Visualizzazione post con etichetta redenzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta redenzione. Mostra tutti i post

martedì 24 aprile 2018

Undisputed 4 - Il ritorno di Boyka (Todor Chapkanov, Bulgaria/USA, 2016, 86')





Per tutti i figli degli anni ottanta tamarri come il sottoscritto, il Cinema di botte ha significato una fetta importante della crescita, a partire dall'eredità di Bruce Lee fino a tutto il filone action e sopra le righe di quel decennio magico che regalò al mondo i vari Stallone, Schwarzenegger, Willis, Russell, Van Damme e chi più ne ha, più ne metta.
Quando, qualche anno fa, scoprii il brand di Undisputed, esperimento considerato tra i Walter Hill minori, non pensavo che quella stessa saga sarebbe divenuta mitica per gli appassionati di genere soltanto al secondo capitolo, con l'introduzione dell'incredibile personaggio di Yuri Boyka, interpretato da un atleta pazzesco come Scott Adkins, che deve maledire la troppa seriosità ed il poco carisma per non essere diventato l'equivalente del Nuovo Millennio proprio di gente come Van Damme.
Boyka, fin dalla sua comparsa, ha segnato un nuovo corso per questa serie, passando dall'essere il cattivo numero uno a protagonista assoluto nonchè eroe redento, dispensando calci rotanti al limite della fantascienza e regalando chicche indimenticabili a tutti i suoi fan: a distanza di dieci anni dalla sua prima apparizione, Boyka torna dunque sul quadrato per un quarto capitolo atteso fin troppo a causa dell'infortunio che bloccò Adkins per molto tempo qualche anno fa - e che non gli permise di esprimersi al meglio nella sua più grande occasione, Expendables 2 -, con una produzione senza dubbio molto televisiva - per essere buoni - ed una trama che rispecchia in tutto e per tutto le risibili sceneggiature proprio di quei film di botte anni ottanta con l'eroe maledetto che a fronte di difficoltà insormontabili riesce comunque a rompere i culi dei cattivoni di turno come se non ci fosse un domani.
L'elemento "romantico", inoltre, inserito come causa scatenante di questa nuova avventura del fighter venuto dalle prigioni russe, rispecchia molto i tratti dei film di questo genere che hanno cresciuto i tamarri come il sottoscritto, pur se, purtroppo, priva dell'aura di comicità involontaria che rendeva quelle visioni così clamorosamente speciali: è questo il difetto principale del quarto capitolo di Undisputed.
In un certo senso, è come se al film mancasse lo spessore allo stesso modo dell'attore protagonista, capace di evoluzioni incredibili sul quadrato ma, nonostante un personaggio dalle potenzialità enormi, neppure lontanamente guascone e sopra le righe come i succitati action heroes che hanno reso magica una parte della mia formazione di cinefilo - e che la rendono tale ancora oggi -: giusto che il background di un charachter come questo sia oscuro e drammatico, ma le ultime stagioni cinematografiche hanno insegnato quanto il trash e la parte comica di queste proposte dalle ambizioni artistiche pressochè nulle siano fondamentali affinchè le stesse si guadagnino un posto nel cuore dei fan, e vengano accettate di buon grado dalla critica più o meno radical.
Perchè se un vecchio reduce degli eighties come il qui presente riesce comunque ad apprezzare un intrattenimento ignorante di questo genere, affinchè lo stesso abbia la fortuna che merita o che io possa sperare abbia, non deve mai dimenticare che il segreto del successo di un film che non sia davvero autoriale passa da uno dei segreti fondamentali della conquista di una donna: le risate.
Dunque, caro Boyka, tu sarai pure uno spaccaculi tormentato in cerca di una redenzione che avverrà solo quando non verranno più prodotti film con te come protagonista, questo omaggio divertirà gli appassionati, ma se vorrai davvero spiccare un salto come quelli che compi sul ring, dovrai tirare fuori la scintilla che i tuoi progenitori hanno regalato alla cultura pop, e che li ha resi immortali come paiono ora, nonostante il tempo che passa inesorabile.




