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domenica 29 dicembre 2019

Ford Awards 2019: le serie


Ed eccoci giunti al momento di uno dei premi che, nel corso dell'ultima decade, ha assunto un'importanza sempre maggiore: quello delle serie televisive.
Se ripenso a quando, ormai quasi sedici anni or sono, Lost cambiò radicalmente il modo di autori e pubblico di concepire i serial, il panorama è decisamente cambiato: l'offerta è numericamente impressionante, così come la varietà di generi e l'impegno profuso dalle case di produzione, e ogni anno ci si ritrova di fronte a conferme di prodotti importanti o alla nascita di nuovi, con in mezzo il consueto ventaglio di mancate conferme o delusioni.
Ma quali saranno stati i dieci protagonisti del duemiladiciannove da piccolo schermo del Saloon?


N°10: MINDHUNTER

Mindhunter Poster

Alla sua seconda stagione il serial fincheriano Mindhunter, tratto da una delle autobiografie di riferimento del genere - quella di John Douglas, uno dei primi profiler FBI -, conferma la validità del progetto e dei protagonisti, della scrittura e del percorso che pare si intenda fare.
Non sarà un titolo per tutti, o quello che ci si aspetterebbe da un thriller, ma resta un'alternativa importante ad un genere che, per anni, è caduto nel clichè e nell'abitudine.


N°9: THE OA

The OA Poster

A distanza di tre anni dalla prima stagione, torna il delirante - in senso positivo - viaggio di Prairie con una seconda che, a tratti, mi ha convinto addirittura più della precedente.
Nonostante passaggi che paiono scritti sotto acido pieno, The OA è stato uno dei prodotti più interessanti che Netflix abbia proposto nel corso delle ultime stagioni, ed è davvero un peccato che si sia deciso di chiuderla dopo sole due delle cinque stagioni previste. Una perdita davvero importante.


N°8: GOMORRA

Gomorra: La serie Poster

Prosegue dritta come un treno la corsa di Genny Savastano e di Gomorra, una delle certezze del panorama televisivo made in Italy degli ultimi anni, pur se orfana in questa stagione del personaggio cardine della serie fin dagli inizi, quello di Ciro Di Marzio detto l'Immortale, dirottato per l'occasione al Cinema in quello che dovrebbe essere il raccordo tra questa e la prossima stagione.
Nonostante quest'assenza, comunque, il buon Genny compie un ulteriore cambiamento su se stesso provando dapprima a ripulire il suo nome per poi capire che, una volta nato come è nato lui, è sempre difficile pensare di poter modificare destino e natura.


N°7: STRANGER THINGS

Stranger Things Poster

Altra produzione Netflix che scombinò le classifiche ai tempi della prima stagione, arrancò con la seconda e con questa terza pare aver trovato la quadratura perfetta per il suo equilibrio, finendo per risultare, almeno dal mio punto di vista, la migliore realizzata ad oggi.
Come se non bastasse, il finale e l'addio (?) di uno dei protagonisti condisce di emozioni forti per chiunque sia un padre una chiusura da brividi, e ne apre di nuove per una quarta annata che promette di essere protagonista anche nella classifica del duemilaventi.


N°6: BILLIONS

Billions Poster

Stagione dopo stagione, sono pochi i serial che riescono a mantenere uno standard qualitativo e di narrazione elevato, evitando la comune trappola del calo inevitabile che colpisce la maggior parte delle produzioni anno dopo anno: uno di questo è senza dubbio Billions, dramma shakespeariano mescolato al legal thriller condito da elementi che non sfigurerebbero in The wolf of Wall Street.
La rivalità in continua evoluzione tra Chuck Roades e Bobby Axelrod, che fagocita tutto quello che i due amicinemici hanno attorno, assume nuove sfumature e si prepara a raggiungere un altro livello, confermando Billions come uno dei titoli più interessanti e vivi degli ultimi anni.


N°5: NARCOS - MEXICO

Narcos: Messico Poster

Abbandonati Pablo Escobar prima e la Colombia poi, Narcos approda in Messico per raccontare l'ascesa del Cartello di Guadalajara e la vicenda che vide la lotta al traffico di droga segnata dalla morte del primo agente della DEA fuori dal suolo statunitense, che scatenò, ai tempi, il dispiegamento di forze che caratterizzò una vera e propria guerra nel corso degli anni ottanta e novanta.
Per chi, come il sottoscritto, conosceva già le vicende e le aveva vissute nella trasposizione di Don Winslow grazie a Il potere del cane, è un ritorno a territori noti ma non per questo portati sullo schermo in modo meno drammatico e potente: gli ultimi episodi, che raccontano la fine dell'agente Camarena, sono da brividi e strette al cuore.


N°4: ORANGE IS THE NEW BLACK

Orange Is the New Black Poster

Un altro dei serial simbolo di questi ultimi anni, che ha visto protagoniste le ragazze della prigione di Litchfield, è giunto alla sua conclusione recuperando il terreno perduto nel corso delle due precedenti stagioni chiudendo davvero in bellezza, omaggiando non solo le protagoniste che negli anni hanno accompagnato il pubblico ma anche il concetto di donna in tutte le sue sfumature, alimentando inoltre una critica sociale molto aspra rispetto al sistema correzionale americano - e non solo - ed alla società occidentale, troppo spesso pronta a dimenticarsi di chi sta ai margini, per colpa o per destino.
Una chiusura come dovrebbero essere sempre quelle delle produzioni televisive, sensata e sentita.


N°3: TRUE DETECTIVE

True Detective Poster

La creatura di Nic Pizzolatto, alle spalle una prima stagione divenuta un instant cult ed una seconda ingiustamente sottovalutata, torna con una terza poggiata sulle spalle del Premio Oscar - e bravissimo - Mahershala Ali, che racconta un'indagine non solo investigativa, ma sociale, attraverso un arco di tempo di decenni.
Scrittura eccellente, una grandissima interpretazione del protagonista, un prodotto di altissimo livello sotto tutti i punti di vista: non avrà portato una rivoluzione, ma ci sarebbe da baciarsi i gomiti quando di fronte, accendendo la tv, ci si trova di fronte a cose di questo genere.


