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sabato 7 gennaio 2017

Billions - Stagione 1 (Showtime, USA, 2016)




Se esistono due mondi che senza alcun dubbio - fatta eccezione, ovviamente, per tutto quello che è radical chic o espressione di una certa ignoranza - appartengono poco o nulla al sottoscritto sono quelli dei numeri e della finanza: non sono mai stato attratto dalla ricchezza o dall'inseguimento a tutti i costi della stessa in stile Gordon Gekko - anche se certo non fa schifo a nessuno il pensiero di avere qualche bel milione pronto a garantire una bella vita vissuta esclusivamente facendo quello che si vuole -, nonostante, negli anni da cinefilo, sia rimasto più volte colpito da titoli nati proprio in questo calderone, da Americani e Margin Call fino al magistrale The Wolf of Wall Street.
Eppure, nonostante questi precedenti, di fronte alle proposte di questo genere tendo ad andare sempre molto cauto, conscio non solo del mio disinteresse per la materia ma anche della mia ignoranza a proposito della stessa, temendo la comparsa della noia ad ogni sequenza: Billions, grande produzione Showtime con un cast di prim'ordine - Paul Giamatti, Damian Lewis, Maggie Siff tra i più noti -, non è stata esente da questo tipo di scetticismi, qui al Saloon, nonostante arrivasse sui nostri schermi forte di recensioni lusinghiere.
Fortunatamente per me e per i Ford tutti, si può tranquillamente affermare che questa nuova proposta seriale si possa inserire nel novero dei titoli citati in apertura di post, e che la lotta per la supremazia tra il Procuratore Chuck Rhoades ed il multimilionario e squalo della borsa Bobby "Axe" Axelrod, self made man divenuto una sorta di Citizen Kane - bellissima la citazione del Capolavoro di Welles - dell'area di New York, pronto a calpestare morale e persone ed ugualmente in grado di mostrarsi leale e più umano, per molti versi, dei rappresentanti della Legge pronti a dargli battaglia, sia una delle lotte tra charachters più intense e shakespeariane del passato recente del piccolo come del grande schermo, dalle scaramucce appena suggerite nei primi episodi al faccia a faccia del season finale, una dichiarazione di guerra in pompa magna con tutti i crismi pronta a fare da traino alla già attesissima - almeno da queste parti - seconda stagione.
Vedere, ad ogni modo, due personaggi con più ombre che luci pronti a giocare sporco o a sacrificare anche se stessi in modo da vedere l'altro sconfitto apre a riflessioni profonde, legate non tanto e non solo all'empatizzazione con l'uno o l'altro, quanto allo spirito che li muove: probabilmente, infatti, tra il Bobby Axelrod che si è costruito una fortuna con le proprie mani, e che può permettersi di andare a vedere i Metallica in Canada sfruttando un jet privato portandosi dietro gli amici di lungo corso, e praticamente comprare ciò che vuole, ma che di fatto non fa altro che vivere godendosi tutto quello che ha come farebbe la maggior parte di noi ed il Chuck Rhoades uomo di Legge e del Governo, più retto del suo nemico ma non per questo più pulito - e non parlo dei gusti in termini di pratiche sessuali -, disposto a tutto per perseguire il rivale più per acredine ed invidia malcelata che non per una vera passione per la Legge stessa, le differenze non sono poi così tante.
E sinceramente, nel corso di questi dodici episodi, sono stati molti i momenti in cui mi sono chiesto se esista, in un conflitto del genere, una parte davvero "giusta", e non, più semplicemente, una lotta da giungla tra due animali diversi per estrazione e costruzione pronti in egual misura a distruggere l'altro, in modo che possa ricordarsi per sempre non tanto il fatto di aver commesso dei crimini o aver dato la caccia ad un idolo, prima ancora che ad un criminale, ma che la supremazia passa dalle sue mani.
E soldi e potere certo alimentano questo aspetto, ma non possono cancellare il fatto che il desiderio che fa da benzina ad un fuoco del genere nasce e cresce nel cuore dell'Uomo.
E non c'è modo per riuscire a sfuggire al suo controllo.



