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venerdì 21 luglio 2017

Tom à la ferme (Xavier Dolan, Francia/Canada, 2013, 102')




Quando, sfruttando un regalo di Julez, decisi di affrontare finalmente Xavier Dolan, giovane regista canadese considerato un vero e proprio fenomeno da molta della critica radical del mondo, che già ai tempi di questo Tom à la ferme, suo quarto lungometraggio, e dunque a venticinque anni, aveva già fatto incetta di premi nei Festival più noti - Cannes in particolare -, ammetto di aver avuto una certa paura.
Ai tempi del mio personale periodo radical, infatti, un percorso di questo tipo avrebbe assunto le dimensioni di una sorta di manna dal cielo, ma considerati gli anticorpi sui "falsi miti" cinematografici cresciuti sani e forti nel sottoscritto nel corso degli ultimi anni, il rischio di una tempesta di bottigliate era davvero alto: fortunatamente, con la parte "storica" del suo percorso alle spalle, posso affermare che effettivamente, età o no, Xavier Dolan è un talento puro, forse incontrollato ed imperfetto - a ben guardare, fino ad ora nessuno dei suoi film è davvero ineccepibile - ma assolutamente impossibile da ignorare e dimenticare, che riesce a colpire a fondo neanche - come mi è già capitato di scrivere - portasse dentro la "furia" della giovinezza e la saggezza di qualcuno che la vita l'ha vissuta e provata sulla pelle per molto, molto tempo - è uno dei pochi autori "da grandi" che ho visto in qualche modo catturare, anche se principalmente per l'uso straordinario della musica, perfino i Fordini nel corso delle nostre sessioni di gioco pomeridiane, quando a prescindere dal film che metto mentre sono con loro ignorano tranquillamente quello che passa sulla tv, non rientrando nella categoria "animazione" o supereroi che spaccano tutto -.
Tom à la ferme, prima vera e propria variazione - nonostante i temi trattati restino simili a quelli dei tre film precedenti - del cineasta canadese rispetto al melò "anni novanta" che l'aveva lanciato è un esperimento curioso e a tratti molto disturbante, un thriller che, fosse uscito nel corso dei settanta, avrebbe fatto il paio con i lavori di Polanski, o nei primi ottanta, con l'Almodovàr nella sua versione più "oscura": il ruolo della madre - centrale nella poetica dell'autore -, quello della società con le sue variabili, del confronto tra città e campagna, la risoluzione - o tentativo di risoluzione - della propria sessualità, la ricerca di identità e libertà accompagnano in un viaggio a tratti quasi horror - l'inseguimento nei campi di granoturco, il racconto della rissa nel locale notturno - ma assolutamente passionale e magico - la strepitosa sequenza del tango, un pezzo di Cinema con due palle grandi come granai, roba da brividi veri - lo spettatore, che pur nella messa in scena decisamente semplice e scarna si ritroverà avvinto da una vicenda torbida ed inquietante dal primo all'ultimo minuto, complice il triangolo formato dalle figure di Tom e della madre e del fratello del suo amato, che nel proprio paese nascondeva le sue inclinazioni omosessuali.
Senza dubbio quello di Dolan è un Cinema che può spiazzare o destabilizzare - e subito torna prepotente alla mente l'immagine di chiusura dello sfregiato, che quasi ha riportato alla mente nel sottoscritto il miglior Lynch -, eppure solo apparentemente ostico, difficile ed "alto": in fondo, questo giovane autore porta sullo schermo passioni e pulsioni che vivono ed esplodono nel cervello come sotto l'ombelico di tutti noi, filtrandole attraverso la propria esperienza e sensibilità senza per questo privarle di una notevole universalità, proprio quello che un narratore non dovrebbe mai dimenticare.
Ed è questa, finora, la cosa che più mi ha colpito e conquistato di Xavier Dolan.
La necessità di raccontare storie.
La necessità di essere presente nel raccontarle.
Nel viverle.
Un pò come Tom, che prima di trovare la forza e la volontà di una fuga, del superamento di un dolore profondo, dovrà provare sulla pelle ogni singolo atomo delle sue prigioni, dei suoi sentimenti.
E farlo con la coscienza, stabile o no che sia, di essere lì per sua volontà.
E per sua volontà muoversi oltre.
Con lo stesso spirito resto in attesa di Mommy: per scoprire se, come in molti hanno scritto, detto, dichiarato, Dolan ed il suo Cinema possano compiere un ulteriore passo.
Perchè se così fosse, voglio compierlo al suo fianco.




MrFord




lunedì 17 luglio 2017

J'ai tué ma mère (Xavier Dolan, Canada, 2009, 96')




