Visualizzazione post con etichetta amore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amore. Mostra tutti i post

lunedì 20 gennaio 2020

White Russian's Bulletin



Alle spalle le Feste, al Saloon si è ripresa con la consueta, e purtroppo ormai piuttosto scarna, programmazione limitata dagli impegni in famiglia, di lavoro, al lungo weekend di festeggiamenti per il compleanno del Fordino e alla stanchezza che, dopo cena, coglie inesorabilmente e spesso e volentieri il sottoscritto.
Ad ogni modo, per limitare i danni, a questo giro di giostra ne ho per tutti i gusti: un romanzo, una serie e un film. Quantomeno, posso dire di aver spaziato.


MrFord



I AM A KILLER (Netflix, UK, 2018)

I Am a Killer Poster

Proseguendo sull'onda che ha visto gli occupanti di casa Ford percorrere le strade del documentario offerte da Netflix in ambito serial killers e affini, si è inserita quasi a chiudere la parentesi I am a killer, una miniserie in dieci episodi che propone interviste ad occupanti del braccio della morte in alcune delle strutture detentive degli States.
Dieci storie diverse per dieci assassini diversi che, purtroppo, paiono avere un solo denominatore comune, l'infanzia difficile e legata a doppio filo ad ambienti a rischio, che fosse per contesto sociale, inclinazioni dei genitori, difficoltà economiche o dipendenze.
In questo caso non assistiamo a ritratti di serial killers, bensì a quelli - molto più disperati - di una miseria umana che finisce per non trovare altro sfogo se non quello della violenza: senza dubbio, nel corso degli episodi, si trovano spunti e trame che verrebbero buone per produzioni cinematografiche, ma non si ha troppo tempo per pensare. Resta ad aleggiare un alone di tristezza per tutte le vite spezzate, da una parte all'altra delle sbarre di un carcere.
In termini tecnici, interessanti i racconti, decisamente meno le ricostruzioni.




CASINO TOTALE (Jean Claude Izzo, Francia, 1995)

Risultati immagini per casino totale izzo

Come già preannunciato nel corso dei Ford Awards dedicati alle letture del duemiladiciannove, Casino totale è stato una vera e propria sorpresa: regalatomi qualche anno fa da una vecchia amica, è un noir dai toni tristi e malinconici che racconta più sconfitte che vittorie, eppure è anche uno dei romanzi più traboccanti di passione per la vita che ricordi, un ritratto stupendo di Marsiglia ed una riflessione splendida e pulsante dell'amicizia e dell'amore.
Il legame tra i tre protagonisti, cresciuti insieme e poi separatisi, si può dire, proprio a causa del loro eccesso di voglia di vivere, e quello di Fabio, pronto a scoprire la verità e cercare di rimettere a posto i cocci delle loro vite, con le donne che ha amato e che forse potrà amare, è descritto come solo qualcuno che ha vissuto davvero nel senso più profondo del termine potrebbe fare. 
Dovessi pensare di paragonare Casino totale a qualcosa, direi che è sesso selvaggio fatto in estate, quando il sudore di due corpi si mescola fino a farli diventare uno, una sbronza presa con il vento in faccia e il rumore del mare in sottofondo, un disco dei Manonegra che rapisce come una danza tribale, e fa salire tutto quello che di selvaggio portiamo dentro.
Roba forte, insomma. Come piace viverla anche a me.




RICHARD JEWELL (Clint Eastwood, USA, 2019, 131')

Richard Jewell Poster


Clint, si sa, da queste parti gioca sempre in casa.
Eppure, in passato, quando c'è stato bisogno di essere più equilibrato nei giudizi - come nel recente The Mule - non mi sono tirato indietro.
Con Richard Jewell, Eastwood prosegue nella decostruzione made in USA iniziata qualche anno fa con American Sniper e proseguita con Sully e Attacco al treno, mostrando di fatto il fianco di quel Grande Paese che in tanti ancora sono convinti che difenda a spada tratta neanche fosse il primo dei trumpisti.
Ed è curioso, perchè la sequenza più decantata della pellicola, l'arringa in difesa del figlio dell'ottima Kathy Bates, mi ha lasciato quasi indifferente. Anzi, ha finito per indispettirmi. Perchè questo Clint, questo film, non ne aveva bisogno.
Perchè Richard Jewell è un gioiellino se si pensa ai legal thriller, è un film profondamente sentito, è una protesta accesa di un repubblicano convinto all'indirizzo di un Governo sì democratico, ma sempre e comunque di un Paese che adora visceralmente.
Io non sono americano, e a prescindere dall'ingiustizia - pur se a posteriori - percepita, sono stato investito dalla pellicola principalmente per aver rivisto molti tratti del Fordino in Richard Jewell: ho visto un essere umano sensibile, profondo, forse ingenuo nell'essere troppo scoperto rispetto ad un mondo che, per chi è troppo scoperto, non ha alcuna pietà.
Spesso si parla, giustamente, di vittime collaterali. Si potrebbe pensare che Richard Jewell sia un film che tratta della principale vittima collaterale di un attentato che avrebbe potuto contare molti più morti. E non li ha contati principalmente per quella vittima.
In barba al fatto che le vittime, storicamente, sono la parte più debole.


venerdì 7 settembre 2018

Orange is the new black - Stagione 6 (Netflix, USA, 2018)





- Non è facile, per i serial di successo, riuscire a mantenere uno standard qualitativo medio/alto senza avere cali fisiologici di qualità, soprattutto nel corso di cavalcate che superano le quattro stagioni. Ed è ancora meno semplice riprendersi dopo uno di questi cali. Orange is the new black, produzione Netflix dedicata alla popolazione carceraria femminile di un carcere di minima sicurezza del Jersey pareva essere giunta proprio al punto del non ritorno: perchè se la quarta era stata una stagione notevole, la quinta aveva presentato il conto.

- Nonostante le premesse certo non buone che lasciavano presagire il lento spegnimento di uno dei titoli più amati negli ultimi anni dal popolo del piccolo schermo, Piper e compagne sono tornate in piedi e molto bene, regalando tredici episodi che cambiano molte carte in tavola rispetto alla geografia carceraria di Litchfield, presentano nuovi e riuscitissimi charachters - da Baddison alle sue sorelle folli - e ne ridefiniscono di vecchi - Daja, per citarne una -.

- Nonostante una partenza surreale con tanto di intro di Suzanne - che fatico sempre a reggere per lunghi periodi - il racconto corale funziona, e pur perdendosi di tanto in tanto le sfumature riesce a fotografare benissimo le ansie, i disagi, le lotte, le speranze e tutto quello che possiamo buttarci nel mezzo da umani attraverso i volti e le vicende di queste donne, diventando potenziale simbolo di un periodo in cui un passo dopo l'altro anche l'altra metà del cielo pare conquistare lo spazio che avrebbe sempre meritato nella società e non solo.

- Taystee, simbolo della "parte pulita" della rivolta della stagione precedente e ricordo vivente dell'indimenticabile Pussey, regala i momenti più toccanti e alti della stagione insieme al tesissimo season finale ed all'ennesima conferma della validità del personaggio di Joe Caputo, una sorta di Sam Sylvia di Glow in versione Goonie.

- Sempre nell'ottica della scrittura dei personaggi, interessanti, oltre all'evoluzione di Daja, quelle di Nichols e Pennsatucky: non è semplice riuscire a gestire, in spazi anche ridotti - del resto è giusto che tutte abbiano la loro vetrina - cambiamenti più o meno importanti, e rendere vivi charachters anche marginali. In questo senso, gli sceneggiatori hanno lavorato molto bene dal punto di vista empatico ed umano.

