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sabato 30 marzo 2019

Saturday night's child


Nuova settimana e nuovo ritardo - ormai quasi prassi - per la rubrica delle uscite a tre più nota della blogosfera: ad accompagnare la consueta coppia formata da questo vecchio cowboy ed il re dei radical chic Cannibal Kid, il buon Marco Contin, chiamato a confrontarsi con potenziali delusioni e potenziali conferme. E non sto parlando di Peppa e me.

Prima di lasciarvi alle uscite, però, ritaglio uno spazio pubblicitario per annunciare con grande orgoglio che qualche giorno fa è uscito il secondo romanzo di Julez, Partita Doppia, prima parte di una storia che è riuscita, grazie alla determinazione e alla passione della signora Ford, a convincere perfino un tamarro come me che con il romance ha davvero poco da spartire.
Ovviamente invito tutti voi a fare un giro su Amazon e portarvela a casa.


Partita doppia: Double Trouble Series #1 (Pigalle) di [Ferrari, Bianca]

Dumbo

"Non possiamo prendere nel circo Cannibal e Ford: quei due sono troppo freaks anche per noi!"

Marco: La nuova tendenza di Hollywood è quella di riproporre in live-action, classici dell’animazione Disney. È stato così per La bella e la bestia e per Il libro della giungla e ora ci prova anche Tim Burton con Dumbo. Le ultime prove del regista californiano sono state abbastanza deludenti, ma qui torna a parlare di temi a lui cari come i freaks e l’accettazione del diverso. La CG non mi convince troppo, anche se a detta di molti, motivata da nobili intenzioni (schierarsi contro lo sfruttamento degli animali nei circhi). Il cast stellare è composto da diverse vecchie amicizie di Burton, come Danny De Vito, Michael Keaton e la sempre gno…bellissima Eva Green. Insomma chi più ne ha più ne metta.
Cannibal Kid: La casa di produzione preferita da Ford, la Disney, conferma di essere sempre più a corto di idee originali. Proprio come Ford. Negli ultimi anni come cose nuove degne di nota ha tirato fuori giusto Frozen e Inside Out, e pure quelle mi sembra le abbia mezze scopiazzate in giro. Quanto a questo “nuovo” Dumbo sulla carta non promette nemmeno troppo male. Da bimbetto la pellicola d'animazione m'aveva persino commosso, il cast di questa versione non è niente male e alla regia c'è Tim Burton. Peccato solo che sembri l'ennesima rilettura live-action inutile e inoltre Burton quando si dà alle disneyate, come con Alice in Wonderland, dà del suo peggio.
Ford: non ho mai approvato l'idea Disney di trasformare i suoi Classici in live action, e fatta qualche eccezione quantomeno discreta - Il libro della giungla - di norma l'esperimento si è rivelato a mio parere fallimentare quantomeno sotto il profilo della qualità. A dare in parte speranza a questa versione di Dumbo c'è Tim Burton, autore di numerosi film cult ed un paio quantomeno memorabili, che però di recente pare avere messo in naftalina la sua vena migliore. Onestamente, non andrei a vederlo nemmeno sotto tortura, ma pare che i Fordini siano decisamente intenzionati a trascinarmi in sala.

Border - Creature di confine

Ford e Cannibal in una delle loro serate più tranquille.
Marco: Film in cui la storia è più interessante della morale di fondo, che per quanto giusta e fondamentale, non dice nulla di nuovo, basti infatti pensare ai “diversi” di Burton o all’Elephant Man di David Lynch. La pellicola, che mischia vari generi (dal fantastico, al drammatico, passando per il sentimentale) ha avuto successo in tutto il mondo, chissà se sarà un successo meritato. Certo però che i due protagonisti sono brutti forte…
Cannibal Kid: Curiosa pellicola svedese che ho già visto. La cosa più curiosa è che in un paese così pieno di figa, la protagonista sia più spaventosa di Ford. Cazzate a parte, la pellicola pur perdendosi ed esagerando un po' nel finale, è un gioiellino che merita di essere visto. A me è piaciuta abbastanza, ma la consiglio in particolare al mio blogger rivale. Con 'ste storie di freaks più pane e salame che radical-chic lui ci va a nozze e, se per una volta darà retta a un mio saggio consiglio, credo rivedremo questo titolo nella top 10 dei suoi film preferiti dell'anno.
Ford: film nordico che pare molto fordiano e che, nonostante il consiglio del mio rivale, credo cercherò di recuperare al più presto. Dovessi trovarmi nella spiacevole condizione data dal dargli ragione, avrò guadagnato una buona visione, altrimenti mi consolerò con la felicità di potergli dare contro.

Bentornato Presidente!

"Mi sento un pò a disagio: probabilmente come chi andrà a vedere questo film."
Marco: Sequel di Benvenuto Presidente di cui, sinceramente, non ne sentivo l’esigenza. Il trailer lascia intuire una voluta caricatura del clima politico attuale, ma anche un disegno dei personaggi fin troppo macchiettistico. Io amo il cinema italiano e perciò non andrò a vedere questo film in sala.
Cannibal Kid: Anche io negli ultimi tempi ho imparato ad amare il cinema italiano. E, benché farà fatica ad ammetterlo, persino Ford. Pure io quindi eviterò questo film in sala. E pure a casa, visto che avevo trovato il precedente Benvenuto Presidente! tremendo (http://www.pensiericannibali.com/2013/09/benvenuto-deficiente.html).
Ford: non avevo visto il primo, non credo certo che vedrò il secondo. Questo è il cinema italiano che non è il Cinema italiano. E non sa neppure dove sta di casa.

The Prodigy - Il figlio del male

"Papà mi ha detto: da buon Fordino, vai a fare paura a quella zucca vuota di Cannibal!"
Marco: Ennesimo horror su un bambino posseduto da un demone (o spirito o diavolo in persona). Dunque niente di nuovo sul fronte occidentale (inteso come cinema hollywoodiano) ma che, appena avrò modo, recupererò sicuramente, dato che questi film finisco sempre con l’intrigarmi, ben sapendo che gli spaventi saranno per lo più dovuti a jump scare e quasi sempre telefonati.
Cannibal Kid: Peccato. Dal titolo speravo fosse il biopic musicale dedicato ai Prodigy del compianto Keith Flint. In attesa che lo facciano, bisogna accontentarsi di questo horrorino. Pur schifandolo, mi sa che finiremo per guardarlo tutti e tre...
Ma comunque, il figlio del male non è il Fordino?
Ahahah!
Ford: caro Peppa, il Fordino ad oggi è preciso come uno svizzero e sensibile come un teen in piena tempesta emotiva, quindi direi che non ha raccolto da questo punto di vista l'eredità paterna, quantomeno quella attuale. E anzi, sono preoccupato che possa rivelarsi un radicalino del tuo stampo. Per quanto riguarda il film, horrorino inutile del quale non si sentiva l'esigenza e che probabilmente finirò per vedere e demolire come è giusto che sia.

Una giusta causa

"La causa tra Ford e Cannibal sarà più dura e sanguinosa del previsto."
Marco: Biopic che se qui in Italia fosse uscito l’8 marzo (dato la trama della vicenda) e con la giusta pubblicità, avrebbe forse sbancato i botteghini. Anche in questo caso non ci vedo nulla di nuovo, ma il film sembra diretto con mestiere da Mimi Leder (Deep Impact, Un sogno per domani). La presenza, anche se in un “piccolo” ruolo di Kathy Bates è poi una garanzia, o almeno lo spero.
Cannibal Kid: A parte la presenza di Kathy Bates, che ho sempre trovato più inquietante che brava, il cast mi sembra davvero notevole e vanta Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux e Cailee Spaeny. Pare un biopic-legal un po' troppo convenzionale, però un'occhiata gliela si potrebbe dare. Il fatto che Ford probabilmente non lo guarderà mai rappresenta una giusta causa.
Ford: pellicola sulla carta potenzialmente interessante a livello sociale, che però mi pare, a prima vista, poco incisiva e più da salottino da signore da pomeridiana che non un vero lavoro da pugni chiusi in stile Ken Loach. Dunque, mantengo i miei dubbi e per ora rimando la visione. Dovessi leggere recensioni particolarmente esaltate, poi, vedrò di recuperarlo. A meno che ad esaltarlo sia Cannibal. E a quel punto, sarebbe giusto evitarlo.

