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mercoledì 23 marzo 2016

Truth - Il prezzo della verità

Regia: James Vanderbilt
Origine: Australia, USA
Anno: 2015
Durata: 125'






La trama (con parole mie): siamo nel duemilaquattro, in pieno periodo elettorale con la sfida tra George Bush e John Kerry in pieno svolgimento, quando Mary Mapes, pluripremiata giornalista CBS fresca di un servizio che fece scalpore a proposito delle torture perpetrate dai soldati americani ai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib, con la sua squadra si mette al lavoro su una nuova indagine che vorrebbe far luce sul misterioso periodo in cui Bush prestò servizio militare.
La tesi sulla quale il team si mette all'opera è legata al fatto che, tramite una serie di agganci altolocati in politica ed esercito del padre, a George W. fu di fatto parato il culo in modo che lui, come tanti altri rampolli di famiglie importanti del Texas dei tempi, evitasse di essere spedito in Vietnam.
Peccato che, una volta andata in onda la trasmissione preparata dalla Mapes e dai suoi, la politica e le alte sfere chiedano un tributo pesante in termini di pressioni lavorative e personali.








Una delle più grandi libertà conquistate dalla società più o meno civile nella quale viviamo è indiscutibilmente, almeno per quanto mi riguarda, quella di pensiero ed espressione della quale anche la blogosfera tutta fa parte: la possibilità di informarsi, parlare, essere curiosi a proposito del mondo e di se stessi, vivere la propria vita e le proprie passioni in prima linea, per evitare di ritrovarsi in un angolo e spegnersi lentamente.
Non conoscevo la vicenda di Mary Mapes e della sua squadra di reporter d'assalto, passata molto in sordina negli States ed uscita in Italia probabilmente trainata dal successo dell'altro film inchiesta principe del periodo, Il caso Spotlight, fresco di vittoria dell'Oscar come miglior pellicola, e le recensioni lette non deponevano certo a favore del lavoro - il primo dietro la macchina da presa - di James Vanderbilt, eppure il risultato è stato decisamente sorprendente in positivo.
Truth è un film dall'impianto molto classico - forse troppo, affermeranno alcuni -, sostenuto da un cast in grandissima forma - su tutti un Redford in spolvero totale ed una Cate Blanchett pazzesca - ma soprattutto in grado di raccontare una storia avvincente ed importante come quella di questo gruppo di giornalisti molto di pancia coinvolgendo e lasciando trasparire tutto il pane e salame che piace qui al Saloon, senza per questo cadere nella trappola della retorica e del buonismo - anche perchè, ma questa è cronaca, e attenzione allo spoiler eventuale, le cose non sono andate affatto bene per i nostri eroi di "60 minutes", storica trasmissione CBS -.
Inoltre, per quanto ormai sia lontana - fortunatamente - l'epoca di George W. Bush, e nella speranza che non se ne debba fronteggiare una di Donald Trump, è decisamente interessante seguire il percorso umano, professionale e legale che il team di Mary Mapes fu costretto ad intraprendere dopo aver messo nero su bianco - ed in televisione, alla portata del popolo americano, non dimentichiamolo - il passato da "imboscato" di Bush rispetto al servizio militare nel corso dei delicati anni del Vietnam, esempio di come e quanto - e non solo nel caso dell'ex Presidente USA - i privilegiati economici e sociali siano sempre riusciti - e, purtroppo, probabilmente sempre riusciranno - a salvare le chiappe alla facciazza di chi privilegiato non è neanche per sbaglio.
Interessanti, inoltre, anche le dinamiche interne del gruppo capitanato dalla Mapes e delle loro reazioni alle pressioni esercitate su di loro a seguito di quelle subite dalla CBS: dalla rabbia allo scoramento, dall'orgoglio ferito della stessa Mapes di fronte al padre alla delusione di Rather - anchorman leggendario nell'ambito del piccolo schermo statunitense - rispetto alle influenze sempre maggiori del Potere costituito a scapito della libertà di stampa, passando attraverso al legame costruito passo dopo passo tra il militare Charles e l'alternativo Mike Smith, tutto pare molto umano e senza dubbio in grado di stimolare una sensazione di partecipazione alla lotta di questi giornalisti nel pubblico, o almeno nella parte di pubblico che non riesce a tenere a bada la curiosità e la passione, la voglia di esprimersi e di sentirsi libero di farlo.
Non sarà raccontato in modo nuovo, originale o particolarmente potente, ma Truth è arrivato dritto al punto e lo ha fatto in modo naturale e sentito: per quanto mi riguarda, questo vale più di qualche acrobazia con la macchina da presa o trovata in termini di sceneggiatura, perchè colpisce il bersaglio grosso senza fronzoli o sotterfugi.
Dritto, tosto e coraggioso: un pò come Mary Mapes ed i suoi.




