Visualizzazione post con etichetta teen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teen. Mostra tutti i post

domenica 6 settembre 2015

Divergent/Insurgent

Regia: Neil Burger (Divergent), Robert Schwentke (Insurgent)
Origine: USA
Anno: 2014 (Divergent), 2015 (Insurgent)
Durata: 139' (Divergent), 119' (Insurgent)




La trama (con parole mie): ormai, qui al Saloon, quando si incontrano proposte di bassa lega ma non abbastanza tamarre per il sottoscritto, ci si rivolge a Julez come se fosse la Mrs. Wolf del Cinema che non intendo affrontare, pronta a risolvere il problema di una visione che potrebbe risultare potenzialmente indigesta.
In questo caso i titoli sono addirittura due, shakerati dalla suddetta Julez - che non è maniacale come il sottoscritto, quando si tratta di recensire - e dedicati a due dei film teen tra le decine uscite negli ultimi anni, pronti a cavalcare l'onda del successo di collane di romanzi indirizzati - almeno sulla carta - proprio agli adolescenti.
Si tratterà di nuovi e rinunciabili prodotti in stile Hunger Games, o di qualcosa a sorpresa valido?






Quando ho approcciato, nel mio solito momento stiro, a questa saga, non avevo nessunissima aspettativa. Neanche quella che mi sale sempre di fronte a film fantasy, fracassoni, fantascientifici o di botte. 
Ho pensato: “Toh, una cagata che MrFord non vedrà e che posso guardare tra il piegare una maglietta ed un bodino di AleLeo”.
Rispetto alla prima pellicola devo ammettere che, al contrario delle attese, il lavoro di Neil Burger è riuscito a dare adito ad una riflessione sulla mia personalità che non mi aspettavo da un filmetto teen fantasy ambientato in un futuro distopico. 
L’ambientazione di Divergent, Insurgent e quella che sarà di Allegiant poi, è legata ad una società che, a fronte di un passato in cui gli uomini hanno scatenato una guerra fratricida, ha diviso il popolo in cinque fazioni a seconda della famiglia di origine o delle proprie attitudini personali: Candidi (votati alla sincerità e responsabili della giustizia), Eruditi (gli intellettuali), Pacifici (vivono una vita semplice e coltivano la terra), Abneganti (sono al potere poiché ragionano con un’ottica altruista e lavorano per il bene di tutti), Intrepidi (sono i coraggiosi e di fatto rappresentano la forza militare della società).
Al di fuori di queste 5 fazioni esistono coloro che non hanno una sola caratteristica dominante e che di fatto, a causa della propria poliedricità, sono inascrivibili ad una singola fazione, e finiscono così per minare il principio di ordine e disciplina previsto dalla legge: i Divergenti.
Sfido chiunque veda la prima pellicola della saga, o legga il libro da cui il film è tratto, a non immaginarsi nella situazione della protagonista Beatrix (detta Tris) e a non pensare di essere senza dubbio un divergente: a me, quantomeno, è successo. 
Ma la realtà è che, come nel film, sono pochi i veri divergenti. Io non lo sono mica. Senza dubbio posso essere un pò questo e un pò quello, ma non MOLTO questo e MOLTO quello. 
Probabilmente dovessi sottopormi al test a cui vengono sottoposti tutti gli adolescenti della società qui mostrata ne uscirei Candida. 
Non che mi freghi niente della legge ma non so mentire neanche se ne va della mia vita.
Insomma. Non siamo mica tutti speciali veramente.
Allo stesso modo, neanche il film lo è. 
Il primo dei due è un po’ meglio, Shailene Woodley è stranamente in parte (non è tra le attrici che mi colpiscono per le loro interpretazioni), si fa la conoscenza con la struttura della società e la trama, seppur risibile, regge i suoi centotrentanove minuti grazie anche alla storia d’amore tormentata tra Tris e Four (la regia vi omaggia di un’immagine tratta dal momento più hot del film).




Con il secondo l’effetto curiosità svanisce e la situazione si fa noiosa. 
Talmente noiosa che non ricordo cosa succeda, quale sia il fulcro della storia. 
Qualcosa tipo il ricostruire dopo la distruzione.
Ma proprio… vuoto!
Insomma per farla breve, se lo guardate è un MEH, se non lo guardate non vi perdete niente.
Piuttosto immaginate il risultato del vostro test e vi sarete goduti il meglio del film.



Julez



"Wanna hear your beating heart tonight
before the bleeding sun comes alive
I want to make the best of what is left, hold tight
and hear my beating heart one last time
before daylight."
Ellie Goulding - "Beating heart" - 




sabato 25 luglio 2015

The Vampire Diaries

Produzione: CW
Origine: USA
Anno: 2009 - in corso 
Stagioni: 6 (in corso)





La trama (con parole mie): nuovo episodio della non ufficiale rubrica di Julez qui al Saloon, dedicato ancora una volta ad un guilty pleasure da piccolo schermo della parte in rosa del Saloon, The Vampire Diaries. 
Le vicende dei fratelli Salvatore, in bilico tra bene, male e dolori della crescita da adolescenza piena, hanno rappresentato, di fatto, la consacrazione dell'ex Boone di Lost Ian Somerhalder, imponendosi come alternativa a Twilight negli anni dell'onda lunga del rinnovato successo dei succhiasangue, riuscendo a mantenersi, pur partendo dal basso, ad un livello più costante rispetto al più blasonato - sulla carta - True Blood.
Come sarà andata, dunque, per i due fratelli della notte, all'esame della signora Ford?






