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martedì 11 agosto 2015

Ted 2

Regia: Seth MacFarlane
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 115'






La trama (con parole mie): Ted ed il suo inseparabile amico d'infanzia John si trovano di nuovo insieme a fronteggiare una crisi che li coinvolge entrambi da angolazioni differenti. Mentre, infatti, il secondo, divorziato e da troppo tempo chiuso in se stesso rispetto al gentil sesso pare non trovare stimoli ad andare avanti nella sua vita, il primo si ritrova a dover fronteggiare una questione legale che potrebbe negarne, di fatto, l'esitenza.
Quando, infatti, il Governo annulla il suo matrimonio definendolo un oggetto, Ted si vede privato dello status di persona, del lavoro e della dignità, in barba al desiderio di avere un bambino con la sua novella sposa Tami-Lynn.
Trovato un aiuto nella giovane avvocatessa Samantha, i due amici per la pelle dovranno, a modo loro, trovare la via che conduca entrambi alla felicità, come nelle migliori - più o meno - favole.









Prima che qualsiasi mia dichiarazione possa essere travisata da radical teen dall'ego smisurato come il mio rivale Cannibal Kid, voglio precisare una cosa: Ted 2 è una cagatina tendente al volgare buona giusto per la stagione estiva senza impegno, inferiore al suo predecessore dal cast - una assolutamente monocorde Amanda Seyfried al posto della ben più interessante Mila Kunis - alla sceneggiatura, passando per quasi tutte le battute.
Eppure, mi pare quasi strano dirlo dopo lo scempio che è stato Un milione di modi per morire nel West, non mi è parso così male come mi sarei aspettato alla vigilia: certo, averlo visto al mare, sul balcone, con un paio di gin tonic in corpo ed il vento a rinfrescare una serata di relax sicuramente avrà aiutato, eppure considerate le premesse la visione di un vero e proprio massacro che di fatto non è avvenuto pareva quasi più certa dell'efficacia dell'apparizione fulminante di Liam Neeson.
Questo perchè Seth MacFarlane - che continuo a ritenere un pessimo comico, o umorista, o quel che volete -, tendente alla volgarità gratuita e per nulla divertente neanche fosse il principe della scuderia dei Vanzina, riesce in qualche modo ad evitare le bottigliate delle grandi occasioni grazie ad una cosa che conosco bene, e rispetto perfino quando si manifesta in un losco figuro come lui: la passione per il Cinema.
Quanto e forse più del primo, infatti, questo secondo lungometraggio dedicato alle avventure dell'irriverente orsetto Ted è zeppo di riferimenti e citazioni che soltanto i cinefili "accumulatori" - come sono tanti bloggers o, per citare un esempio molto noto, un certo Quentin Tarantino, dediti al confronto con qualsiasi genere e sfumatura della settima arte - potranno dilettarsi a scovare tra una battuta dimenticabile e l'altra, facendo per certi versi finta che l'avventura dei due inseparabili amici Ted e John possa essere effettivamente sagace, arguta e divertente, e non una bieca operazione commerciale - peraltro non riuscita così strepitosamente, stando agli incassi - ottima come riempitivo e nulla più.
Certo, sarei scorretto a non ammettere di essermi fatto due risate in più di un passaggio - quello della guida di Ted mi ha ricordato il rapporto conflittuale del sottoscritto con la patente - e di aver tutto sommato retto la durata - eccessiva come quella del primo capitolo per un prodotto di questo genere - senza colpo ferire, ma devo ammettere che, da Flash Gordon a Star Wars, passando per Rocky - geniale l'idea della volontà di Ted di scegliere come cognome Clubber Lang, rivale dello Stallone Italiano nello storico terzo capitolo del brand dedicato al pugile più famoso del grande schermo - e, almeno a quanto mi è parso, perfino La morte corre sul fiume, lo spasso più grande è stato quello di scoprire, tra le sfumature di questo film, qualcosa in cui Seth MacFarlane non debba necessariamente forzare la mano per tentare di eccellere, e sbracare spudoratamente: l'amore per il Cinema.
Un amore in parte distorto dalla qualità certamente non alta del prodotto finito, ma comunque sentito e ben evidente, nonchè in grado di mostrare l'umanità di un autore apparso sempre troppo posticcio e forzato, quasi come se la parabola del suo peloso protagonista fosse, di fatto, la sua.
Considerati i precedenti e la stima - molto bassa, se non si fosse capito - della quale godeva il buon Seth qui al Saloon, potrei quasi sbilanciarmi e scrivere che Ted 2 è stato un ottimo mancato fallimento: resta un titolo dimenticabile come una sbornia un pò troppo sopra le righe, ma quantomeno di quelle che si ricorderanno - a tratti - per aver combinato qualcosa di veramente sorprendente o per essersi riusciti chissà come a portare a letto la più figa della festa.
Per un pupazzone senza troppe speranze di mostrare un certo spessore, mi pare già un successo.
E non sto parlando di Ted.
O di Marc Wahlberg.