- Orange is the new black, che ha ridefinito il concetto di Cinema carcerario non solo riportandolo al piccolo schermo, ma consegnandolo anche alle mani dell'universo femminile, si conferma dunque uno dei più solidi attualmente prodotti da Netflix, in grado di emozionare, coinvolgere, fare incazzare e via discorrendo, ma soprattutto riprendersi da un piccolo passo falso per tornare a sorprendere fino all'ultimo episodio. Resta solo da sperare che la nuova libertà non dia troppo alla testa.



MrFord



 

sabato 31 marzo 2018

Fordina Unchained - Ti "mamo" due volte






Oggi è uno dei due giorni più speciali dell'anno, per me.
Due anni fa, anche se sono in anticipo rispetto a quel primo pomeriggio, ti affacciavi in questo mondo pronta a sconvolgere il mio mondo: questo perchè, come spesso mi è capitato di affermare, raccontare, scrivere, per uno stronzo come me avere una figlia significa, in quache modo, trovare la donna della propria vita senza tutte le complicazioni che i legami sentimentali comportano.
E' come se tutto l'amore che un uomo possa provare per una donna fosse privato delle dinamiche e dei casini del sesso, delle differenze, di qualsiasi cosa si possa vivere con l'altra metà del cielo: ed eccoci qui, dal mattino quando vuoi che sia io a venirti a prendere nel letto a quando mentre gioco con AleLeo ti siedi tra le mie gambe, come indecisa se seguire in tutto e per tutto tuo fratello o cercare di catturare totalmente la mia attenzione, dai baci mucca a tutti i tuoi no, che sai dire così bene e spero continuerai a rifilare a tutti quelli che vorranno, inevitabilmente, portarti via da me.
E so che un giorno arriverà quel momento, ma fino ad allora continuerò a pensare di essere io l'unico che vorrai vicino, che ti sostiene e sosterrà, ti prenderà in braccio anche solo per un capriccio, ti darà vinta quasi qualsiasi cosa perchè uno sguardo, un tocco della mano, un momento solo nostro è qualcosa che nessuna donna abbia mai conosciuto - neppure la mamma, figurati - riuscirà mai a regalarmi: e se ripenso al novembre scorso a Bologna, quando ti sei addormentata sul mio petto neanche fossi neonata, o alla furbizia che sfrutti per capire tutto e ancora ostinarti a dire solo qualche parola, o agli schiaffi che non esiti a mollare, penso che quello che ci attende sarà difficile e tosto ma anche incredibilmente pieno, e non posso essere altro che grato per quello che mi regali ad ogni sguardo.
Vorrei scrivere ancora, e ancora, ma credo che qualsiasi mia parola perda ogni significato rispetto a quelle che pronunci, pur se grazie ad una suggeritrice unica, in questo filmato.
Ti "mamo" anch'io, non hai davvero idea di quanto.
Buon compleanno, Patatina.



Papà


lunedì 11 settembre 2017

Game of thrones - Stagione 7 (USA/UK, HBO, 2017)



Dai tempi dell'esplosione del fenomeno delle serie televisive all'inizio degli Anni Zero, pochi titoli sono divenuti, per motivi e meriti differenti, dei veri e propri punti di riferimento per il pubblico, dei fenomeni in grado di entrare a pieno titolo nella pop culture e finire nel mirino anche di chi dei suddetti titoli ha finito per sbattersene - apparentemente - sempre e comunque, come fu ai tempi per il primo Twin Peaks: Lost è uno degli esempi più clamorosi, in questo senso, tanto da essere quasi associabile ad un culto religioso, che lo si odi o lo si ami.
Fin dalla sua conclusione, per tutti gli addetti marketing delle grandi produzioni c'è stata una vera e propria corsa alla scoperta del prodotto che ne sarebbe stato l'erede: ci hanno provato in molti, ed altrettanti hanno fallito.
Almeno fino all'arrivo di Game of thrones.
Il serial partito dall'ispirazione data dai romanzi di George Martin, infatti, per mosaico di personaggi, isterie di massa, maniacalità esplosa in tutto il mondo è diventato a tutti gli effetti il Lost di questa generazione di spettatori, che da Cersei a Jon Snow, passando per Daenerys e tutte le morti illustri che ci hanno riservato le sette stagioni - e chissà quante altre l'ottava - ha creato fazioni tra il pubblico che ricordano i tifosi calcistici, o gli appartenenti alle casate che si danno battaglia per la conquista di Westeros.
Ora, di questa settima stagione ho già letto di tutto e di più: asservita al fanservice - assolutamente vero -, troppo frettolosa - assolutamente vero -, giocata sull'esaltazione - assolutamente vero -, completamente slegata ormai dalla linea di narrazione e dal mondo ideato da Martin - assolutamente vero -. Eppure, come fu per Lost, l'impressione che continuo ad avere è quella della serie di culto che una volta giunta al successo planetario finisce nel mirino delle critiche degli stessi che, in principio, l'avevano esaltata per poi tirarsi indietro nel momento in cui scoprono che il loro giocattolino è diventato il giocattolino di tutti: certo, questa settima non sarà stata, oggettivamente parlando, la miglior stagione della produzione, ma neppure la peggiore - la quinta fu decisamente poco avvincente e nel complesso quasi noiosa, ad esempio -, e proprio grazie al tanto criticato fan service ha finito per regalare momenti di godimento assoluto qui al Saloon, dal survival della squadra oltre la Barriera agli incontri che mi hanno ricordato i livelli di miticità - come direbbe Po - di Star Wars, fino agli sconvolgimenti dell'ultimo episodio che alimenta l'hype per la prossima - ed ultima - stagione a livelli davvero incredibili.
Ora starà agli autori cercare di cavalcare l'onda come un drago e cercare di mantenere un equilibrio giusto tra la fama raggiunta e l'essere ormai mainstream a tutti gli effetti e la qualità e la crudeltà che hanno da sempre contraddistinto questo titolo, probabilmente uno dei più importanti per la storia del piccolo schermo che noi figli di quest'epoca avremo modo di gustarci.
Ben vengano, dunque, tutte le discussioni, il fan service, i draghi, le morti, il sesso oltre i confini delle parentele e la tensione legata alla possibilità che ogni personaggio, soprattutto il tuo preferito, possa morire da un momento all'altro: se, alla fine di questa corsa, l'esaltazione sarà questa, qualsiasi imperfezione sarà giustificata.
Almeno qui.
Dove crediamo che proprio nelle imperfezioni stia il segreto di qualsiasi fascino.



