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domenica 12 agosto 2012

Robocop

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1987
Durata: 102'




La trama (con parole mie): in una Detroit del prossimo futuro messa all'angolo dalla violenza, Alex Murphy, poliziotto di belle speranze, è assegnato ad uno dei distretti più difficili e con la più alta mortalità tra gli agenti. Inseguendo la banda di rapinatori del ricercato Clarence Boddicker viene mortalmente ferito, divenendo di fatto il candidato ideale per il progetto che vede la realizzazione del primo poliziotto cyborg della città.
Murphy rinasce dunque come Robocop, paladino della giustizia che i vertici dell'organismo che sta dietro la polizia pensano manovrabile come un giocattolo, ma che in realtà, nei recessi della mente riprogrammata, cela ancora il carattere e l'anima dell'agente che con la sua morte ha reso possibile l'intero esperimento: è l'inizio di una nuova presa di coscienza che porterà l'Uomo a prevalere sulla Macchina mettendo in scacco gli elementi più corrotti della dirigenza delle forze dell'ordine e trovando anche il tempo di vendicarsi degli stessi rapinatori che gli portarono via la vita a suon di pallottole.



Finalmente, dopo Atto di forza e Starship troopers, giungo a quello che è, senza ombra di dubbio, il mio cult definitivo tra quelli firmati Paul Verhoeven.
Tra i film della mia infanzia, legati indissolubilmente alla golden age che furono gli eighties, Robocop conserva praticamente di diritto un posto nella decina dei miei preferiti: visto in un'epoca in cui non era poi un dramma se un ragazzetto smilzo di dieci o undici anni vedeva un film così forte per contenuti se accompagnato dalle dovute spiegazioni dei genitori - rivisto poi un milione di volte, da solo prima, con mio fratello poi -, il primo ricordo che ho di questa perla indiscutibile firmata dal regista olandese è lo sconvolgimento provato di fronte alla sequenza del vero e proprio massacro di Murphy per mano della banda di Clarence Boddicker.
Non fu tanto l'utilizzo di effetti al limite del gore - e dalle rimembranze cronenberghiane, come l'intera pellicola, del resto -, però, a lasciarmi a bocca aperta, quanto l'inclinazione violenta e priva di ogni pietà dei rapinatori, dalla mano fatta saltare all'esecuzione conclusiva: mai mi era capitato - e raramente l'episodio si è ripetuto in seguito - di trovare villains così spaventosi proprio perchè figli della realtà, senza alcuna maschera o aspetto deforme, o mostruoso. 
Una sensazione che vissi soltanto un paio d'anni dopo con il Bob di Twin Peaks, anima nera, peraltro,del Leland Palmer interpretato dallo stesso Ray Wise che qui gioca il ruolo di uno dei guardaspalle di Boddicker.
Come se non bastasse, le strepitose sequenze dell'operazione volta a salvare la vita a Murphy e la successiva, giocata tutta attraverso la soggettiva del poliziotto in procinto di diventare Robocop mi parvero allora - ed in parte lo sono ancora oggi - tremendamente all'avanguardia e rivoluzionarie, momenti impossibili da dimenticare della pellicola firmata Verhoeven in cui il regista riesce al meglio ad equilibrare dramma, satira sociale ed azione: le prime imprese di Robocop sono uno splendido esempio dell'ironia del regista - il tentato stupro con la pistolettata nelle palle a distanza era un momento di grande esaltazione, ai tempi -, in grado parallelamente di costruire una storia tutta giocata sulla corruzione del potere e del denaro - Dick Jones e Bob Morton sono due personaggi che non avrebbero sfigurato in un qualsiasi estremo Wall Street - senza dimenticare tutto il brivido dell'azione sfrenata - il conflitto a fuoco nell'acciaieria è da antologia, quasi un duello western riportato alla dimensione della sci-fi urbana - ed una riflessione per nulla banale sul confronto Uomo/Macchina da fare invidia a pellicole come Existenz o Terminator.
La battaglia di Murphy per riacquisire l'umanità sepolta nelle profondità della psiche dalla trasformazione in Robocop e la sua conseguente presa di coscienza - culminata in un finale che di nuovo strizza l'occhio alla Frontiera e ad una delle battute migliori del decennio - ancora oggi paiono concrete e profonde, seppur filtrate attraverso un sorriso sardonico del vecchio Paul, che non dimentica di inserire un elemento pacchiano e tamarro per l'aggancio del protagonista ai suoi ricordi come l'acrobatico rinfoderare della pistola: un pò come i reiterati messaggi pubblicitari - uno più agghiacciante dell'altro - che verranno poi utilizzati anche nei due cult citati in apertura di post.
Un film che è una miniera di scene memorabili è che a distanza di venticinque anni non ha perso nulla del suo fascino, che lo si approcci in modo "serio" e riflessivo o alla ricerca della tamarrata action per rinvigorire qualche serata tra amici troppo spenta: atmosfere strepitose, cast perfetto, un ritmo che non perde un colpo e la capacità di trovare punti di contatto con le più disparate tipologie di pubblico.
Se fosse vivo, ad un titolo come questo, una volta terminata la visione, non resterebbe da dire altro se non: "Spari bene, figliolo. Come ti chiami?"
E lui, inarcando le labbra tra un sorriso ed una smorfia - neanche fosse il regista -, affermerebbe deciso: "Murphy".
E ad uno così ti sentiresti di affidare tutto.


