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mercoledì 9 marzo 2016

Legend

Regia: Brian Helgeland
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2015
Durata: 132'






La trama (con parole mie): siamo a Londra, nel pieno degli anni sessanta. I gemelli Kray, Reggie e Ronnie, cresciuti nelle periferie della City e saliti alla ribalta nel mondo criminale, aspirano a dominare la città il primo con eleganza, locali lussuosi e grandi movimenti di persone e denaro, il secondo con la disequilibrata follia che lo caratterizza. Entrambi, però, hanno una formazione da veri e propri combattenti, pronti a menare le mani e sporcarsele pur di raggiungere i loro obiettivi: l'ascesa e l'acquisizione di un potere sempre maggiore - anche rispetto agli organi costituiti - e la ricchezza non cambieranno, però, la loro anima di ragazzi di strada, e la fascinazione che il crimine continuerà ad avere nonostante le promesse che Reggie in particolare continua a fare alla giovane moglie Frances.









Senza dubbio il Cinema, in termini di ispirazione e fascino, soprattutto a partire dagli anni settanta, ha finito per pescare dal mondo del crimine e dalle sue storie tanto quanto il Teatro ha fatto nel corso dei secoli dalla Tragedia classica: dalla saga de Il padrino a C'era una volta in America, passando per gli Scarface e i Carlito di DePalma e l'analisi della criminalità organizzata di Scorsese, intere generazioni di spettatori sono state - nel bene e nel male, occorre ammetterlo - attratte e formate dalle vicende di grandi nomi del crimine reali o create ad hoc per la fiction - non ultimo, il già cult Pablo Escobar di Narcos, per citare anche il piccolo schermo -.
Legend, prodotto made in England al cento per cento uscito qualche mese fa in sala Oltremanica e dalle nostre parti soltanto ora - del resto, della nostrana distribuzione ormai non mi stupisco più -, si concentra sulle vicende che videro, a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, la scena criminale londinese dominata dai gemelli Kray, Reggie e Rod, cresciuti nei bassifondi e divenuti con il fascino e la forza punti di riferimento dell'universo fuorilegge della capitale inglese: per la prima volta rappresentati dallo stesso attore - non è, infatti, questo, il primo biopic dedicato ai due turbolenti fratelli -, un gigantesco Tom Hardy, che non solo regala al pubblico tutte le sfumature del cockney ma anche due mimiche e fisicità decisamente differenti tra loro, i Krays divengono sequenza dopo sequenza il fulcro di una narrazione serrata ed avvincente, pronta a mostrare gli alti ed i bassi - entrambi inevitabili - di una "carriera" come quella dei suoi protagonisti decisamente potente e ben ricostruita ed appassionante da seguire, che si conosca la storia vera dei due boss oppure no.
A prescindere, comunque, dalle vicende narrate, la pellicola andrebbe gustata principalmente per il fascino della ricostruzione e degli accenti - del resto molti dei comprimari sono attori british consumati - ed il lavoro straordinario di quello che, senza dubbio, è uno degli interpreti più interessanti e poliedrici della "mia" - in termini anagrafici - generazione di attori, il già citato Tom Hardy: dopo essere passato dal Cinema d'autore a quello mainstream, dal Bronson di Refn al Max di Fury Road ed aver regalato di recente un'altra ottima interpretazione in The Revenant, quello che solo qualche anno fa appariva come la spalla di DiCaprio in Inception conferma le sue straordinarie doti, affiancandosi proprio al buon Leo e a Michael Fassbender come riferimento attuale per quanto riguarda le interpretazioni maschili.
Archiviati, però, i complimenti al suo protagonista e la presa di coscienza del fatto che si tratti di un prodotto solido e tosto, per il resto Legend presta il fianco alla critica più pesante che si possa muovere ad un prodotto figlio di un filone responsabile di alcuni dei più grandi cult dell'ultimo trentennio: di fatto, esistono decine e decine di film simili a Legend altrettanto ben fatti, ed in termini di impatto emotivo non corre poi così tanta differenza tra questo ed altri prodotti a loro modo convenzionali come i recenti Black Mass e The Iceman.
Storie di crimini e di criminali destinate inevitabilmente ad inghiottire non solo i loro protagonisti, ma anche chi finisce per amarli - splendida la parte legata alla moglie di Reggie -, come buchi neri che, in cambio di potere, denaro e gloria chiedono tributi di sangue ed un destino che si rivela sempre e comunque amaro: in questo senso, non mi chiedo più il perchè di scelte come quelle dello stesso Reggie, dei gemelli Kray, di chiunque abbia percorso quella strada ed abbia deciso, anche quando poteva mollare tutto e vivere in pace e con il culo coperto in qualche paradiso tropicale senza alzare più un dito per tutto il resto della vita, di continuare a combattere, a lottare, ad essere protagonista di una storia che non avrebbe mai potuto avere un lieto fine.
In fondo, chi vive per l'esperienza e per il brivido del viaggio difficilmente riuscirà mai davvero a posare la valigia.
A prescindere da quello che la stessa possa contenere.





