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lunedì 19 febbraio 2018

La forma dell'acqua - The shape of water (Guillermo Del Toro, USA, 2017, 123')




Forse sto invecchiando, diventando insensibile rispetto a certe cose e troppo sensibile rispetto ad altre.
Forse comincio ad aver visto troppi film, o a trovarmi di fronte storie, sequenze, situazioni che mi pare di aver già vissuto, come un sogno ricorrente.
Forse chissà quali e quante cose, ma il tanto decantato, celebrato, premiato The shape of water di Guillermo Del Toro potrà vantarsi di essere la prima, grande, vera delusione di questo duemiladiciotto.
Leone d'oro a Venezia, applaudito, recensito entusiasticamente, definito commovente e magico, il lavoro del regista messicano mi è parso la versione sbiadita e buonista dell'ottimo Il labirinto del fauno, un cocktail già visto, sentito ed assaggiato di cose ormai fuori tempo massimo, che ripesca dalla mitologia del mostro a partire da Frankenstein per giungere ad Edward mani di forbice infarcendo il tutto con una cornice da Amelie - con una colonna sonora spudoratamente simile - ed una storia d'amore che mi avrebbe fatto massacrare uno qualsiasi degli ultimi Spielberg tenuto in piedi soltanto da una fotografia di ottimo livello e da un paio di interpretazioni che sono conferme di altrettanti ottimi attori - Richard Jenkins ed un gigantesco Michael Shannon -: un massacro su tutta la linea che sinceramente non mi aspettavo di compiere, nonostante le ultime prove non brillantissime del buon Guillermo, e che considerate le premesse speravo non avvenisse, considerate le critiche eccezionalmente positive piovute su una favoletta dark che mi ha fatto sentire come uno di quei vecchi cinefili che vede riproposte sullo schermo le versioni scialbe ed edulcorate dei cult con i quali è cresciuto e finisce per incazzarsi anche più del dovuto, in barba ai sentimenti, alla poesia e qualsiasi altra stronzata di questo genere vogliate ammettere.
Mi piacerebbe, in questo senso, avere la possibilità di confrontarmi con tutti i cinefili corsi ad acclamare questo film e pronti, in altre occasioni, ad usare come bersaglio i titoli Disney o cose come Avatar quando The shape of water ne è la versione vuota ed ancora più ipocrita: in questo caso abbiamo, infatti, un Autore che vorrebbe risultare alternativo pronto a dirigere e portare sullo schermo una storia che non aveva assolutamente esigenza di raccontare mascherata da grande melodramma romantico giocato su talmente tanti luoghi comuni da risultare a sua volta il prototipo del luogo comune stesso, che oltretutto strizza l'occhio in maniera vergognosa a produzioni di valore nettamente superiore - ho rischiato una vomitata a spruzzo in stile esorcista sulla sequenza da musical neanche si volesse ricordare La La Land -.
Prevedibilità, piattume, empatia pari a zero per un'opera confezionata ad uso e consumo della superficialità, che non ha nulla a che spartire con il Cinema d'autore in quanto ad originalità e con quello popolare per l'incapacità di trasmettere emozioni vere e non costruite: da sostenitore acceso degli outsiders, non mi era mai capitato di fare un tifo così spudorato per il personaggio del "cattivo" come in questo caso, l'unico a risultare vero e credibile dall'inizio alla fine, quasi simbolo di una rivolta - almeno per quanto mi riguarda - all'indirizzo di tutti gli autori o presunti tali pronti a sedersi sulla loro comoda formula o sulla possibilità che chi si troverà di fronte il loro lavoro non abbia mai visto altro, o avuto la curiosità di scoprirlo.
E dai richiami fin troppo evidenti all'Abe dei due Hellboy - ma è davvero possibile plagiare così clamorosamente se stessi? - all'irritante personaggio della pur brava Sally Hawkins, tutto gira nel verso più sbagliato possibile, e trasforma quella che doveva essere una favola emozionante e magica in qualcosa di vuoto e sterile a prescindere dal valore tecnico: un buonismo alternativo che pare perfino peggiore di quello di grana grossa che tanto criticano e criticheranno i fan sfegatati di Del Toro e di bolle di sapone come questa.
Bolle che, più che richiamare la forma dell'acqua, da queste parti ricordano altre geometrie decisamente meno piacevoli, magiche e profumate.




MrFord




 

mercoledì 9 dicembre 2015

Bone Tomahawk

Regia: S. Craig Zaher
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
132'







La trama (con parole mie): siamo in un paese come gli altri lungo la grande Frontiera, quando una notte un vagabondo che in realtà cela una natura da sciacallo ed omicida giunge in un saloon dopo essere miracolosamente sfuggito all'attacco di misteriosi individui che paiono indiani a seguito di un colpo andato male.
Lo sceriffo del posto, Franklin Hunt, giunto ad indagare, alla reazione dell'uomo lo ferisce e decide di trattenerlo, chiedendo aiuto alla moglie di un cowboy che funge da medico locale quando lo stesso è troppo ubriaco per operare.
Peccato che, durante la notte, lo stalliere del paese venga ucciso brutalmente, e la donna, uno dei due vicesceriffi ed il vagabondo scompaiano, presumibilmente rapiti dagli stessi misteriosi assalitori ai quali il fuggitivo era già scampato una volta: Hunt, dunque, si trova costretto ad organizzare una spedizione verso la valle che pare essere il rifugio di una sorta di tribù di selvaggi senza alcun legame con i nativi americani, dediti al cannibalismo ed a rituali abominevoli.
A lui si aggregano il vecchio vice, il marito della donna scomparsa ed un ex soldato dai modi spicci: riusciranno a salvare i loro parenti e concittadini e riportare a casa la pelle?










