capacità di analisi critica rispetto ai film che vedo, nonostante a braccetto con queste due caratteristiche stia al calduccio e confortevole uno dei più grandi nemici dell'umanità: il pregiudizio.
Quando Wonder uscì in sala, mesi fa, bollai l'operazione come la solita, bieca, buonista favoletta all'ammeregana strappalacrime in grado di scatenare le bottigliate delle grandi occasioni perfino in uno spettatore pane e stelle e strisce come il sottoscritto, complici il bimbo protagonista e la sua malformazione ed una storia che ricordava molte, d'autore e non, portate alla ribalta nel corso degli anni e molto spesso di successo.
Tenuto nel cassetto per settimane e rispolverato in occasione di un pomeriggio da solo in casa con la Fordina, il lavoro di Stephen Chbosky - regista dell'amatissimo, da queste parti, Noi siamo infinito - si è rivelato una piacevole sorpresa, una piccola favola per famiglie per nulla ruffiana, attuale - analizza problematiche legate al mondo scolastico negli ultimi anni divenute materia sociale chiacchierata ed analizzata - e nonostante l'inevitabile stuzzicare di corde da lacrima facile intelligente ed in grado di toccare perfino uno stronzo in attesa del pretesto buono per distruggerlo come il sottoscritto.
Merito, forse, di una struttura "a capitoli" che permette a tutti i personaggi principali di emergere senza rubare spazio agli altri, incastrandosi quasi fossero tessere di un unico puzzle, o schegge più o meno impazzite di una famiglia che si poggia sul protagonista Auggie e si evolve a seconda delle individuali inclinazioni e caratteri, di un cast azzeccato che porta sullo schermo vicende perfettamente normali - il desiderio della felicità dei figli, l'amicizia, l'amore, l'instabilità adolescenziale, il rapporto con il mondo esterno che inizia a costruirsi dal complicato ecosistema della scuola - senza che appaiano lontane o hollywoodiane nel senso più dorato ed irrealizzabile del termine: il fatto che il catalizzatore sia un bambino come Auggie con i suoi problemi è in realtà solo un pretesto, un mezzo per portare in scena le fragilità ed i punti di forza di un'intera famiglia e delle persone che sono legate ai suoi membri, senza lungaggini o ricatti morali rivolti all'audience.
E perfino con il crescendo finale, che strizza l'occhio a tutti i grandi film dall'alto potenziale retorico eppure entrati nell'immaginario collettivo e nella cultura popolare come L'attimo fuggente o Scent of a woman, tutto scorre con naturalezza senza apparire forzato o ruffiano, alimentato addirittura da una sequenza che, da padre e da spettatore di questo film in compagnia della sua bambina, mi ha quasi commosso - lo spettacolo teatrale di Via, sorella maggiore di Auggie - pensando a quando e se dovesse capitare al sottoscritto di vedere la stessa bimba che ora si aggrappa al mio petto come se fosse il posto più sicuro del mondo muovere i primi passi nella sua giovinezza e al di fuori della propria casa.
Una sorpresa su tutta la linea, dunque, che seppur lontana dai fasti del già citato Noi siamo infinito conferma il talento di Chblosky come narratore delle inquietudini della crescita, ed un potenziale ottimo prospetto per il futuro rispetto al Cinema di formazione e da ragazzi: dalla progressiva esplosione di Auggie rispetto al mondo esterno alla bellissima sequenza della rissa al campeggio - che mi ha riportato alla mente Stand by me -, Wonder riesce nell'intento di sorprendere un pò come quando incontrate qualcuno che pensate di poter sottovalutare e prima che possiate rendervene conto quello stesso qualcuno è diventato la persona più importante della vostra vita.
Una "meraviglia" decisamente non da poco.