Per uno che mangia pane e Cinema tutti i giorni come il sottoscritto, considerata la sua fama soprattutto rispetto agli appassionati, pare assurdo pensare che non avessi mai visto un solo film firmato da Xavier Dolan: un fenomeno a detta praticamente di tutti, un giovane talento pronto a ribaltare il mondo della settima arte, qualcuno con il potere di fare la differenza come capita un paio di volte ogni cinquantennio, e che a vent'anni si ritrova a suo agio con la macchina da presa come ne avesse cinquanta.
Quello che, per citarne uno non proprio da poco, fu Orson Welles.
Grazie ad un regalo apprezzatissimo ricevuto da Julez, un cofanetto che racchiude i primi film firmati dal giovane cineasta, ho deciso di iniziare finalmente un percorso cronologico mettendo da parte la paura di restare deluso dalla fama che precedeva il ragazzo e di essere troppo duro nel giudicarlo: ad accogliermi, dunque, nel mondo e nell'arte di Dolan, è stato J'ai tué ma mère, non solo diretto, ma anche scritto ed interpretato dal nativo di Montreal.
"Tu non puoi morire, Narciso, senza una Madre: senza Madre non si può amare, senza Madre non si può morire": recita più o meno così uno dei passaggi conclusivi di Narciso e Boccadoro, uno dei romanzi più importanti della mia formazione umana e letteraria.
Del resto, a prescindere da quanto accadrà dopo, alle nostre Madri dobbiamo la vita, senza dubbio in gran parte, e soltanto per questo dovremmo amarle incondizionatamente qualsiasi cosa accada.
Ognuno di noi, però, è ben cosciente di essere umano, e dunque non necessariamente simile a chi ci ha dati alla luce e cresciuti.
Se penso a mia madre, che ancora oggi combatte per nascondere le parti più intime di se stessa o mostrarsi sempre e comunque provocatoria e dura a tutti i costi, che è astemia, penso non abbia letto - al pari di mio padre e mio fratello, del resto - niente di mio a parte qualche recensione, critica il fatto che la superficie del mio corpo dedicata ai tatuaggi sia sempre maggiore o che quando mi chiede un regalo la mia risposta sia sempre riferita ad alcool, film o inchiostro sulla pelle, vedo una persona che ha permesso a me di essere come sono oggi anche quando, come spesso capita in questi casi, si pensa a quanta differenza ci sia tra la Famiglia che si sceglie di costruire e quella che vive nel nostro sangue, e che Dolan descrive alla grande quando afferma "se qualcuno facesse male a mia madre penso che lo ucciderei, anche se lei è quanto di più diverso da me possa esistere".
E vivendo sulla pelle le immagini di questo film, ho pensato a quanto sarebbe bello se, un giorno, il Fordino e Julez potessero godere di questo film insieme, gioie e soprattutto dolori.
Perchè quella tra i figli e le madri - come tra le figlie ed i padri - è una lotta ancestrale che prescinde e segna molti dei legami che le nuove generazioni costruiranno per le loro vite: io stesso lo vedo e vivo quando guardo mio fratello, molto più simile a nostra madre - alcool a parte - di me, che sono decisamente più vicino a nostro padre, e lo noto di riflesso nelle vicende che legano Julez, sua madre ed i suoi tre cugini, la cui storia potrebbe valere un film e che, un giorno, senza dubbio uscirà in qualche racconto di vita vissuta attraverso una visione ed un post.
Quello che posso dire, però, a parte tutto questo, è che il film di Dolan è assolutamente straordinario.
E' figlio di una grande cultura cinematografica - soprattutto europea -, di un enorme talento - che non appare mai, nonostante la collocazione, spocchioso -, di un bisogno impellente di raccontare una serie di emozioni incontrollabili, se lasciate dentro.
E' un film che, senza fronzoli, movimenti di macchina o pipponi di vario genere, è riuscito a lasciarmi senza parole, e che in almeno due sequenze ha rischiato di portarsi via, con le lacrime, un pezzo di cuore: "Se io dovessi morire oggi, mamma, cosa faresti?", chiede il giovane protagonista all'amata e soprattutto odiata genitrice.
"Morirei domani".
A vent'anni, credo sia un'impresa quasi impossibile riuscire a convogliare la rabbia fremente dell'adolescenza e la rassegnata consapevolezza dell'età adulta.
Eppure, Dolan ci è riuscito.
Mi aspettavo un ragazzino troppo osannato dalla critica, ed ho scoperto un giovane narratore mosso da quello che, per me, è il cuore di qualsiasi Arte: il bisogno di raccontare. La necessità di raccontare.
Se questo è il primo Dolan, si potrebbe quasi affermare che ha fatto più lui con un film che molti registi in una carriera.
E se questo è Dolan, non solo ne vorrò di più.
Ma ancora, ed ancora.
Perchè questa è la vita che sento, di cui voglio godere, per la quale voglio soffrire e gioire fino all'ultimo secondo.
Questo è il Cinema.
E da oggi, per me, ha un nuovo volto.




MrFord




 

mercoledì 12 luglio 2017

Paradise Sky (Joe Lansdale, USA, 2015)




Joe R. Lansdale è indubbiamente uno dei grandi paladini letterari di questo vecchio cowboy.
Il suo stile molto pane e salame e la saga di Hap e Leonard - aggiunti al fatto che il buon Joe è una persona squisita e molto disponibile - l'hanno reso uno degli autori più letti dal sottoscritto nel corso degli ultimi dieci anni, e pur non parlando di qualcuno destinato a fare la storia della Letteratura quanto più di un grande artigiano "di genere", credo vorrò sempre bene alla sua ironia, alla malinconia magica ed alla violenza selvaggia dei suoi lavori.
Quando, mesi fa, uscì in libreria Paradise Sky, mi parve di essere tornato un bambino di fronte al suo giocattolo preferito: un nuovo Lansdale, western, con un protagonista che era tutto un programma e recensioni entusiastiche a spingere alto l'hype.
E cosa posso dire, di Paradise Sky? Senza dubbio è un ottimo prodotto, divertente e drammatico, perfetto per tutti gli amanti del West e delle sue leggende - bellissime le parti dedicate a Wild Bill Hickcock e Bronco Bill -, scorrevole e diretto come un pugno in piena faccia, eppure c'è stato qualcosa che non mi ha convinto come in altre occasioni nel lavoro del mitico Joe: probabilmente se non fossi stato un suo accanito lettore avrei potuto apprezzare di più le avventure di Nat Love, ma avendo alle spalle almeno una ventina di romanzi del padre di Hap e Leonard non ho potuto non riscontrare quel fenomeno che colpisce musicisti e registi con una lunga carriera alle spalle fermi nell'intento di continuare a produrre con una certa frequenza senza prendersi pause per ricaricare le batterie.
Paradise Sky, infatti, per quanto piacevole ed interessante, ha rappresentato ai miei occhi uno dei lavori "minori" dello scrittore texano, decisamente inferiore sia alla saga di Hap e Leonard che al ciclo del Drive In, ma anche e soprattutto a cose davvero toste come Freddo a luglio o In fondo alla palude, solo per citarne un paio che avevano colpito il sottoscritto dritto al cuore.
Nulla di irreparabile, sia chiaro, o di davvero deludente, ma forse un segno che, pur cavalcando la notorietà ed il successo, Lansdale dovrebbe cercare di conservare qualche cartuccia in più per evitare di saturare non tanto il suo mercato, quanto la freschezza della sua prosa, che ha nell'ironia nera e nel piglio serrato i suoi punti di forza.
Due cose che, a tratti, in Paradise Sky vengono a mancare, nonostante l'impegno profuso dall'autore per riadattare alcuni racconti - veri o finti che siano - del Vecchio West e la figura di Nat Love, un personaggio che pare un gran bel mix del protagonista di 12 anni schiavo e del Django di Tarantino.
Se, comunque, non siete dei veterani di questo tipo di prodotti, la cavalcata di questo insolito pistolero vi parrà avvincente, e riuscirà a regalarvi grasse risate quanto lacrime di profonda tristezza, ma se il nome di Lansdale non vi è nuovo, prima di dare fuoco alle polveri con questo lavoro, abbassate l'hype e le aspettative, in modo da non avere l'impressione che il buon Joe si sia seduto un pò troppo sull'essere Joe Lansdale, e si sia dimenticato quanto bene la "fame" faccia all'ispirazione di un autore.




MrFord




venerdì 11 marzo 2016

The end of the tour

Regia: James Ponsoldt
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 106'






La trama (con parole mie): quando, sul finire del duemilaotto, David Lipsky, scrittore e giornalista, riceve una telefonata attraverso la quale apprende della morte per suicidio di David Foster Wallace, torna con la mente ai cinque giorni di intervista che Rolling Stones gli concesse nell'inverno del novantasei, quando sia lui che lo stesso Wallace erano ancora giovani ed instabili ed Infinite Jest, romanzo che consacrò lo stralunato Foster, era stato appena lanciato, osannato dalla critica e portato alla ribalta anche dal pubblico.
Il rapporto costruito dai due David nel corso di quell'intervista, compiuta nel corso degli ultimi giorni del tour promozionale del romanzo, segnerà profondamente le anime di entrambi, e lascerà un ricordo indelebile di un viaggio prima vissuto che compiuto, pronto a diventare, proprio a seguito dell'ondata di ricordi, un libro firmato dallo stesso Lipsky in memoria dell'amico scomparso.