MrFord


"Cause I don't want no Robocop
you moving like a Robocop
when did you become a Robocop
now I don't need no Robocop."
Kanye West - "Robocop" -


domenica 3 giugno 2012

Atto di forza

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1990
Durata: 113'



La trama (con parole mie): Douglas Quaid, felicemente sposato, con un buon lavoro ed una vita assolutamente ordinaria e tranquilla, è perseguitato da sogni che lo portano su Marte, accanto ad una donna che non ha mai visto prima, in lotta per la causa dei ribelli che vorrebbero la caduta di Cohaagen, l'uomo al potere sul Pianeta Rosso.
Nonostante la moglie non approvi, Quaid si rivolge alla Rekall, un'azienda che permette di impiantarsi ricordi di vite mai vissute come fossero propri, in modo da poter pensare di essere stato almeno una volta fuori dalla Terra: l'operazione risulterà più complicata del previsto, e rivelerà ai tecnici che non soltanto Douglas è già stato nei luoghi che sogna ogni notte, ma che la sua mente è stata manipolata.
Il suo vero nome è infatti Hauser, ed è un agente segreto divenuto il fulcro della lotta della Resistenza marziana.




Doveva essere ancora il pieno degli anni novanta, quando vidi per l'ultima volta Atto di forza, uno dei cult assoluti della mia pre-adolescenza: ricordo quando mio padre mi portò in sala, la prima visione in tv, la videocassetta, le decine di volte in cui, con mio fratello, la inserimmo nel videoregistratore portandolo allo sfinimento.
Gli effetti speciali, l'idea di un futuro lontano ma non troppo e dei viaggi spaziali, lo stile sporco da fumetto di serie b ed una storia coinvolgente rendevano la pellicola firmata Verhoeven assolutamente unica nel suo genere, ed una garanzia dell'allora casa Ford - in fondo, lo stesso regista aveva firmato uno dei cult totali dei miei anni ottanta, Robocop -: in realtà ai tempi ignoravo che la sceneggiatura fosse tratta da un racconto di Philip Dick, praticamente lo Shakespeare della fantascienza cinematografica, l'autore in grado di garantire un successo anche a cineasti non particolarmente clamorosi come, di fatto, Verhoeven.
Rivedere Atto di forza ora, nel pieno del nuovo millennio che si prepara a sfornarne il remake - previsto per fine anno, con Colin Farrell come protagonista - è stato come visitare una sorta di capsula del tempo, riuscendo comunque ad assaporare il gusto vintage di una pellicola volutamente tamarra e sopra le righe - la dice lunga la scelta di Schwarzenegger come protagonista, espressivo come un paracarro - incentrata solo a livello di ossatura sulle riflessioni indotte dal lavoro di Dick, e concentrata in primo luogo sugli effetti - prodigiosi, per i tempi - e l'atmosfera pienamente debitrice di tutta la fantascienza degli anni settanta.
Il risultato è stato un gradevolissimo ritorno al passato per una pellicola decisamente sottovalutata dalla critica illustre eppure ancora oggi funzionale, divertente ed ottimamente realizzata, che fu un vero e proprio successo al botteghino e segnò ben più di una generazione di spettatori, non necessariamente legati ad un genere fisiologicamente nerd come la sci-fi: azione e adrenalina a partire, dunque, da un punto di vista quasi filosofico - come per ogni lavoro di Dick - e lo stesso reso base per quello che, senza un punto di partenza valido, sarebbe stato l'ennesimo Demolition Man portato sugli schermi da uno dei protagonisti del decennio appena lasciato alle spalle in modo da convincere il pubblico - e se stesso - di non stare per nulla invecchiando.
