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martedì 2 luglio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova puntata - come al solito in ritardo - del Bulletin figlia di una settimana in cui lo spazio per il grande e piccolo schermo è stato decisamente ridotto, complici le vacanze al mare del Fordino con il nonno, gli appuntamenti di Julez legati alla scrittura - a proposito, è uscito il suo nuovo romanzo, non perdetevelo! - e quelli di questo vecchio cowboy con il lavoro e il crossfit: quando si è potuto, però, ci si è concessi volentieri una bella pausa sul divano, con il ventilatore puntato addosso.


MrFord



3% - STAGIONE 2 (Netflix, Brasile, 2018)

Risultati immagini per 3% stagione 2

Giunta alla mia attenzione qualche mese fa, consigliatissima da Julez, 3% si è rivelata da subito, per quanto non originalissima o clamorosamente memorabile, un buon divertissement buono per le pause pranzo che riesco a passare a casa, in attesa che questo recupero potesse diventare una visione condivisa della da poco uscita season three. 
Personalmente, fatta eccezione per un paio di twists ben orchestrati, ho trovato questo secondo gruppo di episodi più debole rispetto al precedente, nonostante sia evidente il lavoro che gli sceneggiatori hanno cercato di fare per fornire un'evoluzione degna di questo nome a quelli che ormai paiono sempre di più i quattro volti della serie: questo sforzo ha reso l'intera visione quantomeno meritevole di aver tentato una strada se non nuova quantomeno diretta e sincera, portando in scena tantissime sfumature grigie in grado di mostrare tutti i charachters, nessuno escluso, imperfetti e scombinati quanto solo noi esseri umani sappiamo essere.
Per il resto, non il prodotto del secolo, neppure lontanamente: eppure sento di volergli bene.




ROCKETMAN (Dexter Fletcher, UK/USA/Canada, 2019, 121')

Rocketman Poster


Evidentemente il duemiladiciannove sarà ricordato come l'anno che ha rilanciato il biopic musicale, considerati i successi che, pur in misura differente, sono stati Bohemian Rhapsody e The Dirt, passando - anche se in questo caso il genere è sicuramente meno inquadrabile - per Lords of Chaos: ultimo di questa serie è Rocketman, ibrido tra musical e biografia interpretato con grande trasporto da Taron Edgerton ed incetrato sulla figura di uno dei cantautori più importanti, apprezzati e di successo della Storia del Rock, Elton John.
Anche in questo caso, come per le pellicole dedicate a Queen e Motley Crue, la struttura è abbastanza tradizionale, con un'altalena ben strutturata di emozioni che passano dall'euforia alle lacrime della star di turno pronta a sfruttare i pezzi più noti, e anche in questo caso, l'esperimento si rivela azzeccato e funzionale: i brani di Elton sono delle bombe, le coreografie delle sequenze in stile musical ben orchestrate, alcuni passaggi sono addirittura emozionanti - l'esecuzione di Your Song arriva al cuore -, la solitudine dell'artista, l'importanza del rapporto con la famiglia, quello con le persone che si e ci scelgono - in particolare il legame con il collaboratore più stretto, Bernie Taupin - affrontati con profondità seppure in pieno stile mainstream.
In un certo senso, così come è stato per le gesta di Freddie Mercury, anche quelle di Elton John hanno finalmente trovato il loro degno spazio anche al Cinema, sperando che chi ancora - se possibile - non li conosce o anche il pubblico futuro possano magari partire da qui per imparare a conoscere e ad amare la loro Musica.


giovedì 23 agosto 2018

The Leftovers - Stagione 1 (HBO, USA, 2014)




A prescindere dalle polemiche legate al suo finale, Lost ha inesorabilmente segnato il panorama delle serie televisive e della cultura pop come solo Twin Peaks fece prima, segnando - soprattutto con le prime tre stagioni - indelebilmente la Storia del piccolo schermo: da quel momento moltissime produzioni hanno cercato di percorrerne le orme sfruttando un certo metodo di narrazione, mescolando i generi, portando sullo schermo storie di fantasia basate sulle inquietudini reali e quotidiane di ognuno di noi.
The Leftovers, che ebbe un ottimo successo al suo esordio - e che in casa Ford, perennemente in ritardo, ignorammo -, si può tranquillamente inserire nel novero dei figli dei sopravvissuti più noti della storia della televisione, a partire dal mistero alla base della proposta - la scomparsa di un terzo della popolazione della Terra e le reazioni ed i segni lasciati nei sopravvissuti a tre anni di distanza dall'evento - fino all'utilizzo del passato dei protagonisti per approfondirne caratteri e scelte nel presente di narrazione, passando per il conflitto tra Fede e praticità che fu l'anima proprio di Lost - del resto, uno dei creatori di The Leftovers è Damon Lindelof, tra gli sceneggiatori di punta delle avventure dei naufraghi -: nel corso di questa prima stagione sono molti i momenti da bocca aperta e le sequenze da ricordare, i personaggi dallo spessore importante - Nora su tutti - e le riflessioni scaturite dalle posizioni prese dai protagonisti, siano essi i bianchi e muti fumatori o Kevin, lo sceriffo che cerca a tutti i costi di lottare per rimanere ancorato ad una realtà che pare perdere sempre più senso, confini e significato, o i figli di quest'ultimo.
Del resto, la perdita improvvisa di qualcuno è uno degli eventi più traumatici che potremmo ritrovarci ad affrontare nella vita, e non è detto che le ferite lasciate dallo stesso possano essere gestite sempre e comunque in modo costruttivo e non distruttivo, solido o completamente folle: nessuno di noi, del resto, è totalmente impermeabile, o privo di un punto di rottura, e spesso, quando quel qualcosa che ci portiamo dentro si spezza, trovare la forza e la via per ricostruirlo, o un sentiero per reinventarci diviene così difficile da rendere insostenibile la vita stessa: in questo senso Leftovers descrive decisamente bene - anche quando lo fa attraverso scelte e personaggi discutibili - queste sensazioni, e pur non essendo una tempesta come lo fu Lost colpisce e lascia il segno nello spettatore disposto a lasciarsi andare e farsi domande a proposito di quello che potrebbe essere un mondo diverso, o quelli che diventeremmo noi se ci trovassimo a vivere per le sue strade.
Si prende il suo tempo, a volte abbaia ed altre morde, si accoccola ai nostri piedi o attende una distrazione per un agguato al buio, eppure Leftovers è lì, pronto ad insinuarsi sottopelle come il dubbio che dopo la perdita resti solo il dolore, o sia importante sperare e ricordare per poter continuare a vivere, e trovare la propria strada.
Una battaglia a volte silenziosa, a volte gridata, che è anticamera di una guerra che abbiamo già perso, perchè con la perdita dovremo sempre e comunque fare i conti: di chi amiamo, e di noi stessi.
Lost, del resto.
Pare quasi il Destino.