MrFord





"There are time when I feel I'm afraid for the world
there are times I'm ashamed of us all
when you're floating on all the emotion you feel
and reflecting the good and the bad."

Iron Maiden - "Blood brothers" - 







domenica 22 novembre 2015

Hyena

Regia: Gerard Johnson
Origine: UK
Anno:
2014
Durata:
112'







La trama (con parole mie): Michael è un veterano della polizia londinese, un uomo d'azione legato a doppio filo ai compagni della squadra d'assalto, responsabili di numerosi arresti ma senza dubbio lontani dall'essere agenti ligi alle regole. Il gruppo, infatti, è spesso e volentieri implicato in attività più criminali che legali, come la partecipazione con una quota cospicua di denaro ad un'operazione di importazione di traferimento di droga della mala turca.
Quando un gruppo di albanesi entra di forza nel giro cercando di soppiantare i "soci" di Michael, quest'ultimo si ritrova in difficoltà sia rispetto i nuovi arrivati, sia rispetto all'intervento degli Affari interni, che paiono aver messo un bersaglio sulle attività della squadra d'assalto e su Michael stesso.
Come si muoverà questo insolito poliziotto fuori dagli schemi? 
E che ripercussioni avranno le sue decisioni rispetto alle forze dell'ordine ed al mondo del crimine?











Una delle cose che ho sempre apprezzato del cosiddetto "Cinema di genere" è la solidità.
Poco importa che si parli di horror, azione, thriller o, come in questo caso, di serrato crime metropolitano: nel momento in cui ci si allontana dalle regole mainstream tanto quanto da quelle puramente d'essai, e la produzione rivela i giusti attributi, il risultato porta sempre a titoli forti, rocciosi, cattivi e cazzuti come qui al Saloon non ci si stanca mai di affrontare.
E' il caso di Hyena, pellicola made in UK che pare unire, nel segno della violenza, di una cornice decisamente squallida e periferica - scordatevi le panoramiche della Londra turistica - e di una fotografia splendida in pieno stile Drive le tematiche portate a galla qualche anno fa dall'indimenticabile The Shield, il respiro del poliziesco francese anni settanta, quello di provenienza orientale e l'affresco disperato della trilogia di Pusher firmata agli inizi della sua carriera dallo stesso Refn.
Le vicende di Michael Logan, sbirro tutto d'un pezzo, uomo d'azione, pronto a completare arresti e spaccare culi eppure ad un tempo profondamente corrotto e sporco, sono un esempio perfetto di quanto il cosiddetto "genere" possa rendere se sorretto da una regia convincente, un cast in parte - ottimi sia i componenti della squadra d'assalto, lo stesso Logan/Peter Ferdinando, il volto noto Stephen Graham, sia quelli del mondo criminale, guidati dai due inquietanti boss albanesi - ed un'escalation di violenza che non lascia scampo allo spettatore così come ai protagonisti, incapaci di fermare la spirale di oscurità nella quale, per scelta, inclinazioni o natura, hanno finito per farsi risucchiare.
Il lavoro di Gerard Johnson non si preoccupa troppo di risultare politicamente corretto, o di non calcare la mano sulla sua componente violenta - il destino del contatto di Logan ucciso fuori campo dagli albanesi e poi mostrato di scriscio a omicidio già avvenuto, la prigionia della ragazza venduta per punizione ed usata come oggetto sessuale -, è ben sorretto da uno script sufficientemente tragico e scopre nervi che gli appassionati ben conoscono: peccato che, nella parte finale, subisca un lieve calo complessivo - almeno per quanto riguarda il sottoscritto - legato, forse, ad un troppo che stroppia sia in termini di eventi - il confronto decisivo tra Logan e la sua nemesi degli Affari interni, la vendetta degli albanesi rispetto allo stesso Logan - sia ad un finale forse troppo aperto all'interpretazione dello spettatore, che senza dubbio colpirà nel profondo una buona fetta di pubblico ma che avrei preferito, considerata la decisione dell'intera opera, più netto e risoluto.
Ad ogni modo, una pellicola che ruggisce e colpisce, alla quale manca forse la zampata per diventare un piccolo classico ma che resta una delle cose migliori che il poliziesco abbia regalato all'audience negli ultimi mesi, lontana dalla ribalta e dalle produzioni patinate e più vicina allo stile senza freni e senza sconti cui sono abituati i fruitori dei fratelli made in Hong Kong di questo Hyena, evocativo nel titolo e nei fatti, poggiato sulle spalle di un main charachter crepuscolare e detestabile, solido - il salvataggio della ragazza prigioniera - quanto vigliacco - la maggior parte dei confronti con i boss albanesi -, umano nel senso più disprezzabile possibile e forse, proprio per questo, ancora più potente sullo schermo.
Se, dunque, non avete paura di "sporcarvi un pò le mani" o di affrontare una visione di fatto senza sconti, fatevi avanti, e preparatevi ad un viaggio nei recessi di una città e della parte più oscura dell'animo umano.
Al contrario, doveste avere qualche dubbio, girate al largo: qui si entra dritti nel recinto delle belve più feroci.
Quelle che non risparmiano neppure le carogne.