N°2: WHEN THEY SEE US

When They See Us Poster

Ricordo ancora benissimo quando affrontammo, la scorsa estate, il primo episodio di questa miniserie tratta da una storia vera che sconvolse New York ed ebbe una conclusione legale soltanto pochi anni fa: provai talmente tanto sconcerto e rabbia che dubitai di poter sostenere emotivamente l'intera produzione, da quanto mi sentii toccato.
Fatta scorta di coraggio, proseguimmo nella visione scoprendo uno dei tesori del piccolo schermo non solo di questo che volge alla conclusione, ma degli ultimi anni, un lavoro prezioso ed importante che racconta la cronaca senza risultare fazioso e che ad un tempo risulta essere una bomba emotiva pazzesca - sfido chiunque a non venire toccato dalla storia degli Harlem Five, e da un episodio conclusivo di fronte al quale trattenere le lacrime è un'impresa quasi impossibile.


N°1: CHERNOBYL

Chernobyl Poster

Altra miniserie, altra storia vera, altra produzione destinata a restare negli annali delle più potenti mai realizzate.
Per chi è in giro su questo pianeta da più di trent'anni l'evento che sconvolse il mondo nella primavera dell'ottantasei resta probabilmente un ricordo di risonanza globale quanto in seguito fu soltanto il crollo del World Trade Center: l'esplosione del reattore della centrale di Chernobyl provocò un disastro ecologico come pochi altri nella Storia dell'Umanità, costando la vita non solo a chi sfortunatamente si trovò sul posto, ma anche a tanti altri nel corso degli anni.
La vicenda, narrata e diretta splendidamente, passa, nonostante la cronaca, da atmosfere drammatiche ad altre quasi horror, e mette lo spettatore di fronte all'analisi del prezzo che l'Uomo debba considerare di dover pagare a fronte di determinate scelte, comportamenti, progressi.
Un affresco potente e dolente, ed uno dei punti più alti mai raggiunti dal piccolo schermo, di quelli che lo portano addirittura oltre il Cinema.


I PREMI

Preferito fordiano: Korey Wise, When they see us


Miglior personaggio: Bobby Axelrod, Billions

Miglior sigla: True Detective

Uomo dell'anno: Jared Harris, Chernobyl

Donna dell'anno: il cast di Orange is the new black, Orange is the new black

Scena cult: l'arrivo dei pompieri a Chernobyl dopo il disastro, Chernobyl

Migliore episodio: Vichnaya Pamyat, Chernobyl

Premio ammazzacristiani: il disastro nucleare, Chernobyl

Miglior coppia: Bobby Axelrod e Chuck Roades, Billions


Cazzone dell'anno: Wags, Billions

Cattivo dell'anno: Linda Fairstein, When they see us

lunedì 18 novembre 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana per il Bullettin e, pur a fronte di un numero non altissimo di visioni, settimana di ottimi passaggi, che si tratti di piccolo o grande schermo, di novità o di recuperi legati ai sabati sera "Cinema" con i Fordini. Fosse sempre così, ci sarebbe da mettere la firma.
Perchè quando una serie, o un film, ti incolla allo schermo o finisce per essere presente per ore - o giorni - una volta terminata la visione nella testa e nel cuore, significa che il senso di essere qui ad amare la settima arte - all'interno della quale vanno ormai inserite anche le serie - trova il suo compimento.


MrFord



BILLIONS - STAGIONE 4 (Showtime, USA, 2019)

Billions Poster


Nel panorama delle serie televisive, anche tra i titoli che più ho amato negli anni, sono pochi quelli che sono riusciti a mantenere il loro standard qualitativo praticamente immutato stagione dopo stagione, risultando intriganti anche quando l'effetto novità si era affievolito. 
Fatta eccezione per il miracoloso Breaking Bad - a oggi, l'unico ad aver addirittura incrementato lo standard già elevato dalla prima alla quinta stagione -, si contano sulle dita di una mano le produzioni in grado di tenere botta: una di queste, ed una delle più solide degli ultimi anni, è senza dubbio Billions, shakespeariana storia della rivalità tra il procuratore Chuck Rhoades ed il miliardario e genio della finanza Bobby Axelrod portata sulle spalle, tra le altre cose, dalle ottime interpretazioni dei suoi protagonisti.
Giunta al quarto giro di boa, Billions mostra l'ennesima evoluzione del rapporto di questi due antagonisti, dapprima uniti per sconfiggere i rispettivi nuovi nemici e dunque, inesorabilmente, di nuovo dai due lati opposti di una barricata che, ormai, pare esistere più che altro nelle loro anime.
Un prodotto intenso, adulto, realizzato alla grande - dalla scrittura alla fotografia passando per una colonna sonora sempre pazzesca -, che tiene incollati dal primo all'ultimo episodio.
Ed alimenta l'hype per la stagione cinque neanche si fosse agenti di cambio in attesa dell'apertura dei mercati.




PARASITE (Bong Joon Ho, Corea del Sud, 2019, 132')

Parasite Poster

Sarebbe quasi superfluo andare ad analizzare l'etimologia del termine parassita. E, forse, anche riduttivo. Forse anche perchè, a conti fatti, noi esseri umani potremmo essere considerati i più grandi parassiti del pianeta in cui viviamo, essendo quelli che, almeno sulla carta, hanno più coscienza delle proprie capacità, dei difetti e delle zone d'ombra dove si nasconde tutto quello che non possiamo o non vogliamo che venga alla luce.
Bong Joon Ho, tornato in patria dopo le due produzioni internazionali che, almeno per quanto mi riguarda, avevano ridimensionato l'entusiasmo nei confronti del suo Cinema, dimostra che forse le stesse non fanno troppo bene ai cineasti di valore, e consegna al pubblico una delle chicche più toste dell'anno, un film che è giusto vivere più che raccontare, che sorprende, sconvolge, coinvolge, unisce l'eleganza dell'autorialità, una scrittura chirurgica, una recitazione di spessore, sequenze da antologia ed un finale che racconta tutta la poesia dell'imperfezione umana.
E in mezzo, come in un piatto dagli equilibri perfetti, troviamo la commedia nera, le risate, la critica sociale - Jordan Peele ed il suo Noi dovrebbero prendere più di qualche lezione da questo lavoro -, la violenza, il thriller, l'erotismo, l'orrore: in campo ci sono gli estremi, ma è nelle loro sfumature che si trova tutta la potenza di questo film clamoroso vincitore dell'ultimo Festival di Cannes.
Del resto, il bello dell'essere umani - e parassiti - sta proprio nell'intensità di quelle sfumature, che come all'interno di una famiglia, permettono di vivere intensamente sia con uno che con dieci: Mannarino in Maddalena canta "Lascia stare Giuda e guarda altrove, ecco, guarda la mia scollatura; e io mi guarderò dalla tua invidia, perchè Dio non gode come una creatura".
Parasite parla di creature. E di sfumature. E lo fa con cervello e cuore tutti umani.