Captive State

"Yo! Siamo più supergiovani di quel fintogiovane di Cannibal!"
Marco: Un’invasione aliena, un mondo distopico, un film di fantascienza diverso dal solito. Sarà poi da vedere se le premesse vengono rispettate dato che questo sembra essere uno dei film più interessanti della stagione, non fosse altro che per la presenza del sempre ottimo John Goodman.
Cannibal Kid: Non sono un enorme appassionato di fantascienza, ma di sci-fi alternativa sì. Pellicole come Arrival, District 9 e Another Earth sono state tra le cose più sorprendenti viste negli ultimi anni. Quasi come Ford che dice una cosa furba. Questo Captive State sarà altrettanto stupefacente? Nutro qualche dubbio, ma per sicurezza darò un'occhiata.
Ford: la sci-fi distopica è un terreno minato, sul grande schermo. Si può passare dal supercult inaspettato alle schifezze mortali. Non penso che Captive State faccia parte di una o dell'altra categoria, ma onestamente non ho gran voglia di scoprire se potrei essere smentito, oppure no. Mi mantengo a distanza, pronto ad avvicinarmi in caso di bisogno.

lunedì 24 settembre 2018

Gli Incredibili 2 (Brad Bird, USA, 2018, 118')




- Quattordici anni fa, all'uscita del primo Gli Incredibili, rimasi folgorato dalla consueta perfezione del comparto tecnico Pixar messo al servizio di un regista che mi aveva colpito da tempo con lo splendido Il gigante di ferro, e che mostrava di amare la fantascienza e l'avventura classiche figlie degli anni cinquanta e sessanta ed i fumetti di supereroi, Brad Bird. Sono contento che il tempo non abbia reso meno interessante e di qualità questo sodalizio artistico.

- Ho letto diverse recensioni, in questi giorni, che lamentavano troppa linearità e classicità nel racconto, quasi l'impronta Disney ed il fatto che, per natura, i sequel mostrano sempre il fianco rispetto alla sorpresa degli originali pesassero come una condanna: a mio parere, invece, Gli Incredibili 2 si presenta per scelta come un racconto di stampo classico che ha nella sua classicità anche il suo bello, un pò come è stato di recente per Solo.

- Il già citato comparto tecnico Pixar è sempre pazzesco, dalle "location" al lavoro sui dettagli delle tute dei supereroi: quando si tratta di Cinema d'animazione non realizzato a mano, credo non esista una realtà come quella della costola Disney in circolazione.

- In barba alla linearità della trama ed alla facile intuizione a proposito dell'identità del "cattivo", i riferimenti alla Famiglia ed al rapporto tra genitori e figli risulteranno sicuramente veri, profondi ed interessanti per tutto il pubblico adulto, che finirà per immedesimarsi in un Mr. Incredibile stremato dalle incombenze domestiche e sosterrà come un padre o una madre orgogliosa la riscossa guidata proprio dalle "nuove generazioni" nel finale.

- Sempre spassoso il personaggio di Edna, la sarta dei super, ma la vera star della pellicola è senza dubbio Jack Jack, motore inesauribile di risate e smorfie impagabili nonchè sorpresa continua rispetto ai superpoteri: dalla lotta con il procione al confronto con i nemici "veri", il più piccolo di casa Parr è destinato a diventare l'idolo del pubblico come ora lo è per i Fordini, che all'uscita dalla sala per tutta la sera hanno continuato senza sosta ad imitarlo.

- In barba ai pregiudizi dei radical antidisneyani e pixariani, grazie a Jack Jack e alla cura nella resa del prodotto, le probabilità, dati gli incassi, della realizzazione di un terzo capitolo della saga di questa famiglia tanto super da apparire splendidamente normale sono a mio parere - così come, credo, dei vertici commerciali di Mamma Disney - molto alte.

- Molto emozionante e piacevole anche il corto "Bao", che precede la pellicola: non siamo ai livelli dell'Agnello rimbalzello o di Partly Cloudy, ma la tradizione di queste piccole chicche pixariane procede su ottimi binari.

- Gli Incredibili 2, a conti fatti, rappresenta il film perfetto per la Famiglia intesa come nucleo e come concetto: divertimento, sentimenti, azione, risate e bellezza per gli occhi condensati in due ore che volano ed accontentano chi si è appena affacciato alla meraviglia del Cinema e della Vita e chi, invece, comincia a vedere entrambi attraverso gli occhi dei piccoli "super" che rumoreggiano per casa.



MrFord



venerdì 31 agosto 2018

Solo - A Star Wars story (Ron Howard, USA, 2018, 135')





- Dovessi considerare di scegliere il charachter dell'universo di Star Wars che preferisco e più simile a questo vecchio cowboy non ci sarebbero dubbi: Han Solo sarebbe "the man".

- Ho sempre amato il Cinema d'avventura old school, quello con l'antieroe positivo, gli inseguimenti, le lotte, le battute e via discorrendo: in questo senso Ron Howard, che ha esperienza da vendere e tra gli artigiani di Hollywood è uno dei più capaci, è riuscito a portare a casa un lavoro onesto e solido, molto pop ma anche perfetto per i nostalgici.

- Sarà ormai sempre un pò uguale a se stesso, ma Woody Harrelson, per quanto mi riguarda, è uno di quei fattori che contano se si deve innalzare la qualità media di una produzione: il suo Beckett è uno spasso dalla prima all'ultima scena.

- Per un vecchio appassionato del brand di Star Wars è stato senza dubbio godurioso scoprire l'origine dell'amicizia tra Solo e Chewbecca, suo storico compagno, nonchè tornare su un episodio mitico come quello del passaggio di consegne del Falcon tra Lando e Han.

- Sicuramente gli appassionati più radical troveranno questo film assolutamente disneyano nell'approccio e nello svolgimento, lontano dall'oscurità di filmoni come L'impero colpisce ancora, eppure ritengo non ci fosse bisogno di sovraccaricare la storia, perchè charachters come questi, nati come i primi di un genere, sono ormai a loro volta divenuti classici, e dunque cosa potrebbe esserci meglio di una bella avventura per l'appunto classica per definirli?

- Curioso come un lavoro forse non originalissimo ma ben confezionato e pensato come questo riesca a non far pesare minimamente una durata comunque importante rispetto ad altri titoli, e non parlo solo di roba pretenziosa o d'autore, che con una quarantina di minuti in meno riescono ad apparire mattonazzi di quattro ore e mezza.

- Qualcuno storcerà sempre e comunque il naso, ma non sono il tipo che si preoccupa troppo per queste cose: per me Solo è un film riuscito e divertente, pop come è giusto che questo tipo di proposte siano, con la dose di amarcord che conviene, un ritmo sostenuto ed il mix di emozioni in grado di toccare chiunque. Anche chi farà finta di no.



MrFord



lunedì 16 aprile 2018

Ready Player One (Steven Spielberg, USA, 2018, 140')





Non è mai facile, per un film, partire dalla base data da un romanzo. Soprattutto quando il romanzo è scritto incredibilmente bene e alla lettura risulta incredibilmente esaltante.
Ho letto Ready Player One di Ernest Cline qualche anno fa, rimanendo incollato alle pagine dall'inizio alla fine. E da mesi, all'idea che Spielberg, nonostante gli ultimi, decisamente discutibili, lavori, potesse metterci mano, alimentava un hype davvero pazzesco.
E senza dubbio, Ready Player One è un gran bel vedere, frutto di una produzione e di mezzi tecnici ineccepibili.
Eppure, soprattutto pensando a quegli anni ottanta che tanto omaggia, e a Spielberg stesso, e alla meraviglia di un Cinema - anche quando nasce dalla Letteratura - che si gioca tutto sulle bocche spalancate del pubblico, questo film scorre senza lasciare il segno in modo piuttosto disarmante: non voglio fare il purista che si schiera a favore della pagina scritta contro l'adattamento cinematografico a tutti i costi, ma anche Julez, che non ha letto il romanzo, ha finito per dover resistere al sonno senza emozionarsi neppure per sbaglio di fronte ad una storia che, letta sulla pagina ed immaginata, aveva qualcosa di davvero magico, quasi come se avessero shakerato un cocktail con tutte le pellicole più significative per il Cinema d'avventura degli anni ottanta, i Fumetti, i giochi di ruolo e tutto quello che, ai tempi, era pane per qualunque ragazzino volesse sognare forte.
Dovendo ammetterlo, a tratti questo giocattolone studiato in tutto e per tutto - e votato al fan service, considerate le innumerevoli citazioni presenti nella pellicola legate alla cultura pop - mi ha addirittura annoiato, edulcorando parti decisamente forti del romanzo e finendo per risultare qualcosa di più simile ad un tentativo da Nuovo Millennio di ripercorrere le orme di un momento magico per il Cinema e non solo che poche opere recenti sono riuscite davvero a replicare.
Curioso, infatti, che uno dei romanzi che più ho amato negli ultimi anni mi abbia portato a questo momento, quando a fatica cerco di abbozzare un post che renda l'idea di qualcosa di divertente e piacevole da guardare ma assolutamente vuoto, o comunque lontano da quello che noi figli degli anni ottanta ci saremmo aspettati da quello che è, in tutto e per tutto, un omaggio a quell'epoca scritto da un autore che fa parte della nostra stessa generazione.
Ed è un dispiacere, anche perchè Spielberg ha significato una fetta importante della mia infanzia, ed affrontare una visione come questa - riuscita a tratti, ma emotivamente equivalente ad un ghiacciolo - potrebbe essere paragonabile al tentativo di giocare alla versione riadattata per Playstation 4 di un titolo amato quando ero bambino, da Double Dragon a Shinobi, passando per Cadillacs&Dinosaurs, e scoprire che la sua versione Nuovo Millennio è in realtà saporita e tosta quanto un cocktail annacquato.
Mi rendo anche conto che questo post sta diventando una sorta di versione da bottigliate di una recensione, quando a conti fatti il film non merita troppa severità, nonostante senza ombra di dubbio si sia decisamente lontani dal cult che in molti si aspettavano di trovare di fronte ai propri occhi quando al romanzo di Cline è stato associato per la prima volta il nome del padre di cose incredibili come E. T. o Incontri ravvicinati del terzo tipo: Ready Player One è semplicemente un prodotto ottimamente realizzato figlio di quest'epoca nonostante i rimandi a Gundam, alla DeLorean e compagnia danzante, e proprio per questo uguale, a conti fatti, a tanti altri che, in un certo senso, risultano più attuali ed emozionanti per chi tutti i dettagli raccontati da questa storia non li ha vissuti sulla pelle rispetto a coloro i quali, al contrario, ne hanno fatta quasi una questione di esperienza e di Fede.
E di fronte a qualcosa in cui è difficile riconoscersi, è meno stimolante cercare nuovi sentieri che partano dai vecchi.
O sperare di trovarsi, a sorpresa, in cima alla classifica.