MrFord




 

mercoledì 28 marzo 2018

Veronica (Paco Plaza, Spagna, 2017, 105')




Una delle cose più difficili che, dopo tanti anni di "servizio" da spettatore ed appassionato, un horror possa considerare di portare sul mio schermo, è la capacità di tenere fede alle sue premesse ed al genere: spesso e volentieri, infatti, purtroppo non solo le pellicole figlie della paura non fanno paura neanche per sbaglio, ma finiscono per rifugiarsi in assurdi scivoloni logici che rompono l'incantesimo che dovrebbe tenere l'audience con il fiato sospeso dall'inizio alla fine.
Non è facile, dunque, per una nuova proposta - specie se ben sponsorizzata da colleghi e colleghe bloggers - giungere al Saloon sperando di stupirmi in positivo: fortunatamente, di tanto in tanto, il cammino di questo vecchio cowboy incrocia quello di gente come Paco Plaza, già autore del brand di Rec - che soprattutto rispetto al primo capitolo apprezzai decisamente -, e di film come Veronica.
Ispirato ad una storia vera avvenuta a Madrid nei primi anni novanta opportunamente modificata per rendere il tutto più accattivante e spaventoso - la presenza di fratello e sorelle della protagonista -, Veronica in realtà è la più classica pellicola legata alle possessioni demoniache e all'atmosfera inquieta che le stesse suscitano, non inventa nulla di nuovo e mantiene uno schema abbastanza consolidato nella struttura, eppure riesce nell'impresa non facile per un horror di risultare solido, credibile ed inquietante, regalando momenti davvero efficaci come la visione del padre della protagonista - uno dei passaggi di maggiore effetto che ricordi rispetto a quest'ambito nel passato recente - e l'escalation finale legata alla chiamata ai soccorsi e all'arrivo nella casa della ragazza delle forze dell'ordine.
Plaza, inoltre, è davvero molto bravo a trasformare l'ambientazione della sua pellicola in qualcosa in grado di definirne il carattere, portando lo spettatore a credere non solo che il setting sia quello dei primi anni novanta, ma che l'intera produzione possa risalire a quei tempi: e tra gli Heroes del Silencio - che credo possano ricordarsi solo gli spettatori che ai tempi gravitavano attorno alla stessa età della protagonista, me compreso -, i riferimenti al Rayo Vallecano - terza e decisamente minore squadra di Madrid, che probabilmente suscita le simpatie del valenciano Plaza rispetto alle blasonate Atletico e Real -, i poster attaccati alle pareti della camera di Veronica e le t-shirt decisamente oltremisura pare quasi di essere tornati ai tempi delle Notti Magiche e di Notte Horror, quando ancora i film di paura facevano il loro lavoro e non si nascondevano dietro ambizioni decisamente troppo alte, buchi di logica e, più semplicemente, l'incapacità di spaventare.
Un'operazione, dunque, che non sarà perfetta ma è senza dubbio riuscita, ed uno dei migliori horror che abbia visto da un anno a questa parte - e forse anche di più -, in grado di mescolare suggestione e realtà - il mondo dell'adolescenza, con amicizie tradite e mancate è sempre terribile da affrontare -, tenere la tensione per tutta la sua durata e riuscendo a mostrare quello che potrebbe essere un elemento sovrannaturale - del resto, il caso cui il film è ispirato è l'unico documentato come potenzialmente "oltre" dalle forze dell'ordine spagnole - e quello, al contrario, profondamente reale - alcuni disturbi mentali furono e a volte continuano ad essere identificati come figli di maledizioni o manifestazioni religiose estreme -.
Da vecchio appassionato di horror incontrare titoli come questo equivale a tornare bambino, quando sul divano, anche in pieno giorno, il culo ti si stringeva e più ti spaventavi, più desideravi andare avanti: il fascino della paura, o del Male, o dell'ignoto, o qualsiasi cosa muova gli istinti che portano ad immaginare o raccontare storie come questa, del resto, è forte e radicato in ognuno di noi.
Ed è un bene che esista ancora qualcuno in grado di riportare perfino gli adulti a quel divano sul quale si cagavano sotto da ragazzini.