MrFord



 

giovedì 3 maggio 2018

A quiet place - Un posto tranquillo (John Krasinski, USA, 2018, 90')




Spesso e volentieri, la maggior parte di noi ambisce e dichiara di voler avere la possibilità di rifugiarsi, godere e vivere in un "posto tranquillo".
Ma cosa è davvero, un posto tranquillo?
Il silenzio, da animali sociali, è la nostra dimensione?
Non lo viviamo già abbastanza sul posto di lavoro, quando il conflitto tra essere umani ed essere ambiziosi, carrieristi, subordinati o capi pesa come un macigno?
O tra le mura domestiche, quando pur di evitare una discussione scappiamo nei nostri piccoli rifugi, sperando possano risparmiarci quello di cui non abbiamo voglia?
Sarà pure d'oro, ma nel silenzio esistono oceani di solitudine, incomprensioni, contraddizioni.
E non è facile pensare, scrivere e concepire un film che abbia la sua base proprio in questo silenzio.
Specie quando si tratta di portare sullo schermo sfumature di cult del passato, o di tematiche importanti quali quella della famiglia, del sacrificio, dell'amore.
Non a caso, il regista e protagonista ha voluto al suo fianco la sua compagna di vita.
Ma torniamo al principio.
Quando si dice "vorrei vivere in un posto tranquillo, lontano da tutto e da tutti", è davvero così?
Siamo davvero disposti a rinunciare alla parola, alla socialità, a tutto quello che ci rende quello che siamo allo stato attuale, pur di inseguire un'utopia che potrebbe rivelarsi distopia?
Siamo davvero pronti al silenzio?
In fondo, a ben guardare, nella quotidianità, dai telefoni cellulari, ai giocattoli, alla musica, ai film, a chi più ne ha, più ne metta, siamo continuamente impegnati a combatterlo, a chiuderlo in un angolo remoto della nostra mente per usarlo come arma nel momento in cui qualcosa o qualcuno comincia a non andarci a genio.
Come un mostro.
Un mostro che combattiamo fuori, o che portiamo dentro.
Personalmente, adoravo il silenzio e la tranquillità di questo "posto" ai tempi dell'adolescenza, quando mi sentivo in guerra con il mondo.
Ora mi pare solo un modo ipocrita e codardo di viverlo.
Che si parli di lavoro, nel momento in cui si finge di nulla anche quando il nulla non c'è, o di vita, quando pur di combattere si preferisce una non belligeranza che logora più della lotta.
Non ci sono mostri, nella realtà fuori dallo schermo. O pensiamo non ci siano.
Eppure, il silenzio pesa quanto e più del peggiore di loro.
La mia personale sensazione, il desiderio istintivo, sarebbe quello di gridare per farli uscire tutti dall'ombra e affrontarli faccia a faccia, perchè con tutti i miei difetti sento di vivere più direttamente ed onestamente e coraggiosamente di loro.
Eppure, in un posto tranquillo, sono io l'ipocrita, lo stronzo, quello fuori dagli schemi.
E se è così, un posto tranquillo io non lo voglio.
E preferisco essere il mostro, quello da cacciare e distruggere, quello sempre affamato, quello predatorio e senza controllo.
E in tutto questo, è davvero curioso che un film derivativo, poco originale e sopravvalutato, per quanto ben realizzato, abbia solleticato in me reazioni di questo tipo.
Forse è merito del silenzio.
Che io spezzo, al contrario della pellicola.



MrFord



giovedì 4 gennaio 2018

Seven Sisters (Tommy Wirkola, UK/Francia/Belgio, 2017, 123')




Lo sci-fi distopico, prima ancora di quello cosmico diviso tra astronavi e viaggi interstellari, è da sempre il mio favorito quando si parla di questo genere: da Blade Runner a Predestination, passando per Arancia meccanica, quando il Futuro appare più vicino del Presente nonchè specchio dei problemi dello stesso, è sempre interessante riflettere su quello che siamo e quale direzione potrebbe prendere - se non l'ha già fatto - il mondo.
Tommy Wirkola, autore che avrà sempre un giro gratis al Saloon grazie ai due spassosissimi Dead Snow ma anche un paio di bottigliate nella nuca per quella schifezza atomica di Hansel e Gretel, supportato da Netflix e da una Noomi Rapace nella sua personale versione di Orphan Black, regala una delle chicche più interessanti di questo periodo a cavallo tra la fine e l'inizio dell'anno, assolutamente non perfetto soprattutto nel corso dell'evoluzione della trama ma interessante, avvincente e ben ritmato, un giocattolone più profondo di quanto non si pensi di quelli che, giunti al termine della visione, si finisce per ringraziare quantomeno per aver ricordato quanto sia bello perdersi in una pellicola senza pensare al prima o al dopo, neanche ci si ritrovasse proiettati al suo interno.
What happened to Monday - adattato non si sa per quale assurdo motivo come Seven Sisters - è un viaggio non solo in un futuro spaventoso almeno quanto quello mostrato in cose come The Handmaid's Tale, ma anche nelle speranze di sette donne costrette a vivere una accanto all'altra e una come l'altra per oltre trent'anni, impossibilitate ad essere loro stesse se non all'interno di una casa che sarebbe quasi più facile identificare come prigione fino a quando il destino di una di loro non catapulta le altre al centro di una vera e propria lotta per la sopravvivenza che ha il sapore dell'inizio di una rivoluzione: Wirkola, che sotto sotto è un tamarro all'ennesima potenza, mescola con sapienza parti assolutamente action ad altre più intimiste - che, fatta eccezione per le rivelazioni nel finale, va detto, a mio parere funzionano solo parzialmente - e per quanto non destinato a lasciare davvero il segno nella Storia della Settima Arte, consegna al pubblico un gran bel prodotto d'intrattenimento, che non ha pretese ma guadagna punti, non si presenta come fosse un wannabe cult ma finisce, a modo suo, quasi per diventarlo.
Certo, la caratterizzazione delle sette sorelle è piuttosto tagliata con l'accetta e la Rapace non è un fenomeno, eppure tutto funziona e nel finale assistiamo ad un paio di twist decisamente interessanti, pronti ad offrire, oltre all'intrattenimento, spunti di riflessioni non indifferenti rispetto a quanto siamo o saremmo disposti a fare nel momento in cui si scontrano Amore e Famiglia, o ancora peggio, combaciano.
Il risultato è una sorta di versione tamarra di cose come Minority Report, tirata quanto basta per far vincere anche la stanchezza e godere dell'evoluzione della storia, che dalla sua ha il merito di aver tenuto inchiodata al divano anche Julez che non è particolarmente amante del genere ed ancor meno dell'attrice protagonista qui presente: merito senza dubbio di Wirkola, che vorrei vedere più spesso e con la possibilità di osare, senza essere imbrigliato da regole commerciali o trappole come il già citato Hansel e Gretel - del quale pare sia in lavorazione, purtroppo, un secondo capitolo -.
Per un titolo che doveva essere semplicemente una visione da decompressione da Feste e che ha finito per mancare la Top 30 dei Ford Awards praticamente solo per una questione di tempistiche, direi che è un risultato più che dignitoso.
Se consideriamo, poi, che gran parte dello stesso è merito di un(a) Lunedì, direi che il valore potrebbe addirittura raddoppiarsi.



MrFord



 

mercoledì 2 agosto 2017

The Handmaid's Tale - Stagione 1 (Hulu, USA, 2017)




