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lunedì 7 gennaio 2019

White Russian's Bulletin



Finiscono le Feste, e si torna alla quotidianità anche qui al Saloon: fortunatamente i giorni passati tra mangiate, bevute e Fordini scatenati hanno anche permesso un recupero importante rispetto alla media delle settimane precedenti al Natale, tale da permettermi addirittura di "scomporre" le visioni e le letture in due puntate del Bulletin, concedendomi ancora questa settimana e la prossima per andare a tamponare rispetto ad alcuni dei titoli più attesi mancati clamorosamente sul finire del duemiladiciotto.


CARGO (Ben Howling&Yolanda Ramke, Australia, 2017, 105')

Cargo Poster

Recuperato dal bacino di Netflix, questo survival padre/figlia con un Martin Freeman inedito - personalmente non gli darei mezza possibilità di cavarsela in situazioni estreme - si lascia guardare senza infamia e senza lode, porta sullo schermo qualche idea interessante ed il paesaggio sempre emozionante dell'outback australiano, che porto sempre nel cuore.
Resta una pellicola ad uso e consumo quasi esclusivo degli appassionati del genere, ma porta onestamente la pagnotta a casa ed intrattiene il giusto, soprattutto se si è genitori.


ULTIMATE BEASTMASTER - STAGIONE 3 (Netflix, USA, 2018)

Ultimate Beastmaster: La legge del più forte Poster

Si è chiusa - spero solo per il momento - l'esperienza dei Ford con Ultimate Beastmaster, il programma che ha intrattenuto i grandi del Saloon ed ispirato ed esaltato i piccoli: con la terza stagione - nonostante la magrissima figura dei partecipanti italiani - si ha un'ulteriore evoluzione del sistema della gara ed il divertimento, se si è tamarri abbastanza, è sempre assicurato.
Personalmente, oltre a non vedere l'ora di confrontarmi con i Titan Games di The Rock, sarei molto curioso di testare un percorso di questo tipo, per quanto duro potrebbe essere.
Da segnalare, per me un valore aggiunto, la presenza al tavolo di commento statunitense per questa stagione l'ex wrestler ed idolo del sottoscritto CM Punk.



MARVEL'S DAREDEVIL - STAGIONE 3 (Netflix, USA, 2018)

Daredevil Poster

A fare capolino - purtroppo per l'ultima volta, data la cancellazione di tutto il progetto Marvel Knights firmato da Netflix - al Saloon in queste Feste è giunto anche il titolo meglio gestito e realizzato della costola metropolitana del Cinematic Universe, Daredevil.
Dopo due stagioni decisamente convincenti a questo terzo giro di giostra l'attenzione torna a portarsi sull'aspetto meno mistico e da "periferia" del Diavolo Rosso, con il ritorno di Kingpin - un sempre ottimo Vincent D'Onofrio -, l'abbandono del costume da "supereroe" e l'introduzione di quello che avrebbe avuto tutte le potenzialità per diventare una nemesi importante per l'alter ego di Matt Murdock, Bullseye.
Peccato davvero per la decisione "dall'alto" di interromperla, perchè senza dubbio questa serie avrebbe avuto ancora molto da dire.




SABRINA (Billy Wilder, USA, 1954, 113')

Sabrina Poster

Incrociato per caso in televisione la sera della Vigilia e rispolverato dopo anni dall'ultimo passaggio sugli schermi del Saloon, Sabrina di Billy Wilder mantiene e conserva la sua classe e quella di uno dei più grandi del Cinema made in USA di tutti i tempi.
Il triangolo amoroso costruito sulla leggiadra bellezza della Hepburn, sulla guasconeria di William Holden e sulla spigolosità di Humphrey Bogart è vincente sotto tutti i punti di vista, e riesce a mantenersi in equilibrio perfetto sia nei momenti più drammatici che in quelli più leggeri di un vero e proprio Classico che tutti dovrebbero godersi almeno una volta nella vita.
Certo, ora come ora potrà apparire come un film d'altri tempi, ma dal bianco e nero perfetto allo stile non c'è davvero nulla, in questa macchina, che non funzioni.




IL SORRISO DI JACKRABBIT (Joe R. Lansdale, USA, 2018)

Risultati immagini per il sorriso di jackrabbit

E dopo anni passati ad attendere spasmodicamente le loro avventure, nel giro di dodici mesi Hap e Leonard, due dei personaggi letterari che più ho amato nella vita, tornano nelle librerie per ben due volte: purtroppo, però, con l'età i due improvvisati detectives paiono avere perso molto dello smalto delle prime avventure, e se Bastardi in salsa rossa, lo scorso gennaio, mi aveva permesso di evadere il giorno dell'intervento di mio padre mentre attendevo in ospedale, questo Il sorriso di Jackrabbit pare uno di quei dischi in cui l'artista affermato non fa che riproporre vecchie versioni di se stesso con molto meno mordente. 
Un vero peccato, anche per chi, come me, amerà sempre leggere di Hap e Leonard e ad ogni avventura sarà sempre al loro fianco.


lunedì 28 maggio 2018

Il giustiziere della notte (Eli Roth, USA, 2018, 107')







Il fatto che a Hollywood vada di moda il riciclo delle idee è ormai purtroppo chiaro a molti appassionati, in un'epoca in cui remake, reboot e via discorrendo hanno un ruolo sempre più importante nell'economia delle grandi case di distribuzione: uno degli "ultimi arrivati" in questa purtroppo sempre più nutrita famiglia è il remake de Il giustiziere della notte, cult anni settanta con Charles Bronson, diretto da Eli Roth ed interpretato da Bruce Willis, che senza dubbio appare molto più credibile nella versione Giustiziere - che strizza l'occhio al look di Unbreakable - che non in quella di chirurgo.
Peccato che l'intera operazione risulti inutile e vuota fin dal principio, priva dell'elemento più interessante della versione originale - Bronson era un obiettore di coscienza -, fortemente edulcorata - l'aggressione è davvero blanda, la violenza nascosta o resa quasi grottesca - e nonostante la firma sulla locandina caratterizzata dall'impapabile mano di un Eli Roth probabilmente molto limitato dalla produzione e quasi non pervenuto in termini di stile personale: se, dunque, questo Il giustiziere della notte doveva invertire la tendenza e mostrare, per una volta, un remake con un senso ed uno spessore, l'occasione è stata clamorosamente perduta, scivolando nel banale e nell'inutile nonostante, a conti fatti, non si tratti di un brutto film, quanto di uno uguale a molti altri.
Da una coppia come quella formata da Willis e Roth era lecito aspettarsi davvero molto di più, specialmente ora che, con Trump alla Casa Bianca, la questione delle armi e della "giustizia privata" ha di nuovo assunto grande rilevanza mediatica: invece tutto scorre neanche fossimo all'interno del più scontato degli action movies, non pervengono domande etiche rispetto ad una storia che dovrebbe basarsi proprio su quelle e ci si trascina già consci di quello che accadrà al finale.
Il vero peccato di film come questi è la sensazione di nulla che lasciano una volta conclusi, destinati al dimenticatoio per una questione di carattere assente e pigrizia nel non cercare nuove soluzioni per poi affidarsi a vecchie storie efficaci riuscendo quasi sempre - come in questo caso - a banalizzarle e renderle meno interessanti.
A distanza di qualche giorno, infatti, non solo è difficile trovare argomenti anche vagamente significativi per mettere insieme un post decente, ma anche ricordare passaggi che possano essere davvero degni di menzione, nella peggior tradizione dei titoli non tanto pessimi, quanto clamorosamente inutili.
Personalmente, considerato che sia Willis che Roth mi stanno molto simpatici, spero che questa per loro sia solo una battuta d'arresto momentanea, e che entrambi tornino a far meglio quello che sanno fare meglio, magari regalando agli appassionati titoli che, anche se non cult, possano quantomeno meritare di essere ricordati.
Perchè questo Giustiziere non rende giustizia a nessuno.
Autori e soprattutto spettatori compresi.