Se non di nome o di fama, o a seguito della notizia del suo suicidio - che ricordo più che altro per l'aura di autore leggendario che già lo circondava -, non conosco per nulla David Foster Wallace.
Non ho mai seguito la sua carriera, e non ho letto alcun suo lavoro.
La visione di The end of the tour, dunque, è arrivata a mente fresca, senza alcuna aspettativa o pregiudizio "del giorno prima".
E, prima ancora di parlare del film o della sua realizzazione, posso assegnare allo stesso un grande merito: prima ancora di solleticare la voglia di recuperare Infinite Jest - che, comunque, ho immediatamente pescato in formato ebook - The end of the tour mi ha messo addosso una gran voglia di scrivere.
Certo, non è affatto detto che questo si traduca in qualcosa di concreto - in fondo ho sempre nel cassetto il famoso romanzo che sono anni che intendo pubblicare online, e nel frattempo ho iniziato ed abbandonato almeno altri tre o quattro progetti -, ma il brivido che scuote chiunque sia abituato a buttare "su carta" i propri sentimenti e pensieri quando si pensa anche solo alla lontana di mettersi al lavoro già di suo assume un valore comunque importante.
Ad ogni modo, a prescindere da quelle che sono e saranno le mie scelte in ambito letterario, devo ammettere di essermi molto volentieri lasciato travolgere da questo road movie dal sapore molto indie che, più che raccontare la ribalta del David Foster Wallace scrittore di culto mondiale, porta sullo schermo la storia di un'amicizia atipica che rimbalza tra l'invidia di Lipsky delle doti e del talento di Wallace e quella di Wallace per la spigliatezza di Lipsky, decisamente più abile di lui nel destreggiarsi nel mondo e nei rapporti sociali.
In questo senso il lavoro di James Ponsoldt riesce a rendere molto bene l'idea del disagio che perfino un genio è in grado di provare nel momento in cui si sente fuori posto in qualsiasi contesto che non sia quello scelto e dominato dalle proprie stranezze e ritmi, quasi soffrisse di una versione solo emotiva di autismo che finisce per indurlo ad essere percepito come un matto da prendere come una mascotte, un furbo dalle mille pose o, più semplicemente, un mezzo sciroccato, finendo divorato da fama e talento prima che davvero lo si possa percepire per quello che è.
La cosa più interessante pronta ad uscire dal film, però, è data dal fatto che non sembra che la condizione di divinità della Letteratura contemporanea di Wallace sia necessaria per provare un certo tipo di disagio o sentimenti, e di quanto, a volte, la natura umana sia in grado di farci del male o di renderci piccoli e meschini o grandi e altruisti grazie a semplici sfumature pronte a perdersi di fronte ad una Natura - quella vera - che appare sempre troppo grande per noi e tutto quello che facciamo su questa Terra - splendido, in questo senso, il momento di silenzio di fronte al paesaggio innevato prima della partenza di Lipsky -.
Ma a prescindere dall'atmosfera indie stile Sundance nella versione che piace al sottoscritto, dalle buone prove di Segel ed Eisenberg - il primo supera il secondo, sempre un pò troppo uguale a se stesso -, dall'idea che il confronto ed il viaggio hanno il potere di costruire sempre qualcosa, nonostante eventuali apparenze distruttive, sarò per sempre grato alla pellicola di Ponsoldt per una sequenza in particolare, nel corso della quale Wallace spiega a Lipsky, la sera prima della sua partenza, quello che è da sempre il disagio della sua esistenza, quasi fosse un'anticipazione di quello che si tradurrà nel suo suicidio dodici anni più tardi: "un dolore spirituale più forte di qualsiasi dolore fisico tu possa provare", la sensazione di trovarsi in palazzo in fiamme e pensare che la soluzione migliore e preferibile a quella che ci circonda sia il salto nel vuoto - un'immagine, tra l'altro, che rievoca quelle dell'undici settembre -, il dubbio di avere avuto un'intuizione più profonda e geniale rispetto al resto del mondo ma, allo stesso tempo, la consapevolezza di avere qualcosa in meno del mondo stesso che impedisce di vivere non tanto secondo le sue regole, ma di goderne come gli altri.
Per una persona ingorda ed affamata di vita come il sottoscritto, frasi di questo genere appaiono lontane anni luce, e forse difficilmente comprensibili, eppure sono riuscite, per un momento, a farmi pensare da un'altra prospettiva alla scelta compiuta poco più di un anno fa dal mio amico Emiliano: forse anche lui, pur non avendo mai scritto un best seller osannato dalla critica, si sentiva prigioniero dello stesso palazzo in fiamme di David Foster Wallace, o di uno tremendamente simile.
E come Lipsky con il grande autore, io sono contento di aver viaggiato e vissuto con il mio amico.
Anche perchè non ci sarà mai nessun romanzo, film o opera in genere in grado di sostituirsi davvero alla vita.





MrFord





"Cause the love that you gave that we made wasn't able
to make it enough for you to be open wide, no
and every time you speak her name
does she know how you told me you'd hold me
until you died, till you died
but you're still alive."
Alanis Morissette - "You oughta know" - 






domenica 31 agosto 2014

007 Collection

 
La trama (con parole mie): nel mondo della settima arte, pochi personaggi sono noti a livello planetario e perfino tra i non appassionati come James Bond.
Nato dalla penna di Ian Fleming, l'affascinante agente segreto ha conosciuto, nel corso degli anni, incarnazioni ed interpretazioni completamente diverse tra loro, eppure unite dallo stile inconfondibile dell'uomo di punta dei servizi segreti di Sua Maestà.
Dal 27 agosto, in edicola con Il Corriere della sera e La Gazzetta dello sport, sarà possibile collezionare le pellicole che hanno visto 007 conquistarsi un pezzo importante della Storia del Cinema.




Pochi charachters, nel corso della lunga Storia della settima arte, hanno segnato l'immaginario pop quanto James Bond, agente segreto con la licenza di uccidere creato dalla penna di Ian Fleming e celebrato una volta ancora ed una volta di più a cinquant'anni di distanza dalla scomparsa del suo creatore: La Gazzetta dello Sport e Il Corriere della sera segnano dunque questa importante ricorrenza presentando in edicola a soli 9,99€ per uscita ventiquattro dvd dedicati alle gesta di Bond, alle sue indimenticabili auto, ai nemici ed alle ancor più indimenticabili Bond girls, che da Ursula Andress a Eva Green hanno fatto sognare gli spettatori forse anche più di quanto gli Sean Connery, i Roger Moore o i Daniel Craig hanno fatto con le spettatrici.
A partire dall'appena trascorso 27 agosto con il recente e di grande successo Skyfall firmato da Sam Mendes avrete dunque la possibilità di completare una delle collezioni più importanti che il Cinema moderno possa offrire, e di conoscere a fondo le gesta di un personaggio che non ha mai fatto mistero delle sue ombre, usandole come ulteriore strumento di seduzione dell'audience.
La guida all'intera operazione è consultabile a questo indirizzo, in modo da trovarvi pronti a decretare quello che, a vostro insindacabile giudizio, sarà stato l'interprete più adatto, la donna più ammaliante, il gadget più curioso, o semplicemente, il film meglio realizzato.
Materiale ce n'è in abbondanza, e soprattutto, c'è sempre lui.
Bond.
James Bond.
Che con un nome così, non potrà certo deludere.
Parola di Ford.
James Ford.