MrFord




venerdì 23 marzo 2018

Annientamento (Alex Garland, UK/USA, 2018, 115')





Probabilmente non esiste un mistero più grande di quello che offriamo noi stessi.
Che si parli di corpo, o mente.
In fondo, gli abissi che nasconde il nostro cervello sono sconosciuti alla scienza almeno quanto i miracoli che è in grado, in positivo o in negativo, di compiere il corpo.
Per non parlare del concetto più ampio di Natura.
Forse, un giorno, saremo addirittura in grado di decidere del destino delle nostre strutture fisiche, o capiremo come l'energia che ci muove si evolve e saremo in grado, in barba alle religioni, di guadagnare davvero un'esistenza eterna.
Ma al momento, tutto è affidato a quello che proprio la Natura sceglie per noi, dai cambiamenti climatici, ai cataclismi, al modo di evolversi ed invecchiare della "carne".
Personalmente, anche se ormai molto vicino ai quaranta, mi sento più consapevole, forte e prestante di quanto fossi quando ne avevo venti: ho una tenuta da sportivo, ho prestazioni fisiche migliori, bevo molto di più, conosco i miei limiti e cerco un passo alla volta di superarli, vedo più chiaramente tante cose che allora potevo solo immaginare.
Eppure, la mia è una condizione transitoria, passeggera, mutevole.
Alla fine dello scorso gennaio, quando mio padre ha iniziato la sua lotta contro il cancro - pur se, fino ad ora, con successo e rispetto ad una situazione gestita per tempo, fortunatamente -, ho ripensato a quanto indistruttibile, in barba a tutti gli incidenti in bicicletta collezionati nel corso della vita, mi fosse sempre sembrato, e a quanto, inevitabilmente, la Natura ci impone, senza appello: Alex Garland, forte di una materia di base decisamente interessante, mette sul piatto una delle grandi piaghe della medicina, della scienza e in un certo senso della filosofia cercando di analizzarla dall'interno, quasi fosse un ostacolo con il quale fare i conti non tanto arrendendosi, o combattendo coltello tra i denti, quanto cercando di comprendere memori dell'insegnamento dell'Eraclito del Panta rei, quasi la malattia, il decadimento, il cambiamento facessero talmente parte del nostro universo e della nostra essenza da potersi considerare parte di noi.
In effetti, a ben guardare, l'invecchiamento stesso potrebbe essere considerato alla stessa stregua: iniziamo la nostra vita con un sovraccarico di energie, le vediamo esplodere, impariamo a fatica a gestirle e proprio nel momento migliore ne perdiamo progressivamente il controllo, fino a spegnerci.
Parrebbe quasi un'ingiustizia, se non fosse parte di un disegno che ancora non siamo riusciti ad osservare nel suo complesso, distaccati.
Lo stesso disegno che cercano di comprendere, ognuna grazie alla propria esperienza e sensibilità, le protagoniste della spedizione di questa storia che non sarà tra le più originali portate sullo schermo ma che, derivativa oppure no, conferma il talento di uno sceneggiatore e regista da tenere indubbiamente d'occhio, in grado di ribaltare uno dei concetti più oscuri e spaventosi che l'epoca moderna ha finito per dover affrontare e cercare di comprendere e proporlo al pubblico come una sfida, un'idea nuova, un cambiamento terribile quanto necessario per affrontare, chissà, un futuro differente da quello che ci siamo o potremmo mai immaginarci.
In fondo, in barba a battaglie, studi, storie d'amore, legami destinati a finire ed altri ad iniziare, violenza e conflitti, progetti ed idee, scenari ipnotici che ricordano Kubrick o Malick e cast di stelle emergenti o affermate, uomini o donne, passato o futuro, la questione primaria è legata al fatto che, per quanto mi riguarda, sarei disposto a cambiare, ad evolvere, a cercare, a scoprire pur di vivere in eterno: che si tratti di fiori, di sangue, di grida d'aiuto o di forme spaventose come sculture deformi.
Ma per quanto possa aggrapparmi a qualcosa, non è detto che la Natura sia d'accordo.
O che una luce negli occhi non possa cambiare tutto quello che avevo creduto, pensato e voluto.
Del resto, per citare Rocky, "la Natura è più furba di quello che l'Uomo crede".
Anche quando l'Uomo è parecchio avanti.



MrFord



 

giovedì 4 gennaio 2018

Seven Sisters (Tommy Wirkola, UK/Francia/Belgio, 2017, 123')




Lo sci-fi distopico, prima ancora di quello cosmico diviso tra astronavi e viaggi interstellari, è da sempre il mio favorito quando si parla di questo genere: da Blade Runner a Predestination, passando per Arancia meccanica, quando il Futuro appare più vicino del Presente nonchè specchio dei problemi dello stesso, è sempre interessante riflettere su quello che siamo e quale direzione potrebbe prendere - se non l'ha già fatto - il mondo.
Tommy Wirkola, autore che avrà sempre un giro gratis al Saloon grazie ai due spassosissimi Dead Snow ma anche un paio di bottigliate nella nuca per quella schifezza atomica di Hansel e Gretel, supportato da Netflix e da una Noomi Rapace nella sua personale versione di Orphan Black, regala una delle chicche più interessanti di questo periodo a cavallo tra la fine e l'inizio dell'anno, assolutamente non perfetto soprattutto nel corso dell'evoluzione della trama ma interessante, avvincente e ben ritmato, un giocattolone più profondo di quanto non si pensi di quelli che, giunti al termine della visione, si finisce per ringraziare quantomeno per aver ricordato quanto sia bello perdersi in una pellicola senza pensare al prima o al dopo, neanche ci si ritrovasse proiettati al suo interno.
What happened to Monday - adattato non si sa per quale assurdo motivo come Seven Sisters - è un viaggio non solo in un futuro spaventoso almeno quanto quello mostrato in cose come The Handmaid's Tale, ma anche nelle speranze di sette donne costrette a vivere una accanto all'altra e una come l'altra per oltre trent'anni, impossibilitate ad essere loro stesse se non all'interno di una casa che sarebbe quasi più facile identificare come prigione fino a quando il destino di una di loro non catapulta le altre al centro di una vera e propria lotta per la sopravvivenza che ha il sapore dell'inizio di una rivoluzione: Wirkola, che sotto sotto è un tamarro all'ennesima potenza, mescola con sapienza parti assolutamente action ad altre più intimiste - che, fatta eccezione per le rivelazioni nel finale, va detto, a mio parere funzionano solo parzialmente - e per quanto non destinato a lasciare davvero il segno nella Storia della Settima Arte, consegna al pubblico un gran bel prodotto d'intrattenimento, che non ha pretese ma guadagna punti, non si presenta come fosse un wannabe cult ma finisce, a modo suo, quasi per diventarlo.
Certo, la caratterizzazione delle sette sorelle è piuttosto tagliata con l'accetta e la Rapace non è un fenomeno, eppure tutto funziona e nel finale assistiamo ad un paio di twist decisamente interessanti, pronti ad offrire, oltre all'intrattenimento, spunti di riflessioni non indifferenti rispetto a quanto siamo o saremmo disposti a fare nel momento in cui si scontrano Amore e Famiglia, o ancora peggio, combaciano.
Il risultato è una sorta di versione tamarra di cose come Minority Report, tirata quanto basta per far vincere anche la stanchezza e godere dell'evoluzione della storia, che dalla sua ha il merito di aver tenuto inchiodata al divano anche Julez che non è particolarmente amante del genere ed ancor meno dell'attrice protagonista qui presente: merito senza dubbio di Wirkola, che vorrei vedere più spesso e con la possibilità di osare, senza essere imbrigliato da regole commerciali o trappole come il già citato Hansel e Gretel - del quale pare sia in lavorazione, purtroppo, un secondo capitolo -.
Per un titolo che doveva essere semplicemente una visione da decompressione da Feste e che ha finito per mancare la Top 30 dei Ford Awards praticamente solo per una questione di tempistiche, direi che è un risultato più che dignitoso.
Se consideriamo, poi, che gran parte dello stesso è merito di un(a) Lunedì, direi che il valore potrebbe addirittura raddoppiarsi.



