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mercoledì 22 agosto 2018

1993 (Sky, Italia, 2017)




Ricordo abbastanza bene, considerato che ai tempi ero interessato di politica quasi meno di ora, il periodo che segnò la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra per gli scenari italiani - o almeno così si credeva -: ricordo gli anni terribili degli attentati a Falcone e Borsellino, della paura, dell'illusione venduta e fornita ad hoc sfruttando un momento e le influenze costruite banconota dopo banconota.
Ricordo il suicidio di Gardini e qualcosa di Mani Pulite.
E penso che quella tanto attesa rivoluzione partita dall'operato di Di Pietro sia stata forse una bolla di sapone soffocata dalla comodità della televisione e di promesse altisonanti e chiaramente da vendita di fumo.
Non sarà Gomorra, Romanzo criminale o una serie in grado di cambiare davvero il panorama del piccolo schermo, ma 1993 - come il precedente 1992 - fotografa molto bene un'epoca, le sue ferite e le sue angosce, riuscendo nella non facile impresa di mescolare vicende reali a personaggi di fiction creati ad hoc per ricordare al pubblico o raccontare allo stesso cosa accadde nell'epoca di Mani Pulite: attraverso personaggi come quello del bieco Leonardo Notte - cui Stefano Accorsi, come spesso accade detestabile, presta decisamente bene il volto - o del leghista Bosco, assistiamo all'ascesa inesorabile della "Seconda Repubblica" e della silenziosa sconfitta del tentativo di alcuni uomini di sovvertire un sistema marcio ed incontrollato, finiti alle corde proprio quando il massimo esponente di quel sistema "nuovo" finì per diventare Capo del Governo.
Ma questa è un'altra storia - che probabilmente la produzione si riserva di raccontare in 1994 -: nel frattempo i pezzi vengono mossi sulla scacchiera, simboli dell'avanzamento di un morbo che non fece altro che raccogliere il testimone dei tempi del "silenzio" e trasformare gli stessi in quelli delle dichiarazioni altisonanti e sopra le righe.
Dalla mutazione dello stesso Notte fino all'epilogo della vicenda di Bibi e della sua famiglia, 1993 è come una lenta agonia che, se non fossimo già al corrente di quello che accadde, suonerebbe davvero come una sorta di marcia funebre ed uno dei titoli più pessimistici ed oscuri del panorama italiano: la carne al fuoco è tanta, forse troppa, alcune situazioni ed episodi sono appena accennati, eppure sono chiari i segni di una produzione molto curata e di buon livello almeno per quello che è il panorama nostrano, con il tentativo di presentare un lavoro maturo ed efficace anche se comunque dall'animo pop.
Rispetto alla stagione precedente molte cose cambiano e prendono direzioni estremizzate - il fratello di Bibi, ad esempio -, si ha l'impressione che il pieno potenziale della produzione non sia stato espresso, eppure, forse nel mio caso grazie alla forza dei ricordi, si resta catturati dal racconto e si finisce quasi per desiderare l'arrivo di 1994 oppure tornare con la mente agli anni in cui, in televisione, si guardava La Piovra.
E nonostante gli slogan, continuo a pensare che quello fosse un periodo oscuro e torbido, e lo penso ancora oggi, e dopo aver attraversato gli episodi di 1993, che mi hanno ricordato come e perchè ho iniziato a coltivare alcune idee politiche, o detestare profondamente un certo modo criminale per manipolare e sfruttare il potere e la gente.
Da questo punto di vista, "l'idea di Stefano Accorsi" funziona almeno quanto il suo personaggio, uno dei più viscidi che ricordi negli ultimi mesi da serial televisivi, che penso sguazzerebbe alla grande anche al seguito dei Lannister, o nella Loggia Nera di Twin Peaks: questo perchè il Male ha tanti volti, ma una sola traduzione.
Che purtroppo, spesso è più reale dei mostri che immaginiamo per cercare di tenerla lontana da noi.



MrFord




 

venerdì 24 marzo 2017

On the job (Erik Matti, Filippine, 2013, 118')





Fin dai primi passi mossi nell'incredibile mondo del Cinema d'Oriente, compiutid a suon di pallottole grazie a Kitano e To, sono sempre stato affascinato dal modo di raccontare il dramma e lo struggimento del crimine e di una realtà senza uscite dei nostri cugini ad Est: probabilmente liberi dai condizionamenti religiosi e culturali presenti da queste parti, infatti, ho sempre trovato gli autori asiatici ben più capaci di quelli occidentali di rappresentare senza nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso la crudeltà di un certo tipo di storie e di mondi, così come la semplicità, l'emozione e, a tratti, l'ironia macabra delle stesse - una sequenza come quella del confronto tra Kitano ed il pedofilo in L'estate di Kikujiro, probabilmente, qui avrebbe provocato uno scandalo -.
Dunque, quando si tratta di crime violento proveniente da Oriente, da queste parti si sfonda una porta aperta: doveva ben saperlo il mio fratellino Dembo quando, nel corso di un pomeriggio a casa sua con i bimbi scatenati, il Fordino in fremente attesa di vedere ancora una volta il pappagallo Elvis ed i consueti scambi "tra genitori", ha gentilmente offerto al sottoscritto questo On the job, teso crime filippino di qualche anno fa inspiegabilmente uscito sul mercato home video anche in Italia e ben recensito in rete.
Il risultato è stato, oltre ad un viaggio nel tempo fino all'epoca in cui il già citato Kitano e John Woo erano i miei mostri sacri, una vera, interessante scoperta: a prescindere dal fatto che sia ispirato a fatti realmente accaduti - e non mi stupisco, Manila è una delle metropoli con il più alto tasso di corruzione e criminalità di tutta l'Asia -, On the job rappresenta il tipico racconto senza speranze manifesto dell'hard boiled, in cui tutti perdono, specie se sono "buoni" o animati da intenzioni "giuste", il Potere vince sulla Giustizia, il sangue sulla speranza e chi più ne ha, più ne metta.
Da entrambi i lati della barricata, che si tratti di poliziotti o criminali, la bassa manovalanza finisce fagocitata dai meccanismi dei grandi burattinai di entrambe, spesso soffocata nel sangue: in questo senso, occorre ammettere una perizia notevole - nonostante un montaggio a mio parere non sempre all'altezza - nel rappresentare con un realismo sconvolgente le fasi più concitate e violente di inseguimenti ed uccisioni, così come l'ottima scrittura che permette allo spettatore di trovare spunti di coinvolgimento che si parli dei poliziotti in caccia, dei criminali pronti a tutto - anche a fare da sicari per il Governo - pur di toccare con mano una speranza tradotta in termini economici o di promesse di libertà, e delle vittime.
Come di consueto, eminenza grigia ed avversario di tutti - nonchè mio, da spettatore e da uomo - il Potere costituito manovrato dalle dittature silenziose, che si esprimono per bocca di personaggi come il generale Pacheco e tutti quelli come lui, "guardiani" silenziosi di democrazie che celano imperi, monarchie pronte a spacciarsi per repubbliche: e non nascondo che, per indole ed inclinazione, se non ci fosse stata l'azione a stemperare il mio lato ribelle e politico, mi sarei indignato di fronte all'ennesima dimostrazione di come vanno le cose, a prescindere dalla parte del mondo in cui ci si trova.
Per poter quantomeno accantonare il pensiero, mi sono rifugiato, neanche fossi tornato ai tempi di The Killer, al rapporto ed allo struggente finale dello stesso tra i due sicari: umanità, sangue e lacrime.
Qualcosa di vissuto, nel bene o nel male.
Qualcosa che il potere non potrà mai comprendere.
Perchè quello si mangia tutto, senza badare al sapore.