MrFord




"So much for the golden future, I can't even start
I've had every promise broken, there's anger in my heart
you don't know what it's like, you don't have a clue
if you did you'd find yourselves doing the same thing too."
Judas Priest - "Breaking the law" - 




 

lunedì 2 marzo 2015

Selma - La strada per la libertà

Regia: Ava DuVernay
Origine: USA, UK
Anno:
2014
Durata:
128'
 




La trama (con parole mie): Martin Luther King, leader afroamericano fondamentale nella lotta per la conquista di diritti civili fino ai primi anni sessanta negati alla sua gente dai salotti della Casa Bianca e dal rapporto con Lyndon Johnson fino alle marce di protesta, ritratto in uno dei momenti cruciali della sua carriera politica ed esistenza.
A Selma, in Alabama, si visse infatti nel sessantacinque una delle stagioni più importanti della lotta per il voto degli afroamericani ed alcuni dei drammi più terribili legati alla conquista di diritti che ogni uomo dovrebbe acquisire alla nascita: sostenuto da gente comune, avversari politici come Malcolm X, il suo entourage e la famiglia, il Dottor King dovrà fare fronte alle difficoltà organizzative, personali, politiche e legate all'ignoranza manifestata dagli estremisti bianchi in modo da portare a termine quello che sarà ritenuto un atto dimostrativo pacifico fondamentale per conquiste che ancora oggi hanno importanza nella società.








In quello che, con ogni probabilità, sarà ricordato come l'anno dei biopic - almeno rispetto ai film candidati nelle categorie principali degli Oscar -, una proposta come Selma era davvero un rischio: trattando una tematica importante ma potenzialmente pericolosa - in termini di resa finale e trabocchetti legati alla retorica - come quella dei diritti civili passando attraverso una delle figure cardine legate agli stessi, Martin Luther King, Ava DuVernay di fatto ha deciso di scommettere sulla sua capacità di narratrice mettendo probabilmente in conto di finire, in caso di fallimento, per essere ricordata come la conciliante regista del The butler di questa stagione.
Fortunatamente per noi la coraggiosa donna dietro la macchina da presa è riuscita nell'impresa di trovare il giusto equilibrio e consegnare all'audience un film artigianale e privo di chissà quali spunti "alti" eppure solido e potente, sobrio e di pancia, interpretato alla grande da tutti i i suoi protagonisti e pronto a raccontare le vicende legate a Selma, Alabama - uno dei centri nevralgici della lotta di quegli anni - senza essere schiacciato dagli stessi e dai loro interpreti - Tim Roth, Tom Wilkinson e David Oyelowo su tutti -: la presenza, infatti, nel ruolo di protagonista, di Martin Luther King - e, seppur solo per una breve parentesi, di Malcolm X - non inficia la narrazione che resta legata a doppio filo ad una città e ad una zona, quella del profondo Sud, che ancora oggi mostra di avere problemi legati alla gestione dei rapporti tra bianchi e neri.
Una narrazione che non solo non patisce le oltre due ore di durata, ma che ha il potere di intrattenere il pubblico come il più riuscito dei blockbuster d'autore hollywoodiani e ad un tempo soddisfare quantomeno in parte il desiderio di una certa asciuttezza di fondo del pubblico più di nicchia e della critica: interessanti, in questo senso, il confronto tra l'approccio assolutamente passionale del Dottor King e del suo entourage contrapposto a quello degli organismi di controllo statunitensi, ben rappresentati dai report "battuti a macchina" all'inizio di ogni sequenza dai riscontri storici documentati, neanche ci trovassimo all'interno di un file della CIA o dell'FBI fino ad ora secretato e rivelato all'opinione pubblica nella sua interezza.
Dovendo pensare a quello che dovrebbe essere il classico blockbuster artigianalmente di livello superiore che si finisce per vedere e rivedere sempre con grande piacere - come fu The Help tre anni or sono - traendo una lezione importante anche in termini di contenuti, Selma sarebbe un ritratto perfetto, senza dubbio superiore agli spenti The Imitation Game e La teoria del tutto ed in linea con uno stile ed un approccio che riescono a mescolare il piglio del documentario, o della serie tv di qualità a quello del Cinema in grado di riunire lo spettatore occasionale e l'appassionato.
Tutte qualità non da poco, che si traducono al loro meglio più che nelle scene madri - la marcia nei suoi due tentativi, l'uccisione del ragazzo nella caffetteria - in quelle apparentemente marginali e legate al mondo più privato del Dottor King - il suo rapporto con Mahalia Jackson, le difficoltà con la moglie - ed alle incertezze che il Presidente Johnson ebbe rispetto all'appoggio dato al grande leader afroamericano.
Da questo punto di vista - ma non solo - il lavoro della DuVernay si può considerare un grande successo, ed un importante sguardo su una cittadina che, per quanto piccola e geograficamente lontana dai veri luoghi di potere USA, rappresentò il fulcro di una rivoluzione fondamentale per quella che, con tutte le sue imperfezioni, è la società attuale: la marcia di King e la sua lotta, unite, seppur distanti per ideologia, a quelle di Malcolm X, ebbero il compito di formare le nostre coscienze di bianchi prima ancora di quelle degli afroamericani, giunti alla vigilia di un cambiamento sacrosanto ed epocale nella loro vita sociale.
E forse, a ben vedere, una Selma - almeno in termini astratti, o di coraggio - servirebbe a volte anche oggi, non fosse altro che per sensibilizzare una società che troppo spesso si maschera dietro un finto progressismo.



MrFord



"One day when the glory comes
it will be ours, it will be ours
one day when the war is won
we will be sure, we will be sure
oh glory."
John Legend - "Glory" - 




lunedì 1 dicembre 2014

Un milione di modi per morire nel West

Regia: Seth McFarlane
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
116'





La trama (con parole mie): Albert, non proprio coraggioso allevatore di pecore del vecchio West, è stato appena mollato dalla fidanzata Louise, pronta a mettersi senza neppure aspettare troppo con il barbiere Foy, uomo di maggior successo di lui. Sull'orlo della crisi sentimentale ed in procinto di partire lasciando tutto, Albert conosce la misteriosa Anna, giunta in città d'improvviso e decisa ad aiutarlo ad uscire dal guscio per riconquistare la sua vecchia fiamma. Quando il rapporto tra loro si evolverà in qualcosa di più profondo, però, farà la sua comparsa lo spietato rapinatore Clinch, uno dei pistoleri più veloci del West nonchè marito della stessa Anna. 
Riuscirà Albert a farsi valere e conquistare la sua personale Frontiera?