MrFord



 

lunedì 12 giugno 2017

Alien - Covenant (Ridley Scott, USA/UK/Australia/Nuova Zelanda/Canada, 2017, 122')




In termini di esperienze d'impatto nella mia vita di spettatore, poche cose riescono a superare il primo, angoscioso, terrificante Alien firmato da Ridley Scott sul finire degli anni settanta: in particolare, ricordo benissimo - oltre alla cura dei dettagli, all'ambientazione, alla Nostromo ed alle sequenze divenute cult - il momento in cui a tentare di fermare il predatore cinematografico per eccellenza è il Capitano della nave, armato di lanciafiamme ed all'inseguimento della bestia nei condotti d'areazione: un passaggio al cardiopalma, degno di un film che resta uno dei vertici della fantascienza contaminata dall'horror di tutti i tempi.
Proprio quell'indimenticabile pellicola diede origine ad un brand che, negli anni, pur conservando il suo fascino, ha regalato pochi alti - l'Aliens di Cameron, sopra le righe e goduriosissimo - e molti bassi - per quanto mi riguarda, il massacrato dalla produzione Alien3 di Fincher -: quando, qualche anno fa, Scott decise di riprendere in mano la sua "creatura" con Prometheus, il livello di hype nei fan della prima guardia ebbe un picco da Guinness dei primati, complici le aspettative che il cult originale aveva contribuito a creare.
Aspettative che, almeno in parte, furono deluse, dando origine ad un ibrido che pareva mescolare gli effetti e la confezione con un tentativo di rendere filosofico il concetto della creatura creata dal geniale Giger: dunque, a conti fatti, un prodotto senza un'identità definita con alcuni momenti dal grande potenziale ed altri decisamente dimenticabili.
Proprio a causa di tutti questi precedenti, approcciare al post dedicato a Covenant è piuttosto difficile: questo perchè non si tratta, come fu anche per Prometheus, di un brutto film - Scott sa il fatto suo con la macchina da presa, e tutti i suoi collaboratori sono professionisti di altissimo livello -, o di qualcosa di poco interessante o coraggioso - la parte finale dedicata al personaggio di David, grazie anche ad un ottimo Fassbender, è notevole -, quanto privo non solo di un'anima vera e propria - nonostante i tentativi dell'autore -, ma anche di quella scintilla che rendeva il primo Alien qualcosa di unico e selvaggio come la creatura che ne era protagonista.
In questo senso, vedere Scott sforzarsi nel creare una mitologia quasi divina attorno al mostro, ed alla ricerca di David nell'indagine legata ai creati ed ai creatori, mi ha fatto tornare alla mente un passaggio da brividi del meraviglioso Grizzly Man di Werner Herzog, documentario che se non avete mai avuto modo di vedere dovreste recuperare al volo che racconta la triste vicenda di un uomo abituato a passare le estati a stretto contatto con i grizzly finito divorato da uno degli orsi davanti agli occhi della sua fidanzata: Herzog, a fronte delle immagini - splendide - di queste creature maestose, afferma di ammirare i tentativi del suo protagonista di mettersi in contatto con loro, ma anche di "non vedere nulla in quei vuoti occhi neri, se non la spietata predatorietà della Natura".
Alien è il predatore perfetto, una creatura che pare rappresentare gli istinti più selvaggi e pericolosi dei più selvaggi e pericolosi animali con i quali l'Uomo ha avuto a che fare nel corso dei secoli - Uomo escluso, ovviamente, ma questa è un'altra storia -: dunque perchè mai si dovrebbe andare alla ricerca di una spiegazione filosofica del suo essere com'è?
Uno degli aspetti che, a mio parere, rese così grande il primo film di questa serie fu senza dubbio quello del confronto tra gli umani disposti a tutto per lottare per la loro vita e sopravvivenza e questa creatura dispensatrice di morte che non guardava in faccia a niente e nessuno, perchè come la morte sarebbe giunta, inevitabile e senza troppi giri di parole.
Forse anche questa è filosofia.
O forse, certe cose non hanno bisogno di troppi castelli costruiti attorno a loro.
Perchè il castello sono loro stesse.




MrFord





 

martedì 9 maggio 2017

Monster trucks (Chris Wedge, USA/Canada, 2016, 104')




Se penso che negli anni ottanta erano considerati film d'avventura per ragazzi I Goonies, La storia infinita, La storia fantastica, Labyrinth, Gremlins e via discorrendo ed ora ci siamo ridotti a cosa implausibili anche per un prodotto fantasy - problemi di logica, non di immaginazione - con una qualità da pomeriggio di Italia Uno - sarà pur vero che si parla di una produziona Nickelodeon, ma c'è un limite all'artigianalità - come questa, brutta copia di E. T. et similia con un cast che pare la sagra delle star in rovina in cerca di qualsiasi impiego pur di un ritorno economico - da Rob Lowe a Barry Pepper passando per Danny Glover - sento la desolazione crescere nel cuore rispetto al destino che attende i Fordini e la loro generazione per gli anni a venire.
Quello che è certo, oltre al fatto che Monster Trucks fa davvero una gran tristezza, è che questo duemiladiciassette sarà l'anno in cui, dai tempi dell'apertura del Saloon, la battaglia per il primo posto per il Ford Award dedicato al peggio sarà sanguinosa come non era mai stata, considerato il volume delle merdate che la primavera cinematografica ha riservato alle sale.
Qualche anno fa di fronte ad un titolo come questo mi sarei sbizzarrito con una bella recensione divertente e divertita a proposito del livello bassissimo di tutto quanto potesse essere basso nella produzione del film, ma proprio come Danny Glover era solito pronunciare in un cult - quello sì - dei favolosi anni ottanta dei favolosi film d'avventura per ragazzi, "sono troppo vecchio per queste stronzate".




MrFord



 

lunedì 8 maggio 2017

Guardiani della Galassia Vol. 2 (James Gunn, USA, 2017, 136')




E' proprio dura, a volte, essere uno stronzo.
E non lo scrivo come una giustificazione.
In un certo senso, ho sempre ammirato i bravi ragazzi, quelli che riescono a dare l'esempio, a non uscire dal seminato neppure nel momento in cui converrebbe loro molto di più.
Credo sia questo uno dei motivi per i quali ho sposato Julez.
Credo sia questo uno dei motivi per i quali negli anni ho rivissuto e recuperato il mito di Sly quantomeno sullo schermo.
In realtà, io adoro i "bravi ragazzi".
Perchè non potrò mai essere parte del novero.
Amo troppo me stesso, vivere, eccedere, e non mi sento in colpa per nessuna delle mie colpe.
Penso sia perchè quando vivo, sento.
Sento il più possibile.
E penso sia perchè se non fossi uno stronzo, le persone che mi amano non mi sentirebbero altrettanto.
Sono più un tipo alla Rocket, o alla Yondu, anche se non amo aggredire, quanto più essere aggredito.
Quasi cercassi una giustificazione per essere ancora più stronzo.
Non rompere il cazzo a nessuno in modo che nel momento in cui viene rotto a te puoi sentirti sollevato da qualsiasi peso.
Si chiama Ego, questo fenomeno.
E non credo riuscirò mai a scollarmelo di dosso.
Del resto, non sono Peter Quill, Starlord, o chi per lui.
Ma posso dirvi una cosa.
Ho guardato il piccolo Groot allungare le braccia, rivisto quello che la Fordina - che è una specie di dinosauro in fasce - fa con me ogni giorno, e non ho potuto fare altro che commuovermi.
E come se non bastasse quello, l'enorme figlio di puttana James Gunn mi ha anche piazzato Father and son, giusto per assestare un colpo basso e farmi sperare, un giorno, di poter apprezzare tanto un film divertente e sentimentale così ben riuscito - imperfezioni comprese - come Guardiani della Galassia Vol. 2 insieme ad entrambi i miei bambini, a prescindere da come sono e da come saranno, dal Fordino che pare un amplificatore di emozioni ed una batteria di sensibilità alla Fordina, che al contrario è praticamente uno schiacciasassi.
Bravi ragazzi e stronzi provetti.
L'innocente, piccolo Groot senza limitazioni, la dura dal cuore tenero Gamora, il fracassone ferito Drax, i nati per sbagliare Rocket e Yondu.
Questa è la Famiglia.
In tutta onestà, non mi interessa granchè di quello che sarà Infinity War, aspettative da fan a parte.
Non mi interessa che Guardiani della Galassia sia parte dell'affresco del Cinematic Universe, ed al servizio di una logica che, fino a quando vedrà il botteghino dare ragione alle cifre prima ancora che alle critiche, proseguirà senza badare troppo al come, al cosa e al quando.
Non mi interessa descrivere nel dettaglio quanto mi sia divertito, gustato, goduto Guardiani della Galassia Vol. 2.
Voglio solo affermare che sono questi i film che voglio.
Quelli che arrivano dritti dalla pancia, e fanno sentire vivo, ed aver voglia di scrivere anche solo due righe in barba a qualsiasi sveglia o impegno o incombenza del giorno successivo, o bere quelle due dita di troppo per placare un fiume in piena, o gonfiarlo.
I film che producono necessità.
E se devo essere uno stronzo per questo, fanculo.
Sarò felice di esserlo a vita.
In fondo, quelle braccine che si sporgono verso di me valgono bene questo sacrificio.
E ben altri.