Nonostante io sia una persona molto tranquilla e tendenzialmente - pur se solo in superficie - equilibrata, fin dai tempi in cui la timidezza mi schiacciava come un macigno che non ero in grado di sollevare penso di essere stato più incline alla ribellione che non all'esercizio del potere.
Negli anni, oltre a cambiare, imparare, sbagliare, costruire, crescere, mi sono commosso tra le pagine di 1984 e V per vendetta, ho patito sconfitte e lottato per arrivare a vittorie sul lavoro, sentito la necessità di essere libero - di pensare, di vivere, di esprimere me stesso - sempre più impellente, e goduto della sensazione di poter condividere queste passioni e desideri con chi, per un breve tratto o spero per sempre, è stato o è al mio fianco in questo viaggio.
Nel corso della prima stagione di Handmaid's Tale ho pensato principalmente a questo.
La Libertà.
Una Libertà che per una donna significa potersi gettare nell'esperienza probabilmente più totalizzante ed intensa che si possa immaginare: quella di regalare al mondo una vita nuova.
Allo stesso modo, pur se sempre dall'esterno, mi è capitato di pensare a quale non Libertà possa essere peggiore: quella di non riuscire ad avere figli, o di doverli avere per qualcun'altro.
A prescindere dagli intrighi, dall'atmosfera, dall'evoluzione della trama, dai personaggi e quant'altro si voglia gettare nel calderone, la cosa che ha finito per colpirmi più nel profondo in questa produzione targata Hulu che si ripromette di essere una delle protagoniste delle classifiche di fine anno dedicate ai serial è la tenacia mostrata dal "sesso debole" in barba alla credenza maschile di ritenersi al di sopra dello stesso, che si parli delle Ancelle o delle Mogli, nel pieno di un mondo in cui gli Stati Uniti rappresentano un nuovo "ritorno al passato" costruito sulla Fede cieca ed il bigottismo che maschera, in realtà, tutte le debolezze umane che continueranno ad essere impossibili non tanto da nascondere, quanto da tacere.
Come fossero tante mani che rifiutano di scagliare pietre - prime oppure no che siano - di quello che, episodio dopo episodio, assume i connotati di un esercito di ribelli da fare invidia a Spartacus, costruito sottovoce ma guidato da una forza che noi bestie dall'altra parte della barricata non potremo mai e poi mai neppure immaginarci.
"Non lasciare che i bastardi ti schiaccino", recita come un mantra June, mentre la seguiamo nel suo percorso fatto di vendetta, violenza, umiliazione, riscatto, amore, desiderio: un percorso di crescita che diviene simbolo di una lotta sotterranea e dirompente, in grado di mescolare generi e stili ma soprattutto di toccare corde che, in chi è sensibile a determinati temi come la suddetta Libertà, diventano lo strumento più efficace nel pezzo più travolgente che abbiate mai potuto ascoltare nel corso della vostra vita.
E a prescindere dalla struttura - che, da Lost in poi, è diventata uno dei cardini negli script delle produzioni destinate al piccolo schermo, in un gioco ad incastro tra flashback e presente di narrazione - la progressiva presa di coscienza di June diviene il simbolo delle battaglie di molti di noi, uomini o donne poco importa, in grado di alimentare curiosità e tensione, e stimolare l'anelito dello spettatore per quella Libertà che spesso, anche nella realtà "non distopica" che viviamo quotidianamente, viene soffocata attraverso mezzi ben più morbidi - almeno all'apparenza - di quelli usati da Galaad e dal suo governo.
Proprio per questo - e perchè, se fossimo uomini, ammetteremmo senza riserve la forza irrefrenabile delle nostre "altre metà del cielo", ben superiore a quella che pensiamo di mostrare -, finisce per essere impossibile, in quanto umani, rimanere sordi al richiamo di June, a quel mayday che più che una richiesta d'aiuto è un richiamo alle armi, alla raccolta, al grido di un'indipendenza dal bigottismo e dalla dittatura culturale fondamentale oggi, allora ed in un futuro prossimo, distopico oppure no.
In fondo, diretti verso il peggio, o il meglio, l'importante è essere in movimento verso qualcosa, ed aver compiuto ogni passo seguendo l'esigenza che, in quanto vivi, abbiamo di essere liberi.
E non sotto l'occhio di qualcuno.




MrFord



 

domenica 14 maggio 2017

The survivalist (Steven Fingleton, UK, 2015, 104')




Nel grande oceano costituito dalla settima arte esistono i titoli popcorn, perfetti per le serate di stanca e per tutti i tamarri senza ritegno come il sottoscritto, e quelli d'essai, pane quotidiano per i radical chic e chiunque - me compreso, non crediate -, pensa di essere un gradino sopra la massa dei consumatori occasionali di Cinema.
Ma, come per la vita reale, tra il bianco ed il nero esistono molteplici sfumature di grigio che possono essere migliori o peggiori di quelle divenute famose grazie a romanzo e trasposizione dello stesso - in questo caso posso parlare solo per la seconda, inguardabile -, e che finiscono per solleticare il gusto di alcuni o finire nel dimenticatoio per altri.
The survivalist si tuffa senza guardare indietro in questo caos: il lavoro di Stephen Fingleton, animato da pretese assolutamente autoriali - dubito che il grande pubblico possa sopportare una prima parte come quella mostrata dal regista grazie al protagonista, il ruvido sopravvissuto interpretato da Martin McCann -, reso interessante da una riflessione forse non nuova ma efficace come quella dell'homo homini lupus e da un buon comparto tecnico ed una tensione che si fa sentire nonostante i ritmi dilatati, perde assolutamente terreno nel latitare della scintilla che, di norma, fa da spartiacque tra i titoli destinati a diventare, in una misura o nell'altra, cult e quelli che il pubblico perderà nei meandri della memoria.
A tratti decisamente derivativo e a tratti quasi irritante, The survivalist rientra alla perfezione nel novero dei titoli da Festival indie pronti a far gridare al miracolo qualche critico radical in erba ma che, al confronto con opere "di sopravvivenza", per l'appunto, rimaste nella Storia perde nettamente il confronto, mancando della potenza dei primi Malick - La rabbia giovane in questo senso è irraggiungibile -, dello spirito caustico di Romero con i suoi morti viventi ed anche del coraggio di portare avanti la vicenda o chiuderla con la sfrontatezza che ci si aspetterebbe quando si affronta un titolo che, sulla carta, dovrebbe essere non tanto senza speranza, quanto crudele come la Natura che, a volte, pone le sue creature di fronte a realtà tanto inevitabili quanto difficili da digerire.
A conti fatti, e visione a ventiquattro ore di distanza, non riesco ancora a trovare una ragione che possa aver guidato Fingleton nella realizzazione di questo film, un'esigenza, la voglia di raccontare una storia: pare più che il regista e sceneggiatore abbia voluto mostrare una sua versione del genere cercando di porsi un gradino sopra le tamarrate come tutti i cinefili che non intendono mischiarsi al mucchio selvaggio degli spettatori occasionali senza avere, però, il colpo di genio o le palle d'acciaio per distinguersi davvero.
In un grande oceano popolato da squali di qualsiasi dimensione come quello della settima arte, temo che Fingleton e The survivalist abbiano davvero poche chances di sopravvivenza.





MrFord





 

venerdì 12 maggio 2017

La notte del giudizio - Election Year (James DeMonaco, USA/Francia, 2016, 109')




Quando si parla di saghe, che si tratti di ambito letterario o cinematografico, si entra sempre e quasi obbligatoriamente in un campo minato.
Mantenere, infatti, un livello qualitativo alto - o quantomeno discreto - per tutti i capitoli delle suddette senza snaturare ad un tempo lo spirito originario è cosa non da poco, ed i titoli che ci sono riusciti, da Star Wars a Il signore degli anelli - senza contare Game of thrones -, sono entrati nel cuore dei fan di tutto il mondo.
Certo, per me la saga cinematografica per eccellenza - alla faccia del più autoriale Il padrino - è e resterà per sempre Rocky, ma devo ammettere che spesso e volentieri il fascino di un mondo, personaggi o vicende in qualche modo legate mi attrae non poco, dando ad un'opera di fiction una dimensione a suo modo più reale: La notte del giudizio, survival urbano legato alla riflessione sull'uso della violenza legalizzata come arma per ridurre la criminalità, uscito qualche anno fa e ben accolto dal pubblico e da parte della critica, aveva dato inizio ad un franchise che, per quanto certamente non scarso o protagonista di momenti destinati al peggio della stagione cinematografica, non aveva mai raggiunto picchi di emozione, coinvolgimento o qualità complessiva davvero in grado di fare la differenza.
In questo senso, non è da meno neppure quest'ultimo Election Year, che annuncia una svolta decisiva per l'evoluzione della storia del "Purge" - ovvero la possibilità di revoca dello stesso, e dunque del motore del prodotto - ma, fatta eccezione per quest'eventualità e la cronaca "politica" che in un periodo di elezioni e post-elezioni americane funziona sempre non cambia di una virgola la ricetta dei precedenti, sprecando alcune buone cartucce - le ragazzine folli in pieno stile Spring Breakers che promettevano faville liquidate come se nulla fosse - e consegnando al pubblico quello che il pubblico si aspetterebbe considerati i precedenti del brand.
Una sicurezza, dunque, per certi versi, ed un peccato per altri.
In fondo, anche questo Election Year in termini di azione, atmosfera e costruzione funziona e si lascia guardare, pur mancando completamente di quella scintilla in grado di trasformare una visione in un'esperienza che non si dimenticherà facilmente.
A rendere il tutto più "movimentato" i numerosi volti noti di caratteristi passati su grande e piccolo schermo nel corso degli ultimi anni, da Lost a Justified, ed una serie di riflessioni politiche in grado di dare un certo spessore al prodotto finito, ed un ritmo comunque tutto sommato buono, probabilmente legato - come i capitoli precedenti - alla lezione data ai tempi dal cultissimo I guerrieri della notte.
A conti fatti, dunque, un titolo in grado di intrattenere ma incapace di segnare la memoria dell'audience, o di sorprendere davvero: in un mondo in cui accadono cose che paiono ben peggiori di quelle mostrate sullo schermo, del resto, è difficile restare davvero stupiti.