LA STORIA FANTASTICA (Rob Reiner, USA, 1987, 98')

La storia fantastica Poster


Proseguono i sabati sera Cinema con i Fordini, e con loro il recupero dei titoli che hanno costruito una parte della mia infanzia e gran parte del mio amore per la settima arte: a questo giro è toccato a La storia fantastica, che l'anno scorso avevo rispolverato nel corso di un pomeriggio da solo con la Fordina - che ricordava ancora Andre The Giant e i roditori taglie forti della Palude del fuoco - e che anche il Fordino aveva richiesto dopo il successo della visione de La storia infinita.
E se non è stata ancora colta la portata di alcune frasi supercult come "ai tuoi ordini" di Westley o il famoso monologo di Inigo Montoya, lo spirito del lavoro di Rob Reiner è stato colto in pieno, e vedere i due piccoli scalmanati del Saloon oggi giocare tra loro dicendo "io sono il gigante e tu la principessa" mi ha riempito il cuore di gioia perchè è l'ennesima conferma che la magia di alcuni film non è legata a effetti speciali, epoche o generazioni, ma tocca lo spirito di ognuno di noi, come il bimbo che, pagina dopo pagina, viene catturato dalla magia del libro che il nonno è andato apposta a leggere per lui, così come faceva con suo padre anni e anni prima.
La magia delle Storie, quelle che sono destinate a restare e continuare a far sognare a qualsiasi età, e a prescindere dal Tempo. 
Un pò come a me, che ancora ho i brividi a sentire "Ola, mi nombre es Inigo Montoya, tu hai ucciso mi padre, preparate a morir", oppure vedere Westley alzarsi da un letto per difendere il suo vero amore anche quando si pensava che fosse "quasi" morto.




IL COLTELLO (Jo Nesbo, Einaudi, 2019)


Il coltello (Serie Harry Hole Vol. 12) di [Nesbø, Jo]


Sono passati diversi anni da quando per la prima volta ho incrociato il cammino di Harry Hole, il personaggio principe nato dalla penna di Jo Nesbo, l'illusionista del thriller, il Christopher Nolan della narrativa odierna: ormai conosco bene il detective alcolista cresciuto insieme al suo autore, appassionato di musica e sedotto dal Jim Beam, così come la straordinaria capacità del suo padre letterario di riuscire a scrivere romanzi quasi "al contrario", con architetture talmente incredibili da far supporre si possa davvero cominciare, in una storia, dalla fine e proseguire a ritroso.
Il coltello è la dodicesima avventura di Hole, ormai praticamente cinquantenne, pronta a raccontare l'ennesimo dramma, l'ennesima lotta nella vita di questo charachter oscuro e tormentato eppure ribollente di vita e passione: e nonostante alcune critiche negative lette in rete, nonostante potessi pensare di conoscere il suo approccio, nonostante le undici cavalcate precedenti, sono riuscito ancora una volta a rimanere sorpreso, stupito, rapito dal trucco portato in scena dal poliedrico Nesbo e dal suo protetto.
Perchè le ferite, le cadute, le colpe, "i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai" come canterebbe Battiato, non possono nulla contro le radici che crescono, quelle che definiscono il viaggio, ci portano dal passato al futuro. 
Il coltello può ferire, il coltello può uccidere. Ma sono solo le radici quelle che permettono di lottare, resistere, provare ad immaginare un futuro. E viverlo.


lunedì 17 giugno 2019

White Russian's Bulletin



Settimana particolare, per il Saloon, che tra lavoro e primi assaggi di vacanze riesce non solo ad essere puntuale nelle pubblicazioni dei post, ma anche a recuperare titoli più impegnati ed impegnativi, in barba alla stagione che, per eccellenza, richiede una bella pausa ai nostri neuroni provati dalla quotidianità.
Una settimana dunque non ricca in termini numerici - del resto, ormai, i sette/dieci film di qualche anno fa me li scordo - ma decisamente stimolante.


MrFord



THE PERFECTION (Richard Shepard, USA, 2018, 90')

The Perfection Poster

Ogni giorno di più Netflix consolida non solo la sua presenza in termini di bacino di utenza, ma anche l'impatto che, nel tempo, ha avuto e sta avendo sul Cinema come lo abbiamo sempre inteso: da parecchio, infatti, penso che il futuro della settima arte vada cercato non tanto - purtroppo - nella realtà delle sale ma in quello dell'on demand fatto esplodere proprio da Netflix stesso, allo stato attuale una realtà con la quale fare i conti non solo pensando alle serie tv ma anche ai titoli che, fino al suo avvento, sarebbero stati esclusivamente destinati alla distribuzione "tradizionale".
Diretto da Richard Shepard, che si era fatto volere gran bene da queste parti per Dom Hemingway, questo The Perfection, giunto sugli schermi di casa Ford spinto dal tam tam della blogosfera, si è rivelato una visione non perfetta ma senza dubbio in grado di rimanere impressa per argomenti alti - i continui plot twists, le differenti vedute e ribaltamenti del revenge movie - e bassi - il trash molto anni novanta stile Boxing Helena, una gran bella sequenza lesbo che fa sempre la sua figura, un'altro passaggio divenuto subito argomento di discussione che non è così clamoroso ma senza dubbio un esperimento mai o raramente provato -, poco plausibile ma guardabilissimo, un buon modo per avere conferma che il Cinema, quando ci sono idee, può essere sempre stimolante anche quando, tornando sul titolo, la perfezione resta ben lontana.