MrFord




"Absent from political authority an animal i've become (Hey !!)
total disorder and confusion is the life style that i run (Hey !!)
permit me to do what i want and i will i'm a nomad to travel (Hey !!)
concrete class stone and gravel."
Rancid - "Hyena" - 




 

mercoledì 8 luglio 2015

Survivor

Regia: James McTiegue
Origine: USA, UK
Anno: 2015
Durata: 96'





La trama (con parole mie): Kate Abbott, addetta alla sicurezza dell'ambasciata statunitense a Londra, donna tutta d'un pezzo con cicatrici legate alla perdita del suo compagno, che servì in Afghanistan dopo le vicende dell'undici settembre, scopre un intrigo che prevede lo sfruttamento di scienziati provenienti da tutto il mondo smistati proprio nella capitale britannica ed indirizzati a New York per un attentato in programma nel corso dei festeggiamenti per celebrare la fine dell'anno.
Scampata miracolosamente all'eliminazione dell'intera squadra dell'ambasciata che si occupa della concessione dei visti in uscita, la Abbott si ritrova braccata dalle forze dell'ordine inglesi e dal misterioso Orologiaio, un sicario che ha ricevuto l'incarico di spianare la strada agli organizzatori dell'attentato nella Grande Mela.
Riuscirà Kate a sventare il complotto e riabilitarsi agli occhi del mondo e delle organizzazioni di sicurezza che la credono colpevole?