MrFord




 

mercoledì 3 maggio 2017

Ghost in the shell




L'uscita in sala di Ghost in the shell in versione live action mi spaventava non poco, come del resto di norma accade rispetto a tutti i remake, reboot e chi più ne ha, più ne metta.
Il film d'animazione che faceva da termine di paragone in questo caso, infatti, non solo è oggetto di culto per almeno una generazione di fan del Fumetto e della settima arte, ma rappresentò, ai tempi della sua uscita, uno dei titoli imprescindibili per quanto riguarda gli anime, quando ancora il ruolo dei computer era decisamente molto più limitato e l'approccio decisamente più artigianale.
Considerate la mia opinione non alta della protagonista scelta - trovo la Johansson estremamente sopravvalutata come attrice e come superfiga - e le probabilità che il lavoro di Sanders potesse anche soltanto eguagliare il film "originale", l'odore di stroncatura si faceva più pesante di quello "di natura" che qui nella Pianura Padana sentiamo volenti o nolenti ad ogni periodo di concimazione: fortunatamente per me, almeno in parte, ho scoperto nel corso della visione di questo Ghost in the shell di non ricordare quasi nulla dell'evoluzione della storia, e dunque di avere la grande fortuna di affrontare il "nuovo" senza che l'ombra del "vecchio" potesse diventare necessariamente un peso.
Il risultato, però, non è stato troppo diverso.
Ghost in the shell è senza dubbio un film ben confezionato e prodotto, con ottimi effetti ed una serie di sequenze apparentemente d'effetto, il tipico incedere e la tipica chiusura da action "filosofico" che fa molto Batman di Christopher Nolan ed un cast, comunque, tutto sommato in parte: eppure è anche tristemente noioso a livello emotivo e cerebrale, e pur non pensando alla pellicola d'animazione o agli albi a fumetti che la ispirarono finisce per risultare l'ennesimo fratellino molto minore di Blade Runner - che ha di fatto influenzato tutta la fantascienza cyberpunk venuta da allora in avanti - del quale non si sentiva davvero la necessità, un giocattolone costruito a tavolino e decisamente senz'anima che spera nel successo commerciale in modo da sopperire a tutto quello che, a livello di cuore, non perviene nell'esperienza da spettatori.
Restano, almeno per il sottoscritto, le soddisfazioni di vedere un Kitano spaccaculi come ai suoi tempi d'oro da "violent cop" e qualche rimembranza di Minority Report - altro "figlio" di Philip Dick -, ma davvero poco altro: la sensazione, infatti, è che regista e sceneggiatori abbiano di fatto sperato che la presenza della Johansson finta nuda e gli effettoni potessero sopperire a dialoghi soporiferi e davvero troppo nerd per risultare fluidi, e da una quantità di spiegoni da cattivi dei fumetti - per l'appunto - da far invidia ad un qualsiasi cattivo dei fumetti.
Peccato, perchè se anche un vecchio fan colto da amnesia come il sottoscritto e privo di pregiudizi finisce per rimanere assolutamente indifferente - se non addirittura deluso - alla visione, non oso immaginare quanto possano essersi incazzati tutti quelli che, del lavoro di Oshii hanno fatto praticamente una religione.
Che avranno augurato agli autori il Kitano più cattivo possibile.



MrFord



 

lunedì 1 maggio 2017

Power Rangers (Dean Israelite, USA/Hong Kong/Giappone/Messico/Canada/Nuova Zelanda, 2017, 124')





Ricordo bene, l'epoca d'oro dei Power Rangers: ai tempi ero già adolescente, e vedevo mio fratello seguire questa roba che pareva la copia sbiadita dei Cavalieri dello Zodiaco o dei Cinque samurai che faceva rimpiangere i bei tempi neanche fossero un action anni ottanta oggi.
Poi, come tutte le mode prive di un certo spessore, dall'oggi al domani i Power Rangers finirono nel dimenticatoio restandoci per quasi due decenni prima di essere riesumati, chissà poi perchè, per un nuovo film dal sapore di rilancio.
Personalmente credevo che, una volta approcciata la visione, la recensione conseguente sarebbe stata breve e spietata, del tipo "Power Rangers è una Power Merda" o robe simili, e nel corso di tutta la prima parte mi sono dovuto purtroppo ricredere trovandolo non interessante ma quantomeno simile a tutta un'altra serie di blockbuster inutili quanto innocui degli ultimi anni, Transformers su tutti.
Fortunatamente, ad abbattere qualsiasi possibile speranza, valutazione e altro che possiate immaginare è giunta una seconda parte fatta di eccessi, pupazzoni, retorica di grana grossa e tutto quello che ci si potrebbe aspettare da una produzione di questo tipo che ha rilanciato Power Rangers come uno tra i più inutili brand esistenti nonchè peggiori film di questo duemiladiciassette.
E sinceramente fa anche un pò tristezza vedere Elizabeth Banks imprigionata nel ruolo da truccatissima - in questo caso villain - dopo la serie di Hunger Games e ancor più Bryan Cranston che, alle spalle Breaking Bad, non ha quasi più azzeccato un film che sia uno.
A meno di non badare al portafoglio.
La cosa buona è data dal fatto che, una volta ancora - e forse dovrebbe cominciare ad essere preso come un monito - il risultato al botteghino non pare giustificare un sequel, e neppure il film in questione.
Questo a riprova del fatto che il pubblico, ormai, si sia abituato ad una certa standardizzazione delle proposte da pop corn e, dunque, cominci a richiedere una qualità minima anche per queste ultime.
E onestamente, credo sia giusto.
Un film "di serie b" non deve essere necessariamente e per forza brutto, o noioso, o uguale a mille altri: può avere benissimo la sua identità, la sua dignità, con tutti i limiti del caso.
Ed è indubbio che, anche quando scorrono via senza far incazzare, cose come questo Power Rangers non l'abbiano neppure nel più microscopico frammento della loro apparente armatura scintillante.
A prescindere dal colore che potete preferire in merito.




MrFord




 

mercoledì 5 aprile 2017

Life - Non oltrepassare il limite (Daniel Espinosa, USA, 2017, 104')





La fantascienza "di sopravvivenza", con i suoi mostri che paiono predatori inarrestabili, gli ambienti claustrofobici ed ostili e la grande atmosfera è nel mio cuore di spettatore fin dai tempi di Predator ed Alien, due supercult responsabili di una passione che non si è mai sopita negli anni, e che accanto ad alcune delusioni ha finito per portare in dono anche piccole chicche come Europa Report o Sunshine.
All'uscita di questo Life, che pareva la versione horror del recente dramma romantico siderale Passengers, ho finito per storcere il naso all'idea dell'ennesima produzione che vedeva un gruppo di astronauti di diverse nazionalità - in stile barzelletta - affrontare l'ennesimo alieno pronto a fare polpette di tutti quanti, specie considerata la presenza nel cast di Ryan Reynolds - il re delle pippe - e di Daniel Espinosa in regia, che certo negli anni non ha stupito con i suoi precedenti Safe house e Child 44.
Ed in effetti, Life risulta assolutamente derivativo, poco originale, vicino al deragliamento amoroso e patetico - fortunatamente evitato - prima della lotta finale, prevedibile e purtroppo segnato da un finale aperto, eppure, in qualche modo, ho trovato che abbia fatto il suo onesto lavoro, intrattenendo e tenendo la tensione alta per tutta la durata grazie al tentacolare Calvin ed ai malcapitati - ed in un paio di casi decisamente coglioni per essere scienziati - astronauti, stimolando la classica riflessione legata al rischioso osare della scienza e regalando almeno un paio di sequenze davvero tirate ed un piano sequenza in apertura molto interessante, considerata la "gravità zero".
Il rischio, da appassionati di questo genere, è che il lavoro di Espinosa risulti fastidioso proprio per la sua banalità, ma ammetto che, scendendo senza problemi e con la benedizione del pane e salame dal piedistallo, Life saprà tenervi attaccati alla poltrona - e vi assicuro, ho affrontato la visione al termine di una giornata di quelle in cui i Fordini finiscono per ridurmi ai minimi termini aumentando esponenzialmente le possibilità di crollo verticale tra le braccia di Morfeo del sottoscritto - dall'inizio alla fine, riuscendo in un'impresa che di recente è difficile vedere anche solo parzialmente portata a casa dai survival horror.
Peccato, a prescindere dalla fantascienza, per l'interpretazione forse meno sentita ed incisiva di sempre di Jake Gyllenhaal, uno dei giovani attori più promettenti del momento.
Nel caso in cui, al contrario, appassionati di mostri spaziali ed affini non siate, il tutto potrebbe invece addirittura apparirvi decisamente interessante, a prescindere dal fatto che basterebbe tornare indietro di una trentina d'anni perchè Ridley Scott e John McTiernan possano dare lezioni ad Espinosa ad occhi chiusi: a volte, comunque, il Cinema è anche questo.
L'originalità è una meraviglia, ed è il pepe della vita da appassionato - che si parli di settima arte, oppure no -, ma di tanto in tanto basta rilassarsi e salire sulla giostra senza pretese che ci ritroviamo di fronte, pronti ad un viaggio che potrà non essere memorabile, ma che senza dubbio risulterà divertente.
E tanto basta.
Se, poi, dovessi un giorno incontrare un alieno predatore senza alcun freno come Calvin, beh, potrò dirmi fortunato: aver visto questi film così simili tra loro qualche vantaggio me lo dovrà pur dare.




