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lunedì 12 novembre 2018

White Russian's Bulletin

 


Per la prima volta nelle ultime settimane - e forse mesi - non solo sono incappato in una settimana di visioni più consistente di quanto non fossi abituato a sostenere, ma anche e fortunatamente di sole visioni soddisfacenti: che si parli di serie tv o di lungometraggi destinati alla sala o alla sempre più importante realtà di Netflix, infatti, non ho memoria di sette giorni così interessanti almeno dalla scorsa primavera. Speriamo sia un segno positivo per la corsa fino alle classifiche di fine anno.

MrFord


HILL HOUSE (Netflix, USA, 2018)

 Hill House Poster
 
Il mio rapporto con Mike Flanagan è da sempre stato discontinuo, avendolo molto apprezzato in alcune pellicole e clamorosamente detestato in altre: giunta sugli schermi di casa Ford grazie al tam tam della rete, Hill House aveva un bel banco di prova da superare per poter essere apprezzata, e nonostante i tempi dilatati dei primi due episodi devo ammettere che l'ha fatto e a pieni voti.
Regia elegante e molto tecnica, stupendi passaggi temporali in termini di script, spaventi ben gestiti ed un sottotesto importante per chiunque "senta" la vita ed abbia trascorsi emotivi importanti con Famiglia e fratellanza.
Un plauso allo stupendo episodio cinque, La donna dal collo storto, che riprende un concetto espresso in modo ancora più spaventoso nel meraviglioso cult "nascosto" Lake Mungo di qualche anno fa, e che accanto all'epilogo giustamente molto emotivo rendono Hill House uno dei titoli più interessanti che il piccolo schermo abbia offerto in questo duemiladiciotto.


 


BLACKkKLANSMAN (Spike Lee, USA, 2018, 135')

 BlacKkKlansman Poster

Ho sempre pensato che, quasi fosse un controsenso, i migliori lavori di Spike Lee fossero i suoi film più "da bianco", quelli in cui riusciva ad abbandonare la grande rabbia per le ingiustizie perpetrate nel nome del razzismo negli States per veicolarla in energia pura toccando, paradossalmente, gli stessi temi: parlo de La 25ma ora e Summer of Sam, senza comunque dimenticare quello che per me resta uno dei film di genere più belli degli ultimi venti o trent'anni, Inside man.
E proprio quando l'idea che mi ero fatto era di un regista ormai alle soglie della pensione, il vecchio Spike tira fuori un cocktail che pare mescolare Scorsese e i Coen e che affronta con acume ed ironia nera - ed un main charachter mitico interpretato dal John David Washington di Ballers - questioni ancora non solo spinose, ma terribilmente reali raccontando una storia a quasi lieto fine prima di consegnare all'audience un pugno nello stomaco in chiusura di quelli che fanno male perchè più veri di qualsiasi storia vera portata sullo schermo.
Fight the power, Spike.

 


OUTLAW KING - IL RE FUORILEGGE (David MacKenzie, UK/USA, 2018, 121')

 Outlaw King - Il re fuorilegge Poster

Nella Scozia fangosa, brutta - si fa per dire, considerati gli scenari naturali - sporca e cattiva dei tempi di William Wallace appena giustiziato da Edoardo I Plantageneto, si mosse negli anni successivi alla morte del condottiero celebrato da Mel Gibson un re "operaio" destinato a diventare il primo monarca riconosciuto della patria del whisky per antonomasia.
David MacKenzie, già da queste parti amatissimo per Hell or high water e Starred Up, torna nella terra natia per raccontare un personaggio importante ma fagocitato nei libri di storia dal già citato Wallace, che mescola il Robin Hood di Ridley Scott ad una versione sanguinosa e cattiva dei Secoli Bui - come dovevano essere, del resto - in pieno stile Game of thrones. 
Il risultato forse non è emotivamente d'impatto come i due titoli che ho citato, ma mostra i muscoli di un regista da continuare a tenere d'occhio, grande schermo o Netflix che sia, in grado di girare passaggi pazzeschi - quello d'apertura, in piano sequenza, è una vera chicca - e senza dubbio capace di raccontare una storia senza avere paura di sporcarsi le mani per farlo.

 

mercoledì 13 giugno 2018

Nella tana dei lupi (Christian Gudegast, USA, 2018, 140')












Uno dei generi più affascinanti dell'action e del crime è senza dubbio, almeno al Cinema, quello dell'heist movie.
Quando, poi, lo stesso si mescola con l'hard boiled, per quanto mi riguarda almeno metà del lavoro è fatto: il suddetto cocktail, infatti, permette ai suoi autori di mescolare storie di "buoni" e "cattivi" con talmente tante sfumature da mescolare continuamente le carte, di regalare passaggi da vecchi duelli da Far West e tenere inchiodato il pubblico dal primo all'ultimo minuto.
Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di godermi vere e proprie pietre miliari del genere, dal mitico Rififi a Inside man, passando per cult personali come Heat - La sfida: posso dire, dunque, che è sempre difficile, per una nuova uscita che entri in questo campo da gioco, pensare di confrontarsi con quelle che l'hanno preceduta.
E' difficile anche per Nella tana dei lupi, firmato dallo sceneggiatore all'esordio dietro la macchina da presa Christian Gudegast, solido filmaccio con duri da entrambi i lati della barricata, proiettili come se piovesse ed un ritmo decisamente sostenuto.
Grazie al fordiano ad honorem Gerard Butler e a queste caratteristiche, il lavoro di Gudegast - che negli USA è stato un buon successo al botteghino, tanto da sollecitare la produzione ad avviare il processo che porterà ad un sequel - avrebbe sula carta tutte le caratteristiche per diventare uno dei guity pleasures di questa spentissima primavera: peccato che lo stesso sia in più di un senso frenato dal suo essere profondamente derivativo, cosa assolutamente dannosa se si pensa al pubblico più smaliziato ed appassionato al genere.
Nonostante, infatti, alcuni buoni passaggi, è possibile chiaramente notare le influenze di David Ayer, Michael Mann, Antoine Fuqua, il Ben Affleck di The Town con una spruzzata finale che sa di scopiazzata de I soliti sospetti talmente evidenti da insinuare il dubbio, nello spettatore, che il regista sia un derivato dei suoi più noti colleghi piuttosto che un giovane in grado di trasformare le influenze in qualcosa di nuovo.
Può essere che si tratti di peccati di "gioventù", per l'appunto, e che con i prossimi lavori il buon Gudegast impari a gestire meglio le sue fonti d'ispirazione, ma per il momento lui e Nella tana dei lupi restano solo interessanti divertissement da una sera di quasi estate assolutamente lontani dai cult che hanno caratterizzato un genere tra i più affascinanti della settima arte, in grado di consegnare al pubblico e alla cultura pop charachters e situazioni memorabili.
Senza dubbio la lunga sequenza dell'uscita dalla Federal Reserve e le sparatorie che ricordano la filosofia dietro a Capolavori come Il mucchio selvaggio o il già citato The Heat sono punti a favore di questo lavoro, ma è ancora troppo poco affinchè lo stesso si affranchi dalle ispirazioni e trovi un carattere ed una via unici: per il momento resta qualcosa destinato a scivolare piano piano dalla memoria, cancellato dalle stesse immagini che devono aver formato il loro autore.
Immagini che prendono il posto di quelle cui si è assistito per oltre due ore, pronte a svanire come un fuggitivo pieno di sorprese anche quando di fronte si ritrova una squadra di sceriffi da far impallidire i più tosti degli sbirri da grande schermo.