MrFord



domenica 4 dicembre 2016

Criminal (Ariel Vromen, USA/UK, 2016, 113')




Se nel corso degli anni ottanta, o anche solo qualche anno fa, qualcuno mi avesse detto che sarebbe nata una vera e propria corrente di attori non proprio più di primo pelo pronti a rimettersi in gioco nel ruolo di spaccaculi action heroes, spesso e volentieri non provenendo neppure lontanamente da quel tipo di genere ed ambiente cinematografico, avrei riso a crepapelle: allo stesso modo, se avessi saputo che Kurt Russell sarebbe finito a lavorare con Tarantino e Liam Neeson, Mel Gibson o Kevin Costner a fare i sessantenni da battaglia, avrei strabuzzato gli occhi - anche se, forse, con il vecchio Mel le cose sono un pò diverse -.
Eppure, tutto questo è successo.
Criminal, nonostante una cornice quasi spionistica in uno stile più vicino agli ultimi 007 - con le dovute proporzioni -, si inserisce perfettamente nel novero, ed ha rappresentato, almeno in termini di aspettative, una delle tamarrate da rutto libero più attese dal sottoscritto in questi ultimi tempi insieme a Blood father: peccato che, come quest'ultimo, si sia rivelato più che altro una grossa delusione.
Non basta, infatti, avere un Kevin Costner in versione finto bad guy sulla via forzata della redenzione affiancato da nomi grossi come Gary Oldman, o traini per il pubblico occasionale e più giovane come Ryan Reynolds il re dei cani maledetti e Gal Gadot, uno script apparentemente più profondo di un action standard e, probabilmente, un certo grado di compiacimento, per rendere un prodotto interessante: Criminal, infatti, purtroppo risulta a conti fatti un ibrido troppo serioso e prevedibile per essere una scheggia impazzita dell'action d'autore o dell'action e basta e decisamente troppo dozzinale - la regia ed il montaggio non sono impeccabili, a mio parere - per ambire a qualcosa di più del titolo di genere.
Quando, infatti, un fan accanito di questo tipo di pellicole come il sottoscritto rischia la pennica da spiegoni da intrigo per tutta la prima parte e prevede quasi tutti gli sviluppi della seconda - rigorosamente più movimentata - senza vedersi strappata neppure una risata, significa che qualcosa nell'ingranaggio non funziona, e che la pellicola in questione è destinata in breve tempo al dimenticatoio.
Se considero che la visione stessa è "vecchia" non più di quattro o cinque ore e già fatico a tirare fuori qualche spunto per il post, il gioco è fatto: forse è meglio che il buon, vecchio Kevin - al quale voglio un gran bene, sia chiaro - torni alla materia che ha fatto la sua fortuna - l'altrettanto amato Western - piuttosto che reinventarsi action hero quando non lo è mai stato.
Non vorrei vederlo, un giorno o l'altro, fare il buono ed il cattivo tempo in un filmaccio di infima serie facendo sfoggio di una mobilità limitata in corsa come hanno già fatto il già citato Neeson ed il Nicholas Cage di Pay the ghost: sarebbe una pugnalata al cuore di tutti i lupi che ballano fin dagli anni novanta.




MrFord




giovedì 21 maggio 2015

Calvario

Regia: John Michael McDonagh
Origine: Irlanda, UK
Anno: 2014
Durata: 102'





La trama (con parole mie): Padre James, che ha deciso di percorrere la via del prelato in tarda età, dopo la morte della moglie e con una figlia già adulta, trova dall'altra parte del confessionale uno dei suoi parrocchiani, che confessa di aver subito violenze sessuali ripetute e per anni da un prete nel corso della sua infanzia, e proprio per questo ha intenzione di vendicarsi uccidendo lo stesso James, perchè togliere la vita ad un religioso stimato da tutti e di animo buono come lui sconvolge e tocca molte più corde, a suo dire, che farlo rispetto ad uno che si è macchiato di crimini terribili.
Prima di scomparire, l'uomo da a Padre James sette giorni esatti per chiudere gli ultimi conti della sua vita, confrontarsi con la quotidianità e la propria figlia, prima di incontrare il destino la domenica successiva.
Come si muoverà il religioso a fronte di una morte annunciata?