Lo so, non ci sono scusanti. 
Vedo un sacco di cagate, ma che vi devo dire? 
Ho il trauma che quando tutti vedevano Beverly Hills e Melrose Place i miei mi vietavano la tv spazzatura ed io rimanevo fuori dagli argomenti di conversazione scolastici più gettonati.
Ora, che sono padrona di me stessa e di casa Ford – almeno quando MrFord non c’è – faccio indigestione di programmi per adolescenti con protagonisti adulti che fingono ragazzini. 
E soddisfo così il mio bisogno di strùggio e quella parte di me che i 16 anni e gli stravolgimenti ormonali del periodo non li ha ancora superati. Rimandata a vita in rincoglionimento adolescenziale.
Detto questo e tornando al nostro diario del vampiro, la serie tv con protagonisti i fratelli Salvatore e la bella Elena Gilbert è entrata nella mia vita ormai sei anni fa poco dopo la lettura (terrrrribile) del primo libro da cui è tratta. 
Ai tempi pensai, come fu per True Blood, che il team di sceneggiatori era stato grande a prendere un materiale decisamente scadente trasformandolo in qualcosa di godibile e non eccessivo pur trattandosi di un fantasy/horror.
Le prime stagioni ed il triangolo amoroso Delena/Stelena sono appassionanti, per chi non ha un cervello da ingegnere ed un cuore da matusa (oppure semplicemente ha trovato la pace dei sensi). 
I coprotagonisti sono ben delineati e sostengono il fulcro della storia senza rubare la scena: dalla maniaca del controllo Caroline, alla strega Bennet, al bravo ragazzo Matt, all’irruente licantropo Tyler, al ribelle fratellino Gilbert fino al serio professor Alaric, figura paterna per l’orfana Elena.
Con l’avvento degli originali e degli ibridi capeggiati da Niklaus (*sbav*), le storie contorte e bruciate in quattro e quattr’otto dei doppelgänger, e tutti gli ambaradan relativi ai lupi si scivola un po’ nel trash ma, forse perché già da principio mai sostenuto da un comparto tecnico d’eccellenza e dall’ambizione di essere una serie tv figa e innovativa, non si ha la sensazione di qualcosa che è cominciato bene ed è finito in vacca, se non forse per la parte relativa a quella sorta di aldilà che non ho neanche ben capito come è andata a finire.
Non si grida al miracolo, non si detesta, intrattiene il giusto nei momenti vuoti che non si ha voglia di riempire con noiose palle d’autore (o di piangere per film bellissimi, che da dopo la gravidanza piango persino per le pubblicità, io).
Quindi continuerò ad aspettare l’autunno per rincontrare i miei cari amici vampiri, giunti alla settima stagione e rivedere (sfortunatamente non più dal vivo, come in quel di Barcellona) lo sguardo trasparente ed intenso di Damon Salvatore, con il nostro appuntamento porno soft del sabato mattina.
Il mio personale triangolo. 
Io, Damon e il ferro da stiro.



Julez



"Just for a second a glimpse of my father I see
and in a movement he beckons to me
and in a moment the memories are all that remain
and all the wounds are reopening again."
Iron Maiden - "Blood brothers" - 




giovedì 3 aprile 2014

Thursday's child


La trama (con parole mie): finalmente ci siamo. Dopo un inizio duemilaquattordici all'insegna di un'insolita serie di titoli in grado di metterci d'accordo, io ed il mio rivale Cannibal Kid siamo giunti al giro di boa dell'anno, il momento che ci permetterà di tornare agli antichi fasti e sfoderare una nuova serie di sanguinose Blog Wars. Di cosa stiamo parlando? Ma dell'uscita del nuovo film di Lars Von Trier, ovviamente!ù


"Un altro film di Von Trier non lo voglio vedere! Neanche se mi leghi al divano, Cannibal!"

Nymphomaniac di Lars von Trier


Il consiglio di Cannibal: io sono un Larsmaniac, Ford è solo un maniac
Nymphomaniac è uno dei film evento dell’anno. Perché?
Perché è il nuovo lavoro di Lars von Trier? Perché è una pellicola doppia? Perché è un film sul sesso che farà discutere parecchio?
Per tutti questi motivi, certo, ma soprattutto perché è la pellicola destinata a far riesplodere, più feroce che mai, la rivalità tra me e Ford. Una rivalità sopita negli ultimi tempi. Ce la farà a dividerci nuovamente?
Per seguire l’evento non è necessario essere iscritti a Facebook, basta guardare il doppio film e rimanere sintonizzati sui nostri blog. A Nymphomaniac Pensieri Cannibali dedicherà ben 3 post, ma non ne escludo un quarto soltanto per ribattere a tutte le strunzate che saranno probabilmente scritte su di esso da WhiteRussian.
Il consiglio di Ford: Cannibal è delicato come una ninfa, mentre Von Trier è senza dubbio un maniac.
Nymphomaniac è uno dei film evento dell'anno. Senza ombra di dubbio.
E lo attendo, probabilmente, con la stessa esaltazione del mio rivale.
Questo perché, probabilmente, con l'ultimo doppio lavoro di Von Trier la rivalità messa a tacere in questi mesi dal Wolf, Her, True detective e Snowpiercer - solo per citarne alcuni - troverà di nuovo una sua prepotente voce, e tutti voi potrete gioire mentre torneremo a scannarci selvaggiamente.
Senza contare che non vedo l'ora di massacrare quello che si prospetta come un gran, bel cumulo di merda.

"Un altro film di Von Trier!? Nooooo!"
Divergent di Neil Burger


Il consiglio di Cannibal: scommetto che il parere mio e quello di Ford saranno divergenti
Divergent è il nuovo Hunger Games?
Speriamo di sì, anche perché così, oltre a Nymphomaniac, questa settimana ci potremmo ritrovare con un altro film in grado di dividere alla grande la mia opinione da quella di Ford. Finalmente!
Divergent ha tutte le carte in regola per essere una roba teen fantasy di buon livello, negli USA questa nuova saga è già partita con ottimi incassi, la colonna sonora electro hip-hop è decisamente cool e il cast capitanato dalla promettente Shailene Woodley ma in cui si segnala pure la veterana Kate Winslet è di buon livello. Gli ingredienti per una cannibalata clamorosa in arrivo sembrano quindi esserci tutti, alla faccia di Ford. Però certo, lo si può capire: lui che va ad Amici di Maria de Filippi è troppo grande per queste robe teen uahahah!
Il consiglio di Ford: divergent, ovvero il ritorno dell'antica rivalità tra Ford e Cannibal.
Questa settimana ci sarebbero da fare salti di gioia.
Non tanto per i film proposti, che probabilmente regaleranno alcuni dei momenti peggiori per il sottoscritto di questa prima parte dell'anno, quanto per la quasi certa divergenza d'opinioni che investirà me e Peppa Kid non solo per quanto riguarda Von Trier, ma anche per l'ennesima robetta teen che dopo Hunger games, Shadowhunters e Cucciolo eroico alla riscossa probabilmente metterà alla prova la mia pazienza.
Meglio così. Almeno non dovrò essere più d'accordo con il mio acerrimo nemico.

