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mercoledì 5 settembre 2018

Giù le mani dalle nostre figlie (Kay Cannon, USA, 2018, 102')




- La scorsa primavera, all'uscita in sala di Giù le mani dalle nostre figlie, commedia a stelle e strisce pop da weekend al multisala, snobbai l'intera operazione nonostante nel cast figurasse John Cena, figura di spicco degli Anni Zero del wrestling intento da qualche tempo e sopraggiunti e superati i quaranta a cercare di costruirsi una carriera nel Cinema come il suo collega The Rock.

- Il rientro dalle vacanze, la voglia di esserci ancora, il tentativo di ristabilire per gradi il contatto con il divano ed il film della sera hanno portato ad un ripescaggio senza impegno che ha avuto risvolti sorprendenti: Giù le mani dalle nostre figlie, nonostante l'orrido titolo italiano, è una commedia divertente, sguaiata e volgare al punto giusto per garantire sane risate, una sorta di versione "per genitori" di Una notte da leoni.

- Proprio John Cena, che dal primo all'ultimo minuto si fa beffe della sua aura da "supermacho", è stato il mattatore della produzione, e benchè non si tratti certo di un grande attore - ma neppure di un attore medio - il wrestler getta il cuore oltre l'ostacolo e fornisce una rappresentazione abbastanza veritiera di quello che sarà questo vecchio cowboy per la Fordina tra una quindicina d'anni - soprattutto rispetto alla sequenza in cui scaraventa il fidanzatino dall'altro lato della stanza -.

- Il rapporto tra genitori e figlie - a prescindere dal fatto che si tratti di madri o padri -, nonostante le numerose sequenze sguaiate da risata di grana grossa, fa riflettere su quanto la società veda ancora una minaccia il momento di ingresso nel mondo del sesso per le ragazze rispetto ai ragazzi, spesso al contrario di sorelle o amiche incoraggiati e festeggiati soprattutto dai padri alla perdita della virginità. Nonostante io rientri effettivamente nel novero dei genitori già preoccupati per la propria figlia da quel punto di vista e con largo anticipo, ammetto che l'approccio al tema dovrebbe trovare una nuova direzione.

- Ottima la scelta dei tre protagonisti "adulti" e delle loro differenze, spassose le interazioni tra i personaggi e sopra le righe, volgari e clamorosamente divertenti le sequenze di questa sorta di lotta a distanza tra due generazioni, pronta a mostrare attraverso un occhio divertito il legame che resta sempre e comunque tra un genitore ed un figlio.

- Come per Shark, non parliamo anche in questo caso di nulla più di un riempitivo estivo da mente leggera, ma sprofondati nel divano con la finestra spalancata, qualcosa da bere tra le mani ed il pensiero del ritorno al lavoro momentaneamente come allontanato, le risate che ha procurato sono state proprio godute fino in fondo. E va benissimo così.



MrFord



 

martedì 5 giugno 2018

Proprio lui? (John Hamburg, USA/Cambogia, 2016, 111')







Ricordo ancora benissimo la sera in cui, tornato dal lavoro tardi, con i Fordini già a letto e Julez quasi, mangiai guardando Nonno scatenato, becerata all'americana di quelle buone per far venire la pelle d'oca a tutti i radical chic del mondo: le risate sguaiate e liberatorie di quell'occasione, in barba alla pochezza artistica del prodotto, furono un toccasana neanche avessi visto un filmone a cinque stelle - o quattro bicchieri, per usare il linguaggio del Saloon -.
Poco tempo fa, nel pieno della prima - e non positiva - esperienza lavorativa dopo il mio "anno sabbatico" da casalingo, in una serata da weekend zero impegni e zero neuroni, abbiamo ripescato casualmente dal bacino di Sky questo Proprio lui?, commediaccia di grana grossissima a tema "da famiglia" con Bryan Cranston e James Franco uscito nelle nostre sale all'inizio del duemiladiciassette e almeno da queste parti passato completamente in sordina: fortunatamente per me ed i miei neuroni alla ricerca di svago, il lavoro di Hamburg si è rivelato pienamente all'altezza del già citato Nonno scatenato così come dei più scombinati lavori della brigata Apatow, in particolare - considerato il protagonista - Strafumati, ancora oggi uno dei miei cult ignoranti più amati in assoluto.
Il confronto tra la famiglia dell'inquadrato piccolo imprenditore Ned, giunta in California dal Michigan per festeggiare il Natale accanto all'amata primogenita ed al suo nuovo fidanzato, un giovane multimilionario legato al mondo dei videogames e delle app, è uno spasso sopra le righe e spesso e volentieri decisamente volgare - ma non nel senso volgare del termine - che ha permesso non solo che mi sguaiassi sul divano cercando di non fare troppo casino ridendo rischiando in quel modo la sveglia dei Fordini, ma anche di ripetermi la sera successiva quando, complice la dormita fatta da Julez più o meno a metà pellicola, abbiamo replicato la visione accanto ai suoceri Ford, per mia fortuna decisamente più easy e meno inquadrati del rigido - almeno al principio - Ned.
Proprio sul personaggio interpretato da Cranston mi sono concentrato pensando al momento in cui la Fordina comincerà a presentarmi i fidanzati ufficiali, e sarò costretto non solo a cercare di non immaginare neppure quello che combineranno tra loro, ma anche a non colpire con una bottiglia il malcapitato di turno: e tra i riferimenti ai Kiss - non avrebbero potuto scegliere una band più cara al sottoscritto, con tanto di sorpresa finale -, gag davvero sopra le righe come piacciono qui al Saloon, un Franco talmente larger than life da risultare inesorabilmente spassoso, Proprio lui? ha rappresentato il punto più alto, per quanto strano possa suonare, che una commedia abbia toccato da queste parti negli ultimi mesi, in barba a tutto il radicalchicchismo ed alle proposte a denti stretti che spesso un certo Cinema d'autore forzato vuole propinare rispetto al genere.
La commediaccia, invece, è importante, vitale e sincera, quasi un simbolo perfetto - con l'action tamarra - del pane e salame che tanto amo e che sempre difenderò, si tratti di settima arte o di vita in generale: se, dunque, siete genitori di una bimba come il sottoscritto, godetevi questa parabola sguaiata per alleggerirvi dal pensiero di quando vi ritroverete dall'altro lato della barricata, mentre se siete fan hardcore del Cinema "alto", fate un favore ai vostri cervellini fumanti ed abbandonatevi a questo viaggio sulle montagne russe della volgarità, delle risate e della sguaiatezza.
Non si sa mai che possa aiutarvi a stringere un pò meno le chiappe.