MrFord



 

mercoledì 3 maggio 2017

Ghost in the shell




L'uscita in sala di Ghost in the shell in versione live action mi spaventava non poco, come del resto di norma accade rispetto a tutti i remake, reboot e chi più ne ha, più ne metta.
Il film d'animazione che faceva da termine di paragone in questo caso, infatti, non solo è oggetto di culto per almeno una generazione di fan del Fumetto e della settima arte, ma rappresentò, ai tempi della sua uscita, uno dei titoli imprescindibili per quanto riguarda gli anime, quando ancora il ruolo dei computer era decisamente molto più limitato e l'approccio decisamente più artigianale.
Considerate la mia opinione non alta della protagonista scelta - trovo la Johansson estremamente sopravvalutata come attrice e come superfiga - e le probabilità che il lavoro di Sanders potesse anche soltanto eguagliare il film "originale", l'odore di stroncatura si faceva più pesante di quello "di natura" che qui nella Pianura Padana sentiamo volenti o nolenti ad ogni periodo di concimazione: fortunatamente per me, almeno in parte, ho scoperto nel corso della visione di questo Ghost in the shell di non ricordare quasi nulla dell'evoluzione della storia, e dunque di avere la grande fortuna di affrontare il "nuovo" senza che l'ombra del "vecchio" potesse diventare necessariamente un peso.
Il risultato, però, non è stato troppo diverso.
Ghost in the shell è senza dubbio un film ben confezionato e prodotto, con ottimi effetti ed una serie di sequenze apparentemente d'effetto, il tipico incedere e la tipica chiusura da action "filosofico" che fa molto Batman di Christopher Nolan ed un cast, comunque, tutto sommato in parte: eppure è anche tristemente noioso a livello emotivo e cerebrale, e pur non pensando alla pellicola d'animazione o agli albi a fumetti che la ispirarono finisce per risultare l'ennesimo fratellino molto minore di Blade Runner - che ha di fatto influenzato tutta la fantascienza cyberpunk venuta da allora in avanti - del quale non si sentiva davvero la necessità, un giocattolone costruito a tavolino e decisamente senz'anima che spera nel successo commerciale in modo da sopperire a tutto quello che, a livello di cuore, non perviene nell'esperienza da spettatori.
Restano, almeno per il sottoscritto, le soddisfazioni di vedere un Kitano spaccaculi come ai suoi tempi d'oro da "violent cop" e qualche rimembranza di Minority Report - altro "figlio" di Philip Dick -, ma davvero poco altro: la sensazione, infatti, è che regista e sceneggiatori abbiano di fatto sperato che la presenza della Johansson finta nuda e gli effettoni potessero sopperire a dialoghi soporiferi e davvero troppo nerd per risultare fluidi, e da una quantità di spiegoni da cattivi dei fumetti - per l'appunto - da far invidia ad un qualsiasi cattivo dei fumetti.
Peccato, perchè se anche un vecchio fan colto da amnesia come il sottoscritto e privo di pregiudizi finisce per rimanere assolutamente indifferente - se non addirittura deluso - alla visione, non oso immaginare quanto possano essersi incazzati tutti quelli che, del lavoro di Oshii hanno fatto praticamente una religione.
Che avranno augurato agli autori il Kitano più cattivo possibile.



MrFord



 

martedì 14 febbraio 2017

Black mirror - Stagione 3 (Netflix, USA/UK, 2016)




Fin dalla sua prima apparizione sugli schermi del Saloon - ma, e credo di poterlo affermare con sicurezza, non solo - Black Mirror si è imposta come serie di riferimento nell'ambito della fantascienza distopica e proposta di qualità decisamente alta a prescindere dal suo genere: ripescata - sia ringraziata Netflix - dopo due ottime stagioni ed un bellissimo special natalizio, la creatura nata nel Regno Unito ha attraversato la blogosfera con una terza annata che ha raccolto quasi esclusivamente commenti entusiastici, che mi sento di sottoscrivere in pieno.
Considerato che ogni episodio è, fondalmentalmente, un lavoro con una sua identità ed esistenza, passo in carrellata i sei che hanno costituito questo ennesimo, ottimo esperimento a partire da Nosedive, grande apertura con Bryce Dallas Howard protagonista di una parabola legata a doppio filo alla necessità sempre più invasiva di esprimersi e cercare conferma attraverso i social media, profetica ed inquietante soprattutto per chi, come la nostra generazione, ha visto nascere e crescere esponenzialmente proprio il fenomeno del "vorrei ma non posto".
Senza dubbio, principalmente per la profondità del tema, uno dei migliori episodi della stagione.
Playtest, secondo episodio tra i più massacrati in rete, è stato invece per quanto mi riguarda un ottimo esperimento ed un gran bel "gioco", per l'appunto, sia in termini di atmosfera che, una volta ancora, di riflessione sociale: dai videogames in prima persona al gioco online, passando attraverso visori e realtà virtuale, una situazione come quella affrontata dal protagonista della storia non mi pare troppo irrealizzabile o lontana, e come per il primo episodio, alcune grandi invenzioni della nostra società vengono analizzate dal lato più scomodo e tagliente.
Con Shut up and dance l'atmosfera vira verso territori più simili al thriller, portando in campo un gruppo di personaggi in corsa contro il tempo a causa di un ricatto e disposti, affinchè lo stesso decada, ad obbedire più o meno ciecamente agli ordini loro impartiti: una storia violenta ed urbana orchestrata con un ritmo serrato da James Watkins, che forse regala al pubblico il twist meno prevedibile dell'intera stagione e, contemporaneamente, il finale più terribile.
Ma, in tutta onestà, una volta scoperto quantomeno il segreto del protagonista, ho finito per non essere neppure troppo triste.
San Junipero, episodio numero quattro, è stato forse il più incensato dai recensori, e senza dubbio rappresenta quello dal fascino più forte soprattutto per chi, come il sottoscritto, ha vissuto sulla pelle, almeno in parte, gli anni ottanta ed ora guarda al Cinema ed alla Musica di quell'epoca come ad una sorta di macchina del tempo in grado di vincere ogni malinconia o sensazione di ineluttabilità del trascorrere dello stesso: proprio in questo senso si gioca la riflessione più importante delle due protagoniste e del pubblico, ed il valore di San Junipero stesso.
Curioso come nel corso della visione io dichiarassi a Julez di essere assolutamente favorevole all'idea di passare l'eternità in un posto come quello mentre, con il passare dei giorni dalla visione, l'idea di farlo senza le persone che amo al mio fianco risulti decisamente meno interessante.
Anche a fronte di una possibile rinascita.
Ad ogni modo, grandi, grandi spunti.
Men against fire, riflessione antimilitarista ed intelligente sull'utilizzo della guerra - e soprattutto, delle motivazioni non tanto di chi la ordina, quanto di chi la combatte in prima linea -, è risultato interessante ma, forse, privo del carattere degli altri episodi, tanto da essere considerato dal sottoscritto il più debole della stagione, per quanto di debolezza si possa parlare, quando la qualità complessiva dell'opera è così alta.
A chiudere - almeno per ora - la carrellata Hated in the nation, forse meno attuale di Nosedive o emotivamente coinvolgente di San Junipero eppure, per questo vecchio cowboy, senza ombra di dubbio l'episodio più riuscito: elementi di sci-fi, politica del controllo, tensione alle stelle pur senza violenza eccessiva o azione serrata, un'altra riflessione importante legata all'utilizzo della rete ed agli "haters" che la popolano, la dimostrazione di quanto, a volte, un mezzo grandioso, innovativo ed assolutamente "libero" come internet possa generare istinti anche peggiori di quelli di cui abbiamo tristemente dimostrazione ogni giorno in ogni parte del mondo.
Una chiusura con il botto di una stagione con il botto di una serie che è un botto.
Inutile dire che attendiamo già con ansia il giro di giostra numero quattro.