MrFord



 

domenica 5 febbraio 2017

Oltre le colline (Cristian Mungiu, Romania/Francia/Belgio, 2012, 150')




Il Cinema d'autore è senza dubbio una brutta bestia, per il pubblico non avvezzo quanto per i suoi più strenui ed agguerriti sostenitori.
Chiunque affermi il contrario, per me, è solo qualcuno che, più che amare il Cinema, vuole darsi delle arie affermando che schiaffarsi Andreij Rublov di Tarkovskij è stata una passeggiata - e, ve lo assicuro, non è così - e che lui o lei vive mangiando pane e mattonazzi: in realtà, così come per quello mainstream, anche il Cinema d'autore ha le sue vette himalayane e le sue piacevoli scampagnate, a prescindere da stile, vicende narrate o tono della pellicola.
Cristian Mungiu, che qualche anno fa irruppe sulla scena internazionale vincendo la Palma d'oro con il fantastico Quattro mesi, tre settimane, due giorni, a mio parere e nonostante la grande drammaticità dei suoi lavori, appartiene alla seconda categoria: Oltre le colline, recuperato in clamoroso ritardo in vista del più recente Padre e figlia, nonostante le due ore e mezza piene, l'uso di piani sequenza basati su inquadrature pressochè fisse - che mi ricordano tanto Ozu o Gitai - ed il grande dramma portato sullo schermo come una riflessione del rapporto tra Libertà di Fede e di Pensiero, e nonostante la febbre che aveva colpito l'intera famiglia Ford ai tempi della scellerata settimana di questa visione, è sceso nello stomaco del sottoscritto pronto a colpire e scaldare neanche fosse la più goduriosa delle sambuche, scomodando paragoni importanti con un altro grande nome attuale figlio dell'Europa Orientale, il Bilge Ceylan di C'era una volta in Anatolia e riuscendo - come già era accaduto per il suo lavoro precedente - a portare sullo schermo anche e soprattutto le posizioni palesemente non condivise dal regista senza per questo ridicolizzare o snaturare le stesse.
La storia - tristissima - di Voichita e Alina, e delle ossessioni che la distruggono costando ben più di un cuore spezzato alle due protagoniste, è una tra le più drammatiche che mi sia capitato di approcciare nelle ultime settimane - e forse mesi - da spettatore, resa ancora più vivida dalle interpretazioni e dalla messa in scena volutamente povera e decisamente tutto tranne che spocchiosa - prendi e porta a casa, Malick! -: il confronto tra la Fede cieca e l'Amore cieco - ed io sono e sarò sempre dalla parte del secondo, sia chiaro -, porta ad una conclusione che vede solo perdenti, ed in quell'indicazione "oltre le colline" lascia andare qualsiasi speranza si possa nutrire nel cuore di trovare un giorno un punto d'incontro per due posizioni diametralmente opposte eppure in grado di smuovere nell'animo umano passioni così grandi ed incontrollabili da risultare paurosamente simili.
Del resto, alla base di una o dell'altra c'è un sentimento che non potrà essere messo in discussione da alcuna prova o argomentazione razionale, e che, al contrario, si alimenta e fortifica proprio nel momento in cui si pensa di essere rimasti soli a credere in quello in cui si vuole credere, che questo qualcosa esista oppure no, e che si parli di un qualche dio, o del sentimento che qualcuno non mostra più per noi.
La cosa più assurda sta proprio nel rendersi conto di quanto questi estremi finiscano per avvicinarsi nei momenti migliori o peggiori delle nostre vite, e quanto ancora più assurdo possa apparire tutto dall'esterno, quando razionalmente ed estranei alle vicende guardiamo il mondo come spettatori - i due poliziotti nell'ultima sequenza, potentissima - e giustifichiamo il dolore dell'inverno sapendo che, inevitabilmente, giungerà anche la primavera.
Almeno fino a quando non si fermerà il Tempo.




MrFord



 

mercoledì 30 novembre 2016

Love (Gaspar Noè, Francia/Belgio, 2015, 135')




Il fatto che Gaspar Noè sia uno degli autori più interessanti del panorama "alto" europeo - malgrado sia nativo di Buenos Aires va considerato francese d'adozione da tempo immemore -, ed uno dei pochissimi, pur essendo clamorosamente elitario, a non avermi mai fatto pensare neppure per scherzo al radicalchicchismo, è indubbio da tempi non sospetti, prima ancora che sfornasse quello che, ad oggi, è senza dubbio il suo film di riferimento, quell'Enter the void che qualche anno fa percorse la blogosfera come una tempesta segnando probabilmente le vite da spettatori di molti di noi.
Eppure, non so neppure esattamente per quale motivo, ho avuto paura per mesi di approcciare questo Love: aspettative alte, commenti lusinghieri letti da più parti, il pensiero che il sesso potesse appiattire il lavoro del regista hanno fatto in modo che restasse "congelato" al Saloon per diversi mesi, prima che questo mio periodo lontano dal lavoro e dunque di freschezza mentale maggiore lo riportasse a galla come un reperto.
E cos'è accaduto, quando il diabolico Gaspar ed il vecchio cowboy hanno incrociato di nuovo i loro cammini? Love si è rivelato il primo scivolone del regista o l'ennesima conferma?
Senza dubbio parliamo di un prodotto - come gli altri firmati dal buon Noè, del resto - non per tutti - un limite che, purtroppo, non permetterà mai a questo autore strepitoso di raggiungere il grande pubblico ed il grande successo - certo non per i contenuti o per le immagini quanto per l'approccio, ma ad un tempo siamo di fronte ad un esperimento unico nel suo genere, il racconto di una storia d'amore - malata oppure no che sia - strutturato a partire da quella che è l'ossatura di ogni storia d'amore che si rispetti: il sesso.
Personalmente, infatti, con la crescita e l'esperienza - in fondo l'idealizzazione dei sentimenti ha la sua giusta casa nel periodo dell'adolescenza - sono giunto alla conclusione - e penso non soltanto io - che se una storia funziona - e parlo di anni, e di legami forti - lo fa perchè cementata alla base e tenuta in piedi anche e soprattutto dal sesso, a prescindere dall'amore che si possa provare per chi ci sta accanto: in fondo, passereste uno, dieci, cinquant'anni accanto a qualcuno con il quale - o la quale - non provate alcun piacere - o un piacere molto moderato - a scopare?
Non credo proprio.
In questo senso la vicenda di Murphy ed il suo rapporto perduto con Electra sono perfetti per raccontare gli squilibri, le ascese e le cadute legate a doppio filo proprio al sesso, che se non è il motore dell'amore ne è senz'altro la benzina: Noè, con il suo solito piglio a metà tra il geniale ed il volutamente provocatorio, conduce l'audience attraverso un viaggio nel Tempo - altro concetto centrale del lavoro del regista - e racconta una sua versione di 500 giorni insieme con un sacco di scopate in più, senza risparmiare nulla - o quasi - all'immaginazione, portando sullo schermo anche sequenze davvero credibili e potenti - anche se, per quanto mi riguarda, il sesso esplicito al Cinema trova le sue due massime espressioni in Shortbus e L'impero dei sensi - e stimolando non solo eccitazioni varie ma anche e soprattutto una riflessione rispetto a quanto istintivi, cattivi, stupidi ed inesorabilmente innamorati possiamo riuscire ad essere nel corso della nostra vita.
Riuscire in un'impresa del genere grazie ad un film certo non tambureggiante in termini di ritmo ed attraverso un protagonista che personalmente ho trovato detestabile è l'ennesima conferma del talento visivo e di rottura di Noè, che scivola soltanto in un paio di momenti fin troppo provocatori - non sconvolgenti, sia chiaro, quanto forse più di cattivo gusto - ma confeziona l'ennesimo lavoro che chi avrà la voglia di affrontare non potrà più dimenticare.
In fondo, quello del torbido Gaspar è un Cinema d'esperienza.
E da amante della vita, non posso non amarlo.