MrFord




 

mercoledì 29 marzo 2017

The ring 3 (F. Javier Gutierrez, USA/Canada, 2017, 102')





Faccio una premessa: anni fa - e lo ammetto, dovrei rivederlo - considerai il giapponese Ringu un grande horror, ho apprezzato molto la versione a stelle e strisce firmata da Gore Verbinski, considero Samara uno dei charachter del genere più interessanti del passato recente.
Con queste certezze e nessuna aspettativa se non quella di passare una serata in grande relax condita magari da qualche jump scare, con Julez abbiamo affrontato il terzo capitolo del brand e della vicenda dell'appena citata Samara.
Peccato che, a partire dalla visione di The Ring 3, l'unica cosa che mi sia venuta in mente sia stata quella di raccogliere titoli come questo e creare una nuova rubrica periodica con microrecensioni in stile Bullettin battezzata per l'occasione "Vere merde".
Ora non so se effettivamente darò il via a questo nuovo appuntamento qui al Saloon, ma quello che è indubbio è che The Ring 3 appartenga pienamente alla categoria: scrittura pessima, trama trita e ritrita, inutili "twist", logica non pervenuta - elemento, purtroppo, ricorrente negli horror scadenti -, noia tanta e paura assolutamente inesistente.
A parte, dunque, sperare che Samara esista realmente e si prenda la briga di rendere la vita un inferno a chi ha fatto scempio del suo personaggio, non resta davvero altro da dire per quello che si batterà con armi decisamente d'impatto per il podio del peggio di questo duemiladiciassette.
E come per altri titoli destinati alla stessa lotta, da quest'anno ho deciso di non spendere più energie di quante non ne meritino, o servano per definirli.
In fondo, i primi ad averle risparmiate - soprattutto in fatto di cervello - sono proprio i loro autori.




MrFord




 

lunedì 10 ottobre 2016

I magnifici sette (Antoine Fuqua, USA, 2016, 133')




Quando al Saloon si pronuncia la parola magica - Western, per inciso -, è ovvio e doveroso che scatti l'immediato giro di bevute a carico della casa.
Nel caso particolare, inoltre, de I magnifici sette, all'ambientazione si unisce l'ispirazione data da uno dei più grandi registi di tutti i tempi e favoriti del sottoscritto, Akira Kurosawa: il supercult con Yul Brinner, Steve McQueen e Charles Bronson, infatti, altro non fu se non un remake in salsa USA dell'immortale Capolavoro I sette samurai, uno dei film più importanti della Storia del Cinema.
Quando, mesi fa, scoprii che era in cantiere un ulteriore remake, lo ammetto, ebbi il timore di andare incontro ad una delle scelleratezze più terrificanti che si potessero immaginare rispetto alla settima arte tutta: fortunatamente per me e per gli appassionati, Fuqua - regista tamarro e sempre apprezzato da queste parti, dai tempi di Training Day al recente e spassosissimo The Equalizer, uno degli action più centrati degli ultimi anni e, forse, dalla fine degli anni ottanta in avanti - non solo riesce a non svilire i cult che l'hanno ispirato, ma anche e soprattutto a confezionare un solido intrattenimento d'autore supportato da splendide riprese, un ottimo cast ed un ritmo niente male, che perde inevitabilmente qualcosa rispetto all'originale ma che consegna alle nuove generazioni un gran bell'esempio di solidità e spettacolo in salsa Western, in barba a tutti quelli che ancora credono che la buona e vecchia Frontiera sia un argomento che potrebbe catturare l'attenzione solo dei nostri nonni.
Del resto, quando hai il Denzellone a fare la parte del leone che fu di Yul Brinner vai senza dubbio sul sicuro, e vedere il suddetto far fuori cattivoni a mazzi senza quasi sudare o farsi davvero, davvero minaccioso in quell'ultimo faccia a faccia con il numero uno dei sacchi di merda Peter Sarsgaard - poveraccio, io con il signor Washington in giro non farei cambio con lui per niente al mondo - è una soddisfazione grossa almeno quanto le riprese della battaglia tra i sette ed il villaggio e l'esercito personale del suddetto Sarsgaard, senza contare - SPOILER - il finale in gloria di Chris Pratt - una delle morti più belle del passato recente per quanto riguarda il Cinema d'avventura -, la coppia quasi da cartone animato formata da Ethan Hawke e Byung Hun Lee, il personaggio sopra le righe di D'Onofrio e l'elemento nativo americano pittato come il lottatore WWE Finn Balor nel corso della resa dei conti che esaltano e non poco lo spettatore, specie se si tratta del sottoscritto.
Peccato per il bandito Vasquez, dei sette forse il meno affascinante e - SPOILER - nonostante questo destinato a sopravvivere allo scontro che vede i nostri protagonisti, ed il fatto che, inevitabilmente, un'operazione di questo tipo avrà sempre il sapore dell'operazione nostalgia - anche se Fuqua aveva manifestato indirettamente il suo apprezzamento per la pellicola originale in King Arthur, che aveva una struttura in qualche modo simile -, ma sono peccati veniali a fronte di un prodotto che, a mio parere, funziona alla perfezione per quello che è il suo scopo, intrattenere ed esaltare il pubblico come se si fosse tornati ai tempi in cui entrare in una sala significava solleticare i sogni, quelli che da bambini, soprattutto se appena usciti da certe visioni, paiono anche realizzabili.
Quelli dei buoni contro i cattivi, in cui è davvero figo essere dalla parte dei buoni.
Anche quando si rischia grosso.
Anche quando si muore.
Perchè, in fondo, non capita tutti i giorni di poter essere magnifici.




MrFord




venerdì 23 settembre 2016

Pelè - Birth of a legend (Jeff&Michael Zimbalist, USA, 2016, 107')



