Visualizzazione post con etichetta Matthew Modine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matthew Modine. Mostra tutti i post

sabato 7 dicembre 2013

Jobs

Regia: Joshua Michael Stern
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 128'




La trama (con parole mie): dai primi assemblaggi di schede madri nel garage dei genitori in California alla conquista del mondo con l'Ipod, il percorso professionale e personale di Steve Jobs, anima della Apple ed innovatore a tutti i costi, che pur di vedere realizzati i suoi sogni sacrificò spesso e volentieri la componente umana del lavoro.
Dall'università abbandonata ai primi successi, dal conflitto che portò all'abbandono della sua creatura con il consiglio d'amministrazione ed il suo rivale John Sculley, dagli anni settanta degli acidi alla "musica in tasca" del nuovo millennio, uno sguardo sulla vita di uno dei più influenti nomi dell'informatica - e della pop culture - di tutti i tempi scomparso prematuramente nel duemilaundici.






Onestamente, per quanto utente Apple, non mi sono mai interessato più di tanto alla figura di Steve Jobs se non per la sua acquisizione - e primo lancio, di fatto - della Pixar originaria, ed allo stesso modo sono rimasto immune, nel corso degli anni, al fascino da status symbol che i prodotti targati con la mela hanno esercitato negli ultimi quindici anni sul pubblico di tutto il mondo, prendendo spesso e volentieri per il culo amici e colleghi assolutamente Apple-addicted.
A questo si aggiungano il fatto che ai quattro angoli della blogosfera il biopic incentrato sulla vita dell'anima della Apple, Steve Jobs, scomparso nel duemilaundici, ha finito per raccogliere poco più di un pugno di mosche e che personalmente detesti Ashton Kutcher, e la frittata è fatta: non che Jobs sia un titolo difficile da guardare - anzi, per le sue due ore e oltre è più che scorrevole - o in grado di stuzzicare l'incazzatura dell'audience, quanto semplicemente non abbastanza forte da avvincere e coinvolgere come fece qualche anno fa il biopic dedicato ad un altro celebre "antipatico" tecnologico, il Mark Zuckerberg dello splendido The social network.
Il lavoro di Joshua Michael Stern - poco più che un onesto artigiano -, infatti, appare assolutamente privo di originalità e mordente, si dilunga troppo nella prima parte per avanzare a colpi d'accetta nella seconda - a conti fatti, quella più interessante, considerata la sferzata di energia che portò il secondo avvento di Jobs alla Apple giunta alla fine degli anni novanta in profonda crisi -, concede troppa fiducia ad un protagonista costruito a tavolino sia per quanto riguarda la recitazione che nella sua riproposizione "di fiction" e manca completamente del guizzo in grado di trasformare un fin troppo consueto film hollywoodiano in un vero e proprio racconto in grado di trascendere dalla realtà divenendo quasi fiction pur conservando il rispetto per gli accadimenti che possono averlo ispirato.
L'impressione, dunque, è quella di assistere ad uno spettacolo onesto quanto inutile, che scorre via senza colpo ferire, non appassiona e si consegna senza neppure lottare al grande dimenticatoio delle visioni inutili o quasi: certo, ora posso dire di conoscere un pò di più Steve Jobs, che come il già citato Zuckerberg non era propriamente un mostro nei rapporti umani, di aver scoperto che uno dei giganti dell'informatica attuale nacque dalle prospettive di gloria di un gruppo di geniali nerd pronti a fare promesse ben oltre le loro aspettative, e che come il sogno americano ben promette, prima o poi per chi crede e si rimbocca le maniche la ricompensa arriva.
Ma resta decisamente troppo poco perchè Jobs stia alla storia del Cinema quanto il personaggio che l'ha ispirato sta a quella della nostra società attuale, così come mancano all'appello il respiro retorico del blockbuster destinato ai grandi incassi o le ambizioni autoriali di una proposta d'essai: nulla, dunque, che possa davvero lasciare il segno nel corso e al termine della visione, e che rende faticoso anche scrivere qualcosa che vada oltre al "ne carne ne pesce" che sto cercando di tradurre in qualcosa di più del paio di righe che meriterebbe il lavoro di Stern.
Sarebbe stato preferibile assistere ad uno spettacolo da bottigliate, più divertente da recensire e che, senza dubbio, avrebbe stimolato di più anche un amante delle sfide come fu Steve Jobs.