MrFord



   

domenica 1 dicembre 2013

Una coppia perfetta - I racconti di Hap e Leonard

Autore: Joe R. Lansdale
Origine: USA
Anno: 2013
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Hap e Leonard, protagonisti di una serie splendida di romanzi a metà tra l'action, la crime story e le cronache di un'amicizia, tornano per i loro più accaniti fan in una piccola raccolta che contiene tre racconti scritti da Lansdale nelle pause intercorse tra un episodio e l'altro della loro saga.
Nel primo, Le iene, i nostri si troveranno a dover regolare i conti con una banda di rapinatori pronti a calpestare chiunque si ponga tra loro ed il bottino; nel secondo, Veil in visita, osserveremo da vicino uno dei processi che dovette affrontare Leonard ai tempi dei ripetuti incendi appiccati alla casa nel suo quartiere divenuta un ritrovo di spacciatori di crack, mentre nel terzo, Una mira infallibile, un caso di routine per i due improvvisati investigatori si rivelerà un complicato affare legato a doppio filo alla Dixie Mafia.






Come ogni avventore del Saloon che si rispetti ben sa, Joe Lansdale e le sue creature per eccellenza Hap Collins e Leonard Pine sono tra i fordiani onorari più amati dal sottoscritto, accanito sostenitore di tutte le loro avventure nonchè di questo prolifico e straordinario autore che, continuerò a ripeterlo e ribadirlo, è una delle persone più disponibili, alla mano e pane e salame che abbia mai conosciuto nel corso della vita.
A quasi tre anni di distanza da Devil red - ultimo romanzo della serie dedicata ai due improvvisati investigatori -, per placare la sete dei fan in attesa di un nuovo capitolo Einaudi rispolvera tre racconti che si pongono idealmente nei raccordi che intercorrono - almeno a mio parere - tra Mucho mojo e Il mambo degli orsi - Veil in visita -, Rumble tumble e Capitani oltraggiosi - Le iene -, Sotto un cielo cremisi ed il già citato Devil red - Una mira infallibile -: ritrovare i due duri dal cuore tenero Hap e Leonard, con le loro battute, i biscotti alla vaniglia e la voglia di raddrizzare i torti è sempre un piacere, anche se l'impressione che ho avuto leggendo questa raccolta è stata quella di aver ricevuto una sorta di palliativo da parte dell'editore, inutile a placare la sete del sottoscritto rispetto ad una nuova, vera, sulla lunga distanza avventura di due dei protagonisti letterari che ho più amato nel corso della vita.
Certo, il divertimento e le botte non mancano, l'incipit de Le iene e la descrizione del pestaggio operato da Leonard all'indirizzo dei bellimbusti avventori di un locale colpevoli di avergli dato della checca - solo perchè lo stesso Leonard aveva molto delicatamente deciso di concedere delle avances ad uno di loro - sono da urlo, eppure manca la sostanza cui il vecchio Joe ha abituato i suoi lettori più fedeli, nonostante nell'ultimo - e più recente - racconto l'idea di Hap e della compagna Brett di sposarsi e provare ad avere dei figli - decisamente interessante anche il riferimento alla fecondazione assistita, argomento spesso e volentieri ignorato eppure tremendamente attuale - potrebbe fornire uno spunto decisamente importante per l'evoluzione delle vicende dei due antieroi, partiti neppure trentacinquenni con Una stagione selvaggia ed ormai giunti ai cinquanta animati dal desiderio di mettere in qualche modo radici e togliersi, per quanto possibile, dai guai in cui sono soliti tuffarsi per mettere una pezza alle situazioni in cui qualche stronzo cerca di  farsi valere su chi, per un motivo o per un altro, si ritrova incapace di reagire.
Il resto è materia solo ed esclusivamente per i fan della prima ora, che senza dubbio saranno felici di vedere Hap impartire sonore lezioni agli spacconi di turno sia a mani nude che grazie alla sua impareggiabile mira e Leonard sfoderare il suo campionario completo di cinismo ed ironia pungente - oltre al consueto bagaglio di cazzotti, ovviamente -: se non doveste conoscere i personaggi o la loro storia, però, fossi in voi partirei proprio dai romanzi che li hanno resi famosi - e Lansdale uno dei più celebrati autori crime statunitensi -, perchè imbattersi come prima cosa in una raccolta come questa non solo rischierebbe di fare apparire tutto meno interessante di quanto non sia in realtà, ma soprattutto di trasmettere la straniante sensazione di essere entrati in sala a metà proiezione, senza avere la minima idea di quali possano essere i rapporti tra Hap e Leonard, i loro trascorsi con la legge, il loro background ed il ruolo che personaggi come Brett, Marvin o Jim Bob hanno avuto nella loro storia.
Dunque ho apprezzato come un divertissement puro e semplice questa lettura, ma passo oltre ed attendo al varco Joe per il nuovo capitolo delle avventure di Hap e Leonard, che penso proprio sia ora che l'autore texano tiri fuori dal cilindro in modo da soddisfare la sete di azione, cameratismo ed avventura che molti suoi lettori - ed il sottoscritto in testa - stanno accumulando da troppo tempo: e se è pur vero che questi due inossidabili charachters invecchiati con il loro autore dovranno prima o poi conoscere la fine delle loro scorribande, sarei curioso in ogni caso di vederli alle prese anche solo con vicende assolutamente "normali".
In fondo, Lansdale si è sempre dimostrato un romanziere di talento anche quando si è trattato di raccontare la quotidianità e le piccole imprese che rendono grandi esistenze che, nell'imperscrutabile disegno del mondo, appaiono ai margini, e mostrare tutta la forza degli outsiders che ne sono protagonisti.
E la premiata ditta Collins&Pine è il baluardo più strenuo che si erge a difesa degli stessi.


MrFord


"Warm winds blowing
heating blue sky
and a road that goes forever
I'm going to Texas."
Chris Rea - "Texas" -


mercoledì 27 marzo 2013

Altri libertini

Autore: Pier Vittorio Tondelli
Origine: Italia
Anno: 1980
Editore: Feltrinelli




La trama (con parole mie): sei racconti che, dal cuore pulsante dell'Emilia, guardano a Bologna, Milano, l'Europa negli anni delle contestazioni, gioventù ribelli e ribollenti che si forgiano in bilico tra amori, sesso, droga, viaggi, gioie e dolori.
Il ritratto naif e passionale di una generazione che si gioca tutto giorno per giorno ed esprime il suo sapere attraverso la sete di esperienza più che di nozioni, e prende forma grazie ai protagonisti di storie che si incrociano e rimbalzano e pulsano neanche fossero le nostre.
Dagli sperduti posti ristoro della Bassa a Bruxelles, da Piazza Grande a Correggio, stagioni irripetibili come soltanto quelle della nostra formazione sanno e possono essere: la primavera e l'estate della vita nella loro massima espressione di desiderio.




