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lunedì 21 maggio 2012

Quella casa nel bosco

Regia: Drew Goddard
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata:
95'



La trama (con parole mie): cinque amici - coppia, coppia pronta a diventarlo e compare matto al seguito - partono per un weekend rilassante da passare nella casa del cugino di uno dei ragazzi, ovviamente sperduta nei boschi ed ovviamente in stato così trascurato da far apparire La casa di Raimi una sorta di resort di lusso.
Neanche il tempo di sistemarsi e cominciare una sessione che promette scintille di obbligo o verità ed una misteriosa botola attrae l'attenzione del gruppo.
Dal momento in cui decideranno di scendere per scoprire cosa possa celare, le loro vite saranno destinate a cambiare.
Pare proprio la trama del più classico degli slasher horror in salsa teen, ed in effetti, è proprio così.
Ma dietro la casa nei boschi c'è molto, molto, molto di più.




Finalmente.
Posso dirlo con soddisfazione ed una punta di goduria.
Finalmente un film horror che non confonde l'omaggio con il citazionismo spocchioso e sfrenato.
Recentemente, una delusione cocente in quest'ambito fu il tanto celebrato Innkeepers, incensato praticamente ovunque e bottigliato senza ritegno qui in casa Ford, schiacciato dall'aspettativa che lo stesso aveva generato prima della visione a seguito delle recensioni entusiastiche lette praticamente in ogni dove nella blogosfera.
Quella casa nel bosco, al contrario della pellicola firmata Ti West, recupera un approccio che potrebbe essere ricondotto a Wes Craven e Joe Dante - da sempre esploratori della parte più ironica del genere -, e grazie ad una sceneggiatura decisamente ispirata firmata dal regista Drew Goddard e da uno scatenato Joss Whedon - in spolvero anche grazie al suo recente e fantasmagorico The Avengers - fissa uno standard che nel genere non si lasciava apprezzare da fin troppo tempo, intrattenendo e divertendo con efficacia dal primo all'ultimo minuto.
Mantenendo due linee di narrazione ben distinte - una che strizza l'occhio alla sci-fi in pieno Orwell style neanche fossimo ancora nei gloriosi seventies e l'altra che pesca a piene mani dall'immaginario dello slasher movie in salsa teen che fece furore negli anni ottanta a partire da cult come Non aprite quella porta e Halloween, che furono il traino per i vari Nightmare e Venerdì 13 - nel corso della prima parte, il lavoro di Goddard pare avere inizio quasi fosse una sorta di operazione vintage di recupero di un'iconografia classica di questi generi, un divertissement fatto e finito per lo sfizio anche tendenzialmente vuoto di autori e pubblico.
Eppure nulla è come potrebbe sembrare, all'interno di quella casa apparentemente specchio di uno standard che tutti noi residuati del decennio di Notte horror conosciamo a menadito.
E Joss Whedon e Drew Goddard lo sanno bene, tanto da giocare con quello stesso humus mettendoci a fondo le mani, rovistandolo, scoperchiandolo da cima a fondo fino a renderlo l'ossatura di un gioco che si mangia anche prima di colazione i recenti e sciapissimi Hunger Games fenomeno del momento: i nostri protagonisti, figli dei ricordi di più di una generazione e stereotipi viventi, non sono altro che vittime sacrificali venute buone per placare la potenziale furia di qualcosa di ben più grande e potente, pronta a ricordare al mondo come lo conosciamo - e come lo conoscono gli uomini dall'altra parte dello schermo - che senza quei sacrifici non resterebbe nulla, ma proprio nulla, da salvare.
E in questo senso lo spessore della pellicola aumenta nello strepitoso crescendo della seconda parte, che scardina le regole e gli omaggi all'horror per ritrovare atmosfere che mi hanno ricordato The Cube e dare inizio a quella che potrebbe essere vista come una rivoluzione di mostri ingabbiati come animali in uno zoo, o una popolazione per troppo tempo controllata da incontrollabili controllori.
In un tripudio di effetti - riuscitissimi, tra l'altro -, il viaggio di Dana e Marty da una parte all'altra del mondo - stupefacente se si pensa ad una sequenza simile vista nell'appena citato Hunger Games - che si trasforma in una battaglia all'ultimo sangue tra creature che paiono uscite dall'immaginario collettivo di tutti i bambini cresciuti a pane e horror ed i registi di quella che è da troppo tempo la realtà per loro già scritta ed ineluttabile assume la dimensione quasi magica di un tributo ad un genere da sempre considerato di serie b - se non peggio - eppure in grado di emozionare e segnare l'esistenza di un numero incalcolabile di spettatori andando a toccare corde legate a paure ed istinti profondamente potenti ed ancestrali.
Come gli dei cui occorre guardare con timore.
Talmente tanto da immolare in loro nome giovani vittime all'oscuro del loro destino.
Anno, dopo anno, dopo anno.
Fino a quando verrà il momento della rivoluzione.
E allora sarà quella stessa mano immensa e terribile a scrivere la parola fine ad una tirannia silenziosa.
Che sia quella della premiata ditta Goddard&Whedon?