A volte mi chiedo per quale motivo, rispetto a determinate proposte, finisco per non imparare mai, e per dovere di cronaca, bisogno di stacco più che di impegno nelle serate di stanca, speranza puntualmente disillusa di essere sorpreso in positivo, mi ritrovo sul divano di fronte a pellicole che non solo non meriterebbero la fatica soprattutto di scriverne, ma neppure di essere distribuite.
Survivor, action spionistico fuori tempo massimo - avrebbe fatto una figura forse migliore nei primi anni zero, un pò come l'invecchiata malissimo e sempre cagna maledetta Milla Jovovich - firmato da James McTiegue rientra alla perfezione in questa tipologia di schifezze a prova di bomba: imbarazzante nella scrittura e nello svolgimento, improbabile quanto e più delle peggiori puntate delle peggiori serie televisive, sancisce di fatto la fine della carriera da Autore del regista, ex collaboratore dei Wachowski che ai tempi del suo esordio con V per vendetta quasi mi fece gridare al miracolo, passato da una storia coinvolgente tutta incentrata sulla lotta al Sistema ad una che di storia ha poco o nulla e che, al contrario, pare più una costola degli anni del bushismo, che non un bell'action scacciapensieri o una pellicola che, sfruttando pallottole ed inseguimenti, porti a galla riflessioni ben più profonde.
Caratterizzazioni tagliate con l'accetta, tipico incedere di stampo televisivo, svolte narrative al limite del ridicolo involontario, l'antagonista interpretato da Pierce Brosnan imbarazzante - curioso come, senza fare alcuna fatica o scomporsi, riesca a comparire in ogni luogo più o meno nascosto in cui la protagonista si muove, neanche fosse dotato di teletrasporto ed ubiquità -, la situazione da accusata della Abbott e la sua lotta per impedire l'attentato e scagionarsi ridicole, e soprattutto, quello che avrebbe dovuto essere il campanello d'allarme principale della vigilia: Dylan McDermott.
Alle spalle anni di ciofeche galattiche, dovrei andare sul sicuro quando il buon McDermott figura nel cast di un film, almeno quanto quando dietro la macchina da presa si incappa in Paul W. S. Anderson: anche in questo caso, infatti, le attese non vendono disilluse, sorprendendo soltanto per l'inconsuetudine dell'attore di non apparire nel ruolo dello stronzo, bensì di quasi unico sostenitore della protagonista nel corso della sua fuga pronto a passare nell'arco di ventiquattro ore di narrazione dallo status di "ferito gravemente" a "comodamente a casa con il telefono in mano, camicia stirata, un braccio al collo ed un cerottino in fronte".
Quello che, dunque, si prospettava essere il favorito nella corsa per l'ambito Ford Award dedicato al peggio del duemilaquindici, Cinquanta sfumature di grigio, troverà alla fine dell'anno una concorrenza ben più agguerrita di quanto mi potessi aspettare, tanto da cominciare a farmi valutare l'idea di portare da dieci a quantomeno venti i titoli inseriti in questa "prestigiosa" lista: a prescindere, comunque, da quello che sarà, Survivor lotterà come se dovesse, per l'appunto, portare a casa la pelle, per salire sul gradino più alto del podio.
E purtroppo, lo farà dopo essere passato sugli schermi del Saloon.



MrFord



"Have you seen the old girl
who walks the streets of London
dirt in her hair and her clothes in rags?
she's no time for talking,
she just keeps right on walking
carrying her home in two carrier bags."
Blackmore's night - "Streets of London" - 





lunedì 30 settembre 2013

Redemption

Regia: Steven Knight
Origine: UK, USA
Anno: 2013
Durata:
100'


 
La trama (con parole mie): Joey, un ex membro dei corpi speciali in preda ai sensi di colpa e al disturbo da stress post-traumatico a seguito delle sue azioni in Afganisthan, vive nelle zone più malfamate di Londra come un senzatetto, dedicandosi solo ed esclusivamente all'alcool.
Quando con una giovane amica viene assalito da due piccoli criminali ed è costretto alla fuga trovando rifugio nella casa vuota per qualche mese di un fotografo, qualcosa in lui scatta: rimessosi in forma e liberata la mente, infatti, Joey decide di lavorare per la Triade cinese mettendo da parte abbastanza soldi per assicurare un futuro alla figlia abbandonata anni prima e regalare almeno un pò di pace ai derelitti ospiti della missione curata dalla suora Cristina, una ragazza di origini polacche che avrebbe voluto fare la ballerina.
Una volta venuto a sapere che l'amica che era con lui la notte della sua "rinascita" è stata uccisa mentre si prostituiva, un altro obiettivo si aggiunge alla lista dell'uomo: trovare il responsabile e punirlo come solo Jason Statham potrebbe.




