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martedì 30 giugno 2015

Accidental love

Regia: Stephen Greene (David O. Russell)
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 100'




La trama (con parole mie): Alice, giovane cameriera di una cittadina dell'Indiana promessa sposa dello sceriffo locale, proprio nel momento di accettare la proposta di matrimonio nel ristorante più costoso della città è vittima di un incidente curioso che la porta ad avere un chiodo conficcato in testa senza avere la possibilità di avere un'assicurazione sanitaria che possa permetterle di essere operata.
Lo stesso chiodo le provoca reazioni sopra le righe, tanto da far fuggire il promesso marito e convincere la ragazza a tentare il tutto per tutto in un viaggio a Washington alla ricerca del politico Howard Birdwell, giovane deputato pronto ad elargire promesse senza badare troppo alle conseguenze.
L'incontro con quest'ultimo scatena una serie di eventi che arriveranno a sconvolgere la situazione politica degli States, ed ovviamente rappresenterà l'inizio di una nuova e travolgente storia d'amore.








C'era una volta un ottimo regista in grado di portare sullo schermo film dal respiro in pieno stile New Hollywood anni settanta filtrati attraverso una sensibilità moderna, di reinventare vetti attori ormai allo sbando - un certo Robert De Niro, mica bruscolini -, rendere star giovani promesse - Jennifer Lawrence - e far ricredere pubblico e critica rispetto a chi si pensava solo belloccio - Bradley Cooper -, lasciando il segno con The fighter e soprattutto Il lato positivo.
La consacrazione, poi, giunta con quest'ultimo, lasciava intendere un successo ed una crescita sempre maggiori di Russell: nonostante le star e la confezione impeccabile, però, già il successivo American hustle mostrava il fianco a numerose critiche, di fatto rappresentando un passo indietro a livello qualitativo della sua produzione.
Ed è a questo punto che, non saprei dire se per una sbronza un pò troppo pesante o un incidente fortuito come un chiodo rimasto impiantato nel cervello senza un Derek Sheperd pronto ad asportarlo a tempo di record e senza danni permanenti, è giunto l'alter ego Stephen Greene, pronto a firmare questo Accidental love, che vorrebbe ripercorrere i fasti della commedia slapstick dei tempi d'oro dei grandi Studios.
Peccato che, da Howard Hawks in avanti, si staranno con ogni probabilità tutti rigirando nella tomba, considerati i livelli di ridicolo involontario e trash senza ritegno raggiunti da uno degli obbrobri più agghiaccianti dell'anno, in grado a tratti di farmi rivalutare perfino roba come Cinquanta sfumature di grigio: passaggi come l'imbarazzante sequenza che vede Kirsty Alley tentare l'estrazione casalinga del chiodo dalla testa della nipote, il tentativo di soccorso del portavoce del senato soffocato dai biscotti delle giovani boy scout o il rituale nella foresta di Gyllenhaal per ritrovare la propria forza interiore entrano di diritto nell'Olimpo del peggio che il Cinema USA abbia riservato al suo pubblico negli ultimi anni, impedendo di fatto di poter essere sfiorati dall'idea che il tutto fosse un gigantesco scherzo orchestrato da Russell in modo da portare all'attenzione del grande pubblico uno dei temi più caldi della Storia politica degli States, ovvero la questione della sanità.
Ma non basta questo sforzo per rendere digeribile una delle produzioni più sguaiate, ridicole - non in senso divertente, purtroppo - e peggio recitate che ricordi, pronta a far precipitare le quotazioni anche di certezze come Jake Gyllenhaal, che di norma difficilmente sbaglia un copione, e lasciando come unici momenti consolatori per i maschietti i momenti più "scatenati" di Jessica Biel e per le fanciulle lo stesso Gyllenhaal coperto solo da una sorta di perizoma di pelle di fronte ad un fuoco da campo.
Troppo poco, però, per chiedere il sacrificio di un'ora e quaranta di tempo che si potrebbe investire in una sequela di attività decisamente più interessanti rispetto alla visione di questo film, dal sesso, ad una mangiata, ad una sbronza ben orchestrata: sperando, ovviamente, che quest'ultima non generi anche in noi uno Stephen Greene pronto a tirare fuori il peggio che abbiamo immaginato.
Ed anche quello che non ci saremmo neppure sognati.