Come dimostrano le lunghe serie di post dedicate a Mondiali ed Europei, qui al Saloon il calcio è sempre stato ben accolto, in barba agli haters ed ai fighetti che, in occasione delle manifestazioni suddette, finiscono a fingere di tifare per squadre estere salvo poi, eccezionalmente, tornare indietro in caso di vittoria o con una punta di superiorità affermare che a loro "il calcio non interessa": una delle figure più mitiche che il pallone abbia regalato ai suoi tifosi - forse la più mitica, insieme a quella di Diego Maradona - è senza alcun dubbio quella di Pelè, per molti il giocatore più forte della storia di questo sport.
A cavallo tra il Mondiale carioca e l'Olimpiade di Rio, una pellicola da grande distribuzione dedicata alla celebrazione della sua ascesa, partita dalle favelas e culminata con la finale del Campionato del mondo del cinquantotto vinto a sorpresa contro la favoritissima Svezia padrona di casa ed allora praticamente uno schiacciasassi, pareva un'idea pressoche perfetta, considerato il ruolo di ambasciatore sportivo occupato da O Rey negli anni: peccato che, nonostante il fascino indubbio che questo sport riesce ad esercitare sul sottoscritto, la rivalità tra Pelè e Altafini, la presenza di Vincent D'Onofrio ed il ruolo che la ginza - stile legato alle tradizioni di origine africana dei primi schiavi portati in America ai tempi del colonialismo ed alla nascita della capoeira che rese famosi fuoriclasse come Pelè o Garrincha - ebbe nella rivincita sportiva ed umana di quel Brasile, il film risulti talmente romanzato, patinato, scritto e realizzato ad uso e consumo della commercializzazione più bieca da quasi infastidire anche in momenti piacevoli come l'omaggio a Pelè in persona, che compare brevemente nel corso della scorribanda dei giocatori della nazionale verdeoro dentro e fuori l'albergo che la ospita prima della finale insperata contro la già citata Svezia.
Siamo dunque lontani da esempi di perfetto Cinema calcistico come Il maledetto United o Fuga per la vittoria - che, peraltro, vedeva proprio Pelè tra i protagonisti -, e più vicini ad una versione meno avvincente e ben riuscita di pellicole dedicate alla rivincita degli outsiders come The Millionaire, che probabilmente il pubblico occasionale o non amante del calcio non potrà cogliere in tutte le sue sfumature e quello invece innamorato della settima arte troverà scontato o retorico - la morte del piccolo amico di Pelè in gioventù -: l'atmosfera è quella della visione da tv in una serata in cui non si è trovato nient'altro da vedere di più interessante, e benchè si finisca comunque per farsi coinvolgere dalla ginza dei giocatori carioca ansiosi di dimostrare il loro valore ed il loro retaggio al mondo ed ai detrattori, tutto risulta per essere davvero troppo poco per poter considerare non tanto come memorabile Pelè - Birth of a legend, ma anche soltanto meritevole di una menzione che possa rimanere impressa nella memoria a fine stagione.
Se, dunque, O Rey è stato un fuoriclasse assoluto ed uno dei giocatori simbolo di quello che è lo sport più seguito al mondo, il film che ne celebra gli esordi e l'ascesa dal Santos alla Nazionale non è neppure paragonabile all'ultimo dei panchinari.




MrFord
 
 
 
 
 

mercoledì 11 maggio 2016

Marvel's Daredevil - Stagione 2

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno:
2016
Episodi:
13








La trama (con parole mie): dopo la caduta di Kingpin e l'incarcerazione di Wilson Fisk, le strade di New York e di Hell's Kitchen paiono essere state ripulite. Lo studio Nelson e Murdock riprende a cercare di sbarcare il lunario schierandosi come di consueto dalla parte dei poveri e degli indifesi, mentre Daredevil continua a pattugliare le strade di notte, ignaro del fatto che, con il vuoto di potere creatosi a seguito della sua vittoria su Fisk, altre bande tramano per prendere possesso della Grande Mela e del suo lato oscuro.
Come se tutto questo non bastasse, a bagnare di sangue una realtà già complessa pensa Frank Castle, un ex marine che ha visto morire la sua famiglia e che è fermamente deciso a divenire giudice, giuria e boia di ogni criminale, ribattezzato dalla stampa "The Punisher", ed a sconvolgere il cuore di Matt Murdock il ritorno di Elektra, ex fiamma dei tempi dell'università, come lui istruita nelle arti marziali dal misterioso Stick.
Legato a doppio filo al destino della donna più importante della vita del Diavolo Rosso, inoltre, si prepara a fare ritorno il ninja Nobu, a capo degli uomini di una leggendaria setta chiamata La Mano.












Ai tempi in cui ero un giovane ed accanito fan dei fumetti Marvel, nel pieno degli anni novanta, se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei potuto assistere a rappresentazioni cinematografiche degne di quel mondo colorato e fantastico, ma anche a visioni legate alla parte più urbana ed oscura dello stesso, non ci avrei creduto.
In quel periodo, avrei fatto la firma con il sangue per cose come il primo Avengers, I Guardiani della Galassia o Il soldato d'inverno, così come per questo Daredevil firmato Netflix, che dopo una convincente prima stagione incentrata sulla figura di Kingpin resa strepitosamente da Vincent D'Onofrio, regala una seconda per molti versi, a mio parere, perfino superiore: sequenze d'azione degne dei due The Raid, violenza tosta ma non eccessiva, la natura del Diavolo Rosso - praticamente, il Batman della Marvel - resa al meglio e soprattutto un personaggio spalla che, proprio come il Wilson Fisk della season one, finisce per rubare la scena in tutto e per tutto al buon Matt Murdock, The Punisher.
Il personaggio di Frank Castle, che calza come un guanto a Jon Bernthal, infatti, per presenza scenica, potenza e riflessioni indotte nel pubblico, rappresenta senza ombra di dubbio uno dei successi in termini di scrittura di charachters dell'intera stagione del piccolo schermo, uomo combattuto e letale, protettivo e paterno eppure spietato: il confronto con Devil nel cimitero poco prima del suo arresto a metà stagione è qualcosa che resterà impresso nella mia memoria di spettatore per molto tempo, così come l'apparizione finale - come era stato proprio per il Diavolo di Hell's Kitchen lo scorso anno - pronta non solo a mostrarne la "divisa", ma anche a procurare un assist all'annunciata serie con protagonista l'antieroe giustiziere.
Certo, in molti hanno criticato l'assenza di Fisk per gran parte della stagione o la resa di Elektra, uno dei cardini della saga a fumetti di Daredevil, eppure, per quanto mi riguarda, bastano le sequenze inquietanti legate ai ninja della Mano pronti quasi a volteggiare scalando le pareti dell'ospedale o il corridoio di sangue lasciato da Castle in prigione - uno dei passaggi più cazzuti che abbia visto in una serie tv di recente - per sciogliere ogni riserva per un titolo che pare stare realizzare, sotto l'egida di Drew Goddard, appieno il suo potenziale, oltre a fungere da raccordo per le serie urbate made in Marvel targate Netflix - Daredevil, Jessica Jones, l'annunciato Punisher - neanche ci si trovasse all'interno del Cinematic Universe costruito attorno agli Avengers sul grande schermo.
E nel cuore di tutto questo, le figure di Matt Murdock - sempre più in bilico tra la sua professione di avvocato e quella di giustiziere -, Foggy Nelson - altro personaggio pronto a rubare la scena al compagno di cause più o meno perse - e Karen Page - che mi piacerebbe vedere portata sullo schermo nella sua versione di Born Again, uno degli archi di storie più struggenti dell'epopea di Devil - riescono nella non facile impresa di mostrare il lato umano degli eroi in costume, così come Castle e Fisk riescono a fare rispetto a chi di eroico ha decisamente molto meno: in fondo, costumi e combattimenti spettacolari a parte, dietro le maschere sono e siamo tutti umani, e quello che incarniamo e significhiamo per noi e per gli altri, è dovuto senza ombra di dubbio proprio a questo.
Del resto, i supereroi "divini", da queste parti, hanno sempre avuto ben poco successo: per quanto mi riguarda, per restare impressi nella mia memoria, occorrono lividi, lacrime e sangue.
E gente come Daredevil e Punisher ne ha una gran bella scorta.