MrFord



"Oh peace train sounding louder
glide on the peace train
come on now peace train
yes, peace train holy roller."
Cat Stevens - "Peace train" - 




domenica 17 marzo 2013

Full metal jacket

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA, UK
Anno: 1987
Durata: 116'




La trama (con parole mie): la Guerra del Vietnam impazza, e Joker Davis conosce la follia che ne deriva fin dal suo arruolamento nel corpo dei marines e dall'estenuante e disumano addestramento operato dal rigido sergente Hartman, che mette sotto torchio ogni uomo del suo plotone, accanendosi in particolar modo sul soldato Leonard Lawrence, detto Palla di lardo.
Superato lo shock e pronto per il fronte, Joker continuerà la sua disillusa esplorazione degli orrori del conflitto sul campo, quando ritroverà alcuni suoi compagni di addestramento in prima linea affiancati a vere e proprie macchine da guerra su gambe comandate da ufficiali convinti di essere arrivati in Vietnam per un'allegra scampagnata che regali Libertà e stelle e strisce alla gente del posto.
Ma la guerra riserverà bel altro ai presunti paladini del mondo "civile".




Basterebbero i primi venti minuti, proprio come fu per 2001, per aprire a Full metal jacket le porte dell'Olimpo del Cinema di tutti i tempi.
Niente fronzoli, niente giochetti: presi per mano - per così dire - dal sergente di ferro Hartman, accanto a Joker e ai suoi compagni di addestramento, assistiamo a quello che è il ritratto più lucido sul condizionamento mentale/militare mai portato sullo schermo, capace attraverso un'ironia nerissima di superare tutti i confini posti in precedenza da opere quali Il grande uno rosso di Samuel Fuller o Il dottor Stranamore firmato dallo stesso Kubrick: Full metal jacket, giunto come un fulmine a ciel sereno a sette anni dal lavoro precedente del Maestro, fissa uno standard per quello che è comunemente catalogato come Cinema di guerra che può dirsi eguagliato soltanto da Apocalypse now e La sottile linea rossa, affidando il suo messaggio profondamente antimilitarista alla voce e alla penna di un soldato "nato per uccidere" che porta il simbolo della pace ben appuntato sulla mimetica.
Idealmente suddiviso in due parti ben definite - l'addestramento e la prima linea in Vietnam -, si tratta molto probabilmente del film più completo e maturo del Maestro, in grado di raggiungere il grande pubblico quanto e più di supercult come Shining e Arancia meccanica e quello di nicchia, che vedrà germogliare nelle vicende di Joker e dei suoi commilitoni i semi piantati prima da Orizzonti di gloria e dunque dal già citato Dottor Stranamore: il manifesto "contro" del vecchio Stanley, nel complesso, un'epopea antiepica ed antiretorica dalle sfumature venate da una critica ferocissima al sistema di "aggressione positiva" tipico dell'atteggiamento degli States, bersagliati da questo gigantesco - e si parla di tecnica e di valore - pamphlet nel loro assumersi il ruolo di salvatori del globo nonchè primi e fieri formatori di uomini addestrati per uccidere - clamorose sequenze come quella dell'esposizione di Hartman rispetto alla gente come Lee Oswald, assassino presunto di Kennedy o il confronto tra Joker ed il colonnello di fronte alla fossa comune con le vittime delle lotte intestine tra i vietnamiti sono esemplari in questo senso -, truppe di alienati resi dipendenti dai loro fucili, paragonati a donne sempre fedeli o a prolungamenti di loro stessi.
Per quanto, inoltre, personaggi come Palla di lardo - memorabile l'interpretazione di Vincent D'Onofrio - o Animal - un giovanissimo Adam Baldwin, che in anni più recenti è stato l'idolo fordiano della serie Chuck - catalizzino l'inquietudine dello spettatore con i loro disequilibri, il protagonista con la sua lucida analisi opposta alle follie della guerra e delle strutture che la comandano non risulta meno disturbato di loro, dal desiderio quasi istintivo di polemica a reazioni che sfiorano il grottesco - come con il ladro in stile "kung fu" che approfitta per rubare la macchina del giovane fotografo che gli è affidato come "spalla" -.
In un certo senso, si potrebbe intendere Full metal jacket come un viaggio senza ritorno verso la piena metamorfosi di Joker da pacifista militante - in tutti i sensi - a figlio prediletto delle stelle e strisce, soldato pienamente formato che marcia con il fucile in una mano ed il cazzo nell'altra ben consapevole che non esisterà qualcuno buono e giusto come lui.
Dunque l'incredibile crescendo finale assume le dimensioni di una sconfitta senza possibilità di appello della speranza di Joker di poter trovare un'altra strada, ed una sorta di ammissione di impotenza del Maestro, che neppure attraverso Capolavori assoluti come questo potrà essere in grado - o almeno è il disincanto a prendere il sopravvento - di cambiare quella che è l'arma più terribile di tutte: l'animo umano e la sua indole predatoria.
E scandendo a passo di marcia una vittoria che non c'è mai stata nel cuore del teatro di quello che fu uno dei grandi drammi della modernità, Joker intona fiero l'inno di uno dei simboli universalmente noti della filosofia stars&stripes e ringrazia, con quel grilletto premuto in risposta ad una richiesta di pietà, di essere stato salvato.
Ora è tutto alle spalle, il cambiamento si è compiuto, e Joker non ha più paura.
E noi restiamo lì, accanto al Maestro, a tremare mentre il mondo "si tinge di nero".