MrFord




 

lunedì 26 giugno 2017

Baywatch (Seth Gordon, USA, 2017, 116')




Praticamente potrei dire di aver aspettato questo tamarro ed ignorantissimo reboot di Baywatch - storica serie che fu uno dei simboli delle generazioni che vissero gli anni novanta - quanto ogni anno, già dal pieno dell'inverno, aspetto l'estate per godermi il sole, il caldo, le canottiere, la luce fino a tardi e via discorrendo: del resto, quando mai sarebbe ricapitata una pellicola con lo stesso sapore di cose come Nonno scatenato o lo Starsky e Hutch con Stiller e Wilson di una decina d'anni fa con Dwayne "The Rock" Johnson come protagonista, spalleggiato da ragazze con tutti gli argomenti al loro posto come Alexandra Daddario e Kelly Rohrbach?
E devo ammettere che il pubblico e la critica americani e non solo ce l'hanno messa davvero tutta, per cercare di smontare l'hype alle stelle che coltivavo, stroncando il lavoro di Seth Gordon come la peggiore delle merde - e vi assicuro, nel duemiladiciassette ho visto cose decisamente più orribili di questa, artisticamente parlando - e soprattutto consegnando ad attori, produzione e regista un flop piuttosto pesante al botteghino, cosa davvero inspiegabile sempre considerato, al contrario, il successo di schifezze atomiche uscite nel corso degli anni.
Ma andiamo oltre.
Secondo me dietro a pareri così negativi il problema non è dato tanto dalla pellicola, quanto dall'approccio di chi la guarda, una specie di "fenomeno McDonald's" cinematografico: quando vado in un fast food, tendenzialmente lo faccio perchè voglio riempirmi come un porco di schifezze, e non pensare di ritrovarmi di fronte un piatto da ristorante stellato, un pò come quando, nel corso di un allenamento o nel pieno della stagione estiva della mente e del cuore più leggeri, preferisco ascoltarmi Despacito piuttosto che qualche pezzone strappacuore di Tom Waits o chi per lui.
E Baywatch è questo, puro e semplice.
E' il Despacito del Cinema, sopra le righe, sguaiato, tamarro all'inverosimile, ma anche guascone e simpatico, pronto a prendersi per il culo e ad uscire dal seminato sfruttando perfino qualche colpo da metacinema - dal riferimento ad High School Musical indirizzato a Zach Efron ai ralenti, passando per l'apparizione assolutamente geniale di David Hasselhoff, star della serie originale e personaggio cultissimo per almeno due o tre generazioni di spettatori del piccolo schermo -, pronto a soddisfare l'occhio del pubblico sia maschile che femminile, a scorrere senza danno e con leggerezza, a strappare qualche sana risata di pancia - ma non aspettatevi battute "alte" - e chiudere come si conviene ad un popcorn movie da estate piena e desiderio di un cocktail gelato, il rumore delle onde e qualche bella signorina a farvi compagnia.
Sinceramente, non potrei chiedere di più, ad una produzione che fa dell'ignoranza il suo punto forte, il suo vanto, l'arma perfetta per scardinare le difese dello spettatore nel momento in cui i suoi neuroni necessitano di una bella serata da libera uscita: dunque, ben vengano Baywatch, il suo sequel - che, considerati gli incassi, dubito verrà prodotto purtroppo -, le tamarrate, i muscoli tiratissimi del buon Dwayne e di Zac Efron e le tette in perenne movimento della Daddario e della Rohrbach, con il vento nei capelli e l'oceano ad incorniciare il tutto.
Questa è l'estate. E, con buona pace di tutti gli snob, anche questo è a suo modo Cinema.