Avrei dovuto sospettare fin dall'inizio, che se l'incontro tra il Western e Kurt Russell - uno dei miti acton della mia infanzia - fosse avvenuto, sarebbero stati fuochi d'artificio.
Non mi sarei mai aspettato, però, che tutto avvenisse grazie ad una produzione assolutamente di nicchia, con un regista praticamente esordiente e misconosciuto come S. Craig Zahler dietro la macchina da presa, lontani da tutti i grandi palcoscenici ma pronti a sfruttare il tam tam delle recensioni degli appassionati in rete: di fatto, è così che Bone Tomahawk è arrivato dalle parti del Saloon.
Ed è arrivato facendosi sentire come un pugno dritto alla bocca dello stomaco.
Perchè questo racconto di Frontiera non privo di difetti - se non ci fosse stato quel finale, probabilmente costruito nel caso in cui la grande distribuzione dovesse mettere gli occhi addosso al prodotto, l'impatto sarebbe stato anche maggiore - è una delle sorprese più cazzute dell'anno, quasi come se Neil Marshall avesse deciso di girare una sua versione di Dead Man, o se Gli spietati avesse incontrato il West pulp di Tarantino, che non ringrazierò mai abbastanza per aver rilanciato l'allora stantìa carriera di Russell grazie al pur non eccezionale Death proof.
Il viaggio dei quattro improbabili giustizieri Kurt Russell - che, tra le altre cose, vedremo tra non molto nell'attesissimo Hateful Eight dell'appena citato, vecchio Quentin -, Matthew Fox - che torna a ricoprire un ruolo di spessore dopo i fasti di Lost -, Patrick Wilson - sempre sottovalutato, a mio parere, e sempre valido - ed il mitico Richard Jenkins, pronti a soccorrere chi per amore, chi per dovere, chi per rigore morale i concittadini rapiti dai selvaggi si mantiene con grande equilibrio tra il Classico, la commedia nera, l'horror ed il revenge movie, pronto ad esplodere, nell'ultima parte, in un crescendo gore dall'ottimo realismo in grado di rivaleggiare perfino con giocattoloni all'apparenza scandalosi come The Green Inferno.
La Frontiera, dunque, vista come la dovevano vedere i pionieri del tempo, pronti a rischiare la vita in spazi sconfinati ed alla mercè della Natura e dell'Uomo, l'animale peggiore che possa essere immaginato libero: la civiltà, dunque, di personaggi come Samantha O'Dwyer contrapposta all'istinto puro e terribile dei selvaggi, la bassezza di Purvis e del suo compare Buddy - il Sid Haig che gli appassionati ricorderanno per i due mitici La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo - faccia a faccia con il senso del dovere dello Sceriffo Hunt e del suo vice, l'apparente e glaciale approccio di Brooder e quello tutto passionale di Arthur O'Dwyer.
Bone Tomahawk, dunque, nasconde molte identità nelle sue immagini, nei tempi apparentemente morti della preparazione allo scontro finale e nella crudele ineluttabilità delle sequenze più violente, da quelle mostrate a quelle lasciate fuori campo: non parliamo di una tamarrata, o di un survival senza ritegno, bensì di un cocktail ottimamente equilibrato all'interno del quale trovano spazio le riflessioni sui massimi sistemi, l'intrattenimento ed un'inquietante interrogativo a proposito di quello che noi tutti, in quanto esseri umani, portiamo dentro.
Poco importa che sia l'uomo civilizzato a tentare di dare una ragione, o quantomeno di usare la stessa per imporsi sulla violenza cieca dei selvaggi, perchè proprio la civiltà - almeno apparente - finisce per risultare la minaccia più pericolosa con la quale fare i conti: dagli sciacalli ai briganti, il sospetto che la ragione finisca per rendere anche più crudeli dell'istinto e della fame puri resta, e nonostante si tifi fino alla fine per i nostri eroi, l'idea che siano loro, in fondo, i più pericolosi del novero, finisce per radicarsi nel cuore dello spettatore anche quando lo stesso muore o esulta al loro fianco gettando una pietra lontana quasi un pericolo fosse scongiurato, e nuovi eroi consacrati alla Storia.






MrFord






"Without an answer, the thunder speaks for the sky, and on the cold, wet dirt I cry.
And on the cold, wet dirt I cry.
Don’t you wanna come with me? Don’t you wanna feel my bones
on your bones?
It's only natural."
The Killers - "Bones" - 






domenica 3 novembre 2013

Let me in

Regia: Matt Reeves
Origine: USA
Anno: 2010
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Owen è un ragazzino vittima dei bulli della scuola che vive solo con la madre, schiacciato dalle incertezze e dai timori tipici dell'adolescenza.
Un giorno, nell'appartamento accanto al suo, si trasferiscono la giovane Abby e suo padre: differente da chiunque altro Owen abbia mai incontrato in classe e fuori, Abby finisce per conquistarlo sotto ogni punto di vista, dagli stimoli a reagire con forza ai soprusi subiti al desiderio che, in qualche modo, quel suo strano atteggiamento risveglia.
Il rapporto tra i due si evolverà proprio mentre nella zona cominceranno a verificarsi efferati omicidi, e nel momento in cui il padre della ragazza si suiciderà dopo essere stato arrestato con l'accusa di aver commesso quegli stessi crimini ed il confronto con i persecutori di Owen avrà una fine, inizierà una storia destinata, forse, a durare ben più di una vita.