MrFord




 

martedì 5 aprile 2016

Cartel Land

Regia: Matthew Heineman
Origine: USA, Messico
Anno:
2015
Durata:
100'







La trama (con parole mie): lungo il confine tra USA e Messico, e nel profondo della valle del Michoacan, il dominio dei trafficanti di droga rappresentanti dei Cartelli incide sulle vite e sulle morti delle persone comuni, spingendo civili da entrambi i lati dello stesso a prendere le armi e combattere i criminali come in una guerra.
Tim "Nailer" Foley, in Arizona, da anni organizza una milizia paramilitare che si occupa di pattugliare il confine e consegnare alle autorità clandestini, vedette dei trafficanti e trafficanti stessi, mentre nel cuore del Michoacan un medico stanco dei soprusi, Josè Manuel Mireles, organizza un esercito costituito di gente comune ribattezzato Autodefensa pronto a battersi contro i trafficanti per riconquistare la propria terra ed i propri diritti.
Da entrambi i lati del confine, però, la lotta non solo non sarà facile, ma vedrà formarsi ostacoli interni ed esterni sempre più difficili da superare.











Vivere lungo un confine, specie quando lo stesso è tra i più "caldi" al mondo, non dev'essere semplice. Quando, di recente, ho affrontato la lettura de Il cartello, vero e proprio Capolavoro firmato da Don Winslow a dieci anni di distanza dall'altrettanto grande Il potere del cane, mi sono ritrovato catapultato lungo quello tra USA e Messico, da decenni al centro di questioni politiche, di territorio, di potere e, ovviamente, anche legate al traffico di droga e di esseri umani.
Cartel Land, purtroppo non distribuito in Italia e che, in un anno di elezioni presidenziali negli USA, pensavo favorito nella corsa all'Oscar per il miglior documentario, mi ha riportato tra le pagine di Winslow con tutta la violenza che la vita in quelle strade riserva alle persone che, per nascita, scelta o destino, proprio in quelle strade vivono: Matthew Heineman e la sua troupe, con un coraggio che ha scomodato ricordi importanti come quello de L'incubo di Darwin - spesso è poco sottolineato quanto i documentaristi debbano, come reporter in zone di guerra, mettere a rischio le loro stesse incolumità per girare in condizioni ed ambienti decisamente ostili -, firmano un racconto da brividi che mostra la realtà dei traffici da sempre in gioco sulla linea sottile che separa States e Messico vista e vissuta dalla parte dei poveri, della gente comune, di chi si trova a dover sopravvivere non solo alla quotidianità ed alle difficoltà, ma anche e soprattutto all'incontro mai piacevole di incudine e martello.
Dal lato americano, Tim Foley porta di fronte alla macchina da presa la sua storia, iniziata quando a quindici anni, stanco degli abusi fisici e mentali subiti da parte del padre, si allontana da casa per iniziare a costruirsi una vita, ed uscito dalla dipendenza da metanfetamine ed alcool diviene un operaio edile, padre a sua volta - toccante il momento in cui ricorda di aver presentato le figlie al suo vecchio, per dimostrare a quest'ultimo quanto un altro modo di crescere i propri eredi fosse possibile -, uomo stroncato dalla crisi economica che con i pochi risparmi decide di vivere in una delle aree più problematiche del confine, in Arizona, e fondare un gruppo paramilitare di sorveglianza dello stesso.
Dall'altra parte, nel cuore di una delle zone più colpite dal narcotraffico, il Michoacan, il medico Josè Manuel Mireles, provato dalle uccisioni, dagli stupri e dalle torture perpetrati dai cartelli locali, sceglie, invece che morire per "imposizione", di farlo combattendo, dando inizio ad una vera e propria rivoluzione radunando gente comune come lui in quello che diverrà un esercito ribattezzato Autodefensa, pronto a dare battaglia ai Narcos senza considerare lo Stato e senza fidarsi dello stesso, riprendendo possesso, in un anno, sul campo, di quasi tutta la regione, liberando paesi e villaggi e passando dal consegnare i trafficanti alla giustizia al giustiziarli.
Entrambe le vicende, da qualsiasi punto di vista le si voglia guardare, d'accordo o no con i loro protagonisti, assumono i connotati della profonda umanità che il regista trasmette, e della drammaticità di queste esistenze: la solitudine e la sensazione di abbandono di Foley tanto quanto la voglia di cambiare le cose che stimola le rivoluzioni di Mireles mostrano, minuto dopo minuto, la fallibilità dei loro protagonisti tanto quanto il loro coraggio, dal desiderio di mettersi in gioco di Foley in un momento della propria vita in cui nulla pareva rimasto all'orizzonte alle palle di Mireles, che, senza alcuna preparazione ed affidandosi soltanto al carisma ed al desiderio di non soccombere decide di combattere il cartello con le sue stesse armi, parlando l'unica lingua che lo stesso pare comprendere: quella dei proiettili.
Due scelte e due vite che il pubblico è assolutamente libero di non condividere, e che portano a conseguenze a dir poco clamorose - soprattutto quella di Mireles -, eppure in grado di catturare grazie alla forza degli occhi che decidono di narrarne almeno una parte: Heineman entra in un mondo senza invaderlo, cercando di raccontare nel miglior modo possibile quello che Winslow dichiara per voce del suo protagonista Art Keller nelle pagine finali del già citato Il cartello, nient'altro che il fatto che il cartello esisterà sempre, e che, in qualche modo, il cartello siamo noi, che facciamo parte del sistema tanto quanto i cuochi ed i trafficanti di meth ripresi ad inizio ed in chiusura di pellicola, che hanno imparato a cucinare da un padre e da un figlio americani ed agli americani vendono, e continueranno a vendere "finchè dio vorrà".
Sempre che, sul confine, si possa pensare che un dio esista.





