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martedì 28 marzo 2017

Elle (Paul Verhoeven, Francia/Germania/Belgio, 2016, 130')




Come più volte mi è capitato di scrivere, da buon appassionato cinefilo che si rispetti e si è "fatto da solo" ho attraversato un periodo fortemente autoriale durato parecchi anni, nel corso dei quali, classici a parte, mi dedicavo esclusivamente a visioni impegnate, senza alcuno svago, e più apparivano impegnate o benviste dalla critica "illustre", meglio era.
E' stato così anche con la Letteratura, o la Musica, del resto.
Approfondire il proprio rapporto con un mezzo artistico prevede spesso e volentieri una sbornia "alta" prima di tornare sulla Terra: in fondo, a meno che non abbiate discreti fondi, quando uscite a bere difficilmente vi sbronzate a suon di Zacapa o Lagavulin, quanto più probabilmente con l'ultimo dei cocktails d'asporto a buon mercato, per la legge secondo me legata a vita ed esperienza che è sempre meglio un bicchiere mezzo pieno che mezzo vuoto, e perchè quell'una - o poche - eccezioni danno un senso a tutte quelle che non lo sono, e viceversa.
O forse, semplicemente, è giusto che nel corso di una vita ci siano alti e bassi, che poi non è mai detto che la pancia sia necessariamente peggio del cervello - Swiss Army Man, e ho detto tutto -.
Dunque, quando è giunto sugli schermi del Saloon uno dei film più celebrati dalla comunità cinefila "alta" dell'anno appena trascorso - in realtà visione e post sono datati novembre duemilasedici -, ho sperato che si trattasse di uno di quei casi in cui l'opera in questione finisce per essere talmente grande da mettere d'accordo perfino questo vecchio cowboy e Cannibal come erano ai bei tempi, tanto per dire.
Purtroppo, Elle non rientra in quel ristrettissimo novero.
Dico purtroppo perchè non parliamo di un film spocchioso, o mal realizzato.
Perchè al timone c'è Paul Verhoeven, uno a cui io voglio parecchio bene.
Perchè a reggere le fila dovrebbe esserci un mostro sacro come Isabelle Huppert, forse il vero volto della delusione - troppo tronfia, sopra le righe, per essere brava come senza dubbio è -.
Eppure, non ho davvero trovato un senso, se non quello di piacere ad un certo tipo di pubblico o di critica, a questo film.
Non è un thriller, non è un'indagine approfondita su qualcosa che possa sconvolgere, non è una critica alla società "borghese", o forse è tutte queste cose messe insieme.
Eppure manca dell'ironia nera del primo Almodovar, della genialità di Bunuel, dell'allucinazione di Lynch.
Elle è un "vorrei ma non posso", è l'essere profondamente stronza della sua protagonista ed il sesso vissuto solo ed esclusivamente attraverso la violenza con "l'antagonista".
Ma, almeno qui al Saloon, non amiamo il fumo negli occhi e le discussioni da analisti.
Io voglio la pancia, "sentire" la pellicola, voglio avere il brivido di Eyes Wide Shut, non osservare o subire una provocazione che, a conti fatti, non mi provoca perchè trasmessa poco o nulla perfino da chi la porta sullo schermo.
E, volendo proprio fare le pulci, non ho trovato granchè scrittura e logica.
Nel corso delle ultime stagioni, ci sono stati film d'autore che ho odiato profondamente - su tutti, Kynodontas - ma che in maniera oggettiva ho sempre considerato straordinari.
Elle, come scrivevo poco sopra, non fa parte del novero.
E non riesce neppure a rientrare nella categoria dei pipponi che fanno incazzare.
E' come una brutta scopata.
Quelle che servono per dare senso a quelle belle.
Ed in questo, quantomeno ha la sua utilità, come un cocktail d'asporto economico per una sbronza.
Curioso che sia un risultato agli antipodi rispetto a quella che doveva essere la volontà dei suoi autori.