MrFord




domenica 29 maggio 2016

Money monster - L'altra faccia del denaro

Regia: Jodie Foster
Origine: USA
Anno:
2016
Durata:
95'






La trama (con parole mie): Lee Gates, spigliato e senza scrupoli presentatore di uno show televisivo dedicato alla finanza, di settimana in settimana intrattiene e suggerisce al suo pubblico il modo migliore per fare soldi.
Quando Kyle Budwell, che seguendo il consiglio di Gates ha investito i suoi risparmi in un potenziale affare perdendo tutto, in diretta televisiva prende in ostaggio programma ed anchorman giurando vendetta ad un sistema che l'ha privato di ogni cosa, le regole del gioco cambiano, e Gates si ritrova costretto a lottare per la propria sopravvivenza nella speranza che la producer Patty Fenn possa riuscire ad essere determinante come sempre dietro le quinte.
Ma quale verità si nasconde dietro Money monster ed il desiderio di vendetta di Budwell?










Per quanto non lo si voglia mai ammettere apertamente, o non regali la felicità, o la vita eterna, il denaro influenza gran parte della nostra società, costringendoci a fare i conti con i conti, le preoccupazioni, le aspettative, gli status symbol e la voglia di apparire: se non esistesse, o non ne fossimo in una certa misura dipendenti, potremmo essere liberi dai condizionamenti, dalle costrizioni del lavoro, da molte delle regole che, da secoli, sono alla base della civiltà, giuste o sbagliate che siano.
Jodie Foster, attrice dotatissima ma regista non particolarmente brillante, con il suo quarto lungometraggio realizza forse il suo lavoro più interessante, appoggiandosi proprio sull'analisi di questo nodo fondamentale facendo leva da un lato ai riferimenti alla crisi economica che ha attraversato il mondo negli ultimi anni e dall'altro sul ritmo e la leggerezza di un thriller d'azione, o una commedia nera, sfruttando un George Clooney cui pare sia stato chiesto espressamente di restare il più sopra le righe possibile in modo, con ogni probabilità, da rappresentare al meglio il lato predatorio di questo oceano che continuerà a portare il flusso di denaro lungo le stesse correnti mentre i pesci piccoli fanno la fame con gli scarti.
Il confronto tra il presentatore televisivo interpretato dal succitato Clooney ed il ragazzone arrabbiato Kyle Budwell, cui presta volto Jack O'Connell, promettente attore anglosassone già protagonista di prodotti ottimi come '71 e Starred Up, è di fatto quello che ognuno di noi - a meno che chi legge non sia dall'altra parte della barricata - vive sulla pelle ogni giorno, dalle notizie al telegiornale ai conti di fine mese, dagli standard imposti dalla società "social" - agghiaccianti le sequenze in strada con tanto di riprese fatte con gli smartphones ed i conseguenti video da milioni di visualizzazioni su Youtube - alle false speranze date non solo ai giovani, ma anche a tutti coloro i quali desiderano solamente fare tesoro dei propri risparmi e trasformarli in qualcosa che sia più di una promessa per il futuro.
In questo senso, le accuse di Kyle rivolte ai "veri criminali" pongono l'accento allo stesso modo di altri titoli - comunque più validi - come il recente La grande scommessa o in precedenza Margin Call, Wall Street o Americani sul conflitto sotterraneo che probabilmente sempre esisterà tra chi possiede ed amministra il denaro e chi lavora per ottenere una parte irrisoria dello stesso, finendo spesso fagocitato con i propri averi dalle creature dei burattinai di banche, società d'investimento e televisioni: una condizione, quella di Kyle, fuori dalla Legge e sbagliata ma paradossalmente comprensibile, con la quale si finisce per empatizzare nonostante l'innegabile carisma di Clooney e del suo Lee Gates, gigione e oltre misura.
Il film nel complesso, probabilmente, non resterà nella memoria a differenza di cult come quelli già citati, ma ha il pregio di scorrere rapido come un thriller, e di far riflettere lo spettatore da un nuovo punto di vista nonostante la problematica del rapporto tra società e denaro sia più vecchia del Cinema stesso.
E quando la polvere si è depositata, e l'unica domanda che resta è "Cosa dovremo inventarci lunedì prossimo?", l'inquietudine aumenta: quale prezzo la società e noi che ne costituiamo le fondamenta dovremo pagare affinchè il grande spettacolo possa proseguire?
E soprattutto, fino a quando saremo disposti a pagarlo?