"Sei sicura di voler entrare in quella sala? Proiettano il nuovo film di Lars Von Trier!"
Ti ricordi di me? di Rolando Ravello


Il consiglio di Cannibal: no, non mi ricordo di te
Un altro film con Ambra Angiolini?
Ma basta! In Italia c’è davvero gente convinta che sia una brava attrice?
Mi correggo: c’è davvero gente convinta che sia un’attrice?
Al massimo può ambire al ruolo di parodia di un’attrice seria, un po’ come io sono la parodia di un blogger cinematografico serioso alla MrFord.
Il consiglio di Ford: spero di non avere motivo per ricordarmene.
Ancora Ambra? Sul serio?
A questo punto ci manca solo di ritrovarla nel secondo capitolo di Nymphomaniac per girare il coltello nella piaga!

"Ma tu ci hai capito qualcosa di 'sto film di Von Trier!?" "No, ma non preoccuparti. Non ci capisce nulla neanche lui!"
Nottetempo di Francesco Prisco


Il consiglio di Cannibal: potrei vederlo, ma giusto durante una notte insonne
Problemi di insonnia?
WhiteRussian e i suoi soporiferi consigli cinematografici non vi bastano più?
In vostro soccorso arriva il prezioso cinema italiano, capace di sfornare pellicole utili sempre utili. Almeno per chi vuole farsi una bella dormita. Tra le uscite nostrane della settimana, questo notturno Nottetempo comunque non sembra nemmeno tanto malvagio e poi è un’occasione per rivedere la promettente Nina Torresi, attrice rivelazione de La bellezza del somaro. Nonostante la sua presenza, non posso però escludere che il film sia a rischio sbadiglio.
Il consiglio di Ford: nottetempo, ormai, preferisco dormire. Il Fordino si alza presto.
Come se non bastasse Maniac Von Trier condito da robette teen, ecco che il Cinema italiano, dopo Ambra, piazza un grosso calibro da sonno profondo, che non credo proprio mi disturberò a guardare, considerati i recuperi ed il tempo da dedicare all'amichetto danese del Cucciolo.

"Quello laggiù che si tocca di continuo è Lars Von Trier. Stagli alla larga, è un vero maniac!"

Il pretore di Giulio Base


Il consiglio di Cannibal: Ford, il pretone
Per quanto possa provare simpatia per Francesco “dai dai dai” Pannofino, per un film del genere difficilmente potrei provare simpatia. Già dal trailer sembra una commedia fatta con l’unico scopo di non far ridere. Come le battute di Ford. L’unica che mi ha fatto ridere è quando ha detto che partecipava ad Amici di Maria de Filippi.
Ah, quella non era battuta?
Il consiglio di Ford: Cannibal, il pirlone.
Non c'è due senza tre, per la settima arte nostrana. E non c'è due senza tre neanche per me. Nonostante il simpatico Pannofino, non perderò neanche tempo a parlare troppo male di un film che non mi sognerò neppure di far guardare al mio acerrimo e ritrovato nemico.

"Von Trier mi aveva chiesto di recitare completamente nudo con il ventaglio in mano, così gli ho suggerito dove poteva andare a cercare conforto."
Father and Son di Hirokazu Koreeda

Il consiglio di Cannibal: attenti che sta per arrivare Ford and Son, il primo blog scritto dal Fordino
È da un po’ che su Pensieri Cannibali non si parla di cinema giapponese, ma tranquilli perché nei prossimi giorni vi segnalerò un nippo-movie come si deve, a cui a breve si potrebbe aggiungere magari pure questo Father and Son. Sperando sia un drammone intimista di quelli belli, e non una roba stracciapalle di quelle che piacciono tanto a MrJamesLacrimaFacileFord.
Il consiglio di Ford: Cannibal and Ford, di nuovo nemici.
Il Cinema giapponese, nel corso degli anni, è stato uno tra i più amati dal sottoscritto, dai tempi di Kurosawa fino a Kitano, senza dimenticare l'animazione. Onestamente nutro qualche dubbio a proposito di questo Father and son, che comunque potrebbe rivelarsi come la rivelazione d'autore della settimana.
La certezza, invece, è che ci sarà da ridere confrontando le recensioni di White Russian e Pensieri cannibali di Nymphomaniac.

"Figliolo, non accettare mai le caramelle da Lars Von Trier."

venerdì 21 febbraio 2014

Il segnato

Regia: Christoper Landon
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 84'




La trama (con parole mie): Jesse, giovane appena diplomatosi, vive in periferia ed è da sempre affascinato dai misteri che ruotano attorno ad una vecchia vicina di casa che si dice possa essere una strega. Quando gli viene regalata una videocamera, con il suo migliore amico inizia ad investigare sulla donna solo per arrivare ad essere quasi testimone del suo omicidio per mano di un altro ragazzo suo ex compagno di scuola.
Introdottosi nell'abitazione della donna in modo da capirne di più rispetto al gesto del giovane assassino, Jesse pare venire a contatto con un'entità demoniaca che dal principio si manifesta come una sorta di "superpotere" e passo dopo passo inizia a cambiare radicalmente la Natura ed il comportamento del ragazzo.
Riusciranno la sorella ed il suo migliore amico a salvarlo, o verranno anch'essi travolti dal segreto legato a doppio filo al suo passato?