MrFord


"Children of tomorrow live in the tears that fall today
will the sunrise of tomorrow bring in peace in any way
must the world live in the shadow of atomic fear
can they win the fight for peace or will they disappear?"
Black Sabbath - "Children of the grave" -


domenica 8 aprile 2012

The fantastic flying books of Mr. Morris Lessmore

Regia: William Joyce, Brandon Oldenburg
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 15'



La trama (con parole mie): il signor Morris Lessmore è beatamente seduto sul balcone della sua casa in pieno New Orleans style immerso nella lettura quando un uragano irrompe sulla scena spazzando via tutto quello che trova sulla sua strada, perfino le parole dai libri.
Lessmore, vagando nel grigiore della devastazione, scopre un "altro mondo" colorato e magico in cui i libri sono ancora vivi, e volano portando la luce a chi sta loro vicino: raccolto il testimone di una donna misteriosa volata in cielo accompagnata dalle stesse parole stampate, Morris si stabilisce in una grande casa coloniale ed inizia a scrivere la sua storia, senza dimenticarsi di tutto il bene che la lettura può fare ad mondo ingrigito.
Quando sarà il momento, anche a lui toccherà passare il testimone ad un nuovo occupante del luogo incantato.




Sono davvero rimasto a bocca aperta: normalmente, nell'ambito dei corti d'animazione, è la Pixar a farla da padrona in casa Ford, regalando emozioni pari - se non, a volte, addirittura superiori - ai lungometraggi con i suoi meravigliosi corti.
Invece, dopo lo splendido Father and daughter, un altro gioiellino si aggiunge al club, confermando l'ottima scelta dell'Academy di attribuirgli la statuetta come miglior cortometraggio d'animazione nel corso dell'ultima notte degli Oscar: The fantastic flying books of Mr. Morris Lessmore, segnalato recentemente anche dall'amico Marziano, sfodera tutta la freschezza della succitata Pixar senza dimenticare la lezione del Cinema delle origini, così come l'attualità.
Ispirato alla tragedia dell'uragano Katrina - che pochi anni fa distrusse New Orleans dando origine ad un dramma sociale che ispirò anche Spike Lee per l'ottimo documentario When the levees broke e Ben Harper per il brano Black rain - e da subito divenuto chiaro omaggio alla poetica di Charlie Chaplin e soprattutto Buster Keaton - molti sono i riferimenti al magnifico Io e il ciclone, che andrebbe visto almeno una volta nella vita -, questo corto assume una propria identità con l'arrivo del suo protagonista nella villa che diverrà la sua dimora, e dalla quale si divulgherà un messaggio di amore incondizionato per quelli che, a tutti gli effetti, sono miracoli del talento e dell'immaginazione umana in grado di intrattenere, educare e mantenere vivi tutti noi di passaggio su questa Terra fin dai tempi in cui non ci eravamo neppure sognati di esistere.
Il grigiore della devastazione affrontato dal colore e dalla magia portati dai libri sono un messaggio chiaro, eppure estremamente stratificato: dall'importanza della cultura al potere della fantasia, dalla tristezza di una realtà senza speranze alla leggerezza fluttuante dell'illusione, un piccolo gioco di prestigio che rimanda al Capolavoro Pixar Up! e che, di nuovo citando il buon Marziano, potrebbe essere dedicato anche e più che agli amanti dei libri e della lettura, a tutti quelli che non sanno - o non riescono - ad apprezzare uno dei più grandi piaceri che l'Uomo possa concedersi, da una parte o dall'altra della pagina scritta.
E che sia per salvarsi, redimersi, comunicare, evadere o raccontare la propria esperienza, resta un miracolo di cui, fortunatamente, possiamo continuare a godere ogni giorno della nostra vita.
Nel frattempo, se proprio non avete un bel romanzo a portata di mano, potete sempre cliccare qui sotto, ed assaporare il gusto che potrebbe riservarvi.