MrFord




 

martedì 4 ottobre 2016

Demolition: amare e vivere (Jean-Marc Vallée, USA, 2015, 101')




Uno dei grandi misteri dell'universo per come lo conosciamo, con ogni probabilità, è l'amore.
Ognuno di noi, infatti, finisce per provare questo sentimento nel corso della vita in modi e condizioni quasi agli antipodi, prima da figlio e nipote e dunque, nel caso, da genitore o da nonno: nel mezzo, tutti i legami sentimentali della nostra vita - siano essi d'amicizia o rispetto a chi ci accompagna in questo viaggio per un breve o lungo tratto di percorso -, vissuti bene o male, da chi soffre o fa soffrire, dagli inizi roventi in cui tutto pare meraviglioso ai finali tra lacrime e difetti come se piovesse.
Eppure, nonostante tutte queste esperienze, di fronte all'amore siamo sempre clamorosamente disarmati, quasi come se non fosse possibile prevederne gli effetti collaterali, gli sbalzi e le tempeste, o la portata: spesso mi è capitato di pensare di aver compreso la dimensione di un amore dopo che lo stesso era finito, di non capire quanto una perdita mi avesse segnato, di pensare che, forse, certi amori potevano concludersi prima ed altri, invece, molto dopo - in questo senso, vorrei aver avuto qualche anno in più per confrontarmi con mio nonno Gianni, o non aver dovuto affrontare la morte del mio amico Emiliano -.
Demolition, firmato dall'autore di Dallas Buyers Club, Jean Marc Vallée, potrebbe essere un buon modo per cercare di (ri)vivere senza troppe spiegazioni le emozioni, le sensazioni e le cicatrici che lascia un amore, specie quando finisce in modo drammatico, lasciando liberi il cuore e l'istinto, proprio come se aveste la possibilità - e non penso esista qualcuno che non l'abbia sognato almeno una volta nella vita -, armati di martello, di sfondare da cima a fondo un appartamento, liberando energie che potranno essere positive o negative ma che, una volta terminato "il lavoro", vi faranno sentire più vivi e liberi di quanto non possiate credere di essere stati.
Gyllenhaal, come sempre bravissimo - forse è il migliore attore della sua generazione, parlando di Cinema USA -, conduce lo spettatore per mano attraverso momenti estremamente drammatici - lo scivolare nella dissociazione, il confronto con i suoceri ed il responsabile dell'incidente che ha portato alla morte di sua moglie -, altri piacevolmente maliconici - il rapporto con il figlio della nuova amica Karen, forse la cosa migliore del film - ed altri clamorosamente liberatori - l'epilogo -: e nonostante alcuni momenti possano risultare eccessivamente ricattatori o melensi - la camminata "musicale" in mezzo alla folla di New York o la giostra poco prima del finale, forse il punto più basso della pellicola -, ho trovato questo Demolition, difetti compresi, genuino e di pancia, uno di quei film che, pur non essendo destinati a cambiare la vita dello spettatore, finiscono per essere un piacere da rivedere, terapeutici come una bella sessione di sacco, una suonata o una scopata senza pensare al domani.
Perchè l'amore è anche questo.
Soprattutto questo.
Costruire. Ma anche imparare a demolire.
E farlo con tutto il trasporto di cui si è capaci.




MrFord





domenica 27 marzo 2016

Spring

Regia: Justin Benson, Aaron Moorehead
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 109'








La trama (con parole mie): il giovane Evan, californiano, perde nel giro di pochissimo tempo entrambi i genitori, ai quali era legatissimo, ed il lavoro sfogando la tristezza covata dentro nei lunghi mesi passati accanto alla madre malata. Finito nei guai anche con la Legge, decide di allontanarsi dagli States e prendersi un periodo per capire che direzione dare alla propria vita: giunto in Italia, e visitata Roma, si aggrega ad altri due ragazzi percorrendo la costa tirrenica: rimasto solo in una piccola località e trovato un impiego come contadino in cambio di vitto e alloggio, Evan conosce Louise, misteriosa sua coetanea con la quale inizia una storia travolgente fatta di sesso e complicità ma anche di tutti i presupposti per un innamoramento.
La ragazza, però, nasconde un segreto oltre ogni immaginazione: riuscirà Evan a convivere con lo stesso, e la storia a proseguire nonostante questo fardello?









E' davvero curioso, sentirsi dall'altra parte.
Un pò come quando, da studente, invidi i tuoi genitori che lavorano, ed in men che non si dica ti ritrovi con un lavoro e pensi a quanto era bello, al contrario, passare la giornata tra scuola, amici e libri - risultati ed applicazione a parte -.
Oppure quando, da adolescente, immagini di avere non solo il mondo in mano, ma anche un'intelligenza ed una sensibilità che tutti quegli altri stronzi, vecchi o giovani che siano, non avranno mai e poi mai.
E' una sensazione che mi ha accompagnato praticamente per mano nel corso di tutta la visione di Spring, pellicola anomala ed affascinante che ha serpeggiato nella blogosfera nel corso degli ultimi mesi ammaliando grazie ad un setting a noi familiare, una fotografia splendida ed una regia che resta ottimamente in equilibrio tra lo sfoggio di tecnica del giovane e lo sguardo esperto del vecchio.
Del resto, sempre per restare legati alle tematiche che il film affronta, mi sono sempre sentito in bilico tra i due protagonisti: io sono da sempre un grande fautore dell'esperienza e della vita vissuta, e vorrei godermi ogni giorno il più a fondo possibile aggrappandomi alla possibilità che abbiamo con le unghie e con i denti per quanto più tempo sarò in grado di restare aggrappato, ma se qualcuno mi desse l'occasione di poter avere un'eternità per vagare, esplorare, imparare, viaggiare e chi più ne ha, più ne metta, metterei subito la firma.
Per usare paragoni da nerd appassionato di giochi di ruolo, potrei quasi pensare di essere un vampiro con un temperamento da lupo mannaro, o un lupo mannaro che sogna di essere un vampiro.
Ma non voglio divagare troppo scrivendo di quanto mi piacerebbe potermela spassare da queste parti fino alla fine dei tempi.
Vorrei scrivere a proposito di Spring, film dalle due anime, senza dubbio interessante, enormemente affascinante, in grado di comprendere l'una e l'altra parte della mia natura, eppure ancora e clamorosamente acerbo, figlio tanto della grande sensibilità dei suoi autori quanto degli eccessi e della voglia di stupire degli stessi.
Non sapevo cosa aspettarmi, dalla visione, ed ammetto che le bottigliate hanno finito per tentarmi con un bicchiere in più a più riprese, ma in questo senso devo dare merito ai registi di aver confezionato una piccola perla, per quanto grezza, che riesce ad affascinare come la sua protagonista tanto quanto a spingere ed insistere come il suo main charachter: certo, non tutto fila liscio come l'olio, a tratti la sceneggiatura è troppo facile e con il finale, secondo me, ci si gioca molto del coraggio mostrato soprattutto nella parte centrale dell'opera e sul lavoro - ottimo - operato sui cambiamenti fisici contro i quali lotta l'eterna fanciulla - indimenticabili, in questo senso, la sequenza nella cripta prima dell'ultima iniezione o lo scambio di battute, in italiano nell'originale, dei due turisti attoniti all'interno della chiesa -, ma può andare anche bene così.
Spring è un film di formazione, tanto per lo spettatore quanto per chi l'ha progettato, sognato, vissuto: ed è proprio con questo spirito che va affrontato.
Cercate di viverlo sulla pelle, sentirlo scorrere sotto di essa, osservarlo dall'alto, e da lontano, e poi immergervi come se foste in cima ad una scogliera nell'attimo appena prima di tuffarvi ed in quello appena dopo l'impatto con l'acqua.
In ogni viaggio ci sono giorni buoni, e giorni cattivi.
Come nella vita.
L'importante è non fermarsi, e mantenere la mente aperta come se avessimo tutto il tempo del mondo.
E come se ogni giorno fosse l'ultimo.