Fin dai tempi di Braveheart, ho sempre nutrito una certa simpatia per Brendan Gleeson, omone tutto irish che si è sempre ben adattato ai ruoli da caratterista ricoperti per quasi tutta la carriera: dalla pellicola firmata da Mel Gibson a In Bruges, passando per Un poliziotto da happy hour, il suo volto ha sempre avuto qualcosa di familiare, per il sottoscritto, e di norma le pellicole che l'hanno avuto come protagonista non hanno mai deluso.
Non è da meno questo Calvario, firmato dallo stesso regista dell'appena citato The Guard - che preferisco ricordare con il suo titolo originale, invece che per lo scempio italiano che pare associarlo ad un Cinepanettone da aperitivo - tornato a galla al Saloon in occasione dell'uscita nelle nostre sale: il lavoro svolto sul personaggio di Padre James, tra i più profondi ed interessanti che mi sia capitato di scoprire sul grande schermo parlando di Fede e religione da diverso tempo a questa parte, sia in termini interpretativi che di scrittura è notevole, e riesce a toccare corde che perfino un ateo miscredente come me a volte dimentica di avere.
Nonostante si perda - anche per necessità di genere, ovviamente - il brio di The Guard ed a tratti i centodue minuti di durata appaiano molti di più, Calvario assume, di fatto, le connotazioni di uno dei titoli legati all'approccio con i "piani alti" più importanti delle ultime stagioni, in grado di farmi tornare alla mente le riflessioni nate grazie a Red Lights e Vita di Pi, oltre che a mostrare e sezionare il rapporto tra un padre e sua figlia con grande onestà e sincerità d'intenti.
Il percorso compiuto da Padre James verso il suo Destino, però, non è necessariamente placido, o rassegnato: il protagonista di questa vicenda è un uomo passionale ed a suo modo tormentato, che lotta giorno dopo giorno per mantenere l'equilibrio necessario per poter fare da pastore al suo gregge.
In questo senso, ammetto di essere stato molto colpito dal charachter interpretato da Gleeson, superando, di fatto, qualsiasi spigolosità che di norma mostrerei rispetto alle tonache e alle questioni legate non tanto alla Fede, quanto alla religione ed al suo esercizio.
Certo, non parliamo di un film per tutti, ma di una pellicola pronta a conquistare un pezzo alla volta chiunque si dimostri pronto ad affrontarla con lo stesso spirito del suo protagonista, dibattuto, paterno, forte, fragile, furente: potrebbe non rientrare nelle vostre corde - come è stato, in parte, per il sottoscritto -, risultare lenta o priva di quella scintilla in grado di trasformare un buon film in un vero e proprio cult, eppure Calvario è una pellicola di quelle che meritano una visione, fosse una sfida, un confronto, una possibilità per arricchirsi o per riflettere ben oltre i titoli di coda.
In fondo, anche per chi pensa che l'occasione che abbiamo è tutta da giocarsi qui, e non esiste al mondo che una vittima, per quanto vittima, possa scegliere di liberarsi di noi solo per vendicarsi dei traumi subiti cui designeremmo il ruolo di nostro traghettatore tra le braccia di Dio o chi per Lui, il "calvario" del titolo, il confronto con chi si ama e la capacità di comprendere prima di ogni altra cosa se stessi, è una pratica che potrebbe aprire le porte di qualsiasi paradiso.
Da questa o dall'altra parte della barricata.




MrFord




"Rape me like a child
christened in blood
painted like an unknown saint
there's nothing left but hope
your voice is dead."
The Cure - "Faith" - 





giovedì 19 luglio 2012

Contraband

Regia: Baltasar Kormakur
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie):  Chris Farraday è un ex mago del contrabbando, un Houdini dei traffici navali ritiratosi da qualche anno per aprire una propria attività legale e badare alla moglie e ai due figli.
Quando il cognato Andy, giovane dalle ambizioni simili a quelle del "vecchio" Chris, si mette nei guai per un trasporto finito male, l'uomo è costretto a riprendere la mano con i suoi trascorsi e tornare a bordo di una nave per organizzare un affare di banconote false tra gli States e Panama in modo da coprire il debito del ragazzo.
Purtroppo per lui il lavoro sarà più complicato del previsto, considerata la delicata situazione del suo vecchio socio Sebastian, la mina vagante Tim Briggs pronta a minacciare la sua famiglia e la geografia criminale di Panama, decisamente cambiata dai tempi in cui lui stesso imperversava da quelle parti regolarmente.