MrFord




"Se ho sbagliato un giorno ora capisco che 
l'ho pagata cara la verità,
io ti chiedo scusa, e sai perché?
Sta di casa qui la felicità."

Caterina Caselli - "Nessuno mi può giudicare" - 







sabato 19 ottobre 2013

Soul surfer

Regia: Sean McNamara
Origine: USA
Anno: 2011
Durata:
106'




La trama (con parole mie): Bethany Hamilton è una ragazzina come tante nata e cresciuta sull'oceano nella splendida cornice delle Hawaii. I suoi genitori sono surfisti, così come i suoi fratelli, e in lei brilla il talento cristallino della futura campionessa di questo sport da "cresta dell'onda".
Quando, proprio nel momento in cui la sua carriera potrebbe decollare, durante una normale uscita in acqua viene aggredita da uno squalo e perde il braccio sinistro, per Bethany ha inizio un dramma: dovrà reinventare se stessa e ricominciare da capo, o riuscirà a trovare la forza d'animo necessaria per tornare tra le onde per fare quello che ha sempre amato, vivere cavalcando i flutti?
Sostenuta dalla famiglia, Bethany dovrà volare dall'altra parte del mondo e scoprire il dramma di un intero popolo prima di poter trovare la fiducia per ricominciare da capo.





Per quanto non abbia mai provato a cavalcare un'onda su una tavola, ho sempre amato il surf come sport, esperienza di vita e modo di approcciare il mare ed il concetto di Confine, umano, fisico o spirituale che fosse.
Da Un mercoledì da leoni a Point break, passando per i due bellissimi documentari firmati da Stacy Peralta Dogtown and the Z-Boys e Riding giants fino al recente Drift, ho sempre subito il fascino di questa disciplina magica e traboccante adrenalina, mosso in parte dal desiderio che nutro di poter un giorno vivere al mare e dei trascorsi - neppure troppo memorabili - dei tempi delle medie passati sullo skate.
Da tempo Soul surfer - pellicola ispirata alla reale vicenda di Bethany Hamilton - era in attesa di una visione da Saloon, ed approfittando di questo inizio autunno dai climi ancora primaverili ho deciso di rispolverarlo quasi la mia stagione favorita potesse, di fatto, non finire mai: non so se la splendida cornice delle Hawaii, le tematiche legate al concetto di famiglia e forza di volontà o lo stesso surf mi abbiano influenzato, ma ho finito per godermi la visione dal primo all'ultimo minuto - o dalla prima all'ultima onda, per usare un linguaggio più adatto al tema - nonostante l'aura buonista di fondo che aleggia sul lavoro di McNamara, che seppur stucchevole a tratti riesce a presentarsi come un buon prodotto di formazione utile anche nell'ottica di mostrare al Fordino, quando sarà il momento, titoli che possano sensibilizzarlo rispetto all'approccio con lo sport e l'importanza che,quando si parla dei propri sogni, hanno la forza d'animo e la vicinanza della famiglia.
In questo senso la vicenda di Bethany - narrata con grandissima fedeltà ai fatti reali -, giovane promessa del surf professionistico aggredita da uno squalo e privata del braccio sinistro, e del suo percorso per ritrovare la via delle onde, è un'importante ed educativa lezione che va ben oltre il discorso legato alla disabilità, e che agli occhi del sottoscritto ha come unica nota stonata la componente religiosa - ma, in questo caso, non si possono cambiare quelle che sono le credenze della protagonista e dei suoi cari -.
Ottima, per portare il discorso ad un livello più pratico e meno spirituale, la prima parte, quando lo spettatore resta in attesa del momento dell'incidente, ed in più di un'occasione si aspetta di veder comparire lo squalo responsabile dell'attacco, così come le riprese in acqua, molto interessanti e davvero rispettose delle evoluzioni che normalmente si possono ammirare nelle competizioni professionistiche.
Accanto a tutto questo - dalla componente della famiglia, a quella tecnica - una piccola chicca ha permesso al sottoscritto di volere un pò più bene a Soul surfer: Kevin Sorbo. 
L'ex Hercules, attore di serie più che b divenuto celebre grazie alla saga del mitologico eroe greco, si ritaglia una piccola parte accanto a nomi ben più quotati come Dennis Quaid e Helen Hunt, che interpretano i genitori di Bethany, finendo per risultare tanto fuori luogo quanto clamorosamente perfetto per il ruolo.
Non ci troveremo di fronte al film di riferimento sul surf, ma in qualche misura Soul surfer e la storia di questa ragazza aggrappatasi al sogno di continuare a cavalcare le onde dell'oceano possono rappresentare un buon punto di partenza per i giovani in cerca delle emozioni che solo tubi e point breaks possono dare.
Squali permettendo.