MrFord





"Dame dame dame dame todo el power
para que te demos en la madre
gimme gimme gimme gimme todo el poder
so I can come around to joder."
Molotov - "Gimme the power" - 





domenica 22 novembre 2015

Hyena

Regia: Gerard Johnson
Origine: UK
Anno:
2014
Durata:
112'







La trama (con parole mie): Michael è un veterano della polizia londinese, un uomo d'azione legato a doppio filo ai compagni della squadra d'assalto, responsabili di numerosi arresti ma senza dubbio lontani dall'essere agenti ligi alle regole. Il gruppo, infatti, è spesso e volentieri implicato in attività più criminali che legali, come la partecipazione con una quota cospicua di denaro ad un'operazione di importazione di traferimento di droga della mala turca.
Quando un gruppo di albanesi entra di forza nel giro cercando di soppiantare i "soci" di Michael, quest'ultimo si ritrova in difficoltà sia rispetto i nuovi arrivati, sia rispetto all'intervento degli Affari interni, che paiono aver messo un bersaglio sulle attività della squadra d'assalto e su Michael stesso.
Come si muoverà questo insolito poliziotto fuori dagli schemi? 
E che ripercussioni avranno le sue decisioni rispetto alle forze dell'ordine ed al mondo del crimine?











Una delle cose che ho sempre apprezzato del cosiddetto "Cinema di genere" è la solidità.
Poco importa che si parli di horror, azione, thriller o, come in questo caso, di serrato crime metropolitano: nel momento in cui ci si allontana dalle regole mainstream tanto quanto da quelle puramente d'essai, e la produzione rivela i giusti attributi, il risultato porta sempre a titoli forti, rocciosi, cattivi e cazzuti come qui al Saloon non ci si stanca mai di affrontare.
E' il caso di Hyena, pellicola made in UK che pare unire, nel segno della violenza, di una cornice decisamente squallida e periferica - scordatevi le panoramiche della Londra turistica - e di una fotografia splendida in pieno stile Drive le tematiche portate a galla qualche anno fa dall'indimenticabile The Shield, il respiro del poliziesco francese anni settanta, quello di provenienza orientale e l'affresco disperato della trilogia di Pusher firmata agli inizi della sua carriera dallo stesso Refn.
Le vicende di Michael Logan, sbirro tutto d'un pezzo, uomo d'azione, pronto a completare arresti e spaccare culi eppure ad un tempo profondamente corrotto e sporco, sono un esempio perfetto di quanto il cosiddetto "genere" possa rendere se sorretto da una regia convincente, un cast in parte - ottimi sia i componenti della squadra d'assalto, lo stesso Logan/Peter Ferdinando, il volto noto Stephen Graham, sia quelli del mondo criminale, guidati dai due inquietanti boss albanesi - ed un'escalation di violenza che non lascia scampo allo spettatore così come ai protagonisti, incapaci di fermare la spirale di oscurità nella quale, per scelta, inclinazioni o natura, hanno finito per farsi risucchiare.
Il lavoro di Gerard Johnson non si preoccupa troppo di risultare politicamente corretto, o di non calcare la mano sulla sua componente violenta - il destino del contatto di Logan ucciso fuori campo dagli albanesi e poi mostrato di scriscio a omicidio già avvenuto, la prigionia della ragazza venduta per punizione ed usata come oggetto sessuale -, è ben sorretto da uno script sufficientemente tragico e scopre nervi che gli appassionati ben conoscono: peccato che, nella parte finale, subisca un lieve calo complessivo - almeno per quanto riguarda il sottoscritto - legato, forse, ad un troppo che stroppia sia in termini di eventi - il confronto decisivo tra Logan e la sua nemesi degli Affari interni, la vendetta degli albanesi rispetto allo stesso Logan - sia ad un finale forse troppo aperto all'interpretazione dello spettatore, che senza dubbio colpirà nel profondo una buona fetta di pubblico ma che avrei preferito, considerata la decisione dell'intera opera, più netto e risoluto.
Ad ogni modo, una pellicola che ruggisce e colpisce, alla quale manca forse la zampata per diventare un piccolo classico ma che resta una delle cose migliori che il poliziesco abbia regalato all'audience negli ultimi mesi, lontana dalla ribalta e dalle produzioni patinate e più vicina allo stile senza freni e senza sconti cui sono abituati i fruitori dei fratelli made in Hong Kong di questo Hyena, evocativo nel titolo e nei fatti, poggiato sulle spalle di un main charachter crepuscolare e detestabile, solido - il salvataggio della ragazza prigioniera - quanto vigliacco - la maggior parte dei confronti con i boss albanesi -, umano nel senso più disprezzabile possibile e forse, proprio per questo, ancora più potente sullo schermo.
Se, dunque, non avete paura di "sporcarvi un pò le mani" o di affrontare una visione di fatto senza sconti, fatevi avanti, e preparatevi ad un viaggio nei recessi di una città e della parte più oscura dell'animo umano.
Al contrario, doveste avere qualche dubbio, girate al largo: qui si entra dritti nel recinto delle belve più feroci.
Quelle che non risparmiano neppure le carogne.