MrFord



 

martedì 27 marzo 2018

The edge of seventeen - 17 anni: e come uscirne vivi (Kelly Fremon Craig, USA/Cina, 2016, 104')





Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il ricordo dell'adolescenza: se, infatti, posso ringraziare quegli anni per aver fatto esplodere nel sottoscritto le passioni per la scrittura, la Musica e il Cinema, non posso che ricordare i momenti in cui mi sono sentito lontano da chi avevo intorno, incapace di trovare una dimensione che fosse mia in un mondo che non riconoscevo.
Avessi avuto la testa e l'approccio di oggi, probabilmente tutto sarebbe stato più semplice, ma è altrettanto vero che l'approccio di oggi è figlio delle insicurezze che ho superato in quegli anni, legati indissolubilmente ad una situazione che tocca tutti gli adolescenti della quale si prende coscienza soltanto una volta divenuti adulti: quando si attraversa quel periodo, infatti, si tende a pensare di essere unici nel bene o nel male, problemi compresi, quasi nessun'altro potesse provare le nostre sensazioni, o comprenderle, o anche solo immaginarle, quando la verità è data dal fatto che, per quanto possa suonare una banalizzazione, tutti le proviamo almeno una volta, anche se, chissà, forse da prospettive e con tempi di reazione diversi.
Di recente ho toccato questo argomento parlando di Lady Bird, e a seguito di alcuni pareri di colleghi bloggers nonchè della presenza nel listone dei recuperi, lo affronto anche oggi con The edge of seventeen, che pare la versione più pane e salame del lavoro di Greta Gerwig, con protagonista Hailee Steinfeld spalleggiata per l'occasione da un grandissimo - come sempre - Woody Harrelson, che nel ruolo del professore della main charachter regala perle a profusione, oltre a rispondere con l'ironia e la presenza - quello che vorrei fare rispetto ai Fordini - all'umoralità ed alla mania di protagonismo tipiche dell'adolescenza della ragazza.
La vicenda di Nadine, legata al rapporto con il fratello "vincente" Darian - un personaggio forse poco approfondito ma molto interessante - e con la migliore amica Krista - Haley Lu Richardson, apprezzata di recente nell'ottimo Columbus - racconta tutte le inquietudini, le vergogne, le meschinità, la voglia di vivere e di comunicare, il bisogno di essere visti ed ascoltati di tutti gli adolescenti, e viene portata in scena con una naturalezza ed una semplicità che coinvolgono lo spettatore e permettono di volere bene al film ed ai suoi protagonisti, specie quando si hanno memorie ancora vive di quegli anni nonostante ci si trovi, ormai, dall'altra parte della barricata - la sequenza in cui il professore porta Nadine in crisi a casa sua e la ragazza scopre la vita in famiglia di quest'ultimo mi ha fatto venire la pelle d'oca per empatia con il personaggio di Harrelson -: non saremo di fronte ad un miracolo da Sundance - l'atmosfera è più quella della commedia teen, e per una volta non è affatto un male - o ad una pietra miliare del genere destinata a fare la Storia della settima arte, ma senza dubbio The edge of seventeen rappresenta una buona proposta per unire genitori e figli, per capire insieme i sentimenti e i punti di vista gli uni degli altri e tentare di guardare le cose da un'altra prospettiva, magari condivisa.
In fondo si è spesso portati a pensare che i casini interiori che viviamo in quella fase così delicata siano complessi, articolati, quasi materia da specialisti, quando, chissà, forse la soluzione migliore è quella di semplificare e vivere, un pò come consiglia il padre a Nadine prima di uno dei momenti più drammatici che un giovane a quell'età potrebbe vivere: una bella canzone, un paio di cheeseburger e tutto apparirà di colpo più semplice.
Non essere unici nelle incertezze e nei problemi, in fondo, dovrà pur avere qualche lato positivo.
E anche se in quel periodo non si è davvero inclini all'ascolto, pellicole come questa aiutano a stimolare una strada poco battuta che, sorprendentemente, potrebbe rivelarsi forse non vincente, ma quantomeno libera da pesi invisibili che a volte diventano impossibili da caricarsi addosso.