L'estate, come se ci fosse davvero bisogno di ricordarlo, è e resta la stagione simbolo del relax e dell'abbandono delle alte mire intellettuali, il momento nell'anno in cui anche il cervello finisce per cercare refrigerio in proposte che lo massaggino senza impegno in attesa delle nuove avventure dell'autunno: di buona norma, dunque, tra luglio e agosto finiscono per popolare le sale principalmente titoli horror o action dalle pretese molto basse che, in qualche caso, finiscono addirittura per rivelarsi sorprese discretamente piacevoli.
All'inizio del mese scorso era stato Viaggio in Paradiso a farla da padrone, con un ritrovato Mel Gibson in versione action hero, mentre ora tocca a Contraband interpretare la parte del leone nel cuore di questo rovente luglio: in realtà la pellicola firmata Kormakur ricorda più i crime drama tosti delle ultime stagioni, da The departed a The town, che non le sguaiate tamarrate in bilico tra gli eighties ed il gusto figlio dell'estetica di Robert Rodriguez, eppure, nonostante il tono serioso e la qualità che non riesce - ovviamente, direi - a pareggiare lo spessore dei lavori di Scorsese ed Affleck, porta a casa un risultato discreto ed un titolo che riesce a farsi seguire con attenzione ed interesse dall'inizio alla fine nel giusto equilibrio tra il riposo dei neuroni ed un approccio non completamente privo di logica.
Del resto, le vicende criminali risolte in famiglia, condite da amicizie tradite e ferite profonde, sono un must per ogni appassionato del genere fin dai tempi de Il padrino, e la via scelta da Kormakur risulta azzeccata nel mescolare un cast in buona forma e sicuramente in parte - con un Giovanni Ribisi che pare riproporre una versione aggressiva del suo personaggio di The rum diary a fare da jolly sopra le righe - ed una dose corposa di action che passa dalle sparatorie - ottimo lo scontro attorno al furgone portavalori a Panama City - alle lotte contro il tempo - standard, ma ben realizzato, il rocambolesco ritorno sulla nave di Faraday e soci, sempre a Panama -, arrivando addirittura ad impreziosire il risultato finale con un crescendo - quello riferito al contrabbando di denaro falso - che pare un omaggio alle illusioni - di ben altro livello, sia chiaro - cui ci ha abituati Christopher Nolan.
Ben lungi dal sottoscritto l'idea di propinare Contraband come una sorta di oasi per tutti gli appassionati di action d'autore in cerca di un nuovo erede di Michael Mann e delle sue epopee, eppure - specialmente, come già sottolineato, in questo periodo dell'anno - mi sento di poter consigliare senza particolari dubbi la visione per godersi un prodotto che si pone in quel giusto mezzo che vi permetterà di non tenere nascosto il titolo del film che avete visto in sala la sera prima con gli amici e di sentirvi allo stesso tempo adeguatamente gasati dalle capacità di un protagonista "vecchio stampo" e da un compagno/antagonista caratterizzato molto bene da un Ben Foster troppo spesso ai margini delle produzioni che contano, e che in casa Ford è visto più che bene dai tempi dell'ottimo Oltre le regole.
Proprio il personaggio di Sebastian rappresenta uno dei cardini dell'intera storia, forse telefonato in alcuni suoi aspetti eppure accattivante quanto basta per ritagliarsi una grossa fetta di attenzione nonostante un minutaggio sicuramente minore rispetto a quello ovviamente dedicato a Marc Wahlberg/Faraday: la sua fallibilità e la tendenza al caos lo rendono decisamente magnetico anche se confrontato con la forza e la decisione del suo vecchio compare, tanto da incuriosire a proposito di quello che sarebbe stato se a scriverne le gesta fosse stato uno sceneggiatore di alto livello al servizio, per l'appunto, di un Michael Mann nella forma migliore.
Ma già queste domande suonano troppo eccessive, per Contraband e per l'estate.
Ringraziamo che esistano prodotti d'intrattenimento "alti" come questo e godiamoceli.
Prima che arrivi troppo in fretta l'autunno.