 MrFord




venerdì 1 luglio 2016

Turbo Kid

Regia: Francois Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Origine: Canada, USA, Nuova Zelanda
Anno: 2015
Durata: 93'







La trama (con parole mie): in un futuro prossimo in cui il mondo è devastato dall'olocausto post-atomico e vige la legge della giungla, un orfano cresciuto nel mito di un eroe dei fumetti che ha visto i genitori trucidati davanti ai suoi occhi per mano degli sgherri dello spietato Zeus, dispotico leader che controlla l'acqua nel territorio in cui il ragazzo vive, conosce nel corso di una delle sue peregrinazioni nelle wasteland Apple, una giovane stralunata che si rivela da subito interessata a lui.
Quando viene rapita dagli uomini di Zeus ed il giovane viene casualmente in possesso dell'equipaggiamento dell'eroe che pensava esistesse soltanto tra le pagine degli albi e nella sua immaginazione, le cose cambiano: divenuto Turbo Kid, l'improvvisato paladino del bene si metterà in cammino in modo da soccorrere la sua amica, dando inizio ad una vera e propria lotta all'ultimo sangue contro il despota ed i suoi sgherri.
Riuscirà dunque a portare a termine un'impresa così epica?










Quando, qualche anno fa, grazie al tam tam della blogosfera, recuperai Bellflower, opera alternativa, giovane e decisamente affascinante nata dall'impatto che Mad Max aveva avuto sull'immaginario dei suoi autori, pensai che non mi sarei più ritrovato in una condizione simile da spettatore: fortunatamente, invece, ogni tanto il Cinema mi smentisce ancora in positivo.
Giunto sugli schermi del Saloon sempre grazie al passaparola, Turbo Kid raccoglie di fatto il testimone del lavoro di Glodell sopracitato regalando al pubblico una storia scombinata, splatter, romantica e divertentissima che pare shakerare in un cocktail dal gusto davvero niente male i videogiochi e la cultura pop anni ottanta, Ken il guerriero, il già citato Mad Max, il primo Raimi ed i carpenteriani Fuga da New York e Fuga da Los Angeles - che prima o poi dovrò davvero decidere di riproporre qui al Saloon - sfruttando un protagonista fresco e molto "goonie", quasi una versione ancora più nerd dei vari Scott Pilgrim e soci, affiancato per l'occasione da una compagna tanto stramba da sembrare uscita dalla più stramba opera firmata da Charlie Kaufman e da una spalla spaccaculi che se non mi fossi ritrovato davanti guardando questo film, avrei giurato di aver inventato e scritto io stesso.
Se, a tutto questo, aggiungiamo un villain d'eccezione intepretato dal mitico Michael Ironside ed una serie di sgherri esteticamente perfetti - a cominciare dal muto e spietato braccio destro di Zeus -, uno spirito citazionista per nulla fastidioso ed una storia in grado di prendersi i suoi tempi per esplodere letteralmente in flash improvvisi di sangue e violenza da violento incubo tarantiniano, il gioco è fatto: Turbo Kid rappresenta, in questo senso, una delle ventate d'aria fresca più interessanti della scorsa, scialbissima - almeno in sala - primavera, quasi avesse raccolto il testimone dei cult dello scorso anno Kung Fury e The final girls, pellicole che hanno pescato a piene mani dal fortunatamente rivalutato decennio eighties presentando comunque e nonostante le ispirazioni marcate un'originalità ed una voglia di raccontare invidiabili in un'epoca cinematografica in cui pare latitare proprio l'ispirazione "buona".
Probabilmente, così come le pellicole citate poco sopra, anche Turbo Kid non è considerabile come "per tutti", e l'ideale, se non siete avvezzi al genere, sarebbe affrontare la visione accanto a qualcuno che, al contrario, in questo tipo di prodotti sguazza come uno squalo in una piscina di surfisti, pronto a mostrare tutte le potenzialità di produzioni di tal fatta figlie di questa nuova "corrente", purtroppo per ora colpevolmente ignorata dalla distribuzione italiana, che preferisce intasare le sale con film che si dimenticano già dai titoli di coda piuttosto che rischiare puntando su lavori come questo.
Poco importa, comunque: da queste parti crediamo forte in eroi come Turbo Kid, che riescono a raccontare e trasformare in immagini il grande amore per il Cinema che la mia generazione di appassionati prova, dagli outsiders in cerca di riscatto ed amore ai cowboys solitari e cazzuti.
In fondo, la strada verso il sogno è la stessa.
Cambia solo il modo di percorrerla.





MrFord





"Evviva il cross, evviva il motocross
rischiavo la mia pelle, evviva il motocross.
Lei lo metteva in moto e mentre uno aspettava accanto a un paracarro,
quell'altro mi picchiava
e non guardava dove
e se ne sono andati in tre sul mio motore,
lasciandomi soltanto la rabbia da ingoiare, la rabbia da ingoiare..."
Ivan Graziani - "Motocross" -






sabato 5 marzo 2016

Black Mirror - White Christmas

Regia: Carl Tibbets
Origine: UK
Anno: 2014
Durata:
73'







La trama (con parole mie): Matt e Potter, chiusi da cinque anni in un avamposto perduto assediato da neve e gelo, si confrontano per la prima volta in occasione di un improvvisato pranzo di Natale che li vede parlare delle loro vite e di quello che li ha portati ad essere dove si trovano, lontani dal mondo e dalla civiltà.
Il primo a dare libero sfogo ai ricordi è Matt, tra i due quello più disposto a parlare fosse anche soltanto per occupare il tempo, e pronto a rivelare il suo ruolo di manipolatore mentale rispetto alla sorprendente nuova tecnologia dei cookies: stimolato dal racconto del compagno di sventura, anche Potter comincia ad aprirsi e a ricordare cosa lo ha condotto dove si trova, legato a doppio filo con il destino della sua ex compagna.
Ma le apparenze sono davvero quelle che i due mantengono?
O un segreto progressivamente svelato porterà ad una rivelazione ulteriore ed inquietante?