MrFord





"Money, get away
get a good job with more pay and you're O.K.
money, it's a gas
grab that cash with both hands and make a stash
new car, caviar, four star daydream,
think I'll buy me a football team."
Pink Floyd - "Money" -







martedì 24 marzo 2015

Focus - Niente è come sembra

Regia: Glenn Ficarra, John Requa
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Nicky è un professionista della truffa, uno specialista cresciuto da un nonno ed un padre fuoriclasse del mestiere. Nel corso della preparazione della settimana del Superbowl a New Orleans con tutti i colpi che l'occasione offre è vittima del tentativo di truffa dell'intraprendente Jess, giovane e bellissima aspirante borseggiatrice: smascherata la ragazza e maturata la decisione di addestrarla e portarla a NOLA sotto la sua ala, Nicky orchestrerà una serie di truffe culminate con un raggiro ai danni di uno scommettitore in grado di mettere in crisi perfino la stessa Jess.
Per evitare di cadere vittima del legame nel frattempo creatosi con la partner, al termine della settimana di eventi Nicky decide di scaricare malamente la ragazza, in modo che non ci possano essere influenze nello svolgimento del suo lavoro.
Tre anni dopo, a Buenos Aires, Nicky è ingaggiato dal magnate e proprietario di una scuderia di auto da corsa Garriga, che vorrebbe tagliare fuori dal campionato il suo più acerrimo rivale: pianificato il progetto, Nicky si troverà però sconvolto da una scoperta in grado di mettere in difficoltà perfino un professionista come lui. Jess, infatti, pare essere la nuova fiamma dello stesso Garriga, ed i sentimenti torneranno a mescolarsi al lavoro: riuscirà Nicky a tenere le redini di entrambi? E sarà tutto esattamente come appare?








Meglio ammetterlo subito: Focus - Niente è come sembra, nonostante la presenza di uno degli attori-garanzia di bottigliate più importanti del panorama delle bottigliate, Will Smith, non mi è affatto dispiaciuto, con tutti i suoi limiti.
Certo, si tratta di un prodotto ad uso e consumo del grande pubblico, patinato all'inverosimile e fastidioso in numerosi passaggi, per nulla innovativo e legato al classico canovaccio della truffa cinematografica che ormai abbiamo imparato a conoscere a menadito anche rispetto all'illusionismo e la magia - da Nolan a Now you see me -, eppure devo ammettere di essere stato intrattenuto a dovere e di aver perfino sentito una certa tensione in almeno un paio di passaggi - su tutti, la sfida con lo scommettitore cinese al Superbowl, notevole nonostante l'utilizzo reiterato dell'abusatissima Sympathy for the devil degli Stones, comunque spiegato con una logica niente male poco dopo -, tanto da non aver patito troppo neppure l'ex simpatico Principe di Bel Air ed aver goduto della notevole presenza di Margot Robbie nonostante resti dell'idea dell'australiano proprietario della scuderia rivale del Garriga di Rodrigo Santoro a proposito del seno non troppo "prepotente", per usare un eufemismo.
Il merito di questa mancata delusione, probabilmente, va assegnato ai registi Glenn Ficarra e John Requa, da queste parti in passato apprezzati per Crazy, stupid love e Il mago della truffa, che seppur alla loro prova meno convincente costruiscono un giocattolo che tutto sommato passa indenne alla visione senza avere speranze di rimanere nella memoria dello spettatore ma, dall'altra parte, senza neppure scomodare le peggiori incazzature da visione: certo, la mediocrità non è mai una buona cosa, e spesso e volentieri anche io preferisco avere materiale più interessante per scrivere che non cercare di arrangiarmi sulla tastiera affrontando il nulla, eppure devo ammettere che, per una serata da relax sul divano una cosetta come Focus funziona perfino quasi bene, ed accompagna l'audience senza richiedere troppo impegno permettendo ai più esperti di riposare i neuroni ed al pubblico occasionale di aver avuto l'impressione di aver assistito ad uno spettacolo più profondo di quanto in realtà non sia.
Una truffa, in parole povere.
Ma per quanto suoni assurdo detto da qualcuno che, considerato il numero di visioni alle spalle, dovrebbe considerare titoli come questo il male assoluto esportato da Hollywood in tutto il mondo, ho finito per farmi fregare volentieri, godendo della cornice prima di New Orleans e dunque di Buenos Aires, due città che mancano alla mia lista di viaggi compiuti ma che prima o poi mi piacerebbe davvero esplorare: mescolando questo ingrediente ad un ritmo tutto sommato sostenuto ed alla presenza della Robbie, il cocktail è risultato senza dubbio annacquato ma comunque dal buon sapore.
Considerate le premesse da zero assoluto che nutrivo in proposito, si può addirittura definire un successo per nulla trascurabile.