MrFord


"Some days you lose you win 
and the waters as high as the times your in.
So I jump back into 
where I learned to swim."
Michael Franti&Spearhead - "The sound of sunshine" - 


lunedì 28 gennaio 2013

Quello che so sull'amore

Regia: Gabriele Muccino
Origine: USA, Italia
Anno: 2012
Durata:
105'




La trama (con parole mie): George Dreyer, ex grande calciatore scozzese, vive negli Stati Uniti ormai quasi spiantato sperando di diventare cronista sportivo mentre l'ex moglie Stacie è in procinto di convolare a nozze con il suo nuovo compagno.
Quando George rimpiazza l'allenatore della squadra di calcio dove milita il figlio, i sentimenti per Stacie e la sua voglia di famiglia si risvegliano: l'uomo dovrà passare attraverso la consueta anticamera di guai prima di poter conquistare la sua seconda possibilità.
Tra lui e la sua ex, infatti, passano le vicende di una manciata di mamme molto interessante ai risvolti umani del nuovo mister della squadra dei figli ed un troppo generoso padre autonominatosi finanziatore del team.




Lo so, cosa state pensando.
Muccino. Commedia romantica. Il Saloon.
Il voto era prevedibilissimo.
Eppure devo dirvelo: secondo me all'inizio della sua carriera il buon Gabri prometteva anche discretamente.
Come te nessuno mai mi era piaciuto molto, e anche L'ultimo bacio, tutto sommato, aveva qualcosa da dire. Poi sono arrivate fama e gloria, e per il tronfio nostro compatriota è arrivato il massaggio all'ego cui nella Terra dei cachi siamo così sensibili, e addio.
Da dimenticare, dunque, le pellicole della consacrazione in patria, ed ancor di più quelle d'esportazione, il retorico oltre misura La ricerca della felicità e l'ancor peggiore Sette anime.
Tutto, per arrivare ad una trentina di chili in più sul suolo americano e a Quello che so sull'amore.
E devo dire che mi dispiace anche distruggere completamente un film con protagonista Gerard Butler: perchè a me questo scozzese ruvido piace, ha il sapore del fordiano.
Ma non si può fare proprio altro: Quello che so sull'amore è una vera merda, come direbbe il Bardo.
Avete presente quei film che già potrebbero concorrere per il Ford Award di peggiore dell'anno che, incredibilmente, riescono ad essere resi perfino più indigesti da una fase di post-produzione agghiacciante?
L'ultima fatica del Muccino nostro è un esempio perfetto della categoria.
Attori in gigioneggiamento incontrollato - scandaloso Quaid -, logica mandata in vacanza forzata - ma un ex fuoriclasse di calcio andato in rovina venderebbe mai le magliette delle sue partite migliori invece della Porsche? -, sceneggiatura e dialoghi ridicoli, buonismo da far impallidire Topolino e trasformarlo in una sorta di Mr. Blonde, contorno patinato da blockbuster di mezza tacca ed atmosfera da casalinghe disperate.
Inizialmente avevo previsto un mezzo voto in più giusto grazie ad un paio di movimenti di macchina ben riusciti - almeno l'uomo che ha digerito il primo Muccino si ricorda ancora di essere in grado di compierli -, ma il finale da favoletta indigesta perfino a Winnie the Pooh è riuscito a cancellare qualsiasi traccia del regista e lasciare in ballo soltanto il ridicolo di una pellicola per spettatori occasionali tra gli spettatori occasionali, che probabilmente finiranno per dimenticarsi di tutto anche piuttosto in fretta.
Così come questo inizio anno, dunque, è riuscito a regalare al sottoscritto una manciata di visioni che senza dubbio saranno presenze importanti per la classifica 2013 dedicata al meglio della settima arte, Muccino prenota già il suo posto per la worst ten fordiana puntando in alto senza guardare in faccia a nessuno, infischiandosene di chi gli vuole male e anche di chi deve aver ingurgitato per ridursi - senza peraltro avere la benchè minima speranza di esserlo - alla copia slavata di Orson Welles.
Una commedia romantica nella peggior accezione del termine, che mescola i buoni sentimenti ad un divertimento spicciolo, il rapporto tra padri e figli alla più classica delle tormentate storie di genitori divorziati che si ritrovano, il gusto per il Cinema di grana grossa ai sabati pomeriggio in cui entrare in sala regala più o meno la stessa sensazione di essere gettati nella gabbia delle belve in un antico show di gladiatori.
Occorre armarsi di bottiglie solide e resistenti per arrivare in fondo ancora in piedi.
Più o meno la stessa cosa che servirebbe per dare a Muccino quello che si merita.


MrFord


"You leave it all on the table
if you lose or you win
you've got to learn to love
the world you're living in."
Bon Jovi - "Learn to love" -


giovedì 20 settembre 2012

Cosa aspettarsi quando si aspetta

Regia: Kirk Jones
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): uno degli avvenimenti più importanti e sconvolgenti con i quali ci si possa confrontare è pronto a mescolare le carte nelle vite di una manciata di coppie le cui vicende si incastrano tra tv, incontri al parco e parentele.
Jules, presentatrice televisiva, ed Evan, conosciutisi ad una sorta di Ballando con le stelle, si ritrovano a dover scoprire prima il funzionamento del loro rapporto che l'esperienza da futuri genitori, Holly e Alex decidono di adottare un bambino e attendono di poter coronare il loro sogno, Wendy e Gary, dopo anni di ricerca, finalmente scoprono di essere in attesa proprio quando il padre di lui, Ramsey, comunica loro l'arrivo di due gemelle la cui madre è più giovane - molto più giovane - di suo figlio, Rosie e Marco dovranno invece affrontare la gravidanza dopo una sola, galeotta uscita.
Il tutto mettendo in conto il supporto informativo per le signore e l'indispensabile aiuto del gruppo del sabato al parco per i loro mariti, futuri o presenti papà.