Ricordo quando, non troppi anni fa, scoppiò di colpo il fenomeno Paranormal activity, prodotto di bassissima qualità che divenne un vero e proprio caso allo stesso modo del capostipite della sua genìa, Blair witch project, che impazzò all'inizio del Nuovo Millennio e che, già ai tempi, mi convinse decisamente poco e l'unica cosa che portò al sottoscritto a seguito della visione in sala fu un gran senso di nausea.
Il segnato, prodotto nato come costola della trascurabile creatura di Oren Peli, rientra pienamente nella categoria degli inutili pseudo horror girati in stile mockumentary con l'aggiunta di una spruzzata di atmosfera teen anni ottanta - in fondo Christopher Langdon, il regista, deve aver vissuto gli eighties allo stesso modo del sottoscritto, in quanto a formazione di genere -: quello che più colpisce, però, è il fatto che il risultato finisca per essere pressochè innocuo, lontano dalle incazzature che schifezze realizzate sulla stessa lunghezza d'onda sono state in grado di suscitare nel sottoscritto nel corso delle ultime stagioni cinematografiche - L'altra faccia del Diavolo docet -.

Questa robetta, infatti, per quanto nulla se associata alla settima arte ed assolutamente inutile, non risulta pessima quanto avrei creduto, finendo addirittura per avvicinarsi ad un paio di buone intuizioni soprattutto nella prima parte - con il protagonista Jesse impegnato a scoprire i poteri pronti a manifestarsi come conseguenza della sua possessione, in un'escalation che ricorda quella dei poco equilibrati protagonisti di Chronicle -, impreziosite dalla chicca costituita dall'utilizzo di Simon, mitico gioco elettronico da tavolo residuato sempre degli anni ottanta divenuto la "voce" del demone in sostituzione della tavola da seduta spiritica standard.
Dovendo ricercare qualche altro dettaglio non completamente trascurabile, si finiscono a citare l'incontro con i bulli di ritorno dal campo da basket ed il - divertente, devo ammetterlo - riferimento proprio a Paranormal activity che precede il finale: una sorta di chicca quasi metacinematografica in grado di rendere Il segnato uno dei più sopportabili prodotti di bassissima lega usciti di recente.

Peccato che, di fatto, il lavoro nel suo complesso risulti dozzinale e per nulla spaventoso, iscrivendosi senza troppi sforzi al grande club delle schifezzone: non potrà ambire, però, al Ford Award dedicato al peggio del duemilaquattordici.

Troppo scarso e privo di carattere, di fatto, anche per lasciare il segno in negativo: resta una visione ludica buona per essere anche facilmente ignorata nel corso della sua ora e venti scarsa, roba che se avessi una quindicina di anni in meno potrebbe essere sfruttata come pellicola da limonata selvaggia, o qualcosa da lasciare giusto in sottofondo in una serata dalla stanchezza troppo pronunciata per poter lottare davvero con il sonno.

Gli horror veri stanno da tutt'altra parte, ma a conti fatti, anche i titoli davvero, davvero degni di essere massacrati come solo le peggiori tempeste di bottigliate possono fare.



MrFord



"Cursed, since your birth dear
and your worst fears have all come true
babe you're not the first here on earth dear
'cause I'm still here and I'm cursed too, cursed like you."
Robbie Williams - "Cursed" -



domenica 22 settembre 2013

Serie interrotte

La trama (con parole mie): come tutti voi ormai sapete, in casa Ford - spesso anche grazie alla predilezione di Julez per il genere - oltre ai film ci si cimenta spesso e volentieri con le produzioni da piccolo schermo, finendo per scoprirsi rapiti da titoli sui quali inizialmente non si sarebbe puntato meno di nulla o delusi - a volte molto - da altri nati sotto una buona stella ed andati inesorabilmente naufragando.
Considerato che in un Saloon che si rispetti non si butta via niente, oggi regalerò un pò di spazio ad una piccola carrellata di opere senza troppi patemi abbandonate a loro stesse dal sottoscritto.





GLEE



Il primo serial a finire nel cestino senza neppure passare dalle bottigliate è stato Glee, a dire il vero ormai ben più di un anno fa: partito fortissimo con una prima parte della prima stagione da urlo - in tutti i sensi -, questo prodotto profondamente teen eppure clamorosamente accattivante grazie allo straordinario utilizzo della musica ha finito per inabissarsi in se stesso, assumento sempre più i connotati di una robetta da pomeriggio su MTV senza capo ne coda che non di un titolo che voglia assumersi il ruolo d'importanza non indifferente di traghettatore di adolescenti verso l'età adulta a ritmo di pezzi uno più bello dell'altro.
Perfino il charachter si Sue Sylvester, negli ultimi episodi che mi capitò di vedere, appariva spompato e totalmente privo della verve degli inizi, senza contare sceneggiature ormai scritte ad hoc sulle canzoni scelte per l'episodio in grado di cambiare personalità e destini dei personaggi da una puntata all'altra. Una vera e propria meteora cui non è servito a nulla il restyling tra la terza e la quarta stagione.


PERSON OF INTEREST





Scelto dai Ford tutti come se fosse una sorta di erede della grande tradizione action di proposte come 24, Person of interest, accolto con giubilo da tutti gli ex lostiani orfani del più grande serial di tutti i tempi, si è rivelato un fuoco di paglia fin dai primi episodi: implausibile, assolutamente privo di ironia, incapace di appassionare ed interpretato dagli impalpabili Michael Emerson - l'indimenticato Ben dell'isola dei naufraghi più famosi del piccolo schermo, che proprio sulla stessa isola pare aver lasciato tutto il suo carisma di villain - e Jim Caviezel - che avrà pure azzeccato il ruolo della vita con La sottile linea rossa, ma resta sempre il Gesù in stile Bruce Lee dell'obbrobrio che fu La passione di Cristo di Mel Gibson -, ha finito per essere accantonato quasi senza che ce ne si accorgesse dopo la prima manciata di episodi, tendenzialmente sfruttati per conciliare la siesta pomeridiana nei giorni di riposo dal lavoro. Di interesting ho visto davvero poco, in questa proposta.