MrFord




 

venerdì 12 ottobre 2012

Atto di forza

Regia: Len Wiseman
Origine: USA/Canada
Anno: 2012
Durata: 118'




La trama (con parole mie): in un prossimo futuro, la Terra devastata dalle guerre atomiche affronta i problemi di sovrappopolazione grazie ad una complessa struttura a livelli che mantiene attivo il collegamento tra l'ex Europa - ora Britannia - e l'Australia - denominata Colonia -.
Douglas Quaid, un operaio sposato ed apparentemente felice, comincia ad essere turbato da incubi che lo vedono battersi per la salvezza sua, del mondo e di una donna misteriosa, e decide di rivolgersi alla Rekall - agenzia che fornisce ricordi fasulli - per cercare di distrarsi dai suoi sonni agitati.
Ma proprio quando l'intervento sulla sua mente sta per iniziare, la polizia irrompe nell'agenzia ed inizia una vera e propria caccia all'uomo che vede protagonista proprio Quaid, ex agente segreto passato alla Resistenza catturato poche settimane prima e riprogrammato secondo i dettami di Cohaagen, bieco politico intento ad organizzare un'invasione robotica della Colonia.
Riuscirà Quaid/Hauser a sopravvivere e salvare la Terra? E soprattutto, sarà vero quello che sta accadendo, o frutto dell'operato della Rekall?





E' sempre una faccenda tosta, per un regista, confrontarsi con un cult del passato.
L'ispirazione rispetto ad alcuni titoli che hanno fatto la storia di uno o più generi comporta sempre il rischio di scomodi paragoni, che aumenta esponenzialmente in caso di remake.
Tendenzialmente, non sono troppo favorevole all'idea dei rifacimenti di pellicole che hanno segnato la mia vita di spettatore - provate a pensare a cosa significherebbe assistere ad operazioni di questo tipo rispetto a titoli quali Arancia meccanica, I guerrieri della notte o Pulp fiction, giusto per citare alcuni cult inossidabili di intere generazioni -, e confesso che quando venni a sapere dell'intenzione di produrre una nuova versione del mitico Atto di forza fui più che scettico a riguardo.
E devo ammettere che, passati i primi dieci minuti, l'impressione che si stesse preparando una vera e propria tempesta di bottigliate cominciava ad assumere le proporzioni di una certezza: niente Marte, atmosfere cupe in stile Blade runner, un taglio da dark sci-fi lontano dai colori sparati e dal look decisamente fumettoso dell'opera di Verhoeven. 
E soprattutto, ironia zero.
Quello che era, dunque, uno dei punti di forza maggiori del film originale, si ritrovava sostituito da una componente riflessiva o pseudo tale da non lasciar presagire proprio nulla di buono per Colin Farrell e soci, intenti a concentrarsi sulla parte più politica ed action di un film che pareva già prendersi troppo sul serio. 
Fortunatamente, due fattori sono intervenuti salvando in corner tutta la baracca neanche fossero uno degli Schwarzy dei tempi migliori: l'idea che guardare questo Atto di forza come fosse l'originale - o comunque pensando a Verhoeven e al suo lavoro - non avrebbe giovato ed il mestiere sicuramente notevole del giovane Len Wiseman, che non aveva sfigurato neppure nel confronto con un altro mito di un paio di decenni fa portando sugli schermi l'ultimo e discreto Die hard: vivere o morire.
Così, osservando le peripezie di Quaid/Hauser in un mondo oscuro e ribollente, grigio ed opaco - per certi versi, le ambientazioni mi hanno riportato alla mente anche l'ottimo I figli degli uomini - e facendomi trascinare dalla spirale di violenza e scontri a fuoco in grado di ricordare più i Bourne e Minority report che non l'estetica kitsch ed una satira sociale spiccata di fondo, devo ammettere di essermi goduto anche questo film nonostante l'insolito piattume del protagonista - Farrell pare coinvolto nell'operazione più o meno quanto il sottoscritto rispetto ad un qualsiasi consiglio del Cannibale -, letteralmente spazzato via dal punto di vista della presenza scenica da un Bryan Cranston sempre in spolvero nel ruolo di Cohaagen e dal duello che occupa buona parte del crescendo della storia tra Kate Beckinsale nel ruolo della fittizia moglie di Quaid e Jessica Biel, amante di Hauser.
Nella lotta tra le due donne - e tra le due realtà del protagonista - si intravedono un'idea davvero interessante ed un piglio coinvolgente da parte del regista, che con ogni probabilità si è divertito come un matto amplificando quella che, nella versione originale, era una sottotrama risolta come tale - seppur con ottimo stile -: l'ordine a tutti i costi - e la sete di controllo - di Lori contro l'improvvisazione di stampo distruttivo di Melina, il passato da agente segreto ed il presente da rivoluzionario, lo status quo e l'incertezza, una vita felice ed una completamente caotica, il Potere e la Resistenza.
Osservando meglio, pare quasi che tutta questa fantascienza fatta di viaggi attraverso la Terra, tecnologie avanzatissime e ricordi impiantati - reali o meno che siano - si risolva dietro a tensioni presenti nell'Uomo dall'alba dei tempi, e sempre molto più semplici, animali e dirette di quanto non possano apparire.
Da questo punto di vista, il confronto tra Hauser e Cohaagen - nello script non sempre ben delineato - appare come un pretesto per il protagonista di scegliere un aspetto altrettanto importante della sua vita: la compagna che ne definirà, in qualche modo, il futuro.
Se, poi, tutto questo lo porterà anche a salvare il mondo, sarà decisamente grasso che cola: in fondo alla Rekall vendono pacchetti che possano realizzare i nostri sogni proibiti.
E quale bambino - e non solo - non ha mai accarezzato l'idea di diventare un agente segreto sempre in lotta per la vita e per il mondo?
L'importante è che, al risveglio, al nostro fianco ci sia la donna giusta.