Nonostante qui al Saloon si è e resterà sempre decisamente più vicini agli USA che al buon, vecchio Regno Unito, occorre sottilineare quante siano state, in tempi recenti, le produzioni di culto made in UK pronte a stupire il mondo: dalle prime due strepitose stagioni di Misfits a This is England, fino alle due osannatissime - perfino troppo, occorre ammettere - annate di Black Mirror ed all'ormai mitico per il Saloon Sherlock, non sono mancate proposte ricche di stimoli e qualità per lo spettatore.
Spinti dalla recente visione proprio dello special L'abominevole sposa che dovrebbe fare da raccordo per la futura quarta stagione dell'appena citato Sherlock e dal fatto di essere ancora tecnicamente in inverno, gli occupanti del Saloon hanno finalmente chiuso il cerchio - per il momento - anche con Black Mirror, in attesa che una nuova stagione torni a fare capolino in televisione, affrontando, di fatto, quello che, fino ad ora, è forse il miglior episodio mai prodotto per il brand dedicato a visioni distopiche e sci-fi rese comunque per tematiche e scelte profondamente vicine alla nostra realtà.
Presi letteralmente per mano - o per la mente, a seconda dei punti di vista - da un Jon Hamm in stato di grazia - addirittura più bravo che nel suo ruolo principe, quello cucitogli addosso con il Don Draper di Mad Men -, partiamo da un avamposto sperduto e quasi sepolto sotto la neve per affrontare un gioco a scatole cinesi che ci conduce al confronto delle vite dei due protagonisti, pronti a rivelare dettagli del loro passato precedente ai cinque anni passati nella solitudine di quel rifugio ed in questo modo a scavare anche dentro loro stessi, sensi di colpa e colpe effettive comprese.
Ed in bilico tra la sci-fi classica legata all'utilizzo dei cookies - inquietante ed affascinante ad un tempo, si veda il destino della "copia" di Greta -, la crime story - la vicenda di Potter rivelata nella parte finale - ed alcune situazioni inquietanti come la possibilità di "bloccare" qualcuno anche nella vita reale così come ora accade su internet - agghiacciante, ad esempio, il fatto che un blocco operato da un coniuge a livello giuridico preveda anche l'impossibilità di interagire con i propri figli -, assistiamo ad un vero e proprio viaggio nel tempo e nell'anima dei due main charachters, così convincente da risultare quasi più un lungometraggio che non quello che dovrebbe essere lo special di traino per l'attesissima terza stagione di una serie.
A metà strada tra l'ottimo Predestination ed uno stile che ricorda quello di Christopher Nolan, il lavoro firmato da Carl Tibbets funziona dal primo all'ultimo minuto, facendoci dimenticare, di fatto, di trovarci di fronte ad una proposta da piccolo schermo e stuzzicando l'interesse dell'audience dal primo all'ultimo minuto ribaltando spesso e volentieri il punto di vista e la percezione della vicenda e dei personaggi, sia nel caso di Matt e del racconto della sua vita, che dei cookies, che di Potter, che raccoglie il testimone del suo più ciarliero e spigliato compagno di sventura spingendo, di fatto, sull'aspetto emotivo più profondo anche del pubblico nella seconda parte del racconto.
A prescindere, comunque, da ambientazione e tecnologie fantascientifiche mostrate, Black Mirror si conferma un brand pronto a sfruttare la cornice sci-fi solo per analizzare nel profondo le luci e soprattutto le ombre dell'animo umano, e dall'uscita di Matt allo scorrere del tempo di un Natale che parrà infinito per Potter, White Christmas ne è l'ennesima, riuscita dimostrazione.






MrFord





"I'm dreaming of a white Christmas
just like the ones I used to know
where the tree tops glisten
and children listen
to hear sleigh bells in the snow."
Michael Bublè -"White Christmas" - 





domenica 27 settembre 2015

Black Mirror - Stagioni 1 e 2

Produzione: Channel 4
Origine:
UK
Anno: 2011, 2013
Episodi:
3+3





La trama (con parole mie): dal futuro del lavoro e delle illusioni da grande - e grandissimo - schermo ai ricordi manipolati, dalla politica distorta alla solitudine ed al superamento del dolore, un'esplorazione del presente in divenire dell'Uomo e dei sentimenti passata attraverso la distopia. Quali confini nasconde il nostro animo? Fino a che punto siamo disposti a spingerci per rispondere ad un ricatto, assaporare il successo, tornare a toccare o sfiorare per la prima volta la persona amata? 
Spogliati del Tempo e dei contesti, uomini e donne assolutamente normali tentano di scoprire la loro risposta di fronte ad un banco di prova enorme: quello della vita.
Troveranno quello che cercano, o il loro ulteriore futuro sarà anche peggiore di quello che si prospetta per noi? Quale immagine si mostrerà a chi deciderà di specchiarsi nell'immagine dei lati più oscuri dell'anima?








Negli ultimi dieci anni l'universo delle serie televisive ha conosciuto, senza dubbio, il suo periodo migliore di sempre, dall'esplosione del fenomeno Lost al fiorire di proposte pronte a garantire una qualità degna del grande schermo e a "rubare" allo stesso molti protagonisti.
Ma non è stato soltanto il colosso statunitense a produrre titoli degni di nota, e da Misfits - almeno per quanto riguarda le prime due stagioni - a Broadchurch, il Regno Unito si è rivelato una garanzia di qualità pronta a stupire un pubblico magari più ristretto ma non per questo poco esigente: da tempo, qui nella blogosfera e non, sentivo parlare di Black Mirror, miniserie progettata per esplorare un futuro più o meno prossimo che aveva riscosso pareri a volte entusiastici con la sua analisi della distopia e dello sci-fi.
Rispetto a Dead set - creatura uscita dalla stessa penna - il passo avanti è sicuramente notevole, e l'esperimento è senza dubbio interessante, anche se, a conti fatti, ho trovato le due stagioni meno strepitose di quanto le aspettative non prevedessero, forse patendo una struttura ad episodi che non garantisce sempre lo stesso livello di soddisfazione ed un approccio clamorosamente freddo, che ha finito in alcuni casi per sconfinare quasi nella noia.
Non che questo significhi una bocciatura per il lavoro di Charlie Brooker, che risulta assolutamente valido ed in grado di analizzare la nostra società attraverso la lente dei singoli racconti, ambientati in un mondo ipotetico e futuro ma clamorosamente vicini alla realtà che viviamo quotidianamente: una sorta di cocktail discretamente alcolico di Her e Se mi lasci ti cancello, senza dimenticare una spruzzata di incubo sociale in pieno stile Minority report.
In questo senso, dei tre episodi della prima stagione ho finito per preferire il secondo, Fifteen million merits, ambientato in una società orwelliana dominata da un reality show che ben fotografa la febbre da notorietà e da sogni venduti a caro prezzo ai "comuni mortali" dai gestori del potere.
Gli altri due, il più che critico rispetto a politica e social networks The National Anthem e The entire history of you, interessanti soprattutto per le osservazioni sulla società, mi sono parsi invece solo discreti, incapaci di raggiungere il livello del già citato Fifteen million merits.
L'annata numero due, invece, ha rappresentato senza dubbio un salto in avanti sia per quanto riguarda l'approccio - meno distaccato e più coinvolgente per il pubblico - che per il valore complessivo delle storie narrate: nella prima assistiamo al confronto tra una giovane donna innamorata e rimasta incinta ed il simulacro artificiale comandato da un computer del suo compagno, morto improvvisamente in un incidente stradale, forse il più lirico ed intenso tra tutti gli episodi; con White bear si cambia registro aumentando in un certo senso la potenza, mentre con il conclusivo The Waldo Moment forse finiamo per trovarci di fronte al punto più alto della serie: una riflessione spietata e decisamente inquietante sui poteri della politica e della comunicazione, ormai dominanti nel nostro mondo e divenuti superiori a quelli più naturali che regolano i bisogni istintivi della vita stessa.
La vicenda di Jamie, comico assunto per impersonare l'irriverente pupazzo Waldo finito per divenire prigioniero prima dello stesso e dunque del Sistema risulta assolutamente esemplare della condizione in cui noi stessi viviamo, spesso e volentieri e non sempre consapevoli pupazzi nelle mani di un mondo - e di un'organizzazione - più grande di noi pronto a vendere prodotti il più possibile applicabili alla società ormai globalizzata.
In un certo senso, finiamo per essere tutti Waldo.
E per votare pupazzi che ricordano da vicino l'immagine distorta di un black mirror da incubo.




