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mercoledì 23 marzo 2016

Truth - Il prezzo della verità

Regia: James Vanderbilt
Origine: Australia, USA
Anno: 2015
Durata: 125'






La trama (con parole mie): siamo nel duemilaquattro, in pieno periodo elettorale con la sfida tra George Bush e John Kerry in pieno svolgimento, quando Mary Mapes, pluripremiata giornalista CBS fresca di un servizio che fece scalpore a proposito delle torture perpetrate dai soldati americani ai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib, con la sua squadra si mette al lavoro su una nuova indagine che vorrebbe far luce sul misterioso periodo in cui Bush prestò servizio militare.
La tesi sulla quale il team si mette all'opera è legata al fatto che, tramite una serie di agganci altolocati in politica ed esercito del padre, a George W. fu di fatto parato il culo in modo che lui, come tanti altri rampolli di famiglie importanti del Texas dei tempi, evitasse di essere spedito in Vietnam.
Peccato che, una volta andata in onda la trasmissione preparata dalla Mapes e dai suoi, la politica e le alte sfere chiedano un tributo pesante in termini di pressioni lavorative e personali.








Una delle più grandi libertà conquistate dalla società più o meno civile nella quale viviamo è indiscutibilmente, almeno per quanto mi riguarda, quella di pensiero ed espressione della quale anche la blogosfera tutta fa parte: la possibilità di informarsi, parlare, essere curiosi a proposito del mondo e di se stessi, vivere la propria vita e le proprie passioni in prima linea, per evitare di ritrovarsi in un angolo e spegnersi lentamente.
Non conoscevo la vicenda di Mary Mapes e della sua squadra di reporter d'assalto, passata molto in sordina negli States ed uscita in Italia probabilmente trainata dal successo dell'altro film inchiesta principe del periodo, Il caso Spotlight, fresco di vittoria dell'Oscar come miglior pellicola, e le recensioni lette non deponevano certo a favore del lavoro - il primo dietro la macchina da presa - di James Vanderbilt, eppure il risultato è stato decisamente sorprendente in positivo.
Truth è un film dall'impianto molto classico - forse troppo, affermeranno alcuni -, sostenuto da un cast in grandissima forma - su tutti un Redford in spolvero totale ed una Cate Blanchett pazzesca - ma soprattutto in grado di raccontare una storia avvincente ed importante come quella di questo gruppo di giornalisti molto di pancia coinvolgendo e lasciando trasparire tutto il pane e salame che piace qui al Saloon, senza per questo cadere nella trappola della retorica e del buonismo - anche perchè, ma questa è cronaca, e attenzione allo spoiler eventuale, le cose non sono andate affatto bene per i nostri eroi di "60 minutes", storica trasmissione CBS -.
Inoltre, per quanto ormai sia lontana - fortunatamente - l'epoca di George W. Bush, e nella speranza che non se ne debba fronteggiare una di Donald Trump, è decisamente interessante seguire il percorso umano, professionale e legale che il team di Mary Mapes fu costretto ad intraprendere dopo aver messo nero su bianco - ed in televisione, alla portata del popolo americano, non dimentichiamolo - il passato da "imboscato" di Bush rispetto al servizio militare nel corso dei delicati anni del Vietnam, esempio di come e quanto - e non solo nel caso dell'ex Presidente USA - i privilegiati economici e sociali siano sempre riusciti - e, purtroppo, probabilmente sempre riusciranno - a salvare le chiappe alla facciazza di chi privilegiato non è neanche per sbaglio.
Interessanti, inoltre, anche le dinamiche interne del gruppo capitanato dalla Mapes e delle loro reazioni alle pressioni esercitate su di loro a seguito di quelle subite dalla CBS: dalla rabbia allo scoramento, dall'orgoglio ferito della stessa Mapes di fronte al padre alla delusione di Rather - anchorman leggendario nell'ambito del piccolo schermo statunitense - rispetto alle influenze sempre maggiori del Potere costituito a scapito della libertà di stampa, passando attraverso al legame costruito passo dopo passo tra il militare Charles e l'alternativo Mike Smith, tutto pare molto umano e senza dubbio in grado di stimolare una sensazione di partecipazione alla lotta di questi giornalisti nel pubblico, o almeno nella parte di pubblico che non riesce a tenere a bada la curiosità e la passione, la voglia di esprimersi e di sentirsi libero di farlo.
Non sarà raccontato in modo nuovo, originale o particolarmente potente, ma Truth è arrivato dritto al punto e lo ha fatto in modo naturale e sentito: per quanto mi riguarda, questo vale più di qualche acrobazia con la macchina da presa o trovata in termini di sceneggiatura, perchè colpisce il bersaglio grosso senza fronzoli o sotterfugi.
Dritto, tosto e coraggioso: un pò come Mary Mapes ed i suoi.




MrFord




"Se ho sbagliato un giorno ora capisco che 
l'ho pagata cara la verità,
io ti chiedo scusa, e sai perché?
Sta di casa qui la felicità."