A volte capita che si incroci il cammino di un autore in grado, fin da subito – o quasi – di apparirci come familiare, vicino, quasi avessimo condiviso con lui grandi bevute, mangiate, nottate, o uno di quei viaggi della perdizione – o del ritrovamento di se stessi – tipici dei periodi della vita in cui abbiamo bisogno, in qualche modo, di ricominciare.
Avevo già sentito parlare di Pier Vittorio Tondelli, uno dei “ragazzi perduti” della generazione di grandi artisti che il fermento degli anni settanta produsse attorno a Bologna – un po’ come Andrea Pazienza, per citarne un altro dalla genialità e dal destino simili a quelli dello scrittore di Correggio – sia nella blogosfera – Zio Scriba ne è l’esempio più clamoroso – che tra amici, ma è stato mio fratello ad introdurmi nel suo mondo: da anni, infatti, per il Ford più giovane il buon Tondelli è un idolo consolidato ed indiscusso, una specie di Rino Gaetano della letteratura che, partendo dal naif, riesce ad aprire un mondo al lettore fatto di viaggi e sogni radicati profondamente nel quotidiano.
Con questo Altri libertini è iniziata dunque la mia scoperta di un vero e proprio spirito affine, un compagno di brindisi che, come il sottoscritto, crede profondamente nell’esperienza come maestra di vita nonché modo migliore per mettere a frutto quelli che possono essere stati gli insegnamenti raccolti nel corso dei nostri anni e della strada percorsa fino ad ora.
Se, infatti, con i primi due racconti l’impressione avuta era quella di una sorta di antologia un po’ nostalgica di un periodo sicuramente più caotico di questo ma anche più sanguigno e magico – una sorta di Amarcord felliniano da strafatti -, con il terzo – chiamato proprio Il viaggio – l’intero lavoro assume una dimensione ed uno spessore clamorosamente grandi, riuscendo a parlare direttamente al cuore di quel momento della vita in cui tutto è ancora da scrivere, e se non finisci male può anche darsi che alla fine lo scriverai, in un modo o nell’altro, quanto e più di romanzi generazionali come Il giovane Holden o Siddartha.
Le peripezie vissute dal protagonista accanto al quasi inseparabile amico Gigi tra Bruxelles, Milano e Correggio, o la storia con Dilo, studente romano conosciuto a Bologna suonano non tanto come i manifesti dell’epoca delle grandi contestazioni, quanto come la fotografia di un’esistenza che prende forma, semplice e magica come soltanto la vita vissuta può e deve essere: in uno dei passaggi fondamentali del racconto, proprio in un confronto con Gigi, l’alter ego dell’autore confessa “la scuola si sistemerà solo quando non ci sarà più: ho imparato più da un pompino che da vent’anni di esami”.
Lo spirito di Tondelli è tutto qui.
Vivi, a fondo e il più possibile, annusando l’aria in cerca del tuo odore e viaggiando veloce per scappare dagli scoramenti – come nel meraviglioso racconto di chiusura, Autobahn, che ricorda l’altrettanto stupendo pezzo dei Kraftwerk – che il mondo riserva e riserverà sempre: in questo modo anche il destino, a volte, ti verrà incontro allungandoti una mano, e non per piazzare uno schiaffo. Anzi, potrebbe essere che ci scappi un colpo di fortuna, dei soldi piovuti nel parcheggio di un posto di ristoro o una scopata liberatoria, o la forza di tutta quella magia della Bassa che rese grande il già citato Fellini e avrebbe fatto la fortuna di un altro noto abitante di Correggio qualche anno dopo, Luciano Ligabue, che pare aver costruito i suoi primi dischi – quelli belli, per intenderci – proprio su figure come quella del troppo presto scomparso Pier Vittorio.
Perché troppo presto se n’è andato davvero, questo ragazzaccio assetato di vita.
Eppure di una cosa sono certo, nonostante abbia affrontato soltanto uno dei suoi lavori: lo scoramento non l’ha raggiunto neppure con la morte sicuramente prematura, ed il suo odore ancora pervade pagine che sono una vera festa per lo stomaco, gli occhi, il sesso e tutti quegli organi che fanno dei giorni, degli amori, dell’andare oltre o cercare di stare dentro la fortuna loro e di quelli che li portano e li seguono.
Certo, a volte può capitare che la corsa non conduca a nulla di buono, o che il nostro Ronzinante a motore finisca per spiaccicarsi da qualche parte con noi dentro, ma la posta è troppo alta per rinunciare, e da ogni riga di Altri libertini è evidente che questo Tondelli lo sapeva bene: succhiare tutto il midollo della vita, che sia dalla strada, da una bottiglia, da un cazzo o da una vagina.
O da un bacio di quelli che tolgono il respiro e si ricordano finchè si campa.
Ed è sempre un piacere incontrare qualcuno che sente la vita sulla pelle proprio come te.
“E ti vedi con una che fa il tuo stesso giro, e ti senti in diritto di sentirti leggero”, cantava Ligabue.
Ed è così che mi sono sentito tra queste pagine.
E non è affatto roba da poco.
Pier Vittorio, devo ringraziare mio fratello per avermene fatto trovare un altro.
E devo ringraziare anche te.
Perché quando sulla pelle passa il brivido del capirsi al volo non si può fare proprio altro.


MrFord


"Ci han concesso solo una vita
soddisfatti o no qua non rimborsano mai
e calendari a chiederci se
stiamo prendendo abbastanza abbastanza
se per ogni sbaglio avessi mille lire
che vecchiaia che passerei
strade troppo strette e diritte
per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po'
che andare va bene però
a volte serve un motivo, un motivo
certi giorni ci chiediamo e' tutto qui?
E la risposta e' sempre sì."
Ligabue - "Non è tempo per noi" -


martedì 2 ottobre 2012

Io ti troverò

Autore: Shane Stevens
Origine: USA
Anno: 1979
Editore: Fazi


La trama (con parole mie): Thomas Bishop nasce alla fine degli anni quaranta da una gravidanza causata dallo stupro di una giovane donna il cui odio verso il genere maschile era già da tempo esploso. 
Dopo un'infanzia vissuta subendo abusi dalla madre, all'età di dieci anni il piccolo uccide la genitrice e viene internato in un istituto di igiene mentale, tra le mura del quale è destinato a rimanere fino ai venticinque.
Quando l'arrivo di un nuovo paziente alimenta le sue speranze di fuga e la convinzione di essere il figlio dello stupratore seriale Caryl Chessman si fa più radicata, Bishop mette in atto un piano che lo porterà a percorrere le strade degli Stati Uniti dalla California fino a New York, seminando il panico in tutta la nazione e mietendo una vittima dietro l'altra, in accordo alla folle crociata che intende intraprendere contro le donne, veri e propri demoni dai quali si è incaricato di liberare il mondo.
Attorno alla sua vicenda si incrociano le storie e le carriere di politici, poliziotti, criminologi, investigatori e del reporter d'assalto Adam Kenton: nessuno di loro, quando la polvere si sarà posata, sarà più lo stesso.