Avrei dovuto saperlo.
Nonostante Matt Reeves, pupillo di J. J. Abrams nonchè regista del giocattolone dal sottoscritto tanto adorato Cloverfield, avrei dovuto saperlo.
Let me in - remake del sopravvalutatissimo Lasciami entrare - nasceva sotto una cattivissima stella.
Ai tempi dell'uscita del lavoro di Alfredson, infatti, fui tra i pochi a giudicare la suddetta pellicola decisamente al di sotto delle entusiastiche recensioni raccolte dentro e fuori dalla blogosfera, un pippone lentissimo, bolso e tendenzialmente radical chic con due soli acuti, le splendide sequenze della bastonata rifilata dal protagonista al bullo sempre pronto a perseguitarlo - girata con un occhio in pieno stile Haneke - e quella del massacro in piscina conclusivo.
Ebbene, in questa versione americana si finisce per perdere perfino il valore di quei passaggi, e dunque per assistere ad una sorta di versione di grana decisamente più grossa di quella europea che, allo stesso modo, non riesce a sfruttare lo spunto comunque interessante del vampiro dall'età indefinita imprigionato nel corpo di una ragazzina: a questo proposito, neppure la di norma molto convincente Chloe Grace Moretz riesce a trasmettere l'intensità di Abby, risultando senza dubbio più scialba della sua controparte del Vecchio Continente.
Un vero peccato, perchè - come mi era già capitato di considerare rispetto all'originale - trovo che le basi per costruire un ottimo horror "sentimentale" ci fossero tutte, inevitabilmente schiacciate da un'eccessiva ambizione - il lavoro del già citato Alfredson - e da un'inadeguatezza di fondo che finisce per ridurre il potenziale dell'ambientazione - sarebbe stato più interessante provare a mescolare le carte in tavola evitando di riproporre la cornice innevata del film ispiratore - così come del cast - oltre alla Moretz, sparisce in un ruolo troppo marginale perfino il sempre ottimo caratterista Richard Jenkins, senza contare Elias Koteas, assolutamente sprecato per l'investigatore, quasi una comparsa -, senza contare l'amplificazione esponenziale della noia che già aveva attanagliato gli occupanti di casa Ford ai tempi della visione di Lasciami entrare.
Let me in perde dunque nettamente il confronto nonostante potesse contare sul vantaggio di poter difficilmente fare peggio, rivelandosi uno dei titoli meno interessanti e più velocemente destinati ad essere dimenticati che il genere mi abbia riservato nel corso delle ultime stagioni, finendo per entrare di diritto nella terrificante categoria di quei film non abbastanza brutti da farmi davvero incazzare o divertire nel corso della loro stroncatura, inutili al punto di rendere davvero difficile perfino arrivare decentemente alla fine di un post cercando di dare un senso allo stesso.
In qualche modo, si potrebbe parlare di titoli "succhiasangue" a tutti gli effetti.
Almeno da questo punto di vista, lo scialbo prodotto di Reeves ha reso onore al suo nome.


MrFord


"I've seen love go by my door
it's never been this close before
never been so easy or so slow
I've been shooting in the dark too long
when something not right it's wrong
you're gonna make me lonesome when you go."
Bob Dylan - "You're gonna make me lonesome when you go" -




martedì 15 gennaio 2013

Jack Reacher - La prova decisiva

Regia: Christopher McQuarrie
Origine: USA
Anno:
2012
Durata: 130'




La trama (con parole mie): l'ex soldato Barr, tiratore scelto, mette in atto l'omicidio senza apparente motivo di cinque apparenti innocenti, finendo per essere arrestato e posto di fronte alla scelta di confessare in cambio della condanna a morte oppure andare incontro ad un processo.
Ma proprio mentre lo stesso Barr viene ridotto in fin di vita a seguito di un pestaggio avvenuto nel corso del suo trasferimento in carcere, Jack Reacher, ex membro della polizia militare in cerca di Giustizia esce dal suo volontario anonimato per scoprire se la ricostruzione delle forze dell'ordine corrisponda oppure no a verità.
Aiutato dall'avvocato della Difesa Helen, l'investigatore dovrà dare spazio a tutte le sue abilità per poter chiudere il caso, identificare i colpevoli e fare in modo che i torti vengano riparati, anche a scapito di quello che è l'ordine costituito.