MrFord




"Absent from political authority an animal i've become (Hey !!)
total disorder and confusion is the life style that i run (Hey !!)
permit me to do what i want and i will i'm a nomad to travel (Hey !!)
concrete class stone and gravel."
Rancid - "Hyena" - 




 

giovedì 3 settembre 2015

1992 - La serie

Produzione: Sky
Origine: Italia
Anno: 2015
Episodi: 10






La trama (con parole mie): con l’arresto di Mario Chiesa, nel febbraio del millenovecentonovantadue, ha ufficialmente inizio quella che sarebbe divenuta nota come Tangentopoli. Il mondo dorato della politica e dell’imprenditoria selvaggia degli anni ottanta venne di fatto ribaltato – almeno all’apparenza – da Antonio Di Pietro e dal suo staff, impegnati in un’indagine che costò la carriera ad alcuni dei volti più in vista della cosiddetta “Prima Repubblica”.
Attorno alle vicende realmente accadute di quei giorni, assistiamo a quelle di fiction del pubblicitario arrivista Leonardo Notte, pronto ad intuire il futuro di Berlusconi in politica, Luca Bosco, ex rugbista e militare deputato per la Lega Nord, e Luca Pastore, agente di polizia il cui destino è legato a doppio filo con quello della famiglia Mainaghi dal momento in cui, a seguito di una trasfusione ricevuta a causa di una ferita subita durante un’azione, si è ritrovato infetto da HIV, scoprendo che l’origine dell’infezione stessa era legata ad una partita di plasma infetto messo in commercio senza alcuno scrupolo proprio da una delle società del patriarca dei Mainaghi.
Che destino riserverà il novantadue ad ognuno di loro?








Quando si parla di serial italiani, normalmente la prima cosa che passa per la mente sono le penose fiction realizzate per i canali nazionali ed i loro diretti concorrenti privati buone giusto per fare il paio con il peggio che la distribuzione nostrana possa offrire al pubblico in sala.
Negli ultimi dieci anni – e forse più, a ben vedere – gli unici prodotti che made in Terra dei cachi che paiono aver rotto gli argini ed aver assunto un respiro internazionale – ed una qualità degna di nota – sono stati senza dubbio il grottesco Boris, l’indimenticabile Romanzo criminale e il tanto celebrato ed ancora in attesa di un passaggio qui al Saloon Gomorra.
All’uscita di questo 1992, titolo pronto a richiamare un’epoca drammatica e ben precisa che ricordo molto bene anche di persona e a tentare di shakerare cronaca e fiction, dramma e fotografia di un periodo fondamentale per la Storia italiana, per la stessa Sky che aveva di fatto patrocinato i titoli già citati, non nego di aver storto il naso: l’anno che vide l’esplosione di Tangentopoli – partita con un’inchiesta che aveva come bersaglio Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio, detto “Bagina”, praticamente a meno di duecento metri da casa dei miei -, la morte di Falcone e Borsellino, l’accordo Stato/Mafia prendere forma, la Prima Repubblica cadere, passato attraverso un velo di finzione data dai protagonisti ed interpretato da Stefano Accorsi, che personalmente – fatta eccezione, in parte, per Santa Maradona – non mi è mai stato simpatico, mi dava l’impressione di una cosa patinata progettata a tavolino che non sarebbe stata affatto in grado di colpire ed emozionare come fu per le gesta del Libanese e dei suoi.
Fortunatamente per gli occupanti di casa Ford, mi sbagliavo: a partire dalla fulminante sigla musicata alla grande dal subsonico Boosta fino alla ricostruzione storica, i rimandi di cronaca gestiti ottimamente rispetto alla narrazione di finzione, 1992 ha rappresentato un altro grande successo per la brigata Sky, uno sguardo disilluso e drammatico su un’epoca che avrebbe dovuto segnare un cambiamento profondo nel Nostro Paese ed invece, al contrario, non ha fatto altro che veicolare il cambiamento di pelle di chi si è approfittato e continuerà ad approfittarsi della Legge e della Società per come le conosciamo.
Tolti, dunque, il già citato ed irritante Accorsi – che, comunque, con il suo Leonardo Notte finisce anche per starci quasi bene – e la canissima maledettissima Tea Falco – che pure ironizzerà sulla sua incapacità su Instagram, ma resta davvero una delle peggiori attrici che mi sia capitato di vedere sul grande e piccolo schermo -, il risultato è davvero eccellente, dalla rappresentazione di Di Pietro allo sviluppo di un personaggio come Bosco, senza dubbio quello che ho trovato più umano e vivo dell’intera produzione, dal male di vivere tipico di chi torna dalla guerra al legame insolito con il vecchio democristiano in caduta libera suo vicino di casa.
Lo spazio, dunque, per i testardi ed i pane e salame, gli arrivisti e “spietati”, i presunti salvatori della Repubblica delle banane – quasi terrificante la rappresentazione dell’eminenza grigia Dell’Utri, così come l’ascesa ancora solo suggerita di Berlusconi e di Forza Italia -, gli idealisti destinati a perdere anche nella vittoria e quelli e quelle che, semplicemente, passeranno, è distribuito con grande perizia e mestiere, coinvolge e conduce ad un finale di stagione che apre le porte ad un certo atteso 1993, che se saprà raccogliere i frutti seminati da questo inizio a tinte fosche potrebbe finire per settare un nuovo standard rispetto alla produzione seriale italiana.
Se non altro, da un’epoca senza dubbio buia e drammatica, potrebbe esser e uscito qualcosa di importante, intenso e prepotente come solo le grandi proposte – che si parli di tv o di Cinema – sanno essere.




MrFord




"Rhythm is a dancer
it's a soul companion
you can feel it everywhere
lift your hands and voices
free your mind and join us
you can feel it in the air."
Snap - "Rhythm is a dancer" - 





sabato 20 settembre 2014

Red riding trilogy: in the year of our Lord 1980

Regia: James Marsh
Origine: UK
Anno:
2009
Durata: 93'




La trama (con parole mie): Peter Hunter, un detective di stanza a Manchester, viene chiamato nel West Yorkshire in modo da supportare le indagini fino a quel momento infruttuose legate alla ricerca del famigerato Squartatore, che dalla seconda metà degli anni settanta ha messo in ginocchio l'intero corpo di polizia facendosi beffe dello stesso.
In realtà, l'incarico ufficioso di Hunter è quello di scoprire quali potrebbero essere le mele marce del dipartimento, divorato da tempo e dall'interno dalla corruzione.
L'uomo, in crisi con la moglie e legato ad una collega, dovrà guardarsi le spalle rispetto alla caccia serrata allo Squartatore ma, ancora di più, alle indagini interne: i colleghi locali, infatti, paiono decisi a fare fronte comune contro di lui affinchè i loro panni sporchi restino tali.
E saranno disposti a celarli con ogni mezzo.