MrFord




 

mercoledì 7 marzo 2018

Lady Bird (Greta Gerwig, USA, 2017, 94')




E' diventata quasi una tradizione, nella grande corsa agli Oscar, i premi più noti ed ambiti - anche da tutti quegli autori radical che fingono di no - del Cinema, che nel novero delle pellicole in lizza per la statuetta del Miglior Film, compaia ormai un titolo proveniente dal bacino indie, in grado di regalare grandi soddisfazioni così come stuzzicare le bottigliate più selvagge: Lady Bird, esordio alla regia dell'attrice Greta Gerwig - che da queste parti, nonostante l'aura alternativa, piace molto -, ha rappresentato proprio la "quota Sundance" alla kermesse losangelina, forte di una narrazione diretta e di pancia come la sua protagonista e di un'ottima performance fornita dall'attrice che le presta il volto, Saoirse Ronan.
Questo lavoro sentito e piacevole, pronto a regalare almeno un paio di sequenze da brividi sulla pelle - finale stupendo - che pure non avrà avuto alcuna possibilità di vittoria, ha finito comunque per rappresentare, nel corso della visione, una sorta di versione adolescenziale di uno dei miei cult totali figli di questo "genere", quel Little Miss Sunshine che ancora oggi è uno dei film del cuore di questo vecchio cowboy.
Il racconto di formazione che vede protagonista Lady Bird - ribattezzatasi in questo modo per ribellarsi alle convenzioni di una scuola troppo puritana e ad una madre presente ma spesso in conflitto con lei - ha la capacità di riportare lo spettatore al traumatico periodo dell'adolescenza, quando la fine di una storia significa abbandonare per sempre l'idea dell'amore, un'amicizia può cambiare la vita, i propri sogni e quello che si desidera per il futuro una strada tracciata nella propria testa che nessuno sarà mai in grado di deviare.
Lady Bird non è un film particolarmente originale, e rispecchia in questo la sua main charachter, che come tutti gli adolescenti ha l'impressione di sentirsi unica e al di sopra di tutto prima di scoprire sulla propria pelle che sì, tutti siamo unici, ma nessuno al di sopra degli altri, che si parli di problemi, patimenti o sogni: la sua forza è proprio questa, l'umanità che viene mostrata e si dimostra pronta ad esplodere nel percorso del rapporto tra l'inquieta ragazza e la sua migliore amica o quello con sua madre, vera e propria antagonista nonchè centro di gravità della pellicola - non avrebbe sfigurato, la brava Laurie Metcalf, con l'Oscar -, simbolo di tutto quello che a quell'età non vorremmo essere ma che, senza che sia possibile rendersene conto, ci forma e prepara a quelle che saranno le vere battaglie, quelle dell'età adulta.
In questo senso non ho trovato il lavoro della Gerwig all'altezza delle entusiastiche recensioni che l'hanno accolto e sospinto nelle ultime settimane, ma ammetto di avergli davvero voluto bene per la sua onestà, ed essere arrivato al termine della visione con una sensazione di familiarità piacevole e quasi magica, neanche la ragazza fosse una sorella minore, o ancora di più una figlia da accompagnare coprendole le spalle silenziosamente - molto affascinante e sentita la figura del padre -: tutti noi, del resto, abbiamo attraversato giorni in cui farsi spezzare il cuore pareva fondamentale, rinunciare al proprio nome per inseguire quello che avremmo voluto appariva come la cosa giusta, trovare la propria strada, dalla scuola, alla vita, al futuro una cosa fondamentale.
Il bello di Lady Bird è la spontaneità di una rigidità magica che si vive soltanto da adolescenti, e che si impara ad amare davvero prendendola a calci in culo quando siamo adulti, come un serpente che si morde la coda e non troverà mai il vero segreto dell'equilibrio.
Ma in fondo, è giusto così.
E scoprire che il nostro nome non è così male, che prima di viaggiare, o fuggire lontano, dobbiamo imparare ad affrontare noi stessi, altrettanto.