MrFord





lunedì 30 gennaio 2017

Arrival (Denis Villeneuve, USA, 2016, 116')




Con ogni probabilità, in barba a denaro, fama, potere e tutte le altre cose con le quali a molti su questa Terra piace trastullarsi, il bene più prezioso che abbiamo e continueremo ad avere è e resta il Tempo.
Un Tempo che cambia forma e percezione che possiamo avere di Lui, in grado di cristallizzarsi quasi potesse essere messo in pausa o correre più veloce di quanto si possa immaginare anche nel più intenso e potente film di fantascienza.
Ricordo bene, per quanto "basso" possa risultare il riferimento, il verso di una canzone di Max Pezzali - non ricordo quale, onestamente - che dice "a sedici anni un anno dura una vita, poi a trenta sei già lì", ho impressi nella memoria come fossero accaduti oggi il giorno in cui morì mia nonna - la prima perdita che vissi sulla pelle - e quello in scoprimmo che Julez aveva perso la bambina - perchè per noi era ed è così - che aspettava.
Altri ricordi sono sensazioni, immagini, odori, canzoni, quasi parti di sogni.
Sorrido anche al pensiero di quella frase di Rocky V che cito di continuo quando parlo dell'essere padre, quando il buon vecchio Sly dice al proprio figlio sulla scena e nella vita - che, come sappiamo, è morto qualche anno fa - "averti avuto è stato come nascere un'altra volta".
Il Tempo, per l'appunto.
Quello che pensiamo come una linea retta che tende all'infinito, e invece è un grande cerchio, o forse qualcosa che non potremo mai davvero comprendere a fondo.
Un pò come la matematica, o la scienza, che in molti - me compreso, ai tempi in cui la studiai - considerano semplicemente come qualcosa di meccanico e privo di vita e che, al contrario, andrebbe approcciato come una nuova lingua in grado di riprogrammare il nostro cervello e la realtà che abbiamo attorno.
Ecco cos'è, Arrival.
Una nuova lingua da imparare, una parabola che racconta della vita e del Tempo, e di noi: non è un caso che sia tratta da un'opera intitolata proprio "Story of your life".
E proprio in questo senso viene giocata la domanda più importante della pellicola, a prescindere dalla tecnica, dalla narrazione, dalle interpretazioni - in particolare quella dell'ingiustamente ignorata dall'Academy Amy Adams -, dal genere: se tu avessi la possibilità di conoscere tutta la tua vita, cosa faresti?
Personalmente, penso che farei quello che cerco di fare ogni giorno: viverla.
In fondo, se dovessi guardare alla vita in termini di quotidianità, tornerei al concetto di Tempo espresso in linea retta, con un inizio ed una fine certi e tutto quello che è in mezzo da costruire.
Poi, di fronte ai Fordini, mi rendo conto che le regole vengono sovvertite, che tutti i pezzi che la mia memoria si perde vengono colmati dalle loro esperienze, e che soprattutto ora, che sono così piccoli - ma immagino non cambierà anche con gli anni - mi ritrovo ad essere l'alieno che osserva il loro mondo e che dona qualcosa che potranno usare in un Tempo che ancora non si è costruito.
L'arrivo del titolo potrebbe essere proprio questo.
E potrebbe essere anche il fatto che gli eventi traumatici restano impressi a fuoco nella memoria mentre quelli più intensi e felici sfumano per diventare onirici in più di un senso: il dolore prosegue la sua marcia come un treno lanciato a tutta velocità, un attacco militare o una bomba che esplode, mentre il piacere, la gioia, la meraviglia si dilatano uscendo dai confini che quello che conosciamo e viviamo ci impongono.
Anche quando si trovano di fronte il dolore.
In fondo, da genitori doniamo ai nostri figli tutto quello che sappiamo o che possiamo donare, finendo per essere aiutati a nostra volta ad affrontare qualcosa di più grande di tutti, un giorno che speriamo sempre possa essere linearmente molto lontano, ma che, inesorabilmente, arriverà.
Quando è il contrario, allora il Tempo si sconvolge e confonde, crea un apparente conflitto, una frattura che rischia di compromettere tutto.
Ed è allora, che occorre prendersi il tempo per comprendere il Tempo.
E capire che, pur conoscendo quello che sarà della nostra vita, non possiamo fare altro che viverla.
In fondo, è semplice.
Un giorno nasciamo, un giorno moriremo.
Sappiamo già cosa accadrà.
Eppure viviamo.
Perchè solo così il Tempo cambia le sue prospettive, e le nostre.
Come un arrivo.
Come una nascita.



MrFord



 

sabato 21 gennaio 2017

Passengers (Morten Tyldum, USA, 2016, 116')




Per molti versi, la fantascienza al Cinema è un cliente anche peggiore dell'horror, considerato lo zoccolo duro dei suoi fan: se, infatti, in materia di mostri e paura tutto quello che serve è conservare una certa coerenza logica, per quanto riguarda il mondo sci-fi entrano in gioco fattori come la veridicità scientifica o presunta tale - ho sempre storto e non poco il naso a fronte delle critiche da professoroni, in fondo si tratta di storie di fantasia nate per l'intrattenimento, non di libri di testo - ed un certo background nerd che vede il romanticismo come fumo negli occhi a meno che non si tratti di qualcosa destinato a finire non troppo bene - Blade Runner - o a diventare in qualche modo mitico - Star Wars -.
La sfida di Passengers, diretto dal Morten Tyldum salito agli onori delle cronache hollywoodiane con il recente The imitation game, si presentava dunque piuttosto ardua, considerato che, a conti fatti, si tratta di una versione romcom drammatica dello splendido Moon, con due protagonisti - quasi tre, o quasi quattro - pronti a passare dall'idillio da isola deserta all'odio, per poi confrontarsi con il consueto rischio per la vita necessario non solo per giustificare il finale e le loro scelte ma anche per portare a casa la pagnotta, considerato che parliamo di un prodotto profondamente mainstream, la cui produzione, per evitare di mettersi proprio nella merda, si affida a due colpi sicuri pronti ad ipnotizzare il pubblico maschile e femminile, Chris Pratt e Jennifer Lawrence - che sinceramente penso qualunque uomo solo con novant'anni da passare a bordo di un'astronave in viaggio avrebbe svegliato nella speranza di poter trascorrere gli stessi molto, molto felicemente - nonostante, a conti fatti, quello destinato ad uscire meglio, in termini attoriali, dalla prova, è senza dubbio l'ottimo Michael Sheen in versione robotica, che in quanto barman era naturalmente destinato ad essere il mio preferito.
Nel complesso, comunque, Passengers non risulta particolarmente brutto, si lascia guardare ed è perfino scorrevole, nonostante rappresenti la pellicola ammeregana tipicamente massacrata dalla critica illustre, radical o europea, poco avvezza ai drammoni - specie se sentimentali - dal potenziale lieto fine a prescindere dalla salsa usata per cucinarli: io stesso, che sono un tamarro a stelle e strisce fatto e finito, me la sono schiaffata senza colpo ferire dall'inizio alla fine pur riconoscendone limiti e struttura piuttosto prevedibili, sperando in un colpo di scena che non è mai arrivato senza però uscire deluso o infastidito dalla visione.
Il lavoro di Tyldum è il menù a botta sicura del fast food in una serata in cui il vostro ristorante preferito ha dovuto tenere chiuso per l'esplosione della caldaia o la cantina allagata, o la pizza a domicilio tornati dal lavoro distrutti e per nulla desiderosi di mettersi ai fornelli: nessun piatto gourmet, o qualcosa destinato alle stelle Michelin, ma quanto basta per riempirsi la pancia e dormire di piombo.
Approcciare al viaggio dei due esuli protagonisti con questo spirito vi porterà ad una visione come tante altre per nulla dannosa e perfetta per riempire una serata senza troppe pretese, ma se al contrario farete l'errore di imbarcarvi sulla Avalon pensando di incontrare la nuova frontiera della sci-fi del Nuovo Millennio, allora con ogni probabilità vi parrà di essere a bordo di un Titanic interstellare sperando che giunga il più presto possibile il più grande degli iceberg galattici.
Alla peggio, per scacciare qualsiasi pensiero, almeno nella versione percepita dal sottoscritto, verrà sempre buona J-Law, accompagnata magari da un cocktail o due neanche volessimo fare uno sgarro al Kubrick di Shining.