MrFord




domenica 10 maggio 2015

The interview

Regia: Evan Goldberg, Seth Rogen
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 112'




La trama (con parole mie): Dave Skylark è un conduttore di successo, anchorman di uno show dedicato ai pettegolezzi ed alle rivelazioni segrete delle celebrità, spesso e volentieri tacciato di occuparsi solo dei numeri e di non impegnarsi nell'approfondimento. Il suo producer e migliore amico Aaron Rapoport, curioso di esplorare campi giudicati più "impegnati", si ritrova tra le mani l'occasione per un'intervista al dittatore della Corea del Nord, uno degli uomini più pericolosi, temuti ed osteggiati dalla comunità internazionale, che pare essere un grandissimo fan dello show di Dave.
Combinato l'evento ed organizzata la spedizione dei due amici a Pyongyang, Dave e Aaron vengono contattati dalla CIA in modo da compiere un'impresa giudicata impossibile fino a quel momento: uccidere il quasi "divino" capo di stato.
Riusciranno gli improvvisati killer a portare a termine l'incarico?








Dai tempi in cui superai - fortunatamente e spero per sempre - il mio periodo da radical del Cinema - posso testimoniare almeno quattro o cinque anni buoni di sole visioni d'autore - il buddy movie come concetto è sempre stato non solo uno dei clienti migliori del Saloon, ma anche un compagno di sbronze praticamente perfetto: dalla mitica Trilogia del Cornetto ai vari SuXbad, Strafumati e via discorrendo, prodotti di questo tipo hanno sfondato una porta aperta da queste parti, finendo per attestarsi a veri e propri scacciapensieri secondi soltanto ai tanto cari film action, superando anche l'horror, una delle passioni storiche del sottoscritto.
The interview, ultima creatura della ciurma che un paio d'anni or sono regalò a noi tutti quella chicca di Facciamola finita, giunto sugli schermi americani e rimbalzato da una parte all'altra della blogosfera a seguito delle polemiche relative al cosiddetto incidente diplomatico che ha causato tra Stati Uniti e Corea del Nord, si inserisce alla perfezione nel suddetto filone: trattato fin troppo male dalla critica e snobbato dal pubblico in sala - almeno negli States, e principalmente a causa dello stesso fenomeno che colpì qualche mese fa Expendables 3 -, il lavoro di Goldberg e Rogen è uno spasso dall'inizio alla fine, infarcito di scorrettezze politiche e sessuali - come di consueto in questi casi - ed assolutamente consigliato nella sua versione originale - impagabili assonanze come quella che passa tra "ain't us" e "anus", o Stalin e Stallone - e frutto del divertimento sfrenato dei protagonisti.
Del resto, avendo le possibilità economiche e gli agganci di Rogen e Franco, probabilmente con Dembo o il mio fido compare Steve detto Tango, probabilmente, finiremmo per girare cose sguaiate e divertenti come questa, pronte non solo a non prendersi sul serio, ma anche a non prendere sul serio alcune dinamiche assolutamente importanti ed attuali come quella della presenza, sul pianeta, di dittatori dall'approccio "divino" pronti a decidere la vita e la morte di intere popolazioni pur essendo, di fatto, soltanto bambini con grossi problemi di ego cresciuti all'interno di una realtà assolutamente distorta - e non sto parlando del Cannibale -.
Le sequenze già cult in casa Ford sono parecchie, il film scorre alla grande sia quando si tratta di passaggi giocati tutti sui dialoghi che di momenti profondamente action - si veda la parte conclusiva -: spassosi i molteplici riferimenti alla trilogia de Il signore degli anelli, Rogen e Franco in gran forma - per quanto legati a charachters cuciti loro addosso, e nonostante il secondo si giochi il premio di attore più gigione di questa prima parte dell'anno con il Christoph Waltz di Big Eyes -, una regia vivace ed effetti ottimi - il costo dell'operazione, del resto, è stato piuttosto alto, soprattutto rispetto agli incassi -, senza contare una carrellata di ospiti illustri - grandissimo Rob Lowe - rendono The interview il non plus ultra dei film ignoranti della prima metà del duemilaquindici, e forse la prima scommessa che sento di sostenere anche a fronte di evidenti scopi esclusivamente ludici della pellicola insieme a John Wick.
Probabilmente questo eccessivo credito al lavoro di Rogen e Goldberg farà storcere il naso a molti, ma sinceramente non me ne potrebbe importare di meno: "They hate us cause they ain't us", del resto.
O avrò detto "anus"!?
Ai posteri l'ardua sentenza.