MrFord


"I see a red door and I want it painted black
no colors anymore I want them to turn black
I see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goes."
The Rolling Stones - "Paint it black" -



domenica 23 settembre 2012

Transporter: extreme

Regia: Louis Leterrier
Origine: Francia, USA
Anno:
2005
Durata:
87'



La trama (con parole mie):  Frank Martin, ex agente delle Forze Speciali specializzato in trasporti "eccezionali", vive un periodo di pausa dal suo consueto impiego a Miami, al soldo della famiglia Billings, per la quale si incarica di scarrozzare il piccolo Jack a scuola e dal dottore.
Quando una banda di mercenari e terroristi decide di rapire il bambino in modo da infettare con un pericoloso virus il padre, al centro della lotta ai cartelli della droga colombiani, Frank torna sulla strada deciso a risolvere la faccenda da par suo.
Ovviamente, per quanto il boss dei criminali Gianni Chellini e la sua amante/guardia del corpo Lola possano mettercela tutta, il piano è inesorabilmente destinato a crollare sotto una raffica di colpi dietro l'altra del buon "autista".




Ringrazio il Cinema, l'alcool, la vita ed il panesalamismo di avermi tirato fuori da quel periodo oscuro di qualche anno fa in cui mi tuffai a capofitto solo ed esclusivamente nell'autorialità, precludendomi per troppo tempo il gusto di godere di pellicole come questa.
Perchè indubbiamente la trilogia dedicata all'autista speciale Frank Martin, figlia di tutto il peggio del trash legato all'action anni ottanta e novanta, non sarebbe mai entrata in casa Ford senza una robusta dose di desiderio di evasione totale dei neuroni: ed ancora oggi, vista con tutta la gioia e la goduria possibili, risulta effettivamente essere un prodotto alle soglie del terrificante, eppure proprio per questo irresistibile agli occhi di un Expendable redento dall'essai come il sottoscritto.
Ricordo quando, ormai un paio d'anni fa, riscoprii il primo capitolo della saga in pieno fervore da visione di Statham alla corte di Sly e soci, riuscendo addirittura a superare il fatto che il tutto fosse scritto e prodotto da Luc Besson, uno dei registi in assoluto meno amati qui al Saloon: con questo secondo giro di giostra le avventure del buon trasportatore si fanno ancora più eccessive, sopra le righe e roboanti, complice un plot al limite del ridicolo che pare confezionato ad hoc per regalare al pubblico sequenze di grande impatto soprattutto per quanto riguarda le coreografie di combattimento - realizzate sfruttando vestiti, armi occasionali ed ambiente circostante con spettacolari risultati -, oltre ad un paio di vere e proprie perle da fantascienza dell'inseguimento in auto - il volo tra gli edifici, la bomba sganciata piroettando attorno ad una gru, il passaggio "sui tetti" -, senza contare un gruppo di criminali che il buon Frank sarà più che lieto di asfaltare e che paiono usciti dai peggiori serial in stile Renegade, dal boss in stile finto padrino interpretato da Alessandro Gassman alla killer o presunta tale con la mania di leccare l'intera faccia di Statham passando attraverso un campionario di sgherri degni del peggior b-movie.
Eppure, nonostante tutto questo, se osservato dal corretto punto di vista - e conviene, perchè non penso che il vecchio Jason possa prendere bene un rifiuto da snob della settima arte - questo Transporter extreme rischia di sfiorare vette alle quali neppure il primo della serie ci aveva abituati - anche se la sequenza sui pedali della bicicletta coperto di grasso ancora resta la numero uno -, mantenendo alti ritmo e dosi di adrenalina, nonchè profondo senso di gasamento in tutto il pubblico, che sia maschile - le scazzottate dell'antieroe solitario sono sempre uno spasso - o femminile - Jason Statham, in completo o a petto nudo, è sempre uno spasso -.
Curiosa la presenza di Matthew Modine, che tutti voi ricorderete in Full metal jacket e che, negli anni, ha subito una brusca frenata all'ascesa della sua carriera. 
Non resta molto da dire, se non che ci troviamo di fronte ad uno dei più grandi eredi della tradizione action nata con gli Stallone, gli Schwarzenegger e i Van Damme e proseguita a suon di imprecazioni dal Bruce Willis della quadrilogia dedicata a McClane: se nel panorama attuale esiste qualcuno in grado di eguagliare le gesta di questi inarrivabili eroi del passato, è senza dubbio questo coriaceo anglosassone dal passato di combattente.
E qui dietro al bancone siamo tutti con lui.