MrFord





"Love bites, love bleeds 
it's bringin' me to my knees 
love lives, love dies 
it's no surprise 
love begs, love pleads 
it's what I need."

Def Leppard - "Love bites" - 







sabato 6 febbraio 2016

Sherlock - Stagione 3

Produzione: BBC
Origine:
UK, USA
Anno: 2013
Episodi:
3






La trama (con parole mie): dopo aver inscenato la propria morte ed essere sparito dalle scene per due anni, Sherlock torna alla ribalta sorprendendo compagni ed avversari, correndo in aiuto del fratello Mycroft e tornando accanto all'amico e compagno d'avventura John Watson, in procinto di sposarsi con la fidanzata Mary.
Proprio il matrimonio del suo partner d'azione sarà il palcoscenico perfetto per le capacità dell'investigatore più intuitivo e pieno di risorse del Regno Unito, pronto ad affrontare una minaccia che potrebbe addirittura tenergli testa, rivelazioni improvvise, un possibile esilio, rischi continui di morte e, soprattutto, l'apparente ritorno sulle scene di una nemesi che credeva definitivamente passata a miglior vita.







Devo ammettere di essere rimasto a bocca aperta.
Quando, non troppo tempo fa, con Julez approcciammo la prima stagione dell'osannatissimo Sherlock targato BBC interpretato - alla grandissima - da Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, rimasi almeno in parte deluso, per quanto la qualità del prodotto risultasse indubbiamente alta: "solo" più che discrete, quelle prime tre puntate, per farmi pensare di essere di fronte ad una proposta che vanta critiche concesse solo ai grandi nomi del piccolo schermo e paragoni illustri.
Già al secondo giro di giostra, però, con la marcia ingranata ed i meccanismi oliati, le cose erano cambiate ed abbiamo finito per trovarci di fronte non solo ad un titolo in netta progressione, ma anche ad una grande opera ispirata dai romanzi del mitico Arthur Conan Doyle resa attualissima ed avvincente: con la terza e qui presente stagione, la svolta - e la consacrazione - definitivi.
Sherlock passa, grazie ad episodi come Il segno dei tre, definitivamente di categoria, confermandosi un titolo di qualità altissima a livello tecnico, teso ed oscuro così come ironico e divertente, equilibrato perfettamente dai suoi due protagonisti ed arricchito non solo da comprimari d'eccezione, ma avversari e minacce sfaccettati ed affascinanti: percorrendo a memoria gli ultimi anni di piccolo schermo, oltre a faticare a trovare prodotti in grado di mantenere alto il proprio livello qualitativo, trovo quasi impossibile individuarne anche solo un paio - Breaking bad, nello specifico, e Spartacus - che nel corso della loro storia hanno vissuto un crescendo che li ha portati da partenze discrete o buone ad epiloghi esaltanti.
In particolare, dopo il rodaggio scanzonato e quasi da commedia nera del primo episodio, con il già citato Il segno dei tre l'asticella della qualità ha una vera e propria impennata, ed approfittando del matrimonio tra John Watson e la fidanzata Mary gli autori confezionano un episodio perfetto per scrittura e realizzazione, che mescola il giallo classico all'azione, corre avanti e indietro nel tempo di narrazione e non solo decostruisce la vicenda attraverso le indagini di Sherlock, ma come in un gioco di scatole cinesi incastra più sottotrame per poi risolverle come se fossero una soltanto: come se non bastasse, con l'ultimo episodio della stagione assistiamo ad un nuovo confronto tra Sherlock ed un rivale apparentemente senza punti deboli - quantomeno a livello mentale - ed al ritorno - attesissimo - di un altro grande personaggio che è parte integrante della mitologia legata al buon Holmes.
In tutto questo resta il tempo per osservare più da vicino l'idea - magnifica - avuta dagli autori per rendere anche visivamente il "palazzo mentale" di Sherlock, analizzare - da un punto di vista completamente diverso - la dipendenza del grande investigatore dalle droghe e mostrare lo stesso anche da un'angolazione decisamente più umana di quanto non si sia abituati quando si ha a che fare con la sua arguzia, spesso pronta a sconfinare in (giustificata) supponenza.
Sherlock, dunque, si presenta come una delle serie crime più innovative ed interessanti dell'attuale panorama televisivo, ed uno dei racconti più intensi, divertenti e profondi di amicizia: per questo, per la sagacia di Holmes ed il coraggio pane e salame di Watson, per i lati nascosti di Mary e le follie di Moriarty, qui in casa Ford attenderemo trepidanti anche la stagione numero quattro.





MrFord





"Three's my lucky number
and fortune comes in threes
but I wish I knew that number
that even little children seem to see
oh, I'm missing everything I knew
it's just so hard to be a child
oh, i'm missing all the things i knew
yet whinge i knew nothing at all
I whinge i knew nothing at all."
Massive Attack - "Three"-  






domenica 24 gennaio 2016

Non essere cattivo

Regia: Claudio Caligari
Origine: Italia
Anno:
2015
Durata:
100'






La trama (con parole mie): siamo a Ostia, nel pieno degli anni novanta. Cesare e Vittorio, cresciuti insieme ed abituati ad una realtà difficile e degradata, passano le loro giornate rimbalzando tra la piccola criminalità e le serate tra alcool e droga, fino a quando, per caso, Vittorio conosce Linda, che vive mantenendo un figlio tentando di stare lontana dalle zone d'ombra, e decide di mollare tutto, ripulirsi e ricominciare come operaio in cantiere.
Cesare, invece, resta ancorato agli eccessi ed al vecchio mondo dei due amici, rimbalzando tra l'amore per la madre e la piccola nipote malata, i tentativi di reinventarsi un'esistenza normale proprio accanto a Vittorio ed una storia con la ex di quest'ultimo, Viviana, che vorrebbe coronare trovando una casa dove, chissà, un giorno o l'altro potrebbe formare una famiglia.
Quando, però, i nodi di una realtà troppo dura verranno al pettine, Cesare dovrà affrontare il suo destino.





Questo post partecipa alle celebrazioni nostrane ribattezzate Cinema Italiano I love you!