Come di recente mi era capitato con la visione di Remember me, la fatidica domanda è tornata a farsi largo nel sottoscritto: non è che la paternità ormai sempre più imminente sta finendo per rincoglionirmi inesorabilmente?
E perchè il suddetto interrogativo?
Principalmente perchè, pur ben conscio della pochezza della pellicola in questione, del suo finto incasinare le vicende dei protagonisti per poi risolvere con un bel "e vissero tutti felici e contenti" neanche fossimo nella più smielata delle fiabe Disney, di quel patinato che dovrebbe di norma e per contratto farmi incazzare come un toro, Cosa aspettarsi quando si aspetta mi ha tutto sommato perfino divertito, nell'ambito delle visioni da neuroni più o meno mandati in libera uscita per una sera.
Tanto per intenderci, e per rimanere nell'ambito del Cinema di solo intrattenimento, è curioso che l'ultimo Bourne mi abbia a tratti annoiato tanto da costringermi a tenere gli occhi aperti come nel pieno della cura Ludovico mentre con il lavoro decisamente più trascurabile di Kirk Jones sia rimasto non solo sveglio, ma anche arzillo e con il sorriso sulle labbra durante la quasi totalità della visione: forse, effettivamente, l'arrivo del nuovo occupante - e probabilmente capo supremo - di casa Ford ha condizionato il mio punto di vista - a proposito, dato che l'abbiamo scoperto anche noi da poco, sarà un maschio -, eppure ho trovato in qualche modo ammirevole il tentativo di regista e sceneggiatrici di mettere in campo una nutrita schiera di coppie che potesse - pur se non con la giusta profondità - mostrare non soltanto il tipico percorso che porta due persone ad avere un bambino.
Infatti, da chi vive tutto in tranquillità e scioltezza prima per poi essere letteralmente torturato ogni notte, tutta la notte poi a chi per anni insegue la speranza di un figlio che vede assotigliarsi mese dopo mese, a chi finisce per caricarsi i sogni in valigia e partire per l'altro capo del mondo seguendo gli iter delle adozioni, a chi costruisce un sacco di sogni su un avvenimento che dovrebbe essere felicità e si tramuta in un dolore difficile da superare, questo film ha dalla sua almeno un tentativo - abbozzato, questo è sicuro - di mostrare il mondo non sempre tutto rose e fiori della "dolce attesa" da numerose angolazioni, alcune più profonde ed altre decisamente in un Apatow style che rischierà di piacere e non poco al pubblico maschile - del resto, noi siamo semplici e ci accontentiamo di una risata ed una pacca sulla spalla con gli amici, come mostrato dal club del sabato al parco che finisce per non risparmiare neanche i più cool Rodrigo Santoro e Joe Manganiello, destinati prima o poi a mollare corsa e trazioni per camminare armati di passeggini o aggirarsi per le strade alla guida di un minivan -.
Certamente l'idea di sfruttare la molteplicità di casi per dare l'idea di una sorta di pseudo film corale aiuta lo spettatore a non finire addormentato con la più classica delle bolle in stile cartone giapponese a veleggiare splendida ed imponente sulla sua narice preferita, ed il fatto che dietro la macchina da scrivere vi siano due donne riesce a sensibilizzare in qualche modo il pubblico femminile mentre alla controparte più becera della coppia pensa il regista, che sfrutta momenti come la rivalità tra padre e figlio di Dennis Quaid e Ben Falcone per spezzare il ritmo e rendere più piacevole l'argomento, considerato il terrore che, in genere, gli uomini rifiutano di ammettere di avere rispetto all'attesa, per quanto emozionati siano spesso e volentieri anche più delle loro compagne.
Se mi aveste interrogato in proposito alla vigilia della visione, dunque, avrei previsto bottigliate scandalosamente selvagge ed una giustificazione che vedeva un equo scambio in casa Ford tra me e Julez che metteva sul piatto una serata con questo film e la seguente dedicata al pay per view mensile di wrestling nel pieno del rispetto dei compromessi da coppia, eppure devo dire di essermi decisamente goduto - saranno le ferie, sarà la voglia di rilassarmi e prendere tutto il possibile di quella che sarà la mia paternità - questa robetta infiocchettata per le grandi platee senza pretese da un regista che non ha decisamente nulla da dare alla Storia del Cinema.
Ma chi se ne frega, in fondo.
Da un certo punto di vista, posso considerarlo un anticipo di quello che sarà il regno del piccolo Fordino, che sicuramente si prenderà molto dello spazio che ora concedo alle visioni più o meno d'autore.
E vi dirò, sarà una gioia - e lo è già ora - lasciare che se lo faccia.
In fondo, il futuro è tutto suo.