Come ormai anche i più pusillanimi dei radical chic sanno, il West è da sempre l'habitat quasi naturale di questo vecchio cowboy, appassionato della Frontiera fin da bambino e memore di visioni più che mitiche legate ad uno dei generi che ha resto grande il Cinema USA.
Allo stesso modo adoro le parodie ben riuscite dei "mostri sacri", che da Frankenstein Jr a Balle spaziali, dalla Trilogia del Cornetto al mitico Mezzogiorno e mezzo di fuoco sono state in grado di regalarmi, in passato, perle quasi all'altezza dei cult che andavano con il sorriso ad omaggiare.
Non mi è mai dispiaciuto neppure Seth McFarlane, autore dei divertentissimi Griffin e dei loro discendenti - American Dad su tutti - e del discreto - seppur non impeccabile - Ted: con ogni probabilità, però, così come Sansone con i capelli o Clint Eastwood con la pistola, il buon Seth non avrebbe mai dovuto lasciare il dietro le quinte per buttarsi nella mischia in prima persona, impersonando il protagonista di questa commedia decisamente wannabe che rappresenta, senza alcun dubbio, uno dei film più brutti, noiosi, inutili e volgari dell'intera stagione - e attenzione, non lo dico certo da damerino, considerato che il turpiloquio e l'essere sopra le righe sono il mio pane quotidiano -.
Se non fosse stato per il cast e la produzione tipici del larger than life a stelle e strisce e la perfetta riproduzione fin dai titoli di testa delle cornici tipiche dei vecchi western, sarei stato portato a pensare - e tutta casa Ford con me - di essere finito in una nuova incarnazione dei cinepanettoni figli dell'Italietta dei Vanzina, e devo ammettere che, tra merda, piscio e liquidi corporei di varia natura, senza contare le battute che neanche nel peggiore dei bar della periferia di Caracas - e senza rum per digerire il tutto -, ho pensato fino alla fine di veder comparire da una qualche buca nel deserto Boldi o De Sica, pronti a dare il loro contributo ad un McFarlane che pare aver completamente dimenticato il significato della parola ironia, perso tra cazzi di pecore e situazioni così trash da far rimpiangere gli Sharknado di turno.
Tutti i luoghi comuni del Western sono rivisitati, dunque, con una povertà di fantasia e di idee disarmante, quasi il film fosse indirizzato solo ai bagonghi delle periferie urbane pronti ad invadere i multisala in occasione della spesa gigante mensile al centro commerciale o ai ragazzini in piena idiozia adolescenziale ansiosi di ridere senza ritegno di fronte a qualsiasi riferimento al sesso o volgarità gratuita: non basta una Charlize Theron come sempre abbagliante - che si mangia in un boccone anche la sempre più insipida Amanda Seyfried, che un tempo non mi dispiaceva - per salvare capra e cavoli - o dovrei dire pecora - al povero McFarlane, che incappa in uno scivolone in grado di far rivalutare il suo spessore non solo come entertainer - anche perchè, in tutta onestà, il ruolo di attore in carne ed ossa non gli si addice granchè - e perfino l'intera produzione precedente, che soprattutto nel caso dei prodotti seriali da lui prodotti a questo punto potrebbe essere stata garantita nei suoi risultati dai collaboratori scelti dall'autore.
Un vero peccato, perchè da appassionato di cowboys e sparatorie mi sarei gustato più che volentieri una rivisitazione del genere - cosa che è riuscita alla grandissima a Tarantino con il suo Django, protagonista della penosa sequenza a cavallo dei titoli di coda - grazie alla quale ridere senza ritegno sfruttando un'ambientazione che, di norma, regala solo lacrime e sangue, o quasi.
Al contrario, al termine della visione, lacrime e sangue le avrei regalate volentieri a McFarlane, ma senza bisogno di pistole: sarebbe bastata ed avanzata una bella tempesta di bottigliate.




MrFord




"Cowboys and pioneers, come lend your eyes and ears.
I've got the need to testify.
don't try to fill your nest out in the open west
'cuz there's a million ways to die."
Alan Jackson - "A million ways to die" -




 

sabato 10 agosto 2013

Salvate il soldato Ryan

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1998
Durata:
169'




La trama (con parole mie): a seguito dello sbarco in Normandia, mamma Ryan finisce per ritrovarsi privata di tre dei suoi quattro figli, uccisi in azione nel corso delle operazioni militari che vedranno gli Alleati mettere in ginocchio la Germania di Hitler ormai prossima allo sbando.
Lo Stato Maggiore, che vuole impedire di comunicare la morte anche dell'ultimo degli stessi, assegna al Capitano Miller - un veterano del conflitto - ed ai suoi uomini la missione di addentrarsi tra le linee tedesche in Francia e scovare James Ryan per ordinargli di tornare a casa: la missione si rivelerà, per il gruppo di soldati in marcia, più difficile del previsto, e quando, a seguito di numerose difficoltà, parrà giungere al termine, lo stesso Ryan finirà per dichiararsi deciso a non abbandonare i suoi compagni rimasti a difendere un ponte considerato strategico per riconquistare Parigi.
Miller ed i suoi saranno così costretti a scegliere se abbandonare il giovane paracadutista o rimanere a combattere con lui facendo tutto il possibile per salvargli le chiappe in modo che torni a casa.