MrFord



"So she said what's the problem baby
what's the problem I don't know 
well maybe I'm in love (love) 
think about it every time
I think about it
can't stop thinking 'bout it."
Counting Crows - "Accidentally in love" -





venerdì 11 ottobre 2013

Hitchcock

Regia: Sacha Gervasi
Origine:
USA
Anno: 2012
Durata:
98'




La trama (con parole mie): Alfred Hitchcock, Maestro indiscusso del Cinema thriller e non solo, ritratto ai tempi della realizzazione del controverso Psyco, che finirà per rivelarsi il suo più straordinario e celebrato successo di pubblico e critica.
Dal rapporto con la moglie ed inseparabile compagna d'arte Alma a quello con le sue attrici, dalle insicurezze nella vita privata alle certezze incrollabili sul set, la figura di uno dei più grandi geni della settima arte rappresentata dai retroscena di quella che è la sua opera più nota, la ciliegina sulla torta di una carriera sfolgorante e clamorosa che ancora oggi riesce a fare invidia non soltanto agli aspiranti registi, ma addirittura agli spettatori.
Uno sguardo rivolto ad Hitch, ma anche e soprattutto ad Alfred Hitchcock.





"Io sono solo quello che sta dietro la macchina da presa, ad osservare", afferma placido Alfred Hitchcock detto Hitch, per tranquillizzare la diva della sua scommessa più grande, quel Psyco che si rivelerà un successo senza precedenti nella sua carriera.
Nessuno saprà mai con certezza se l'apparente sicurezza del Maestro fosse alimentata dalla consapevolezza nei propri mezzi o dalla fiducia in un sogno, o se fosse diretta a Janet Leigh o a lui stesso: stando a quel che propone con piglio maniacale e grande partecipazione Sacha Gervasi, poco importa.
E onestamente, sento di poter stare dalla parte del cineasta inglese.
Hitchcock, grottesca e piacevole chicca a proposito di Cinema e Vita mascherata da biopic di un grandissimo, ne è la prova assoluta ed inconfutabile.
Il piacere che si prova osservando il lato umano di un'epoca magica per la pellicola e la sala, di un regista che è, di fatto, un'icona, di un "grande Uomo alle spalle del quale fu presente una grande Donna", è indescrivibile, e la visione di questo gioiellino che non sarà una pietra miliare ma senza dubbio regala una carica emotiva enorme per ogni amante del grande schermo è una di quelle piccole gioie in grado di far dimenticare le brutture della vita e la magia che, in tempi non sospetti, conquistò questo vecchio cowboy portandolo a diventare una sorta di esigente dipendente di una proiezione al giorno, dovendo fare i conti con tutta una serie di tempistiche legate al resto della vita.
Hitchcock non sarà, dunque, uno dei titoli pronti a fare bella mostra delle proprie qualità nella top ten del meglio dell'anno fordiano, eppure è senza alcun dubbio riuscito non soltanto a mettere addosso al sottoscritto una voglia irrefrenabile di recuperare - e recensire - il già citato Psyco e Gli uccelli - splendida la beffarda chiusura -, ma a trasmettere la passione, la magia e la dimensione che l'indimenticabile autore anglosassone è riuscito a trasmettere al suo pubblico attraverso la quasi totalità delle sue opere.
Quella che, dunque, sulla carta appariva solo ed esclusivamente come un'operazione nostalgica/commerciale atta a fare leva sui fan di nicchia pronti a dare la caccia alla collezione completa di dvd o bluray del mitico Alfredone non appena usciti dalla sala si è rivelata una perfettamente funzionante macchina del tempo in grado di riportare indietro chiunque fosse disposto a tuffarsi in quello che, di fatto, rappresenta un dietro le quinte della vita e della poetica hitchcockiana - meraviglioso l'utilizzo di Ed Gein, terrificante serial killer statunitense che ispirò Robert Bloch ed il Nostro per Norman Bates e dunque Thomas Harris e Jonathan Demme per Il silenzio degli innocenti come "Grillo parlante" del regista, neanche ci trovassimo all'interno di un onirico e strampalato noir -, un the delle cinque con delitto confezionato ad arte per ritrovarsi con il cuore in gola e la convinzione di aver assistito ad una svolta fondamentale non soltanto di un'epoca, ma del vero e proprio big bang di una forma di narrazione destinata a cambiare il mondo della comunicazione e non solo.
Splendido il cast, dagli strepitosi Hopkins e Mirren alle normalmente legnose Johansson e Biel, perfetta la ricostruzione, madmeniana la cornice: ma non è certamente soltanto questo, a rendere straordinariamente piacevole questa visione.
E' lo spirito del rischio che anima chi è genio, e chi no, la voglia di provare sulla pelle il sapore della libertà, creativa, di vita e di idee, che ci permette di indulgere nell'errore per scoprire quanto è importante quello che apparentemente pare non avere importanza, dalla segretaria sempre presente all'eminenza grigia che è tanto di più lontano dall'essere grigia da risultare una stella decisamente più brillante della nostra.
E' il caso di Alfred e Alma.
Del Cinema e di Hitchcock.
Che non avrà voluto il "gallo" a richiamare il suo nome, ma che senza dubbio era quanto di più importante ci fosse nell'aia della settima arte a quei tempi.
E non solo.