A volte ci starebbe proprio di ringraziare per l’esistenza di film come Jack Reacher ed affini: roba di grana grossa – ma neppure troppo, a ben guardare – lineare e semplice, senza pretese, con quel giusto equilibrio che passa tra divismo tamarro ed una robusta dose di attrazione che, neanche ci trovassimo nel più serrato dei thriller, calamita allo schermo dal primo all’ultimo minuto.
Non che avessi dubbi, rispetto a quest’ultima fatica di Tom Cruise che, come al solito, nelle produzioni cui prende parte non in mano a registi di nome e di carattere, assume un controllo pressoché totale sull’intera opera, finendo per esaltarne il lato “cruisiano”, per l'appunto, ai massimi livelli: eppure, nonostante Scientology ed un ego che può tranquillamente rivaleggiare con quello del Cannibale, il buon Tom continua a non riuscire a darmi sui nervi o crearmi problemi a godermi tutto il suo lavoro, in parte perché è indubbia la sua professionalità, in parte perché questo suo fare perennemente sopra le righe pare in qualche modo divertito e divertente.
E così, nel pieno di una pellicola che ha più il sapore dell’intrigo anni settanta che non dell’action anni ottanta, scopriamo che il Nostro – che non va propriamente fortissimo in altezza – pare sempre aggirarsi attorno al metro e novanta, lo osserviamo sfoderare un paio di momenti al limite del trash che fanno sorridere – il petto nudo di fronte alla procace avvocatessa Rosamund Pike è già un piccolo cult – ed un’aura a metà tra gli Expendables e Jack Bauer, il tutto comunque senza far risultare ridicolo o al limite dell’assurdo un personaggio tosto e cazzutissimo – come, del resto, il genere vuole – evitando figuracce come quella di Liam Neeson nel recente, e pessimo, Taken 2.
Ma lasciando per un momento da parte l’ingombrante Tom, la riflessione più importante rispetto a Jack Reacher va riservata allo script – oltre al sempre mitico Robert Duvall, che porta sullo schermo un personaggio fordiano fino al midollo -, che a dispetto delle aspettative e nonostante una certa linearità a tratti telefonata risulta intrigante quanto basta per ricordare, per l’appunto, più Il giorno dello sciacallo – quello originale, non la schifezza colossale che fu il remake – che non Die hard – tanto per citare due pellicole con protagonista un altro simbolo del Cinema d’azione che una ventina d’anni fa sarebbe stato perfetto nel ruolo di un Reacher meno rigido e più scombinato – anche se, a ben guardare, il passato da militare del protagonista rende quasi più adatto Cruise a prestare corpo ed anima a questo spaccaculi tutto d'un pezzo -: l’intrigo che ruota attorno all’ex soldato Barr – colpevole, tra l’altro, di una serie di omicidi a sangue freddo compiuti sotto le armi nella stessa modalità di quelli che aprono il film e che vanno a toccare un nervo decisamente scoperto per quanto riguarda la società USA –, che piuttosto che essere incriminato e schiaffato sul tavolo dell’iniezione letale preferisce rivolgersi a quella che, di fatto, è la sua nemesi – Reacher, per l’appunto – in modo che la verità venga a galla risulta funzionale e sicuramente efficace, benchè non tamarro quanto ci si potrebbe aspettare.
Nonostante questo non mancano i momenti sopra le righe, entrata ad effetto del protagonista compresa: l’invisibile – se vuole, altrimenti molto visibile ed ovviamente molto alto – uomo d’acciaio ed ex investigatore della polizia militare prende in questo modo e da par suo a cuore la difesa di un individuo che lui stesso aveva consegnato alla Giustizia proprio in nome della stessa, nel pieno rispetto di quei valori tutti a stelle e strisce che prevedono, di fronte ai massimi sistemi, un piuttosto evidente sprezzo delle regole e delle strutture che potrebbero impedire la riuscita dell’impresa stessa.
In questo senso, Jack Reacher è un antieroe profondamente statunitense, una sorta di “reazionario positivo” simile ai pistoleri senza macchia dei vecchi western che prende il pubblico per mano grazie all’attore che lo interpreta e lo conduce attraverso una vicenda che non avrà gli acuti dell’instant cult ma che risulta assolutamente una goduria dall’apertura ai titoli di coda, una proposta senza pretese, realizzata con ottima perizia e perfetta per la tipica serata d’intrattenimento che possa impegnare solo parzialmente il cervello e regalare il numero giusto di passaggi che possano anche solleticare l’esaltazione del pubblico – maschile o femminile poco conta -.
Dovesse dunque capitarvi per le mani, buttatevici a capofitto senza troppa preoccupazione: in fondo, a guidarvi ci sarà qualcuno che, in un modo o nell’altro – sempre poco ortodossi, ma sicuramente efficaci – saprà condurre l'audience intera alla risoluzione della vicenda senza che ci siano dubbi sul fatto che, quando lui entra in gioco, non ci sono cazzi per nessuno.
Soprattutto per chi è parte della squadra sbagliata.
E allora, beh, non vorrei proprio essere nei loro panni.


MrFord


"Fight fight fight
just push it away
fight fight fight
just push until it breaks
fight fight fight
don't cry at the pain
fight fight fight
or watch yourself burn again."
The Cure - "Fight" -


venerdì 2 novembre 2012

Cogan - Killing them softly

Regia: Andrew Dominik
Origine: USA, Nuova Zelanda
Anno: 2012
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Johnny Amato, che ben conosce il passato di truffatore di Markie Trattman, ha intenzione di organizzare una rapina alla partita di poker organizzata da quest'ultimo in modo che i sospetti ricadano su di lui. Per farlo, si affida ai due piccoli malviventi Frankie e Russell, che mettono a segno il colpo ma non sanno che, da qualche parte, l'Organizzazione che dirige le fila ha già messo Jackie Cogan sulle loro tracce.
Cogan è un uomo diretto e deciso, i suoi metodi sono spicci e la tariffa fissa: oltre ad eliminare Markie Trattman - giusto perchè nessuno possa pensare che ci si sia rammolliti -, il suo compito sarà quello di rintracciare i tre pesci piccoli che hanno tentato di fare il salto e ricordare loro che nella catena alimentare ci sono sempre delle gerarchie ben precise.