Sul finire dello scorso anno, una serie di recensioni a dir poco entusiastiche mi spinsero a premere sull'acceleratore per il recupero di una delle trilogie più celebrate del piccolo schermo, realizzata nel Regno Unito e legata ad alcuni fatti che insanguinarono lo Yorkshire tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta: quando, però, affrontai la visione del primo capitolo, per quanto interessante e ben realizzato, mi trovai almeno parzialmente deluso rispetto quelle che erano le aspettative della vigilia, che probabilmente speravano di incontrare quello che, non troppo tempo dopo, sarebbe diventato True detective.
Dunque il progetto Red Riding finì nel cassetto di casa Ford, rimanendo a prendere polvere fino ad una serata in solitaria di fine estate, che divenne un'occasione per scoprire se la fama che aveva preceduto quest'opera fosse effettivamente meritata o mal riposta: fortunatamente per il sottoscritto, già da questo secondo capitolo l'intero lavoro pare ingranare una marcia in più, alimentando la tensione e l'inquietudine che nella prima parte erano rimaste forse troppo ingabbiate dalla cura decisamente autoriale dell'intero progetto.
La vicenda di Peter Hunter, interpretato dalla vecchia conoscenza del Cinema UK che conta Paddy Considine, e l'indagine che porta lo stesso detective di Manchester ad addentrarsi non solo nel percorso compiuto dallo Squartatore dello Yorkshire ma anche e soprattutto in quelli che sono i giochi di potere e corruzione del dipartimento che lo ospita, è una di quelle storie fosche ed oscure, brumose ed inquietanti come il clima locale o la desolazione di scenari che farebbero felice il T. S. Eliot di Wasteland: il percorso compiuto dall'uomo partendo da una vicenda sepolta neppure troppo bene in un passato recente, il rapporto con la moglie e la collega ed amante, il campo di battaglia di fatto nascosto sul terreno sul quale si trova a doversi battere delineano un affresco potente e disarmante, che non lascia fiato o speranze in uno scioglimento della tensione, neppure di fronte al successo di un'indagine che finisce per avere più ombre che luci.
Interessante come, in un episodio che dovrebbe concentrarsi, di fatto, sui delitti efferati di un serial killer da manuale, un mostro inquietante pronto a confondersi con la folla ed il buon vicinato, i brividi maggiori vengano, al contrario, dagli uomini che dovrebbero essere non solo i designati a catturarlo, ma anche, di fatto, i protettori della comunità: una critica dunque feroce al Sistema e agli uomini incaricati di esercitarne il potere, che ricorda la drammaticità - per quanto affrontata su un campo di gioco completamente differente - di This is England e l'oscurità di cult cinematografici come Se7en e Memories of murder.
Il percorso del detective Hunter - curiosamente, e letteralmente, cacciatore -, passo dopo passo sempre più segnato - l'isolamento dai riluttanti colleghi, l'incendio alla casa, il rapporto con le due donne della sua vita - porta il pubblico ad un crescendo finale ancora più amaro di quello già affrontato con il film precedente, di fatto gettando ombre più che pesanti sulla visione del terzo episodio di questa miniserie e nel cuore di chi, a prescindere dal fatto che la realtà - e l'autorialità cinematografica con lei - prediliga l'essere amara, spera sempre e comunque in una minima parte di speranza da custodire e considerare il vero e proprio baluardo per la sopravvivenza non solo propria, ma dell'intera società.
Se, dunque, la speranza è una vostra speranza, mettete in conto di non trovarne dalle parti di questo Red riding, costellato di miserie umane oscure e profonde che non sfigurerebbero in un romanzo del romanticismo più cupo o in una canzone da carne e sangue di De Andrè, allargate le spalle ed affrontate un viaggio nella parte nascosta dell'Inghilterra di provincia che riuscirà ad essere così duro e cattivo da far sembrare un insuccesso perfino la cattura di un assassino tra i peggiori che possiate immaginare abitare gli incubi della porta accanto.



MrFord



"From the tick tick tick of your time's up
to the yes yes yes of 'I'll sell'
from the fact fact fact of the souless
to the pact pact pact with hell
corruption corruption corruption
rules my soul
corruption corruption corruption
chills my bones
corruption corruption corruption
rules my soul
corruption corruption corruption
chills my bones."
Iggy Pop - "Corruption" - 



venerdì 19 settembre 2014

Red riding trilogy: in the year of our lord 1974

Regia: Julian Jarrold
Origine: UK
Anno:
2009
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Eddie Dunford, giovane reporter ambizioso e pronto a tutto, torna nello Yorkshire, dov'è cresciuto, dopo aver terminato gli studi ed essere stato svezzato nella professione al Sud. La misteriosa scomparsa di una bambina salita agli onori della cronaca risveglia il fiuto da investigatore di Eddie, che non solo ipotizza che l'avvenimento sia legato a due precedenti rapimenti di minori, ma che finisce per incrociare il cammino del collega Barry Gannon, convinto della corruzione dilagante tra le fila della polizia locale, più preoccupata di gonfiarsi le tasche lasciando passare sotto silenzio i loschi affari del magnate locale John Dawson, lasciando di fatto l'individuo responsabile degli efferati crimini sulle piccole libero di continuare nella sua opera.
La lotta di Eddie affinchè la verità venga a galla si rivelerà più difficile di quanto non potesse credere.