MrFord


"You're a heartbreaker
dream maker, a love taker
don't you mess around with me
you're a heartbreaker
dream maker, a love taker
don't you mess around, no no no."
Pat Benatar - "Heartbreaker" -



domenica 12 agosto 2012

Robocop

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1987
Durata: 102'




La trama (con parole mie): in una Detroit del prossimo futuro messa all'angolo dalla violenza, Alex Murphy, poliziotto di belle speranze, è assegnato ad uno dei distretti più difficili e con la più alta mortalità tra gli agenti. Inseguendo la banda di rapinatori del ricercato Clarence Boddicker viene mortalmente ferito, divenendo di fatto il candidato ideale per il progetto che vede la realizzazione del primo poliziotto cyborg della città.
Murphy rinasce dunque come Robocop, paladino della giustizia che i vertici dell'organismo che sta dietro la polizia pensano manovrabile come un giocattolo, ma che in realtà, nei recessi della mente riprogrammata, cela ancora il carattere e l'anima dell'agente che con la sua morte ha reso possibile l'intero esperimento: è l'inizio di una nuova presa di coscienza che porterà l'Uomo a prevalere sulla Macchina mettendo in scacco gli elementi più corrotti della dirigenza delle forze dell'ordine e trovando anche il tempo di vendicarsi degli stessi rapinatori che gli portarono via la vita a suon di pallottole.