MrFord



 

lunedì 12 febbraio 2018

The end of the f***ing world - Stagione 1 (Netflix, UK, 2017)




Il percorso delle serie televisive all'interno dei più classici tam tam della rete è forse addirittura più difficile di quello delle pellicole che giungono in sala: sarà per il numero di episodi o il tempo complessivo di visione dedicato loro, ma i serial finiscono sempre, a fronte di aspettative alte, per esaltare e conquistare o lasciare senza parole per la delusione molto più dei loro parenti figli della settima arte.
The end of the f***ing world, giunta in casa Ford sospinta dall'entusiasmo di molti dei miei colleghi bloggers, si è dovuta conquistare episodio dopo episodio la fiducia degli occupanti del Saloon superando uno scetticismo acuito dalla prima parte di stagione, sicuramente interessante e carina da vedere ma decisamente al di sotto di quelle che erano le aspettative della vigilia, che vedevano questo titolo come una sorta di nuovo manifesto della "ribellione" giovanile sotto forma di un boy meets girl sotto acido, una versione hipster di Assassini nati.
Il riscatto, avvenuto grazie ai due irresistibili protagonisti nel corso della visione e divenuto con il finale una sorta di sentito omaggio a tutte le pellicole in stile "rebel without a cause" da I quattrocento colpi in avanti, si compie con il giusto mix di ironia, romanticismo e nostalgia - almeno per quanto riguarda questo vecchio cowboy - di uno dei periodi più merdosi ma intensi della vita, l'adolescenza.
Alyssa e James, con i loro baci scomposti ed impacciati, le litigate, gli sguardi appena suggeriti, le canzoni in macchina e tutte quelle ingenuità che rendono i loro anni i più terribili e formativi che possano esistere si prendono minuto dopo minuto ed episodio dopo episodio un pezzetto di cuore in più, e se forse la loro storia non brilla per innovazione o originalità - l'evoluzione è piuttosto prevedibile, ed il passaggio più fuori dagli schemi si brucia in partenza con l'incontro tra i due ed il serial killer - la passione che entrambi mettono nella lotta ad un mondo che ancora non comprendono e che non fa che sottovalutare, schiacciare, costringere entrambi compensa con il cuore in tutto e per tutto, rendendo The end of the f***ing world una delle proposte più genuine di questo inizio anno, di quelle a cui voler bene pur con la consapevolezza che non saranno mai le tue preferite, o quelle destinate a cambiarti la vita, fosse anche solo a causa del Tempo che è passato e che ora ti porterebbe sullo schermo dall'altra parte di quella landa di sogni ed orizzonti da inseguire dei due giovani protagonisti.
La differenza sarebbe di porgere loro la mano, e cercare di avvicinarsi più all'addetto della sicurezza del negozio o alla detective Eunice che non ai loro padri e patrigni, incapaci non solo di trovare un dialogo o un punto di contatto - quello, mi rendo conto, è difficile da entrambe le parti in un periodo come questo - ma anche e soprattutto di riuscire a non fare nulla o fare tutto quanto sia in loro potere per ferire due cuori troppo scoperti: James e Alyssa, in fondo, siamo tutti noi a quell'età, pronti a fare i duri contro l'intero pianeta solo per nascondere l'immensa e fottuta paura che abbiamo di vivere.
E prima che James si lanci in quella corsa a perdifiato verrebbe quasi da gridarlo: "Fermati, non avere paura. L'orizzonte è più vicino di quanto tu possa pensare. Devi solo tirarlo fuori."
Ma il mondo, purtroppo, non fa sconti ai sogni.
E a volte arriva la fine, e ti accorgi di non avere avuto che una piccola porzione di quelli che avresti potuto assaporare.