Se esiste una pellicola profondamente osteggiata dalla critica più o meno illustre e "dura e pura" della blogosfera e non è certo Salvate il soldato Ryan, drammone di guerra nell'accezione più classica e a stelle e strisce del termine che ai tempi della sua uscita conquistò il botteghino e si guadagnò l'odio profondo di molti appassionati per aver, di fatto, rubato l'Oscar per il miglior film - e non solo questo - al Capolavoro di Terrence Malick La sottile linea rossa, uscito quello stesso anno, vincitore a Berlino e completamente snobbato dall'Academy.
Salvate il soldato Ryan è sicuramente più convenzionale, retorico ed in qualche modo prevedibile dello sconvolgente affresco dell'ormai perduto Malick, e resta uno dei baluardi dell'approccio made in USA - alla settima arte, e non solo - più rappresentativi e meglio girati degli ultimi vent'anni, un modern classic che spinge sull'acceleratore delle emozioni creando - anche quando non è voluta - un'empatia profonda con i suoi protagonisti, giovani soldati mandati al massacro in modo da riportare indietro tutto d'un pezzo lo sperduto Ryan, colpevole di essere l'unico sopravvissuto dei membri della sua famiglia partiti per il fronte.
Eppure il lavoro di Spielberg si distingue non soltanto per la tecnica prodigiosa - la sequenza che replica il famoso sbarco sulle spiagge della Normandia è da brividi, una sorta di sanguinoso mosaico di immagini che sono una lezione di Cinema action -, ma senza dubbio anche per l'amore che il criticato regista autore di pietre miliari irripetibili nel corso degli anni ottanta prova per la macchina da presa, il suo utilizzo ed i suoi personaggi, simboli di un Paese che senza dubbio si porta in spalla uno zaino bello pesante di difetti e manie di protagonismo ma che riesce in qualche modo ad illuminare sempre l'immaginario collettivo alimentando la voglia di inseguire quello stesso sogno che, dalle loro parti, pare sempre essere a portata di mano di chi è disposto a farsi un culo quadro per cercare di raggiungerlo.
In questo senso la squadra del Capitano Miller - un Tom Hanks che, nonostante rappresenti uno degli attori che meno sopporto di Hollywood, si difende bene in un ruolo che pare essergli stato cucito addosso - è perfetta per permettere almeno in parte di superare scogli come quelli della tipica rappresentazione buoni/cattivi - anche se, a ben guardare, è così soltanto ad uno sguardo superficiale del film - e conquistare l'audience pronta a soffrire e combattere accanto a quelli che paiono ragazzi comuni come tanti - e non solo statunitensi, ricordiamolo sempre - morti in quell'enorme macchia nella Storia dell'Uomo che fu la Seconda Guerra Mondiale: dal roccioso Sergente Horvath - un Tom Sizemore versione Michael Mann - al sentimentale medico Wade - ottimo il ricordo della madre infermiera che rincasava dopo il turno di notte -, dal generoso Caparzo - pensare Vin Diesel nel cast di un film d'autore mi risulta incredibile ancora oggi - a Mellish - soldato di origini ebree pronto a mostrare orgogliosamente ai tedeschi la sua provenienza -, da Jackson - ai tempi della prima visione di questo film il preferito fordiano, cui presta volto e carisma un ottimo Barry Pepper - a Reiben - sempre pronto a contestare la missione che potrebbe portare al sacrificio degli uomini accanto ai quali ha lottato per tutta la guerra giusto per garantire il ritorno a casa di un tizio che non hanno neppure mai conosciuto -, fino al Caporale Upham, con le sue paure ed il suo confronto con il soldato tedesco prima catturato e poi ritrovato come avversario nell'ultimo, drammatico scontro è senza dubbio il personaggio più sfaccettato ed interessante, tutti i charachters hanno le potenzialità di avvicinare il cuore dello spettatore alla vicenda, quasi Spielberg volesse mostrare la varia umanità ugualmente posta di fronte alla morte nel corso di un conflitto che, libertà in ballo oppure no, ha rappresentato la fine dei sogni di milioni e milioni di ragazzi in tutto il mondo.
Interessanti l'utilizzo dell'ironia per mostrare anche i lati grotteschi del conflitto - il contatto con il primo James Ryan - e quello della drammatica presa di posizione "super partes" in grado di definire il selvaggio stato delle cose al fronte - Upham ed i suoi tre incontri con il soldato tedesco catturato e risparmiato dal Capitano Miller che il giovane furiere si troverà di fronte proprio nel momento decisivo della battaglia finale -: questo conflitto terribile si allontana ormai dalla memoria, e non manca poi molto al momento in cui la generazione dei nostri nonni - testimoni diretti - sarà sepolta con lui, ed è un bene che anche i grandi blockbuster - oltre ai film d'autore - abbiano deciso di ricordarlo attraverso questo monumentale film d'avventura ricco di difetti ma ugualmente in grado di emozionare come solo il Cinema sa fare, lasciando che i ricordi - anche se dolorosi - possano continuare a vivere fluendo anche attraverso la settima arte.
Perchè se è pur vero che l'incipit e la chiusura sono quando di più a stelle e strisce si potrebbe immaginare - in senso buono e cattivo del termine -, quello che sta in mezzo è il senso più importante del viaggio: e se è pur vero che non parliamo dello Spielberg migliore mai visto su un grande schermo, è giusto, indubbio e per nulla scandaloso ammettere che il suo posto, il buon Steven, se l'è meritato.
Proprio come il suo Ryan.