MrFord



lunedì 25 aprile 2016

Fermati, o mamma spara!

Regia: Roger Spottiswoode
Origine: USA
Anno: 1992
Durata:
87'






La trama (con parole mie): Joe Bomowski, poliziotto allergico alle regole ed alla manifestazione dei propri sentimenti di servizio a Los Angeles, abituato a sparatorie e scontri a viso aperto con i criminali per le strade della metropoli, appare molto più in difficoltà quando finisce per dover fare i conti con il rapporto agli sgoccioli con la sua superiore Gwen, che vorrebbe l'uomo deciso a compiere il fatidico passo piuttosto che rimanere un apparente scapolo a vita.
Quando la madre di Joe decide di volare dal New Jersey in California per passare qualche giorno con il figlio, la situazione del detective si complica ulteriormente: preso in una vera e propria morsa da madre e quasi ex compagna ed alle prese con un caso di traffico di armi e truffe assicurative che vede come testimone proprio la genitrice, dovrà fare appello a tutta la sua pazienza e volontà per risolvere ogni cosa, portare a casa la pelle e, chissà, anche la sanità mentale.












Prima di iniziare un nuovo e come sempre graditissimo viaggio nel passato di uno dei simboli del Saloon, Sylvester Stallone, occorre che lo ammetta: non ho mai particolarmente amato, neppure e soprattutto ai tempi della sua uscita, Fermati o mamma spara!, titolo troppo virato alla commedia per un action hero tutto d'un pezzo come lo Stallone Italiano, paragonabile a Un poliziotto alle elementari con Arnold Schwarzenegger, giusto per rendere l'idea di quelli che erano i miei due indiscutibili riferimenti per il genere all'epoca: non ricordo, infatti, di aver più rivisto questa commedia giocata sul rapporto tra madri e figli - specie troppo cresciuti - da allora - un caso più unico che raro, quando si tratta di un film con protagonista Sly, considerato che i vari Rambo, Rocky, Cobra, Tango e Cash, Sorvegliato speciale e Over the top finiscono puntualmente per tornare a fare capolino nel lettore bluray del sottoscritto almeno una volta l'anno -, timoroso di trovarmi nella posizione di dover criticare troppo aspramente il titolo stesso.
Affrontarlo, invece, oggi, è stato quantomeno - e ben conscio della pochezza della pellicola, davvero una produzione di stampo televisivo - divertente e spassoso se non altro nell'ottica del tema trattato, in grado di farmi pensare ad un paio di amici e colleghi "prigionieri" della propria madre anche a quasi quarant'anni suonati: i duetti tra il sempre mitico Sly - che, inconsapevolmente, stava di fatto entrando nel suo decennio più buio - e l'assolutamente sopra le righe e macchiettistica Estelle Getty hanno infatti fatto il loro dovere regalando le risate ed i rutti liberi necessari di quando in quando per rilassare il cervello o accompagnare uno dei tanti pomeriggi di gioco accanto al Fordino, che crescendo ed arricchendo la costruzione delle vicende che vedono protagonisti i suoi giocattoli sta richiedendo sempre più attenzione del sottoscritto rispetto ai tempi in cui bastavano un paio di lanci di palla o un paio di giri di pista con le macchine per portare a casa il risultato.
Personalmente, dunque, mi sarei aspettato molto di peggio dal recupero di uno dei titoli della filmografia stalloniana che ancora mancavano all'appello qui al Saloon, e devo ammettere di aver raggiunto i titoli di coda contento di essermela spassata senza troppe pretese con il lavoro dell'improbabile Roger Spottiswoode, che i nostalgici più irriducibili degli anni ottanta ricorderanno dietro la macchina da presa in Turner e il casinaro o Air America, le tipiche battute e situazioni legate al rapporto madre/figlio - che, a volte, soprattutto con l'età adulta, assume connotati effettivamente grotteschi rispetto al modo in cui le nostre mamme continueranno a vederci sempre e comunque - e le espressioni imbarazzate di Sly, che doveva aver cominciato a fare grande scorta dell'ironia che l'avrebbe rilanciato in un'epoca più recente per noi rinunciando all'aura di uomo d'azione tutto d'un pezzo e spaccaculi per passare per un bamboccione in balia dell'anziana, furbissima ed assolutamente sopra le righe madre in visita - la scena del sogno con il pannolone gigante deve essere ancora impressa a fuoco nella memoria del nostro amico Silvestrone -.
Come di consueto in questi casi, evito a priori di consigliare la visione ai critici più hardcore di Sly, che troverebbero cinematograficamente soltanto conferme ai loro dubbi, quantopiù al pubblico pane e salame come il sottoscritto alla ricerca dei brividi di un'epoca ormai putroppo tramontata o a chi non ha paura di ammettere che il Cinema serve anche - e, a tratti, soprattutto - per rilassare anima e corpo sul divano, lontani da una realtà che, vista attraverso la sua lente deformante, passa dall'essere drammatica al diventare divertente.
Chiedetelo pure ad un qualsiasi vostro amico che ancora condivide il tetto con la madre.






MrFord





"Hush now, baby, baby, don't you cry
mama's gonna make all of your nightmares come true
mama's gonna put all of her fears into you
mama's gonna keep you right here under her wing
she won't let you fly but she might let you sing
mama's gonna keep baby cosy and warm."
Pink Floyd - "Mother" - 





domenica 24 aprile 2016

The last shift

Regia: Anthony DiBlasi
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
90'








La trama (con parole mie): Jessica Loren, un'agente di polizia fresca di nomina, è incaricata di coprire il turno di notte che precede la chiusura di una vecchia stazione di polizia, di fatto un lavoro di routine rispetto a quello svolto dal padre, ucciso in azione poco più di un anno prima nel corso dell'azione che portò alla cattura di John Michael Paymon, leader di una setta responsabile di una serie di omicidi di giovani ragazze.
Tutto pare procedere in tranquillità, per Jessica, in attesa degli uomini dell'azienda che si deve occupare dello sgombero e della pulizia dell'ex centrale di polizia, quando misteriosi fenomeni e telefonate turbano la ragazza: i segnali paiono tutti indicare proprio la banda dell'ex leader Paymon, che potrebbe contare ancora su alcuni sopravvissuti in cerca di vendetta.
Ma gli eventi che coinvolgono l'agente Loren paiono essere testimonianza di qualcosa di molto più grande, terribile e malvagio: riuscirà la recluta a fare fronte agli stessi?