ONCE UPON A TIME


Ed ecco la vera nota dolente di questa piccola selezione: partita con una buona stagione d'esordio, Once upon a time è stata una delle pietre sulle quali si è costruita la recente moda del riciclo delle fiabe classiche, abile a sfruttare personaggi noti - Biancaneve, Cappuccetto Rosso e quant'altro - e meno noti - Tremotino su tutti - inserendoli in un contesto in grado di appassionare i fan del fantasy così come quelli degli intrighi a più livelli - e di nuovo il discorso torna a Lost -.
Peccato soltanto che, dopo un anno uno decisamente soddisfacente e chiuso alla grande, la seconda stagione sia partita cominciando a mescolare charachters che con le fiabe classiche c'entrano poco o nulla - Mulan, Victor Frankenstein - e finendo per rendere più complessa ed al contempo decisamente debole l'ossatura della trama, finendo in più di un'occasione per tracimare nel ridicolo - dall'utilizzo di un Capitan Uncino bello e maledetto all'episodio nella dimora del gigante, uno dei punti più bassi toccati dal piccolo schermo in questa stagione -.
In un certo senso, Once upon a time è stata l'altra faccia della moneta di American horror story, che avevo finito per bottigliare selvaggiamente al termine della prima stagione e mi sono ritrovato ad incensare con la seconda: per gli abitanti di Storybrook il destino si è giocato con uno degli episodi centrali dell'annata, se non ricordo male dedicato al Grillo Parlante - già di suo non uno dei favoriti del sottoscritto -.
Uno spreco davvero. Peccato.

 

MrFord


"Do you mean all the things you are?
Are you pleased with the way things are?
Wear that dress to protect this scar,
that only I have seen."
Maroon 5 - "Story" -


mercoledì 19 giugno 2013

House at the end of the street

 
Regia: Mark Tonderai
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 101'




La trama (con parole mie): Sarah e sua figlia Elissa si sono appena trasferite da Chicago in una cittadina nel cuore della campagna, in una grande casa all'interno di una riserva naturale che le due si possono permettere soltanto in quanto confinante con la proprietà di una famiglia che quattro anni prima è stata al centro di una terribile tragedia: mentre il figlio maggiore, infatti, si trovava da una vecchia zia, i genitori furono massacrati nel cuore della notte dalla figlia minore Carrie Anne, scomparsa nei boschi a seguito del delitto.
Ryan, questo il nome del ragazzo, è dunque tornato a vivere nella casa dei suoi cari con l'intenzione di ristrutturarla e venderla: Elissa si trova da subito molto più vicina a lui che non agli altri ragazzi del posto, nonostante la madre non sia felice della possibile nascita di un legame sentimentale tra i due.
Quando, effettivamente, la situazione si evolve, Elissa si troverà a doversi confrontare con tutti i segreti che Ryan nasconde.





Lo ammetto, mi è davvero dispiaciuto scoprire che il soggetto alla base di questo film fosse firmato da Jonathan Mostow, che nonostante le porcate disseminate nel corso della sua carriera soprattutto recente - vedasi Terminator 3 - conserva un posto speciale nel cuore del sottoscritto dai tempi di Breakdown - La trappola, thriller ad orologeria che rispolverò qualche anno fa il mito eighties Kurt Russell.
Ed ancora di più che ne fossero protagoniste la mitica Elizabeth Shue - che riesce oggi ad avere le sue carte da giocare, forse più che ai tempi del primo Karate Kid - e l'ancor più mitica Jennifer Lawrence, fresca di Oscar per il bellissimo Il lato positivo nonchè protetta fordiana dai tempi del magnifico Winter's bone.
Questo principalmente perchè tutto quello che poteva essere fatto per rendere House at the end of the street un filmetto dalle atmosfere teen praticamente ininfluente rispetto alla vita dello spettatore medio è stato fatto, sprecando un'occasione che, seppur certo non degna di essere concretizzata in una pietra miliare, avrebbe perlomeno potuto portare a casa una figura discreta.
Invece il lavoro di Mark Tonderai ha tutti i limiti - e sono molti - di una pellicola senz'anima e spina dorsale girata secondo le mode del momento e che neppure una grande interprete può essere in grado di risollevare dal suo destino fatto di assoluta mediocrità - specie se affiancata da un protagonista scialbo, inespressivo ed assolutamente inutile -: partita come un horror in pieno Del Toro style fin dall'incipit e dai telefonatissimi titoli di testa, la pellicola finisce per indugiare fin troppo su una sequela di scene sostanzialmente inutili legate al difficile inserimento di Elissa nella nuova realtà scolastica - lei che è figlia di una rockstar, riflessiva e ben conscia del talento che il padre pare averle trasmesso - ed al complicato rapporto della ragazza con la madre Sarah - che ha il suo culmine nella pessima sequenza della cena cui viene invitato il misterioso vicino Ryan, oggetto della discordia tra le due donne - per poi virare improvvisamente sul thriller, lasciando spazio ad un crescendo finale molto poco credibile ma a suo modo quasi funzionale.
Ed è qui che viene a galla un altro pesante limite del lavoro di Tonderai: al contrario di molti esponenti del genere - specie se parliamo di horror -, infatti, la logica dello script non viene tradita da qualche escamotage di infimo livello, e le spiegazioni rispetto ai terribili eventi che coinvolgono Ryan e la sua famiglia prima e Sarah ed Elissa poi funzionano, regalando perfino un paio di twist almeno sulla carta niente male, eppure il risultato - parlando di messa in scena e ritmo, tensione e carica emotiva diretta allo spettatore - è decisamente scarsino, ed il fatto di trovarsi di fronte ad una visione assolutamente trascurabile batte perfino l'attrattiva della Lawrence, che passa generosamente in canotta tutta la parte conclusiva del film distraendo  l'audience - almeno nella sua parte maschile - quanto basta per non decidere di optare per un bel sonno conciliante che rigeneri dalle fatiche di una qualsiasi settimana di lavoro.
Certo, non si tratta di uno di quei titoli da bottigliate selvagge ed incazzatura incontrollabile, quanto più di un prodotto sostanzialmente inutile che in altre mani avrebbe potuto al contrario sorprendere in positivo, di conseguenza non particolarmente dannoso: ma come di consueto resta l'interrogativo rispetto all'utilità che hanno alcuni film se non quella di riempire il già decisamente gonfio portafoglio dei produttori.