Esistono libri - come esistono film, del resto - talmente potenti e scomodi da essere in qualche modo ed inspiegabilmente dimenticati dal grande pubblico, quasi avessero varcato un confine che da cult renda di fatto maledetti senza neppure prenderne coscienza: Io ti troverò, romanzo del misterioso autore che si cela dietro lo pseudonimo di Shane Stevens, ormai da decenni sparito dai radar della letteratura e non solo - pare abbia deciso di svanire agli inizi degli anni ottanta -, è un esempio perfetto della categoria.
Titolo di riferimento di autori come Ellroy o King - si dice che l'ispirazione per La metà oscura venne proprio dal personaggio di Stevens -, quest'opera titanica ed agghiacciante è senza dubbio uno dei ritratti più spaventosi mai scritti della psicologia criminale, in particolare quella del serial killer, pur rimanendo in un ambito di fiction - anche se non mancano i riferimenti reali, come l'utilizzo della figura di Caryl Chessman, divenuto celebre come "Il bandito della luce rossa", stupratore seriale attivo negli anni quaranta e giustiziato nel 1960 a San Quentin -: Thomas Bishop, spietato "cacciatore di demoni" continuamente celato da nuove identità nel corso della sua peregrinazione attraverso gli USA con la missione di sterminare tutte le donne del mondo, è riuscito nell'arduo compito di ricordare al sottoscritto il più grande serial killer che la letteratura abbia mai concepito, il Jean-Baptiste Grenouille del Capolavoro di Patrick Suskind Il profumo.
La prosa ed il piglio di Stevens, però, non sono lirici e maestosi come quelli che guidarono la mano dell'autore tedesco, quanto più legati all'immaginario di rottura che mosse molte correnti narrative negli States dello scandalo Watergate, del Vietnam e degli anni delle contestazioni - Zodiac e Tutti gli uomini del presidente sono stati davanti ai miei occhi durante la lettura almeno quanto Il silenzio degli innocenti e Manhunter -, chirurgici ed estremamente crudi - spesso i resoconti degli omicidi di Bishop sono corredati da dettagli che, ora come ora, creerebbero immediatamente scandalo e clamore attorno ad una proposta di questo tipo distribuita da una qualsiasi major -, nonchè concentrati su decine di personaggi e sulle vicende che la scia di sangue lasciata da Bishop finisce per scatenare anche a sua insaputa.
In questo senso, il respiro di Io ti troverò si estende come un orizzonte addirittura troppo ampio, con linee narrative che paiono perdersi ed altre che finiscono per assumere dimensioni molto maggiori di quanto non ci si sarebbe aspettato, dipingendo un affresco che, pur differente nel contesto e forse meno coeso nella sua "presenza", è riuscito a ricordarmi quello del Capolavoro di Don Winslow Il potere del cane, uno dei dieci romanzi fordiani della vita.
Ma mettendo da parte l'aspetto tecnico ed i riferimenti indotti dal testo di Stevens, resterebbe davvero moltissimo da dire a proposito della componente emotiva del ritratto che lo scrittore fornisce rispetto al suo protagonista Thomas Bishop, nella prima parte di fatto narrando la sua scoperta del mondo che fino ai venticinque anni ha potuto conoscere solo ed esclusivamente dalla televisione e dalla radio e nella seconda grazie all'indagine giornalistica di Adam Kenton, suo antagonista principale nonchè specchio "sano" rispetto alla devozione per la propria causa: perchè così come Bishop è consacrato alla sua missione di distruttore di vite e di "demoni", così Kenton lo è per il giornalismo e la verità venuta a galla grazie alle indagini di professionisti come lui, riferendosi agli eventi reali del Watergate che portarono alle dimissioni di Nixon così come a storie solamente letterarie come quella del senatore Stoner, che cavalcando l'onda del terrore seminato dal killer che si crede figlio di Chessman trova una via per giungere sulle prime pagine dei quotidiani nazionali garantendosi un futuro al Congresso - e, chissà, forse anche alla Presidenza - grazie alla sua posizione sulla pena di morte.
Proprio la pena capitale diviene uno dei punti focali del romanzo, mettendo il lettore a confronto con i concetti di Giustizia e di Vendetta di fronte all'orrore provocato dalle macabre gesta dell'assassino almeno quanto quelli di sanità e malattia mentale in grado di rendere lo stesso Bishop ad un tempo lupo ed agnello: cosa sarebbe accaduto se il piccolo Thomas non fosse stato allevato subendo l'odio ed i maltrattamenti estremi della madre? La sua crociata contro le donne e gli orribili delitti che il personaggio compie nella maggior parte delle quasi ottocento pagine del libro sono un'espressione della sua malattia o il segno di una crudeltà senza ritorno, di un Male assoluto che va oltre il disagio mentale?
Saremmo in grado noi, all'interno di vicende di questa portata, di rimanere lucidi ed affidarci ad alti concetti legislativi, o non vorremmo altro che mettere le mani al collo del mostro, e porre fine alla sua esistenza?
E questo stesso atto sarebbe espressione di pietà, o una vittoria contro qualcosa che non dovrebbe appartenere al nostro mondo?
Il confronto tra Kenton e Bishop, da questo punto di vista, è una vera e propria bomba pronta ad esplodere nel cuore dello spettatore.
Una mano che stringe la mano che strinse un coltello la cui lama pose fine a decine e decine di vite.
Quale sarà la scelta di quella mano?
Sarà la mano della Giustizia? Quella di un mostro? Quella di un uomo? O di un bambino?
Sarà aperta o chiusa?
La risposta l'abbiamo dentro.
Ma non è detto che sia facile o confortante scoprirla.


MrFord


"Everybody hates me now, so fuck it
blood's on my face and my hands, and i
don't know why im not afraid to cry
but thats none of your business
whose life is it? Get it? See it? Feel it? Eat it?
spin it around so i can spit in its face
I wanna leave without a trace
cuz i dont wanna die in this place."
Slipknot - "People=shit" -


giovedì 5 aprile 2012

Cane mangia cane

Autore: Edward Bunker
Origine: Usa
Editore: Einaudi
Anno: 1995 (1999 in Italia)



La trama (con parole mie): Mad Dog McCain, Diesel Carson e Troy Cameron hanno più o meno la stessa età, e si conoscono dai tempi del riformatorio. I loro caratteri sono diversi almeno quanto le loro origini e fisicità, eppure, dai primi reati minori al carcere duro, hanno imparato - con fatica - a rispettarsi l'un l'altro.
Quando Troy esce finalmente dalla prigione, i suoi due vecchi compagni sono in attesa fervente di quello che è in tutto e per tutto il loro leader in modo da iniziare una nuova serie di colpi insieme: la particolarità delle rapine sarà data dal fatto che, tramite i contatti dello stesso Troy, i tre si occuperanno di alleggerire trafficanti di droga ed esponenti del mondo criminale, riducendo così a zero il rischio di intervento delle forze dell'ordine.
Le tensioni, però, continuano a crescere, complice la volontà di Troy e Diesel di guadagnare abbastanza per ritirarsi e la follia irrequieta di Mad Dog: senza contare che su ognuno di loro grava come un macigno il rischio potenziale della terza condanna, che si traduce come carcere a vita assicurato.