MrFord


"Chapter One we didn't really get along
Chapter Two I think I fell in love with you
you said you'd stand by me in the middle of Chapter Three
but you were up to your old tricks in Chapters Four, Five and Six."
Elvis Costello - "Everyday I write a book" -


 

sabato 25 febbraio 2012

Blood brothers

Regia: Alexi Tan
Origine: Cina, Taiwan
Anno: 2007
Durata: 95'


La trama (con parole mie): Feng, Gang e Hu sono tre inseparabili compagni originari di un piccolo villaggio nella campagna cinese. Spinti dall'entusiasmo e dall'ambizione di Gang, decidono di trasferirsi nella sfarzosa Shanghai degli anni trenta per tentare fortuna: quando entrano nel giro di un boss che gestisce un locale principesco, le loro strade cominciano a dividersi.
Mentre Feng stringe amicizia con la splendida moglie del boss, Lulu, e con il killer - nonchè segreto compagno della donna - Mark, Hu non riesce ad integrarsi nella sua nuova realtà di gangster, al contrario di Gang, che scala ben presto le gerarchie della banda.
Quando il boss scoprirà il legame tra Lulu e Mark, le strade dei vecchi amici si separeranno, e resterà soltanto il tempo di un bagno di sangue.





I gangster movies sono da sempre un quasi sinonimo di cult, in casa Ford: ricordo quando, ai tempi, passavo le ore a discutere con mio fratello se fosse meglio l'eleganza di C'era una volta in America o la cruda realtà di Casinò o Quei bravi ragazzi, e passavo dai Classici con James Cagney al "che te lo dico a fare?" di Donnie Brasco.
In questa sorta di particolare formazione di genere, l'Oriente ha avuto un ruolo certamente importante, con i capisaldi del suo melò action targati John Woo o le magistrali sequenze di Jonnie To: proprio al primo fa capo Alexi Tan, allievo del Maestro del Cinema made in Hong Kong che tentò la ribalta qualche anno fa con questo omaggio ad uno dei Capolavori dello stesso Woo, il meraviglioso Bullet in the head, trasportando una vicenda molto simile nella Cina degli anni trenta che tanto ricorda - almeno qui nella Terra dei cachi - l'ambientazione ormai mitologica della pellicola simbolo di Sergio Leone.
La storia di Feng, Gang e Hu è perfettamente inseribile nel filone dell'amicizia virile destinata alla tragedia che è alla base di gran parte dei titoli di questo genere, nonchè assolutamente elegante nella sua esecuzione tecnica, nella fotografia e nella colonna sonora, splendidamente romantica come è giusto che siano queste pellicole che paiono vere e proprie coreografie di danza nel sangue: peccato che, a dispetto di un comparto tecnico notevole - e di un'ispirazione chiara ai grandi nomi che ho citato poco sopra - la sceneggiatura non si riveli neppure lontanamente all'altezza delle ambizioni del regista, tanto da suscitare nel sottoscritto un dubbio enorme rispetto alla fase di post produzione.
Quello che pare, infatti, rispetto ad alcuni veri e propri salti temporali e logici nello script, è che l'opera, probabilmente troppo lunga, sia stata pesantemente potata in modo da essere presentata nelle sale senza rischiare che gli spettatori non avvezzi potessero pensare di trovarsi proiettati all'interno di un interminabile odissea - un pò quello che succede se non si è preparati al già citatissimo C'era una volta in America - chiedendo a gran voce la testa di regista e produttori - cosa, peraltro, accaduta anche negli States al Sergione nostro -.
Se così non fosse, ci troveremmo di fronte ad un gioiellino di tecnica irrimediabilmente rovinato da una fase di scrittura scellerata non tanto per le scelte, quanto per una mancanza di unità talmente palese da lasciare interdetti anche i più disattenti e disinteressati elementi dell'audience: qualunque sia la risposta, parte della responsabilità è certo imputabile anche allo stesso John Woo, qui in veste di produttore, perso forse troppo a pensare a quanto ingigantisce l'ego il fatto che un giovane regista possa scegliere di esordire praticamente venerando una delle tue opere migliori.
Resta, dunque, una grande scatola tutto sommato vuota in grado di regalare momenti davvero efficaci a livello realizzativo - il carrello laterale sul massacro finale è da brividi, così come le due sequenze ambientate al villaggio d'origine dei protagonisti, il ballo iniziale e la decisione dei tre di muoversi a Shanghai, ripresa anche come chiusura del climax conclusivo - ma clamorosamente carente a livello di scrittura, un esempio evidente di quanto importante sia avere nella partita un grande sceneggiatore e sfruttarlo davvero.
Volendo osare, si potrebbe pensare che rinunciare a questo aspetto è un pò come decidere di accantonare Sergio Leone per accontentarsi di Muccino.
Decidete voi se ne vale la pena.
   