Non saprei davvero dire se quasi tre decenni da appassionato di horror, oltre che di Cinema, abbiano finito per indurirmi, o se semplicemente, con l'età, certe suggestioni stiano scomparendo, fatto sta che, nell'ultima dozzina di primavere abbondante, trovare un titolo che riuscisse davvero a farmi terminare la visione turbato è stato sempre più difficile: personalmente, ricordo giusto una manciata di produzioni in grado di toccarmi al punto giusto - The Descent e Eden Lake per questioni "etiche" ed umane, Radice quadrata di tre e Lake Mungo per pura e semplice inquietudine, detta volgarmente paura -.
Ma i tempi delle prime visioni di Freddy Krueger tra le elementari e le medie o, ancor di più, di Twin Peaks - che ha consegnato alla Storia il mio più grande spauracchio, Bob - non hanno trovato più alcuna replica, ed hanno finito per alimentare aspettarive e speranze rispetto a quei pochi titoli appartenenti al genere sponsorizzati nella blogosfera e non come nuovi cult, finendo per spingere gli stessi nel baratro delle delusioni: ricordo benissimo i tonfi al Saloon di Innkeepers o It follows, pellicole incensate praticamente ovunque letteralmente massacrate dallo scontro tra le aspettative ed i risultati conseguenti.
The last shift, pur se non agli stessi livelli, ha sofferto quel fardello dal primo all'ultimo minuto.
Considerato un piccolo cult da molti appassionati e da mesi inseguito dal sottoscritto - a proposito, un grazie del "passaggio di consegne" al mio fratellino Dembo -, dalle rimembranze carpenteriane e ben ritmato dall'inizio alla fine, il lavoro di Anthony DiBlasi ha finito, purtroppo, per non fare chissà quale figurone agli occhi di un vecchio veterano del genere come il sottoscritto, regalando i suoi momenti di massimo terrore soltanto quando - e non succede praticamente mai - il Fordino è arrivato con il passo incerto del mezzo addormentato in sala chiedendo di essere riaccompagnato in cameretta creando il sempre divertente "effetto esorcista" pronto a far saltare sul divano qualsiasi genitore.
Pur azzeccando il setting, infatti, ed un incedere che non lascia fondamentalmente pause allo spettatore, The last shift finisce per avere il sapore della minestra riscaldata per temi e situazioni, che pur se cucinata bene risulta al palato come la maggior parte dei piatti della sera prima passati nel microonde il giorno seguente nel corso della pausa pranzo al lavoro: dagli adepti indemoniati della setta al finale "a sorpresa", passando per l'utilizzo del suono e delle suggestioni prima ancora che delle immagini, tutto appare funzionale e d'impatto almeno quanto già visto, sentito e sperimentato, quantomeno da chi è cresciuto con questo tipo di proposte fin dall'infanzia.
Non voglio, però, risultare troppo duro con il buon DiBlasi, che regala un più che discreto intrattenimento di genere - un pò come fu Kristy tempo fa, malgrado questo spacchi in due l'opinione degli occupanti di casa Ford, con il sottoscritto a favore del titolo appena citato e Julez di quello qui presente - ed un risultato che, considerata la media del "Cinema di paura" attuale, è quasi da leccarsi i baffi, o scoraggiare chi ancora non si è imbarcato nella visione, quanto più che altro smorzare eventuali entusiasmi o misurare hype eccessivi che potrebbero portare a danneggiare più del dovuto un prodotto onesto ma certo non memorabile come questo.
Ad ogni modo, un occhio al futuro del suo regista andrebbe buttato senza troppi dubbi, e nel caso in cui, alla prima notte di lavoro, vi trovaste in un posto in cui accadono cose decisamente troppo fuori dall'ordinario, il consiglio del sottoscritto resta uno solo: alzate il culo, salite in macchina e date gas fino a trovarvi il più lontano possibile.
Sperando che prima o poi il messaggio e le regole di base possano essere insegnati o recepiti anche da tutti i protagonisti di un qualsiasi film horror.





MrFord





"Stow your gear and charge your lamp
say goodbye to dark and damp
DSS will pay your stamp
last shift, close her down."
Richard Thompson - "Last shift" - 





martedì 15 marzo 2016

Zootropolis

Regia: Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush
Origine: USA
Anno:
2016
Durata: 108'






La trama (con parole mie): in un universo abitato da animali antropomorfi ormai integrati in una società civile che non prevede più scontri tra predatori e prede la giovane figlia di conigli coltivatori di carote Judy Hopps sogna, contro ogni previsione, di diventare una poliziotta nella grande città di Zootropolis.
Divenuta adulta e superate tutte le prove dell'Accademia, la sognatrice recluta diviene il primo coniglio ad entrare a tutti gli effetti a far parte delle forze dell'ordine: peccato, però, che la sua natura la confini al ruolo di ausiliario del traffico, fino a quando l'incontro con il truffatore Nick Wilde, una volpe che vive di espedienti, non porterà i due insoliti alleati a fare fronte comune in modo da risolvere un caso non solo spinoso e di grande difficoltà, ma pronto a sconvolgere l'intera geografia politica della città.
Riuscirà Judy a dimostrare che essere un coniglio non è un limite, ma una risorsa?







Negherei l'evidenza se affermassi di non essere profondamente legato allo spirito dei Classici Disney d'animazione: fin da bambino, con le centinaia di visioni di Robin Hood e La spada nella roccia, ricordo quanto il mondo creato dal pioniere Walt fu, di fatto, il mio primo traghettatore nel meraviglioso universo della settima arte che ancora oggi amo così tanto.
Negli anni, poi, i cari, vecchi cartoni animati hanno finito per regalare al sottoscritto molte soddisfazioni anche in termini adulti ed autoriali, dalle geniali trovate dello Studio Ghibli e della Pixar a chicche come Persepolis, Valzer con Bashir o il recente Anomalisa: senza dubbio, però, l'arrivo del Fordino a rendere migliori le vite mia e di Julez ha riportato indietro nel tempo di una trentina d'anni il Saloon, permettendoci di scorprire o riscoprire la magia del lato più naif dell'animazione, quello che per primo fece innamorare un certo non ancora vecchio cowboy nel pieno degli anni ottanta.
Zootropolis, ultimo pargolo della grande D, ottimamente recensito e forte di incassi notevoli soprattutto in patria, è giunto da queste parti principalmente spinto dalla passione per gli animali del più piccolo del clan, che quando si tratta di predatori, pennuti - celebre il suo recente adagio "Sono timido ai pappagalli!" -, pesci, panda e qualunque creatura voli, nuoti, corra e zompetti su questa terra non vede l'ora di perdersi in nuove avventure, senza che si creassero, ad ogni modo, aspettative particolarmente alte: il risultato, invece, è senza dubbio degno di nota, e pronto ad essere inserito nel novero delle iniziative Disney extra Pixar migliori degli ultimi anni - cose come Ralph Spaccatutto, Bolt e Big Hero 6, per intenderci -, una favola magari non particolarmente originale ma intelligente, attenta a quella che è la società attuale - interessante la riflessione didattica sulle diversità filtrata attraverso le differenze tra predatori e non -, coloratissima e confezionata alla perfezione, che ha tenuto incollati allo schermo i Ford tutti senza distinzione di età, credo cinematografico o gusti a tavola - in questo caso, la parte del carnivoro senza ritegno è ancora saldamente nelle mie mani -.
Gli autori, oltre a poter contare su un comparto tecnico solidissimo, firmano una sceneggiatura dal ritmo indiavolato pronta a ricordare i film sul riscatto degli outsiders tipici degli anni ottanta, azzeccano alla grande i personaggi - dall'entusiasta Judy all'irresistibile Nick, vero punto forte della pellicola, fino a Big Ben ed ai comprimari pronti a mostrare il bello delle differenze anche nel mondo animale, tradotte nei quartieri così diversi l'uno dall'altro di Zootropolis -, spassose citazioni - da urlo quella di Breaking Bad - ed una vicenda in grado di tenere inchiodati alla poltrona grandi e piccoli, i primi per nostalgia o curiosità rispetto ai particolari ed i secondi per l'entusiasmo generato dall'indagine assolutamente inaspettata che vede i due protagonisti cementare il loro rapporto e finire per dimostrare le proprie doti al mondo che li conosce - e giudica - solo in quanto coniglio e volpe.
Una bella lezione, dunque, tradotta in modo che non si trasformi, comunque, in un sogno da inseguire a tutti i costi: Judy - così come Nick - fanno delle proprie debolezze dei punti di forza, senza strafare nei campi in cui di certo non vanno al massimo come andrebbero se fossero tigri, o coccodrilli, o rinoceronti.
Un assunto certo non nuovo in casa Ford e per il Fordino, che ha costruito il suo primo mito sull'outsider per eccellenza Po - che presto tornerà anche qui al Saloon -, come non nuovo è l'impianto di Zootropolis, che comunque consegna all'audience una bella storia, un "cast" perfetto ed un incedere che tanti film di fiction e pallose esibizioni tecniche d'autore non si sognano neppure di avere.
Per un "cartone animato buonista" targato Disney destinato, chissà, a diventare un Classico del suo genere che qualcuno tra una trentina d'anni ricorderà aprendo un post su un titolo che sarà uscito per allora, direi che è un grande risultato.
Perchè in fondo, prede o predatori, sappiamo tutti quello che vogliamo.
Uscire dalla sala soddisfatti.
E Zootropolis soddisfa, eccome.