MrFord




"Do you ever feel like a plastic bag
drifting through the wind, wanting to start again?
Do you ever feel, feel so paper thin
like a house of cards, one blow from caving in?"

Katy Perry - "Firework" - 





mercoledì 11 febbraio 2015

Italiano medio

Regia: Maccio Capatonda
Origine: Italia
Anno: 2015
Durata: 90'





La trama (con parole mie): Giulio Verme, che fin da bambino ha lottato con i suoi genitori per emanciparsi da una condizione di italianità estrema, schiava dei qualunquismi e dalla televisione, si ritrova, adulto, a combattere da outsider la realtà disarmante della Terra dei cachi.
Ai margini del mondo del lavoro ed in crisi con la fidanzata Franca, Giulio incontra casualmente il vecchio ed odiato compagno di scuola Alfonzo, che lo convince ad ingerire una pillola che riduce le sue capacità cognitive dal venti a due per cento.
L'assunzione della droga libera lo stesso Giulio da preoccupazioni e malesseri sociali, aprendogli la strada per il divertimento sfrenato, il sesso e, paradossalmente, il successo.
Per Verme sarà l'inizio di una nuova vita, o l'uomo troverà la forza per reagire ed evitare di diventare quello che ha sempre odiato?







Ogni avventore del Saloon, così come chi ha avuto modo di sperimentare dal vivo il vecchio Ford, ben sa che non sono certo un damerino dai modi garbati, per quanto straordinariamente affabile possa impegnarmi ad essere e sia di fatto molto più equilibrato - almeno in superficie - di quanto non si possa pensare giudicando il mio aspetto.
La volgarità o i colpi proibiti non mi spaventano, e fatta eccezione per alcune schifezze moralmente deprecabili, non mi sono mai scandalizzato particolarmente rispetto al Cinema "basso", se così vogliamo chiamarlo: in fondo, si potrebbe di fatto considerare che proprio dal basso vengo senza dubbio anche io, dunque sarei stupido a remare contro quelle che sono anche le mie "origini".
Maccio Capatonda, salito alla ribalta grazie al trampolino di lancio della rete, è un esempio attuale di questo tipo di Cinema, personaggio e prodotto figlio della rete e della televisione da alcuni considerato geniale e da altri una sorta di povero scemo: premetto che, alla vigilia della visione di Italiano medio, non conoscevo praticamente per nulla le gag che rappresentano il marchio di fabbrica dello stesso Maccio, ed ignoravo felicemente il suo lavoro, ma penso che, a conti fatti, la verità stia in qualche modo nel mezzo.
Italiano medio, scrivendo a partire da un punto di vista prettamente tecnico, è davvero una schifezza amatoriale degna degli standard italioti che tanto pare piacciano al pubblico, dato il successo di gentaglia come Zalone, un'accozzaglia di scene messe una accanto all'altra nel tentativo di illudere l'audience di trovarsi di fronte ad una sorta di unico prodotto, il tentativo di riportare in auge un certo tipo di satira sociale virata al trash ispirata all'epoca in cui il Cinema italiano aveva qualcosa da dire ormai purtroppo tramontata destinato inevitabilmente a non avvicinarsi neppure lontanamente ai cult che quell'epoca hanno segnato - dai primi due Fantozzi ad Amici miei, giusto per citare titoli qui in casa Ford considerati sacri -.
Eppure, per quanto traboccante di difetti, nel corso della visione ho in più di un momento avuto l'impressione di comprendere il perchè dell'enorme seguito che Capatonda ha accumulato e continua ad accumulare, soprattutto rispetto ad un pubblico giovane: in fondo, se non si avessero presenti alcuni riferimenti storici, quello che porta sullo schermo potrebbe perfino risultare innovativo, per quanto enorme mi appaia un termine di questo tipo associato a film di questo calibro.
La spiegazione, dunque, del mio assoluto distacco rispetto a Italiano medio ed alla sensazione di inutilità che questa visione mi ha comunicato, è molto più semplice di quanto si possa pensare: Maccio Capatonda non mi piace, non mi fa ridere, non ha nulla che ritenga davvero geniale, sopra le righe, unico nel suo genere.
Comprendo bene la volontà, il desiderio, la furbata di criticare con il sorriso un ambiente che, in misura più o meno consistente, finisce per influenzare tutti noi che lo viviamo - anche chi se ne chiama fuori, sia chiaro -, ma non credo si sentisse davvero il bisogno di questo piccolo - molto piccolo - circo di citazioni cinematografiche - da Fight club a Limitless, tanto per citarne un paio - e sguaiati momenti pronti a strappare - o a sperare di farlo - un sacco di risate al pubblico: in uno dei periodi più bui della cinematografia nostrana, Italiano medio resta proprio a galleggiare nell'acquitrino che spera tanto di lasciarsi alle spalle guardandolo con discreta spocchia dall'alto, lui che è intelligente, ne sa, ne capisce, ci ride sopra.
Quando anche lui, una volta spente le luci, finisce per ritrovarsi in canotta con birra e spaghetti davanti alla partita di calcio.
E senza aver neppure preso la fatidica pastiglia.