MrFord



"Gimme danger, little stranger
and I'll give you a piece
gimme danger, little stranger
and I'll feel your disease
there's nothing in my dreams
just some ugly memories

kiss me like the ocean breeze."
The Stooges - "Gimme danger" -





lunedì 16 marzo 2015

Foxcatcher - Una storia americana

Regia: Bennett Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 129'






La trama (con parole mie): Marc e David Schultz sono due fratelli, entrambi medaglia d'oro nella lotta alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, profondamente legati dagli allenamenti ai suggerimenti sul quadrato. Il primo, solitario e scostante, vive come in bilico, mentre il secondo, legato a moglie e figli, appare solido e sicuro, sempre.
Quando il miliardario John Du Pont, abituato a comprarsi con il denaro tutto ciò che può o non può avere ed appassionato di wrestling decide di fare da mecenate al primo affinchè si prepari al meglio per i Mondiali ed i successivi Giochi Olimpici di Seoul, l'equilibrio tra i due fratelli cambia.
Marc, desideroso di emanciparsi dalla figura di David, cercherà in tutti i modi di compiacere Du Pont fino a quando le incompatibilità caratteriali tra i due porteranno anche lo stesso David alla sua corte.
A questo punto le premesse per le nuove Olimpiadi diventano tutt'altro che buone, ed il destino dei tre diverrà drammatico archiviate le stesse.








Ai tempi della divulgazione delle nominations agli ultimi Oscar, rimasi stranito rispetto alla scelta di assegnarne ben cinque allo sconosciuto - almeno ai tempi qui in Italia - Foxcatcher, legato ad una vicenda realmente accaduta negli States e profondamente legato alla cultura a stelle e strisce ed al wrestling olimpionico: questo fino a scoprire che l'uomo dietro la macchina da presa era Bennett Miller, che qualche anno fa colpì al cuore questo vecchio cowboy con lo splendido Moneyball, vicenda sportiva spunto per riflessioni decisamente più profonde in ambito umano.
E, posso dirlo con grande soddisfazione, devo ammettere che Miller, ancora una volta, centra il bersaglio in pieno: Foxcatcher, infatti, è un solido e classico prodotto made in USA, che sfrutta la cornice sportiva di nicchia del wrestling - come fece anche l'ottimo Win Win - per raccontare, di fatto, la solitudine dai due lati della barricata, e da entrambi ugualmente drammatica.
Lo fa sfruttando il Marc Schultz di Channing Tatum - in quella che penso possa essere considerata la sua migliore interpretazione in carriera -, lottatore nel corpo più che nello spirito, cresciuto nel disagio ed all'ombra del fratello maggiore David così come visceralmente legato a quest'ultimo, ed il John Du Pont di un quasi irriconoscibile Steve Carell - forse un gradino più in basso del giovane protagonista, ma comunque ottimo nello sfruttare principalmente lo sguardo per rendere l'abisso dell'animo del suo personaggio -, miliardario abituato ad avere proprio grazie alla sua fortuna tutto quello che vuole come fosse un bambino cresciuto in un negozio di giocattoli delle dimensioni del mondo.
Bennett Miller, però, non deve amare troppo i sensazionalismi, dunque bandita assolutamente la retorica e sfruttato un ritmo dilatato da film più che indie assolutamente autoriale si occupa dei suoi protagonisti con passione mitigata da un approccio apparentemente glaciale che, paradossalmente, non toglie nulla ad uno dei film più interessanti che il panorama americano abbia offerto in questa prima parte dell'anno, una cronaca nerissima legata allo scontro di due disperazioni pronte a far pagare il dazio più pesante all'unica figura, al contrario, equilibrata ed al centro di un'esistenza piena e basata sull'amore.
In una cornice bucolica che pare uscita da un film in costume - la tenuta di Du Pont, avvolta dalla Natura ed a suo modo simbolo dell'isolamento del suo "sovrano" - in cui tutto pare passare da un dittatore infantile dominato da un rapporto più che distorto con la madre si consuma dunque uno dei drammi sportivi e di cronaca nera più assurdo che gli States abbiano conosciuto nella loro Storia recente, neanche si trattasse di una versione asciugata e priva di ogni eccesso ed orpello del grottesco ed altrettanto nero Pain&Gain: il sogno americano di Du Pont, autoproclamatosi "Golden Eagle", e quello degli Schultz, ragazzi cresciuti quasi esclusivamente solo con le loro forze che sul quadrato finiscono per riversare la loro voglia di distruggere - Marc - e di costruire - David -, trova un compimento più che amaro attraverso una vicenda che pare triste e grottesca, a volte così assurda da non apparire neppure un fatto documentato di cronaca.
Addirittura, e scomodando paragoni importanti, osservando Du Pont di fronte al televisore che mostra il documentario autocelebrativo da lui stesso commissionato, mi è parso di tornare all'incubo casalingo di Capturing the Friedmans, osservando un uomo scomparire all'interno della propria ricchezza imponendo a chiunque gli stia attorno non solo di riconoscere una grandezza soprattutto emotiva che probabilmente non ha mai posseduto, ma anche di ringraziarlo per questo.
Un incubo ad occhi aperti che fin dal principio troverà nei fratelli Schultz i capri espiatori perfetti, fragili esponenti di una realtà che impone di lottare, sempre e comunque, per poter raggiungere i propri obiettivi, invece che dare libero sfogo a desideri che sono compensazioni di squilibri affettivi attraverso il portafoglio ed il potere.
E a ben guardare, amaramente, è quello che accade ogni giorno, ovunque, da sempre.
Pochi eletti con quasi ogni mezzo a disposizione, ed un'enormità di individui disposti a lottare per le briciole intorno.
Fortunatamente, ci sono cose che nessuna fortuna potrà mai comprare.
Come la morte. E soprattutto la vita.