MrFord



"You can't sleep, you can't eat
there's no doubt, you're in deep
your throat is tight, you can't breathe
another kiss is all you need."
Robert Palmer - "Addicted to love" -


 

mercoledì 20 giugno 2012

Ogni maledetta domenica

Regia: Oliver Stone
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 150'



La trama (con parole mie):  per i Miami Sharks la stagione sta prendendo una brutta piega, dopo tre sconfitte di seguito in grado di minare la fiducia della squadra rispetto al raggiungimento dei playoff, quella dell'arrivista proprietaria del club Christina Pagniacci, dei tifosi e dei giornalisti.
Il vecchio leone Tony D'Amato, sulla stessa panchina da oltre vent'anni, vacilla, resistendo soltanto grazie alle meraviglie dei due veterani Jack Rooney e Luther "Shark" Lavay: quando, nel corso di una partita, proprio Rooney ed il quarterback di riserva Tyler Cherubini rimangono infortunati, l'unica alternativa sarà data dalla terza scelta per il ruolo, il giovane Willie Beamen.
Proprio il ragazzo sarà il motore di una vera e propria rivoluzione all'interno della squadra, portata a colpi di talento cristallino e colpi di testa da neo-superstar, che significherà per gli Sharks un nuovo, incredibile capitolo della loro storia.