BILLIONS - STAGIONE 3 (Showtime, USA, 2018)

Billions Poster

Quando si parla di serie tv, una delle cose più difficili che si possa immaginare è trovare quei titoli in grado di mantenere alto lo standard stagione dopo stagione, senza banalizzare i personaggi principali o le situazioni, cadere nel troppo melodrammatico o nello scontato, cominciare a non giustificare più nulla o quasi.
Billions, partito e sviluppatosi in sordina rispetto ad altri titoli saliti alla ribalta delle cronache negli ultimi anni, al terzo giro di giostra può senza troppi patemi dichiararsi parte della categoria: attorno al rapporto in continua evoluzione - e che evoluzione! - tra Chuck Rhoades e Bobby Axelrod gli autori hanno predisposto un'architettura complessa di situazioni e comprimari profondi e credibili, giustificando ogni colpo di scena, lasciando che i due main charachters prendessero binari diversi e apparentemente di direzioni opposte per poi riportarli drasticamente vicini, e in un modo che non ci si sarebbe potuti aspettare tornando alle due stagioni precedenti e ad una parte di questa, pur spesa con Chuck e Axe alle prese con nemici diversi da loro stessi.
Come sempre grande lavoro attoriale di Giamatti e Lewis, solida la scrittura ed avvincente il prodotto, anche per chi, come questo vecchio cowboy, di borsa e legislazione capisce più o meno quanto di danza classica: inutile dire che l'hype per la season four partita in primavera è già altissimo.




IL TRADITORE (Marco Bellocchio, Italia/Francia/Brasile/Germania, 2019, 135')

Il traditore Poster

Ricordo bene, ai tempi delle medie - parliamo dei primi anni novanta -, quando a scuola qualcuno "la cantava" e veniva additato come un "Buscetta", una spia, una persona che andava e doveva essere emarginata. Nella logica di ragazzini spesso insensibili per età e spessore culturale, si seguiva la moda ispirata dalle vicende del più noto tra i collaboratori di giustizia in anni in cui la Mafia insanguinava l'Italia simbolicamente come non aveva mai fatto prima, gli anni di Falcone e Borsellino, due dei più grandi personaggi pubblici che il nostro Paese abbia mai conosciuto nella sua Storia.
Bellocchio, regista inossidabile in pieno stile Clint - per quanto, politicamente, i due non potrebbero essere più diversi -, autore di film grandiosi come I pugni in tasca, L'ora di religione, Buongiorno notte, Vincere, mostra uno dei personaggi più controversi di quel periodo da un lato che non ci aspetteremmo, il più terribile, naturale, sfaccettato di tutti: quello umano.
Tommaso Buscetta era un criminale, eppure nel corso di oltre due ore serratissime per piglio e ritmo, nel suo rapporto con Cosa Nostra ed i suoi esponenti - mostrati nella banalità terribile del loro male e dell'ignoranza che circondava figure come quelle di Riina - e soprattutto con il già citato Falcone - la scena più bella della pellicola, il loro ultimo saluto, è da brividi - quella che emerge dalla pellicola è la sua componente umana, la stessa che rende l'Uomo l'animale più pericoloso che esista ma anche quello in cui, in una misura o nell'altra, da appartenenti alla specie ci riconosciamo.
E così, pur essendo assolutamente dalla parte di Falcone, pur essendo contrario al concetto di "spione" non per omertà ma per correttezza, ho finito a passare ogni minuto della visione mettendomi dal lato della barricata di Buscetta, osservando le scelte che, in situazioni estreme, è necessario compiere per tutelare se stessi ed i propri figli, osservando uno Stato spesso e volentieri più criminale dei criminali - clamorose le apparizioni di Andreotti -, il degrado morale che colpisce non solo la società ma anche le associazioni a delinquere, mi sono ritrovato in lui quando dichiara sempre a Falcone "Riina ha sempre preferito esercitare il potere che fottere, io no. Io ho sempre amato le donne". E a conti fatti, ho riflettuto che, se fossi stato l'ultimo di diciassette figli in una famiglia povera della Palermo degli anni venti e trenta, se fossi cresciuto in un ambiente che lasciava ben poche possibilità di scelta, da uomo che ama più le donne e la famiglia che non il potere, forse sarei finito esattamente come lui.
Avrei stimato Falcone perchè avrei invidiato il suo coraggio e la sua integrità, mentre io sarei stato banalmente un peccatore, per dirla alla vecchia maniera.
Essere umani è sfaccettato, ma anche clamorosamente semplice.
Raccontarlo, però, è una cosa da Maestri. Come Bellocchio.


venerdì 2 febbraio 2018

Billions - Stagione 2 (Showtime, USA, 2017)