MrFord





"I go out
to the old milestone
insanely expecting
you to come there
knowing that I wait for you there
that I wait for you there."
PJ Harvey - "The devil" - 





sabato 18 luglio 2015

Marvel's Daredevil - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Matt Murdock è un avvocato di belle speranze fresco di apertura di un proprio studio in compagnia del compagno di studi, socio e migliore amico Foggy Nelson. Matt è figlio del problematico quartiere newyorkese di Hell's Kitchen e di Battlin' Jack Murdock - un pugile indomito ma perdente che chiuse nel dramma la sua carriera dopo aver rifiutato di vendere un incontro - divenuto cieco a seguito di un incidente che lo vide acquisire, a causa del contatto con agenti chimici, sensi ipersviluppati.
Forte di questo vantaggio e dell'addestramento fornito dal ninja Stick, Matt combatte il crimine di giorno in tribunale e di notte per le strade, cercando disperatamente di fermare l'ascesa di Wilson Fisk, che pare controllare in egual misura il quartiere, il crimine, la politica e la polizia.
Quando la vicenda di Karen Page apre una falla nel sistema perfetto di Fisk, Matt ed il suo alter ego si troveranno all'inizio non di una battaglia, ma di una guerra.








Da appassionato di fumetti, fin dai tempi dell'uscita del primo Spider Man firmato Sam Raimi non posso negare di essermi goduto l'ascesa della Marvel in termini di qualità nella resa cinematografica dei suoi prodotti, e nonostante la parziale delusione del secondo Avengers ed il progressivo inflazionarsi delle proposte legate ai supereroi sul grande schermo, continuo ad essere fiducioso rispetto ad un vero e proprio genere divenuto una certezza in termini di mezzi, guadagni ed impatto: non avrei mai pensato, però, che al primo colpo - soprattutto rispetto alla rivale DC Comics, che si contenta di prodotti di qualità decisamente bassa e da sabato sera su Italia Uno come Arrow e Flash - la grande M avrebbe potuto calare non propriamente un asso, ma certamente un calibro non da poco sul tavolo dei serial televisivi, puntando, come se non bastasse, su uno dei suoi personaggi "minori", quel Daredevil che è sempre stato considerato la risposta Marvel a Batman, nonostante, di fatto, Matt Murdock non abbia la fortuna sociale e "per destino" di Bruce Wayne.
E proprio a Batman - specialmente a quello nolaniano -, a mio parere, si ispira questa prima, sorprendente stagione dedicata alle gesta del vigilante ed avvocato, impreziosita dalla gigantesca presenza - in termini fisici e di carisma - di Vincent D'Onofrio nel ruolo della nemesi per eccellenza del Diavolo Rosso, Wilson Fisk alias Kingpin, protagonista dell'episodio migliore tra i tredici - quello dedicato alla sua infanzia - e perfetto esempio di villain quasi più affascinante del protagonista positivo, combattuto tra il desiderio di essere un vero e proprio salvatore per il suo quartiere e la sua città e, di fatto, la realtà di esserne una sorta di despota.
In un certo senso, così come nel fumetto - che in molti aspetti si discosta, per lo svolgimento delle vicende, dal prodotto di Drew Goddard, che qui al Saloon ricordiamo per l'ottimo Quella casa nel bosco - la duplice natura di Devil/Matt e Wilson/Kingpin è al centro di qualcosa in grado di andare oltre ogni maschera o identità, e che trova nella fragilità tutta umana del primo sia nella lotta per affermarsi nella professione sia in campo aperto, esposto alle ferite ed ai colpi dei nemici - bellissima la progressione che porta al costume definitivo -, sia nella placida, terrificante sicurezza del secondo alternata a scoppi d'ira praticamente incontrollabili fondamenta solide per costruire charachters credibili ed umani, in grado di mostrare il fianco affinchè ci si possa, in una certa misura, confrontare sempre con loro.
Dalla storia con Vanessa di Wilson Fisk al passato di Matt e Stick, passando per i complicati rapporti di entrambi con i loro padri, probabilmente responsabili delle scelte che, adulti, i due hanno finito per compiere, si assiste ad un'escalation notevole, resa ancora più efficace dalle spalle perfette che risultano essere Foggy, Karen, Ben Urich e Wesley.
Senza dubbio, il prodotto finale non è esente da difetti, e l'eccessivo entusiasmo che è sorto attorno a questo titolo pare più frutto della sorpresa che un prodotto legato ai fumetti ed ai supereroi possa assestarsi su livelli decisamente buoni che non il riconoscimento ad una bomba pronta a sconvolgere le fondamenta dell'universo delle serie tv, ma qui al Saloon siamo molto ottimisti: i margini di miglioramento ulteriore per la seconda stagione già annunciata ci sono tutti, ed è un bene, a mio parere, pensare che Matt Murdock, il suo alter ego ed i personaggi di questa serie siano soltanto all'inizio del loro percorso, e che abbiano ancora molto da dire, raccontare, trasmettere al pubblico.
In fondo, Devil è un outsider, un Goonie, uno che ha costruito la sua forza e la sua fortuna sulle ossa rotte e le ferite profonde.
E di nuovo torna in gioco Batman Begins: "Sai perchè cadiamo? Per imparare a rialzarci."
Per questo non servono sensi sviluppati, addestramenti ninja o corazze speciali.
Solo una grande anima, un grande cuore, la voglia di lottare.
E Daredevil è l'emblema di tutto questo.




MrFord




"And I know how it should be
there is nothing more for you and I
some are young and some are free
but I think I'm goin' blind."
Kiss - "Goin' blind" - 




lunedì 15 giugno 2015

Jurassic World

Regia: Colin Trevorrow
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 124'





La trama (con parole mie): a ventidue anni di distanza dagli eventi che videro sconvolta l'esistenza del primo Jurassic Park, Jurassic World è divenuto un parco tematico in grado di funzionare alla grande ed a pieno regime sulla stessa isola che ospitò il suo ispiratore, finanziato dal miliardario Masrani ed orientato in modo da stupire sempre di più il visitatore.
Proprio per questo motivo, affidandosi al genetista Wu, il direttivo del parco decide di operare in modo da creare nuovi ibridi coltivati in laboratorio in grado di regalare brividi mai provati prima al pubblico: la nuova attrazione, ribattezzata Indomitus Rex, nata da una selezione di DNA di dinosauro ed animali presenti in natura, però, finirà per risultare un osso troppo duro per gli organizzatori.
Claire, dirigente della struttura con i due nipoti come ospiti ed Owen, ex operativo della marina che si è occupato dell'addestramento di una squadra di quattro velociraptor, dovranno fare fronte al panico che seguirà l'evasione dell'ultimo ospite del parco.
Come finirà la lotta?