MrFord


"Through these fields of destruction
baptisms of fire
I've witnessed your suffering
as the battles raged higher
and though they hurt me so bad
in the fear and alarm
you did not desert me
my brothers in arms."
Dire Straits - "Brothers in arms" -


mercoledì 1 febbraio 2012

La ragazza senza volto

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Editore: Piemme
Anno: 2005 (2009 in Italia)



La trama (con parole mie): Natale si avvicina, e Oslo è stretta in una morsa di gelo che costringe i disadattati a cercare rifugio presso l'Esercito della salvezza. 
Harry Hole, di nuovo solo e in lotta con l'alcolismo, deve affrontare l'insediamento del nuovo capo della polizia Gunnar Hagen e la sua fama tra i colleghi dopo lo scontro decisivo con Tom Waaler.
Quando, durante un concerto organizzato dallo stesso Esercito, Robert Karlsen - uno dei suoi soldati - viene ucciso a sangue freddo, parte un'indagine che coinvolgerà alcuni membri molto in vista dell'organizzazione scoprendo come un nervo il loro passato, un killer imprendibile dalle incredibili caratteristiche fisiche proveniente dai balcani, il dipartimento di polizia e, ovviamente, il commissario Hole.
In bilico tra passato e futuro e tra peccato e redenzione, Harry si troverà tra le mani una vicenda losca e terribile che lo costringerà a fare i conti con le ombre che continuano ad agitare i suoi sonni.