Da troppo tempo il vecchio Bunk non faceva capolino in casa Ford.
Precisamente, l'ultima lettura di uno degli autori di riferimento del crime novel moderno risaliva a quasi due anni fa, con l'autobiografia Educazione di una canaglia
Così, anche considerato che era l'ultimo suo titolo pubblicato che mi mancava di affrontare, ho deciso di buttarmi su Cane mangia cane, romanzo consigliatissimo dal mio fratellino Dembo che nelle sue prime pagine è riuscito a lasciarmi sbigottito: sarà che sono sempre stato abituato, leggendo i romanzi del Mr. Blue delle iene tarantiniane, a ritrovarlo specchiato nel suo protagonista - normalmente un tizio solitario - e a mostrare tutto il lato umano del crimine, sarà che non mi aspettavo che l'autore scegliesse di gestire quasi allo stesso livello tre protagonisti, sarà che i primi capitoli dedicati a Mad dog McCain sfoderano un personaggio in grado di apparire disgustoso quanto i peggiori villains della mia storia di lettore, ma qualcosa pareva si fosse incrinato, nel mio rapporto di lettore con Bunker, tanto da far emergere un certo dispiacere rispetto al fatto che la mia ultima lettura del granitico Ed poteva rivelarsi in qualche modo una delusione.
Ma, nonostante lo conoscessi a menadito, avevo sottovalutato l'ex detenuto, romanziere, attore e sceneggiatore: perchè pagina dopo pagina, ritratto dopo ritratto, Bunk sfodera tre personaggi profondi e passionali, arrabbiati e cattivi eppure umani e fragili, ed un crescendo finale che pare una poesia di morte, proiettili e speranze perdute.
Nel mondo di Mad dog, Diesel e Troy, infatti, non esiste nulla che possa essere paragonato ad un sogno: fin da ragazzini, quelli come loro sono dati in pasto ad un sistema in grado di renderli sempre più aggressivi, sempre più assetati di una vendetta che è quasi un dovere, vista dal loro lato della barricata.
Straordinario, nel corso della vicenda, assistere al sezionamento della solitudine di McCain, dai tempi del riformatorio costretto a lasciare che la follia prendesse il timone della sua nave in modo da difendersi dai tipi più grossi e minacciosi di lui: una solitudine che diviene psicosi ed espressione di violenza, e che non guarda in faccia a niente e a nessuno, tranne a Troy.
Accanto, il desiderio di una vita normale di Diesel, ex pugile e gigantesco combattente in grado di vincere la sua battaglia più importante: quella di superare il periodo della libertà vigilata e tornare ad essere un cittadino come gli altri, senza mai dimenticare di mostrare con fierezza i tatuaggi in blu tipici dei carcerati.
E poi, Troy: Troy che nasce ricco, intelligente ed acuto. Troy la cui vita pare in discesa, fino al tentativo di uccidere il padre per difendere la madre ed il tradimento della stessa, prima di essere consegnato ufficialmente al sistema.
Uscirne è difficile, Bunker lo sa bene. Troy, in qualche modo, è quello che gli somiglia di più.
O quello che gli sarebbe somigliato se la scrittura ed il Cinema non l'avessero salvato.
Troy in guerra con il mondo e la società. Troy che non riconosce Dio, ma Dostoevskij.
Troy che non ha paura. Troy che rispetta il codice del crimine.
Lui, Mad dog e Diesel sono criminali incalliti, colpevoli e feroci.
Eppure, chi è davvero innocente?
La zia di Mad dog con i suoi maltrattamenti ad un bambino destinato a divenire uno psicopatico? La madre di Troy la paura di suo marito? La moglie di Diesel, con le sue lamentele che finiscono quando arrivano i soldi per la macchina nuova?
Certo: nessuno che stia da questa parte della barricata ha mai compiuto una rapina a mano armata, un rapimento o un omicidio. Stiamo parlando, del resto, di criminali incalliti, colpevoli e feroci.
Eppure, la Legge ha imposto che lo diventassero ancora di più: l'assurda regolamentazione made in Usa delle tre condanne - chiaramente contestata dall'autore -, in grado di trasformare taccheggiatori in aspiranti assassini, è una delle più assurde forme di repressione che mi sia capitato di osservare applicata, e rappresenta il fantasma che incombe con la sua inquietante presenza su Diesel e Troy in particolare, pronti ad uccidere e morire piuttosto che tornare per l'ultima volta dietro le sbarre.
Ma andando oltre la riflessione sulle legislazioni statunitensi e le parti prevalentemente action e crime del romanzo, è con l'escalation finale che Cane mangia cane arriva a sfiorare le vette raggiunte dal suo autore con Little boy blue ed il mio favorito Come una bestia feroce: i destini dei tre compagni, giocati come in una partita a carte con il Destino, sfuggono alle mani più clamorose per finire all'aria di fronte alla banalità del caso, giunta attraverso due errori di persona.
E se il primo, che scatena le paranoie di Mad dog, è figlio di quelle stesse regole del crimine che Troy si troverà costretto ad infrangere, il secondo, passato attraverso un ometto impaurito e cattivo, eppure perfettamente a norma di legge, ha dell'assurdo, e mostra tutta l'umanità dei questi criminali incalliti e colpevoli: la corsa di Diesel ed il viaggio della speranza di Troy, il reverendo e sua moglie, i poliziotti ed il direttore del supermercato riportano alla mente la necessità di potere del Libanese, la rabbia del Bufalo e la voglia di rivalsa del Dandi in Romanzo criminale: la nostra natura - e Dostoevskij lo sapeva bene, essendo a sua volta stato condannato a morte e graziato ad un passo dal patibolo - è malvagia e terribile, ma è nutrita da un sistema e da una società che aumenta la distanza tra i due lati della barricata, e non lascia soluzione se non il conflitto.
E una guerra, si sa, lascia cicatrici profonde e terribili. Sempre che le si sopravviva.
Mad dog, Diesel e Troy sono vittime di questa guerra: nessuno negherà mai le loro colpe, eppure c'è qualcosa che impedisce di non vedere tutta la genuinità straziante della loro disperazione sputata in faccia ad un mondo che, a ben vedere, non li ha mai voluti.
Non posso giustificare le loro azioni - a tratti agghiaccianti - ma, ripensando alla storia di Bunker, alla sua prosa potente e alla tecnica sorprendente - più volte, nel corso di questo romanzo, ho pensato al montaggio alternato cinematografico applicato alla letteratura - non posso che attribuire a questi tre personaggi un rispetto che forse qualcuno non capirà, o troverà assolutamente assurdo, ma non loro stessi.
E non il vecchio Bunk.
Ed è questo quello che conta.