Di Steven Knight, onestissimo mestierante non più giovane da poco dedicatosi alla carriera di "solista" dietro la macchina da presa, si è fatto di recente un gran parlare per l'attesissimo Locke con protagonista Tom Hardy passato fuori concorso a Venezia, e qui al Saloon le aspettative in merito sono cresciute con la scoperta della realizzazione, quasi in stereo rispetto al titolo appena citato, di questo Redemption che conta come volto principale su uno dei fordiani ad honorem più amati da queste parti, Jason Statham.
Il risultato ha portato senza dubbio una visione più che dignitosa, tesa e gradevole quanto basta per un film che è effettivamente action ma che, dalla confezione - ottima la fotografia in pieno stile Refn - ai contenuti, mostra di avere ambizioni più autoriali decisamente poco spocchiose e sicuramente ben riposte nel buon, vecchio Steven: ma senza soffermarsi troppo sullo spessore decisamente più importante rispetto ai prodotti tamarri cui il granitico Jason ci ha abituati - del resto, quando c'è gente come lui in ballo, finisce per passare comunque in secondo piano -, posso dire che Redemption è stato in grado di regalarmi una serie di perle stathamiane non indifferenti fin dalle prime sequenze.
Si parte, infatti, con un flashback dei tempi della guerra in cui possiamo notare il Nostro completamente rasato in tenuta da killer fatto e finito - tanto da apparire uscito da videogiochi come Call of duty - per venire catapultati al presente "di crisi" del protagonista, presentato nella insolita veste di tossico ubriaco picchiato da due mezze tacche nonchè impresentabile a causa di una chioma decisamente poco fluente e parecchio unta, roba da fare accapponare la pelle di tutte le fan dell'Expendable.
Ma è soltanto l'inizio: perchè pronti via, ed il tempo di schiarirsi le idee, tagliarsi l'improbabile cavellata e rimettersi in forma, e Jason pare pronto a sfoderare il meglio del suo repertorio a partire da un pestaggio da manuale di un gruppetto di tifosi un pò troppo ubriachi gentilmente accompagnati fuori dal ristorante cinese in cui il protagonista ha iniziato la carriera dal basso - per usare un eufemismo -.
Da questo momento i fan hardcore dell'unico, vero action hero di questo nuovo millennio troveranno pane per i loro denti, e tra un lavoretto e l'altro svolto per la Triade ci sarà tempo sia per il già evidenziato approfondimento emotivo del protagonista, che per un'impresa che neppure Sly e soci avrebbero potuto pensare come realizzabile: perchè oltre a fingersi un presunto fidanzato gay del fotografo di cui ha occupato l'abitazione seducendo comunque la vicina di casa - indimenticabile il siparietto nel parcheggio -, il coriaceo Statham, questa volta, centra il bersaglio grosso portando decisamente lontano dalla buona condotta e nientemeno che dal Grande Capo la suora Cristina, che l'antieroe di Redemption non esita a scopare felicemente.
Perfino io, vecchio cowboy di Frontiera, non mi sarei aspettato tanto.
E proprio quando si pensa di aver raggiunto l'apice, ecco che l'erede dei vari Willis, Stallone e Schwarzenegger regala l'ennesima perla nel momento del confronto decisivo con l'assassino della sua giovane amica, con un'uccisione degna degli annali del genere.
Dovendo considerare di dedicarsi ad una visione made in Stathamlandia, non si potrebbe dunque chiedere niente di meglio.
E teniamo d'occhio Steven Knight, perchè questo vecchio ragazzaccio ha sicuramente in serbo altre sorprese per noi amanti del Cinema old school.


MrFord


"I don't know if it's me or just the sign of the times
but I want a better life than the one I've been livin'
ain't no one says that you can't change who you are
ain't no law says you gotta take what you're givin'."
Pat Benatar - "Every time I fall back" - 


giovedì 28 febbraio 2013

Cockneys vs zombies

Regia: Matthias Hoene
Origine: UK
Anno: 2012
Durata: 88'




La trama (con parole mie): Andy e Terry sono due fratelli figli di rapinatori che non hanno combinato troppo nella vita, e che il nonno - reduce della Seconda Guerra Mondiale - non esita a bastonare a dovere per la loro poca concretezza. Un giorno, per salvare la casa di riposo dove il vecchio combattente vive, i ragazzi decidono di organizzare un colpo che possa mettere al sicuro la struttura dalle speculazioni edilizie di un'impresa che vorrebbe piazzare al suo posto - almeno sulla carta - una serie di palazzoni ultramoderni, senza sapere che nel frattempo proprio dai cantieri degli stessi è pronta a propagarsi un'epidemia destinata a trasformare Londra in un teatro di guerra tra superstiti umani e zombies.
I fratelli, una volta ottenuto il denaro grazie all'aiuto della cugina e di due strampalati compagni di banda, dovranno dunque fare fronte ad una minaccia ben peggiore della polizia e tornare a salvare il nonno ed i suoi arzilli compagni di "riposo".