Finalmente, dopo Atto di forza e Starship troopers, giungo a quello che è, senza ombra di dubbio, il mio cult definitivo tra quelli firmati Paul Verhoeven.
Tra i film della mia infanzia, legati indissolubilmente alla golden age che furono gli eighties, Robocop conserva praticamente di diritto un posto nella decina dei miei preferiti: visto in un'epoca in cui non era poi un dramma se un ragazzetto smilzo di dieci o undici anni vedeva un film così forte per contenuti se accompagnato dalle dovute spiegazioni dei genitori - rivisto poi un milione di volte, da solo prima, con mio fratello poi -, il primo ricordo che ho di questa perla indiscutibile firmata dal regista olandese è lo sconvolgimento provato di fronte alla sequenza del vero e proprio massacro di Murphy per mano della banda di Clarence Boddicker.
Non fu tanto l'utilizzo di effetti al limite del gore - e dalle rimembranze cronenberghiane, come l'intera pellicola, del resto -, però, a lasciarmi a bocca aperta, quanto l'inclinazione violenta e priva di ogni pietà dei rapinatori, dalla mano fatta saltare all'esecuzione conclusiva: mai mi era capitato - e raramente l'episodio si è ripetuto in seguito - di trovare villains così spaventosi proprio perchè figli della realtà, senza alcuna maschera o aspetto deforme, o mostruoso. 
Una sensazione che vissi soltanto un paio d'anni dopo con il Bob di Twin Peaks, anima nera, peraltro,del Leland Palmer interpretato dallo stesso Ray Wise che qui gioca il ruolo di uno dei guardaspalle di Boddicker.
Come se non bastasse, le strepitose sequenze dell'operazione volta a salvare la vita a Murphy e la successiva, giocata tutta attraverso la soggettiva del poliziotto in procinto di diventare Robocop mi parvero allora - ed in parte lo sono ancora oggi - tremendamente all'avanguardia e rivoluzionarie, momenti impossibili da dimenticare della pellicola firmata Verhoeven in cui il regista riesce al meglio ad equilibrare dramma, satira sociale ed azione: le prime imprese di Robocop sono uno splendido esempio dell'ironia del regista - il tentato stupro con la pistolettata nelle palle a distanza era un momento di grande esaltazione, ai tempi -, in grado parallelamente di costruire una storia tutta giocata sulla corruzione del potere e del denaro - Dick Jones e Bob Morton sono due personaggi che non avrebbero sfigurato in un qualsiasi estremo Wall Street - senza dimenticare tutto il brivido dell'azione sfrenata - il conflitto a fuoco nell'acciaieria è da antologia, quasi un duello western riportato alla dimensione della sci-fi urbana - ed una riflessione per nulla banale sul confronto Uomo/Macchina da fare invidia a pellicole come Existenz o Terminator.
La battaglia di Murphy per riacquisire l'umanità sepolta nelle profondità della psiche dalla trasformazione in Robocop e la sua conseguente presa di coscienza - culminata in un finale che di nuovo strizza l'occhio alla Frontiera e ad una delle battute migliori del decennio - ancora oggi paiono concrete e profonde, seppur filtrate attraverso un sorriso sardonico del vecchio Paul, che non dimentica di inserire un elemento pacchiano e tamarro per l'aggancio del protagonista ai suoi ricordi come l'acrobatico rinfoderare della pistola: un pò come i reiterati messaggi pubblicitari - uno più agghiacciante dell'altro - che verranno poi utilizzati anche nei due cult citati in apertura di post.
Un film che è una miniera di scene memorabili è che a distanza di venticinque anni non ha perso nulla del suo fascino, che lo si approcci in modo "serio" e riflessivo o alla ricerca della tamarrata action per rinvigorire qualche serata tra amici troppo spenta: atmosfere strepitose, cast perfetto, un ritmo che non perde un colpo e la capacità di trovare punti di contatto con le più disparate tipologie di pubblico.
Se fosse vivo, ad un titolo come questo, una volta terminata la visione, non resterebbe da dire altro se non: "Spari bene, figliolo. Come ti chiami?"
E lui, inarcando le labbra tra un sorriso ed una smorfia - neanche fosse il regista -, affermerebbe deciso: "Murphy".
E ad uno così ti sentiresti di affidare tutto.