MrFord


"We get so far
and then it just starts rewinding
and the same old song
we're playing it again
suspension without suspense."
No Doubt - "Suspension without suspance" - 


lunedì 28 gennaio 2013

Quello che so sull'amore

Regia: Gabriele Muccino
Origine: USA, Italia
Anno: 2012
Durata:
105'




La trama (con parole mie): George Dreyer, ex grande calciatore scozzese, vive negli Stati Uniti ormai quasi spiantato sperando di diventare cronista sportivo mentre l'ex moglie Stacie è in procinto di convolare a nozze con il suo nuovo compagno.
Quando George rimpiazza l'allenatore della squadra di calcio dove milita il figlio, i sentimenti per Stacie e la sua voglia di famiglia si risvegliano: l'uomo dovrà passare attraverso la consueta anticamera di guai prima di poter conquistare la sua seconda possibilità.
Tra lui e la sua ex, infatti, passano le vicende di una manciata di mamme molto interessante ai risvolti umani del nuovo mister della squadra dei figli ed un troppo generoso padre autonominatosi finanziatore del team.




Lo so, cosa state pensando.
Muccino. Commedia romantica. Il Saloon.
Il voto era prevedibilissimo.
Eppure devo dirvelo: secondo me all'inizio della sua carriera il buon Gabri prometteva anche discretamente.
Come te nessuno mai mi era piaciuto molto, e anche L'ultimo bacio, tutto sommato, aveva qualcosa da dire. Poi sono arrivate fama e gloria, e per il tronfio nostro compatriota è arrivato il massaggio all'ego cui nella Terra dei cachi siamo così sensibili, e addio.
Da dimenticare, dunque, le pellicole della consacrazione in patria, ed ancor di più quelle d'esportazione, il retorico oltre misura La ricerca della felicità e l'ancor peggiore Sette anime.
Tutto, per arrivare ad una trentina di chili in più sul suolo americano e a Quello che so sull'amore.
E devo dire che mi dispiace anche distruggere completamente un film con protagonista Gerard Butler: perchè a me questo scozzese ruvido piace, ha il sapore del fordiano.
Ma non si può fare proprio altro: Quello che so sull'amore è una vera merda, come direbbe il Bardo.
Avete presente quei film che già potrebbero concorrere per il Ford Award di peggiore dell'anno che, incredibilmente, riescono ad essere resi perfino più indigesti da una fase di post-produzione agghiacciante?
L'ultima fatica del Muccino nostro è un esempio perfetto della categoria.
Attori in gigioneggiamento incontrollato - scandaloso Quaid -, logica mandata in vacanza forzata - ma un ex fuoriclasse di calcio andato in rovina venderebbe mai le magliette delle sue partite migliori invece della Porsche? -, sceneggiatura e dialoghi ridicoli, buonismo da far impallidire Topolino e trasformarlo in una sorta di Mr. Blonde, contorno patinato da blockbuster di mezza tacca ed atmosfera da casalinghe disperate.
Inizialmente avevo previsto un mezzo voto in più giusto grazie ad un paio di movimenti di macchina ben riusciti - almeno l'uomo che ha digerito il primo Muccino si ricorda ancora di essere in grado di compierli -, ma il finale da favoletta indigesta perfino a Winnie the Pooh è riuscito a cancellare qualsiasi traccia del regista e lasciare in ballo soltanto il ridicolo di una pellicola per spettatori occasionali tra gli spettatori occasionali, che probabilmente finiranno per dimenticarsi di tutto anche piuttosto in fretta.
Così come questo inizio anno, dunque, è riuscito a regalare al sottoscritto una manciata di visioni che senza dubbio saranno presenze importanti per la classifica 2013 dedicata al meglio della settima arte, Muccino prenota già il suo posto per la worst ten fordiana puntando in alto senza guardare in faccia a nessuno, infischiandosene di chi gli vuole male e anche di chi deve aver ingurgitato per ridursi - senza peraltro avere la benchè minima speranza di esserlo - alla copia slavata di Orson Welles.
Una commedia romantica nella peggior accezione del termine, che mescola i buoni sentimenti ad un divertimento spicciolo, il rapporto tra padri e figli alla più classica delle tormentate storie di genitori divorziati che si ritrovano, il gusto per il Cinema di grana grossa ai sabati pomeriggio in cui entrare in sala regala più o meno la stessa sensazione di essere gettati nella gabbia delle belve in un antico show di gladiatori.
Occorre armarsi di bottiglie solide e resistenti per arrivare in fondo ancora in piedi.
Più o meno la stessa cosa che servirebbe per dare a Muccino quello che si merita.