In tutta onestà, in termini pratici credo ci siano davvero poche cose lontane dalla mia essenza come l'economia e la finanza: per dirla in toni da Saloon, non mi è mai fregato e non ci ho mai capito un gran bel cazzo di niente.
Eppure, nel corso degli anni, alcuni titoli - film o serie, poco importa - sono riusciti nella non facile impresa non solo di farmi apparire questo mondo così lontano come comprensibile ed affascinante, ma anche di seguire gli stessi con un'intensità da thriller da fiato sospeso: uno di questi è senza dubbio Billions, proposta sorretta dalle performance notevoli dei due protagonisti e rivali Damian Lewis e Paul Giamatti - il primo nei panni di Bob Axelrod, giocatore d'azzardo della borsa multimiliardario nato povero e divenuto squalo, ed il secondo di Chuck Rhoades, procuratore newyorkese di famiglia altolocata che dello squalo aveva il corredo genetico - che trasforma il mondo dell'alta finanza e delle scorrettezze ad esso annesse in una quasi tragedia shakespeariana senza morti ammazzati all'interno della quale non si risparmiano colpi bassi, vendette, giochi di potere e voltafaccia, mentre i due protagonisti si convincono passo dopo passo ad essere disposti a sacrificare qualsiasi cosa pur di avere l'ultima parola in una rivalità che li rende ad un tempo uguali ed agli antipodi.
Proprio considerata la materia trattata, era davvero un'impresa non da poco pensare di riuscire a bissare la qualità della prima stagione, una delle sorprese positive del Saloon a cavallo tra duemilasedici e diciassette, e sono contento di affermare che la produzione Showtime ci è riuscita, e alla grande: tensione mai calante, ritmo serrato, ottimi comprimari, un nuovo charachter perfetto e potenzialmente esplosivo per il futuro - la giovane ed androgina Taylor, spettacolare protegè di Axelrod - ed un episodio, per l'esattezza l'undicesimo, tra i meglio scritti che abbia incontrato sul piccolo schermo negli ultimi anni, pronto ad incastrare e far specchiare i due nemici giurati uno nelle azioni dell'altro, e a prepararli ad un faccia a faccia che prosegue il discorso rimasto in sospeso al termine della prima stagione e proietta dritti dritti alla terza, consapevoli che nessuno dei due mollerà mai davvero la presa fino ad aver raggiunto la totale distruzione dell'avversario, o la propria.
In questo senso, una delle riflessioni più importanti legati alle vicende di Bob e Chuck è proprio questa: vale davvero la pena, in nome della vittoria su un nemico, sacrificare tutto quello che è possibile immaginare, posizione, carriera, potere, denaro e soprattutto di rimanere soli soltanto per il gusto di godersi una risata da soli, in un appartamento in affitto vuoto di qualsiasi affetto? Vale la pena continuare a scommettere anche quando si hanno le tasche piene, soltanto per il gusto di vincere una mano in più?
In questo senso, sarebbe molto interessante poter entrare ancora più a fondo nelle teste di Axelrod e Rhoades, e cercare di comprendere quanto sottile sia il confine tra ossessione e rivalità, tra l'importanza di una battaglia ed il gusto quasi ossessivo di fare la guerra, tra esercizio di potere ed esibizione di potere: confini che tutti noi, in quanto umani, conosciamo bene, a prescindere dal fatto che tutto si giochi in campi ed ambiti che, come per me la finanza e l'economia, appaiano lontani anni luce dal proprio piccolo pianeta.



MrFord



 

sabato 7 gennaio 2017

Billions - Stagione 1 (Showtime, USA, 2016)




Se esistono due mondi che senza alcun dubbio - fatta eccezione, ovviamente, per tutto quello che è radical chic o espressione di una certa ignoranza - appartengono poco o nulla al sottoscritto sono quelli dei numeri e della finanza: non sono mai stato attratto dalla ricchezza o dall'inseguimento a tutti i costi della stessa in stile Gordon Gekko - anche se certo non fa schifo a nessuno il pensiero di avere qualche bel milione pronto a garantire una bella vita vissuta esclusivamente facendo quello che si vuole -, nonostante, negli anni da cinefilo, sia rimasto più volte colpito da titoli nati proprio in questo calderone, da Americani e Margin Call fino al magistrale The Wolf of Wall Street.
Eppure, nonostante questi precedenti, di fronte alle proposte di questo genere tendo ad andare sempre molto cauto, conscio non solo del mio disinteresse per la materia ma anche della mia ignoranza a proposito della stessa, temendo la comparsa della noia ad ogni sequenza: Billions, grande produzione Showtime con un cast di prim'ordine - Paul Giamatti, Damian Lewis, Maggie Siff tra i più noti -, non è stata esente da questo tipo di scetticismi, qui al Saloon, nonostante arrivasse sui nostri schermi forte di recensioni lusinghiere.
Fortunatamente per me e per i Ford tutti, si può tranquillamente affermare che questa nuova proposta seriale si possa inserire nel novero dei titoli citati in apertura di post, e che la lotta per la supremazia tra il Procuratore Chuck Rhoades ed il multimilionario e squalo della borsa Bobby "Axe" Axelrod, self made man divenuto una sorta di Citizen Kane - bellissima la citazione del Capolavoro di Welles - dell'area di New York, pronto a calpestare morale e persone ed ugualmente in grado di mostrarsi leale e più umano, per molti versi, dei rappresentanti della Legge pronti a dargli battaglia, sia una delle lotte tra charachters più intense e shakespeariane del passato recente del piccolo come del grande schermo, dalle scaramucce appena suggerite nei primi episodi al faccia a faccia del season finale, una dichiarazione di guerra in pompa magna con tutti i crismi pronta a fare da traino alla già attesissima - almeno da queste parti - seconda stagione.
Vedere, ad ogni modo, due personaggi con più ombre che luci pronti a giocare sporco o a sacrificare anche se stessi in modo da vedere l'altro sconfitto apre a riflessioni profonde, legate non tanto e non solo all'empatizzazione con l'uno o l'altro, quanto allo spirito che li muove: probabilmente, infatti, tra il Bobby Axelrod che si è costruito una fortuna con le proprie mani, e che può permettersi di andare a vedere i Metallica in Canada sfruttando un jet privato portandosi dietro gli amici di lungo corso, e praticamente comprare ciò che vuole, ma che di fatto non fa altro che vivere godendosi tutto quello che ha come farebbe la maggior parte di noi ed il Chuck Rhoades uomo di Legge e del Governo, più retto del suo nemico ma non per questo più pulito - e non parlo dei gusti in termini di pratiche sessuali -, disposto a tutto per perseguire il rivale più per acredine ed invidia malcelata che non per una vera passione per la Legge stessa, le differenze non sono poi così tante.
E sinceramente, nel corso di questi dodici episodi, sono stati molti i momenti in cui mi sono chiesto se esista, in un conflitto del genere, una parte davvero "giusta", e non, più semplicemente, una lotta da giungla tra due animali diversi per estrazione e costruzione pronti in egual misura a distruggere l'altro, in modo che possa ricordarsi per sempre non tanto il fatto di aver commesso dei crimini o aver dato la caccia ad un idolo, prima ancora che ad un criminale, ma che la supremazia passa dalle sue mani.
E soldi e potere certo alimentano questo aspetto, ma non possono cancellare il fatto che il desiderio che fa da benzina ad un fuoco del genere nasce e cresce nel cuore dell'Uomo.
E non c'è modo per riuscire a sfuggire al suo controllo.