MrFord


"These mist covered mountains
are a home now for me
but my home is the lowlands
and always will be
some day you'll return to
your valleys and your farms
and you'll no longer burn
to be brothers in arms."
Dire Straits - "Brothers in arms" - 



mercoledì 6 marzo 2013

Gangster squad

Regia: Ruben Fleischer
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 113'




La trama (con parole mie): Los Angeles, 1949. Il gangster "importato" da Chicago Mickey Cohen, ex pugile, è il dominatore della scena criminale e non solo della Città degli angeli, e tiene sotto scacco gran parte degli organi di giustizia e degli uomini politici grazie ad un impero basato sulla corruzione e l'intimidazione. Parker, uno degli incorruttibili vertici delle forze dell'ordine, incarica l'altrettanto retto Sergente O'Mara di costituire una squadra di agenti che possa muoversi ben oltre i limiti della legalità per mettere all'angolo il gangster.
Aiutato dalla moglie, il reduce della Seconda Guerra Mondiale assembla una squadra solo apparentemente male assortita che pezzo dopo pezzo e pallottola dopo pallottola riuscirà a mettere in difficoltà l'uomo che tutti ormai reputavano il sovrano incontrastato di L.A., rischiando la vita e anche l'anima.
Riuscirà questo manipolo di folli sostenitori della Legge a completare la sua impresa? O alla fine Mickey avrà la sua vendetta?





I film di stampo derivativo finiscono sempre per caricarsi sulle spalle un bagaglio troppo pesante che finisce per limitarne, di fatto, la portata e l'effetto sugli spettatori: Gangster squad, pompatissima e superpatinata pellicola già ovunque associata a cult del genere gangsteristico come Gli intoccabili e L. A. Confidential - presto su questi schermi -, non è da meno.
Se, infatti, il lavoro di Ruben Fleischer - già noto da queste parti per Benvenuti a Zombieland e 30 minutes or less - appare curatissimo dal punto di vista estetico e tecnico e porta sullo schermo le giuste dosi di sparatorie, azione, dramma ed intrattenimento, l'operazione nel suo complesso risulta piuttosto vuota e posticcia, incapace di aggiungere qualsiasi elemento rispetto a quella che è, per l'appunto, la storia dei gangster-movies: restano una messa in scena elegantissima, rimandi videoludici legati a prodotti di nuova generazione - incredibile la somiglianza con il celebratissimo L. A. Noire, che in casa Ford furoreggiò un paio d'anni fa -, gigioneria a palate di tutto il cast - Sean Penn, sopra le righe e truccato in maniera quasi macchiettistica in primis - ed un pò di sano spara spara da distensione e poco impegno dei neuroni.
Nonostante l'assenza di spessore, comunque, Gangster squad si lascia guardare senza colpo ferire, con un'ora e quarantacinque ben distribuita nel ritmo che alterna momenti di azione serratissima ed altri giocati esclusivamente sull'atmosfera e sulla caratterizzazione dei personaggi, ben curati ma di nuovo - come lo stesso film - incapaci di entrare davvero nel cuore dell'audience.
Il cast è sicuramente di richiamo, dal già citato Penn a Josh Brolin nei panni dell'integerrimo sergente O'Mara, senza dimenticare la vecchia gloria Nick Nolte, gli ormai lanciatissimi Ryan Gosling ed Emma Stone e caratteristi di razza come Anthony Mackie, Michael Pena, Giovanni Ribisi e Robert Patrick - il suo personaggio, vecchio poliziotto cowboy di eastwoodiana memoria, è entrato subito nel cuore di questo cowboy da bancone -: altro elemento che contribuisce ad aumentare la patina esteriore di un titolo che, senza dubbio, non ha nella caratura il suo punto di forza, e che pur romanzando ampiamente le reali vicende del boss Mickey Cohen non riesce a far scattare la scintilla necessaria per compiere il salto di qualità che permette di passare dalla quasi anonima media allo status di piccolo o grande cult.
Nonostante tutto, in ogni caso, non credo valga la pena di gridare allo scandalo o all'occasione sprecata: in fondo rispetto a tante schifezze che girano in sala è sempre meglio avere a disposizione cose come questa, capaci di intrattenere senza pretese ma di essere allo stesso tempo convincenti dal punto di vista qualitativo: a questo proposito, segnalo anche i fantastici titoli di coda "vintage", una vera chicca d'altri tempi che ha riportato alla memoria del sottoscritto i lavori che, nel pieno della Golden Age, realizzava il Maestro Saul Bass.
Se, dunque, avete voglia di una serata che scorra liscia come l'olio e vi trascini come una giostra in un'epoca scintillante quanto pericolosa e senza dubbio traboccante dello charme che l'ha resa mitica, abbandonate ogni presupposto radical chic, armatevi di whisky - o birra - e patatine, e lanciatevi senza guardare indietro - e soprattutto, alle pietre miliari del genere - nella lotta che questo manipolo di poliziotti oltre le regole - tanto da manifestare dubbi loro stessi sulla somiglianza dei metodi applicati dalla squadra rispetto a quelli degli uomini di Mickey Cohen - ingaggia contro l'organizzazione di quello che è stato uno dei più grandi "padrini" della storia della Città degli angeli come se vi steste perdendo tra le pagine di un romanzo hard boiled in pieno stile Mike Hammer.
Se non altro, non ve ne pentirete.