Fino a qualche anno fa parlare di zombie significava, in ambito cinematografico, confrontarsi volenti o nolenti con l'eredità lasciata dalla saga realizzata da quel geniaccio cattivo di George A. Romero, che con la sua nerissima critica sociale ha, di fatto, segnato l'immaginario collettivo della settima arte - e non solo -.
D'improvviso, poi, come un fulmine a ciel sereno è giunto lo strepitoso Shaun of the dead firmato da Edgar Wright, che oltre a stupire il Maestro in persona - che omaggiò il giovane regista anglosassone ospitando lui ed il suo protagonista ed attore feticcio Simon Pegg in La terra dei morti viventi, proprio nel ruolo di zombies - ha di fatto settato un nuovo standard per i prodotti di questo genere, realizzando quella che, senza dubbio, è stata la prima vera e propria commedia horror autoriale portata sul grande schermo.
Cockneys vs zombies si inserisce nel filone generato proprio da quest'ultima pellicola, mescolando atmosfere e stile che ricordano quelli di Misfits - riuscitissimi i titoli di testa in stile comic book - allo sfruttamento di una delle figure cardine della mitologia horror di tutti i tempi, che nonostante la mancanza di mobilità o espressività particolari ha mietuto successi ad ogni latitudine: lo zombie, per l'appunto.
Il regista Matthias Hoene, cool abbastanza e furbo ad utilizzare gli anziani ospiti della casa di riposo come asso nella manica per colpire e divertire il pubblico, però, risulta decisamente più acerbo dietro la macchina da presa del già citato - e mitico - Wright, finendo per portare sullo schermo un film assolutamente divertente e fresco ma incapace di bissare il successo - ed eguagliare la qualità - di Shaun e dei suoi creatori.
Senza dubbio, comunque, il risultato finale risulta quantomeno piacevole e perfetto per una serata senza troppo impegno da passare schiantati sul divano con il cervello spento: e nonostante il cast sia per la maggior parte non all'altezza di una distribuzione internazionale la scrittura e le situazioni forniscono un ottimo contrappeso regalando momenti assolutamente esilaranti ed un setting - la casa di riposo - sfruttato in precedenza solo da Don Cosciarelli nel suo mitico Bubba Ho Teep.
Le gag sfornate dalla giovane banda di aspiranti rapinatori, infatti, non bastano per conferire loro il ruolo di veri protagonisti della vicenda, saldamente nelle mani degli anziani in lotta con gli zombies - la fuga con il deambulatore dai basculanti mostri liberi nel giardino è già un piccolo cult fordiano - guidati dal battagliero nonno dei protagonisti, reduce della Seconda Guerra Mondiale che non sfigurerebbe di certo accanto al Walt Kowalski di Gran Torino in quanto a palle d'acciaio e ruvidità di maniere.
Dunque, tra una sventagliata di mitra ed un colpo di katana, una risata ed una bella, sana esplosione di teste di morti viventi, con Cockneys vs zombies non si assiste di certo ad una rivoluzione del genere ma ad un comodo, godurioso, senza pretese divertissement, che nei tempi di magra o in caso di eccessiva stanchezza a seguito degli impegni quotidiani finisce senza dubbio alcuno per starci da dio.
O da qualunque cosa abbia deciso di scoperchiare le fosse e liberare qualche cadavere per le strade del nostro tempo: in ogni caso, le capicollanti minacce troveranno sempre qualche battagliero nonnetto pronto a fare loro un considerevole culo a strisce.