"Bruno, tu ci sei mai salito, su una barca come quella?"
"No."
"Mi sa che non ci saliremo mai."
Recita più o meno così il confronto nell'ombra tra Cesare e Bruno, pronti ad osservare un pezzo grosso - che sia criminalità, politica o chissà cos'altro poco importa - allontanarsi dopo la loro consegna con una donna al seguito su uno yacht di lusso, mentre a loro non resta altro che tornare alla quotidiana desolazione del litorale ostiense.
Potrebbe essere quasi tutto qui, il senso dell'ultimo, potentissimo film di Claudio Caligari, uno che ha dovuto lottare con le unghie e con i denti ad ogni sua produzione - questa compresa - solo per finire "a morire come uno stronzo avendo fatto solo due film", come confessò all'amico Valerio Mastandrea, grazie all'impegno del quale è riuscito ad arrivare in sala postumo anche Non essere cattivo.
Ma nella storia di Cesare e Vittorio - interpretati straordinariamente da Luca Marinelli e Alessandro Borghi - c'è molto di più: tutta l'energia della gioventù bruciata, della voglia di riscatto, della condanna sancita dal luogo in cui si nasce, dello scoramento che porta ad una candela che brucia dai due lati o ad una quotidiana lotta pronta a logorarci - e ancora una volta un altro dialogo, quello tra Vittorio e la sua compagna a tavola nel finale, risulta quasi agghiacciante, con lei che quasi scocciata domanda a lui, che proprio per starle accanto ha rinunciato al crimine ed alle droghe per guadagnarsi il pane con il sudore della fronte ed i calli sulle mani, se quello che hanno davvero gli basta -, la potenza del Pasolini di Accattone e, in tempi più recenti, dei Loach e dei Dardenne, le risate e le lacrime, la tristezza senza possibilità di appello ed anche, perchè no, una speranza.
E chissà se Cesare guarderà a Vittorio come ad un modello, e lotterà per uscire da una periferia così grande da fagocitare anche più della grande città, o se il destino di suo padre segnerà per lui un percorso definito, come è stato per la cugina che non conoscerà mai, quella che abbraccia un orso di peluche e vede un Cesare che nessun'altro può vedere, al quale può chiedere, implicitamente, di non essere cattivo, e guardare al futuro con la speranza di qualcosa di meglio di quello che hanno.
Nessuno dei ragazzi di Ostia ha una risposta, probabilmente, non ce l'ha Bruno, che assicura a Vittorio che quello che considera come il figlio di quest'ultimo non avrà posto tra i suoi uomini, perchè non vorrebbe mai vedere il sangue del sangue di un amico entrare nel giro, non ce l'ha lo stesso Vittorio, che probabilmente si sentirà, nella sua vittoria contro l'ovvio fato che pareva prestabilito, come il peggiore degli sconfitti, non ce l'ha chi resta, e chi se n'è andato.
Non da un'altra parte, migliore.
Ma sottoterra.
Forse, ad averla, è solo Cesare.
Il Cesare del futuro, che sorride a quello che per suo padre è stato come un fratello, e che deve ancora costruire tutta la sua vita.
E può sognarla senza dover per forza lottare.
Senza dover essere per forza cattivo.





MrFord





"Se scoppio questo è un ciao 
non è un addio 
se hai un fratello che ti vuole bene quello sono io 
un nuovo giorno nasce 
blu come la sorte 
io inseguo i miei fantasmi 
e ti abbraccerò due volte 
uno è per l'amore 
uno per la forza 
perderò la strada e troverò la mia salvezza 
staccarsi non è facile per niente ma va bene 
il mondo sconosciuto è il mondo che mi appartiene."

Assalti frontali - "Va tutto bene" -




Partecipano alla festa made in Italy anche:

Solaris: Io sono l'amore
Pensieri Cannibali: Non essere cattivo
Director's Cult: Il volto di un'altra
Mari's Red Room: Shadow
Non c'è paragone: Basilicata Coast to Coast
In Central Perk: Maicol Jecson
Bollalmanacco: Almost Blue
Delicatamente perfido: Italiano medio





domenica 6 dicembre 2015

Il giardino delle parole

Regia: Makoto Shinkai
Origine: Giappone
Anno: 2013
Durata: 46'





La trama (con parole mie): Takao, un liceale quindicenne abituato a vivere come un adulto e che coltiva il sogno di diventare un artigiano specializzato nelle calzature, adora la pioggia e sfrutta ogni giorno di brutto tempo per entrare più tardi a scuola e soffermarsi in uno dei giardini pubblici di Tokyo a disegnare modelli e riflettere.
Quando, in una delle sue ore di "fuga" incontra nel suo luogo preferito Yukari, una donna più grande di lui intenta a leggere sorseggiando birra e mangiando cioccolata, il suo mondo segreto viene turbato dalla presenza della stessa: da quel momento in avanti, la speranza, prima di Takao e dunque anche di Yukari, è che ogni giorno piova in modo da potersi incontrare e parlare delle proprie vite e dei sogni.
Quando Takao scoprirà che Yukari è in realtà una professoressa del suo stesso liceo allontanata dall'incarico per un sospetto legame con uno studente, l'equilibrio si rompe: dove porterà il loro rapporto, e la pioggia?










Nel corso degli anni, fin da quando, ai tempi dell'esplosione della passione del sottoscritto per il Fumetto, approcciai per la prima volta l'animazione nipponica, quest'ultima ha regalato al Saloon grandissime soddisfazioni, dal rivoluzionario Akira all'oscuro Ghost in the shell, passando per i Capolavori dello Studio Ghibli ed il lavoro straordinario di un altro grande artista scomparso troppo presto, Satoshi Kon: quando, dunque, la fama finisce per precedere un titolo proveniente dalla terra del Sol Levante le aspettative in merito finiscono per essere sempre altissime.
E' stato così, ai tempi, con prodotti stupendi - per motivi diversi - come Il vento dell'amnesia o Ninja Scroll, e più di recente con questo Il giardino delle parole, mediometraggio incensato spesso e volentieri come un commovente affresco al quale è impossibile resistere.
Come è accaduto, fortunatamente, poche volte in passato - ricordo la sonora dormita su I racconti di Terramare - il risultato, visione alle spalle, è stato quello di una parziale delusione: intendiamoci, il lavoro di Makoto Shinkai è tecnicamente strepitoso, animato alla grandissima, strutturato con criterio e, probabilmente, agli occhi di un quindicenne, incredibilmente struggente: peccato che non riesca, di fatto, ad abbattere i confini che il Tempo inesorabilmente pone nello spettatore quando cresce ed invecchia, come al contrario spesso e volentieri accade con i lavori di Miyazaki, in grado di parlare a chiunque dai tre ai centotre anni, e finisca per risultare un esercizio di stile che ai più stagionati tra noi apparirà come un cuginetto molto minore dell'indimenticabile Video Girl Ai.
Non ho voglia, però, di sminuire il valore di un'opera indubbiamente interessante che andrebbe visionata anche solo per la sua strepitosa resa visiva e l'attenzione ai dettagli - in alcuni passaggi pare quasi di trovarsi di fronte ad un film di fiction, tanto reali appaiono personaggi, movenze e cornice dell'azione -, ma semplicemente di dare una misura ad aspettative che potrebbero risultare dannose per la stessa o a giudizi decisamente eccessivi in merito - ormai si finisce per spendere un pò troppo facilmente la parola Capolavoro -: la vicenda di Takao e Yukari, ad ogni modo, finirà per conquistare con la sua semplicità, il suo essere in una certa misura molto "normale", dal sapore malinconico che momenti come la fine delle vacanze o di un ciclo di studi sanno essere.
L'incertezza di fronte alla solidità del sole e della realtà per come la conosciamo nella sua quotidianità di fronte alla certezza del piacere di evadere, sognare, trovare il proprio mondo, e non il proprio posto nel mondo: non sarà nulla di particolarmente clamoroso, ma spesso e volentieri è proprio "dal molto piccolo" - e torna alla memoria l'incipit dell'indimenticabile Grosso guaio a Chinatown - che provengono le scintille destinate a far nascere i fuochi più indomabili.
Del resto, nel corso dell'adolescenza di ognuno di noi è nascosta almeno una piccola, grande cotta che, finita bene o più probabilmente male, ha segnato il momento in cui tutti abbiamo cominciato a farci le ossa del cuore preparandoci a quello che sarebbe stata la vita, con le sue stagioni, il suo sole e la sua pioggia, consci che entrambi avrebbero contribuito a costruire quello che saremmo diventati.





MrFord





"I will walk... With my hands bound
I will walk... With my face blood
I will walk... With my shadow flag
into your garden
garden of stone."