MrFord



lunedì 29 gennaio 2018

Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, Italia/Francia/Brasile/USA, 2017, 132')





Ormai più di dieci anni fa, nel pieno di uno dei periodi più wild della mia vita, mi ritrovai a dover fare i conti con le cicatrici di una storia lunga che era finita e di un'altra, molto più breve, che aveva avuto il merito di farmi scrollare dalle spalle i pesi che avevo accumulato ma, allo stesso tempo, ferito in più di un'occasione.
Ricordo quanto, nel corso di tutto quell'inverno, sognai la primavera, la cercai, la inseguii, perchè in quell'arrivo vedevo la rinascita con tutto quello che si portava dietro e dentro: iniziai proprio in quei giorni a fare palestra, e lasciai gli ultimi resti del giovane Ford al passato.
Fu curioso che, mesi dopo, quando iniziò la storia con Julez, le dissi che avevo passato tanto tempo ad inseguire la primavera e non mi ero reso conto che con lei era arrivata l'estate: perchè l'estate è il sole, l'energia, la voglia di sentirsi liberi, di sognare, guardare l'orizzonte e scoprire di volerlo valicare, è quella canzone tanto semplice quanto bellissima di Jovanotti di un paio d'anni fa, le prime cotte, il sesso selvaggio e sudato, momenti mitici che, con il tempo, fanno fare quei lunghi sospiri ed assaggiare sulla lingua la malinconia.
E' quella l'estate in cui sono stato trasportato da Luca Guadagnino, dai suoi bravissimi protagonisti e da un film che, sulla carta, era così lontano dai miei gusti da farmi venire il dubbio di aver preso qualche botta in testa per aver deciso, pur con un robusto white russian alla mano, di affrontare quasi due ore e un quarto di atmosfere eleganti e soffuse in pieno stile francese: eppure, nonostante e grazie a questo, ho visto un elegante e magico Noi siamo infinito in versione italiana, un film che non avrebbe sfigurato nella grande stagione del Cinema nostrano, quando nessuno al mondo poteva vantare la schiera di grandi registi che stupivano il mondo dalla Terra dei cachi che allora dovevano essere belli maturi, un racconto di formazione e d'amore delicato eppure estremamente sensuale, che forse non arriverà a coinvolgermi come le mie pellicole a tematica gay favorite - Happy together di Wong Kar Wai, Big Bang Love Juvenile A di Takashi Miike, I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, per citarne tre - ma che è una delle sorprese più intense e forse banalmente "belle" di questo inizio duemiladiciotto, riconosciuta anche e soprattutto negli States, dove questo stile ed approccio non è propriamente di casa.
La storia di Elio e Oliver, il primo adolescente irrequieto, colto e in cerca di qualcuno che ribalti la sua vita, il secondo universitario larger than life, pronto a piacere a tutti e tutte, a seguire una rotta ben precisa e delineata rompendo, nel percorso, tutti gli schemi, è la storia che ognuno di noi avrebbe voluto avere, prima da una parte e poi dall'altra, e della quale ognuno, nel pieno spirito dell'estate, vuole godere, succhiandola come un frutto maturo cosciente del fatto che, purtroppo, un giorno arriverà l'autunno. O peggio, l'inverno.
La cosa buona, per Elio, sarà che a quell'inverno di lacrime seguiranno comunque una nuova primavera, ed una nuova estate. E per Oliver, che il ricordo di quell'estate provocherà sempre quel lungo sospiro di una magia che nessuno potrà mai sottrargli, perchè figlia dell'esperienza e del proprio bagaglio personale.
Ed è proprio sulle loro movenze, gli sguardi, i baci, i tocchi, le risate e le piccole follie da innamorati che ho cavalcato l'onda di questo film senza avvertire neppure un momento di stanca, una sequenza sbagliata, o un briciolo di noia: e giunto al confronto tra Elio e suo padre in chiusura di pellicola, ho avuto i brividi e invidiato - proprio come il genitore del protagonista - quello che stavo osservando, perchè se un giorno il Fordino dovesse raccontarmi di un amore così, vorrei essere in grado di comunicargli quanto è importante vivere quell'amore, che sia per una donna, un uomo o qualsiasi essere passione possa scatenare sentimenti così dirompenti.
Perchè sono gli stessi sentimenti che rendono ricca, colorata, luminosa la vita.
Sono l'estate.
Per chiamarla con il suo nome.