MrFord


"Sometimes I feel like I don't have a partner
sometimes I feel like my only friend
is the city I live in, the city of angels
lonely as I am, together we cry."
Red Hot Chili Peppers - "Under the bridge" -


lunedì 8 ottobre 2012

Ted

Regia: Seth MacFarlane
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 106'




La trama (con parole mie): John Bennett, un ragazzino escluso dagli altri suoi coetanei - anche dagli sfigati presi di mira dai bulli del quartiere - nel 1985, la notte di Natale, esprime il desiderio che il suo orsacchiotto prenda vita e sia il suo migliore amico. Come per magia, il miracolo accade, e Ted - questo il nome del peluche - diviene il compagno di una vita di John, passando momenti da celebrità ed altri da perdigiorno.
I due sono inseparabili, amici per la pelle, casinisti nati.
Quando, però, la relazione di John con Lori prevede che il primo cresca e cerchi di comportarsi da adulto, Ted diviene una minaccia al solidità del rapporto e si trova dunque costretto, per la prima volta, a separarsi dall'amico per affittare un appartamento dove vivere da solo.
Sarà l'inizio di una serie di complicazioni che vedranno sconvolte le esistenze di John, Ted, Lori, il suo capo e dello psicopatico Donny, dai tempi della sua infanzia ossessionato dall'unico peluche al mondo dotato di vita propria.




Dalle parti di casa Ford il buddy movie è sempre stato un genere amatissimo, che ha regalato al sottoscritto alcune delle visioni più divertenti e reiterate degli ultimi anni: da Kevin Smith a Judd Apatow, senza dimenticare le escursioni letterarie nei territori lansdaliani di Hap e Leonard o i botta e risposta di Walt e il suo barbiere in Gran Torino, l'amicizia virile nella sua accezione più casinara e sboccata è sempre stata ospite fissa e molto gradita al mio bancone.
Seth MacFarlane, creatore di serie come Family guy - I Griffin qui da noi -, probabilmente si ritrova in una condizione simile, e sfruttando il background di tutti i ragazzini cresciuti nel corso degli anni ottanta consegna al grande schermo una pellicola nella migliore tradizione del genere, che non brillerà come SuXbad o i due Clerks ma che diverte ed empatizza con il pubblico di un certo livello - basso, ovviamente - come poche, valorizzando Marc Wahlberg - notoriamente un paracarro - affidandogli il ruolo del cazzone - ruolo in cui si trova in perfetto agio -, sfruttando al meglio la vena ironica di Mila Kunis - tra le più pane e salame delle belle di Hollywood - già vista in Amici di letto ed introducendo un charachter - quello del protagonista Ted - in grado di colmare la distanza che ormai separa quella stessa generazione di ex bambini dai Muppets dei tempi d'oro o da colpi di genio come Alf al nulla di peluche di oggi.
Certo, l'eccesso è dietro l'angolo ad ogni sequenza e i colpi bassi di casa, eppure la sensazione di assistere ad una pellicola giustamente cazzara ma assolutamente lontana dalla volgarità è praticamente una certezza, i momenti già cult non mancano - splendida la sequenza della festa con l'incontro tra i due amiconi ed il vecchio protagonista di Flash Gordon, Sam Jones, nel ruolo di se stesso, loro idolo d'infanzia - e lo spirito che avvolge l'intera produzione è quanto di meglio si possa sperare di combinare in quest'ambito, senza contare che, se avete la fortuna di condividere il letto con una fanciulla abbastanza yeah troverete una perfetta commistione tra la sguaiatezza delle avventure tra amici ed il romanticismo - o presunto tale - di una proposta non totalmente allergica ad un crescendo sentimentale - John e Ted compresi nel prezzo, ovviamente -.
In tutto questo, trovano spazio anche un Giovanni Ribisi ormai perfettamente calato nel ruolo dello psicopatico e, a sorpresa, Norah Jones, che abbandona le soffuse atmosfere jazz per concedersi un pò di sano panesalamismo rivelando i suoi trascorsi sessuali con il più irriverente tra i pupazzi nati nel post-eighties: nel frattempo Ted, tra un bong ed un'ascesa professionale sorprendente - mitici i siparietti con il direttore del supermercato in cui lavora - diviene il simbolo di quello che ogni uomo sogna - sesso e divertimento a parte - ma non tutti trovano, e i pochi che ce la fanno finiscono per sudare quasi più che con e per un grande amore.
Stiamo parlando di un'amicizia che possa essere forte quanto un legame di sangue, fonte di rimproveri delle proprie donne e consapevolezza che si avrà sempre qualcuno pronto a guardarci le spalle, a portarci fuori per una sbronza anche quando il giorno dopo dovremmo lavorare e a desiderare che noi si sia proprio lì dove ci troviamo, neanche fossimo in una fiaba targata Disney in cui è proprio vero che le stelle cadenti possono significare un desiderio avverato.
Ci sarà tempo ogni giorno della propria vita, in tutta calma, di rimpiangere quel colpo di testa.
Quasi come un hangover.
Ma sarà il pentimento più fottutamente divertente che si potrebbe immaginare.
Meglio di questo non si potrebbe chiedere ad un "tuonamico".