MrFord


"Cause I don't want no Robocop
you moving like a Robocop
when did you become a Robocop
now I don't need no Robocop."
Kanye West - "Robocop" -


martedì 31 luglio 2012

Starship troopers

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1997
Durata: 129'




La trama (con parole mie): Johnny Rico, la sua ragazza Carmen Ibanez e l'inseparabile amico Carl Jenkins sono all'ultimo anno di liceo in una Buenos Aires di un futuro in cui l'uomo vive in un mondo dall'impronta militaresca in cui i Cittadini - ex militari - hanno possibilità ben maggiori rispetto ai Civili. Un mondo in cui gli abitanti della Terra sono in guerra con insettoidi figli di un sistema dall'altra parte della galassia, che i vertici dell'esercito vorrebbero liberato dai suoi occupanti per la sicurezza del nostro pianeta.
Quando Carmen e Carl, terminati gli studi, corrono a farsi reclutare - la prima come pilota, il secondo come genio dell'intelligence - per Rico pare non esserci altra scelta che la Fanteria, vera e propria carne da macello pronta a disinfestare gli angoli più remoti popolati dagli bellicosi aracnidi.




Ero ancora al liceo quando un mio vecchio amico dalle preferenze politiche ben definite - diciamo molto a destra della destra - con il quale condividevo le disavventure dell'ultima fila in classe nonchè dei personaggi scomodi di un gruppo fin troppo collaudato, la musica e le uscite il sabato sera, venne da me esaltatissimo per un film che aveva visto quasi per caso e che l'aveva conquistato nel profondo.
Il titolo in questione era, per l'appunto, Starship troopers: ricordo che la prima visione mi divertì non poco, e per parecchio tempo continuai a rivederlo come una sorta di enorme giocattolone dal gusto un pò kitsch ovviamente privo di quell'aura quasi mitica ed esaltante che il suddetto amico continuava ad attribuirgli.
Vennero poi gli anni in cui mi rifugiai nel Cinema d'autore come il peggiore dei radical chic, e capitò che, guardando un'intervista a Jodorowsky tra i contenuti extra di un dvd, scoprii che uno dei film preferiti del regista cileno era proprio Starship troopers, che lo stesso reputava geniale per l'ironia con la quale approcciava i concetti alla base del fascismo - che lui, come i nostri nonni qui in Italia, deve aver conosciuto e sperimentato sulla pelle -: tornai così a rispolverare quello che avevo catalogato come una tamarrata sci-fi e a distanza di anni decisi di osservarlo con occhi diversi, rimanendo stupefatto per il piglio che Verhoeven aveva cercato di attribuire alla sua creatura, un pò come era accaduto per Atto di forza o Robocop - agghiacciante la pubblicità della Federazione con i soldati che regalano i proiettili ai bambini nel parco, peraltro clamorosamente attuale -.
Tra i tre titoli, sicuramente Starship troopers è il più debole: velenoso ed intelligentissimo eppure incapace di uscire dalla sua cornice di film action per assestarsi come una critica al militarismo ed alle credenze di "onore e gloria" tipiche delle dittature - anche democratiche - di stampo militaresco.
Un vero peccato, perchè le vicende di Rico e compagni, se scritte e girate in totale libertà dal regista olandese - forse pressato dalla produzione - avrebbero potuto assumere le fattezze di una gigantesca burla in barba agli errori dei governi del secolo scorso e a quelli ben più recenti degli Stati Uniti targati Bush Senior e Junior ben più pesante di quelle mosse da Michael Moore ed affini.
D'altro canto, il lavoro di Verhoeven potrebbe nascondere più di un trabocchetto, dato che lo spettatore, inevitabilmente, finisce per fraternizzare e solidarizzare con Rico e compagni - e stiamo parlando della Fanteria, ovvero i manovali di un esercito che pare sempre insolitamente lontano dalla battaglia e dalla lotta quando si tratta dei suoi vertici - e buttarsi al loro fianco sperando in una vittoria contro gli aggressivi aracnidi che, a loro modo, paiono figli di una società in qualche modo simile a quella terrestre, in cui un'elite viscida e cervellotica manda a morire migliaia di ragazzi "partiti per un ideale, una truffa, un amore finito male", per dirla come De Andrè.
Ottimo, in questo senso, l'utilizzo dei personaggi di Carmen e Dizzy, che incarnano le due nature - o le due politiche? - pronte a battersi per il cuore - o i servigi? - di un combattente nato come Rico.
Interessante anche il cast, caratterizzato da volti discretamente noti del grande e piccolo schermo, dai caratteristi storici Michael Ironside e Clancy Brown - il Kurgen di Highlander, per intenderci - a Denise Richards - che tutti gli adolescenti anni novanta ricorderanno come star di Sex crimes -, passando da attori sconosciuti eppure familiari a tutti gli appassionati di serie tv come Dina Meyer e Neil Patrick Harris, o figli d'arte come Jake Busey, figlio del mitico Gary di Un mercoledì da leoni e Point break.
Senza dubbio, e nonostante un risultato certamente non perfetto, dunque, un cult tutto anni novanta da recuperare per gli appassionati del genere e non solo, che potrebbe riservare sorprese soprattutto nell'ambito delle riflessioni politiche e sociali anche ora, nel pieno degli anni della guerra al terrore e delle morti di tanti ragazzi partiti - e torna di nuovo alla mente il Fabrizio nazionale - come Piero, quelli che "per morire di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio".
Quelli come Rico, Dizzy ed Ace.
Quelli che lottano, come noi, perchè credono che è così che debba andare, e finiscono per morire in onore di qualche cervellone floscio che non vuole alzare il culo dalla sua poltrona.
In questo, Umani e Insetti non paiono poi così diversi.