Personalmente, non ho mai coltivato un amore particolarmente travolgente per Oliver Stone: certo, le sue pellicole spesso e volentieri sono un concentrato perfetto di quelli che sono i difetti - ed i punti di forza - degli Stati Uniti e della loro filosofia da "larger than life" a tutti i costi, ed ammetto che molte continuano ad emozionarmi incondizionatamente visione dopo visione, eppure, forse dalla ferita aperta che è ancora Platoon - per me una pallidissima imitazione di Apocalypse Now -, non sono mai riuscito a considerare il regista di New York come uno dei favoriti fordiani per eccellenza.
Nonostante questo, e con tutte le mie forze, adoro incondizionatamente Ogni maledetta domenica.
Nel Cinema moderno - parlo degli ultimi trent'anni - credo non esista un ritratto migliore del grande circo - anche e soprattutto mediatico - degli sport da incassi milionari nonchè dell'etica del gioco di squadra come in questa pellicola esagerata e sopra le righe, kitsch e clamorosamente emozionante: soltanto Friday night lights - serie ormai di culto in casa Ford, anch'essa incentrata sul football -, pur se in misura diversa, è riuscita negli ultimi mesi a rispolverare l'adrenalina ed il batticuore di una finale, o di quelle partite giocate sul filo dei secondi.
Chiunque, al campetto con gli amici o in una società, abbia praticato uno sport di squadra almeno una volta nella vita, conoscerà bene il brivido che percorre la schiena quando ci si gioca tutto fino all'ultima azione, e anche da semplici spettatori, che seguiate il calcio - l'equivalente nostrano del football per gli States -, il basket, il rugby o qualsiasi altra disciplina collettiva, penso che le emozioni regalate dai match più importanti possano essere sentite sulla pelle e dritte nell'anima pur non calcando il terreno di gioco: ricordo benissimo - almeno fino ad un certo punto della nottata - la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006, che vissi praticamente senza muovermi o parlare, teso come la corda di un violino - e con Julez urlante accanto - fino all'ultimo, liberatorio rigore di Grosso.
E da quel momento furono Cuba Libre come se piovesse.
Ogni maledetta domenica è associabile ad una finale: brividi, tensione alle stelle e fiato grosso.
E poco importano la regia iperadrenalinica di Stone, la fotografia satura, la colonna sonora spettacolare che incornicia le intepretazioni - tutte ottime - di un cast a dir poco stellare, una durata che finisce per non farsi sentire neppure di striscio, un climax emotivo che continua come un'onda lunga anche al termine dell'ultima partita, addirittura fino all'inizio dei titoli di coda.
Quello che importa, in Ogni maledetta domenica, sono i centimetri.
Quelli dell'ormai supercult discorso di Tony D'Amato/Al Pacino ai suoi giocatori prima del match decisivo in casa della squadra texana - e quale stato è più associabile al football professionistico del Texas? -, ormai un passo obbligato di quasi tutti i corsi di formazione aziendali e sportivi, quelli di Jack "Cap" Rooney, che la vecchia stella deve sperare di guadagnare agli occhi di una moglie che non lo vorrebbe prossimo al ritiro, di Luther "Shark" Lavay - un gigantesco, in tutti i sensi, Lawrence Taylor, interprete di una parte che pare un omaggio alla sua incredibile carriera di giocatore professionista -, disposto a sacrificare tutto se stesso perchè quel bonus sui placcaggi possa garantire un futuro alla sua famiglia, di Willie Beamen, astro nascente che ancora deve capire quanto grande sia la fatica che si spende ogni maledetta domenica per vincere o perdere.
Perchè non importa chi vince e chi perde, l'importante sarà vincere o perdere da uomini.
Parola del coach D'Amato.
E chi non è con lui, in fondo?