MrFord




"Money can't buy back
your youth when you're old
or a friend when you're lonely
or a love that's grown cold
the wealthiest person
is a pauper at times
compared to the man
with a satisfied mind."
Johnny Cash - "A satisfied mind" - 



sabato 15 novembre 2014

13 sins

Regia: Daniel Stamm
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 88'





La trama (con parole mie): Elliot, onesto venditore di assicurazioni in procinto di diventare marito di Shelby nonchè padre, si trova in difficoltà economiche nell'odierna New Orleans. Oppresso dai debiti legati all'organizzazione del matrimonio e rimasto senza lavoro, responsabile del padre e del fratello affetto da disturbi psichici, il ragazzo riceverà una telefonata che proporrà una soluzione ai suoi problemi: dovrà affrontare tredici prove che gli permetteranno, passo dopo passo, di mettere le mani su una riserva di denaro sempre maggiore fino a divenire un vero e proprio milionario.
Elliot accetta e si lascia trasportare dalla proposta della misteriosa organizzazione che pare celarsi dietro il contatto telefonico, attiva almeno dagli inizi del novecento: le richieste a lui indirizzate, però, diverranno sempre più difficili e rischiose da portare a termine, e quando la Famiglia verrà coinvolta, per il giovane uomo la lotta si farà decisamente più dura.