Senza fiato. Ecco come mi ha lasciato il crescendo de La ragazza senza volto.
Quando, la scorsa estate, scoprii Nesbo ed il suo indimenticabile protagonista grazie a Il leopardo - ultimo, almeno per ora, romanzo della saga di Harry Hole - e decisi di riprendere dal principio la sua storia, pensai che, per quanto straordinari potessero essere i lavori precedenti, non sarei mai arrivato a provare sensazioni forti come quelle provocate dal mio personale libro dell'anno 2011.
Invece, dopo gli ottimi Il pettirosso, Nemesi e La stella del diavolo, con La ragazza senza volto Nesbo è riuscito a sorprendermi, colpirmi in pieno e lasciarmi a terra come un pugile dopo un ko.
L'unico difetto che trovo per questo noir spettacolare, coinvolgente, crudele e splendido è l'adattamento italiano del titolo, assolutamente senza senso rispetto all'originale - e perfetto - Il redentore: tutto il resto è una corsa senza tregua che inchioda alla pagina e ai protagonisti quasi ci si trovasse all'interno e di fronte a loro, in grado di regalare al lettore non soltanto un thriller da manuale ed una vicenda come di consueto narrata magistralmente dallo scrittore norvegese - ormai, a tutti gli effetti, il mio Nolan letterario -, ma una galleria di personaggi indimenticabile, dal sempre più mitico Hole - che ormai se la gioca con Max Dembo ed Hap e Leonard come mio preferito assoluto - ai suoi colleghi in polizia - la solo apparentemente fredda ed insostituibile Beate, la spalla perfetta Halvorsen, il nuovo capo Hagen, Skarre con i suoi contrasti -, dai membri dell'Esercito della salvezza - Robert e Jon Karlsen, la felina Martine, Rikard, il comandante David Eckoff - allo straordinario Mali Spasitelj, il Piccolo Redentore, antagonista dai tratti impossibili da identificare segnato dagli orrori della guerra nell'ex Jugoslavia, una figura solitaria e delicata, gentile e spietata, tanto potente da affermarsi senza mai "alzare la voce" e da non far rimpiangere il gigantesco - ed opposto a lui - Tom Waaler del romanzo precedente.
Ma è ora di lasciar perdere la cronaca, la recensione, l'analisi.
La ragazza senza volto è un'opera di pancia, per quanto chirurgico resti il buon Jo con la sua prosa.
E' un'opera legata a doppio filo alla colpa e al peccato, ai segreti e ai ricatti morali - e non solo -, all'amore e all'odio, alla vita - quella che aspetta di affacciarsi in questo mondo - e alla morte - sempre pronta a colpire, e tornare a ricordarci che non aspetta altro che venirci a prendere, o peggio, ghermire le persone che amiamo -: la vicenda di Jon e Robert varrebbe da sola ben più di un post, così come la storia sotterranea di Martine e Sofja, Raghnild e Beate, donne forti eppure fragili, capaci di sopportare ben più di quanto qualsiasi uomo potrebbe eppure alla mercè di quegli stessi compagni, amanti, amici o nemici appartenenti all'altra metà del cielo.
Eppure Nesbo non si limita, e per la prima volta dipinge un Hole più equilibrato e maturo, che ha i suoi momenti migliori nei confronti con Hagen - la sequenza del mignolo e dell'esercito giapponese -, Skarre - un piccolo Tom Waaler che diviene una sorta di fratello minore da guidare - e la stessa Beate nel faccia a faccia tra i due che segue la risoluzione del caso: attorno, storie di sogni spezzati si inseguono ed intrecciano - agghiacciante la vicenda di contorno della madre del tossico Kristoffer -, dai fantasmi della guerra che emergono nel viaggio a Zagabria alla neve norvegese, incapace di seppellire rancori e mali troppo grandi, troppo oscuri. 
Mali che possono guarire soltanto attraverso il sangue.
E nel cuore pulsante dell'Esercito della salvezza, ecco giungere il bisogno di redenzione.
Redenzione per Martine e Robert. Perfino per David Eckoff.
Redenzione per Bjarne Moller, vecchio capo rimpianto da Harry che pare appeso ad una malinconia struggente nel suo esilio volontario a Bergen, oltre alla lancette di un orologio che segna ben più del tempo che passa.
Redenzione per Beate e Halvorsen, ed una purezza che pare dare speranza alla House of pain - famigerata zona degli uffici della omicidi di Oslo -.
Redenzione per Mali Spasitelj, cresciuto nel mito del suo vecchio comandante Bobo, giovane senza volto in cerca di una vita inseguita una vittima dopo l'altra, in un'attesa simile a quella che lo avvolgeva sotto i carri serbi che si incaricava di far esplodere per proteggere la sua Vukovar, la famiglia, gli amici, la madre, un randagio raccolto per strada.
Redenzione per Harry Hole, commissario fuori dagli schemi e dalle regole, incorruttibile perchè intimamente corrotto, capace di essere modello ed esempio perchè privo di limiti, di amare perchè conscio del grande senso di vuoto che lascia una vita, una volta passata. Una volta strappata.
E redenzione per noi, che leggiamo sulla pagina storie di dolore, vendetta e morte, ma anche d'amore, riscatto e vita.
Redenzione, sentenzia Harry, passandosi la mano sulla nuca nel bagno dell'aeroporto.
Per nessun altro, se non lui stesso.
Eppure l'impressione è che l'imponente Hole porti sulle spalle il peso di un grido destinato a scomparire nella nebbia di Bergen, perso nel ticchettio di lancette che, più che il tempo, segnano il dolore che alcuni devono portare per permettere la vita ad altri.
Un pò come Mali Spasitelj, morto e risorto dopo tre giorni - altra grande invenzione dell'autore -, dalla Vukovar devastata dai serbi a una promessa portata ad una madre.
"Noi siamo colleghi", sentenzia Harry, parlando della redenzione in quello stesso bagno.
Anche Harry muore e risorge di continuo, dal fondo di una bottiglia al tappo di un'altra.
Mali Spasitelj non è un suo collega. E non lo sarà mai.
Ma questi due uomini paiono così legati da sembrare fratelli.


MrFord


"Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti: 
a redimere il mondo, gli serve pensare,
il tuo sangue può certo bastare."
Fabrizio De Andrè - "Via della croce" -


giovedì 26 gennaio 2012

A trenta secondi dalla fine

Regia: Andrey Konchalovskiy
Origine: Usa
Anno: 1985
Durata: 111'



La trama (con parole mie): Manny, detenuto in una prigione di massima sicurezza nel cuore dell'Alaska, esce dall'isolamento in cui era stato confinato dal direttore del penitenziario Ranken deciso a sfidare di nuovo l'autorità e tentare la fuga con il vecchio amico Jonah.
Quando quest'ultimo si ritira dall'impresa, il suo posto viene preso dal giovane Buck, pronto a tutto pur di condividere l'avventura con una leggenda come Manny: giunti all'esterno del perimetro del carcere, però, i due fuggitivi si troveranno imprigionati a bordo di un treno rimasto senza conducente lanciato senza controllo, senza sapere come fermare il convoglio e turbati dal dubbio che le Ferrovie possano decidere, per evitare danni a centri abitati e persone, di guidarlo lungo una linea morta.
Il tutto senza contare Ranken, lanciato in una febbrile ricerca dei due evasi.