MrFord




sabato 3 maggio 2014

Homeland - Stagione 3

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 12




La trama (con parole mie): sono passate solo poche settimane dall'attentato che ha sconvolto gli USA e la CIA colpendo l'organizzazione dritta al suo cuore. Settimane dense di avvenimenti, e decisamente pesanti. Saul Berenson, da sempre mentore di Carrie, è divenuto il direttore ad interim dell'Agenzia, e cerca con tutte le forze di raccoglierne i pezzi ed ordire un piano che possa riportarla nella posizione di potere globale che le compete; Nicholas Brody, ricercato come il colpevole dell'atto terroristico, è in fuga in America Latina, e dopo essere stato colpito da un proiettile, è accolto a Caracas da una vecchia conoscenza di Carrie; quest'ultima, invece, pare aver perso di nuovo l'equilibrio che aveva faticosamente guadagnato nel corso dei mesi precedenti, e a peggiorare la sua situazione giungono accuse che la pongono, di fatto, nella posizione di complice di Brody.
Dove si nasconde, però, la verità? Chi c'è dietro l'attentato? E quali sono i veri piani di Saul?







Nelle ultime due annate, pochi serial erano riusciti ad entrare di prepotenza tra i favoriti degli appassionati come Homeland: di fatto sorella maggiore - ed autoriale - di 24, la suddetta serie è riuscita episodio dopo episodio a conquistare anche i più scettici, sfruttando script ad orologeria, tensione altissima e due interpreti in stato di grazia.
Complici delle coincidenze e i consueti, numerosi arretrati da recuperare, il passaggio sugli schermi di casa Ford di questa season three è giunto in colpevolissimo ritardo, trascinandosi sulle spalle il peso di molte recensioni dubbiose di sostenitori accaniti rispetto a quella che si profilava come la più fiacca delle annate dedicate alle vicissitudini della premiata ditta Carrie Mathison/Nicholas Brody.
Finale alle spalle, mi sento libero di affermare non solo che il prodotto non ha perso affatto smalto, ma anche che, seppur non raggiungendo le vette dell'anno passato, è riuscito a proporre dodici episodi come di consueto per i suoi standard notevoli, optando, in conclusione, per un cambio di direzione non solo radicale, ma addirittura drastico che sconvolge gli equilibri dell'intero titolo in vista della già programmata stagione quattro: senza dubbio la mancanza del sempre sfaccettato Nicholas Brody interpretato da Damien Lewis per la maggior parte degli episodi pesa sulla valutazione complessiva - non a caso i momenti migliori sono proprio quelli con lui protagonista, dalla magnifica terza puntata, The Tower of David, al climax dell'epilogo -, eppure l'approfondimento di un charachter fino ad ora secondario come Saul - che, lo ricordo sempre con grande piacere, è ottimamente reso da Mandy Patinkin, che resterà nel mio cuore grazie ad Inigo Montoya de La storia fantastica - e l'utilizzo di trame decisamente più vicine alle spy stories legate alla New Hollywood figlia degli anni settanta che non all'action serrata degli anni zero sono riusciti a definire un carattere ancora più deciso per questa creatura che, se nel post dedicato alla stagione due avevo definito come possibile erede di Breaking bad, ora pare assumere più le sembianze di una versione per il piccolo schermo di Zero Dark Thirty.
Il concetto di terrorismo, spina dorsale degli esordi della serie e decisamente legato agli States ancora segnati dall'Undici settembre e dagli strascichi del bushismo, viene sostituito da una nuova interpretazione degli equilibri politici e militari nella zona calda dell'Iran, più legati alla diplomazia ed al controspionaggio che non alle azioni militari - quasi i tempi di Argo non fossero mai trascorsi -: in questo senso le sottotrame legate alla follia crescente di Carrie, ai giochi di potere legati alla carica di Direttore della CIA e ai legami con un possibile e determinante alleato da convincere per poter giungere al cuore dei fondamentalisti radicali legati a doppio filo all'attentato che aveva chiuso l'ultima stagione risultano funzionali ed assolutamente avvincenti, nonostante i picchi di tensione effettiva e di passaggi alle vie di fatto siano ristretti ad una manciata di sequenze.
Eppure il lavoro di controspionaggio - con tutti i suoi doppi e tripli giochi - è simile a quello dei cacciatori, o dei pescatori: occorrono grande pazienza, sangue freddo ed una volontà d'acciaio per poter sopravvivere senza poter mai davvero contare sugli amici così come sui nemici, ammesso che gli uni non siano gli altri, e viceversa.
Lo stesso legame con il proprio Paese - fondamentale, in questo senso, l'evoluzione della figura di Quinn - arriva ad essere messo in discussione fino ad interferire con la propria identità - e Brody ne è un esempio lampante - e privare di tutto, anche degli affetti più cari: e quando la polvere si poserà, varranno soltanto i sacrifici buoni per giocare ad un marketing ben più spietato di quello commerciale, tanto da far quasi scomparire, nel vuoto di grandi sale lasciate in silenzio dopo le conferenze stampa di facciata, una singola stella tracciata a pennarello.
Una stella che pare pesare come se fosse stata incisa a scalpellate. Fino all'ultimo respiro.



MrFord



"Coming back to what you know won't mean a thing.
everything that you've done keeps you from me. 
now I know that I need more time, 
come back and let me see you're right. 
I'm coming back to what you know, 
cos I know that I need it now it's gone. 
Now I know that I need more time, 
come back and let me see you're eye."
Embrace - "Come back to what you know" - 




mercoledì 16 gennaio 2013

Homeland - Stagione 2

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 12




La trama (con parole mie):  Nicholas Brody, ex marine, ha deciso di non portare a termine l'attentato che gli era stato ordinato dal mentore acquisito Abu Nazir, convincendolo della possibilità di sfruttarlo nella sua nuova veste di Deputato.
Nel frattempo l'ex agente della CIA Carrie Mathison, unica ad avere, di fatto, smascherato Brody, è considerata una pazza in preda ad un crollo psicotico e confinata in un riposo casalingo precauzionale.
Grazie ad una vecchia informatrice a Beirut, però, le regole del gioco stanno per cambiare: questa volta sarà Brody, braccato e messo all'angolo, a doversi confrontare con il ruolo del perdente, aprendo la strada per la CIA verso la sua guida e, di fatto, regalando una nuova possibilità alla sua storia sentimentale con Carrie.
Cosa accadrà quando i piani di Nazir ed i conflitti interni della CIA collideranno? Quale futuro attende Brody e la sua famiglia, Carrie ed il suo futuro?
Quale ruolo giocheranno in tutto questo Saul Berenson e David Estes, ufficiali responsabili di Carrie?
Nubi minacciose si addensano sul futuro di tutti loro.