Se, una decina d'anni or sono o poco più, qualcuno mi avesse predetto che avrei ricoperto la posizione di sostenitore indefesso del Cinema d'intrattenimento selvaggio e dei popcorn movies, o che avrei ripescato i cari, vecchi action che mi avevano cresciuto nella seconda metà degli anni ottanta e nei primi novanta, avrei riso forte, convinto della mia posizione legata esclusivamente al Cinema d'autore, quello di nicchia, "alto", lontano da tutte le logiche commerciali e di comodo.
Nel corso del tempo trascorso da allora ad oggi, non trovo affatto sminuito il valore delle proposte d'essai, e la necessità di averle accanto in modo da poter stimolare cervello e cuore: eppure, parallelamente, mi sento come avessi avuto un'epifania a proposito della pancia, delle viscere, di tutto quello che è istinto, divertimento, bisogno di una leggerezza che la vita di tutti i giorni, spesso e volentieri, ci toglie con gusto.
Questo duemilaquindici, povero di soddisfazioni in termini assoluti, sta portando alla ribalta tutte proposte legate al Cinema "basso", da Fast 7 a Mad Max: Fury Road, passando per Kung Fury per giungere qui, come se il bisogno di bocche spalancate, goduria e divertimento stia tornando lo stesso dei favolosi eighties, in barba alla crisi e a tutti i problemi che ognuno di noi si trova ad affrontare al giorno d'oggi.
In effetti, tuffarsi - senza pretese di logica e seriosità, ovviamente - nella visione del lavoro di Colin Trevorrow - autore del bellissimo Safety not guaranteed, qui imbrigliato in parte dalle logiche delle major e dalla produzione made in Spielberg - conduce proprio a questo: una distensione totale delle cellule cerebrali, un tripudio di emozioni ed effetti che solo la grande avventura senza pretese fornisce, brividi legati alla sensazione da ottovolante di trovarsi proiettati accanto ai protagonisti in un parco alle prese con predatori che, citando l'inquietante genetista responsabile della creazione dell'Indomitus Rex - bellissima la battuta di Owen/Pratt sul nome - vedono noi umani così come noi vediamo un gatto, o un topo.
Punti di vista, di fatto.
Del resto, se una formica o uno scarafaggio fossero grandi quando un'automobile, probabilmente la nostra percezione della loro forza e del pericolo sarebbero decisamente differenti, e così le loro: di certo, in bilico tra citazioni del primo film - ed unico parzialmente valido della trilogia precedente -, sequenze ad alta tensione - l'incontro tra i due giovani fratelli "fuggiaschi" e l'Indomitus, altrettanto fuggitivo -, altre a metà strada tra la commedia brillante e la romcom - i duetti tra Pratt e Bryce Dallas Howard -, Jurassic World risulta indiscutibilmente un successo, in grado di allentare la tensione degli spettatori più smaliziati e disposti a rilassarsi come si conviene, e nutrire quelli occasionali con la materia migliore che la settima arte possa fornire: la meraviglia.
Personalmente, l'esaltazione - mia e di Julez, caricata a molla dopo il trailer di Terminator: Genesys e tornata bambina grazie al lavoro di Trevorrow - culminata con il confronto tra l'Indomitus, il T-Rex, il Velociraptor e l'enorme dinosauro marino in stile coccodrillo del quale non ricordo il nome scientifico che regala esplosioni di sopra le righe nel finale vanno oltre qualsiasi critica, dai tacchi della Dallas Howard alle concessioni ed ingenuità della sceneggiatura, facendo dono alla platea di un giocattolone di quelli che, nel corso della mia infanzia, emozionavano e permettevano di uscire dalla sala con la pelle d'oca ed un senso d'onnipotenza neanche si fosse noi, i protagonisti di quella meravigliosa avventura che era appena finita sullo schermo.
Se questo, un pò di seriosità gettata alle ortiche per lasciare spazio a mandibole grondanti bava da fame predatoria, qualche strizzata d'occhio ai grandi distributori ed alla logica, ed un pò di riposo concesso alla parte del cervello affamata di Cinema d'essai sono il prezzo da pagare per un ritorno al senso di meraviglia che pareva perso da oltre vent'anni - poco prima dei tempi dell'esordio sul grande schermo di questo brand -, ben vengano questi lucertoloni assetati di sangue.
Sarò lieto di affrontarli - o meglio, cercare di sopravvivere loro - dal primo all'ultimo.
E non mi importerà del concetto dei "più denti", quanto dell'utilizzo di quelli che si avranno.
Chiedetelo al ruggito del Tirannosauro.



MrFord



"I'D EAT YOU ALIVE!!!! I'd eat you alive..... 
I'D EAT YOU ALIVE!!!! I'd eat you alive..... 
I'm sorry. So sorry (damn, you're so hot!!) 
Your beauty is so vain (damn, you're so hot!!) 
It drives me, yes it drives me (damn your so hot) absolutely insane."
Limp Bizkit - "Eat you alive" -




mercoledì 12 novembre 2014

The judge

Regia: David Dobkin
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
141'





La trama (con parole mie): Hank Palmer, aggressivo avvocato di successo ormai vero e proprio squalo della grande città, torna nella campagnola terra d'origine, persa nella provincia americana, per il funerale della madre. In questo modo rientra in contatto con il padre Joseph, giudice locale, con il quale non ha più alcun rapporto da anni, e con i suoi due fratelli, l'ex promessa del baseball Glen e l'autistico Dale. Quando il vecchio Joseph sarà accusato di omicidio per aver investito un ex detenuto che lui stesso aveva spedito dietro le sbarre, Hank si assumerà la responsabilità della Difesa, finendo per trovarsi a gestire i fantasmi del passato e tutto quello che pareva essersi lasciato alle spalle anni prima, quando abbandonò  la sua casa diretto verso il resto del mondo.
Cosa accadrà quando padre e figlio porteranno i loro scheletri nell'armadio in aula?








Ricordo ancora bene i tempi in cui, da semplici spettatori compulsivi, io e mio fratello divenimmo appassionati di Cinema a tutti gli effetti, compiendo il passo che separa il consumatore occasionale dal cercatore, chi si trova di fronte una pellicola e chi, invece, finisce per guadagnarsela, per curiosità o indicazioni date da una recensione particolarmente ispiratrice.
Ricordo anche che non si iniziò facendo quelli che se ne intendono, partendo dai grossi calibri, ma che per un buon periodo il film "impegnato" risultava essere il classico prodotto a stelle e strisce di una caratura superiore alla media, ben diretto e recitato e dai contenuti profondi: se fossimo ancora in quel periodo, senza dubbio The judge sarebbe stato della partita.
Personalmente, per quanto detestati dalle frange più estreme dei radical chic alla ricerca del film d'essai di origini curiose quasi non distribuito che persistono nel vederli come fumo negli occhi, prodotti all'americana come questo sono sempre stati un guilty pleasure cui non saprò mai rinunciare: film onesti, solidi, ben congeniati, forse a tratti retorici o prolissi ma non per questo mal riusciti.
Il lavoro di David Dobkin - cui non avrei dato un soldo bucato, considerati i suoi trascorsi dietro la macchina da presa -, nonostante qualche lungaggine ed un minutaggio importante, finisce per risultare godibile ed intenso quanto basta anche e soprattutto grazie alle interpretazioni ottime di Robert Downey Jr e Robert Duvall, che portano in scena un duetto padre/figlio tra i migliori delle ultime stagioni cinematografiche, riuscendo a rendere toccante un tema molto trattato al quale il sottoscritto resta sempre particolarmente sensibile.
Se, inoltre, da un lato abbiamo uno svolgimento molto classico nell'ambito di questo genere di prodotti, dall'altro occorre ammettere una certa quasi originalità nello sviluppo della trama, dall'idea della difesa del figlio rispetto al padre in aula ai concetti di Colpa e di Giustizia, passando attraverso un finale che, seppur non fuori dagli schemi, risulta quantomeno non eccessivamente blockbusteriano o consolatorio, così come l'evoluzione e l'esito del processo che vede come imputato il vecchio Joseph/Robert Duvall.
Un'opera, dunque, che non brillerà per rivoluzionarietà o approccio, ma che risulta godibile e ben piantata per terra, supportata da un comparto tecnico artigianale ma di ottima fattura ed un cast che, protagonisti a parte, è senza dubbio alcuno di tutto rispetto, da Vincent D'Onofrio a Billy Bob Thornton passando per Vera Farmiga: il discorso a proposito delle proprie origini e delle ferite che rimangono aperte in famiglia, inoltre, per quanto sfruttato a tutte le latitudini della settima arte finisce sempre per coinvolgere, considerato che ognuno di noi, in misura più o meno problematica, ha dovuto nel corso della propria vita confrontarcisi.
In questo senso la scelta di mettere in scena questo dramma domestico - perchè, badate bene, la scusa del legal thriller è solo un contorno - in un tribunale, condendolo con termini quali Giustizia e Colpa, con tutti i rimorsi, i rimpianti e le eredità che dalle stesse vengono trasmesse risulta decisamente azzeccata, così come quella di porre il padre Giudice ed il figlio avvocato della Difesa, quasi fosse una trasposizione di quello che, di norma, accade con la crescita: il desiderio del genitore di preservare il figlio e fornire allo stesso tutti gli strumenti possibili per arrivare a raggiungere l'eccellenza, perfino passando per "cattivi", e quello del figlio di affrancare la propria libertà dal genitore, senza mai dimenticare, ad un tempo, il desiderio dell'approvazione dello stesso.
Poco importa, poi, in casi come questo, come andrà a finire il processo: la differenza la farà quella barca, e l'aver conquistato, in qualche modo, il momento chiarificatore l'uno rispetto all'altro.
Da figlio, un momento come quello mi renderebbe orgoglioso.
E da padre, vorrei andarmene proprio così.