MrFord


"My words are lazy, my thoughts are hazy
but this is one thing I’m sure of.
Everybody needs a best friend!
I’m happy I’m yours!
You got a double,
who brings you trouble,
and though you’re better without me.
Everybody needs a best friend!
I’m happy I’m yours!"
Norah Jones - "Everybody needs a best friend" -


giovedì 19 luglio 2012

Contraband

Regia: Baltasar Kormakur
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie):  Chris Farraday è un ex mago del contrabbando, un Houdini dei traffici navali ritiratosi da qualche anno per aprire una propria attività legale e badare alla moglie e ai due figli.
Quando il cognato Andy, giovane dalle ambizioni simili a quelle del "vecchio" Chris, si mette nei guai per un trasporto finito male, l'uomo è costretto a riprendere la mano con i suoi trascorsi e tornare a bordo di una nave per organizzare un affare di banconote false tra gli States e Panama in modo da coprire il debito del ragazzo.
Purtroppo per lui il lavoro sarà più complicato del previsto, considerata la delicata situazione del suo vecchio socio Sebastian, la mina vagante Tim Briggs pronta a minacciare la sua famiglia e la geografia criminale di Panama, decisamente cambiata dai tempi in cui lui stesso imperversava da quelle parti regolarmente.




L'estate, come se ci fosse davvero bisogno di ricordarlo, è e resta la stagione simbolo del relax e dell'abbandono delle alte mire intellettuali, il momento nell'anno in cui anche il cervello finisce per cercare refrigerio in proposte che lo massaggino senza impegno in attesa delle nuove avventure dell'autunno: di buona norma, dunque, tra luglio e agosto finiscono per popolare le sale principalmente titoli horror o action dalle pretese molto basse che, in qualche caso, finiscono addirittura per rivelarsi sorprese discretamente piacevoli.
All'inizio del mese scorso era stato Viaggio in Paradiso a farla da padrone, con un ritrovato Mel Gibson in versione action hero, mentre ora tocca a Contraband interpretare la parte del leone nel cuore di questo rovente luglio: in realtà la pellicola firmata Kormakur ricorda più i crime drama tosti delle ultime stagioni, da The departed a The town, che non le sguaiate tamarrate in bilico tra gli eighties ed il gusto figlio dell'estetica di Robert Rodriguez, eppure, nonostante il tono serioso e la qualità che non riesce - ovviamente, direi - a pareggiare lo spessore dei lavori di Scorsese ed Affleck, porta a casa un risultato discreto ed un titolo che riesce a farsi seguire con attenzione ed interesse dall'inizio alla fine nel giusto equilibrio tra il riposo dei neuroni ed un approccio non completamente privo di logica.
Del resto, le vicende criminali risolte in famiglia, condite da amicizie tradite e ferite profonde, sono un must per ogni appassionato del genere fin dai tempi de Il padrino, e la via scelta da Kormakur risulta azzeccata nel mescolare un cast in buona forma e sicuramente in parte - con un Giovanni Ribisi che pare riproporre una versione aggressiva del suo personaggio di The rum diary a fare da jolly sopra le righe - ed una dose corposa di action che passa dalle sparatorie - ottimo lo scontro attorno al furgone portavalori a Panama City - alle lotte contro il tempo - standard, ma ben realizzato, il rocambolesco ritorno sulla nave di Faraday e soci, sempre a Panama -, arrivando addirittura ad impreziosire il risultato finale con un crescendo - quello riferito al contrabbando di denaro falso - che pare un omaggio alle illusioni - di ben altro livello, sia chiaro - cui ci ha abituati Christopher Nolan.
Ben lungi dal sottoscritto l'idea di propinare Contraband come una sorta di oasi per tutti gli appassionati di action d'autore in cerca di un nuovo erede di Michael Mann e delle sue epopee, eppure - specialmente, come già sottolineato, in questo periodo dell'anno - mi sento di poter consigliare senza particolari dubbi la visione per godersi un prodotto che si pone in quel giusto mezzo che vi permetterà di non tenere nascosto il titolo del film che avete visto in sala la sera prima con gli amici e di sentirvi allo stesso tempo adeguatamente gasati dalle capacità di un protagonista "vecchio stampo" e da un compagno/antagonista caratterizzato molto bene da un Ben Foster troppo spesso ai margini delle produzioni che contano, e che in casa Ford è visto più che bene dai tempi dell'ottimo Oltre le regole.
Proprio il personaggio di Sebastian rappresenta uno dei cardini dell'intera storia, forse telefonato in alcuni suoi aspetti eppure accattivante quanto basta per ritagliarsi una grossa fetta di attenzione nonostante un minutaggio sicuramente minore rispetto a quello ovviamente dedicato a Marc Wahlberg/Faraday: la sua fallibilità e la tendenza al caos lo rendono decisamente magnetico anche se confrontato con la forza e la decisione del suo vecchio compare, tanto da incuriosire a proposito di quello che sarebbe stato se a scriverne le gesta fosse stato uno sceneggiatore di alto livello al servizio, per l'appunto, di un Michael Mann nella forma migliore.
Ma già queste domande suonano troppo eccessive, per Contraband e per l'estate.
Ringraziamo che esistano prodotti d'intrattenimento "alti" come questo e godiamoceli.
Prima che arrivi troppo in fretta l'autunno.