MrFord


"It'll all click when the mortgage clears
all our fears will disappear
now you go to bed
I'm staying here
I've got another level that I want to clear."
The Servant - "Cells" -


mercoledì 20 giugno 2012

Ogni maledetta domenica

Regia: Oliver Stone
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 150'



La trama (con parole mie):  per i Miami Sharks la stagione sta prendendo una brutta piega, dopo tre sconfitte di seguito in grado di minare la fiducia della squadra rispetto al raggiungimento dei playoff, quella dell'arrivista proprietaria del club Christina Pagniacci, dei tifosi e dei giornalisti.
Il vecchio leone Tony D'Amato, sulla stessa panchina da oltre vent'anni, vacilla, resistendo soltanto grazie alle meraviglie dei due veterani Jack Rooney e Luther "Shark" Lavay: quando, nel corso di una partita, proprio Rooney ed il quarterback di riserva Tyler Cherubini rimangono infortunati, l'unica alternativa sarà data dalla terza scelta per il ruolo, il giovane Willie Beamen.
Proprio il ragazzo sarà il motore di una vera e propria rivoluzione all'interno della squadra, portata a colpi di talento cristallino e colpi di testa da neo-superstar, che significherà per gli Sharks un nuovo, incredibile capitolo della loro storia.




Personalmente, non ho mai coltivato un amore particolarmente travolgente per Oliver Stone: certo, le sue pellicole spesso e volentieri sono un concentrato perfetto di quelli che sono i difetti - ed i punti di forza - degli Stati Uniti e della loro filosofia da "larger than life" a tutti i costi, ed ammetto che molte continuano ad emozionarmi incondizionatamente visione dopo visione, eppure, forse dalla ferita aperta che è ancora Platoon - per me una pallidissima imitazione di Apocalypse Now -, non sono mai riuscito a considerare il regista di New York come uno dei favoriti fordiani per eccellenza.
Nonostante questo, e con tutte le mie forze, adoro incondizionatamente Ogni maledetta domenica.
Nel Cinema moderno - parlo degli ultimi trent'anni - credo non esista un ritratto migliore del grande circo - anche e soprattutto mediatico - degli sport da incassi milionari nonchè dell'etica del gioco di squadra come in questa pellicola esagerata e sopra le righe, kitsch e clamorosamente emozionante: soltanto Friday night lights - serie ormai di culto in casa Ford, anch'essa incentrata sul football -, pur se in misura diversa, è riuscita negli ultimi mesi a rispolverare l'adrenalina ed il batticuore di una finale, o di quelle partite giocate sul filo dei secondi.
Chiunque, al campetto con gli amici o in una società, abbia praticato uno sport di squadra almeno una volta nella vita, conoscerà bene il brivido che percorre la schiena quando ci si gioca tutto fino all'ultima azione, e anche da semplici spettatori, che seguiate il calcio - l'equivalente nostrano del football per gli States -, il basket, il rugby o qualsiasi altra disciplina collettiva, penso che le emozioni regalate dai match più importanti possano essere sentite sulla pelle e dritte nell'anima pur non calcando il terreno di gioco: ricordo benissimo - almeno fino ad un certo punto della nottata - la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006, che vissi praticamente senza muovermi o parlare, teso come la corda di un violino - e con Julez urlante accanto - fino all'ultimo, liberatorio rigore di Grosso.
E da quel momento furono Cuba Libre come se piovesse.
Ogni maledetta domenica è associabile ad una finale: brividi, tensione alle stelle e fiato grosso.
E poco importano la regia iperadrenalinica di Stone, la fotografia satura, la colonna sonora spettacolare che incornicia le intepretazioni - tutte ottime - di un cast a dir poco stellare, una durata che finisce per non farsi sentire neppure di striscio, un climax emotivo che continua come un'onda lunga anche al termine dell'ultima partita, addirittura fino all'inizio dei titoli di coda.
Quello che importa, in Ogni maledetta domenica, sono i centimetri.