MrFord




"Ohoo Ohoo 
ma a me non me ne frega tanto
ohoo Ohoo
io sono un italiano e canto
e datemi Fiorello e Panariello alla tv
sono l'italiano medio nel blu dipinto di blu."
Articolo 31 - "L'italiano medio" - 





lunedì 1 dicembre 2014

Un milione di modi per morire nel West

Regia: Seth McFarlane
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
116'





La trama (con parole mie): Albert, non proprio coraggioso allevatore di pecore del vecchio West, è stato appena mollato dalla fidanzata Louise, pronta a mettersi senza neppure aspettare troppo con il barbiere Foy, uomo di maggior successo di lui. Sull'orlo della crisi sentimentale ed in procinto di partire lasciando tutto, Albert conosce la misteriosa Anna, giunta in città d'improvviso e decisa ad aiutarlo ad uscire dal guscio per riconquistare la sua vecchia fiamma. Quando il rapporto tra loro si evolverà in qualcosa di più profondo, però, farà la sua comparsa lo spietato rapinatore Clinch, uno dei pistoleri più veloci del West nonchè marito della stessa Anna. 
Riuscirà Albert a farsi valere e conquistare la sua personale Frontiera?




Come ormai anche i più pusillanimi dei radical chic sanno, il West è da sempre l'habitat quasi naturale di questo vecchio cowboy, appassionato della Frontiera fin da bambino e memore di visioni più che mitiche legate ad uno dei generi che ha resto grande il Cinema USA.
Allo stesso modo adoro le parodie ben riuscite dei "mostri sacri", che da Frankenstein Jr a Balle spaziali, dalla Trilogia del Cornetto al mitico Mezzogiorno e mezzo di fuoco sono state in grado di regalarmi, in passato, perle quasi all'altezza dei cult che andavano con il sorriso ad omaggiare.
Non mi è mai dispiaciuto neppure Seth McFarlane, autore dei divertentissimi Griffin e dei loro discendenti - American Dad su tutti - e del discreto - seppur non impeccabile - Ted: con ogni probabilità, però, così come Sansone con i capelli o Clint Eastwood con la pistola, il buon Seth non avrebbe mai dovuto lasciare il dietro le quinte per buttarsi nella mischia in prima persona, impersonando il protagonista di questa commedia decisamente wannabe che rappresenta, senza alcun dubbio, uno dei film più brutti, noiosi, inutili e volgari dell'intera stagione - e attenzione, non lo dico certo da damerino, considerato che il turpiloquio e l'essere sopra le righe sono il mio pane quotidiano -.
Se non fosse stato per il cast e la produzione tipici del larger than life a stelle e strisce e la perfetta riproduzione fin dai titoli di testa delle cornici tipiche dei vecchi western, sarei stato portato a pensare - e tutta casa Ford con me - di essere finito in una nuova incarnazione dei cinepanettoni figli dell'Italietta dei Vanzina, e devo ammettere che, tra merda, piscio e liquidi corporei di varia natura, senza contare le battute che neanche nel peggiore dei bar della periferia di Caracas - e senza rum per digerire il tutto -, ho pensato fino alla fine di veder comparire da una qualche buca nel deserto Boldi o De Sica, pronti a dare il loro contributo ad un McFarlane che pare aver completamente dimenticato il significato della parola ironia, perso tra cazzi di pecore e situazioni così trash da far rimpiangere gli Sharknado di turno.
Tutti i luoghi comuni del Western sono rivisitati, dunque, con una povertà di fantasia e di idee disarmante, quasi il film fosse indirizzato solo ai bagonghi delle periferie urbane pronti ad invadere i multisala in occasione della spesa gigante mensile al centro commerciale o ai ragazzini in piena idiozia adolescenziale ansiosi di ridere senza ritegno di fronte a qualsiasi riferimento al sesso o volgarità gratuita: non basta una Charlize Theron come sempre abbagliante - che si mangia in un boccone anche la sempre più insipida Amanda Seyfried, che un tempo non mi dispiaceva - per salvare capra e cavoli - o dovrei dire pecora - al povero McFarlane, che incappa in uno scivolone in grado di far rivalutare il suo spessore non solo come entertainer - anche perchè, in tutta onestà, il ruolo di attore in carne ed ossa non gli si addice granchè - e perfino l'intera produzione precedente, che soprattutto nel caso dei prodotti seriali da lui prodotti a questo punto potrebbe essere stata garantita nei suoi risultati dai collaboratori scelti dall'autore.
Un vero peccato, perchè da appassionato di cowboys e sparatorie mi sarei gustato più che volentieri una rivisitazione del genere - cosa che è riuscita alla grandissima a Tarantino con il suo Django, protagonista della penosa sequenza a cavallo dei titoli di coda - grazie alla quale ridere senza ritegno sfruttando un'ambientazione che, di norma, regala solo lacrime e sangue, o quasi.
Al contrario, al termine della visione, lacrime e sangue le avrei regalate volentieri a McFarlane, ma senza bisogno di pistole: sarebbe bastata ed avanzata una bella tempesta di bottigliate.