Dai tempi in cui decisi di aprire il Saloon è passata parecchia acqua sotto i ponti, in termini di visioni, e se c'è una cosa per la quale ringraziare lo status di blogger è senza dubbio la possibilità di continuare a scoprire opere potenzialmente interessanti grazie al passaparola: è il caso della Red riding trilogy, prodotta in Inghilterra come una miniserie televisiva costituita da tre pellicole legate eppure ben distinte tra loro non troppi mesi fa molto sponsorizzata dal buon Bradipo.
Il primo dei tre capitoli, ambientato in un perfettamente ricostruito '74, conduce l'audience nel pieno di uno dei periodi più turbolenti della storia recente del Regno Unito, dilaniato da lotte intestine tra la Corona e l'IRA e segnato dal sangue di una serie di vittime innocenti passate in secondo piano all'attenzione delle forze dell'ordine troppo impegnate a tenere la propria sporcizia ben nascosta sotto il tappeto della corruzione.
Tecnicamente costruito sull'attesa ed un approccio da indagine giornalistica più simile a quello di Tutti gli uomini del Presidente che non di Se7en, il primo capitolo di questa trilogia vede alternarsi sullo schermo molti caratteristi ben noti ai fan del Cinema anglosassone accanto a star decisamente più in vista come Andrew Garfield - che non sfigura nel ruolo di Eddie Dunford -, Sean Bean e l'indimenticato Nathan di Misfits, Robert Sheehan, seppur relegato ad un ruolo decisamente marginale dal punto di vista del minutaggio -, ed il regista occuparsi, prima ancora che della vicenda del killer delle bambine, di una critica decisamente marcata rispetto ai metodi ed alla condotta della polizia locale ai tempi.
Senza dubbio ci troviamo più dalle parti del Cinema d'essai che non del thriller destinato a diventare blockbuster inchiodando alla poltrona il suo pubblico, eppure questo inizio lascia più che ben sperare negli sviluppi dei due successivi capitoli, di fatto definendo quella che pare proprio la trilogia più interessante che il genere abbia offerto dai tempi del Pusher di Refn: l'Eddie di Andrew Garfield, solo - o quasi - a battersi e ad esporsi agli attacchi di una forza decisamente troppo grande per lui, è un personaggio imperfetto e per nulla positivo, eppure nel suo confronto con il Sistema e la corruzione dello stesso - oltre che con il "lupo" responsabile della sparizione e della morte delle ragazzine - pare quasi assumere le sembianze dell'eroe pronto a difendere Verità e Giustizia, anche quando il prezzo da pagare finirà per essere inesorabilmente troppo alto perfino per chi ci aveva davvero creduto.
In questo senso gli incroci dei percorsi del John Dawson di Sean Bean e dell'indomito - almeno nella ricerca delle notizie - Eddie paiono definire due status ben precisi, che se ci trovassimo all'interno di una tragedia greca finirebbero per apparire come Destini già compiuti, inutili entrambi per risolvere davvero un mistero, o raddrizzare dei torti, e macchiati inesorabilmente da quell'hybris che definì quello stesso tipo di tragedia.
Del resto, l'umanità è imperfetta ed oscura, anche quando nasconde quella stessa oscurità dietro una facoltosa facciata o la sfrontatezza di sogni troppo grandi per essere realizzati davvero: è sempre impresa ardua sperare di poter ristabilire il silenzio degli innocenti, ed è ancor più difficile presumere di poter sancire quello - definitivo - dei colpevoli.



MrFord



"Tis the song, the sign of the weary
hard times, hard times, come again no more
many days you have lingered all around my cabin door
oh hard times, come again no more."
Bob Dylan - "Hard times" - 




venerdì 20 dicembre 2013

Polizia

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno: 2013
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): il corpo di Polizia di Oslo guidato dal nuovo Capo fresco d'insediamento Mikael Bellman è alle prese con un agghiacciante mistero che vede un serial killer uccidere brutalmente poliziotti con alle spalle un passato di casi non risolti proprio sui luoghi in cui furono perpetrati i crimini originali. Orfano di Harry Hole, storico e disequilibrato investigatore che fu per anni il cuore della sua squadra, Gunnar Hagen si ritroverà a costituire un gruppo d'emergenza da far muovere parallelamente all'indagine ad ampio spettro coordinata da Bellman: i suoi membri, tutti personaggi fondamentali della vita di Hole, dovranno raccogliere il suo testimone cercando di affrontare un nemico spietato e senza volto, pronto a colpire duro e ad ogni occasione.
Katrine Bratt, Bjorn Holm, Stale Aune e Beate Lonn si getteranno dunque sulle tracce di quello che potrebbe diventare il loro peggior nemico di sempre, mentre Truls Bernsten, caduto in digrazia anche presso il suo amico d'infanzia Mikael Bellman seguirà la vicenda il più da vicino possibile.