MrFord






"I won't give up, no I won't give in 
till I reach the end and then I'll start again 
no I won't leave, I wanna try everything
I wanna try even though I could fail
I won't give up, no I won't give in 
til I reach the end and then I'll start again
no I won't leave, I wanna try everything
I wanna try even though I could fail."
Shakira - "Try everything" - 





venerdì 5 febbraio 2016

Justified - Stagione 4

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2013
Episodi:
13







La trama (con parole mie): lo sceriffo federale dai metodi spicci e poco ortodossi Raylan Givens, con il padre Arlo in carcere ed i conti aperti con il vecchio rivale Boyd Crowder nei luoghi in cui è cresciuto, si trova ancora una volta nell'occhio del ciclone a causa di un complicato affare legato alla misteriosa sparizione di un uomo ricercato dalla Legge così come dagli esponenti di spicco della Dixie Mafia da decenni.
E mentre la sua ultima fiamma finisce per fregarlo, il clan Crowder fa scintille con potenziali rivali di matrice religiosa giunti nella contea ed i consueti crimini vengono commessi, Raylan dovrà tirare le fila di quello che potrebbe essere il caso più importante affrontato in carriera, e nel farlo stare bene attento a non rimetterci la pelle o farla rimettere a chi ama o lavora al suo fianco.











Uno dei segreti del successo di film, romanzi, albi a fumetti e serie televisive è senza dubbio da ricercare nella formula vincente dei personaggi azzeccati: penso al Bob di Twin Peaks, alla maggior parte dei protagonisti di Lost, a Rocky, al Comico o ai miei amatissimi Hap e Leonard: senza dubbio la riuscita finale di un prodotto è determinata da molti fattori, ma azzeccare il protagonista - o l'antagonista - mette in cassaforte il risultato almeno per metà.
Justified è uno di quei titoli graziato dall'aver centrato il bersaglio con entrambi.
Raylan Givens, un concentrato di fascino, sangue freddo e decisione da far invidia alla quasi totalità del popolo maschile - ma non per questo invincibile o infallibile, sia chiaro - è il charachter, infatti, in cui tutti noi aspiranti macho finiamo per identificarci dall'età di dodici anni, mentre la sua nemesi Boyd Crowder, di fatto, porta sullo schermo tutto quello che lo stesso Raylan sarebbe stato se avesse deciso di passare dall'altra parte della barricata, dunque un personaggio con, se vogliamo, un fascino ancora maggiore.
Una specie di Batman e Joker del western pulp moderno, pronti a combattersi e battersi anche fianco a fianco contro nemici comuni e a rendere un titolo di fatto di nicchia come questo un vero e proprio must see per gli amanti delle proposte hard boiled da piccolo schermo, in grado di unire il livello di testosterone di Banshee alla realtà più credibile di Sons of anarchy o The Shield, senza dimenticare quella dose di ironia che sta come un robusto bourbon al termine di un pasto particolarmente pesante.
Giunto al termine della quarta stagione, dunque, il serial dedicato alle gesta del decisamente sopra le righe U.S. Marshall Givens prosegue nella sua marcia dritto come un pugno in pieno viso, o una pallottola pronta a centrare il bersaglio, senza perdere un colpo e soprattutto consegnando al suo pubblico una stagione che è a tutti gli effetti un crescendo: dai primi episodi che paiono posizionare le pedine sulla scacchiera agli ultimi due, davvero senza respiro e soprattutto senza effettivi vincitori, assistiamo ad un'escalation in termini di ritmo e tensione davvero notevoli, pronti a rafforzare la credibilità del prodotto e ad aumentare l'hype che da questa parte dello schermo continua a salire in vista di quelle che saranno le due seasons conclusive.
Come se non bastassero, inoltre, cazzotti, alcool, sesso e proiettili a profusione, assistiamo nel corso di queste tredici puntate anche al confronto decisivo tra Raylan e suo padre Arlo, che fin dai primi episodi della serie si è distinto più come il genitore mancato di Boyd che non come la guida del nostro sceriffo dal grilletto molto facile: il loro rapporto, più suggerito che non mostrato attraverso i continui scontri, è raccontato con il piglio del grande romanzo, e lascia perfino un paio di sequenze da colpo al cuore nel finale, pronte a sottolineare l'importanza inevitabile che il rapporto con i nostri vecchi ha, nel bene o nel male, rispetto allo scorrere dell'esistenza.
Temi, dunque, molto cari al sottoscritto ed al Saloon, che accanto all'ispirazione data dalla penna di Elmore Leonard, ad una cornice country nella quale mi pare di sguazzare ed al piglio da "guardo la morte in faccia e le pianto una pallottola in mezzo agli occhi" di Raylan contribuiscono a rendere Justified una delle serie favorite di casa Ford, forse non oltre misura in termini assoluti ma tosta e cazzuta abbastanza per ritagliarsi sempre il giusto spazio quando i nodi vengono al pettine.
Un pò come il suo fantastico main charachter.




MrFord





"Action speaks louder than words
and I'm a man of great experience
I know you've got another man
but I can love you better than him."
The Black Crowes - "Hard to handle" - 









sabato 19 dicembre 2015

Scarafaggi

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno:
1998 (2015)
Editore:
Einaudi







La trama (con parole mie): Harry Hole, scomodo detective della Omicidi di Oslo divenuto celebre a causa della risoluzione del caso di un serial killer in Australia l'anno precedente, è chiamato dagli alti papaveri ed assegnato ad una missione molto particolare. A Bangkok, infatti, è stato ritrovato senza vita, probabilmente assassinato, in un motel a ore Atle Molnes, ambasciatore norvegese in Tailandia: l'importanza di chiudere in fretta e con il minor clamore possibile il caso ha fatto ricadere la scelta su Hole, che si ritroverà proiettato sotto la cappa di umidità e calore di una delle città più brulicanti al mondo, per le strade della quale si mescolano miseria e ricchezza, crimine e sogni, cultura thai ed influenze di chiunque, per fuggire o ritrovare se stesso, abbia finito per mettere radici giungendo da ogni angolo del globo.
Preso contatto con le autorità locali, Hole scoprirà che la prima e più probabile pista è quella della pedofilia, argomento in grado di creare scompiglio a Bangkok come in Norvegia, ma il sospetto sarà solo l'inizio di una lunga serie di scoperte che condurranno il detective in una direzione inaspettata ed ovviamente ad un caos che i suoi capi non potrebbero neppure immaginare.