Che siano romanzi, libri, film o canzoni, i prodotti come Cogan paiono essere stati creati apposta per compiacere il sottoscritto: la sensazione che mi da un robusto noir che pare un whisky invecchiato è sempre quella della strada di casa, in grado di coinvolgermi anche quando le sue ambizioni sono decisamente superiori alla qualità dell'opera fatta e finita.
Cogan non è Killer Joe, manca della potenza del fulmine a ciel sereno di Friedkin e della sua rapida successione di colpi portati allo spettatore, è molto compiaciuto di sè - ma del resto, lo stile di Dominik, che pur ho sempre apprezzato, è così - e a tratti diviene verboso e statico, quasi ci trovassimo imprigionati all'interno del ralenti sul finestrino rotto dal primo proiettile che il vecchio Jackie - un vero "men in black" - spara all'indirizzo del cranio di uno dei suoi bersagli.
Eppure, è un ritratto spietato e quasi western di un'America in cui si è perso, per quanto si continui a venderla, l'immagine di una Nazione democratica e coesa, in cui tutti sono uguali e la speranza è pronta a bussare alle porte: Cogan sa bene che tutto quello che la campagna elettorare vende alla gente è una truffa, una balla ben congegnata perchè esistano sempre pesci piccoli pronti ad essere dati in pasto ai veri professionisti, gli squali che, dalla Borsa alla Strada, finiscono per usarli tutti come stuzzicadenti.
Ed è lampante fin dal principio, quando ancora il colpo s'ha da fare, che Johnny, Markie, Frankie e Russell finiranno proprio in quel modo: quando giochi con chi è più grande e pericoloso di te, difficilmente riesci ad uscirne pulito. 
E soprattutto vivo.
Come se non bastasse, la pellicola di Dominik non si scompone, e porta avanti la sua ricerca con la tranquillità di chi è sicuro di compiere la missione, danzando tra inquadrature bagnate dalla pioggia e dialoghi fiume tra un Brad Pitt severo e mai così duro e Richard Jenkins, timido portavoce dell'Organizzazione, o James Gandolfini, killer perduto nei vizi e dalla poca voglia di tornare di nuovo al fresco - una delle frasi cult del film viene calata come un asso proprio per descrivere il suo personaggio: "E' qui da tre giorni, e tutto quello che non si è scopato, se l'è bevuto", già mitica -.
In fondo, quei poveri sfigati dietro alla razzia durante la partita e l'ancor più povero sfigato che hanno cercato di incolpare condannando di fatto a morte hanno i minuti contati, e non c'è bisogno che qualcuno di calibro decisamente superiore si danni particolarmente per loro: fa quasi tenerezza, il povero Frankie, mentre conduce Cogan quasi fosse un fratello maggiore a chiudere la pratica di Johnny nella speranza di potersela cavare.
Pare un agnellino smarrito e sacrificale, attorno al quale il lupo neppure danza, ma semplicemente passeggia, come se non avesse bisogno d'altro, per sistemarlo, di uno sguardo.
E di una pistola, ma questo era ovvio quanto quell'ultima raccomandazione ripetuta più volte, una beffa nei confronti di chi ancora non ha capito di avere già firmato la propria condanna.
Ma non è quello che spappola la testa di qualche povero stronzo senza speranza, il colpo più duro di Cogan: è l'imperativo all'indirizzo del portavoce, quel "pagami" che ha il sapore di un'eredità che gli USA - ma non solo - hanno lasciato ai loro abitanti dopo aver sparso quantità inimmaginabili di fumo negli occhi per restare con i culi bene al caldo su una qualche poltrona.
Culi parati da gente come Cogan.
Che non sarà il protagonista del film dell'anno, ma è un figlio di puttana dannatamente tosto, dal sapore di uno di quei whisky che ti ricordano per quale motivo, in questo mondo, esistono quelli in grado di rimanere in piedi e quelli che, al primo bicchiere, finiscono la serata chiusi in bagno a vomitare.


MrFord


"And I heard a voice in the midst of the four beasts
and I looked and behold, a pale horse
and his name that sat on him was Death
and Hell followed with him."
Johnny Cash - "The man comes around" -



sabato 9 giugno 2012

Libera uscita

Regia: Bobby&Peter Farrelly
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 105'



La trama (con parole mie):  Rick e Fred sono due quarantenni felicemente sposati e non più single dai tempi del college in preda alla crisi ormonale che vede ogni uomo convincersi, con il passare degli anni, di poter facilmente tornare alla vita e alle conquiste del periodo in cui era solo e libero come l'aria senza il minimo sforzo.
Quando le loro mogli decidono, su suggerimento di un'amica, di dare loro una settimana di libertà assoluta dal matrimonio, i due cominceranno a cercare nuove conquiste per affermare la propria virilità.
Peccato che la caccia sarà risulterà ben più difficile del previsto, e che la mancanza delle loro metà lascerà un vuoto che non si aspettavano nella vita di tutti i giorni.




Negli ultimi anni il fenomeno generato da Una notte da leoni ha fondamentalmente imposto un nuovo standard per quanto riguarda le commedie "al maschile" fuori dai confini più "alti" già da tempo tracciati da Apatow e soci, influenzando praticamente ogni nuova proposta passata in sala: il lavoro di Todd Phillps non ha risparmiato neppure due pionieri del genere come i fratelli Farrelly, saliti alla ribalta con il divertentissimo Tutti pazzi per Mary ormai nel lontano 1998 e ora trovatisi ad inseguire le nuove generazioni di registi specializzati in hangovers ed affini.
Libera uscita, che incrocia le epopee degli addii al celibato più famosi delle ultime stagioni cinematografiche a proposte dal sapore vagamente più autoriale come Benvenuti a Cedar Rapids sfrutta i volti noti di Owen Wilson e Jason Sudeikis per cercare di fotografare le incomprensioni che si creano in coppie giovani eppure già da tempo messe alla prova dalle tempistiche di lavoro, famiglia, figli e routine quotidiana: il ritratto, che vorrebbe essere irriverente, riesce tuttavia soltanto in minima parte, frenato da un occhio strizzato anche alla componente "per famiglie" della pellicola e da una moralità di fondo che rende anche le scene più divertenti e meglio riuscite soltanto una sorta di pallida imitazione dell'ottimo Crazy stupid love, rivelazione dello scorso anno.
Proprio rispetto a quest'ultimo, il lavoro dei Farrelly perde indiscutibilmente sotto tutti i punti di vista, mostrando il fianco sia alla sensazione di già visto che a quella di un coraggio che pare ormai mancare ai fratellini, troppo impegnati a voler dimostrare qualcosa che non a portarlo effettivamente a termine.
Come i due protagonisti, legati ancora ai ricordi dei tempi da single al college, i registi si concentrano sulla volontà di stupire il pubblico quasi come se fosse loro dovuto, o se gli anni dei loro maggiori successi non fossero parte di un passato ormai neppure troppo recente: e proprio come Rick e Fred, più che concentrarsi su quello che sarebbe se con la loro testa nel presente si ritrovassero ai tempi della giovinezza, dovrebbero pensare a tutti i vantaggi che l'esperienza e la vita possono aver loro dato, con tutto il bagaglio di quotidianità apparentemente noiosa che si portano dietro.
A favore della pellicola va comunque ammesso il ruolo decisamente importante - per quanto solo di contorno - dell'altra metà del cielo dei due seduttori decisamente fuori allenamento alla ricerca di un'affermazione che faccia bene all'ego e al vicinato - da antologia del genere la sequenza della sega in macchina di Fred, uno dei due picchi di trash della pellicola insieme allo starnuto nella stanza del motel, in pericolossissimo bilico tra la vergogna cinematografica e la genialità demenziale pura -: le mogli, così come le potenziali "nuove fiamme" assumono una forza ed uno spessore decisamente superiore a quello dei loro compagni, dimostrando quanto, effettivamente, la donna sia sempre ben più di un passo avanti all'uomo anche quando quest'ultimo crede di averla fatta franca.
Peccato che, a conti fatti, il minutaggio risulti clamorosamente eccessivo rispetto alle scene effettivamente divertenti, che le spalle dei protagonisti non funzionino quasi per nulla e l'impressione sia quella di uno script costruito sulle singole scene, più che sull'insieme di una storia che possa avere un senso ed una dimensione, pur in un ambito all'interno del quale lo spessore conta come il primo cocktail in una serata. O l'ultimo.
Resta un film che passa senza colpo ferire, buono giusto per riempire lo spazio di una serata di "libera uscita" dalla quale tornare con la sensazione che i tempi della totale libertà non fossero poi così divertenti come si vuole lasciare intendere.
Lo dimostra il personaggio interpretato da Richard Jenkins - sempre amato in casa Ford -, seduttore e single indefesso, che tra le foto dei suoi viaggi intorno al mondo e delle sue conquiste sfoggia quella del matrimonio di Rick e Maggie insieme agli sposi: anche i peggiori tra i lupi solitari, in fondo, amano l'idea di un posto a cui fare ritorno.
Libera uscita o no.
Perchè quel punto in cui lei sbavazza mentre dorme è qualcosa che nessuna avventura potrà mai raggiungere.