E' interessante come e quanto la crisi economica del mondo occidentale tutto abbia finito per incidere sul Cinema non solo per quanto riguarda incassi e produzioni, ma anche rispetto alle idee e all'ispirazione giunta dalle stesse: non troppo tempo fa mi capitò di parlare decisamente bene di Cheap thrills, grottesco thriller dalle memorie scorsesiane che aveva al centro le scelte di vita - e di morte - di una coppia di amici alle prese con tutti i problemi che la quotidianità attuale impone di affrontare di fronte ad una particolare visione delle cose orchestrata da due milionari senza ritegno, ed oggi mi ritrovo ad affrontare un discorso assolutamente simile per questo 13 sins.
Giocato a partire dagli stessi riferimenti - un protagonista outsider sociale dal talento tutto sommato inespresso messo all'angolo dalle vicissitudini monetarie e sentimentali che la vita ci pone spesso e volentieri di fronte - pur se sviluppato attraverso vie decisamente più seriose e meno plausibili - l'escalation legata alla misteriosa setta di responsabili del gioco, i cambiamenti repentini ed immediati del main charachter, l'escalation d'azione finale -, 13 sins rappresenta una variante comunque interessante e piacevole per passare una serata ad alta tensione riflettendo su un tema pronto a portare a galla tutte le difficoltà che fin troppo spesso si finiscono per affrontare al giorno d'oggi quando in ballo si trovano lavoro e denaro.
Come per il già citato Cheap thrills, anche in questo caso il punto di rottura passa attraverso il licenziamento e, di fatto, la perdita di un lavoro che conduce inevitabilmente il protagonista a livelli decisamente più bassi nella scala sociale - almeno per come è percepita dall'alto -, pronto a divenire una delle principali spinte affinchè il riscatto possa passare attraverso il superamento di limiti e confini, dettato in questo caso da un'oscura congrega di stampo massonico che pare non vedere l'ora di osservare il buon Elliot impazzire affinchè le imprese possano essere portate a termine.
La differenza tra le due pellicole viene dunque sottolineata dall'aspetto cospirazionista di questo lavoro firmato dal regista di The last exorcism, che non brilla per tecnica o meraviglie dei suoi interpreti - nonostante il sempre benvoluto e fordiano Ron Perlman - o plausibilità della trama e della sua evoluzione ma che riesce in ogni caso ad avvincere e catturare l'attenzione, portando per mano sfruttando anche un paio di twist davvero niente male il pubblico ad un finale che, almeno in parte, pare lasciare uno spiraglio anche per la parte povera - la maggior parte, oserei dire - dell'audience, inevitabilmente portato a parteggiare per Elliot e a pensare a come si sarebbe mosso nella sua stessa situazione.
Interessante, in questo senso, il confronto tra il protagonista e la sua promessa sposa - interpretata, tra l'altro, da Rutina Wesley, che riconosceranno tutti i fan di True blood - rispetto alla scelta compiuta di fronte alla possibilità di cambiare la propria esistenza attraverso un gioco basato principalmente sulla volontà di rischiare ed andare oltre non soltanto i limiti della Legge e della società, ma anche e soprattutto quelli che definiscono noi stessi come persone.
Manca, forse, la componente distaccata e quasi chirurgica degli organizzatori del gioco - più simili ad un gruppo di cattivi da fumettone nascosti nell'ombra -, ed i difetti non mancano, eppure il risultato è onesto ed in grado di reggere con buon piglio una serata da voglia disperata di brividi buoni, attraverso la fiction, per far dimenticare per un pò la durezza della realtà.
Considerato che il punto di partenza era quello di un diversivo senza impegno, direi che siamo stati più fortunati del previsto, ed usciamo sorprendentemente più ricchi dalla visione.
Alla faccia di chi ci vorrebbe braccia esecutrici di piani troppo alti.




MrFord




"Oh Sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman, where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All on that day
well I run to the rock, please hide me
I run to the rock,please hide me
I run to the rock, please hide me, Lord
all on that day."
Nina Simone - "Sinnerman" - 





martedì 8 luglio 2014

Cheap thrills

Regia: E. L. Katz
Origine: USA
Anno:
2013
Durata: 88'




La trama (con parole mie): Craig è un uomo sposato con un figlio piccolo, travolto dalla crisi e costretto ad abbandonare i suoi sogni di scrittore per un lavoro in un'officina che possa permettergli di sperare di far fronte alle spese. Quando anche quest'impiego viene meno, decide di consolarsi con una bevuta in solitario, incontrando in un locale Vince, suo vecchio compagno di liceo che non vede e sente da cinque anni. I due ricordano i bei tempi della band che avevano da giovani, e rimpiangono di non avere avuto le occasioni sperate: quando, però, per caso si imbattono in Violet e Colin, due ricchissimi milionari annoiati in cerca di svago per il compleanno della donna, le prospettive cominciano a cambiare.
La coppia, infatti, ha in mente di proporre ai due amici di divenire protagonisti di un gioco che prevede vere e proprie scommesse sulle loro imprese in cambio di somme di denaro sempre più cospicue: se, però, tutto avrà inizio come un passatempo goliardico, non è detto che la notte non metta sul piatto una posta sempre più alta.