MrFord


"You leave it all on the table
if you lose or you win
you've got to learn to love
the world you're living in."
Bon Jovi - "Learn to love" -


venerdì 12 ottobre 2012

Atto di forza

Regia: Len Wiseman
Origine: USA/Canada
Anno: 2012
Durata: 118'




La trama (con parole mie): in un prossimo futuro, la Terra devastata dalle guerre atomiche affronta i problemi di sovrappopolazione grazie ad una complessa struttura a livelli che mantiene attivo il collegamento tra l'ex Europa - ora Britannia - e l'Australia - denominata Colonia -.
Douglas Quaid, un operaio sposato ed apparentemente felice, comincia ad essere turbato da incubi che lo vedono battersi per la salvezza sua, del mondo e di una donna misteriosa, e decide di rivolgersi alla Rekall - agenzia che fornisce ricordi fasulli - per cercare di distrarsi dai suoi sonni agitati.
Ma proprio quando l'intervento sulla sua mente sta per iniziare, la polizia irrompe nell'agenzia ed inizia una vera e propria caccia all'uomo che vede protagonista proprio Quaid, ex agente segreto passato alla Resistenza catturato poche settimane prima e riprogrammato secondo i dettami di Cohaagen, bieco politico intento ad organizzare un'invasione robotica della Colonia.
Riuscirà Quaid/Hauser a sopravvivere e salvare la Terra? E soprattutto, sarà vero quello che sta accadendo, o frutto dell'operato della Rekall?