Caterina Caselli - "Nessuno mi può giudicare" - 







martedì 27 agosto 2013

Mad Men - Stagione 3

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno: 2009
Episodi: 12




La trama (con parole mie): la Sterling Cooper attraversa una nuova fase della sua esistenza legata alla partnership istituita con i soci inglesi entrati a far parte dell'esecutivo, pronti a far ridurre i costi ed inserire figure e competenze nuove in modo da snellire l'agenzia e riproporla in una nuova e più allettante forma per la vendita all'insaputa dei suoi stessi dirigenti. Nel frattempo gli account vivono momenti di grande competizione - come Pete Campbell e Ken Cosgrove - per un posto in primo piano ed altri di affermazione più privata che lavorativa - l'ex segretaria Peggy Olson -, e Don Draper si trova a dover fronteggiare non soltanto la nuova dimensione lavorativa ed il rapporto con l'eccentrico milionario Hilton, ma anche due crisi in famiglia legate l'una all'arrivo in casa sua del suocero e l'altra alla scoperta della moglie Betty del suo vero nome e del passato che l'uomo tiene tanto a lasciare nascosto.
Il tutto mentre un cambiamento a dir poco epocale sta per avvenire a seguito di uno degli eventi più traumatici della Storia degli USA: l'assassinio di Kennedy.





Nel panorama delle serie televisive degli ultimi quindici anni, senza dubbio Mad Men figura come uno dei nomi di spicco per quanto riguarda la qualità e lo stile della proposta, l'eleganza e la ricchezza della messa in scena e della narrazione, il fascino della cornice e la quantità quasi incredibile di premi raccolti. Eppure Mad Men è anche una visione decisamente poco simpatica, empaticamente lontana anni luce dai suoi spettatori almeno quanto il suo indiscusso protagonista, Don Draper.
Enigmatico e distante, l'impeccabile Draper - che unisce allo charme da 007 la sicurezza dello squalo della finanza - è il simbolo perfetto di un serial apparentemente senz'anima eppure in grado di stregare neanche ci si trovasse nel pieno di una seduta d'ipnosi a seguire le vicissitudini dei suoi protagonisti, alla scoperta di un'epoca ormai lontana e legata ad un passato quasi remoto per le nostre generazioni eppure rappresentata con una tale profonda modernità da far quasi pensare al futuro.
Con questa terza annata si può pensare che le vicende degli account e dei dirigenti della Sterling Cooper abbiano raggiunto la maturità della struttura, consegnando al proprio pubblico, di fatto, la stagione più completa fino a questo momento passata sugli schermi di casa Ford, in grado di unire l'indagine interiore del protagonista come fu per la prima ed alcuni viaggi nel tempo nella New York di allora - e non solo - come per la seconda: in particolare, il rapporto con il suocero e lo scontro con la moglie Betty a seguito della scoperta della "doppia identità" di Don di quest'ultima rappresentano senza dubbio i momenti più forti mostrati nei dodici episodi, mentre dall'altra parte si passa dalle "vacanze romane" in pieno stile Hilton alla grottesca ed esilarante festa in onore dei soci inglesi finita nel sangue grazie ad un trattore imbizzarrito, senza contare la splendida chiusura di annata legata a doppio filo all'attentato che costò la vita a JFK, uno degli avvenimenti più funesti e sconvolgenti della Storia degli States, giustamente considerato "la fine di un'era" e trampolino per una quarta stagione che, nonostante l'odio e l'antipatia di Julez per questo titolo, aumenta l'hype in attesa del suo passaggio dalle parti del Saloon.
La cosa più interessante di questo terzo giro di giostra per i nostri pubblicitari rampanti è stata senza dubbio l'apparente frammentarietà della narrazione - al contrario soprattutto della prima stagione, nel corso di questi dodici episodi è raro assistere ad una riunione creativa in cui siano presenti tutti i nomi di spicco del cast - rivelatasi, di fatto, un perfetto mosaico di caratteri, storie ed identità alla ricerca di una strada che porti nel futuro, una sorta di confronto tra la realtà ed i sogni in grado di smussare gli angoli perfino di charachters non proprio positivi come Pete Campbell o mostrare tutti gli attributi di altri, come la dirompente - in tutti i sensi - Joan di Christina Hendricks, che personalmente non vedo l'ora di rivedere tra le scrivanie della Sterling Cooper.
Personalmente credo che non amerò mai alla follia questo titolo, e che lo stesso non riuscirà neppure nelle sue annate migliori a conquistarmi il cuore quanto Breaking bad, Lost o Six feet under, eppure tra le righe della sua perfetta composizione mi pare di rivedere la perfezione che fu il tratto distintivo de I Soprano, nonchè la capacità di riuscire ad ammaliare pur essendo decisamente lontano dal vero coinvolgimento emotivo: in un certo senso, Mad Men è come una modella da copertina.
Non potresti mai uscirci perchè potrebbe rivelarsi un'agghiacciante figa di legno, eppure non riesci a fare a meno di fare fantasie su di lei ad ogni occhiata.


MrFord


"I've got you under my skin.
I've got you deep in the heart of me.
So deep in my heart that you're really a part of me.
I've got you under my skin.
I'd tried so not to give in."
Frank Sinatra - "I've got you under my skin" - 



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