MrFord


"Wouldn't it be nice if we could wake up
in the morning when the day is new
and after having spent the day together
hold each other close the whole night through."
Beach Boys - "Wouldn't it be nice" -


 

lunedì 21 maggio 2012

Quella casa nel bosco

Regia: Drew Goddard
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata:
95'



La trama (con parole mie): cinque amici - coppia, coppia pronta a diventarlo e compare matto al seguito - partono per un weekend rilassante da passare nella casa del cugino di uno dei ragazzi, ovviamente sperduta nei boschi ed ovviamente in stato così trascurato da far apparire La casa di Raimi una sorta di resort di lusso.
Neanche il tempo di sistemarsi e cominciare una sessione che promette scintille di obbligo o verità ed una misteriosa botola attrae l'attenzione del gruppo.
Dal momento in cui decideranno di scendere per scoprire cosa possa celare, le loro vite saranno destinate a cambiare.
Pare proprio la trama del più classico degli slasher horror in salsa teen, ed in effetti, è proprio così.
Ma dietro la casa nei boschi c'è molto, molto, molto di più.




Finalmente.
Posso dirlo con soddisfazione ed una punta di goduria.
Finalmente un film horror che non confonde l'omaggio con il citazionismo spocchioso e sfrenato.
Recentemente, una delusione cocente in quest'ambito fu il tanto celebrato Innkeepers, incensato praticamente ovunque e bottigliato senza ritegno qui in casa Ford, schiacciato dall'aspettativa che lo stesso aveva generato prima della visione a seguito delle recensioni entusiastiche lette praticamente in ogni dove nella blogosfera.
Quella casa nel bosco, al contrario della pellicola firmata Ti West, recupera un approccio che potrebbe essere ricondotto a Wes Craven e Joe Dante - da sempre esploratori della parte più ironica del genere -, e grazie ad una sceneggiatura decisamente ispirata firmata dal regista Drew Goddard e da uno scatenato Joss Whedon - in spolvero anche grazie al suo recente e fantasmagorico The Avengers - fissa uno standard che nel genere non si lasciava apprezzare da fin troppo tempo, intrattenendo e divertendo con efficacia dal primo all'ultimo minuto.
Mantenendo due linee di narrazione ben distinte - una che strizza l'occhio alla sci-fi in pieno Orwell style neanche fossimo ancora nei gloriosi seventies e l'altra che pesca a piene mani dall'immaginario dello slasher movie in salsa teen che fece furore negli anni ottanta a partire da cult come Non aprite quella porta e Halloween, che furono il traino per i vari Nightmare e Venerdì 13 - nel corso della prima parte, il lavoro di Goddard pare avere inizio quasi fosse una sorta di operazione vintage di recupero di un'iconografia classica di questi generi, un divertissement fatto e finito per lo sfizio anche tendenzialmente vuoto di autori e pubblico.
Eppure nulla è come potrebbe sembrare, all'interno di quella casa apparentemente specchio di uno standard che tutti noi residuati del decennio di Notte horror conosciamo a menadito.
E Joss Whedon e Drew Goddard lo sanno bene, tanto da giocare con quello stesso humus mettendoci a fondo le mani, rovistandolo, scoperchiandolo da cima a fondo fino a renderlo l'ossatura di un gioco che si mangia anche prima di colazione i recenti e sciapissimi Hunger Games fenomeno del momento: i nostri protagonisti, figli dei ricordi di più di una generazione e stereotipi viventi, non sono altro che vittime sacrificali venute buone per placare la potenziale furia di qualcosa di ben più grande e potente, pronta a ricordare al mondo come lo conosciamo - e come lo conoscono gli uomini dall'altra parte dello schermo - che senza quei sacrifici non resterebbe nulla, ma proprio nulla, da salvare.
E in questo senso lo spessore della pellicola aumenta nello strepitoso crescendo della seconda parte, che scardina le regole e gli omaggi all'horror per ritrovare atmosfere che mi hanno ricordato The Cube e dare inizio a quella che potrebbe essere vista come una rivoluzione di mostri ingabbiati come animali in uno zoo, o una popolazione per troppo tempo controllata da incontrollabili controllori.
In un tripudio di effetti - riuscitissimi, tra l'altro -, il viaggio di Dana e Marty da una parte all'altra del mondo - stupefacente se si pensa ad una sequenza simile vista nell'appena citato Hunger Games - che si trasforma in una battaglia all'ultimo sangue tra creature che paiono uscite dall'immaginario collettivo di tutti i bambini cresciuti a pane e horror ed i registi di quella che è da troppo tempo la realtà per loro già scritta ed ineluttabile assume la dimensione quasi magica di un tributo ad un genere da sempre considerato di serie b - se non peggio - eppure in grado di emozionare e segnare l'esistenza di un numero incalcolabile di spettatori andando a toccare corde legate a paure ed istinti profondamente potenti ed ancestrali.
Come gli dei cui occorre guardare con timore.
Talmente tanto da immolare in loro nome giovani vittime all'oscuro del loro destino.
Anno, dopo anno, dopo anno.
Fino a quando verrà il momento della rivoluzione.
E allora sarà quella stessa mano immensa e terribile a scrivere la parola fine ad una tirannia silenziosa.
Che sia quella della premiata ditta Goddard&Whedon?