E' sempre una faccenda tosta, per un regista, confrontarsi con un cult del passato.
L'ispirazione rispetto ad alcuni titoli che hanno fatto la storia di uno o più generi comporta sempre il rischio di scomodi paragoni, che aumenta esponenzialmente in caso di remake.
Tendenzialmente, non sono troppo favorevole all'idea dei rifacimenti di pellicole che hanno segnato la mia vita di spettatore - provate a pensare a cosa significherebbe assistere ad operazioni di questo tipo rispetto a titoli quali Arancia meccanica, I guerrieri della notte o Pulp fiction, giusto per citare alcuni cult inossidabili di intere generazioni -, e confesso che quando venni a sapere dell'intenzione di produrre una nuova versione del mitico Atto di forza fui più che scettico a riguardo.
E devo ammettere che, passati i primi dieci minuti, l'impressione che si stesse preparando una vera e propria tempesta di bottigliate cominciava ad assumere le proporzioni di una certezza: niente Marte, atmosfere cupe in stile Blade runner, un taglio da dark sci-fi lontano dai colori sparati e dal look decisamente fumettoso dell'opera di Verhoeven. 
E soprattutto, ironia zero.
Quello che era, dunque, uno dei punti di forza maggiori del film originale, si ritrovava sostituito da una componente riflessiva o pseudo tale da non lasciar presagire proprio nulla di buono per Colin Farrell e soci, intenti a concentrarsi sulla parte più politica ed action di un film che pareva già prendersi troppo sul serio. 
Fortunatamente, due fattori sono intervenuti salvando in corner tutta la baracca neanche fossero uno degli Schwarzy dei tempi migliori: l'idea che guardare questo Atto di forza come fosse l'originale - o comunque pensando a Verhoeven e al suo lavoro - non avrebbe giovato ed il mestiere sicuramente notevole del giovane Len Wiseman, che non aveva sfigurato neppure nel confronto con un altro mito di un paio di decenni fa portando sugli schermi l'ultimo e discreto Die hard: vivere o morire.
Così, osservando le peripezie di Quaid/Hauser in un mondo oscuro e ribollente, grigio ed opaco - per certi versi, le ambientazioni mi hanno riportato alla mente anche l'ottimo I figli degli uomini - e facendomi trascinare dalla spirale di violenza e scontri a fuoco in grado di ricordare più i Bourne e Minority report che non l'estetica kitsch ed una satira sociale spiccata di fondo, devo ammettere di essermi goduto anche questo film nonostante l'insolito piattume del protagonista - Farrell pare coinvolto nell'operazione più o meno quanto il sottoscritto rispetto ad un qualsiasi consiglio del Cannibale -, letteralmente spazzato via dal punto di vista della presenza scenica da un Bryan Cranston sempre in spolvero nel ruolo di Cohaagen e dal duello che occupa buona parte del crescendo della storia tra Kate Beckinsale nel ruolo della fittizia moglie di Quaid e Jessica Biel, amante di Hauser.
Nella lotta tra le due donne - e tra le due realtà del protagonista - si intravedono un'idea davvero interessante ed un piglio coinvolgente da parte del regista, che con ogni probabilità si è divertito come un matto amplificando quella che, nella versione originale, era una sottotrama risolta come tale - seppur con ottimo stile -: l'ordine a tutti i costi - e la sete di controllo - di Lori contro l'improvvisazione di stampo distruttivo di Melina, il passato da agente segreto ed il presente da rivoluzionario, lo status quo e l'incertezza, una vita felice ed una completamente caotica, il Potere e la Resistenza.
Osservando meglio, pare quasi che tutta questa fantascienza fatta di viaggi attraverso la Terra, tecnologie avanzatissime e ricordi impiantati - reali o meno che siano - si risolva dietro a tensioni presenti nell'Uomo dall'alba dei tempi, e sempre molto più semplici, animali e dirette di quanto non possano apparire.
Da questo punto di vista, il confronto tra Hauser e Cohaagen - nello script non sempre ben delineato - appare come un pretesto per il protagonista di scegliere un aspetto altrettanto importante della sua vita: la compagna che ne definirà, in qualche modo, il futuro.
Se, poi, tutto questo lo porterà anche a salvare il mondo, sarà decisamente grasso che cola: in fondo alla Rekall vendono pacchetti che possano realizzare i nostri sogni proibiti.
E quale bambino - e non solo - non ha mai accarezzato l'idea di diventare un agente segreto sempre in lotta per la vita e per il mondo?
L'importante è che, al risveglio, al nostro fianco ci sia la donna giusta.


MrFord


"You're a heartbreaker
dream maker, a love taker
don't you mess around with me
you're a heartbreaker
dream maker, a love taker
don't you mess around, no no no."
Pat Benatar - "Heartbreaker" -



lunedì 3 settembre 2012

The tall man

Regia: Pascal Laugier
Origine: USA, Canada, Francia
Anno: 2012
Durata: 105'




La trama (con parole mie): a Cold Rock, sperduta cittadina ormai quasi fantasma, la triste leggenda del terribile "Tall man" incombe da tempo, seminando il terrore nei pochi abitanti rimasti ed attirando l'attenzione delle forze dell'ordine venute dalla grande città. 
L'oscuro individuo che alimenta il triste mito, infatti, sarebbe responsabile della scomparsa di numerosi bambini svaniti nel nulla e mai più ritrovati.
Julia Denning, infermiera locale vedova con un figlio, è una delle poche a considerare ancora Cold Rock un luogo con qualche speranza per il futuro: questo almeno fino a quando, una notte, il terrificante rapitore fa capolino nella sua vita prendendo con sè il suo bambino.
La donna, disperata, si lancerà sulle tracce del mostro portando alla luce segreti sempre più terribili che saranno destinati a sconvolgere la vita di tutti gli abitanti del paese.