Le prime volte che sentii parlare - o lessi - di Cheap thrills pensai a qualcosa di davvero low cost legato all'immaginario horror di lega molto bassa, senza troppi pensieri o risvolti profondi.
Proprio con questo spirito ho affrontato, dunque, la visione, che al contrario si è rivelata una delle più sorprendenti ed interessanti dell'anno, figlia di riflessioni che, se non coinvolgono tutti noi, lo fanno almeno per la maggior parte: chi può dirsi, infatti, davvero felice e pienamente soddisfatto del proprio lavoro? E chi ha avuto la possibilità di pagarsi la casa interamente, senza dover legare il proprio futuro ad una banca per una trentina d'anni? Alla fine del mese, chi non si fa calcoli in modo che tutto torni, procedendo senza pensare di poter arrivare al limite della carta di credito, o del livello di guardia del conto?
Argomenti come questi, probabilmente parte della quotidianità della maggior parte di noi, sono alla base di una delle riflessioni più crudeli ed attuali del panorama cinematografico di questa stagione, orchestrata da Katz con ironia ed ottima gestione della tensione, quasi si trattasse di un mix tra lo splendido Fuori orario scorsesiano e Henry pioggia di sangue.
Il confronto - impietoso - tra i due poveri cristi Craig e Vince e la coppia che segnerà il loro destino riesce nella non facile impresa di strappare risate da humour nero senza ritorno e suscitare pensieri che portino al confronto con la propria condizione e con se stessi: quanti di noi, infatti, colti alla sprovvista da una serie di proposte più o meno assurde, accetterebbero di rendersi ridicoli, o sfidare la sorte, per qualche soldo in più?
E, alzando la posta, cosa sareste disposti a fare per duecentocinquantamila euro?
Puliti, direttamente in mano vostra, pronti per essere portati a casa?
Tradireste il vostro compagno o compagna? Vi fareste tagliare un dito? Sareste disposti a superare limiti sociali, alimentari, di Legge?
Come se non bastassero domande in grado di far pensare a prescindere, una delle cose più interessanti di questo piccolo gioiello è legata alla figura di Violet e Colin, i due milionari pronti a mettere in atto una sorta di versione splatter di Una poltrona per due con i malcapitati Vince e Craig, assolutamente super partes come arbitri praticamente divini e quasi più "simpatici", con il passare dei minuti, dei veri protagonisti del gioco, pronti, con l'alzarsi della posta, a riscoprire vecchie ruggini e non lesinare colpi bassi e alle spalle dell'amico divenuto d'improvviso avversario nella corsa verso la tranquillità economica.
Osservando il tutto da un punto di vista più ampio, verrebbe quasi da pensare che lo spettacolo cui si assiste in questo Cheap thrills non sia altro che una rappresentazione di quello che è, oggi, il nostro mondo, dominato da una ristretta minoranza che, economicamente e socialmente, ha il potere ed i mezzi di soddisfare ogni suo desiderio - anche dettato dalla noia, pura e semplice - ed una stragrande maggioranza che finisce, neanche fossimo ancora nell'antica Roma, a lottare in un'arena differente da quelle all'interno delle quali perdevano la vita i gladiatori ma non per questo meno violenta e crudele.
Cosa resta, dunque, a tutti noi da questa parte della barricata?
Sperare di incontrare, un giorno, un Colin e una Violet ai quali consacrare noi stessi coltivando il sogno di tornare a casa senz'altro più ricchi - ma quanto effettivamente segnati, più nello spirito che nel corpo, come testimonia l'ottima chiusura? - o nell'arrivo di un nuovo Spartacus?
Le risposte sono poche e molto vaghe.
La certezza, invece, sono i conti, che difficilmente tardano a venire a riscuotere la loro fetta.
E non è detto che i soldi ripaghino tutto il sangue versato.



MrFord




"Cheap thrills all over the seat
cheap thrills, your kind of lovin' can't be beat
cheap thrills up and down my spine
I need it, I need it, 'cause it feels so fine, now."
Frank Zappa - "Cheap thrills" - 




mercoledì 20 marzo 2013

Arbitrage - La frode

Regia: Nicholas Jarecki
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 107'
 



La trama (con parole mie): Robert Miller è un magnate di successo, un milionario potente alle prese con affari che smuovono capitali da fantascienza al comando di un vero e proprio impero, un padre di famiglia spesso in ritardo ma sempre pronto a tornare a casa nei momenti che contano.
Robert Miller, però, è anche un uomo che cerca di proiettare un'immagine da vincente in modo da avere sempre le spalle in qualche modo coperte, anche quando gli affari non vanno così bene e tocca liquidare il suddetto impero grazie a trucchi da illusionista e squalo che, se portati alla luce, lo condurrebbero dritto in galera.
Il rischio maggiore però viene dall'amante di Miller, l'artista francese Julie, che una notte durante una gita in macchina muore a causa di un incidente causato da un colpo di sonno dell'uomo che, una volta in fuga, muove ogni pedina gli sia possibile affinchè tutto possa essere risolto sott'acqua, senza che le increspature turbino gli affari.
Riuscirà il capitano d'industria a far quadrare conti e questioni legali? O il detective Bryer sarà in grado di mettergli i bastoni tra le ruote?