MrFord


"Purify the colours, purify my mind.
purify the colours, purify my mind,
and spread the ashes of the colours
over this heart of mine!"
The Arcade fire - "Neighborhood #1"-


giovedì 5 luglio 2012

L'ultima estate di Joan e altri racconti

Autore: Marco Goi
Origine: Italia
Editore: Lulu
Anno: 2012




La trama (con parole mie): ed eccoci qui. Al saloon approda il post dedicato al primo libro del mio antagonista preferito, il Cannibale, alias Marco Goi.
Una raccolta di racconti che spazia dalla realtà più crudele alla fantasia profonda, dalle rimembranze di Alice nel paese delle meraviglie alle influenze di Palaniuk ed Ellis, venata dall'ormai nota penna al vetriolo del sempre tagliente Cucciolo Eroico.
Una carrellata di visioni e sensazioni che ricordano una di quelle estati che, tra una delusione ed un successo insperato, finiranno per segnare, in un modo o nell'altro, le nostre esistenze: una volta tornati a casa, non ci resterà che attendere la successiva, e la prima prova dell'autore sulla lunga distanza.




Dite la verità: vi aspettavate di vedere una tempesta di bottigliate piovere a profusione in testa al mio antagonista per eccellenza qui nella blogosfera, Cannibale alias Marco Goi.
Ora che ci penso, non credo di averlo mai chiamato per nome neppure in una delle centinaia di mail che ci siamo scambiati da quando, poco più di un anno fa, abbiamo cominciato a sfornare Blog Wars e rubriche sulle uscite in sala: è strano, in qualche modo, trovarsi qui a recensire il suo libro, cercando di scindere la dimensione dello spettacolo - neanche fossimo wrestlers con personaggi da interpretare - da quella più reale che io stesso conosco ed ho provato sulla pelle, legata a tutte le difficoltà che i giovani autori hanno in Italia a trovare un editore che sia davvero pronto a scommettere ed investire su di loro, per farli crescere e promuovere il loro lavoro.
Trovo dunque sia clamorosamente e dannatamente giusto promuovere questa raccolta di racconti nonostante - e forse soprattutto - la rivalità che da sempre caratterizza i rapporti tra me e Marco fin dai primi tempi del saloon, giunto in rete con un paio d'anni buoni di ritardo rispetto a Pensieri Cannibali.
Ora, visto che, comunque, di un post e di una recensione si tratta, dovrò decidermi a parlare effettivamente del libro in tutto e per tutto, dal voto alle impressioni avute nei giorni in cui lo stesso è stato protagonista dei miei quasi quotidiani viaggi da pendolare: e dato che molti di voi sotto sotto avrebbero voluto una mia stroncatura giusto per alimentare ulteriormente la lotta che coinvolge me e Marco soprattutto in campo cinematografico, comincerò da quelli che, a mio parere, sono stati i difetti maggiori del lavoro cannibale così come se il mio rivale fosse uno sconosciuto venuto a chiedermi di recensire e promuovere la sua opera - e come Fabio Cento sa bene, in questi casi non mi faccio problemi a muovere critiche -, senza alcun favoritismo di sorta.
La prima cosa che mi passa per la testa è che il buon Cannibale dovrebbe trovarsi - o cambiare, a seconda dei casi - un correttore di bozze come si deve, dato che i refusi che ho scovato nel corso della lettura erano decisamente numerosi per una proposta editoriale da grande distribuzione, e benchè un editore non faccia troppo caso agli errori di battitura, è sempre meglio presentare il lavoro nel miglior modo possibile per evitare di essere presi sottogamba da chi potrebbe metterci davanti agli occhi un contratto interessante così come dai lettori.
Ma in questo, almeno fino a un certo punto, il mio compare di lotte senza quartiere può avere responsabilità limitate, dunque passo oltre e mi dedico alla materia vera e propria, il cuore di ogni prodotto editoriale oltre alla forma, al formato e alla presentazione, e lo faccio subito sparandola grossa: credo che Marco dovrebbe abbandonare l'idea di scrivere racconti, e concentrarsi invece sull'eventualità di dedicarsi - e pubblicare - un romanzo.
Ho letto con piacere, infatti, tutte le brevi storie di questa raccolta, da quelle più riuscite - il racconto che presta il titolo alla pubblicazione, che ho trovato venato da una certa componente autobiografica, le vicende del tarlo e del Gesù adolescente, il solo apparentemente frammentario e molto cinematografico omaggio ad Alice nel paese delle meraviglie che chiude la raccolta - a quelle meno incisive - la distopica parabola dedicata ad un Silvio che ben conosciamo, il ragazzo che diviene gigante e schiaccia le scimmie ballando -, e andando oltre le evidenti influenze targate Ellis e Palaniuk, l'idea che ha continuato a bussare alle porte della mia percezione è stata quella di una sorta di maturità ancora non pienamente raggiunta - e per fortuna, dato che di tempo per scrivere il mio buon nemico ne ha ancora parecchio - ma che trova una dimensione sicuramente più definita quando l'autore decide di prendersi tempo e pagine per approfondire i personaggi, lasciando che la sua vena ironica - che a volte pare un tantino forzata sulla corta distanza - conquisti passo dopo passo e dialogo dopo dialogo il lettore, trovando una forza inaspettata e più tosta di quanto non possa sembrare anche ad una nemesi giurata come il sottoscritto.
Proprio rispetto al lato irriverente ed ironico di Marco, trovo anche che potrebbe essere utile, all'interno di un'eventuale avventura romanzesca, provare a prendere in considerazione - imponendo una misura al suo ego leggendario - l'idea di trovare un agente che possa anche mettere voce come editor snellendo o rendendo più appetibile il suo lavoro, smussando qualche angolo che, a tratti, nonostante quelli che credo siano gli intenti di base, tende a limitare il talento del suo autore - l'ironia dissacrante, a volte, può risultare un'arma a doppio taglio e dare l'impressione al lettore di essere spocchiosi, più che brillanti come di fatto è il Cannibale -.
Terminato con i colpi di bottiglia, posso dire di essermi divertito ad esplorare i mondi messi su carta dal mio miglior nemico, all'interno dei quali perfino un Ipod può diventare il simbolo emozionale di un legame silenzioso - la finta zingara e la figlia dell'uomo che di notte la raccoglie lungo la strada - ed i sogni, superato il confronto con la realtà - il tamarro e l'HIV - riescono ad essere sempre in grado di tirarci fuori anche dalla merda più nera, per dirla come il Bardo: Marco, che pur ha margini di miglioramento notevoli, è sveglio, intelligente, stronzo quel tanto che basta per poter piacere ai suoi lettori, acuto e soprattutto con una testa che ben si adatta all'idea di autore multitasking, e che potrebbe pensare, una volta raggiunto un certo successo, anche di abbandonare momentaneamente la scrittura per dedicarsi a progetti più legati alla comunicazione.
La mia speranza - da autore e da rivale - è che possa continuare a maturare - per quanto questo ostinato teen continui a voler evitare di invecchiare - e, chissà, che un giorno le nostre Blog Wars possano trasferirsi dalla blogosfera agli scaffali di una qualche libreria, a colpi di romanzi, incontri e presentazioni.
Sarebbe davvero un piacere.
Anche perchè di certo, con uno come Marco - sulla pagina o in uno scambio di velenose battute sui nostri blog - non ci si stanca mai.