MrFord




"Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d'una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d'un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male."
Fabrizio De Andrè - "Un giudice" - 





venerdì 25 ottobre 2013

Escape plan - Fuga dall'inferno

Regia: Mikael Hafstrom
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 115'




La trama (con parole mie): Ray Breslin è uno specialista in fughe da penitenziari di massima sicurezza a capo, con il socio Lester Clark, di una società che si occupa di sorveglianza. Quando un'agente della CIA propone di testare una struttura privata progettata per contenere i peggiori criminali e terroristi del mondo in modo da farli sparire dalla faccia della Terra, Breslin si ritrova, suo malgrado, incastrato e tagliato fuori dai contatti che potrebbero, in caso di bisogno, tirarlo fuori dai guai.
Trovato un insolito alleato nel detenuto Rottmayer, Breslin, ribattezzato Portos, dovrà riuscire ad individuare una falla in un sistema apparentemente inviolabile in modo da riguadagnare la luce del sole e scoprire chi l'ha voluto fregare: ovviamente non sarà facile, ed ovviamente a fronteggiare il duo di protagonisti si staglierà un direttore senza scrupoli.




Credo che, se fosse stato ancora il 1985, un titolo di questo genere, con Sly e Schwarzy in pompa magna protagonisti uno accanto all'altro, pronti anche ad un accenno di scazzottata tra loro, sarebbe stato un cult assoluto, un must che ora i vecchi nostalgici degli Expendables dei tempi andrebbero cercando in una qualche edizione speciale in bluray con tanto di contenuti extra, interviste, curiosità e chi più ne ha, più ne metta.
Peccato che l'anno corrente sia il duemilatredici, e che, a meno di un utilizzo di (auto)ironia massiccio come ben insegnano i due capitoli - presto tre - dedicati proprio agli Expendables, difficilmente un action movie in pieno stile eighties corre il rischio di lasciare davvero il segno, soprattutto rispetto al pubblico attuale.
E' il caso di questo Escape plan, che il sottoscritto ha letteralmente adorato dal primo all'ultimo minuto ma che, in tutta onestà, non ha i mezzi o il carattere di fondo - dicesi anche palle -  necessari per riuscire in qualche modo ad imporsi come riferimento attuale, che si parli di pubblico o, purtroppo, di critica.
Eppure il lavoro di Hafstrom è assolutamente onesto, i nostri due mitici si divertono come i matti a fare gli spaccaculi - e non solo, qui si ritrovano anche mezzi geni - e a fronteggiare il naturalmente perfido direttore intepretato da Jim Caviezel neanche fossimo tornati ai tempi di Sorvegliato speciale, altro cult firmato Sly cui continuo a volere un gran bene in memoria di quei favolosi tempi andati.
Certo, si potrebbe perfino pensare che la scelta di mettere il Gesù gibsoniano contro le due divinità dell'action per eccellenza sia stata voluta ed ironicamente pensata in modo che lo zoccolo duro di fan di Rocky e Terminator potesse pensare che i loro eroi non conosceranno mai davvero una fine, sia essa cinematografica o fisica, e che continueranno a fare polpette di tutti quelli che si frapporranno tra loro e l'ovvia vittoria finale, ma nutro qualche dubbio in proposito.
Comunque, a prescindere da quello che si potrebbe mettere in discussione delle interpretazioni, dello script, della logica di alcune scelte, della retorica di altre, dell'involontaria comicità dell'intera situazione - ma davvero c'è qualcuno che crede che Stallone e Schwarzenegger possano rimanere chiusi in un carcere detto impenetrabile per più di un'oretta di pellicola? O che possano cedere a maltrattamenti e torture assortiti? -, Escape plan è una vera e propria manna dal cielo per gli spettatori pane e salame come il sottoscritto, un prodotto artigianale del tutto privo di originalità eppure godibilissimo e piacevole, traboccante di quello spirito da "tutto è possibile" che rese grandi gli eighties che ora in molti rimpiangiamo.
E da "picchi come un vegetariano" al famigerato piano b, passando attraverso le sventagliate di mitragliatore fisso portato a braccia da Schwarzy come fosse una borsetta semivuota, non mancano i momenti di goduriosissima pacchia che hanno già il sapore di reiterata visione nelle serate da sbronza e rutto libero non appena uscirà la versione home video.
Poco importa, poi, che nonostante l'accoglienza discreta negli States, la critica "illustre" e radical continuerà a bersagliare tamarrate di questo genere: io, in barba alla logica e alla sanità mentale, continuerò a pensare che effettivamente quello che i sempre allegri Portos e Rottmayer finiscono per sconfiggere è un idolo da oppio dei popoli, e che loro, al contrario, dimostreranno che, in un modo o nell'altro, nessuno potrà pensare di farli fuori, perchè il grande potere del Cinema li ha resi in un certo senso immortali alla stregua dei Grandi che con loro non si mescolerebbero neanche per scherzo.
E fanno davvero un gran male.
Perchè non so voi, ma io vorrei sempre uno Sly e uno Schwarzy a pararmi il culo.


MrFord


"Out for my own, out to be free
one with my mind, they just can't see
no need to hear things that they say
life's for my own to live my own way."
Metallica - "Escape" - 



venerdì 12 luglio 2013

Fire with fire

Regia: David Barrett
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Jeremy Coleman è un pompiere ed ex bad boy ormai divenuto idolo dei suoi compagni di squadra e delle ragazze che rimorchia tra un incendio e l'altro, senza mai farsi agganciare davvero da nessuna di loro.
Quando una sera l'uomo si ritrova testimone dell'omicidio di padre e figlio gestori di un market per mano degli sgherri dello spietato boss filonazista David Hagan, il detective Cella gli suggerisce la protezione testimoni fino al momento del processo: Coleman accetta, e viene dirottato per otto mesi a New Orleans, giusto in tempo per innamorarsi di una degli sceriffi federali incaricati di tenerlo in custodia.
Con l'avvicinarsi della data fatidica, però, Hagan torna alla carica, e per Coleman non resterà altro che scegliere tra la resa al criminale o una lotta che potrebbe costargli carissimo, oltre a portarlo ben oltre i confini della Legge.