MrFord




"Cowboys and pioneers, come lend your eyes and ears.
I've got the need to testify.
don't try to fill your nest out in the open west
'cuz there's a million ways to die."
Alan Jackson - "A million ways to die" -




 

martedì 6 maggio 2014

Una notte al Circo de los horrores

La trama (con parole mie): alle spalle passaparola e recensioni ben più che positive come quella di Frank, i Ford hanno approfittato della presenza a Milano della compagnia che porta in scena il Circo de los horrores per concecersi una serata in bilico tra atmosfere spaventose, grottesche, sopra le righe ed assolutamente divertenti consacrate allo spirito di uno dei generi che da sempre, al Saloon, si è amato.
Una serata partita con i tentativi di fuga di Julez e terminata con una standing ovation.






Fin dai tempi della mia infanzia, l'horror è sempre stato uno degli ingredienti principali del cocktail che ha contribuito a formare quello che sono ora, che si parli di Cinema, Musica o, più in generale, di cultura: il Circo, per quanto non abbia mai frequentato l'ambiente, d'altro canto, non ha mai mancato, almeno sul grande schermo, di esercitare il suo fascino grottesco e sinistro, divenuto anche interesse da quando conobbi Julez, che non sono è diplomata in una delle scuole più importanti d'Italia per quanto riguarda l'arte circense, ma anche la fautrice di scoperte come il Cirque du Soleil, assolutamente pazzesco dal punto di vista della tecnica e della narrazione attraverso le singole esibizioni dei suoi artisti.
Proprio il nouveau cirque è alla base anche del Circo de los horrores, portato in scena splendidamente dalla compagnia guidata dallo strepitoso Suso Silva - nel duplice ruolo di anfitrione dello spettacolo nei panni del Nosferatu e clown "mortale", viaggiatore destinato a concludere il suo viaggio tra le braccia dei personaggi sfilati nel corso dello spettacolo -, che per due ore piene ha trasformato il tendone piantato di fronte al Luna Park dell'Idroscalo in un vero e proprio teatro del macabro, della risata e dello spavento.
Fin dal principio l'atmosfera è stata la padrona assoluta della serata: dall'ingresso corredato di monaci dall'aspetto cadaverico pronti a strappare i biglietti in silenzio assoluto all'area antistante il palco, infestata da creature demoniache, mummie, Leatherface impazziti con tanto di motosega, becchini con pale trascinate a peso morto dietro di loro a rendere l'impatto il più possibile spaventoso per la maggior parte delle donne presenti, prese ovviamente di mira dagli attori ad ogni avvisaglia di timore - nel nostro caso, imperdibili la camminata accanto al becchino o l'avvicinarsi del Diavolo, che notata l'inquietudine di Julez ha cercato in tutti i modi di scansarmi per avvicinarla il più possibile - all'ingresso effettivo, reso inquietante dalla tensione che le suddette, insolite presenze potessero di colpo comparire tra le poltrone, in cerca di qualche ultimo spavento prima dell'inizio dello spettacolo.
L'ingresso di Suso, dunque, da il via a quello che è stato un crescendo di surreale coinvolgimento e grande divertimento, in grado di mostrare immediatamente la grande capacità di intrattenitore del leader del Circo, capace di giostrare volgarità, suggestione, carisma da vendere ed empatia immediata con l'audience - dal "Chi ha paura si fotta, in fondo siete venuti qui!" alle leccate di mano alle signore -: da quel momento esibizioni sui tessuti - forse tecnicamente non ineccepibili, ma comunque affascinanti da vedere -, contorsioni da "esorcista", balli a metà tra la capoeira ed il voodoo, fuoco e fiamme, le battutacce del clown Grimo - forse il meno interessante della serata, probabilmente per responsabilità dell'attore, che abbiamo immaginato essere stato assunto direttamente in Italia per questo tour -, voli attaccate ai capelli, impressionanti scambi di mano a mano, il numero "a centrifuga" del medico pazzo - tra i pezzi che hanno convinto di più i Ford -, i siparietti della nana/bambina ed il coinvolgimento del pubblico, rappresentato nel proprio smarrimento dal giovane Emanuele, preso "di mira" da tutti i componenti della compagnia e prestatosi alla grande al gioco dall'esibizione della vampira Debora al finale, hanno trascinato quasi senza respiro dall'inizio alla fine dello show.
Numero dopo numero, all'atmosfera inquietante vengono sapientemente alternati momenti di assoluto ed irrefrenabile divertimento orchestrati dalla versione clown di Suso, protagonista di due sequenze - quella della macchina e quella appena precedente alla chiusura, legata al Cinema - da sbellicarsi dalle risate ed osservare ammirati l'abilità di comunicatore di questo attore da urlo, anticamera di una chiusura dal fascino quasi malinconico in cui, mentre il tempo rivale la sua natura circolare, assistiamo ad una nuova mutazione dello stesso Suso nel Nosferatu che aveva aperto lo spettacolo.
Un'esperienza unica, che forse varrebbe la pena di vivere nella sua versione completa ed originale - dovessimo ricapitare a Barcellona e trovarlo, non ce la faremo scappare - e che omaggia alla perfezione una delle incarnazioni più affascinanti di Cinema e Letteratura, e forse della vita stessa: il lato oscuro della perdizione e del terrore che è anche una rappresentazione dei desideri, della passione, del sangue che ribolle, di tutti i sentimenti che partono dalla pancia e si fanno strada dritti fino al cuore e al cervello, scuotendo per bene quei due rammolliti che pensano di avere sempre il coltello dalla parte del manico.
Qui, signore e signori, c'è una motosega urlante.