MrFord


Se volete - e volete, o vi prendo a bottigliate - acquistare L'ultima estate di Joan e altri racconti, cliccate su questo link e provvedete. 


"You slept
Did I drift?
Do I dream?
Do you read me?
I'm not speaking
Do you read me?
I dream."
Sonic Youth - "I dreamed I dream" -


lunedì 21 maggio 2012

Quella casa nel bosco

Regia: Drew Goddard
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata:
95'



La trama (con parole mie): cinque amici - coppia, coppia pronta a diventarlo e compare matto al seguito - partono per un weekend rilassante da passare nella casa del cugino di uno dei ragazzi, ovviamente sperduta nei boschi ed ovviamente in stato così trascurato da far apparire La casa di Raimi una sorta di resort di lusso.
Neanche il tempo di sistemarsi e cominciare una sessione che promette scintille di obbligo o verità ed una misteriosa botola attrae l'attenzione del gruppo.
Dal momento in cui decideranno di scendere per scoprire cosa possa celare, le loro vite saranno destinate a cambiare.
Pare proprio la trama del più classico degli slasher horror in salsa teen, ed in effetti, è proprio così.
Ma dietro la casa nei boschi c'è molto, molto, molto di più.




Finalmente.
Posso dirlo con soddisfazione ed una punta di goduria.
Finalmente un film horror che non confonde l'omaggio con il citazionismo spocchioso e sfrenato.
Recentemente, una delusione cocente in quest'ambito fu il tanto celebrato Innkeepers, incensato praticamente ovunque e bottigliato senza ritegno qui in casa Ford, schiacciato dall'aspettativa che lo stesso aveva generato prima della visione a seguito delle recensioni entusiastiche lette praticamente in ogni dove nella blogosfera.
Quella casa nel bosco, al contrario della pellicola firmata Ti West, recupera un approccio che potrebbe essere ricondotto a Wes Craven e Joe Dante - da sempre esploratori della parte più ironica del genere -, e grazie ad una sceneggiatura decisamente ispirata firmata dal regista Drew Goddard e da uno scatenato Joss Whedon - in spolvero anche grazie al suo recente e fantasmagorico The Avengers - fissa uno standard che nel genere non si lasciava apprezzare da fin troppo tempo, intrattenendo e divertendo con efficacia dal primo all'ultimo minuto.
Mantenendo due linee di narrazione ben distinte - una che strizza l'occhio alla sci-fi in pieno Orwell style neanche fossimo ancora nei gloriosi seventies e l'altra che pesca a piene mani dall'immaginario dello slasher movie in salsa teen che fece furore negli anni ottanta a partire da cult come Non aprite quella porta e Halloween, che furono il traino per i vari Nightmare e Venerdì 13 - nel corso della prima parte, il lavoro di Goddard pare avere inizio quasi fosse una sorta di operazione vintage di recupero di un'iconografia classica di questi generi, un divertissement fatto e finito per lo sfizio anche tendenzialmente vuoto di autori e pubblico.
Eppure nulla è come potrebbe sembrare, all'interno di quella casa apparentemente specchio di uno standard che tutti noi residuati del decennio di Notte horror conosciamo a menadito.
E Joss Whedon e Drew Goddard lo sanno bene, tanto da giocare con quello stesso humus mettendoci a fondo le mani, rovistandolo, scoperchiandolo da cima a fondo fino a renderlo l'ossatura di un gioco che si mangia anche prima di colazione i recenti e sciapissimi Hunger Games fenomeno del momento: i nostri protagonisti, figli dei ricordi di più di una generazione e stereotipi viventi, non sono altro che vittime sacrificali venute buone per placare la potenziale furia di qualcosa di ben più grande e potente, pronta a ricordare al mondo come lo conosciamo - e come lo conoscono gli uomini dall'altra parte dello schermo - che senza quei sacrifici non resterebbe nulla, ma proprio nulla, da salvare.
E in questo senso lo spessore della pellicola aumenta nello strepitoso crescendo della seconda parte, che scardina le regole e gli omaggi all'horror per ritrovare atmosfere che mi hanno ricordato The Cube e dare inizio a quella che potrebbe essere vista come una rivoluzione di mostri ingabbiati come animali in uno zoo, o una popolazione per troppo tempo controllata da incontrollabili controllori.
In un tripudio di effetti - riuscitissimi, tra l'altro -, il viaggio di Dana e Marty da una parte all'altra del mondo - stupefacente se si pensa ad una sequenza simile vista nell'appena citato Hunger Games - che si trasforma in una battaglia all'ultimo sangue tra creature che paiono uscite dall'immaginario collettivo di tutti i bambini cresciuti a pane e horror ed i registi di quella che è da troppo tempo la realtà per loro già scritta ed ineluttabile assume la dimensione quasi magica di un tributo ad un genere da sempre considerato di serie b - se non peggio - eppure in grado di emozionare e segnare l'esistenza di un numero incalcolabile di spettatori andando a toccare corde legate a paure ed istinti profondamente potenti ed ancestrali.
Come gli dei cui occorre guardare con timore.
Talmente tanto da immolare in loro nome giovani vittime all'oscuro del loro destino.
Anno, dopo anno, dopo anno.
Fino a quando verrà il momento della rivoluzione.
E allora sarà quella stessa mano immensa e terribile a scrivere la parola fine ad una tirannia silenziosa.
Che sia quella della premiata ditta Goddard&Whedon?