E così, a distanza di più di cinque anni, il cerchio si è chiuso.
Ammetto che mi fa davvero strano, pensare di avere finalmente letto tutti i romanzi fino ad ora pubblicati da Jo Nesbo dedicati al detective Harry Hole, senza dubbio uno dei personaggi letterari che più ho amato nella vita.
Fa anche strano che questo, così come il precedente Il pipistrello, siano giunti in casa Ford praticamente come fossero prequel, considerato che si tratta dei primi due titoli dedicati alla saga di Hole che, ai tempi - parliamo della fine degli anni novanta, quando ancora la febbre per il thriller scandinavo non era scoppiata - non furono pubblicati in Italia.
Senza dubbio, rispetto ai successivi titoli della serie - in particolare quelli da La ragazza senza volto, vero punto di svolta nella qualità del prodotto, in poi - lo stile da illusionista di Nesbo risulta ancora acerbo e spigoloso, per quanto la mente di questo sorprendente scrittore appaia ogni volta che lo leggo come una macchina praticamente perfetta, alimentando il dubbio che lo stesso in realtà scriva i suoi romanzi al contrario, avendo bene chiara la conclusione incastrando neanche fosse in Memento tutti i pezzi che portano alla stessa un pezzo alla volta fino al principio, e Scarafaggi non rappresenta certo il titolo più rappresentativo nella saga dell'investigatore alcolista, eppure ancora una volta mi sono goduto la prosa del vecchio Jo, il suo straordinario main charachter ed una vicenda fosca e complessa inserita nella cornice appiccicosa e magica di Bangkok come fosse un film non troppo impegnato ugualmente capace di sorprendere con un almeno un paio di sequenze di grande effetto.
A prescindere, comunque, dalla trama e dalla palestra che, di fatto, Nesbo fece con i primi romanzi dedicati a Harry Hole, una delle cose più interessanti insieme all'evocazione di immagini decisamente potenti - lo stesso Harry e la giovane Runa affacciati sul traffico di Bangkok con le mani tese per catturare l'energia della città che scorre, per citare quella che mi ha colpito maggiormente - restano, come sempre, i comprimari: dalla particolare Liz, poliziotta per metà thai e per metà americana, all'appena citata Runa, che pare uscita dritta dalle adolescenze turbolente degli anni novanta, passando per Jens Brekke, Woo e soprattutto Ivar Loken, la galleria di umanità più o meno oscure con le quali incrocia il suo cammino Hole colpisce dritta al bersaglio grosso.
In particolare l'ultimo citato, con il suo passato militare ed un'aura di mistero che pare essergli cucita addosso, una scorza da Clint Eastwood in Gunny ed un sorriso sornione da Pacino, è divenuto passo dopo passo uno dei personaggi che ricorderò maggiormente dell'intera saga di Hole, in grado di prendere progressivamente vita e spessore rubando spesso e volentieri la scena perfino al protagonista, che non perderà comunque occasione di mostrare tutto il suo valore - la ricostruzione dell'intero caso nella stanza del karaoke è da antologia, così come la scelta finale rispetto al responsabile degli omicidi -.
Un cerchio che si chiude, per l'appunto.
Un pò come il mio con Harry Hole.
Anche se già so che, tra qualche anno, non resisterò alla tentazione di rileggerli tutti, questa volta in ordine cronologico.
Anche se già so che mi piacerebbe vederli, un giorno, tra le mani del Fordino una volta cresciuto, magari curioso di scoprire cosa fece tanto impazzire il suo vecchio delle vicende di un poliziotto caotico, anarchico ed alcolista che pare essere un perdente nato eppure, nonostante le cicatrici, finisce per alzarsi e vincere sempre, alla fine.
E dunque, prima o poi, mi ritroverò faccia a faccia con Nesbo, Hole, e un bicchiere.
O magari due.





MrFord





"We're on the train to Bangkok
aboard the Thailand Express
we'll hit the stops along the way
we only stop for the best."
Rush - "A passage to Bangkok" -





domenica 22 novembre 2015

Hyena

Regia: Gerard Johnson
Origine: UK
Anno:
2014
Durata:
112'







La trama (con parole mie): Michael è un veterano della polizia londinese, un uomo d'azione legato a doppio filo ai compagni della squadra d'assalto, responsabili di numerosi arresti ma senza dubbio lontani dall'essere agenti ligi alle regole. Il gruppo, infatti, è spesso e volentieri implicato in attività più criminali che legali, come la partecipazione con una quota cospicua di denaro ad un'operazione di importazione di traferimento di droga della mala turca.
Quando un gruppo di albanesi entra di forza nel giro cercando di soppiantare i "soci" di Michael, quest'ultimo si ritrova in difficoltà sia rispetto i nuovi arrivati, sia rispetto all'intervento degli Affari interni, che paiono aver messo un bersaglio sulle attività della squadra d'assalto e su Michael stesso.
Come si muoverà questo insolito poliziotto fuori dagli schemi? 
E che ripercussioni avranno le sue decisioni rispetto alle forze dell'ordine ed al mondo del crimine?











Una delle cose che ho sempre apprezzato del cosiddetto "Cinema di genere" è la solidità.
Poco importa che si parli di horror, azione, thriller o, come in questo caso, di serrato crime metropolitano: nel momento in cui ci si allontana dalle regole mainstream tanto quanto da quelle puramente d'essai, e la produzione rivela i giusti attributi, il risultato porta sempre a titoli forti, rocciosi, cattivi e cazzuti come qui al Saloon non ci si stanca mai di affrontare.
E' il caso di Hyena, pellicola made in UK che pare unire, nel segno della violenza, di una cornice decisamente squallida e periferica - scordatevi le panoramiche della Londra turistica - e di una fotografia splendida in pieno stile Drive le tematiche portate a galla qualche anno fa dall'indimenticabile The Shield, il respiro del poliziesco francese anni settanta, quello di provenienza orientale e l'affresco disperato della trilogia di Pusher firmata agli inizi della sua carriera dallo stesso Refn.
Le vicende di Michael Logan, sbirro tutto d'un pezzo, uomo d'azione, pronto a completare arresti e spaccare culi eppure ad un tempo profondamente corrotto e sporco, sono un esempio perfetto di quanto il cosiddetto "genere" possa rendere se sorretto da una regia convincente, un cast in parte - ottimi sia i componenti della squadra d'assalto, lo stesso Logan/Peter Ferdinando, il volto noto Stephen Graham, sia quelli del mondo criminale, guidati dai due inquietanti boss albanesi - ed un'escalation di violenza che non lascia scampo allo spettatore così come ai protagonisti, incapaci di fermare la spirale di oscurità nella quale, per scelta, inclinazioni o natura, hanno finito per farsi risucchiare.
Il lavoro di Gerard Johnson non si preoccupa troppo di risultare politicamente corretto, o di non calcare la mano sulla sua componente violenta - il destino del contatto di Logan ucciso fuori campo dagli albanesi e poi mostrato di scriscio a omicidio già avvenuto, la prigionia della ragazza venduta per punizione ed usata come oggetto sessuale -, è ben sorretto da uno script sufficientemente tragico e scopre nervi che gli appassionati ben conoscono: peccato che, nella parte finale, subisca un lieve calo complessivo - almeno per quanto riguarda il sottoscritto - legato, forse, ad un troppo che stroppia sia in termini di eventi - il confronto decisivo tra Logan e la sua nemesi degli Affari interni, la vendetta degli albanesi rispetto allo stesso Logan - sia ad un finale forse troppo aperto all'interpretazione dello spettatore, che senza dubbio colpirà nel profondo una buona fetta di pubblico ma che avrei preferito, considerata la decisione dell'intera opera, più netto e risoluto.
Ad ogni modo, una pellicola che ruggisce e colpisce, alla quale manca forse la zampata per diventare un piccolo classico ma che resta una delle cose migliori che il poliziesco abbia regalato all'audience negli ultimi mesi, lontana dalla ribalta e dalle produzioni patinate e più vicina allo stile senza freni e senza sconti cui sono abituati i fruitori dei fratelli made in Hong Kong di questo Hyena, evocativo nel titolo e nei fatti, poggiato sulle spalle di un main charachter crepuscolare e detestabile, solido - il salvataggio della ragazza prigioniera - quanto vigliacco - la maggior parte dei confronti con i boss albanesi -, umano nel senso più disprezzabile possibile e forse, proprio per questo, ancora più potente sullo schermo.
Se, dunque, non avete paura di "sporcarvi un pò le mani" o di affrontare una visione di fatto senza sconti, fatevi avanti, e preparatevi ad un viaggio nei recessi di una città e della parte più oscura dell'animo umano.
Al contrario, doveste avere qualche dubbio, girate al largo: qui si entra dritti nel recinto delle belve più feroci.
Quelle che non risparmiano neppure le carogne.