MrFord




"Shot by a security camera
you can't watch your own image
and also look yourself in the eye
black mirror, black mirror, black mirror."
The Arcade Fire - "Black mirror" - 




domenica 6 settembre 2015

Divergent/Insurgent

Regia: Neil Burger (Divergent), Robert Schwentke (Insurgent)
Origine: USA
Anno: 2014 (Divergent), 2015 (Insurgent)
Durata: 139' (Divergent), 119' (Insurgent)




La trama (con parole mie): ormai, qui al Saloon, quando si incontrano proposte di bassa lega ma non abbastanza tamarre per il sottoscritto, ci si rivolge a Julez come se fosse la Mrs. Wolf del Cinema che non intendo affrontare, pronta a risolvere il problema di una visione che potrebbe risultare potenzialmente indigesta.
In questo caso i titoli sono addirittura due, shakerati dalla suddetta Julez - che non è maniacale come il sottoscritto, quando si tratta di recensire - e dedicati a due dei film teen tra le decine uscite negli ultimi anni, pronti a cavalcare l'onda del successo di collane di romanzi indirizzati - almeno sulla carta - proprio agli adolescenti.
Si tratterà di nuovi e rinunciabili prodotti in stile Hunger Games, o di qualcosa a sorpresa valido?






Quando ho approcciato, nel mio solito momento stiro, a questa saga, non avevo nessunissima aspettativa. Neanche quella che mi sale sempre di fronte a film fantasy, fracassoni, fantascientifici o di botte. 
Ho pensato: “Toh, una cagata che MrFord non vedrà e che posso guardare tra il piegare una maglietta ed un bodino di AleLeo”.
Rispetto alla prima pellicola devo ammettere che, al contrario delle attese, il lavoro di Neil Burger è riuscito a dare adito ad una riflessione sulla mia personalità che non mi aspettavo da un filmetto teen fantasy ambientato in un futuro distopico. 
L’ambientazione di Divergent, Insurgent e quella che sarà di Allegiant poi, è legata ad una società che, a fronte di un passato in cui gli uomini hanno scatenato una guerra fratricida, ha diviso il popolo in cinque fazioni a seconda della famiglia di origine o delle proprie attitudini personali: Candidi (votati alla sincerità e responsabili della giustizia), Eruditi (gli intellettuali), Pacifici (vivono una vita semplice e coltivano la terra), Abneganti (sono al potere poiché ragionano con un’ottica altruista e lavorano per il bene di tutti), Intrepidi (sono i coraggiosi e di fatto rappresentano la forza militare della società).
Al di fuori di queste 5 fazioni esistono coloro che non hanno una sola caratteristica dominante e che di fatto, a causa della propria poliedricità, sono inascrivibili ad una singola fazione, e finiscono così per minare il principio di ordine e disciplina previsto dalla legge: i Divergenti.
Sfido chiunque veda la prima pellicola della saga, o legga il libro da cui il film è tratto, a non immaginarsi nella situazione della protagonista Beatrix (detta Tris) e a non pensare di essere senza dubbio un divergente: a me, quantomeno, è successo. 
Ma la realtà è che, come nel film, sono pochi i veri divergenti. Io non lo sono mica. Senza dubbio posso essere un pò questo e un pò quello, ma non MOLTO questo e MOLTO quello. 
Probabilmente dovessi sottopormi al test a cui vengono sottoposti tutti gli adolescenti della società qui mostrata ne uscirei Candida. 
Non che mi freghi niente della legge ma non so mentire neanche se ne va della mia vita.
Insomma. Non siamo mica tutti speciali veramente.
Allo stesso modo, neanche il film lo è. 
Il primo dei due è un po’ meglio, Shailene Woodley è stranamente in parte (non è tra le attrici che mi colpiscono per le loro interpretazioni), si fa la conoscenza con la struttura della società e la trama, seppur risibile, regge i suoi centotrentanove minuti grazie anche alla storia d’amore tormentata tra Tris e Four (la regia vi omaggia di un’immagine tratta dal momento più hot del film).




Con il secondo l’effetto curiosità svanisce e la situazione si fa noiosa. 
Talmente noiosa che non ricordo cosa succeda, quale sia il fulcro della storia. 
Qualcosa tipo il ricostruire dopo la distruzione.
Ma proprio… vuoto!
Insomma per farla breve, se lo guardate è un MEH, se non lo guardate non vi perdete niente.
Piuttosto immaginate il risultato del vostro test e vi sarete goduti il meglio del film.



Julez



"Wanna hear your beating heart tonight
before the bleeding sun comes alive
I want to make the best of what is left, hold tight
and hear my beating heart one last time
before daylight."
Ellie Goulding - "Beating heart" - 




lunedì 13 luglio 2015

Terminator: Genisys

Regia: Alan Taylor
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 126'





La trama (con parole mie): al termine dell'ennesimo scontro con Skynet nel futuro dominato dalle macchine, John Connor spedisce nel passato, e precisamente nell'ottantaquattro, Kyle Reese, con il compito di proteggere sua madre Sarah dall'assalto del T-800 inviato dal nemico per ucciderla.
Poco prima che la macchina per il "salto" sia messa in funzione, però, Kyle vede John attaccato da un Terminator, piombando nell'anno della sua missione senza sapere cosa ne è stato del suo mentore: peccato che, oltre a questo dubbio, il soldato del futuro dovrà fare fronte alle differenze con la Storia per come la conosce.
Sarah Connor, infatti, non è l'indifesa cameriera che è stato mandato a proteggere, bensì una combattente già formata dopo essere stata cresciuta da un T-800 che chiama papà e che l'ha cresciuta prendendosene cura, e che il Terminator che avrebbe dovuto fermare è stato appena distrutto proprio dall'insolita squadra "genitore/figlia".
Quello che Reese scoprirà, inoltre, grazie alle visioni avute nel corso del salto temporale, è che esiste un modo per fermare Skynet definitivamente saltando di nuovo avanti fino al duemiladiciassette.
Unico problema: a tentare di impedire la riuscita del piano potrebbe essere addirittura John Connor.








Nonostante il tempo continui inesorabilmente a passare, o forse proprio per questo, ogni giorno che passa finisco per ringraziare di essere cresciuto, come appassionato di Cinema, negli anni ottanta: il tanto discusso decennio in questione, infatti, come e più di ogni altro, ha alimentato la meraviglia e l'ingeuità del lato naif della settima arte, creando miti e sottogeneri spesso e volentieri bistrattati dalla critica alta in grado, paradossalmente, di rappresentare un certo spirito del grande schermo anche meglio dei loro colleghi più blasonati.
Nel corso delle ultime stagioni, poi, accanto ai tentativi spesso maldestri degli autori di oggi di creare nuovi miti e cult, o riciclare attraverso inutili remake e reboot, gli eroi della mia infanzia - i vari Stallone, Van Damme e per l'appunto Schwarzenegger - hanno avuto la sfrontatezza, l'ironia ed il coraggio di riportare in qualche modo in auge quegli anni filtrandoli attraverso l'idea che anche loro, che parevano invincibili ed inossidabili, stanno invecchiando, quasi volessero prepararci con il sorriso al giorno in cui saranno solo ricordi gettati come sassi nel grande fiume del Tempo.
E senza la possibilità di viaggiarci attraverso se non con il Cinema.
"Vecchio, non obsoleto", è infatti il mantra che il mitico Arnold sfodera per tutta la durata di questo giocattolone che, con Julez, ci siamo goduti come, nelle scorse settimane e mesi, era già capitato con Jurassic World o Fast 7, o come è accaduto con Kung Fury - del quale parlerò a breve -: come se gli anni ottanta fossero tornati, e ad un tempo, con il sorriso e l'ironia ci dicano che, in realtà, sono finiti, e purtroppo non torneranno più.
Terminator: Genisys, con tutti i suoi limiti e le critiche che gli pioveranno addosso da parte dei radical di tutto il globo, è stata una goduriosa festa fatta di effettoni, viaggi nel tempo, sparatorie, battute spassose ed omaggi a quelli che, di fatto, restano gli unici, grandi capitoli - parlo dell'originale e di Judgment Day, ovviamente - di un franchise che quest'ultimo Genisys non pretende di portare avanti stancamente - come fu per il terzo - o riavviare con pretese autoriali - Salvation -, ma semplicemente omaggiare intrattenendo il pubblico nel miglior modo possibile, con un ritmo sostenuto, personaggi che funzionano - Emilia Clarke, che non avrei mai e poi mai visto nel ruolo di Sarah Connor, riesce a rendere molto bene una versione più "young" ma non per questo meno combattiva della stessa, Jason Clarke è un inquietante John Connor, Schwarzy spacca e gigioneggia alla grandissima, e forse l'unico non completamente convincente è il Kyle Reese di Jai Courtney, che non ho mai apprezzato particolarmente neppure ai tempi di Spartacus -, citazioni non invasive ed un'atmosfera che pare, più che perdere tempo in giri di parole, gridare in faccia all'audience di non cercare troppi peli nell'uovo, ma di prendere lo stesso e spararselo crudo neanche fosse il concentrato beverone di Rocky prima dell'allenamento all'alba.
Senza dubbio, in quel caso, cavalcherete attraverso il Tempo, i suoi paradossi e gli affari di Uomini e Robots al vostro meglio, tornando bambini e nel cuore di quei magici eighties come se malvagi cyborg venuti dallo spazio potessero davvero arrivare con le peggiori intenzioni, ed un eroe solitario - in questo caso, addirittura due - tornassero indietro pronti a dare tutto, ma proprio tutto, per farvi portare a casa la pelle.
E ancora meglio, sarà come se fosse la prima volta, il futuro non fosse già scritto e neppure lo scorrere dei minuti che conduce al finale - del film, della saga, della vita - potesse farci nulla: perchè certe cose, per quanto vecchie, non saranno mai e poi mai obsolete.
Come Terminator, Arnold Schwarzenegger, gli anni ottanta, i popcorn movies che appena terminati si ha subito voglia di ricominciare a vedere.
Come il Cinema.
E la sua meraviglia.