MrFord


"Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto.
Dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male.
Hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere."
Fabrizio De Andrè - "La collina" -


 

domenica 3 giugno 2012

Atto di forza

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1990
Durata: 113'



La trama (con parole mie): Douglas Quaid, felicemente sposato, con un buon lavoro ed una vita assolutamente ordinaria e tranquilla, è perseguitato da sogni che lo portano su Marte, accanto ad una donna che non ha mai visto prima, in lotta per la causa dei ribelli che vorrebbero la caduta di Cohaagen, l'uomo al potere sul Pianeta Rosso.
Nonostante la moglie non approvi, Quaid si rivolge alla Rekall, un'azienda che permette di impiantarsi ricordi di vite mai vissute come fossero propri, in modo da poter pensare di essere stato almeno una volta fuori dalla Terra: l'operazione risulterà più complicata del previsto, e rivelerà ai tecnici che non soltanto Douglas è già stato nei luoghi che sogna ogni notte, ma che la sua mente è stata manipolata.
Il suo vero nome è infatti Hauser, ed è un agente segreto divenuto il fulcro della lotta della Resistenza marziana.




Doveva essere ancora il pieno degli anni novanta, quando vidi per l'ultima volta Atto di forza, uno dei cult assoluti della mia pre-adolescenza: ricordo quando mio padre mi portò in sala, la prima visione in tv, la videocassetta, le decine di volte in cui, con mio fratello, la inserimmo nel videoregistratore portandolo allo sfinimento.
Gli effetti speciali, l'idea di un futuro lontano ma non troppo e dei viaggi spaziali, lo stile sporco da fumetto di serie b ed una storia coinvolgente rendevano la pellicola firmata Verhoeven assolutamente unica nel suo genere, ed una garanzia dell'allora casa Ford - in fondo, lo stesso regista aveva firmato uno dei cult totali dei miei anni ottanta, Robocop -: in realtà ai tempi ignoravo che la sceneggiatura fosse tratta da un racconto di Philip Dick, praticamente lo Shakespeare della fantascienza cinematografica, l'autore in grado di garantire un successo anche a cineasti non particolarmente clamorosi come, di fatto, Verhoeven.
Rivedere Atto di forza ora, nel pieno del nuovo millennio che si prepara a sfornarne il remake - previsto per fine anno, con Colin Farrell come protagonista - è stato come visitare una sorta di capsula del tempo, riuscendo comunque ad assaporare il gusto vintage di una pellicola volutamente tamarra e sopra le righe - la dice lunga la scelta di Schwarzenegger come protagonista, espressivo come un paracarro - incentrata solo a livello di ossatura sulle riflessioni indotte dal lavoro di Dick, e concentrata in primo luogo sugli effetti - prodigiosi, per i tempi - e l'atmosfera pienamente debitrice di tutta la fantascienza degli anni settanta.