Ricordo quando, qualche mese fa, io ed il mio antagonista Peppa Kid parlammo di questo film nel corso di uno degli appuntamenti con la nostra rubrica settimanale dedicata alle uscite in sala: entrambi ci ritrovammo piuttosto dubbiosi su quello che poteva essere il risultato di una pellicola chiaramente di bassa lega poggiata non si sa come o perchè sulle spalle di grossi nomi come Bruce Willis e Vincent D'Onofrio, buona giusto come riempitivo e poco più.
In effetti Fire with fire rispecchia in pieno le aspettative, e non risulta nulla più che il lavoretto molto artigianale di un regista dimenticabile costruito su uno script assolutamente già noto nello stile dei thriller da sabato sera su Italia Uno che fin dal principio si finisce per prevedere nella sua evoluzione.
Eppure, in questo pieno periodo estivo lontano dal lavoro e dedicato alla ricerca di me stesso - in qualche modo -, la visione ha finito per scorrere via senza colpo ferire, più o meno come fanno i tormentoni musicali di questo periodo già pronti per essere dimenticati dopo una manciata di ascolti.
Certo, vedere Bruce Willis relegato al ruolo di comprimario e paurosamente smagrito - dove sono finiti i tempi di Butch, o di McLane!? - fa storcere sempre il naso, ma per l'occasione mi sono fatto bastare sia un D'Onofrio sempre in spolvero - non capisco come sia stato possibile, dopo l'eccezionale Palla di lardo di Full metal jacket, che questo attore pazzesco sia rimasto sempre tra le seconde linee di Hollywood - che una Rosario Dawson impossibile da trovare come sceriffo assegnato alla propria custodia a meno di non essere capitati, per l'appunto, in un improbabile film da seconda serata, nonostante Julez l'abbia trovata piuttosto invecchiata.
Il post potrebbe anche finire qui, dato che la vicenda, oltre ad essere telefonata, è ben nota ai frequentatori non solo del crime e del thriller, ma anche gli occasionali fruitori di tv e settima arte, e che non si trovano, di fatto, sequenze particolarmente degne di nota da segnalare, fosse anche solo in negativo: certo, la missione di Jeremy il pompiere reinventatosi spaccaculi e pronto a tutto per fare fuori Hagan regala dei risvolti anche spassosi - il tizio privato delle dita a colpi di scalpello e martello -, ma nel complesso la qualità non si avvicina neppure a quella che dovrebbe portare in dote un qualsiasi film distribuito su scala non dico mondiale, ma anche solo nazionale, e tutto si riduce ad un puro e semplice intrattenimento senza alcun impegno buono per l'appunto per un periodo dell'anno in cui normalmente ad un film di un certo livello se ne fanno seguire dieci totalmente insignificanti per evitare di surriscaldare troppo il cervello che vorrebbe - e come dargli torto - passare le giornate a mollo facendo la spola tra mare e piscina -.
Qualche punto in più è dato dal fatto che si parla - anche se solo di striscio - di pompieri, una delle professioni che più mi affascina e che spero sempre, in cuor mio, di poter esercitare un giorno o l'altro, prima di essere troppo vecchio per buttare giù qualche porta per salvare qualcuno, e che almeno in parte la location è nientemeno che New Orleans, una delle città più affascinanti degli States che mi riservo di visitare non appena il portafogli possa permettere a casa Ford una trasferta da quelle parti.
Considerato che si parla di un "fuoco di paglia" estivo, direi che si è detto già abbastanza.


MrFord


"I had a dream we were running from
some blazing arrows yesterday
you said, "Fight fire with fire
fire with fire
fire with fire
through desire, desire -sire, desire
through your desire."
Scissors sisters - "Fire with fire"- 



domenica 17 marzo 2013

Full metal jacket

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA, UK
Anno: 1987
Durata: 116'




La trama (con parole mie): la Guerra del Vietnam impazza, e Joker Davis conosce la follia che ne deriva fin dal suo arruolamento nel corpo dei marines e dall'estenuante e disumano addestramento operato dal rigido sergente Hartman, che mette sotto torchio ogni uomo del suo plotone, accanendosi in particolar modo sul soldato Leonard Lawrence, detto Palla di lardo.
Superato lo shock e pronto per il fronte, Joker continuerà la sua disillusa esplorazione degli orrori del conflitto sul campo, quando ritroverà alcuni suoi compagni di addestramento in prima linea affiancati a vere e proprie macchine da guerra su gambe comandate da ufficiali convinti di essere arrivati in Vietnam per un'allegra scampagnata che regali Libertà e stelle e strisce alla gente del posto.
Ma la guerra riserverà bel altro ai presunti paladini del mondo "civile".




Basterebbero i primi venti minuti, proprio come fu per 2001, per aprire a Full metal jacket le porte dell'Olimpo del Cinema di tutti i tempi.
Niente fronzoli, niente giochetti: presi per mano - per così dire - dal sergente di ferro Hartman, accanto a Joker e ai suoi compagni di addestramento, assistiamo a quello che è il ritratto più lucido sul condizionamento mentale/militare mai portato sullo schermo, capace attraverso un'ironia nerissima di superare tutti i confini posti in precedenza da opere quali Il grande uno rosso di Samuel Fuller o Il dottor Stranamore firmato dallo stesso Kubrick: Full metal jacket, giunto come un fulmine a ciel sereno a sette anni dal lavoro precedente del Maestro, fissa uno standard per quello che è comunemente catalogato come Cinema di guerra che può dirsi eguagliato soltanto da Apocalypse now e La sottile linea rossa, affidando il suo messaggio profondamente antimilitarista alla voce e alla penna di un soldato "nato per uccidere" che porta il simbolo della pace ben appuntato sulla mimetica.
Idealmente suddiviso in due parti ben definite - l'addestramento e la prima linea in Vietnam -, si tratta molto probabilmente del film più completo e maturo del Maestro, in grado di raggiungere il grande pubblico quanto e più di supercult come Shining e Arancia meccanica e quello di nicchia, che vedrà germogliare nelle vicende di Joker e dei suoi commilitoni i semi piantati prima da Orizzonti di gloria e dunque dal già citato Dottor Stranamore: il manifesto "contro" del vecchio Stanley, nel complesso, un'epopea antiepica ed antiretorica dalle sfumature venate da una critica ferocissima al sistema di "aggressione positiva" tipico dell'atteggiamento degli States, bersagliati da questo gigantesco - e si parla di tecnica e di valore - pamphlet nel loro assumersi il ruolo di salvatori del globo nonchè primi e fieri formatori di uomini addestrati per uccidere - clamorose sequenze come quella dell'esposizione di Hartman rispetto alla gente come Lee Oswald, assassino presunto di Kennedy o il confronto tra Joker ed il colonnello di fronte alla fossa comune con le vittime delle lotte intestine tra i vietnamiti sono esemplari in questo senso -, truppe di alienati resi dipendenti dai loro fucili, paragonati a donne sempre fedeli o a prolungamenti di loro stessi.
Per quanto, inoltre, personaggi come Palla di lardo - memorabile l'interpretazione di Vincent D'Onofrio - o Animal - un giovanissimo Adam Baldwin, che in anni più recenti è stato l'idolo fordiano della serie Chuck - catalizzino l'inquietudine dello spettatore con i loro disequilibri, il protagonista con la sua lucida analisi opposta alle follie della guerra e delle strutture che la comandano non risulta meno disturbato di loro, dal desiderio quasi istintivo di polemica a reazioni che sfiorano il grottesco - come con il ladro in stile "kung fu" che approfitta per rubare la macchina del giovane fotografo che gli è affidato come "spalla" -.
In un certo senso, si potrebbe intendere Full metal jacket come un viaggio senza ritorno verso la piena metamorfosi di Joker da pacifista militante - in tutti i sensi - a figlio prediletto delle stelle e strisce, soldato pienamente formato che marcia con il fucile in una mano ed il cazzo nell'altra ben consapevole che non esisterà qualcuno buono e giusto come lui.
Dunque l'incredibile crescendo finale assume le dimensioni di una sconfitta senza possibilità di appello della speranza di Joker di poter trovare un'altra strada, ed una sorta di ammissione di impotenza del Maestro, che neppure attraverso Capolavori assoluti come questo potrà essere in grado - o almeno è il disincanto a prendere il sopravvento - di cambiare quella che è l'arma più terribile di tutte: l'animo umano e la sua indole predatoria.
E scandendo a passo di marcia una vittoria che non c'è mai stata nel cuore del teatro di quello che fu uno dei grandi drammi della modernità, Joker intona fiero l'inno di uno dei simboli universalmente noti della filosofia stars&stripes e ringrazia, con quel grilletto premuto in risposta ad una richiesta di pietà, di essere stato salvato.
Ora è tutto alle spalle, il cambiamento si è compiuto, e Joker non ha più paura.
E noi restiamo lì, accanto al Maestro, a tremare mentre il mondo "si tinge di nero".