MrFord



martedì 3 gennaio 2017

Rogue One - A Star Wars Story (Gareth Edwards, USA, 2016, 133')




Quando, lo scorso anno, proprio a pochi giorni dalla stesura delle classifiche di fine stagione, uscì in sala Episodio VII, nonostante l'hype da vecchio fan della Saga, cercai di andarci piano con gli entusiasmi per evitare di rimanere scottato: il risultato fu un vero trionfo per quello che, con L'impero colpisce ancora, è per me il miglior film di Star Wars mai realizzato.
A distanza di dodici mesi il mondo magico di "una galassia lontana lontana" torna a fare capolino con uno spin off ambientato appena prima di Una nuova speranza ed incentrato sui ribelli che si accingevano a dare i primi colpi decisi all'Impero: il mio approccio, in questo senso, non è cambiato rispetto a Il risveglio della Forza, anche se il risultato, per quanto molto interessante, è stato senza dubbio meno esaltante.
Per buona parte della visione, infatti, la sensazione avuta è stata quella di un titolo ottimamente realizzato - del resto, Gareth Edwards non è proprio l'ultimo arrivato - totalmente privo, di contro, dell'anima che ha contraddistinto anche i capitoli meno riusciti della saga cinematografica più amata di sempre - ebbene sì, anche del decisamente poco riuscito La minaccia fantasma -, reso in parte indigesto da un casting assolutamente non riuscito - i due main charachters sono affidati ad interpreti a mio parere privi dello spessore necessario per sostenere una pellicola e fare a prescindere dal valore della stessa la differenza - ed incapace di aggiungere qualsiasi cosa all'affresco figlio dell'immaginazione di Lucas: a togliere le castagne dal fuoco, ed a farlo alla grande, interviene una parte finale assolutamente da paura, che non ha nulla da invidiare ai capitoli più riusciti del brand, in grado di unire in un cocktail esplosivo - in tutti i sensi - epicità, dramma, grande utilizzo dei personaggi soprattutto secondari, un finale assolutamente imprevedibile e la giusta dose di citazionismo e strizzate d'occhio ai cult del passato in grado di far andare in brodo di giuggiole i fan - le apparizioni di Darth Vader e Leia sul finale sono da antologia -.
Resta dunque il rammarico di un film che accelera troppo tardi, giocando le sue carte migliori solo dopo aver messo a dura prova la tenuta dell'audience e privo in gran parte dell'ironia che aveva reso mitici i protagonisti della serie - soprattutto per quanto riguarda i primi tre film, così come l'ultimo -: unico a cercare di invertire questa tendenza il riuscitissimo K2, droide imperiale riprogrammato e spalla comica dei due protagonisti, che come già sottolineato poco sopra in due riescono ad avere lo stesso carisma dell'unghia del mignolo di Han Solo.
Ad ogni modo, una visione che rappresenta, nonostante i suoi difetti, un esempio di grande Cinema di intrattenimento, tecnicamente ineccepibile e perfetto nel recuperare il fascino delle ambientazioni anni settanta che definirono Una nuova speranza, L'impero colpisce ancora ed Il ritorno dello Jedi: forse i fan hardcore apprezzeranno più di quanto non abbia fatto io, almeno quanto resteranno colpiti gli spettatori casuali, probabilmente ignari di quello che sarebbe accaduto "dopo" e dunque, chissà, preparati ad un finale tutto rose e fiori che - SPOILER - non arriverà. Anzi.
Quello che è certo è che, in barba ai difetti o ai punti di vista, l'universo di Star Wars ha davvero ancora molto da raccontare alla settima arte, al suo pubblico ed alla cultura pop, ed è assolutamente confortante pensare che un racconto di ormai quasi quarant'anni or sono riesca a generare spunti in grado di solleticare l'immaginazione ancora oggi: rende l'idea di un Universo infinito ed in continua espansione.
E per chi adora il viaggio e l'avventura, non c'è nulla di meglio.




MrFord




 

lunedì 26 dicembre 2016

Ford Awards 2016: le serie (dalla 20 alla 11)


Negli ultimi dieci anni, l'importanza e la qualità del prodotto seriale televisivo sono cresciute a dismisura, finendo spesso e volentieri per insidiare gli "avversari" della settima arte.
A testimonianza di ciò, per la prima volta nella Storia del Saloon, la classifica delle migliori serie televisive passate su questi schermi da gennaio ad oggi - e non necessariamente uscite quest'anno, dunque - passa da dieci a venti nomi divisi in due giornate, che incoroneranno quella che è la miglior serie degli ultimi dodici mesi per questo vecchio cowboy.




N°20: SHAMELESS

 

Ai Gallagher, da queste parti, si vuole sempre un gran bene.
A testimonianza di ciò, non solo la scelta del Fordino - Shameless è una delle sue serie preferite -, ma anche la presenza in questa classifica, pur se in una posizione sacrificata, nonostante quella che, ad oggi, resta la stagione meno brillante della famiglia più scombinata di Chicago.
Io resto, e sono, decisamente un Gallagher. E non posso che esserne fiero.



Complice una seconda stagione a mio parere superiore alla già ottima prima, resa ancora più tosta da un Punisher fordianissimo ed indimenticabile, la serie bandiera della divisione Marvel targata Netflix si conferma come una delle proposte più interessanti del mondo dei supereroi.
In attesa di scoprire cosa accadrà al prossimo giro di giostra, scendere per le strade di Hell's Kitchen accanto al Diavolo Rosso resta una delle esperienze più interessanti che il piccolo e grande schermo possano regalare ad un fan dei Fumetti. E non solo.


 

Chiunque sia cresciuto a cavallo tra gli anni ottanta e novanta ed abbia amato l'horror, ha un debito d'onore e d'amore verso Sam Raimi e Bruce Campbell: i due La casa e L'armata delle tenebre, infatti, oltre a reinventare un genere, hanno regalato a noi tutti uno dei personaggi più buzzurri, sboccati ed irresistibili di sempre, Ash Williams.
A trenta e più anni dal suo esordio cinematografico, il losco figuro armato di motosega torna a far parlare di sè con una serie che è un tripudio di "sangue e merda", divertentissima e splatterissima, che se non fosse confezionata ad uso e consumo dei fan hardcore si sarebbe trovata decisamente più in alto in classifica. Non è detto, comunque, che nel duemiladiciassette e con la seconda stagione ancora in corso di visione non possa essere così.

N°17: VINYL

 Vinyl Poster

Prodotta da Scorsese e Mick Jagger, cult immediato per moltissimi fan della Musica e non solo, confezionata da dio e cancellata per i costi di produzione troppo alti, è stata una delle sorprese della mia annata da piccolo schermo: quasi detestata per una buona metà pur riconoscendone il valore, è stata protagonista di un'escalation da urlo che mi ha portato ad essere profondamente dispiaciuto per il suo destino da oblìo delle serie.
Finestra, comunque, rimarrà nei nostri cuori.

N°16: MARCO POLO


Da sempre affascinato dalle antiche civiltà, non potevo che restare folgorato dall'ennesima proposta di qualità targata Netflix, Marco Polo, che in bilico tra battaglie ed intrighi di potere mostra la Cina delle grandi dinastie attraverso gli occhi del mercante ed avventuriero veneziano che fu tra i primi a vivere sulla pelle l'avventura e la scommessa di un'esistenza da "emigrato" lontano dal proprio mondo e dalla propria cultura.

N°15: VIKINGS

 Vikings Poster

Pur se in ritardo, qui al Saloon, rispetto alla programmazione attuale - sono infatti fermo alla terza stagione - Vikings resta una delle serie più amate dal sottoscritto, quasi fosse una sorta di versione dei tempi che furono di Sons of anarchy.
Ragnar ed i suoi uomini - e donne, non dimentichiamolo mai -, tra battaglie, lotte all'ultimo sangue e tradimenti, rappresentano l'unica alternativa al vuoto lasciato, anni fa, dalla mitica Spartacus.



La premiata ditta Falchuck/Murphy, quasi fosse un regalo per farmi dimenticare l'evoluzione pessima di American Horror Story, confeziona un procedurale da manuale portando sullo schermo la vicenda che sconvolse l'America nei primi anni novanta, ovvero il processo che vide sul banco dei testimoni l'ex star del football ed attore O. J. Simpson, praticamente l'equivalente dei tempi dell'attuale The Rock.
I botta e risposta in aula fecero eco ad una serie di strumentalizzazioni mediatiche pronte a sconvolgere il pubblico almeno quanto l'esito del processo.