Quelli dell'ormai supercult discorso di Tony D'Amato/Al Pacino ai suoi giocatori prima del match decisivo in casa della squadra texana - e quale stato è più associabile al football professionistico del Texas? -, ormai un passo obbligato di quasi tutti i corsi di formazione aziendali e sportivi, quelli di Jack "Cap" Rooney, che la vecchia stella deve sperare di guadagnare agli occhi di una moglie che non lo vorrebbe prossimo al ritiro, di Luther "Shark" Lavay - un gigantesco, in tutti i sensi, Lawrence Taylor, interprete di una parte che pare un omaggio alla sua incredibile carriera di giocatore professionista -, disposto a sacrificare tutto se stesso perchè quel bonus sui placcaggi possa garantire un futuro alla sua famiglia, di Willie Beamen, astro nascente che ancora deve capire quanto grande sia la fatica che si spende ogni maledetta domenica per vincere o perdere.
Perchè non importa chi vince e chi perde, l'importante sarà vincere o perdere da uomini.
Parola del coach D'Amato.
E chi non è con lui, in fondo?
Dalla parte di un nocchiero imperfetto e squilibrato, che ai calcoli del giovane erede sulla panchina degli Sharks Nick Crozier risponde con l'istinto del campo di gioco, delle dita sbiancate dei difensori che puntano il quarterback e quelle danzanti dei ricevitori ansiosi di avere tra le mani il pallone, gli occhi alla linea del touchdown, neanche fosse la donna della loro vita.
Dalla parte di un uomo che ha fatto tutti gli errori possibili, e a tavola con quello che potrebbe essere il giocatore più talentuoso che abbia mai allenato, non teme di mettere lo stesso di fronte alle sue responsabilità di futuro numero uno: una battaglia generazionale con le bighe di Ben Hur che corrono in sottofondo.
Perchè i giocatori di football professionistico sono come gladiatori, come ben sa il medico molto compiacente Harvey/James Woods, che ha sacrificato l'etica in nome degli ideali più o meno legati al successo e ai soldi degli uomini che ha visto spezzarsi osso dopo osso in tutti gli anni passati con gli Sharks.
Perchè ci sono molte cose che possono motivare un uomo - e uno sportivo - ad andare fino in fondo, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per quei centimetri che paiono miseri, ma che, alla fine, andranno a sommarsi per definire la vittoria o la sconfitta da Uomini: il coach D'Amato, riferendosi ad un suo vecchio pupillo, racconta di come lo stesso gli abbia confessato il fatto che non gli manchino i dollari, o il successo, o la folla, o le ragazze, quanto i suoi dieci compagni d'attacco: "Perchè quando ci muovevamo, ci muovevamo come fossimo un corpo solo."
"Ho imparato più da Cap Rooney nel primo tempo di questa partita che in cinque anni di football professionistico", dichiara Willie Beamen, pronto a prendere le redini della squadra nella speranza di superare le linee texane.
L'ispirazione del singolo e la confortevole sensazione di avere qualcuno pronto a pararti il culo quando un bestione di centocinquanta chili carica perchè è proprio te, che vuole schiantare a terra.
Non esistono doni dell'invisibilità: esistono solo i centimetri, e tutto il sangue che sputiamo accanto ai nostri compagni di lotta dall'inizio alla fine di una partita.
Quali siano il campo e lo sport che la muovono, non importa.
L'importante sarà potersi guardare attorno, e sapere che chi è dalla nostra parte della barricata sarà lì, piantato a terra o lanciato verso l'orizzonte di una linea apparentemente insignificante, a definire il nostro prossimo passo.
A quel punto, non basterà che alzare la testa e lanciare la palla.
Chissà che non sarà il centimetro decisivo, quello che andremo a sommare a tutti gli altri.


MrFord


"Sacrifice don't give up the fight,
everything will be all right on any given Sunday
The harder they come the hard, yeah the harder they must fall
Depends on you if you win or lose,
you know you got to pay some dues so that you can live on Monday
Strive to achieve and die in for what you believe."
Jamie Foxx - "Any given Sunday" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...