MrFord


"Watching the people get lairy
it's not very pretty I tell thee
walking through town is quite scary
it's not very sensible either
a friend of a friend he got beaten
he looked the wrong way at a policeman
would never of happened to Smeaton
an old leodensian."
Kaiser Chiefs - "I predict a riot" -


lunedì 20 giugno 2011

London boulevard

La trama (con parole mie): Mitchel, appena uscito di galera, è fermamente intenzionato a scrollarsi di dosso il mondo che ha lasciato alle sue spalle appena entrato in carcere, tre anni prima, a partire dal suo vecchio compare Billy.
Per farlo, cerca lavoro come guardia del corpo di una diva che a seguito di un'ascesa precoce e vertiginosa si ritrova, prima dei trent'anni, ad essere divorata da psicosi di vario genere ed ansia da incombenti paparazzi.
Inutile dire che il fascino da bel tenebroso di Mitchel risveglierà nella giovane Charlotte non soltanto i sentimenti schiacciati dall'isolamento, ma la spingerà a buttarsi di nuovo nella mischia, magari portando l'uomo con lei: peccato che, sulla strada per la loro nuova vita, i due debbano fare i conti con Gant, boss che vorrebbe a tutti i costi portare dalla sua Mitchel.

Esistono film capaci di rimanere sospesi, realizzati con professionalità e godibili eppure clamorosamente piatti e pervasi da quell'aura di "già visto" mai troppo utili se non si è in grado di coinvolgere adeguatamente lo spettatore.
London boulevard è uno di essi.
Se paragonato, infatti, a molte schifezze proposte in sala, la pellicola firmata da William Monahan - già sceneggiatore di The departed e Nessuna verità, tra gli altri - appare senza dubbio solida ed assolutamente onesta, di quelle da passarsi una serata con la sicurezza di aver assistito ad uno spettacolo ben realizzato eppure ugualmente associabile all'intrattenimento da distensione di cervello - specie nei periodi in cui lavoro e vita mettono lo zampino sulla soglia d'attenzione che è possibile sfoggiare al termine della giornata -.
Eppure, considerati il background dell'autore, la sceneggiatura e la serie di strizzate d'occhio portate all'indirizzo di pellicole dello stesso genere ma decisamente più potenti come The town o a registi esperti nella stessa materia ma assolutamente più ironici e divertenti - Guy Ritchie -, e non ultima la sensazione che la volontà dello stesso Monahan potesse essere quella di trasformare la storia di Mitchel e Charlotte in una sorta di nuovo cult londinese che potesse sostituire i passati Lock&Stock nel cuore degli appassionati, il risultato non può che perdere punti.
Come credo possa essere facilmente intuibile, dunque, Monahan non ha - e probabilmente non avrà mai -, dalla sua, il carisma o l'appeal di Ritchie, e benchè il cast risulti azzeccato - su tutti spicca un ottimo David Thewlis nell'incredibile ruolo di Jordan, unico personaggio ad avere tutte le potenzialità per figurare in un cult con tutti i crismi, seguito a ruota da Ben Chaplin - la storia naviga tranquillamente sui binari del già sentito senza deragliare ma senza neppure far gridare al miracolo.
Certo, il mestiere si vede ed il risultato minimo è comunque portato a casa, alcune idee risultano efficaci ed il ritmo non perde colpi neppure nei momenti della pellicola ritagliati per la storia che coinvolge i due protagonisti, preludio al crescendo del confronto tra Mitchel e Gant - il loro dialogo al ristorante vale tutta la pazienza portata nei momenti dedicati allo sbocciare dell'amore tra la Knightley e Farrell, che, almeno visti dall'altra parte dello schermo, paiono avere un'alchimia ed un affiatamento pari a quelli di uno sgabello ed una spugna di mare -, decisamente più movimentato e confacente al genere.
Ottimo, invece, il finale, che pur se anticipatissimo e chiaramente ispirato ad altri classici di caratura ben maggiore - Carlito's way su tutti -, dona uno spessore decisamente maggiore ai due amanti, che nella separazione definitiva trovano una dimensione decisamente più reale e clamorosamente più intensa.
In questo senso, aumenta il rimpianto rispetto alla scelta di Monahan di compiere il grande salto della regia senza lavorare con più intensità su questa sceneggiatura prima di consegnarla ad un cineasta più esperto che, forse, avrebbe potuto trasformare la storia di Mitchel in quella perla che lui stesso avrebbe voluto consegnare al pubblico.

MrFord

"I though it was all just a nightmare
I guess it was true
But now I'm left with a daily reminder of you."
Dropkick Murphys - "Rude awakenings" -

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