Se dovessi pensare ad una frase in grado di riassumere Homeland, penso opterei per “l’amore è un arma”: le vicende di Carrie Mathison e Nick Brody, nati come avversari, divenuti amanti, dunque entrati in conflitto, alle spalle una stagione tesissima, scritta e recitata alla grande, si ritrovano protagonisti di un'annata ancora più incisiva di quella d’esordio, ponendosi seriamente – ed una volta ancora – come favoriti nella corsa al titolo di migliori interpreti nell’ambito delle serie televisive.
Basterebbero episodi come quello legato al ritrovamento dell’agognata confessione di Brody in Medio Oriente da parte di Carrie, o il confronto tra i due protagonisti durante l’interrogatorio dello stesso Brody – un pezzo di bravura da pelle d’oca -, per non parlare dello splendido season finale per lanciare questo titolo nell’Olimpo del piccolo schermo proprio ora che ci si avvicina alla conclusione di Breaking bad, eppure Homeland è decisamente di più: una scrittura intelligente, razionale, sentita, che tocca tematiche importanti come la Famiglia, il senso di appartenenza, la vendetta, il sacrificio e, per l’appunto, l’amore.
L’amore che arriva e ti sconvolge la vita, esplodendo come la più dirompente delle bombe, scardinando tutte le misure di sicurezza che ci portiamo dentro fino a farci sanguinare: è così che Carrie scivola nell’apparente follia che pare costarle la carriera, è così che Brody mette in gioco la sua esistenza, la quotidianità, il legame con moglie e figli, le credenze.
L’amore che non sente confini, che non prevede razionalità o calcoli: quello per un figlio, per un ideale, per qualcuno che piomba nella nostra vita ed in un modo o nell’altro è destinato a rivoltarla come un guanto. L’amore che è la più pericolosa tra le professioni di Fede.
Brody e Carrie, ancora una volta, si trovano a fronteggiare l’uno e l’altra.
Alle loro spalle, condotti da una regia sempre asciutta e senza alcuna sbavatura, un cast di comprimari praticamente perfetto, dalla nemesi/mentore Abu Nazir – splendido il parallelo tra lui ed il Vicepresidente Walden, altro charachter pazzesco – all’enigmatico agente Quinn – ottimo nel suo ruolo di variabile all’interno del rapporto tra Brody e Carrie, spettacolare in quel “I’m a guy that kills bad guys” che l’ha proiettato direttamente tra i miei preferiti degli ultimi mesi –, per non parlare del Saul Berenson interpretato dal fordiano onorario Mandy Patinkin, che gli appassionati del piccolo schermo ricorderanno per il suo ruolo nelle prime due stagioni di Criminal minds ed i figli degli anni ottanta per l’indimenticabile Inigo Montoya “tu hai ucciso mi padre, preparati a morir” de La storia fantastica.
Quest’ultimo, quasi un padre – professionalmente ed umanamente – per Carrie, rappresenta un’eminenza grigia in positivo, l’unico in grado di raggiungere – Brody escluso, ovviamente – e toccare le corde più intime dell’instabile allieva: il faccia a faccia che chiude la stagione e l’espressione sollevata di Saul appaiono quasi commoventi, e mostrano il lato più sentimentale di una proposta in grado di spaziare dallo spionaggio all’azione, dal thriller al dramma, dalla guerra all’amore senza che nessuno pesi in particolar modo sulle spalle dello spettatore o degli altri elementi dell’equazione.
Scoprendo i risvolti di ogni episodio, un pezzo di questo grande puzzle alla volta si ha la percezione che l’arrembante bushismo di 24 – emblema della politica USA di un paio di amministrazioni presidenziali or sono – sia stato sostituito da un nuovo approccio alla materia che predilige l’azione del cervello a quella dei proiettili, il cuore ai muscoli: gli States sono cambiati, ed anche il mondo, la Guerra al terrore ha assunto risvolti nuovi e per certi versi più terribili, eppure le passioni che muovono gli esseri umani – al loro meglio e al loro peggio – restano le stesse, e come è sempre stato si ritrovano legate agli ancestrali sentimenti che hanno mosso per millenni le mani che hanno imbracciato armi e versato sangue. 
E quello più potente, tra di essi, resta appunto l’amore.
Quello di Abu Nazir per il figlio ucciso dall’attacco dei droni inviati a seguito di una decisione di Walden.
Quello di Saul per Carrie. Di Carrie per il suo Paese. E soprattutto per Brody.
Brody che è pronto a giocarsi il tutto per tutto per ricominciare ed essere un uomo nuovo, e libero.
Per essere uno dei “guys” non “bad” che quel tizio enigmatico e glaciale finisce, prima o poi, per visitare a casa. 
E non si tratterebbe certo di cortesia.


MrFord



"I hurt myself today,
to see if I still feel.
I focus on the pain,
the only thing that's real.
The needle tears a hole,
the old familiar sting.
Try to kill it all away,
but I remember everything.
What have I become?
My sweetest friend.
Everyone I know,
goes away in the end.
And you could have it all,
my empire of dirt."
Johnny Cash - "Hurt" -


lunedì 14 gennaio 2013

Golden Globes 2013

La trama (con parole mie): la scorsa notte si è tenuta la cerimonia che ha assegnato i Golden Globes 2013, da sempre considerati l'anticamera degli Oscar e da qualche anno sempre più distanti dai premi assegnati dall'Academy.
Avrà trionfato il già dato per vincente Lincoln di Spielberg o ci saranno state sorprese? Quali attori ed attrici si saranno portati a casa l'ambito trofeo? Quali drammi e quali commedie? E chi avrà segnato il suo nome nell'albo d'oro delle serie tv?
Ecco la lista completa di vincitori e nominati con qualche immancabile opinione in merito del sottoscritto.