MrFord




"Absent from political authority an animal i've become (Hey !!)
total disorder and confusion is the life style that i run (Hey !!)
permit me to do what i want and i will i'm a nomad to travel (Hey !!)
concrete class stone and gravel."
Rancid - "Hyena" - 




 

sabato 5 settembre 2015

Criminal minds - Stagione 10

Produzione: CBS
Origine: USA, Canada
Anno: 2014
Episodi: 23






La trama (con parole mie): l'unità di analisi comportamentale di Quantico è come sempre al lavoro su casi legati ad omicidi, rapimenti e minacce terroristiche in tutto il Paese, forte dell'inserimento nella squadra di Kate Callahan, ex detective della sezione abusi su minori.
I loro ultimi casi li porteranno ad affrontare possibili attacchi agli USA, rapimenti e traffici umani su scala nazionale - e forse oltre -, l'addio ad un vecchio membro della squadra, ucciso da un serial killer che inseguiva dagli inizi della carriera e il forse solo momentaneo arrivederci ad un volto del team: per Hotchner e i suoi, dunque, le sfide e le poste in gioco si faranno progressivamente più ardue ed importanti, e costringeranno spesso e volentieri ogni agente a dare tutto per poter risolvere enigmi terrificanti e misteriosi.








Insieme a Grey's Anatomy, Criminal minds - diverso per taglio, produzione, approccio, target di pubblico dalla creazione di Shonda Rhimes - rappresenta senza dubbio uno dei grandi amori da piccolo schermo di casa Ford, appuntamento imperdibile dell'estate proprio a seguito delle avventure dei medici del Grey Sloane Memorial: nel corso degli anni le vicende della squadra di Analisi Comportamentale dell'FBI di Quantico hanno visto succedersi personaggi, situazioni, psicopatici e minacce di ogni genere, sebbene da qualche anno parcheggiate in zona sicura sempre in grado di intrattenere come si conviene all'orario dei pasti.
Al passaggio numero dieci su questi schermi, la squadra capitanata dal sempre tutto d'un pezzo Hotchner trova un nuovo membro per quello che, di fatto, è stato il ruolo più "sfortunato" della serie - si sono avvicendate, se la memoria non m'inganna, almeno quattro figure -, occupato nientemeno che da Jennifer Love Hewitt, star di Ghost Whisperer, e chiude definitivamente ogni possibilità - SPOILER - per un eventuale ritorno del mitico Gideon, interpretato nelle prime due stagioni dall'altrettanto mitico Mandy Patinkin, che per anni ho sognato rientrare nelle vesti di spietato serial killer e nemesi dei nostri, ucciso invece da un assassino al quale dava la caccia dai tempi dei suoi primi passi nell'FBI - non male davvero il flashback che lo vede protagonista insieme al Rossi di Joe Mantegna, che l'ha sostituito nel cast -.
In realtà la prima parte della stagione scorre senza quasi colpo ferire, di fatto apparendo decisamente più spenta rispetto alle passate, e lasciando intuire lo stesso fenomeno di rodata monotonia che colpì, per rimanere in tema morti ammazzati, anche Cold Case: fortunatamente, con la seconda metà della stagione ed un maggiore approfondimento dei main charachters, anche la qualità degli episodi cresce, regalando almeno in un paio di occasioni alcune tra le puntate più interessanti dell'intera serie, da "Il signor Graffio" - chiusa da un finale aperto cui spero verrà dato un seguito il prossimo anno - all'epilogo, legato a doppio filo proprio con il personaggio della Callahan.
Si sente sempre la mancanza dell'esplorazione del mondo dei serial killer come nel corso delle prime annate, soprattutto quando si sconfina nella lotta al terrorismo o ad episodi legati più a consulenze da parte dei nostri, che non di indagini vere e proprie, eppure il meccanismo gira ancora discretamente bene, l'affezione per i protagonisti è notevole e le situazioni mostrate portano comunque a riflessioni legate agli abissi all'interno dei quali si può spingere la mente umana, in grado di dispensare gesti eroici ed altruisti così come sofferenze indicibili che neppure in un'opera di fiction si penserebbe attuabili.
Quel che è certo, è che il fascino del lato oscuro non smetterà mai di esercitare attrazione per gli occupanti di casa Ford, e che fino a quando una realizzazione onesta e personaggi cui si è ad ogni modo legati garantiranno una visione interessante, Criminal minds continuerà ad essere uno degli appuntamenti fissi delle estati del Saloon.




MrFord




"Like a bird on the wire, 
like a drunk in a midnight choir 
I have tried in my way to be free. 
Like a worm on a hook, 
like a knight from some old fashioned book 
I have saved all my ribbons for thee."
Leonard Cohen - "Bird on a wire" - 






giovedì 6 agosto 2015

The chaser

Regia: Hong Jin Na
Origine: Corea del Sud
Anno: 2008
Durata:
125'





La trama (con parole mie): Joong Ho Eom, ex detective della polizia divenuto protettore di un gruppo di prostitute al suo servizio, è inquieto per la scomparsa di una delle sue ragazze, che crede possa essere fuggita rubandogli dei soldi. Quando capisce che la stessa non è affatto fuggita, ma finita nelle mani di un serial killer efferato che nel corso del tempo si è fatto notare per il suo approccio anche con altre donne, e che una di loro potrebbe essere ancora salvata per tornare a riabbracciare la figlia, l'uomo pare tornare al suo passato da investigatore per dare la caccia allo spietato omicida.
Una volta rintracciato Young Min Jee, che subito risulterà coinvolto nei fatti collaborando addirittura con le forze dell'ordine, per Joong inizierà una vera e propria lotta contro il tempo nella speranza di riuscire a trarre in salvo la donna della quale finisce per sentirsi responsabile come se la figlia di quest'ultima fosse sua.
Riuscirà nell'impresa, o quello che si trova di fronte, pur se sconfitto, è un predatore troppo grosso perfino per un coriaceo uomo della strada come lui?