Pearl Jam - "Garden" - 






mercoledì 25 novembre 2015

Kreuzweg - Le stazioni della fede

Regia: Dietrich Bruggemann
Origine: Germania, Francia
Anno: 2014
Durata: 110'






La trama (con parole mie): Maria, quattordicenne molto credente che vive con la famiglia a stretto contatto con una parrocchia fondamentalista cattolica, vive con molto trasporto e decisione l'avvicinamento alla Cresima ed il rapporto con Dio, sognando di essere da Lui scelta per ascendere al cielo sacrificando se stessa in modo che il suo fratello minore, malato, possa guarire.
Il legame con la Fede è così forte e radicato da portarla al conflitto con se stessa, le sue pulsioni da adolescente e la madre, figura dispotica all'interno della famiglia legata ad un approccio ancora più marziale della religione rispetto a quello della ragazza: riuscirà Maria a venire a patti con la sua radicata fede e la sua età, o il suo destino sarà quello di affrontare una crisi che potrebbe cambiarle la vita?








Nel corso della vita, ho sempre avuto un rapporto complicato, con la religione.
Essendo nato e cresciuto in paese cattolico ho subito, almeno fino al periodo delle scuole medie, l'influenza della cultura millenaria del nostro continente: dunque processo obbligato, dal battesimo alla comunione, fino alla cresima.
Venne poi l'adolescenza a mettere in discussione il tutto, e nel giorno del funerale di mio nonno, lo stesso dell'amore per il Western e di molti dei ricordi più felici che ho dell'infanzia, dissi a me stesso, dopo averlo visto spegnersi un giorno dopo l'altro per un'estate intera spesa andando a trovarlo in ospedale quotidianamente, che non mi sarei più fatto fregare dal senso di colpa e dalla paura: si vive e si muore, come Natura vuole.
E mi sarei goduto il più possibile quello che c'era nel mezzo.
Prima di arrivare ad abbracciare appieno il mio nuovo punto di vista ci vollero anni, esperienze, viaggi, batoste e vittorie, e tutto quello che l'esistenza presa per le palle porta in dono, ma nel frattempo non ho mai nascosto la mia avversione per tutte le religioni e l'influenza che hanno, in tutto il mondo, sull'Uomo.
L'unico baluardo a continuare a farmi riflettere sul concetto di Fede - che non è religione, sia chiaro - è rimasto il Cinema, pronto, stagione dopo stagione, a sottopormi a prove più profonde ed importanti di quante abbia avuto da dio o chi per lui: Red lights, Vita di Pi, Alabama Monroe, questo Kreuzweg, sono riusciti a toccare corde che mai e poi mai avrei pensato potessero neppure esistere, dentro un peccatore ateo e dedito al caos come il sottoscritto.
Come se non bastasse, questo film aveva tutte le carte in regola per rischiare la tempesta di bottigliate, al Saloon: alte pretese, nessuna volontà di dialogare con il pubblico prendendo la via più semplice - e non più facile, si badi bene -, tutte le caratteristiche tecniche del perfetto lavoro d'autore - inquadrature fisse, lunghi piani sequenza, ritmo scandito da capitoli che sono, di fatto, quasi cortometraggi all'interno della pellicola -: ma la storia di Maria, devota e determinata quanto una Giovanna D'Arco moderna, ed altrettanto deviata, a suo modo, conquista inesorabilmente già dalla prima "stazione" di questa Via Crucis.
La lezione di catechismo "estrema" del prete della parrocchia della giovane protagonista, e la volontà di quest'ultima di manifestare quanta più Fede possibile, inizialmente guardate con ironia e dall'alto in basso da chi, come il sottoscritto, di fatto si considera oltre certe stronzate, apre una breccia che conduce, un passo dopo l'altro, allo strepitoso crescendo finale, che oltre a mettere in luce il concetto di Fede con coscienza critica mette all'angolo anche chi vive lontano dalla stessa grazie a tre passaggi da brividi: la stanza d'ospedale e l'evoluzione della malattia del fratellino della protagonista, il rapporto tra i genitori a fronte di un evento così sconvolgente come la perdita di un figlio, la ripresa su quel fiore gettato in una tomba prima dello "sguardo" della macchina rivolto al cielo sono un pugno nello stomaco rispetto a chiunque, che stia da una parte o dall'altra della barricata della Fede stessa.
Per quanto mi riguarda, continuerò a pensare che la religione sia una delle più grandi truffe ideate dall'Uomo per l'Uomo, nonostante Kaiser Soze dichiari che la più grande bugia che il Diavolo abbia raccontato al mondo sia il fatto che non esiste, come rimarca anche il catechista di Maria.
Di fatto, qui al Saloon si crede più al Cinema che non in dio, dunque pare assurdo che, in qualche modo, le due cose si intersechino: eppure, a volte, è così.
Questo perchè, di fatto, dio - o chi per lui - e la religione sono figli dell'Uomo, e dunque a volte, quando riescono a volare alla stessa altezza, pare quasi finiscano per essere una cosa sola.
Da questo punto di vista, crederò sempre nella settima arte.
Credo in Kreuzweg.
E credo nell'Uomo, che è riuscito a raccontare con questa potenza una cosa complicata, profonda, di fatto inenarrabile come la Fede.
E non parlo di religione, sia chiaro.
In un'epoca come questa, figlia di strumentalizzazioni che portano solo il peggio che si possa pensare dell'umanità, Kreuzweg mostra una religione che è possibile non seguire.
Una religione che può condannare, o che può salvare.
La scelta è e sarà sempre nostra.
E non di qualcuno ai piani alti che pensa di pensare per noi.





MrFord





"Scioglie la neve al sole ritorna l'acqua al mare
il vento e la stagione ritornano a giocare
ma non per te bambina che nel tempio resti china
ma non per te bambina che nel tempio resti china."
Fabrizio De Andrè - "L'infanzia di Maria" -







martedì 3 novembre 2015

APPuntamento con l'@more

Regia: Max Nichols
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 86'





La trama (con parole mie): Megan è una giovane appena laureata traumatizzata dalla fine della storia con il suo ex storico, senza un lavoro ed una prospettiva futura, che l'amica e coinquilina Faiza vorrebbe sistemare per poter dividere l'appartamento con il fidanzato. Spinta proprio da Faiza a creare un profilo su un sito di incontri e dedicarsi alla ricerca di qualcuno con cui distrarsi grazie ad un pò di sano sesso occasionale, la ragazza finisce nell'appartamento del quasi coetaneo Alec, che lavora in banca ma, fondamentalmente, si preoccupa principalmente di vivere bene nel resto della sua vita.
Quando, però, la mattina dopo la loro avventura una tormenta di neve li costringe a passare quarantotto ore insieme nell'appartamento del ragazzo, il loro rapporto si evolve, passando dal disinteresse all'ostilità, finendo per trasformarsi in amicizia di letto e, forse, qualcosa in più.