Film come Arbitrage tornano sempre utili, nel loro sapore Classico, un pò come un whisky di malto che si sorseggia seduti in poltrona, in tranquillità, lasciandolo scivolare fin nel profondo e ben sapendo che il suo calore difficilmente si trasformerà nel malessere del "day after": il lavoro di Nicholas Jarecki, infatti, ripercorre le orme dei legal thriller dal sapore vagamente eighties che nel corso della mia infanzia funzionavano alla grande nel weekend, quando in casa Ford si riusciva, di tanto in tanto, a raggrupare tutta la famiglia davanti a titoli che mettessero d'accordo due onnivori affamati di pellicole come me e mio fratello - allora senza whisky - e spettatori occasionali come i nostri genitori, che non sono mai stati grandi amanti della settima arte.
Come se non bastasse, considerate le aspettative pressochè assenti che nutrivo alla vigilia, devo ammettere che la riflessione sul Potere e la sua gestione è riuscita a mantenere vivo il mio interesse dal primo all'ultimo minuto con una discreta facilità evitando al contempo di perdere troppi colpi dal punto di vista della logica, sfruttando una più che buona prova di Richard Gere, che porta sullo schermo un personaggio che pare la versione "romantica" del Gordon Gekko di wallstreetiana memoria.
Certo, la vicenda di Robert Miller e la sua lotta per mantenere a galla un impero milionario proiettando sempre e comunque l'immagine del vincente infallibile non sarà una novità e neppure una visione che sconvolgerà il vostro panorama del Cinema nel corso di questo 2013, eppure il meccanismo gira senza intoppi, stimola curiosità nello spettatore e giunge alla sua conclusione sfoderando anche una chiusura quasi autoriale con una neppure troppo velata critica ad un sistema che privilegia e privilegerà sempre gli squali ed il Potere - sia esso dato dal denaro, dalla politica o dai rapporti che si creano in una coppia o in famiglia - a scapito di chi lotta e si dibatte affinchè un giusto ordine delle cose possa essere di nuovo costituito - emblematico il personaggio del detective Bryer interpretato da Tim Roth, cornuto e mazziato nonostante i tentativi di mettere alle strette Miller/Gere inchiodandolo alle sue evidenti bugie e manipolazioni -.
Restiamo comunque nell'ambito del patinatissimo prodotto hollywoodiano, ma occorre dare merito a Jarecki di aver trovato un invidiabile equilibrio nel proporre una vicenda che in mano ad altri avrebbe rischiato retorica, confusione e conseguenti copiose bottigliate come fosse un compromesso tra il gusto del grande pubblico, una strizzata d'occhio ad un genere che negli ultimi anni ha certamente perso il suo antico splendore e perfino diversi risvolti quasi "di nicchia", ovviamente ben celati probabilmente per non incorrere in tagli o modifiche da parte di una produzione che avrà voluto senza dubbio e con forza l'impostazione laccata che Arbitrage porta - volente o nolente - nel profondo di ogni suo fotogramma.
In periodi di calma cinematografica come quello del post-Oscar, prodotti di questo genere, onesti e senza troppe pretese, realizzati con professionalità nonostante la forte impronta mainstream e quasi televisiva - l'influenza delle serie tv di stampo crime è evidente - sono perfetti per accompagnarci in serate senza troppo impegno e, chissà, anche ricordare visioni che hanno fatto parte della nostra formazione di appassionati.


MrFord


"I need a dollar dollar, a dollar is what I need
hey hey
well I need a dollar dollar, a dollar is what I need
hey hey
and I said I need dollar dollar, a dollar is what I need
and if I share with you my story would you share your dollar with me."
Aloe Blacc - "I need a dollar" -


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