MrFord


"Children of tomorrow live in the tears that fall today
will the sunrise of tomorrow bring in peace in any way
must the world live in the shadow of atomic fear
can they win the fight for peace or will they disappear?"
Black Sabbath - "Children of the grave" -


giovedì 3 maggio 2012

The rum diary

Regia: Bruce Robinson
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 120'



La trama (con parole mie): Paul Kemp, sregolato giornalista appena giunto nella Porto Rico nei primi anni sessanta, trova lavoro presso il quotidiano che gli Usa controllano nell'ottica dell'assetto politico del periodo, reso instabile dalle tensioni tra gli Usa e il blocco sovietico.
Stretta amicizia con gli scombinati colleghi Sala e Moberg, tra un rum ed una scorribanda in macchina, l'uomo ha giusto il tempo di trovare un canale che potrebbe portarlo alla sicurezza e al denaro per poi bruciarlo prendendosi una cotta da antologia per la donna di Sanderson, eminenza grigia dell'isola le cui influenze si fanno sentire a tutti i livelli: la lotta per il suo cuore e per la libertà di stampa locale faranno da stimoli alla carriera futura del giornalista, pronto per la prima volta nella sua vita a tracciare la rotta della sua professionalità - e non solo -.




A volte capita che un film senza particolari pretese, tendenzialmente patinato, con un cast che gioca sull'ordinaria amministrazione ed una regia senza alcun picco, tratto come se non bastasse da un romanzo di un autore cult eppure privo di una sceneggiatura che possa dare anche un minimo di mordente alla storia riesca a conquistare senza, di fatto, averne alcun merito.
E' il caso di The rum diary, promosso e distribuito come una versione vintage di Paura e delirio a Las Vegas - l'autore dei romanzi è lo stesso, il mitico Hunter S. Thompson -, lontano anni luce dalla potenza di quello che vorrebbero venderci come il suo predecessore, eppure in grado di incollarmi allo schermo con lo stesso piacere che mi pervade quando vedo e rivedo fino allo sfinimento pellicole che sono considerate cult in casa Ford, pur non facendo leva su una vicenda particolarmente avvincente o ben scritta.
Non so se sia stata la crescente passione del protagonista per Amber Heard, l'ambientazione caraibica, il rum o la tendenza dei giornalisti portati sullo schermo da Depp, Michael Rispoli e Giovanni Ribisi di perdersi dentro e fuori se stessi come solo chi conosce bene l'alcool sa e può fare, o il fascino di un'epoca in cui la lotta poteva essere vissuta come un viaggio o un'esperienza, ma non ho avuto un solo istante di cedimento dall'inizio alla fine, e pur non sentendomi particolarmente coinvolto, mi sono lasciato cullare da una pellicola senza particolari pretese - del resto, Bruce Robinson resta un signor nessuno - capace comunque di trasportarmi nel pieno del periodo che fotografa, accarezzandomi con quel gusto per la siesta ed il tempo rubato al normale e quotidiano incedere dello stesso tipico del concetto di Sud che tanto mi attrae.
A rendere il tutto un cocktail ancora più piacevole da mandare giù sorso dopo sorso il confronto tra Kemp ed i suoi due antagonisti, lo scorbutico scribacchino e direttore del giornale Lotterman - un ottimo Richard Jenkins che impersona alla grande il tipico esecutore servo del potere dalle nevrosi pronunciate - e l'odioso arricchito Sanderson - un sempre efficace Aaron Eckhart -, uomo dallo stile madmeniano e dai modi spocchiosi di chi pensa che il denaro ed il potere rendano, di fatto, una persona migliore di tutte le altre: la scombinata gang formata da Depp e i suoi, di contro, si porta sulle spalle tutto lo scoordinato panesalamismo che tanto è amato qui al saloon, regalando momenti al limite del grottesco - la bistecca nel locale, l'inseguimento con l'incendio del poliziotto, il collirio allucinogeno - che sono stati, di fatto, una vera e propria pacchia per il sottoscritto.
Ma è la passione amorosa che coglie Kemp travolgendolo ad aver in qualche modo vinto ogni mia resistenza rispetto all'apprezzamento di questo film, giocata tutta nella sequenza della macchina lanciata a tutta velocità e della sfida tra lo stesso giornalista e Chenault, simbolo di un gioco di seduzione chiaro fin dal primo incontro dei due eppure funzionale ed onesto, proprio come il resto della pellicola.
Non chiedetemi, dunque, di difendere a spada tratta un film che è sicuramente un'opera minore che finirà ben presto nel dimenticatoio della maggior parte della critica e degli spettatori: in questo senso, non ho proprio nulla da dire rispetto alla resa - tecnica ed artistica - di The rum diary.
Eppure, c'è qualcosa nel suo sonnacchioso incedere cui è davvero difficile resistere: un gioco di sguardi sornione, o una sbronza che pare non averci colpiti, e dopo un buon numero di cocktail, decisi ad alzarsi per andare in bagno o cambiare locale, ci inchioda alla sedia come fosse il più potente degli incantesimi.
Un progressivo abbandono che è un massaggio da rollìo di barca e rumore di onde sul bagnasciuga, sole sulla pelle leggermente sudata di una donna che non ci basterà sfiorare con il pensiero e rum che tocca corde che non credevamo neppure più di avere.
Prima della sveglia, della lotta, della presa di una coscienza che ci porterà avanti lungo la strada, perdersi così, lentamente, è un piacere indescrivibile.
Qualcosa che, se non si appartiene a quella categoria di strambi zingari esploratori di vita, potrà sembrare inutile, insensato e privo di interesse.
Come questo film.
Fortunatamente per me, nella ciurma di quella nave destinata probabilmente a finire a fondo, sono una figura di spicco per natura.