Di norma, quando si tratta di scegliere un titolo disimpegnato per passare una serata a neuroni spenti nella speranza di non addormentarsi dopo una giornata spesa tra allenamenti, lavoro, sessioni di gioco intensivo con il Fordino, le scelte del sottoscritto si restringono all'action tamarro o all'horror: difficilmente, infatti, a meno che Julez non abbia resistito al sonno, le commedie romantiche leggere finiscono in cima alla lista, nonostante negli anni mi abbiano riservato diverse sorprese piacevoli - ricordo, su tutte, l'ottima Crazy, stupid love -.
Di tanto in tanto, però, vuoi per la mancanza di controproposte, vuoi per il minutaggio che rende più probabile una ritirata a letto ad orari umani, anche prodotti come questo APPuntamento con l'@more - agghiacciante l'adattamento italiano dell'originale e molto più interessante Two night stand - finiscono per ritagliarsi il loro spazio al Saloon: come se non bastasse, nonostante il genere, attori simpatici ma non particolarmente brillanti, soluzioni di sceneggiatura poco realistiche ed il voto bassino, ho trovato il lavoro di Max Nichols piuttosto scorrevole e divertente, perfettamente inserito nel filone "uomini che cercano di comprendere le donne e viceversa" che è sempre sociologicamente interessante riscoprire in coppia o da soli, passando dai momenti più divertenti a quelli così vicini alla realtà da essere quasi drammatici.
Inoltre, devo dare atto a questa commedia sostanzialmente leggerina - forse perfino troppo - che se l'avessi vista in uno dei periodi della vita di malinconia da lupo solitario dedito proprio agli one night stand la visione avrebbe suscitato quell'insana voglia di innamorarsi che a volte prende perfino i più stronzi ed apparentemente duri di noi.
L'evoluzione della storia tra Alec e Megan, con le loro imperfezioni e comprensibili umanità, risulta, seppur centrifugata in un'evoluzione rapidissima, decisamente credibile, ed in più di un caso mi ha riportato alla mente il periodo in cui conobbi Julez, quando a partire dall'amicizia quasi da buddies abbiamo cominciato a scoprirci l'un l'altra mantenendo una distanza di sicurezza che ci ha permesso di conoscere anche i lati peggiori di noi - è ancora memorabile la notte di una sbronza mortale presa dal sottoscritto con Julez al telefono che mi guida fino al suo appartamento di allora, ed io che mi sveglio la mattina dopo con addosso una sua tuta e una maglietta senza ricordarmi nulla, un biglietto e le chiavi di casa da riportarle quando sarei andato a prenderla in Accademia per il nostro consueto aperitivo del venerdì, e prima di uscire lasciai un ricordino praticamente tossico nel bagno cieco dove, subito dopo di me, entrò una delle sue coinquiline, un bulldog fatto donna che tra l'altro detestavo -.
Certo, tutto scorre quasi senza colpo ferire, e tolte un paio di idee carine - il ballo separati, l'irruzione nella casa dei vicini - non vi troverete certo di fronte ad un titolo capace di essere più di un one - o two, se proprio volete - night stand, ma in quel caso vi porterà in dono tutto quello che potrebbe piacervi: proprio come quella ragazza con la quale avete diviso una notte, della quale non ricordate bene il viso, o il nome, ma che avete impressa nella memoria per un momento, o qualche mossa che non avevate mai potuto sperimentare, o non avete più sperimentato dopo.
A volte, basta anche questo.




MrFord




"Don't you know that you're nothin' more than a one night stand.
tomorrow I'll be on my way, an' you can catch me if you can.
honey, take me by the hand and play that game again, yeah."
Janis Joplin - "One night stand" - 






domenica 27 settembre 2015

Black Mirror - Stagioni 1 e 2

Produzione: Channel 4
Origine:
UK
Anno: 2011, 2013
Episodi:
3+3





La trama (con parole mie): dal futuro del lavoro e delle illusioni da grande - e grandissimo - schermo ai ricordi manipolati, dalla politica distorta alla solitudine ed al superamento del dolore, un'esplorazione del presente in divenire dell'Uomo e dei sentimenti passata attraverso la distopia. Quali confini nasconde il nostro animo? Fino a che punto siamo disposti a spingerci per rispondere ad un ricatto, assaporare il successo, tornare a toccare o sfiorare per la prima volta la persona amata? 
Spogliati del Tempo e dei contesti, uomini e donne assolutamente normali tentano di scoprire la loro risposta di fronte ad un banco di prova enorme: quello della vita.
Troveranno quello che cercano, o il loro ulteriore futuro sarà anche peggiore di quello che si prospetta per noi? Quale immagine si mostrerà a chi deciderà di specchiarsi nell'immagine dei lati più oscuri dell'anima?








Negli ultimi dieci anni l'universo delle serie televisive ha conosciuto, senza dubbio, il suo periodo migliore di sempre, dall'esplosione del fenomeno Lost al fiorire di proposte pronte a garantire una qualità degna del grande schermo e a "rubare" allo stesso molti protagonisti.
Ma non è stato soltanto il colosso statunitense a produrre titoli degni di nota, e da Misfits - almeno per quanto riguarda le prime due stagioni - a Broadchurch, il Regno Unito si è rivelato una garanzia di qualità pronta a stupire un pubblico magari più ristretto ma non per questo poco esigente: da tempo, qui nella blogosfera e non, sentivo parlare di Black Mirror, miniserie progettata per esplorare un futuro più o meno prossimo che aveva riscosso pareri a volte entusiastici con la sua analisi della distopia e dello sci-fi.
Rispetto a Dead set - creatura uscita dalla stessa penna - il passo avanti è sicuramente notevole, e l'esperimento è senza dubbio interessante, anche se, a conti fatti, ho trovato le due stagioni meno strepitose di quanto le aspettative non prevedessero, forse patendo una struttura ad episodi che non garantisce sempre lo stesso livello di soddisfazione ed un approccio clamorosamente freddo, che ha finito in alcuni casi per sconfinare quasi nella noia.
Non che questo significhi una bocciatura per il lavoro di Charlie Brooker, che risulta assolutamente valido ed in grado di analizzare la nostra società attraverso la lente dei singoli racconti, ambientati in un mondo ipotetico e futuro ma clamorosamente vicini alla realtà che viviamo quotidianamente: una sorta di cocktail discretamente alcolico di Her e Se mi lasci ti cancello, senza dimenticare una spruzzata di incubo sociale in pieno stile Minority report.
In questo senso, dei tre episodi della prima stagione ho finito per preferire il secondo, Fifteen million merits, ambientato in una società orwelliana dominata da un reality show che ben fotografa la febbre da notorietà e da sogni venduti a caro prezzo ai "comuni mortali" dai gestori del potere.
Gli altri due, il più che critico rispetto a politica e social networks The National Anthem e The entire history of you, interessanti soprattutto per le osservazioni sulla società, mi sono parsi invece solo discreti, incapaci di raggiungere il livello del già citato Fifteen million merits.
L'annata numero due, invece, ha rappresentato senza dubbio un salto in avanti sia per quanto riguarda l'approccio - meno distaccato e più coinvolgente per il pubblico - che per il valore complessivo delle storie narrate: nella prima assistiamo al confronto tra una giovane donna innamorata e rimasta incinta ed il simulacro artificiale comandato da un computer del suo compagno, morto improvvisamente in un incidente stradale, forse il più lirico ed intenso tra tutti gli episodi; con White bear si cambia registro aumentando in un certo senso la potenza, mentre con il conclusivo The Waldo Moment forse finiamo per trovarci di fronte al punto più alto della serie: una riflessione spietata e decisamente inquietante sui poteri della politica e della comunicazione, ormai dominanti nel nostro mondo e divenuti superiori a quelli più naturali che regolano i bisogni istintivi della vita stessa.
La vicenda di Jamie, comico assunto per impersonare l'irriverente pupazzo Waldo finito per divenire prigioniero prima dello stesso e dunque del Sistema risulta assolutamente esemplare della condizione in cui noi stessi viviamo, spesso e volentieri e non sempre consapevoli pupazzi nelle mani di un mondo - e di un'organizzazione - più grande di noi pronto a vendere prodotti il più possibile applicabili alla società ormai globalizzata.
In un certo senso, finiamo per essere tutti Waldo.
E per votare pupazzi che ricordano da vicino l'immagine distorta di un black mirror da incubo.




MrFord




"Shot by a security camera
you can't watch your own image
and also look yourself in the eye
black mirror, black mirror, black mirror."
The Arcade Fire - "Black mirror" - 




Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...