Se esiste un termine in grado di definire il detective Harry Hole è presente.
Perchè quest'uomo disequilibrato, sfigurato da mille battaglie dentro e fuori, con un passato da alcolizzato ed il rischio di cadere in ogni momento preda dei suoi lati più oscuri e selvaggi, fragile eppure indistruttibile, fallibile eppure incorruttibile è sempre dove dovrebbe essere, quando c'è bisogno che ci sia.
Per i suoi colleghi, la sua famiglia, perfino per i suoi nemici.
Come fu presente per Oleg, fino alla drammatica conclusione de Lo spettro.
E' talmente presente da risultare tale anche nel momento in cui la sua assenza pesa come un macigno sui destini dei vecchi compagni, intrappolati in una caccia all'uomo legata ad un serial killer che potrebbe causare la definitiva rovina perfino degli avversari che resero difficile la già complicata esistenza del commissario in passato, come il fresco di nomina capo della polizia Mikael Bellman ed il suo ex cane da guardia Truls Bernsten.
E' talmente presente da spingere oltre la predisposizione alla follia perfino la giovane allieva della Scuola di polizia Siljie Gravesen, maniacalmente decisa a seguirne le orme e l'esempio che Hole diede a tutto il Corpo grazie alla sua praticamente perfetta statistica di casi risolti.
E' talmente presente da ispirare il suo autore, il diabolico Jo Nesbo, ad unire la tecnica di narrazione perfetta del già citato Lo spettro al cuore de Il leopardo e La ragazza senza volto, mettendolo in condizione di riuscire nel miracolo di confezionare il romanzo migliore, più drammatico, teso ed emozionante della sua saga.
Paradossalmente lo stesso che vede venire meno in termini di presenza proprio il suo protagonista.
Fin dalle prime pagine, con Oleg aggrappato al ricordo dell'Odessa che fece fuoco proprio contro l'uomo che un tempo il giovane chiamava papà tornato da Hong Kong per salvarlo dalla sua tossicodipendenza e dall'accusa di omicidio dell'altrettanto giovane Gusto Hanssen e l'efferato assassinio che da inizio all'indagine sul "Macellaio dei poliziotti" proprio mentre una vita pare consumare i suoi ultimi attimi in un letto di ospedale, l'autore norvegese, ormai riferimento assoluto per il crime mondiale, tesse una tela con il piglio dello scacchista, disponendo le sue pedine senza fretta prima di cominciare a tirare le fila di trame e sottotrame con il consueto fare da illusionista, costruendo sequenze da cardiopalma tanto quanto straordinariamente dettagliate e razionali, corse contro il tempo ed il cervello ed esplosioni di cuore, addii dolenti e frammenti talmente perfetti da tornare a darmi l'impressione che Nesbo, i suoi romanzi, li possa scrivere davvero dall'ultimo al primo paragrafo.
E se Lo spettro era un ritorno oscuro e terribile nella Oslo di Hole, Polizia è il grido del demone che brama di uscire allo scoperto, di colpire e gustare una vendetta sopita per troppo, troppo tempo: un demone che vibra nel petto di un assassino, di ogni vittima, di chi si è perduto e di chi, al contrario, finisce per ritrovarsi.
E Polizia è anche una fine. La fine dell'Harry Hole che abbiamo conosciuto ed amato, accanto al quale abbiamo sofferto ed esultato, quello del Jim Beam e degli impulsi incontrollabili.
Ma Harry Hole, come ormai ben si sa, è un tipo presente.
Talmente presente da far pensare che una fine possa anche essere un inizio, che una grande squadra non è necessariamente - e non deve esserlo - perfetta, e che la commozione possa esprimere non solo dolore, ma anche speranza, come quelle lacrime involontariamente prese a scorrere sul viso di Stale Aune, o fermate appena in tempo da chi porta fuori e dentro i segni di una felicità troppo a lungo combattuta, specie quando finisce per ritrovarsela di fronte.
E' talmente presente, Harry Hole.
Talmente presente che anche quando finisce per dimenticarsi un compleanno, prima o poi ti aspetterai di vederlo arrivare sulla porta, con tutti i suoi centonovantatre centimetri di altezza, pronto ad un gioco di prestigio che possa salvare la situazione.
Del resto, la sua leggenda è legata alle statistiche perfette.
Davvero curioso, per qualcuno così lontano dalla perfezione.
Qualcuno che, però, è sempre lì, a coprirti le spalle.
Talmente presente che vorresti fosse al tuo fianco per sempre.


MrFord


"Karma police, arrest this man
he talks in maths
he buzzes like a fridge
he's like a detuned radio."

Radiohead - "Karma police" - 




mercoledì 20 marzo 2013

Arbitrage - La frode

Regia: Nicholas Jarecki
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 107'
 



La trama (con parole mie): Robert Miller è un magnate di successo, un milionario potente alle prese con affari che smuovono capitali da fantascienza al comando di un vero e proprio impero, un padre di famiglia spesso in ritardo ma sempre pronto a tornare a casa nei momenti che contano.
Robert Miller, però, è anche un uomo che cerca di proiettare un'immagine da vincente in modo da avere sempre le spalle in qualche modo coperte, anche quando gli affari non vanno così bene e tocca liquidare il suddetto impero grazie a trucchi da illusionista e squalo che, se portati alla luce, lo condurrebbero dritto in galera.
Il rischio maggiore però viene dall'amante di Miller, l'artista francese Julie, che una notte durante una gita in macchina muore a causa di un incidente causato da un colpo di sonno dell'uomo che, una volta in fuga, muove ogni pedina gli sia possibile affinchè tutto possa essere risolto sott'acqua, senza che le increspature turbino gli affari.
Riuscirà il capitano d'industria a far quadrare conti e questioni legali? O il detective Bryer sarà in grado di mettergli i bastoni tra le ruote?





Film come Arbitrage tornano sempre utili, nel loro sapore Classico, un pò come un whisky di malto che si sorseggia seduti in poltrona, in tranquillità, lasciandolo scivolare fin nel profondo e ben sapendo che il suo calore difficilmente si trasformerà nel malessere del "day after": il lavoro di Nicholas Jarecki, infatti, ripercorre le orme dei legal thriller dal sapore vagamente eighties che nel corso della mia infanzia funzionavano alla grande nel weekend, quando in casa Ford si riusciva, di tanto in tanto, a raggrupare tutta la famiglia davanti a titoli che mettessero d'accordo due onnivori affamati di pellicole come me e mio fratello - allora senza whisky - e spettatori occasionali come i nostri genitori, che non sono mai stati grandi amanti della settima arte.
Come se non bastasse, considerate le aspettative pressochè assenti che nutrivo alla vigilia, devo ammettere che la riflessione sul Potere e la sua gestione è riuscita a mantenere vivo il mio interesse dal primo all'ultimo minuto con una discreta facilità evitando al contempo di perdere troppi colpi dal punto di vista della logica, sfruttando una più che buona prova di Richard Gere, che porta sullo schermo un personaggio che pare la versione "romantica" del Gordon Gekko di wallstreetiana memoria.
Certo, la vicenda di Robert Miller e la sua lotta per mantenere a galla un impero milionario proiettando sempre e comunque l'immagine del vincente infallibile non sarà una novità e neppure una visione che sconvolgerà il vostro panorama del Cinema nel corso di questo 2013, eppure il meccanismo gira senza intoppi, stimola curiosità nello spettatore e giunge alla sua conclusione sfoderando anche una chiusura quasi autoriale con una neppure troppo velata critica ad un sistema che privilegia e privilegerà sempre gli squali ed il Potere - sia esso dato dal denaro, dalla politica o dai rapporti che si creano in una coppia o in famiglia - a scapito di chi lotta e si dibatte affinchè un giusto ordine delle cose possa essere di nuovo costituito - emblematico il personaggio del detective Bryer interpretato da Tim Roth, cornuto e mazziato nonostante i tentativi di mettere alle strette Miller/Gere inchiodandolo alle sue evidenti bugie e manipolazioni -.
Restiamo comunque nell'ambito del patinatissimo prodotto hollywoodiano, ma occorre dare merito a Jarecki di aver trovato un invidiabile equilibrio nel proporre una vicenda che in mano ad altri avrebbe rischiato retorica, confusione e conseguenti copiose bottigliate come fosse un compromesso tra il gusto del grande pubblico, una strizzata d'occhio ad un genere che negli ultimi anni ha certamente perso il suo antico splendore e perfino diversi risvolti quasi "di nicchia", ovviamente ben celati probabilmente per non incorrere in tagli o modifiche da parte di una produzione che avrà voluto senza dubbio e con forza l'impostazione laccata che Arbitrage porta - volente o nolente - nel profondo di ogni suo fotogramma.
In periodi di calma cinematografica come quello del post-Oscar, prodotti di questo genere, onesti e senza troppe pretese, realizzati con professionalità nonostante la forte impronta mainstream e quasi televisiva - l'influenza delle serie tv di stampo crime è evidente - sono perfetti per accompagnarci in serate senza troppo impegno e, chissà, anche ricordare visioni che hanno fatto parte della nostra formazione di appassionati.