N°13: BILLIONS

Billions Poster 

L'alta finanza non si può certo definire il mio habitat naturale.
Eppure, all'interno di quella che pare quasi una tragedia non ancora tragedia shakesperiana, Billions, mi sono sentito quasi a casa: la rivalità tra due uomini ai vertici dei loro rispettivi campi pronti a darsi battaglia con tutti i mezzi pur di mettere in ginocchio l'avversario è un saggio di tecnica, pulizia, recitazione, confezione.
Una sorta di Vinyl dal destino più favorevole inserito in una cornice da Wall Street.


N°12: BLACK MIRROR

 

Con la terza stagione ancora in corso di visione - e sono certo sarà protagonista di questa stessa classifica il prossimo anno - ed il bellissimo special White Christmas, Black Mirror, ereditata dall'ormai onnipresente Netflix, è senza dubbio una delle realtà più profonde ed interessanti del panorama televisivo attuale: se esiste un titolo di Sci-fi da recuperare quando si parla di televisione, è senza dubbio questo.


Orange Is the New Black Poster 

Nonostante si tratti di un prodotto di indubbio valore, Orange is the new black non è mai stata tra le mie serie preferite, e di norma, all'inizio di ogni nuova stagione, finisco sempre per dover carburare almeno quattro o cinque episodi prima di acclimatarmi come si deve: ma con la terza e, soprattutto, la quarta season questo serial ha assunto una nuova e più clamorosa dimensione, divenendo il riferimento per i drammi carcerari attualmente più importante sul piccolo come sul grande schermo.
L'escalation che ha portato al finale incredibile dell'annata numero quattro - ne parlerò con il nuovo anno - ha settato senza dubbio un nuovo, ed altissimo, standard.



To be continued...



giovedì 22 dicembre 2016

Thursday's child - Christmas Holidays Edition

 


Ultimo appuntamento dell'anno con la rubrica delle uscite in sala condotta da questo vecchio cowboy e dal suo acerrimo nemico Cannibal Kid, che eccezionalmente racchiuderà tutti i titoli distribuiti da qui alla fine dell'anno.
Non resta dunque che augurare a tutti - tranne al mio rivale, ovviamente - Buone Feste e darvi l'appuntamento al duemiladiciassette, che speriamo possa iniziare cinematograficamente con il botto.


"Certo che l'autore di Pensieri Cannibali è davvero un tipo inquietante."

Oceania
(dal 22 dicembre)

 
In esclusiva per le Feste, Katniss Kid e Ford posano insieme.
Cannibal dice: Bambinata Disney spacciata per storia di formazione adatta anche a un pubblico adulto, ma sempre di bambinata Disney si tratta. Cosa che significa che probabilmente White Russian lo esalterà e Pensieri Cannibali lo massacrerà. O forse ci saranno delle sorprese?
Ford dice: Disneyata totale che sta riscontrando un successo clamoroso un pò ovunque, e che per ambientazione ed ispirazione potrebbe senza dubbio piacermi. Se poi la cosa dovesse irritare Cannibal, tanto meglio.



Lion – La strada verso casa
(dal 22 dicembre)

"Caro Ford, un brindisi alle tue esaltanti classifiche di fine anno!"
Cannibal dice: Edificante storia buonista in odore di Oscar, oppure un film realmente interessante? In altre parole: solita pappetta riscaldata fordiana, o intrigante e sorprendente visione cannibale?
Ford dice: robetta che mi sa tanto di film da Oscar che penso eviterò volentieri a meno di nomination e dunque visione da dovere di cronaca. Il Natale impazza.


Florence
(dal 22 dicembre)

"Hai sentito questo? E' più stonato di te!" "Come si chiama?" "Cannibal Kid."
Cannibal dice: La storia curiosa di una donna stonata come una campana che si mette in testa di fare la cantante lirica. È un po' come se un tipo che non ne capisce niente di cinema aprisse un blog di cinema... oops, ma è già successo!
Questa vicenda per altro è stata raccontata pure in un film francese carino ma non fenomenale, Marguerite (http://www.pensiericannibali.com/2016/02/marguerite-la-cantante-che-spaccava-piu.html), e quindi della versione britannica con protagonista la solita irritante prima della classe Meryl Streep mi sa che ne posso anche fare a meno.
Ford dice: la lotta contro Meryl Streep è, purtoppo, uno dei pochi punti in comune che White Russian e Pensieri Cannibali hanno.
E non penso che questo film farà la differenza, in questo senso.

 
 
Il medico di campagna
(dal 22 dicembre)

"Mi dispiace, amica mia: non c'è cura, per la cannibalite."
Cannibal dice: Pellicola francese con il quasi amico François Cluzet che, come un po' tutte le uscite di questo periodo, puzza un po' di roba ruffianotta, ma che potrebbe anche essere la sorpresa di una settimana altrimenti troppo natalizia e troppo da Mr. Ford per essere adatta ai Mr. Grinch come me.
Ford dice: Cinema francese? Odore di ruffianata? La lascio a quel radical finto cattivo del mio rivale!

 


Le stagioni di Louise
(dal 22 dicembre)

"Certo che Ford consiglia sempre delle mete da vacanza divertentissime!"
Cannibal dice: Dalla Francia questa settimana arriva un altro regalo, solo che questa volta è indirizzato unicamente a Ford, visto che è una pellicola d'animazione e ha pure come protagonista una vecchina. Cosa può chiedere di più il mio blogger rivale a Babbo Natale? Che sia diretto da Clint Eastwood?

Ford dice: pellicola d'animazione che, oltre ad essere francese, non presenta alcun animale, e dunque rischia di essere ignorata dal Fordino. Dunque, a meno di qualche miracolo, penso la ignorerò anch'io.


Paterson
(dal 29 dicembre)

"Una sequela infinita di classifiche di Pensieri Cannibali? Mi scende già la tristezza!"
Cannibal dice: Jim Jarmusch è uno dei registi più discontinui di sempre. Un'incognita capace di realizzare dei cult cannibali assoluti come Ghost Dog, ma anche delle palle allucinanti che sembrano uscite da un cineforum organizzato da Ford come The Limits of Control. Questo nuovo Paterson sembra possa essere tra i suoi film buoni, ma è una cosa che si diceva anche di quella noia di Solo gli amanti sopravvivono, quindi c'è da stare attenti...
Ford dice: Jarmusch è uno di quei registi potenzialmente radical del quale, incredibilmente, io e Cannibal pensiamo le stesse cose, dal mitico Ghost Dog al pallosissimo Solo gli amanti sopravvivono.
Quello che posso sperare, prima ancora che il mio rivale cominci davvero a mostrare di capire qualcosa di Cinema, è che questo Paterson possa rivelarsi davvero interessante.


Passengers
(dal 30 dicembre)

"Ti prego, Jennifer, non uscire con Ford, esci con me!" "Te lo puoi proprio scordare, Chris: e cancellami pure da tutte le tue foto su Instagram!"
Cannibal dice: Sono la coppia più cool del mondo e no, sorprendentemente non sto parlando di Cannibal Kid e James Ford. Mi riferisco a Jennifer Lawrence e Chris Pratt, i due fighissimi protagonisti di Passengers. Filmone a metà strada tra lo sci-fi e la romcom che potrebbe essere una porcata commerciale della peggior specie, oppure un interessante ibrido. Comunque da vedere, per il simpatico Chris Pratt, ma soprattutto per JLaw!
Ford dice: Jennifer Lawrence è Jennifer Lawrence. Chris Pratt mi sta simpatico. Julez non vede l'ora di vedere questo film. Direi che sono a cavallo per il mio titolo delle Feste.


Il GGG – Il grande gigante gentile
(dal 30 dicembre)

"Cavoli, GGG, sei quasi vecchio quanto Ford!"
Cannibal dice: Una bambinata targata Steven Spielberg? Se fossimo negli anni '80, ai tempi del mitico E.T., ci sarebbe da andare al cinema con la BMX a vederlo di corsa. Adesso è invece meglio restarsene a casa, lontani da questo grande gigante gentile che sembra un alter ego di Mr. Ford, il gigante muscoloso e dal cuore tenero della blogosfera.
Ford dice: non ho mai amato il GGG, libro che ricordo fu imposto a mio fratello ai tempi delle elementari e mi sorbii per osmosi. Dunque non amo neppure l'idea di una sua buonista trasposizione cinematografica, che lascio volentieri al mio rivale in modo che possa alimentare il suo odio per lo Spielberg recente.


Mister Felicità
(dall'1 gennaio 2017)

"Cannibal ha apprezzato un mio film? L'ho sempre detto, che di Cinema non capisce un cazzo!"
Cannibal dice: Alessandro Siani non mi fa certo impazzire, però quando per caso ho visto Il principe abusivo non mi è sembrato nemmeno così terribile. Se, sempre per caso, mi capiterà di vedere pure questo nuovo Mister felicità, potrei non tirarmi indietro. Sempre meglio Mister Felicità di Mister Infelicità Ford, dopo tutto.
Ford dice: Siani mi pare la tipica macchietta all'italiana. E questo film la tipica merdina all'italiana. Salto con più piacere di quanto non avrei a stroncare qualche cult cannibale.

 


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