MrFord


"Children of tomorrow live in the tears that fall today
will the sunrise of tomorrow bring in peace in any way
must the world live in the shadow of atomic fear
can they win the fight for peace or will they disappear?"
Black Sabbath - "Children of the grave" -


martedì 3 gennaio 2012

Misfits Stagione 3

Produzione: E4
Origine: Uk
Anno: 2011
Episodi: 8


La trama (con parole mie): la rocambolesca conclusione della scorsa stagione aveva lasciato i più strani e casinisti tra i giovani sulla via della redenzione del community service con nuovi poteri ed orfani del paladino Nathan, partito per gli States in cerca di fortuna con fidanzata e figlio della stessa a carico.
A riempire questo vuoto - o a cercare di farlo - giunge Rudy, curioso personaggio dall'altrettanto curiosa ed ambivalente abilità, mentre Seth - lo spacciatore di poteri - pare avvicinarsi sempre più a Kelly e ai "buoni": attorno, nel frattempo, nuove minacce e ritorni non sempre piacevoli dal passato saranno pronti a rendere complicata quanto basta la vita di questi insoliti "supereroi".




Alla fine, i timori che suscitò il primo episodio si sono rivelati purtroppo fondati.
Dopo Glee, anche Misfits pare avviarsi ad un inesorabile declino in grado di trasformare una serie fresca ed innovativa in qualcosa che pare proprio una visione come tante altre.
Certo, poteva andare molto peggio, ed un tentativo di salvare tutto il salvabile è stato evidente fino alla fine, ma una certa povertà di idee di fondo, così come la notizia dell'abbandono da parte di Iwan Rheon ed Antonia Thomas - rispettivamente Simon ed Alicia - giunta in contemporanea alla conferma della quarta stagione danno l'impressione che quella che pareva la serie più incredibile e travolgente dai tempi di Lost si stia trasformando in un Titanic che, con l'abbandono di Robert Sheehan - l'insostituibile Nathan - aveva già conosciuto la pesante carezza del suo iceberg.
Il fardello pesantissimo dei fuoriclasse si è dunque abbattuto sugli autori, che dal principio di questa nuova stagione si sono rivelati inadatti a caricarsi sulle spalle la responsabilità data dal grande successo maturato con le due annate precedenti, preoccupandosi principalmente di fornire all'audience quello che l'audience si sarebbe potuta aspettare dal prodotto Misfits, nulla di più e nulla di meno: così Rudy diviene fin da subito una sorta di surrogato di Nathan - Guigan se la cava, il personaggio è anche simpatico, niente da dire, ma idoli come il suddetto, immortale cazzone vengono creati una volta ogni dieci anni -, Simon pare aver perduto tutto lo spessore guadagnato con le unghie e con i denti, i nuovi poteri risultano assolutamente inutili e clamorosamente privi di appeal anche nella loro applicazione - senza contare i cambi di direzione, soprattutto legati a Curtis -, Seth passa dall'essere una sorta di oscura eminenza grigia ad un tormentato tardo adolescente in preda agli struggimenti ormonali, Kelly ed Alicia sono ridotte a macchiette e, cosa decisamente più grave, la serie non trova una strada da seguire o una riflessione sulla quale incentrare la sottotrama principale - caratteristica al contrario distintiva delle stagioni precedenti -.
Rimane qualche buona idea - comunque mal sfruttata, vedasi l'episodio della maledizione lanciata a Rudy, o gli zombies legati ad uno dei troppi poteri passati per le mani di Curtis - circondata da un'insolito scazzo da fine della scuola che traspare anche dalle interpretazioni piuttosto scialbe dei membri del cast, assolutamente lontani dalla brillantezza cui ci avevano abituato: forse le aspettative erano troppo alte, eppure non mi sono mai sentito neppure lontanamente convinto da una serie che, con soli otto episodi, passa dall'essere la più dirompente degli ultimi anni ad una tappa decisamente di routine della mia annata da fruitore del prodotto, neanche fosse un Heroes qualsiasi.
Peccato davvero, anche perchè le nubi di tempesta che si addensano sulla creatura di Howard Overman non paiono cariche di fulmini in grado di abbattersi sulla Terra originando supereroi - o quasi - rivoluzionari, quanto di quella certa tronfia stanchezza di chi si sente arrivato e pare non avere bisogno più di nessuno: neppure del pubblico - specialmente figlio della rete e della blogosfera - che aveva spinto come un propulsore - giusto per darsi un tono da "rocket scientist" - un piccolo fenomeno locale portandolo al livello di un cult planetario assoluto.
Il problema verrà quando lo stesso Overman e i suoi si accorgeranno che nessuno - neppure chi sta così in alto da non poter essere visto da noi comuni mortali - esiste senza il sostegno di chi ne decreta il successo, e che spesso - soprattutto in una realtà ormai affollatissima come quella del piccolo schermo - le cose possono cambiare più in fretta di quanto non si possa immaginare.
E quando si supera un confine tornare indietro è davvero impossibile.
Neppure quando si possiede il potere di riavvolgere il Tempo.


MrFord


"So take the photographs, and still frames in your mind 
hang it on a shelf in good health and good time
tattoos of memories and dead skin on trial
for what it's worth it was worth all the while."
Green Day - "Good riddance (time of your life)" -

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...