MrFord




venerdì 18 aprile 2014

Jackass - Nonno cattivo

Regia: Jeff Tremaine
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 92'




La trama (con parole mie): Irving Zisman, ottantaseienne dalle voglie incontrollate da poco rimasto vedovo, deve d'improvviso fare i conti con il nipote di otto anni Billy, che sua figlia, in procinto di essere incarcerata, gli affida affinchè il vecchio lo accompagni dal Nebraska, dove vive, fino in North Carolina in modo da lasciarlo nelle mani dell'ancor meno affidabile padre.
Il viaggio sarà un modo per costruire un rapporto tra i due, e liberare i lati più oscuri tenuti prigionieri da Irving - anche se sarebbe più corretto scrivere da sua moglie - per quarantasei lunghi anni.
In questo modo, pare quasi la trama di un film drammatico, ma non illudetevi troppo: è soltanto l'ennesimo tiro mancino della banda di Jackass.






Fin dai tempi delle sue prime scorribande su MTV, Jackass è stato uno dei guilty pleasures che più mi sono goduto nel Nuovo Millennio, nonchè un vero e proprio compagno di goliardate e visioni da disimpegno di neuroni nel mio periodo più wild - parliamo del duemilasei/duemilasette, quando il cofanetto in dvd della serie completa girava in loop nell'allora casa Ford -: ho sempre voluto un gran bene al gruppo di cazzoni che originarono la trasmissione e regalarono al loro pubblico i successivi tre film dalla stessa ispirati, tanto da non potermi fare mancare il recupero della nuova fatica della premiata ditta Jeff Tremaine - regista e produttore dell'intera "saga" -, Johnny Knoxville - stuntman e volto del gruppo - e Spike Jonze, che nonostante il nome illustre ed i lavori decisamente indie ed autoriali nel corso degli anni ha mantenuto un'anima pane e salame che l'ha legato sempre più a questo branco di scombinati guidati solo ed esclusivamente dalla voglia di divertirsi.
Bad grandpa - o come è stato distribuito qui da noi, Jackass: nonno cattivo - si inserisce alla perfezione nella "ricerca" - se così vogliamo chiamarla - di questo wild bunch di unire i rischi degli stunt ad una comicità molto volgare e molto trash che pesca a piene mani dal bacino delle candid camera: sfruttando un plot che ricorda i road movie in stile Sundance ed una coppia di protagonisti davvero sopra le righe - il finto ottantaseienne Knoxville ed il piccolo e sorprendente Billy/Jackson Niccol, che dimostra di essere un Jackass già in tenera età -, tra una citazione e l'altra - da Little Miss Sunshine a Libera uscita - Tremaine guida il pubblico attraverso una serie di gag orchestrate da un charachter ben oltre ogni limite, una sorta di versione sotto metanfetamina del Bruce Dern di Nebraska - curioso anche che il punto di partenza del viaggio sia Lincoln, meta di padre e figlio nella pellicola di Alexander Payne appena citata -.
Se, però, alcuni passaggi risultano assolutamente esilaranti - il giro sulla giostra del nonno o l'improbabile pomeriggio al Bingo -, la struttura da film vero e proprio finisce per patire una costruzione ancora vicina a quella della trasmissione e dei film dedicati al brand di Jackass, suddivisi in capitoli che corrispondevano ai singoli "esperimenti" del gruppo, rischiando di stancare lo spettatore non avvezzo a questo tipo di prodotto e soprattutto impreparato al livello di volgarità del quale sono capaci i membri della premiata ditta fondata da Tremaine e Knoxville.
Personalmente, il mio consiglio è quello di godersi un prodotto come questo per quello che è, con tutti i suoi limiti artistici e quelli morali, lasciando che i neuroni si prendano una serata di vacanza per svaccarsi sul divano ridendo di pancia delle evoluzioni di Knoxville nei panni del suo "bad granpa", che aveva già scaldato i motori ai tempi della serie su MTV grazie alle gag legate ai finti anziani sguinzagliati per le strade con le loro macchine elettriche.
Non parliamo di roba fine, ma a volte, quando la stanchezza prende il sopravvento e si arriva alla fine dell'ennesima giornata pesante al lavoro, questo tipo di prodotti è l'ideale, così come per le serate con gli amici: e proprio in questo senso, si chiude anche con una punta di commozione grazie alla dedica a Ryan Dunn, membro dei Jackass originali scomparso a seguito di un incidente stradale.
Anche i cazzoni, in fondo, hanno un'anima.
E parlo per esperienza.