MrFord


"There are times when I feel I'm afraid for the world
there are times I'm ashamed of us all
when you're floating on all the emotion you feel
and reflecting the good and the bad."
Iron Maiden - "Blood brothers" -

domenica 21 agosto 2011

George Lucas in love

Regia: Joe Nussbaum
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 9'


La trama (con parole mie): George Lucas, studente di college, ha pochissimo tempo per ultimare la sceneggiatura del lavoro che presenterà a fine corso e cercare di portarsi a casa un buon voto, ma le idee latitano e sono confuse. Soltanto grazie all'intervento di Marion, prima grande cotta del futuro regista, George riuscirà a trovare gli stimoli per ultimare la prima stesura di quello che diverrà uno dei maggiori successi della Storia del Cinema: la saga di Star Wars.


Questo Free drink è per Suarakamansa, che spero possa essersi sistemato al meglio nella sua nuova casa francese.

Per la prima volta qui al saloon, è un cortometraggio a farla da padrone, al posto del consueto film, o romanzo. 
E non un cortometraggio qualsiasi, bensì una delle più grandi dichiarazioni d'amore - per quanto divertente e divertita possa essere - rivolta alla creatura più nota, di successo ed importante partorita dalla mente di George Lucas: la saga di Star Wars.
Vissuta come una sorta di incubo da molti e venerata a livelli religiosi da molti, molti di più, la suddetta epopea ebbe origine e radici nella giovinezza del futuro regista, e Joe Nussbaum, probabilmente fan hardcore del lavoro del vecchio George, questo deve averlo saputo bene, andando ad omaggiare il suo idolo mescolando le atmosfere da teen movie anni ottanta made in Usa - il college, le prime cotte, la classica nemesi all'interno della scuola - a quelle di una vera e propria parodia.
Non lasciatevi dunque spaventare dal voto basso - ulteriore conferma del fatto che è sempre meglio leggere il post, invece di fermarsi soltanto alla valutazione -, motivato principalmente dal fatto che questa resti un'opera limitata - non in quanto corto, ma perchè a suo modo prigioniera nella sua natura di omaggio - e, soprattutto, assolutamente incomprensibile, indigesta ed irritante per tutti gli spettatori che di Star Wars si preoccupano più o meno quanto Chewbacca o Jabba del galateo.

Pensano che io sia un bruto, invece sono un piccolo lord!
 Per i fan della saga, al contrario, risulterà una breve, divertente, piacevole digressione legata all'importanza dell'esperienza personale nel corso della stesura di una sceneggiatura - così come accade per i romanzi -, e della capacità dell'autore di trasportare la sua realtà quotidiana in una galassia "lontana lontana".
Personalmente, la palma dell'ispirazione migliore va ad Aaron/Darth Vader, primo della classe ombroso e dall'ego smisurato con grossi problemi di asma in aexequo con la mano mozzata che caratterizzarà il culmine dello scontro di Skywalker e Darth al termine del mio personale favorito L'impero colpisce ancora.
Nasce dunque una riflessione legata alla curiosità di scoprire cosa si celi dietro i grandi personaggi della Storia del Cinema e le loro origini, condita da un finale che pare un sottile colpo basso legato alla scoperta del legame di sangue tra Luke e Leia, una delle soluzioni che personalmente ho meno apprezzato dell'intera saga.
Resta un'unica domanda senza risposta, tornando al 1999, anno di realizzazione della pellicola: cosa avrà pensato il fan Nussbaum della seconda trilogia, invisa a molti degli storici sostenitori dell'affresco galattico di Lucas?
Non sarebbe affatto male avere una risposta grazie ad un nuovo corto.

MrFord

"Space is dark it is so endless
when you're lost it's so relentless
it is so big, it is small
why does man try to act so tall."
Hawkwind - "Space is deep" -


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