MrFord




"Good times, bad times, you know I had my share;
when my woman left home for a brown eyed man,
well, I still don't seem to care."
Led Zeppelin - "Good times bad times" -





domenica 24 maggio 2015

Terminator 2 - Il giorno del giudizio

Regia: James Cameron
Origine: USA, Francia
Anno: 1991
Durata:
137'






La trama (con parole mie): dieci anni dopo i drammatici eventi che videro Sarah Connor sopravvivere a stento all'attacco del primo Terminator inviato per ucciderla, incinta del suo salvatore Kyle Reeves, morto nel tentativo di fermare proprio l'automa killer, la donna è considerata una psicopatica e sconta una pena in un istituto psichiatrico correzionale a Los Angeles, mentre il giovanissimo John, sbruffone e delinquente in erba, passa da una famiglia affidataria all'altra.
Dal futuro, una volta ancora, giungono due emissari: uno di Skynet, intelligenza artificiale a capo dei robots, ed uno inviato dalla Resistenza umana.
Il primo è il nuovo, terrificante modello di Terminator, il T-1000, realizzato interamente in metallo liquido. Il secondo è il vecchio e solido T-800, che dieci anni prima, con lo stesso volto, venne inviato nel passato allo scopo di uccidere Sarah.
Questa volta, però, l'assassino di un tempo potrebbe diventare non solo un salvatore, ma addirittura un compagno per affrontare un'Apocalisse che pare imminente.








Il primo ricordo che ho di Terminator 2 è uno tra i più belli che potrei conservare nella mia carriera di spettatore: spinti dalla curiosità del sequel di un film che aveva appassionato in egual misura me, mio padre e mio fratello - che, effettivamente, forse fosse stato oggi sarebbe stato considerato troppo piccolo per una visione di questo tipo -, entrammo in una sala stipata - figlia dei tempi in cui non esistevano posti numerati, e si finiva anche a stare spesso e volentieri seduti lungo i corridoi o in piedi oltre le ultime file - per tuffarci in una delle esperienze da grande schermo più intense della mia infanzia, della quale parlammo per tutto il tragitto di ritorno in metropolitana verso casa, in una di quelle domeniche che parevano magiche e infinite e che, nel corso della vita, finiscono per ripetersi soltanto una volta diventati padri.
Amarcord ed affetti a parte, però, il fatto è che Terminator 2 - Il giorno del giudizio resta uno dei capisaldi del genere nonchè dei più grandi cult anni novanta, perfetto nell'equilibrio tra azione serrata e tensione, visioni da sci-fi pura ed adrenalina tipica dell'action, tecnica perfetta ed un elemento emozionale che ha nel finale uno dei climax più toccanti che il mio io fanciullesco ricordi - quel pollice alzato nella fonderia ancora oggi mi procura brividi lungo la schiena -.
Per chi, come il sottoscritto, lo vide praticamente alla stessa età del John Connor protagonista - un giovanissimo Edward Furlong, poi perdutosi sulla via del successo -, Terminator 2 rappresenta tutto quello che un pre-adolescente potrebbe in qualche modo sognare: faccia tosta, un computer in grado di decrittare i codici degli sportelli bancomat, un robot potenzialmente killer proveniente dal futuro pronto ad obbedire agli ordini e dare tutto, ed anche di più, come se fosse una sorta di distorto padre - in questo senso, è da brividi la riflessione della disillusa e combattiva Sarah in proposito - e la possibilità di cambiare non solo il proprio destino, ma anche quello del mondo attraverso un'avventura rischiosa, tesissima ed oltre ogni più sfrenata fantasia.
A prescindere, comunque, dai coinvolgimenti personali, questo Judgement Day rappresenta una delle vette del Cinema di fantascienza action degli ultimi trent'anni, impreziosito da effetti clamorosi per l'epoca - il T-1000 è ancora una meraviglia - e da una serie di sequenze indimenticabili una dopo l'altra, dall'inseguimento tra moto e camion alla fuga di Sarah dall'ospedale psichiatrico, passando poi per l'incredibile confronto tra il Terminator assassino e quello "guardiano" a partire dalla Cyberdyne per giungere alla fonderia teatro dello scontro finale: James Cameron, che diverrà decisamente più noto in seguito per Titanic e Avatar - entrambi, nel loro clamoroso successo ed essere incarnazioni del concetto di blockbuster, assolutamente perfetti -, confeziona un prodotto di fattura tecnica pazzesca, ma non per questo freddo come l'antagonista che propone o fin troppo tutto d'un pezzo come il protagonista - i siparietti tra John e il Terminator e la progressiva umanizzazione del secondo ripercorrono la strada compiuta da tutto il Cinema d'avventura adolescenziale degli anni ottanta -, in grado di colpire a più livelli ed ancora oggi, a quasi venticinque anni dall'uscita, assolutamente strepitoso.
Ed è curioso come ora, lontani gli spauracchi dei tempi delle guerre atomiche e delle intelligenze artificiali - in fondo, siamo più vicini al duemilaventinove dei Terminator che non al millenovecentonovantuno di questo film -, mi tocchi nel profondo il fatto che la fantasia di Sarah Connor, che vede come compagno in un mondo pazzo il T-800 in quanto unico che non picchierebbe, sgriderebbe, andrebbe contro i desideri del piccolo John, e non si fermerebbe davanti a nulla pur di proteggerlo, perchè sono le stesse cose che penso e sento e vivo rispetto al Fordino: merito di un titolo che, pur scavando nella fantascienza e nei viaggi nel tempo, nell'azione e negli effetti da rimanere a bocca aperta, nel Cinema della meraviglia, resta figlio di un'umanità profonda e sentita.
La stessa che conduce Sarah e John a costruirsi da soli il proprio destino.
Il domani.
La stessa che porta il Terminator a comprendere le lacrime.
E ad alzare quel pollice.




MrFord




"We walk toward desire,
hand and hand
through fields of fire
with only love to light the way
on the road to Judgement Day."
Whitesnake - "Judgement day" -






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