La linea di demarcazione oltre la quale i registi - ma non solo - riescono a spingersi nel raccontare una storia sfidando, di fatto, i limiti sociali e le convenzioni, cambia a seconda delle culture e delle latitudini: ricordo bene quando vidi per la prima volta in sala Old Boy, e pensai che un finale come quello, con la scoperta da parte di Oh Dae Soo dell'identità della ragazza che aveva conosciuto, qui nel Vecchio Continente non si avrebbero avute le palle per presentarlo.
Lo stesso Kitano, che nello splendido L'estate di Kikujiro gioca con ironia nerissima a ridicolizzare un pedofilo, dalle nostre parti sarebbe risultato quantomeno fuori luogo, soprattutto all'inizio degli anni novanta.
Sono solo due esempi di quante e quanto affascinanti siano le differenze tra Europa e Asia, e quanto potente possa ancora essere - anche grazie alla sua diversità dal nostro - il Cinema venuto da Oriente.
The Chaser, sponsorizzato con grande partecipazione da mio fratello e recensito spesso e volentieri ottimamente anche qui nella blogosfera, è un perfetto esempio di quanto scritto sopra: il lavoro di Hong Jin Na, impeccabile dal punto di vista tecnico, pare incrociare senza guardare in faccia a nessuno I saw the devil, Il cattivo tenente e Big Bad Wolves, prendendo per il collo lo spettatore e trascinandolo in una vera e propria corsa di due ore piene nel corso della quale non viene risparmiato nulla, ed in termini di tensione non abbiamo una sola pausa dallo sviluppo iniziale alla drammatica conclusione.
Joong Ho Eom, antieroe alla scoperta di un'oscurità profonda ben più della sua, alla ricerca dapprima del responsabile delle sparizioni delle sue ragazze e dunque impegnato in una corsa contro il tempo per smascherarlo senza possibilità di appello, regala all'audience uno dei ritratti più vitali, imperfetti e combattivi che ricordi del Cinema recente, e la determinazione nel combattere la sua nemesi - l'inquietante Young Min Jee, degno di cult del genere come Se7en -, cresciuta di pari passo con l'affezione per la giovanissima figlia della ragazza che cerca disperatamente di ritrovare, rappresentano un vero e proprio inno all'umanità, seppur messa all'angolo - ed anche di più - da una realtà all'interno della quale si muovono predatori terrificanti che, spesso, finiscono per sfruttare la Legge che infrangono per tornare a cacciare una volta dopo l'altra.
Il duello a distanza tra i due rivali, risolto all'apparenza dopo neppure mezzora di visione - non mi era mai capitato di incontrare un thriller che prevedesse la cattura del colpevole ad un quarto di pellicola -, è una continua sfida, una rivelazione, una disperata lotta all'ultimo sangue.
Come per il gioiellino made in Hong Kong Expect the unexpected, anche qui, quando ci si aspetta che non possa accadere altro più di quanto non è già accaduto, ecco un nuovo sconvolgimento nella trama pronto a prendere le nostre certezze e farne letteralmente polpette: e dalla terrificante abitazione di Young Min Jee, degna di uno slasher anni settanta, al commissariato di polizia, passando per l'auto di Joong e quella sequenza maledetta scandita dai colpi di martello nel retro del negozio, quasi non si può credere quanto dura possa essere la mano del regista, e quanto a fondo possa colpire il pubblico.
The Chaser è un viaggio allucinante nella mente di un serial killer - da brividi il confronto con il vecchio incaricato delle forze dell'ordine nella stanza degli interrogatori -, il percorso di crescita di un protagonista assolutamente caotico e negativo che riscopre la sua umanità di fronte a qualcuno che pare, al contrario, aver rinunciato volontariamente alla stessa.
In mezzo, la Legge e l'Ordine, criticate aspramente quasi fossero pedine di un gioco sempre più grande di loro, incapaci di seguire, oltre al fiuto, anche la pancia e le sensazioni come per l'indomito Joong, che non risparmia colpi bassi sia con le parole - il suo "braccio destro" continuamente vessato - che con i fatti - i confronti fisici con l'assassino -: e se l'epilogo lascia intravedere quantomeno un barlume di speranza, nello stomaco oscuro di questo angolo di Corea e dell'animo umano, tutto pare essere digerito da appetiti troppo grandi e spaventosi per essere affrontati, che si parli di lupi solitari ormai disillusi o bambine aggrappate alla speranza con tutte le forze.
E allora non resta che stare gli uni accanto alle altre, e sperare di potercela fare insieme.




MrFord




"You don't waste no time at all
don't hear the bell but you answer the call
it comes to you as to us all
we're just waiting for the hammer to fall."
Queen - "Hammer to fall" - 




martedì 21 luglio 2015

Child 44

Regia: Daniel Espinosa
Origine: USA, UK, Repubblica Ceca, Romania
Anno: 2015
Durata: 137'





La trama (con parole mie): Leo Demidov, tra gli eroi della conquista di Berlino da parte dell'Armata rossa durante la Seconda Guerra Mondiale, diviene nel corso degli anni cinquanta un ispettore esperto in interrogatori dell'elite delle forze dell'ordine del regime. Quando il figlio del suo migliore amico viene trovato morto e le indagini a proposito dello stesso omicidio sono insabbiate per esigenze politiche, la fedeltà di Demidov al regime viene messa a dura prova nel momento in cui il dito del Potere punta dritto a sua moglie Raisa.
Messo ai margini ed esiliato ai confini dell'Unione Sovietica, Leo non demorde, e si pone l'obiettivo di riuscire a scoprire quanto più possibile a proposito di quello che pare essere un serial killer feroce e spietato pronto a prendere di mira ragazzini tra i dieci e i quindici anni lungo la linea ferroviaria che va dalla Capitale a Rostov.
Spalleggiato dal Generale Nesterov, suo superiore per il nuovo incarico, Leo dovrà lottare contro i suoi fantasmi ed il Sistema per poter completare l'indagine.