Il tutto senza dimenticare una buona dose di ironia - il beffardo finale, le deformazioni legate sempre agli effetti e al trucco - che conferma uno spirito decisamente leggero sfruttato per muovere l'intera opera, coinvolgente quanto un action "duro e puro" ed interessante come ogni buona pellicola di fantascienza dovrebbe essere, spinta da pensieri legati a confini varcati e nuovi mondi: in questo senso torna di nuovo utile Dick - e ci mancherebbe altro -, con le sue trame di ribellione rispetto ad un sistema solo apparentemente funzionale e pacifico nonchè intrecciate all'uso e al controllo della mente, come si era già visto nell'immortale Blade Runner e si vedrà nell'altrettanto interessante A scanner darkly.
I mutanti marziani, inoltre, omaggio al gusto freak che ha un sapore quasi vittoriano, rendono la trasferta del risvegliato Hauser sul Pianeta Rosso ancora più interessante, fornendo una base non indifferente per quella che sarà una delle pellicole meno incensate - erroneamente - di John Carpenter, Fantasmi da Marte.
Si aggiungano al cocktail scene cult a profusione - lo scheletro sullo schermo del metal detector, la lotta tra la una giovanissima Sharon Stone e la compagna di Hauser interpretata da Rachel Ticotin, la sequenza conclusiva -, un cast di caratteristi noti a tutti gli appassionati del Cinema trash - ma non solo - del periodo - Michael Ironside, Ronny Cox, Marshall Bell - ed una sorta di insicurezza di fondo che lo script ed il regista paiono voler istillare nello spettatore ed avrete un prodotto perfetto per una serata amarcord, una a neuroni spenti ed una, al contrario, che rispolveri la voglia di confrontarsi con i massimi sistemi.
In fondo, cosa credete possa significare, questo viaggio all'ultimo sangue, oltre che all'ultima frontiera?
Quaid è davvero Hauser, e viceversa? Marte è un sogno avventuroso o una violenta realtà?
Dove finiscono i nostri desideri, ed inizia una vita che spesso e volentieri chiede un tributo pesante per essere vissuta?
Domande inaspettate e decisamente profonde per un film senza alcuna pretesa, eccetto lo stupore.
Miracoli di Verhoeven? Difficile, ma non impossibile.
Di Philip Dick? Molto più probabile, anche quando, come in questo caso, non sono richiesti a gran voce dagli autori.
Di Schwarzy? Questa sì, che è fantascienza.
Eppure siamo qui, a più di vent'anni di distanza, a meravigliarci ancora.


MrFord


"I'm gonna send him to outa space, to find another race
I'm gonna send him to outa space, to find another race
I'm gonna send him to outa space, to find another race
I’ll take your brain to another dimension
I’ll take your brain to another dimension
I’ll take your brain to another dimension
pay close attention."
The Prodigy - "Out of space" -


 
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