E' sempre decisamente più piacevole essere sorpresi in positivo da un regista cui non si sarebbe dato un centesimo che in negativo da uno che, al contrario, aveva già ampiamente guadagnato la nostra fiducia: in questo senso, ricordo sempre i casi clamorosi di Aronofsky - che con The wrestler prima ed Il cigno nero poi passò dalle stalle alle stelle in casa Ford - e di Malick - da sempre uno dei miei punti di riferimento, completamente screditato da quell'immensa pippa di The tree of life -.
Pascal Laugier, pur se con le dovute proporzioni di talento, versava in una situazione simile a quella nella quale ristagnò per anni il buon Darren appena citato, considerata la stroncatura che riservai al suo Martyrs, partito ottimamente e clamorosamente affossato da una seconda parte dal sapore mistico che ancora oggi ricordo come una delle più ridicole ed inutili della storia recente dell'horror e non solo.
L'approccio per questo suo The tall man, dunque, non prevedeva grosse aspettative, considerata anche la stima di cui a livello attoriale gode la sua protagonista in casa Ford: Jessica Biel, infatti, dai tempi dell'agghiacciante Settimo cielo mi è sempre parsa tutto fumo e niente arrosto, incapace di affermarsi per il suo talento recitativo quanto per lo status di pezzo di carne in mostra in stile Megan Fox - ed approfitto per rinverdire l'annosa disputa tra me e il Cannibale rispetto agli orribili pollici di quest'ultima -.
Fortunatamente, invece, già a partire dalla sequenza d'apertura si nota un approccio decisamente meno gore e quasi nolaniano alla vicenda - il paragone con Insomnia è scattato immediatamente -, e la presenza del sempre ottimo Stephen McHattie ha subito costituito un valore aggiunto.
Come se non bastasse, il gusto quasi più thrilling che horror della pellicola, l'ambientazione clamorosamente di frontiera e la figura del Tall man che da titolo alla vicenda - oltre al gioco del flashforward in apertura sfruttato decisamente bene nello script - funzionano fin dal principio, quando l'intera vicenda assume la connotazione del più classico dei film di genere, e la protagonista si ritrova costretta ad affrontare il terrificante rapitore di bambini neanche ci trovassimo nel pieno di Alta tensione, titolo che lanciò Alexandre Aja a Hollywood sancendone, di fatto, la fine come talento - pur se grezzo - nell'ambito del Cinema d'orrore.
Ma è con il progressivo avvicinarsi al raccordo con l'opening che il gioco orchestrato da regia e sceneggiatura assume dimensioni decisamente più interessanti, andando a sorprendere l'audience in più di un'occasione, ribaltando il canovaccio e presentando allo spettatore un conto piuttosto salato di riflessioni per nulla scontate e banali sulle sparizioni dei bambini, la figura del Tall man, Julia e l'intera comunità di Cold Rock.
Certo, non staremo parlando del più clamoroso film della stagione, ma considerata la penuria di proposte decenti legate ad un pò di sano e viscerale terrore, questo ritorno di fiamma di Laugier - nonchè cambio di rotta rispetto alla sua opera precedente - risulta essere uno dei più interessanti degli ultimi mesi, ha tutte le carte in regola per sorprendere e soprattutto, una volta giunti al termine della visione, ha la qualità non indifferente di rimanere sospeso sulla coscienza dello spettatore, che trova in Julia un charachter nel quale immedesimarsi e dal quale allontanarsi senza sapere bene, una volta giunti alla risoluzione della vicenda, da che parte stare.
Senza dubbio, in una realtà di confine da brividi - anche senza alcun bisogno di "mostri" - come quella di comunità nello stile di Cold Rock, tutte le caratteristiche peggiori del genere umano tenderanno ad essere più visibili, così come più evidente risulterà la volontà di sopravvivere e lottare con le unghie e con i denti per proteggere chi amiamo.


MrFord


"Dress sexy at my funeral my good wife
for the first time in your life
oh Dress sexy at my funeral my good wife
wink at the minister
blow kisses to my grieving brothers."
Smog - "Dress sexy at my funeral" -


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