Regia: David Dobkin
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 141'
Anno: 2014
Durata: 141'
La trama (con parole mie): Hank
Palmer, aggressivo avvocato di successo ormai vero e proprio squalo
della grande città, torna nella campagnola terra d'origine, persa nella
provincia americana, per il funerale della madre. In questo modo rientra in contatto con il padre Joseph, giudice locale, con il quale non ha più
alcun rapporto da anni, e con i suoi due fratelli, l'ex promessa del
baseball Glen e l'autistico Dale. Quando il vecchio Joseph sarà accusato
di omicidio per aver investito un ex detenuto che lui stesso aveva
spedito dietro le sbarre, Hank si assumerà la responsabilità della
Difesa, finendo per trovarsi a gestire i fantasmi del passato e
tutto quello che pareva essersi lasciato alle spalle anni prima, quando abbandonò la sua casa diretto verso il resto del mondo.
Cosa accadrà quando padre e figlio porteranno i loro scheletri nell'armadio in aula?
Ricordo
ancora bene i tempi in cui, da semplici spettatori compulsivi, io e mio
fratello divenimmo appassionati di Cinema a tutti gli effetti,
compiendo il passo che separa il consumatore occasionale dal cercatore,
chi si trova di fronte una pellicola e chi, invece, finisce per guadagnarsela, per curiosità o indicazioni date da una recensione
particolarmente ispiratrice.
Ricordo
anche che non si iniziò facendo quelli che se ne intendono, partendo
dai grossi calibri, ma che per un buon periodo il film "impegnato"
risultava essere il classico prodotto a stelle e strisce di una caratura
superiore alla media, ben diretto e recitato e dai contenuti profondi:
se fossimo ancora in quel periodo, senza dubbio The judge sarebbe stato
della partita.
Personalmente,
per quanto detestati dalle frange più estreme dei radical chic alla
ricerca del film d'essai di origini curiose quasi non distribuito che persistono nel vederli come fumo negli occhi, prodotti all'americana come
questo sono sempre stati un guilty pleasure cui non saprò mai
rinunciare: film onesti, solidi, ben congeniati, forse a tratti retorici
o prolissi ma non per questo mal riusciti.
Il
lavoro di David Dobkin - cui non avrei dato un soldo bucato,
considerati i suoi trascorsi dietro la macchina da presa -, nonostante
qualche lungaggine ed un minutaggio importante, finisce per risultare
godibile ed intenso quanto basta anche e soprattutto grazie alle
interpretazioni ottime di Robert Downey Jr e Robert Duvall, che portano
in scena un duetto padre/figlio tra i migliori delle ultime stagioni
cinematografiche, riuscendo a rendere toccante un tema molto trattato al
quale il sottoscritto resta sempre particolarmente sensibile.
Se,
inoltre, da un lato abbiamo uno svolgimento molto classico nell'ambito
di questo genere di prodotti, dall'altro occorre ammettere una certa
quasi originalità nello sviluppo della trama, dall'idea della difesa del
figlio rispetto al padre in aula ai concetti di Colpa e di Giustizia,
passando attraverso un finale che, seppur non fuori dagli schemi,
risulta quantomeno non eccessivamente blockbusteriano o consolatorio,
così come l'evoluzione e l'esito del processo che vede come imputato il
vecchio Joseph/Robert Duvall.
Un'opera, dunque, che non brillerà per rivoluzionarietà o approccio, ma
che risulta godibile e ben piantata per terra, supportata da un
comparto tecnico artigianale ma di ottima fattura ed un cast che,
protagonisti a parte, è senza dubbio alcuno di tutto rispetto, da
Vincent D'Onofrio a Billy Bob Thornton passando per Vera Farmiga: il
discorso a proposito delle proprie origini e delle ferite che rimangono
aperte in famiglia, inoltre, per quanto sfruttato a tutte le latitudini
della settima arte finisce sempre per coinvolgere, considerato che
ognuno di noi, in misura più o meno problematica, ha dovuto nel corso
della propria vita confrontarcisi.
In
questo senso la scelta di mettere in scena questo dramma domestico -
perchè, badate bene, la scusa del legal thriller è solo un contorno - in
un tribunale, condendolo con termini quali Giustizia e Colpa, con tutti
i rimorsi, i rimpianti e le eredità che dalle stesse vengono trasmesse
risulta decisamente azzeccata, così come quella di porre il padre
Giudice ed il figlio avvocato della Difesa, quasi fosse una
trasposizione di quello che, di norma, accade con la crescita: il
desiderio del genitore di preservare il figlio e fornire allo stesso
tutti gli strumenti possibili per arrivare a raggiungere l'eccellenza, perfino
passando per "cattivi", e quello del figlio di affrancare la propria
libertà dal genitore, senza mai dimenticare, ad un tempo, il desiderio
dell'approvazione dello stesso.
Poco
importa, poi, in casi come questo, come andrà a finire il processo: la
differenza la farà quella barca, e l'aver conquistato, in qualche modo,
il momento chiarificatore l'uno rispetto all'altro.
Da figlio, un momento come quello mi renderebbe orgoglioso.
E da padre, vorrei andarmene proprio così.
MrFord
"Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d'una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d'un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male."
per imboccar la strada
che dalle panche d'una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d'un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male."
Fabrizio De Andrè - "Un giudice" -