MrFord


"I need a dollar dollar, a dollar is what I need
hey hey
well I need a dollar dollar, a dollar is what I need
hey hey
and I said I need dollar dollar, a dollar is what I need
and if I share with you my story would you share your dollar with me."
Aloe Blacc - "I need a dollar" -


sabato 12 maggio 2012

La notte non aspetta

Regia: David Ayer
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 109'



La trama (con parole mie):  Tom Ludlow, un detective dai metodi decisamente sopra le righe della Squadra Speciale della polizia di L. A. protetto dal Comandante Wander, è tallonato dagli Affari Interni a causa delle sue azioni spesso e volentieri ben oltre la legge.
Quando decide di affrontare Washington, suo ex partner che collabora alle indagini che lo vedono come un obiettivo, quest'ultimo viene ucciso da due comuni rapinatori: ma quello che è nascosto sotto il tappeto del Dipartimento è ben più di un fatto di sangue casuale, e Tom scoprirà di dover lottare da solo - o quasi - contro un sistema che ormai appare inesorabilmente corrotto dall'interno.
La strada per la verità sarà dura, terribile e costellata di cadaveri, ma Ludlow non è disposto a venire a compromessi: del resto, la sua vita ed il suo gioco sono sempre stati votati all'estremo.




Ormai sapete bene quanto in casa Ford si apprezzino storie noir e torbide con un sacco di morti ammazzati, intrighi e corruzione come se piovessero, sparatorie ed un gusto per l'action spiccato, pur se messo al servizio di uno script che va oltre quello stesso concetto: La notte non aspetta - pessimo adattamento italiano per l'originale Street kings - rispecchia appieno queste caratteristiche.
Scritto da James Ellroy e portato sullo schermo da David Ayer - sceneggiatore di Training day e già regista del solido Harsh times -, interpretato da manuale dalle garanzie Keanu Reeves e Forest Whitaker, questo film avrebbe tutte le carte in regola per sfondare una porta già spalancata ed entrare a testa bassa trovando un posto tra i preferiti del genere del sottoscritto.
Eppure, come avrete già notato dal voto, la visione non porta a nulla più che una striminzita sufficienza ed una visione giusta giusta per riempire una giornata di relax, andando a contraddire di fatto tutto quello che ho scritto in proposito fino ad ora: cosa, dunque, porta un film potenzialmente di culto ad essere soltanto un riempitivo, pur se ben realizzato?
Principalmente il tempismo.
Infatti, questo lavoro di Ayer giunge con colpevole ritardo rispetto ad altri più o meno capisaldi del genere come L. A. Confidential - sempre targato Ellroy -, il sorprendente e misconosciuto Narc, il già citato Training day ed anche il sottovalutato Copland: il tema della corruzione nel corpo di polizia con l'outsider pronto a riscattare il buon nome - più o meno - del Corpo facendo piazza pulita delle mele marce è un concetto ormai ben noto agli amanti di questo filone, che ha già trovato il meglio del suo meglio anche nell'ambito televisivo grazie a quella meraviglia che fu The Shield - che ha molti punti in comune con questa pellicola -, visione peraltro decisamente più pessimista di quelle fornite dai film appena segnalati.
Nonostante, dunque, il grande mestiere messo al servizio di un film che pare non perdere un colpo, dalla prima all'ultima sequenza la sensazione è quella del deja-vù persistente che tende a sminuire il valore finale dell'opera, rendendola niente più di un normale poliziesco a tinte forti a confronto di precendenti pietre miliari della stessa pasta da duri ammazzacristiani.
Un peccato, tutto sommato, perchè le premesse del piccolo "must see" ci sono tutte, soprattutto se non si bazzica molto da queste parti - cinematografiche o letterarie che siano - e non si è abituati ad un certo tipo di evoluzione della trama, che per il sottoscritto è stata una sorta di libro aperto dall'inizio alla fine, se non per qualche dubbio rispetto all'identità dei due killer dell'ex collega del protagonista - interpretato, tra l'altro, da Terry Crews, già visto alla corte di Sly e dei suoi Expendables -, vicenda gestita peraltro in maniera tutt'altro che perfetta: per il resto la fanno da padroni il cast - numerosissimi i volti noti, e oltre a quelli già citati spiccano Hugh Laurie e Chris Evans, tra gli altri - e la stessa L. A., praticamente un protagonista a se stante, rovente anche nella notte più oscura e sempre pronta a celare un segreto dietro ogni svolta di strada.
Resta comunque interessante la parentesi - che pare una neppure troppo ironica denuncia - dedicata alle lamentele della gente di strada rispetto ai maltrattamenti subiti dai poliziotti, rinforzata dal commento di Ludlow che laconico spiega alla sua donna che in quanto tali loro sono autorizzati a fare quello che vogliono, perchè la verità è e sarà sempre quella che sono loro stessi a scrivere sul verbale.
Insomma, se siete veterani di questo tipo di visione, tenetevi La notte non aspetta come riempitivo di lusso in attesa di serate migliori, mentre se normalmente il noir in pieno stile "Dirty Harry" non è il vostro pane quotidiano, potreste addirittura pensare di essere di fronte ad un nuovo termine di paragone per il genere.
Almeno fino a quando non scoprirete quelli che sono venuti prima di lui.


MrFord


"It's a house arrest - everybody run
I gotta plead guilty havin' - too much fun
this is a house arrest - up against the wall
we can't stop rockin' justa havin' a ball - one and all."
Bryan Adams - "House arrest" -


 
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