MrFord



"I'm just a gigolo and everywhere I go,
people know the part I'm playin'.
Pay for every dance, sellin' each romance,
ooohh what they're sayin'?
There will come a day, when youth will pass away,
what will they say about me?
When the end comes I know, there was just a gigolo's
life goes on without me."

Louis Prima - "I'm just a gigolo" - 











domenica 16 marzo 2014

Sole a catinelle

Regia: Gennaro Nunziante
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 87'




La trama (con parole mie): Checco Zalone, venditore di aspirapolveri schiavo dei finanziamenti, perseguitato dai debiti e lasciato dalla compagna promette al figlio che, in caso di una pagella perfetta, il premio sarà una vacanza da sogno.
Quando il piccolo raggiunge il suo obiettivo e Checco si trova a doverlo assecondare senza avere un soldo per poterlo fare, le cose si mettono male, anche perchè per i due non resta che fare rotta verso il Molise ospiti di una tirchia zia di Zalone.
Conosciuta per caso una ricca benefattrice francese moglie di un regista, quello che pareva un noiosissimo periodo trascorso in una località abitata solo ed esclusivamente da vecchi si trasforma in un'avventura che cementerà il rapporto tra padre e figlio e darà una nuova speranza anche alla fabbrica della madre, a rischio di chiusura a causa della crisi.







Mi dispiace.
Mi dispiace davvero.
Ho avuto un pessimo tempismo, e poca lungimiranza nel rimandare continuamente la visione di Sole a catinelle praticamente dai tempi della sua uscita in sala.
Ed ho clamorosamente sbagliato.
Perchè senza dubbio il prodotto firmato Gennaro Nunziante avrebbe conquistato di diritto e senza fatica il numero uno nella top ten dedicata al peggio del 2013, con buona pace de Il cecchino e After Earth, che sarebbero finiti distanziati di svariate lunghezze.
Perchè se già il precedente Che bella giornata aveva rasentato livelli di schifo che parevano praticamente fantascienza, con Sole a catinelle gli stessi vengono clamorosamente sbriciolati, liberando una cascata di trash di livello così basso da rimanere sconvolti a partire dalla ridicola canzoncina che fa da tema centrale della pellicola e definisce il suo intento di mostrare una sorta di divertente - !? - ritratto del rapporto tra padre e figlio.
Per il resto, ci si trova di fronte ad un concentrato di comicità spicciola della peggior specie - alcune presunte battute sono al di sotto del livello che, di norma, un maschio medio considera divertente nel pieno dei confronti con i compagni di classe alle medie -, una confezione ridicola ed una morale a più riprese discutibile, senza contare l'ormai irritante protagonista, che se già prima facevo fatica a sopportare ora cerca con tutte le sue forze di insidiare Ceccherini e Martinelli, saldamente radicati nell'Olimpo del peggio del Cinema Italiano di tutti i tempi.
Sapere che Sole a catinelle è stato uno degli incassi di maggior successo della stagione scorsa e oltre è una vergogna non tanto per i produttori e distributori - che probabilmente avranno speso ben poco, per portare in scena quest'immondizia -, quanto per noi in quanto pubblico italiano, accorsi in massa a decretare il successo di una materia informe, volgare e neppure divertente - ora vorrei poter mettere le mani addosso a qualcuno di quelli che si sono giustificati, ai tempi, dicendo "è vero, non è un granchè, ma fa ridere" - che scarica una badilata consistente di merda sulla settima arte del Nostro Paese, cui serviranno un centinaio di La grande bellezza per riprendersi da uno shock come questo.
E badate bene: non sono neppure incazzato per aver buttato un'ora e venti della mia vita in questa visione. Quindi pensate cosa avrei potuto scrivere se solo mi fossi lasciato prendere la mano davvero.
Poi, certo, di solito scrivo post più lunghi ed appassionati.
Ma non c'è davvero altro che possa dire.
O meglio: non c'è davvero altro che Sole a catinelle meriti.
Se non di essere dimenticato in fretta.



MrFord



"Non senti sulla pelle
questo sole a catinelle
che ci fa star bene dai
ti prendo sulle spalle
stringi forte le bretelle
e voliamo via di qua."
Checco Zalone - "Sole a catinelle" - 



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