Dalla parte di un nocchiero imperfetto e squilibrato, che ai calcoli del giovane erede sulla panchina degli Sharks Nick Crozier risponde con l'istinto del campo di gioco, delle dita sbiancate dei difensori che puntano il quarterback e quelle danzanti dei ricevitori ansiosi di avere tra le mani il pallone, gli occhi alla linea del touchdown, neanche fosse la donna della loro vita.
Dalla parte di un uomo che ha fatto tutti gli errori possibili, e a tavola con quello che potrebbe essere il giocatore più talentuoso che abbia mai allenato, non teme di mettere lo stesso di fronte alle sue responsabilità di futuro numero uno: una battaglia generazionale con le bighe di Ben Hur che corrono in sottofondo.
Perchè i giocatori di football professionistico sono come gladiatori, come ben sa il medico molto compiacente Harvey/James Woods, che ha sacrificato l'etica in nome degli ideali più o meno legati al successo e ai soldi degli uomini che ha visto spezzarsi osso dopo osso in tutti gli anni passati con gli Sharks.
Perchè ci sono molte cose che possono motivare un uomo - e uno sportivo - ad andare fino in fondo, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per quei centimetri che paiono miseri, ma che, alla fine, andranno a sommarsi per definire la vittoria o la sconfitta da Uomini: il coach D'Amato, riferendosi ad un suo vecchio pupillo, racconta di come lo stesso gli abbia confessato il fatto che non gli manchino i dollari, o il successo, o la folla, o le ragazze, quanto i suoi dieci compagni d'attacco: "Perchè quando ci muovevamo, ci muovevamo come fossimo un corpo solo."
"Ho imparato più da Cap Rooney nel primo tempo di questa partita che in cinque anni di football professionistico", dichiara Willie Beamen, pronto a prendere le redini della squadra nella speranza di superare le linee texane.
L'ispirazione del singolo e la confortevole sensazione di avere qualcuno pronto a pararti il culo quando un bestione di centocinquanta chili carica perchè è proprio te, che vuole schiantare a terra.
Non esistono doni dell'invisibilità: esistono solo i centimetri, e tutto il sangue che sputiamo accanto ai nostri compagni di lotta dall'inizio alla fine di una partita.
Quali siano il campo e lo sport che la muovono, non importa.
L'importante sarà potersi guardare attorno, e sapere che chi è dalla nostra parte della barricata sarà lì, piantato a terra o lanciato verso l'orizzonte di una linea apparentemente insignificante, a definire il nostro prossimo passo.
A quel punto, non basterà che alzare la testa e lanciare la palla.
Chissà che non sarà il centimetro decisivo, quello che andremo a sommare a tutti gli altri.


MrFord


"Sacrifice don't give up the fight,
everything will be all right on any given Sunday
The harder they come the hard, yeah the harder they must fall
Depends on you if you win or lose,
you know you got to pay some dues so that you can live on Monday
Strive to achieve and die in for what you believe."
Jamie Foxx - "Any given Sunday" -


sabato 22 ottobre 2011

Prospettive di un delitto

Regia: Pete Travis
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 90'



La trama (con parole mie): a Salamanca, in Spagna, si tiene una grande manifestazione che è il culmine della collaborazione tra il governo americano e quelli europei per arginare la minaccia del terrorismo internazionale. Durante la cerimonia, un misterioso cecchino fa fuoco sul Presidente degli Usa, scoppiano due bombe e con loro il panico. Chi si cela dietro il complotto?
Attraverso le prospettive del capitano di Ogni maledetta domenica reinventatosi Jack Bauer per l'occasione, un turista buono e caro come solo gli ammmeregani sanno essere, i giornalisti cinici che si sciolgono di fronte all'evento traumatico, Said giunto dalle strade de L'odio, il bolsissimo William Hurt ed un altro Jack, quello di Lost, assistiamo ad una sarabanda di eventi che vorrebbero essere sorprendenti e tesissimi, eppure appaiono come una clamorosa sagra del telefonato.