Esistono alcuni film in grado - a prescindere dai presupposti, dall'età e dall'attualità del prodotto così come dalla generazione dello spettatore - di inchiodare alla poltrona neanche si fosse appesi ad un filo, ansiosi di scoprire a cosa porterà la conclusione della storia come se la stessa ci coinvolgesse in prima persona: A trenta secondi dalla fine è sicuramente parte della categoria.
Ispirato da un'idea di Akira Kurosawa - certo non uno qualsiasi - e sceneggiato, tra gli altri, da Edward Bunker - che compare nel ruolo del vecchio Jonah e porta in dote per un ruolo ancora assolutamente marginale un giovane Danny Trejo, suo amico dai tempi della prigione -, questo solidissimo action carcerario resiste agli attacchi del tempo e, neanche fosse una vera e propria tragedia shakespeariana - dalla splendida citazione conclusiva al rapporto tra Buck e Manny - spinge dal principio fino in fondo sull'acceleratore, appoggiandosi ad un'interpretazione di rara potenza di Jon Voight, in grado di dare cuore ed una fisicità prorompente al suddetto Manny, uomo in lotta contro l'autorità ed il mondo e per nulla disposto a compromessi, di qualunque genere essi siano.
Ispirazione di pellicole decisamente meno riuscite - ricordate Unstoppable, bottigliato selvaggiamente da me e Cybsix qualche tempo fa? -, questo lavoro di Konchalovskiy - regista fin troppo sottovalutato - si presenta da subito come un action nel classico stile seventies, decennio che vide anche un genere tendenzialmente tamarro e privo di pretese assumere connotazioni sociali e di spessore come sempre più raramente si potrà vedere nei decenni successivi: in questo senso, il tocco di Bunker nello script si sente a fondo, legato profondamente alle due figure dei fuggitivi - in Manny troviamo tutta la rabbia del detenuto in guerra contro la società che lo ha spinto ai suoi margini classificandolo come una belva, mentre in Buck le speranze di un giovane criminale che ha ancora il futuro dalla sua parte - e al loro specchiarsi nel personaggio di Sara, la donna che condividerà il loro destino nel convoglio che pare destinato a portarli inesorabilmente alla morte.
Interessante, in questo senso, l'elemento scatenato dalla donna - così come dal direttore del carcere - e legato alla natura di bestie affibbiata agli evasi che, oltre ad una lotta strenua per la sopravvivenza, paiono combattere anche - soprattutto? - per gridare al mondo il loro essere uomini, a prescindere dalla storia e dalla violenza che li hanno portati dove si trovano.
La figura di Ranken, ottimo antagonista - ho trovato numerose affinità con lo sceriffo persecutore di Rambo nel primo film dedicato al reduce del Vietnam interpretato da Sly - funge da catalizzatore per questa battaglia, accendendo il fuoco che la già citata Sara tenta faticosamente di domare anche nei momenti in cui la scintilla si accende tra i due fuggiaschi, ed il confronto finale tra il direttore ed uno straripante Manny - da brividi la sequenza della sfida al suo inseguitore conclusa con il raggiungimento della locomotiva - ha tutto il sapore della grande epica, pur se arrangiata per un contesto che di glorioso ed altisonante ha davvero poco, e trova al contrario il suo senso nella miseria umana e nel prezzo da pagare per una sopravvivenza che va guadagnata ogni giorno, dentro e fuori dalle mura di un carcere.


MrFord


"San Quentin, what good do you think you do?
Do you think that I'll be different when you're through?
You bend my heart and mind and you warp my soul,
your stone walls turn my blood a little cold."
Johnny Cash - "San Quentin" -



giovedì 5 gennaio 2012

Babbo bastardo

Regia: Terry Zwigoff
Origine: Usa
Anno: 2003
Durata: 91'