MrFord


"I get knocked down 
but I get up again
you're never going to keep me down
Pissing the night away 
pissing the night away
He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him 
of the good times
He sings the songs that remind him 
of the better times."
Chumbawamba - "Tub Thumping" -
 
 


mercoledì 23 novembre 2011

L'ospite inatteso

Regia: Thomas McCarthy
Origine: Usa
Anno: 2007
Durata: 104'



La trama (con parole mie): Walter è un tranquillo professore che da vent'anni ripete le stesse lezioni in un università del Connecticut, limitandosi ad apporre la firma su saggi che non ha neppure scritto, sognando di imparare a suonare il pianoforte in memoria della defunta moglie.
Quando, dovendo presenziare ad un seminario, si troverà a tornare nel suo vecchio appartamento di New York, Walter farà uno degli incontri più importanti della sua vita: Tarek e Zainab, due giovani immigrati non in regola, infatti, sono stati ingannati da un intermediario che ha concesso loro in affitto proprio l'alloggio da anni inutilizzato del professore.
I tre, ed in particolare Walter e Tarek, coltivano da subito un legame d'amicizia unico con le radici affondate nell'incontro tra la musica classica tanto amata dal primo ed i ritmi afro del secondo: quando, per una casualità, il giovane verrà arrestato e la minaccia dell'espulsione dagli States si farà incombente, Walter cercherà in tutti i modi di aiutare il ragazzo.



Devo ammetterlo: mi sento in colpa per avere lasciato da parte Thomas McCarthy per così tanto tempo.
Fortunatamente, l'approdo sugli schermi di casa Ford di Win win ha riportato in auge questo talentuoso volto del panorama alternativo statunitense, ed ha immediatamente indotto a recuperare la pellicola "di mezzo" della sua filmografia persa nel corso degli ultimi anni, quest'ottimo The visitor che, in una certa misura, rappresenta la prova più matura dell'autore del New Jersey, alle prese con una produzione decisamente più importante rispetto al suo esordio dietro la macchina da presa - The station agent, già citato a proposito della sua ultima fatica, giusto ieri - ed una tematica certo non facile, quella dell'immigrazione.
Sfruttando il misurato Richard Jenkins nel ruolo di Walter, infatti, McCarthy racconta con la sua ormai caratteristica onestà di scrittura una storia "sottovoce" legata a doppio filo alla scoperta dell'altro, di se stessi e alla paura serpeggiante dilagata negli States - e non solo - dopo l'undici settembre, tradotta in una denuncia che non grida allo scandalo o cerca lo sconvolgimento dello spettatore, ma sottolinea quanto, a volte, i piccoli drammi possano essere terribili quanto i grandi, da una parte e dall'altra di una frontiera.
Il tutto mantenendo una leggerezza quasi da commedia legata a doppio filo alla rinascita di Walter, che attraverso il passaggio dal pianoforte allo djembe e dalla musica classica a Fela Kuti riscopre se stesso neanche fosse il Lester di American beauty, tornando a vivere per la prima volta dopo un letargo volontario e noioso durato fin troppi anni, se non addirittura da tutta la vita: la scelta di percorrere questa sorta di rivoluzione interiore attraverso i piccoli dettagli - il cambio della montatura degli occhiali, le pause pranzo al parco, le prime jam sessions con i musicisti di strada - è profondamente stimolata da Tarek e da sua madre, personaggio fondamentale nell'economia della pellicola - decisamente più di Zainab - che permette al protagonista di compiere un ulteriore passo in avanti e al film di cambiare marcia, spostando l'attenzione dello spettatore su una sorta di misurato dramma romantico in grado di fare da contrappeso alle vicende del giovane musicista in custodia presso l'immigrazione e sulla via di essere perduto nelle labirintiche pieghe della burocrazia e dell'indifferenza al confine con la quieta violenza degli ingranaggi della stessa.
Ancora una volta rispetto ad un lavoro di McCarthy, non lasciate che un'apparenza retorica possa influenzarne la visione: lasciatevi conquistare dal ritmo lento eppure deciso e da una vicenda che trailer e distribuzione potranno anche aver mascherato da commedia alternativa leggera ma che, in realtà, cela una realtà assolutamente credibile e per nulla buonista o consolatoria, che nel corso di tutta la durata conserva il suo pregio più grande proprio nel saper trasmettere un messaggio e sentimenti forti senza mai avere bisogno di alzare i toni e la voce, ma che avanza sottopelle come l'incedere dei tre tempi delle percussioni.
Un pò come tutto il Cinema di questo ancora troppo poco conosciuto regista: storie come potrebbero essere le nostre, di quelle che, a fronte di una realtà sempre più caotica - quella che vede le luci e i colori di Broadway illuminare sogni e aspettative sempre e solo "in grande" -, resistono con le unghie e con i denti, il cuore e la musica, i sentimenti ed i ricordi: e nell'immagine di Walter finalmente deciso a suonare lo djembe in metropolitana, proprio alla fermata di Broadway - perchè si dice che lì si facciano i soldi, a detta di Tarek - c'è tutta la magia di una vita "normale" che pare aver trovato il suo palcoscenico migliore.

MrFord

"You dey go your way, the jeje way
somebody come bring original trouble
you no talk, you no act
you say you be gentleman
you go suffer
you go tire
you go quench
me I no be gentleman like that."
Fela Kuti - "Gentleman" -

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