A volte capita di incrociare film per i quali scrivere un post anche minimamente interessante e che vada oltre le cinque/dieci righe dell'introduzione risulta essere un'impresa a dir poco titanica: sono le cosiddette sòle, roba giusto buona per riempire casualmente un pomeriggio di goduriosissimo relax casalingo dopo una settimana di lavoro non sempre piacevole, assolutamente innocua - e meno male! - ma altrettanto clamorosamente inutile rispetto alla nostra vita di spettatori.
Da tempo - esattamente dai giorni migliori di Lost - io e Julez pensavamo di regalare almeno una visione a questa facilmente dimenticabile pellicola, e quasi per caso finiti davanti ad un suo passaggio nella programmazione tv - altro miracolo, che veda qualcosa inserito nei comuni palinsesti - abbiamo deciso di approfittare dell'ozio domenicale per scoprire se il gioco del rewind poteva valere la candela e rendere la visione qualcosa in più del semplice blockbuster che il vostro collega non proprio a suo agio con il grande schermo sarà sempre pronto a definirvi un filmone il lunedì mattina, quando non vorreste nient'altro che essere stesi al sole su una spiaggia tropicale con un bel cocktail e la vostra dolce metà.
Ma cosa non va, per l'esattezza, in Prospettive di un delitto?
Per prima cosa, la patinatissima regia di Pete Travis, anonima quanto più non si potrebbe, seguita a ruota dal consueto cast all stars presenti giusto per il lauto compenso e neppure lontanamente sfiorati dal pensiero di sprecarsi troppo per fornire un'interpretazione non dico memorabile, ma almeno degna dei loro nomi.
Lo stesso script, inoltre, in bilico tra il Cinema action della peggior specie ed una sorta di pallida imitazione della già citata 24, non ha un solo spunto particolarmente sorprendente, ed il gioco - peraltro arcinoto - del continuo ripetersi della singola scena sfruttando i diversi punti di vista dei protagonisti rischia di stancare già al terzo passaggio - e sono otto! -, senza contare che nel momento della vera deflagrazione della storia l'effetto sorpresa è talmente poco sorprendente da lasciare sorpresi al contrario.
Ad aggravare ulteriormente una situazione già delicata, il pessimo personaggio interpretato da Forrest Whitaker, che pare uscito dritto dritto da un film Disney diretto da Muccino o, al limite, da Michael Bay: la sua presenza nel centro del climax conclusivo che porta alla risoluzione della vicenda è in armonia con il resto almeno quanto la scomposta ed involontariamente ridicola corsa dello stesso Whitaker in pieno delirio da eroe del momento.
Se non avete mai provato, nel corso di una visione, il vero terrore, riservatevi di dedicare almeno un rewind - tanto per non andare fuori tema - al bolso Forrest - corri, Forrest, corri! - all'inseguimento dei cattivi, cattivissimi terroristi che non hanno alcun problema, ovviamente, a far saltare una bomba in una piazza gremita all'inverosimile uccidendo decine di persone ma al momento giusto sono pronti a mettere a repentaglio il piano e le loro stesse vite per non investire una bambina.
Bravi.
Benvenuti nel mondo della magia dove tutti siamo amici e amati e felici.
Una sveglia ottima è pensare lucidamente a questo film: che tolto il puro e semplice intrattenimento - molto, molto semplice - non ha assolutamente nient'altro da offrire.
Figuriamoci il realismo.

MrFord

"It's a different point of view to you
you cannot see things that are different to me
and I can't understand why you cannot see
the things that I cannot see."
Blink 182 - "Point of view" -
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