E' curioso quanto, a volte, titoli che sulla carta hanno tutte le caratteristiche per conquistarci finiscono, al contrario, per risultare davvero poca cosa, prodotti pronti ad entrare ed uscire dalle nostre vite di spettatori senza colpo ferire: Child 44, firmato dal discretamente anonimo Daniel Espinosa - già autore del non eccessivamente esaltante Safe house - e prodotto da Ridley Scott - che, purtroppo, con il passare degli anni non è più la garanzia che era ad inizio carriera -, rientra alla perfezione nella categoria.
Un cast di prim'ordine - Tom Hardy, Gary Oldman, Joel Kinnaman, Noomi Rapace, Charles Dance, Paddy Considine, Vincent Cassel, giusto per citare i nomi più grossi -, un'ambientazione oscura, una trama divisa tra la critica e la lotta al Potere ed al Sistema e la caccia ad un serial killer ispirato alla figura di Cikatilo, storie di amore, amicizia e vendetta che si intrecciano a Storia e fatti di cronaca: se me l'avessero presentato senza permettermi di vederlo, avrei potuto perfino azzardare che Child 44 poteva essere una delle proposte più interessanti della prima metà del duemilaquindici, per il sottoscritto.
Peccato che, a conti fatti, il risultato sia debole sotto molti aspetti, privo del carattere necessario per rimanere davvero nel cuore, lontano sia dai blockbuster che dai film d'autore, troppo lungo e decisamente privo del mordente che un thriller ha bisogno di mantenere alla distanza: nonostante, infatti, le idee messe sul piatto nel corso della prima parte - il ruolo di Leo come uomo del Sistema, la sua abilità nell'estorcere confessioni, la rivalità con Vasili, l'amicizia fraterna con Alexei, il clima di terrore imposto dal regime, la presenza di un serial killer terribile, un uomo nero pronto a portare con sè ragazzi all'inizio delle proprie esistenze, lasciando un vuoto che nessun genitore potrà mai colmare - con il passare dei minuti tutto pare sgonfiarsi, diventare un compito che regista e sceneggiatori si sono ritrovati a portare a termine giusto per guadagnarsi la pagnotta, più che per voglia, passione o desiderio di dare alla storia che raccontano quella scintilla in grado di differenziare un titolo assolutamente anonimo da uno destinato a rimanere nella memoria.
In particolare, e senza rivelare passaggi che potrebbero rendere ancora più inutile la visione, il quarto d'ora finale che chiude la vicenda e, di fatto, racconta tutto quello che accade archiviato il vero epilogo della trama si è rivelato uno dei passaggi più inutili dell'ultimo periodo, finendo per portare il lavoro di Espinosa da un giudizio medio alle bottigliate delle delusioni, nonostante, di fatto, da Espinosa stesso non era certo lecito aspettarsi un nuovo Memories of murder o Se7en.
Di fatto, non siamo di fronte ad un film brutto, mal realizzato o poco interessante - per quanto non sfruttati a dovere, gli spunti per riflettere sono molti -, quanto principalmente ad un titolo piatto che non aggiunge nulla al genere, alla carriera di chi ha partecipato alla sua realizzazione o alla vita di chi si trova dall'altra parte dello schermo: in questo senso, parrebbe più interessante documentarsi - magari attraverso i libri - in merito alle ombre del dominio di Stalin nell'URSS del dopoguerra e rispetto a Cikatilo, ribattezzato il mostro di Rostov, uno dei serial killers più terribili degli ultimi cinquant'anni.
A dimostrazione, per una volta, della poca incisività dell'operazione, anche il riscontro clamorosamente basso al botteghino: poco più di un milione di dollari complessivi contro i cinquanta stimati di budget.
Considerate queste premesse, sarà difficile che la trilogia letteraria che ha ispirato Child 44 vedrà la luce interamente: e se i risultati sono di questo calibro, direi che non è neppure un male.




MrFord




"I'm friend with the monster that's under my bed
get along with the voices inside of my head
you're trying to save me, stop holding your breath
and you think I'm crazy, yeah, you think I'm crazy."
Eminem feat. Rihanna - "Monster" - 





venerdì 13 marzo 2015

Il killer del Green River

Autori: Jeff Jansen, Jonathan Case
Origine: USA
Anno: 2013
Editore:
Bao Publishing





La trama (con parole mie): Jeff Jensen, ripercorrendo il ventennio di indagini del padre Tom, detective della omicidi di Seattle e colonna del Team assegnato a quello che è considerato come uno dei serial killers più prolifici degli States, mostra il percorso che gli agenti responsabili si trovarono ad affrontare dopo l'arresto di Gary Ridgway, ormai ufficialmente riconosciuto come l'assassino, che patteggiò in modo da ottenere l'ergastolo evitando la pena di morte rivelando informazioni sulle posizione di corpi non ancora recuperati o identificati.
Un viaggio nella mente di un killer ma anche e soprattutto nel cuore di chi si è visto strappare i propri cari, e degli uomini che hanno lottato affinchè le vittime non fossero dimenticate.








Sarebbe bastata la dedica di Jeff Jansen al padre, per farmi amare questa graphic novel.
Una dedica sentita, di quelle che ogni padre vorrebbe leggere scritte dal proprio figlio.
Io per primo.
Neppure il tempo di commuoversi, ed ecco uno degli incipit più spaventosi che mi sia capitato di trovare quando si parla di Fumetto, ma anche di Cinema: poche pagine serrate, fredde, micidiali, degne di quello che era l'orrore suscitato da un personaggio come il Bob di Twin Peaks, o dai racconti di Lucarelli in Blunotte, o dai primi minuti di Mystic River.
Da un certo punto di vista, è un peccato che il resto dell'opera non sia all'altezza del suo antefatto, perchè altrimenti di fronte avremmo finito per avere una delle cose più clamorose mai prodotte dai tempi di Preacher: invece, ci troviamo "solo" tra le mani quella che, di fatto, è la versione a fumetti dello Zodiac cinematografico, una ricerca che parte dalla fine, dalla cattura di quello che a tutt'oggi è considerato il killer del Green River, uno dei più prolifici della Storia degli States, e che vede la squadra di detectives impegnata per quasi un ventennio nella sua ricerca sperare che quell'individuo confuso o forse soltanto furbo possa essere il mostro inseguito per così tanto tempo, in modo da avere gli strumenti non solo per poter donare la pace che meritano le vittime e soprattutto le loro famiglie, ma anche di trovare una spiegazione che possa giustificare atti motivati dal semplice, ancestrale, oscuro desiderio di uccidere per il gusto "di sapere cosa si prova".
Un percorso che è la cronaca di un dolore, e di un mosaico di dolori, ma anche una testimonianza dell'ammirazione che un figlio che ha visto - o non ha visto - la presenza del genitore finisce per sentire, una volta cresciuto, rispetto all'impegno che lo stesso ha profuso nella missione di una vita, per quanto la stessa dovrebbe essere, di fatto, quella di crescere e proteggere la propria famiglia.
In fondo, come insegna anche il giustamente incensato True Detective, per rivedere le stelle occorre immergersi negli abissi più profondi dell'animo umano, capace delle peggiori crudeltà e figlio dei più biechi istinti così come delle azioni più nobili ed altruiste si possano immaginare: in fondo, uomini come Tom Jensen ed i suoi colleghi finiscono per lottare in modo che il mondo possa essere un luogo almeno vagamente migliore per le loro famiglie e loro stessi e dunque, di riflesso - o forse è il contrario? - per tutte le famiglie e le persone che giorno dopo giorno cercano in tutti i modi di preservare.
Dall'altra parte, Gary Ridgway, al quale il tratto pastoso eppure non troppo definito di Jonathan Case si adatta perfettamente, sconfitto da qualcosa che non si potrà mai conoscere a fondo, dall'istinto primordiale e predatorio che porta individui come lui a trovare la propria realizzazione nella caccia e in quel dolore causato, eppure considerato e giudicato sempre all'esterno della propria esistenza.
Chi è, dunque, Gary Ridgway?
Il lato oscuro di ognuno di noi? Il terrore che opere come Twin Peaks alimentano? L'incredulità rispetto a quello di cui come genere umano siamo capaci?
E chi è Tom Jensen?
Chi siamo noi?
L'egoismo trova rifugio nel seguire i propri istinti o nel placarli mettendo fine al viaggio di chi non ha controllo sugli stessi?
Forse in entrambi i percorsi. O forse in nessuno.
Quello che conta, leggendo queste pagine intense e mai oltre misura, è che esiste un lascito del quale ognuno di noi, da figlio, può fare tesoro.
E tramandare in quanto padre.
Onestamente, io spero di trovarmi sempre dalla parte giusta del fiume.
E un giorno, di leggere una dedica come quella di Jeff Jensen.



MrFord



"Now I taught the weeping willow how to cry,
and I showed the clouds how to cover up a clear blue sky.
and the tears that I cried for that woman are gonna flood you Big River.
then I'm gonna sit right here until I die."
Johnny Cash - "Big river" -



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