La trama (con parole mie): Willie e Marcus sono due piccoli malviventi specializzati nel ripulire grandi centri commerciali durante la notte di Natale in modo da garantirsi undici mesi di vacanza l'anno.
Dopo il consueto periodo passato nelle vesti del Babbo più famoso del mondo e del suo aiutante elfo, infatti, i due approfittano dell'aiuto della moglie di Marcus per aggirare i sistemi di sicurezza e svuotare le cassaforti dandosi alla macchia per ricominciare l'anno seguente in un'altra città.
Giunti a Phoenix per il loro settimo giro di giostra, i due cominciano ad accusare segni di cedimento: Marcus si ritrova a mettere pezze su pezze rispetto ai casini combinati da Willie, ormai alcolizzato e completamente indisciplinato, e l'avidità della sua metà porta oscure nubi sul futuro del sodalizio d'affari con l'improbabile Babbo Natale.
Quando, però, un ragazzino solo al mondo entra nella vita di quest'ultimo, le cose paiono prendere una piega totalmente inaspettata.




Spodestato nella programmazione del blog dalle classifiche di fine anno, approfitto dello slittamento a inizio gennaio di Babbo bastardo per celebrare la fine quasi ufficiale delle Feste recuperando questa pellicola del poco conosciuto ma sempre valido Terry Zwigoff - autore del mio supercult radical chic Ghost world - prodotta dai fratelli Coen ed incentrata su un istrionico e decisamente uncorrect Babbo Natale interpretato da Billy Bob Thornton.
Da sempre snobbata dal sottoscritto nonostante la presenza dell'appena citato regista e recuperata solo di recente a seguito dei suggerimenti di mio fratello, questa pellicola - comunque superiore a quelle che erano le mie aspettative - soffre di tutti i difetti che attanagliano ogni film prodotto ma non girato dai Coen: la presenza dei due fratelli appare infatti abbastanza soffocante da limitare la creatività degli autori ma non così decisa da confezionare un prodotto degno delle loro commedie più riuscite.
Così, come fu per L'uomo che fissa le capre, anche Babbo bastardo accusa tutti i limiti legati alla problematica Coen portando a casa un risultato quasi discreto senza però lontanamente stupire o divertire come ci si dovrebbe a fronte di una materia dissacrante come quella di un Santa Claus alcolizzato e dedito al sesso selvaggio nonchè ottimo scassinatore di cassaforti: certo, vedere la Lorelai Gilmore di Una mamma per amica nel ruolo della barista eccitata all'idea di scopare con Babbo Natale o l'irresistibile Tony Cox imperversare senza freni - è lui l'anima nera e comica del film, senza dubbio -, nonchè l'ottimo bambino ciccione fautore del percorso di redenzione di Billy Bob Thornton regala soddisfazione, eppure l'impressione generale è quella di un titolo incapace di decollare davvero, e soprattutto sempre in bilico tra l'idea geniale e lo scivolone nel ridicolo involontario viziato da una sceneggiatura a tratti decisamente non brillante.
Sicuramente rispetto alla media delle smielate ed insulse produzioni di stampo natalizio il lavoro di Zwigoff rappresenta una ventata d'aria fresca, ma quello che pare è che si sarebbe potuto davvero fare molto di più per rendere questo film un vero e proprio cult del genere senza che al pubblico venisse anche solo lontanamente il dubbio di essere di fronte ad una sorta di scarto di lusso della produzione coeniana: i fasti del già citato Ghost world, infatti, sono ben lontani, e da regista e sceneggiatori - i brillanti Ficarra e Requa, registi di una delle commedie più interessanti dell'anno appena passato, Crazy stupid love - ci si poteva aspettare un prodotto di livello decisamente più alto.
Doverose e giuste, invece, la dedica e la citazione per John Ritter, attore cult per tutti i bambini figli degli eighties - chi non lo ricorda in It o Piccola peste!? -, scomparso proprio nel corso della realizzazione di questo film.
E, per quanto macabro, triste o decisamente scorretto possa sembrare, questo pare essere l'unico vero acuto di una pellicola che avrei voluto davvero potesse insidiare le mie favorite tra le commedie nere: bisognerà che mi accontenti, prima che il mio personale Bad Santa decida che ho parlato troppo male di lui e venga a farmi un'improvvisata fuori stagione con un carico sostanzioso di bottigliate.

MrFord

"And Tommy doesn't know what day it is.
He doesn't know who Jesus was or what praying is.
How can he be saved?
From the eternal grave."
The Who - "Christmas" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...