Il risultato è stato un gradevolissimo ritorno al passato per una pellicola decisamente sottovalutata dalla critica illustre eppure ancora oggi funzionale, divertente ed ottimamente realizzata, che fu un vero e proprio successo al botteghino e segnò ben più di una generazione di spettatori, non necessariamente legati ad un genere fisiologicamente nerd come la sci-fi: azione e adrenalina a partire, dunque, da un punto di vista quasi filosofico - come per ogni lavoro di Dick - e lo stesso reso base per quello che, senza un punto di partenza valido, sarebbe stato l'ennesimo Demolition Man portato sugli schermi da uno dei protagonisti del decennio appena lasciato alle spalle in modo da convincere il pubblico - e se stesso - di non stare per nulla invecchiando.
Il tutto senza dimenticare una buona dose di ironia - il beffardo finale, le deformazioni legate sempre agli effetti e al trucco - che conferma uno spirito decisamente leggero sfruttato per muovere l'intera opera, coinvolgente quanto un action "duro e puro" ed interessante come ogni buona pellicola di fantascienza dovrebbe essere, spinta da pensieri legati a confini varcati e nuovi mondi: in questo senso torna di nuovo utile Dick - e ci mancherebbe altro -, con le sue trame di ribellione rispetto ad un sistema solo apparentemente funzionale e pacifico nonchè intrecciate all'uso e al controllo della mente, come si era già visto nell'immortale Blade Runner e si vedrà nell'altrettanto interessante A scanner darkly.
I mutanti marziani, inoltre, omaggio al gusto freak che ha un sapore quasi vittoriano, rendono la trasferta del risvegliato Hauser sul Pianeta Rosso ancora più interessante, fornendo una base non indifferente per quella che sarà una delle pellicole meno incensate - erroneamente - di John Carpenter, Fantasmi da Marte.
Si aggiungano al cocktail scene cult a profusione - lo scheletro sullo schermo del metal detector, la lotta tra la una giovanissima Sharon Stone e la compagna di Hauser interpretata da Rachel Ticotin, la sequenza conclusiva -, un cast di caratteristi noti a tutti gli appassionati del Cinema trash - ma non solo - del periodo - Michael Ironside, Ronny Cox, Marshall Bell - ed una sorta di insicurezza di fondo che lo script ed il regista paiono voler istillare nello spettatore ed avrete un prodotto perfetto per una serata amarcord, una a neuroni spenti ed una, al contrario, che rispolveri la voglia di confrontarsi con i massimi sistemi.
In fondo, cosa credete possa significare, questo viaggio all'ultimo sangue, oltre che all'ultima frontiera?
Quaid è davvero Hauser, e viceversa? Marte è un sogno avventuroso o una violenta realtà?
Dove finiscono i nostri desideri, ed inizia una vita che spesso e volentieri chiede un tributo pesante per essere vissuta?
Domande inaspettate e decisamente profonde per un film senza alcuna pretesa, eccetto lo stupore.
Miracoli di Verhoeven? Difficile, ma non impossibile.
Di Philip Dick? Molto più probabile, anche quando, come in questo caso, non sono richiesti a gran voce dagli autori.
Di Schwarzy? Questa sì, che è fantascienza.
Eppure siamo qui, a più di vent'anni di distanza, a meravigliarci ancora.


MrFord


"I'm gonna send him to outa space, to find another race
I'm gonna send him to outa space, to find another race
I'm gonna send him to outa space, to find another race
I’ll take your brain to another dimension
I’ll take your brain to another dimension
I’ll take your brain to another dimension
pay close attention."
The Prodigy - "Out of space" -


 
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