MrFord


"San Quentin, what good do you think you do?
Do you think that I'll be different when you're through?
You bend my heart and mind and you warp my soul,
your stone walls turn my blood a little cold."
Johnny Cash - "San Quentin" -


 

domenica 1 aprile 2012

L'uomo di neve

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Editore: Piemme
Anno: 2007 (in Italia 2010)



La trama (con parole mie): Harry Hole, scomodo esponente di punta della polizia di Oslo, ormai solo nel dipartimento e privo delle presenze confortanti che furono Ellen Gjelten, Beate Lonne, Jack Halvorsen e Bjarne Moller, deve affrontare i fantasmi dell'alcolismo e l'imminente fidanzamento del suo grande amore Rakel.
Nel frattempo, una serie di donne sposate con figli comincia a sparire con la prima neve, seguendo uno schema già ripetutosi a Bergen anni prima, radicato ad eventi che tornano agli inizi degli anni ottanta ed arrivano a coinvolgere un discusso ispettore soprannominato "Pugno di ferro", importanti elementi dell'alta società, la nuova collega Katrine Bratt e soprattutto un serial killer terrificante, metodico e letale soprannominato "L'uomo di neve".
Per Hole avrà così inizio la partita più difficile della sua carriera, che lo vedrà opposto ad un assassino pronto a tutto per giungere alla fine della sua opera con Harry di fronte a lui.




Alla fine, il cerchio si è chiuso.
Dalla rivelazione che fu, la scorsa estate, Il leopardo, fino al recupero degli altri romanzi dedicati al Commissario Hole, attendevo di leggere quello che, nella vita del buon vecchio Harry, è stato il passaggio di confine definitivo verso la perdizione ed i fantasmi interiori: L'uomo di neve.
Proprio nel corso della vicenda dell'ultimo romanzo di Nesbo pubblicato in Italia - ma attendo con ansia il nuovo capitolo, già uscito in Norvegia e negli Usa e previsto per l'estate qui da noi - i riferimenti al serial killer più pericoloso che Hole abbia mai dovuto incontrare sono numerosi, dalle cicatrici lasciate nel confronto - fisiche e non - ad una delle scene più poetiche ed emozionanti dell'intera saga, con Harry di nuovo faccia a faccia con un fantasma che pare addirittura più ingombrante di quelli dell'alcolismo e del suo amore per Rakel, la donna che ha cambiato la sua vita, la donna che non avrà mai più.
L'unico rimpianto rispetto alla lettura di quest'ennesimo gioiello firmato Nesbo è stato proprio quello di aver letto in precedenza Il leopardo, ricevendo un aiuto indiretto rispetto all'individuazione del colpevole e alla scoperta dell'identità dell'Uomo di neve: eppure, nonostante già dalle prime pagine fosse chiaro chi sarebbe stato il vero antagonista di Hole, sono riuscito a rimanere incollato alla pagina fino alla conclusione della storia, rimanendo sul filo come se fossi all'oscuro di tutto.
Merito dello scrittore, che oltre alla sua già nota abilità di illusionista sfodera il meglio nella caratterizzazione dei personaggi secondari - da Oleg, figlio di Rakel e, in un certo senso, di Harry, alla ruvidissima Katrine Bratt, nuova collega che si scoprirà più simile, seppur più fragile, del nostro investigatore preferito - delineando una vicenda in grado di lasciare sul filo e cavalcarlo neanche ci trovassimo nel più folle dei rodei, disegnando uno degli assassini più affascinanti, terribili e spaventosi che un libro abbia mai regalato dai tempi di Jean Baptiste Grenouille.
Come se non bastasse, mai come nel corso della lettura de L'uomo di neve ho potuto saggiare con mano la progettualità di questo incredibile autore, che semina indizi di trame e sottotrame che saranno riprese nel corso del successivo - e citato per l'ennesima volta - Il leopardo nonchè, chissà, quello che potrebbe essere una futura nemesi del suo protagonista prediletto.
E proprio Hole, cresciuto dai tempi del precedente - e meraviglioso - La ragazza senza volto, più simile a un padre che non al fratello maggiore scostante dei primi romanzi della serie, si troverà minato nel profondo dal confronto con il suo nemico peggiore, un uomo che porterà all'estremo e stimolerà la sua enorme capacità di essere protettivo ed il suo spirito di sacrificio lasciandolo spossato e senza forze per poter riprendere la lotta: ripensando al loro rapporto, si potrebbe quasi dire che Harry Hole può avere vinto una battaglia, ma l'Uomo di neve si ritroverà ad aver vinto la guerra.
Senza l'Uomo di neve, chissà, forse Rakel sarebbe tornata al suo fianco, e Harry avrebbe potuto portare Oleg ad un altro concerto degli Slipknot.
Senza l'Uomo di neve Katrine Bratt avrebbe avuto ancora un padre, e chissà che il suo somigliare a Harry non l'avrebbe spinta tra le sue braccia?
Senza l'Uomo di neve non ci sarebbero stati l'oppio, l'alcool, Hong Kong, le cicatrici da portare dentro e fuori.
Eppure, grazie all'Uomo di neve, Harry è stato in grado di (ri)scoprire le gioie dell'essere padre.
Il coraggio di follie che siamo in grado di compiere soltanto per chi amiamo davvero.
La coscienza di una scelta che rende appieno il significato di pietà.
"E' più malvagio togliere la vita a chi vuole vivere, o negare la morte a chi vuole morire?", chiede ironicamente lo psicologo Stale Aune, fidato confessore di Harry.
In quel momento tutti rideranno, tranne Hole.
Lui porta dentro un mostro che ben conosce, e ne combatte altri addirittura peggiori.
Lui ha imparato che tutte le sue imperfezioni trovano senso nel proteggere, più che nella caccia e nel suo brivido.
"Io non torno mai indietro", sussurra Harry, presa coscienza che non ci sarà più nulla per lui, a Oslo.
Eppure, noi sappiamo che tornerà.
Uno come lui non può fare a meno della sua natura.
E dopo ogni scomparsa, ogni errore, ogni caduta e smarrimento, riuscirà sempre a trovare la strada che lo conduca fuori dal bosco, dall'oscurità.
Perchè è qui per proteggere chi ama.
Perchè l'unico che non proteggerà mai, sarà se stesso.
L'Uomo di neve questo lo sa bene.
Ed è per questo che non può esserci un nemico più fidato di lui.


MrFord


"Snap! your face was all it took
'cause this need ain't doin' me no good
fall on my face, but can't you see?
This fucking life is killing me."
Slipknot - "Me inside" -

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