MrFord


"Through these fields of destruction
baptisms of fire
I've witnessed your suffering
as the battles raged higher
and though they hurt me so bad
in the fear and alarm
you did not desert me
my brothers in arms."
Dire Straits - "Brothers in arms" -


giovedì 3 maggio 2012

The rum diary

Regia: Bruce Robinson
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 120'



La trama (con parole mie): Paul Kemp, sregolato giornalista appena giunto nella Porto Rico nei primi anni sessanta, trova lavoro presso il quotidiano che gli Usa controllano nell'ottica dell'assetto politico del periodo, reso instabile dalle tensioni tra gli Usa e il blocco sovietico.
Stretta amicizia con gli scombinati colleghi Sala e Moberg, tra un rum ed una scorribanda in macchina, l'uomo ha giusto il tempo di trovare un canale che potrebbe portarlo alla sicurezza e al denaro per poi bruciarlo prendendosi una cotta da antologia per la donna di Sanderson, eminenza grigia dell'isola le cui influenze si fanno sentire a tutti i livelli: la lotta per il suo cuore e per la libertà di stampa locale faranno da stimoli alla carriera futura del giornalista, pronto per la prima volta nella sua vita a tracciare la rotta della sua professionalità - e non solo -.




A volte capita che un film senza particolari pretese, tendenzialmente patinato, con un cast che gioca sull'ordinaria amministrazione ed una regia senza alcun picco, tratto come se non bastasse da un romanzo di un autore cult eppure privo di una sceneggiatura che possa dare anche un minimo di mordente alla storia riesca a conquistare senza, di fatto, averne alcun merito.
E' il caso di The rum diary, promosso e distribuito come una versione vintage di Paura e delirio a Las Vegas - l'autore dei romanzi è lo stesso, il mitico Hunter S. Thompson -, lontano anni luce dalla potenza di quello che vorrebbero venderci come il suo predecessore, eppure in grado di incollarmi allo schermo con lo stesso piacere che mi pervade quando vedo e rivedo fino allo sfinimento pellicole che sono considerate cult in casa Ford, pur non facendo leva su una vicenda particolarmente avvincente o ben scritta.
Non so se sia stata la crescente passione del protagonista per Amber Heard, l'ambientazione caraibica, il rum o la tendenza dei giornalisti portati sullo schermo da Depp, Michael Rispoli e Giovanni Ribisi di perdersi dentro e fuori se stessi come solo chi conosce bene l'alcool sa e può fare, o il fascino di un'epoca in cui la lotta poteva essere vissuta come un viaggio o un'esperienza, ma non ho avuto un solo istante di cedimento dall'inizio alla fine, e pur non sentendomi particolarmente coinvolto, mi sono lasciato cullare da una pellicola senza particolari pretese - del resto, Bruce Robinson resta un signor nessuno - capace comunque di trasportarmi nel pieno del periodo che fotografa, accarezzandomi con quel gusto per la siesta ed il tempo rubato al normale e quotidiano incedere dello stesso tipico del concetto di Sud che tanto mi attrae.
A rendere il tutto un cocktail ancora più piacevole da mandare giù sorso dopo sorso il confronto tra Kemp ed i suoi due antagonisti, lo scorbutico scribacchino e direttore del giornale Lotterman - un ottimo Richard Jenkins che impersona alla grande il tipico esecutore servo del potere dalle nevrosi pronunciate - e l'odioso arricchito Sanderson - un sempre efficace Aaron Eckhart -, uomo dallo stile madmeniano e dai modi spocchiosi di chi pensa che il denaro ed il potere rendano, di fatto, una persona migliore di tutte le altre: la scombinata gang formata da Depp e i suoi, di contro, si porta sulle spalle tutto lo scoordinato panesalamismo che tanto è amato qui al saloon, regalando momenti al limite del grottesco - la bistecca nel locale, l'inseguimento con l'incendio del poliziotto, il collirio allucinogeno - che sono stati, di fatto, una vera e propria pacchia per il sottoscritto.
Ma è la passione amorosa che coglie Kemp travolgendolo ad aver in qualche modo vinto ogni mia resistenza rispetto all'apprezzamento di questo film, giocata tutta nella sequenza della macchina lanciata a tutta velocità e della sfida tra lo stesso giornalista e Chenault, simbolo di un gioco di seduzione chiaro fin dal primo incontro dei due eppure funzionale ed onesto, proprio come il resto della pellicola.
Non chiedetemi, dunque, di difendere a spada tratta un film che è sicuramente un'opera minore che finirà ben presto nel dimenticatoio della maggior parte della critica e degli spettatori: in questo senso, non ho proprio nulla da dire rispetto alla resa - tecnica ed artistica - di The rum diary.
Eppure, c'è qualcosa nel suo sonnacchioso incedere cui è davvero difficile resistere: un gioco di sguardi sornione, o una sbronza che pare non averci colpiti, e dopo un buon numero di cocktail, decisi ad alzarsi per andare in bagno o cambiare locale, ci inchioda alla sedia come fosse il più potente degli incantesimi.
Un progressivo abbandono che è un massaggio da rollìo di barca e rumore di onde sul bagnasciuga, sole sulla pelle leggermente sudata di una donna che non ci basterà sfiorare con il pensiero e rum che tocca corde che non credevamo neppure più di avere.
Prima della sveglia, della lotta, della presa di una coscienza che ci porterà avanti lungo la strada, perdersi così, lentamente, è un piacere indescrivibile.
Qualcosa che, se non si appartiene a quella categoria di strambi zingari esploratori di vita, potrà sembrare inutile, insensato e privo di interesse.
Come questo film.
Fortunatamente per me, nella ciurma di quella nave destinata probabilmente a finire a fondo, sono una figura di spicco per natura.


MrFord


"I get knocked down 
but I get up again
you're never going to keep me down
Pissing the night away 
pissing the night away
He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him 
of the good times
He sings the songs that remind him 
of the better times."
Chumbawamba - "Tub Thumping" -
 
 


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