MrFord


"I see a red door and I want it painted black
no colors anymore I want them to turn black
I see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goes."
The Rolling Stones - "Paint it black" -



domenica 3 febbraio 2013

Chained

Regia: Jennifer Chambers Lynch
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Bob è un serial killer che si diletta a cacciare le vittime alla guida di un taxi prima di condurle nella sua accogliente dimora e disporre di loro come crede.
La sua Natura è il frutto di un'infanzia segnata dagli abusi subiti dal padre cui assistettero la madre - che non mosse un dito per difenderlo - ed il fratello minore.
Un giorno Bob carica il piccolo Tim e sua madre, e dopo aver ucciso quest'ultima decide di tenere il ragazzo con lui ribattezzandolo Rabbit e facendone una sorta di schiavo personale: gli anni passano insieme alle vittime, e Bob ha ormai un rapporto con Rabbit simile a quello di un padre autoritario con il figlio che vorrebbe seguisse le sue orme.
Quando i due mettono le mani sulla giovane Angie - che Bob vorrebbe essere la prima vittima di Rabbit - tutto cambia.




Essere figli d’arte, soprattutto rispetto a Maestri assoluti, geni o superstar, dev’essere davvero duro.
Certo, non si avranno mai problemi economici o porte sbattute in faccia, ma l’ingombrante figura genitoriale incomberà sempre, soprattutto quando si deciderà di cimentarsi nello stesso campo in cui proprio la stessa si è così clamorosamente distinta.
Nel corso della mia vita di spettatore e non solo, ho spesso potuto notare quanto amaro sia il ruolo dei “figli di tanto padre” – o madre, che dir si voglia -, e davvero raramente mi è parso che gli eredi potessero superare le orme lasciate da mamma o papà: ricordo John Romita Jr nell’ambito del fumetto – figlio del leggendario John Romita – e Randy Orton nel wrestling – suo padre, Cowboy Bob Orton, non ebbe un briciolo della fortuna del rampollo sul quadrato -, e dunque nebbia fitta.
Da Ziggy Marley a Jacob Dylan, partendo da Sean Lennon per arrivare a Colin Hanks e Sage Stallone, le cadute – o le carriere proseguite soltanto grazie al proprio cognome – non si contano, e perfino chi è riuscito ad arrivare a successi e riconoscimenti – Sofia Coppola, ad esempio – non regala al pubblico l’impressione che i fasti del passato potranno essere in qualche modo rinverditi.
Ma perché mai questo pippone galattico sui figli d’arte?
Perché questo Chained è firmato nientemeno che da Jennifer Lynch, figlia del mitico David, probabilmente uno dei registi che amo di più nonché tra i pochissimi in grado di mettere d’accordo perfino i due acerrimi rivali della blogosfera, ovvero il sottoscritto e il sempre poco sopportabile Cannibal Kid: ovviamente il risultato e la resa della pellicola non sono neppure paragonabili ai lavori dell’autore di Twin Peaks, malgrado la regista tenti davvero con tutte le sue forze di consegnare all’audience una pellicola che possa essere ad un tempo disturbante ed inquietante, con più di un occhio strizzato in direzione di Henry pioggia di sangue, supercult assoluto firmato da John McNaughton.
Peccato che, nonostante non si possa parlare indubbiamente di un prodotto mal riuscito e la presenza come sempre importante – in tutti i sensi – di Vincent D’Onofrio – l’indimenticabile Palla di lardo kubrickiano – il risultato non sia altro che l’ennesimo film senza un vero carattere o un’identità che possano allontanarlo dai cliché del genere, incapace di catturare davvero nonostante alcuni spunti indubbiamente interessanti e la struttura molto teatrale dell’opera – che mi ha riportato alla mente l’approccio del Friedkin di Bug, per intenderci -, risultando a tratti quasi troppo lento nel suo incedere.
Ad essere onesti, comunque, non avrei scomodato le bottigliate relegando Chained al limbo di quei titoli che passano e vanno senza colpo ferire se non fosse stato per un finale che, di fatto, vorrebbe risultare ancora più disturbante e sconvolgente per lo spettatore rispetto al resto della pellicola ma che finisce per scivolare nel ridicolo quando il giovane Tim, ormai ribattezzato Rabbit, trova il tanto sospirato confronto con il padre perduto anni prima e dopo una prigionia più simile ad una distorta versione di rapporto, per l’appunto, genitore/figlio: non so se l’idea di questa coda nella parte conclusiva sia dell’autore dello script originale o frutto di un’intuizione molto poco geniale della nostra figlia d’arte Jennifer, ma di certo lo scivolone in questo senso appare talmente evidente da far crollare anche le già non altissime quotazioni di una visione che poteva risultare quantomeno onesta ma che finisce per scaldare i colpi più selvaggi che il Saloon può dispensare.
Peccato davvero, perché per un appassionato di serial killers e morti ammazzati come il sottoscritto – ma anche Julez non scherza, in questo senso -, ogni nuova occasione di cimentarsi con il genere alimenta praticamente in automatico la speranza che, a sorpresa, ci si possa trovare di fronte a qualche piccola perla in grado di fotografare al meglio l’oscurità che alberga nella mente umana e che, in casi come quelli dei tipici assassini seriali, non riesce ad essere celata e rimanere sotto silenzio: nel caso di Chained, quello che ci siamo ritrovati di fronte è stato più un apparentemente lungo deja-vù viziato da una chiusura che avrebbe voluto essere sconvolgente e che, al contrario, risulta molto più semplicemente scivolare nel ridicolo involontario.
Una di quelle cose che ad un vero serial killer amante del controllo non sarebbe proprio andata giù, e che senza dubbio ad uno spettatore non può che far notare quanto abissale sia il divario che separa Jennifer da David Lynch.


MrFord


"Through these fields of destruction
baptisms of fire
I've witnessed your suffering
as the battles raged higher
and though they hurt me so bad
in the fear and alarm
you did not desert me
my brothers in arms."
Dire Straits - "Brothers in arms" -


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