MrFord



 

mercoledì 22 novembre 2017

Modern Family - Stagione 8 (ABC, USA, 2017)





L'appuntamento annuale con Modern Family equivale, in casa Ford, alla sensazione di piacevolezza che si prova nel rientrare tra le proprie mura dopo una giornata di lavoro, o al termine di una qualsiasi serata fuori o momento in cui, banalmente, l'unica cosa di cui si ha bisogno è un rifugio.
Nel corso dei suoi ormai otto anni di programmazione, il serial targato ABC, pur non stupendo per originalità o rottura degli schemi o regalando al pubblico stagioni in grado di far gridare al miracolo, ha compiuto l'impresa decisamente non da poco di mantenere lo stesso standard qualitativo senza alcun calo di tensione, sia essa emotiva o ironica, cosa da queste parti ancora più apprezzata in quanto sit-com, genere che non ho decisamente mai amato troppo.
Il tema della Famiglia, poi, risulta affrontato in modo sempre fresco e coinvolgente, a prescindere dal fatto che dall'altra parte dello schermo possano esserci single incalliti o vere e proprie tribù: dalle nostre parti, a partire dalla sigla, Modern Family riscontra grande successo anche rispetto ai Fordini, che in modo diverso ma ugualmente splendido manifestano la loro approvazione e portano noi "old school" a pensare a quando ci troveremo nella stessa condizione dei genitori protagonisti di questa stagione, quasi completamente incentrata sulla crescita dei figli delle tre famiglie protagoniste, in particolare Manny e Luke, giunti all'anno del diploma ed momento della scelta del college.
Se, poi, accanto a loro vengono considerate Ellie - già "inserita" nel mondo del lavoro" -, Alex - in bilico tra università e primo impiego - e la piccola Lily - pronta a rivelare sorprese nel corso della stagione - la sensazione di tempo che inesorabilmente trascorre e generazioni che si passano il testimone viene addirittura amplificata, toccando corde per le quali è impossibile rimanere indifferente per qualsiasi genitore.
Accanto a questa tematica decisamente sensibile - almeno per il sottoscritto, che già vede la Fordina in età da difesa automatica contro qualsiasi possibile fidanzato e il Fordino impegnato negli studi - si concentrano i momenti divertenti ed emozionanti legati al consueto gruppo di rodati charachters ed attori, dai mitici Jay e Phil - che continuano ad essere i miei favoriti - alle vulcaniche Gloria e Claire, diverse tra loro ma ugualmente dirompenti, senza ovviamente dimenticare Cameron e Mitchell, in grado di rendere e di ridere sul concetto di coppia gay senza risultare pesanti, spocchiosi, troppo ammiccanti o ruffiani.
Un plauso va senza ombra di dubbio agli autori ed alla produzione, capaci non solo di selezionare un gruppo di interpreti fisicamente perfetto per i ruoli delineati, ma anche e soprattutto in grado di mantenere attenzione, divertimento ed emozione ben oltre il livello di guardia nonostante il successo e tutti gli anni trascorsi.
Non resta, dunque, che attendere la prossima stagione per scoprire cosa ne sarà delle nuove generazioni dei Dunphy, dei Pritchett e dei Pritchett-Tucker.
Noi Ford, e rigorosamente insieme, saremo qui pronti per scoprirlo.




MrFord




 
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