  Best Motion Picture - Drama 

 
  WINNER
 
Argo (2012)

Other Nominees:

Django Unchained (2012)
Vita di Pi (2012)
Lincoln (2012)
Zero Dark Thirty (2012)

Sono contento per il buon vecchio bisteccone Affleck e per il suo ottimo Argo: non ho ancora visto tre su cinque titoli nominati, ma questa vittoria mi soddisfa, non fosse altro per lo smacco al superfavorito Spielberg.

Best Motion Picture - Musical or Comedy

WINNER

Les Misérables (2012)

Other Nominees:

Marigold Hotel (2011)
Il pescatore di sogni (2011)
Il lato positivo (2012)

Onestamente avrei preferito una vittoria di Moonrise Kingdom, anche perchè Tom Hooper me li aveva già sfracellati con Il discorso del re, e questo Les Miserables non promette nulla di buono: staremo a vedere. Comunque, poteva anche andare peggio.

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Drama 

WINNER

Daniel Day-Lewis for Lincoln (2012)

Other Nominees:

Richard Gere for Arbitrage (2012)
John Hawkes for The Sessions - Gli appuntamenti (2012)
Joaquin Phoenix for The Master (2012)
Denzel Washington for Flight (2012/I)

In questo caso erano in lizza due attori che stimo molto, Day-Lewis e Joaquin Phoenix.
Personalmente, io avrei scelto il secondo. Ma anche qui, non posso certo oppormi al risultato.

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Drama 

WINNER

Jessica Chastain for Zero Dark Thirty (2012)

Other Nominees:

Marion Cotillard for Un sapore di ruggine e ossa (2012)
Helen Mirren for Hitchcock (2012)
Naomi Watts for The Impossible (2012)
Rachel Weisz for The Deep Blue Sea (2011)

Qui, nonostante la bravura ed il fascino della Chastain, non ci sarebbe stata gara: per una volta mi schiero con il Cannibale e dico che avrei preferito mille volte la Cotillard.

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Musical or Comedy

WINNER

Hugh Jackman for Les Misérables (2012)

Other Nominees:

Jack Black for Bernie (2011)
Bradley Cooper for Il lato positivo (2012)
Ewan McGregor for Il pescatore di sogni (2011)
Bill Murray for A Royal Weekend (2012)

La cinquina di film che hanno portato a queste nominations mi attira più o meno come un mese bevendo solo acqua naturale, ed il risultato mi interessava poco. Sono contento, però, per Wolverine Jackman, che mi è sempre parso un tipo alla mano e pane e salame.

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Musical or Comedy

WINNER

Jennifer Lawrence for Il lato positivo (2012)

Other Nominees:

Emily Blunt for Il pescatore di sogni (2011)
Judi Dench for Marigold Hotel (2011)
Maggie Smith for Quartet (2012)
Meryl Streep for Il matrimonio che vorrei (2012)

Vale lo stesso discorso della cinquina appena passata, e anche in questo caso sono contento per la vincitrice, la bravissima Jennifer Lawrence, che dai tempi di Winter's bone è sempre stata una protetta fordiana.

Best Performance by an Actor in a Supporting Role in a Motion Picture 

WINNER

Christoph Waltz for Django Unchained (2012)

Other Nominees:

Alan Arkin for Argo (2012)
Leonardo DiCaprio for Django Unchained (2012)
Philip Seymour Hoffman for The Master (2012)
Tommy Lee Jones for Lincoln (2012)

Onestamente avrei voluto che Di Caprio si portasse a casa il premio - anche perchè, per lui, gli Oscar restano un miraggio -, oppure Seymour Hoffman, sempre fenomenale, ma posso accontentarmi. In fondo, forse si trattava della cinquina con meno punti deboli.

Best Performance by an Actress in a Supporting Role in a Motion Picture 

WINNER

Anne Hathaway for Les Misérables (2012)

Other Nominees:

Amy Adams for The Master (2012)
Sally Field for Lincoln (2012)
Helen Hunt for The Sessions - Gli appuntamenti (2012)
Nicole Kidman for The Paperboy (2012)

Ho sempre trovato la Hathaway sopravvalutata, quindi io avrei premiato a scatola chiusa Amy Adams. Uno dei premi che ho digerito meno, ma onestamente, considerato che nel complesso tutto poteva andare molto peggio, posso anche pensare di farmelo andare bene comunque.

Best Director - Motion Picture

WINNER

Ben Affleck for Argo (2012)

Other Nominees:

Kathryn Bigelow for Zero Dark Thirty (2012)
Ang Lee for Vita di Pi (2012)
Steven Spielberg for Lincoln (2012)
Quentin Tarantino for Django Unchained (2012)

Di nuovo il nostro amico Ben, e di nuovo non posso che ritenermi soddisfatto. Argo, in fondo, è un film che funziona alla grande, e anche se certo non avrebbe sfigurato un premio in quest'ambito per Tarantino, sono ben contento così.

Best Screenplay - Motion Picture 

WINNER

Django Unchained (2012): Quentin Tarantino

Other Nominees:

Argo (2012): Chris Terrio
Lincoln (2012): Tony Kushner
Il lato positivo (2012): David O. Russell
Zero Dark Thirty (2012): Mark Boal

Il ragazzaccio del Tennessee e del Cinema, finalmente, incassa.
Nonostante gli alti e bassi del mio rapporto con il Cinema tarantiniano, non si può non considerarlo uno dei più grandi registi americani degli ultimi trent'anni e dunque non volergli almeno un pò bene.

Best Original Song - Motion Picture

WINNER

Skyfall (2012): Adele, Paul Epworth ("Skyfall")

Other Nominees:

Act of Valor (2012): Monty Powell, Keith Urban ("For You")
Hunger Games (2012): Taylor Swift, John Paul White, Joy Williams, T-Bone Burnett ("Safe and Sound")
Les Misérables (2012): Claude-Michel Schönberg, Alain Boublil, Herbert Kretzmer ("Suddenly")
Stand Up Guys (2012): Jon Bon Jovi ("Not Running Anymore")

Premio telefonatissimo per un pezzo ottimo, forse l'unica cosa davvero ben riuscita dell'ultimo, bolso 007. Brava Adele, che si conferma come una delle interpreti più interessanti del momento.

Best Original Score - Motion Picture 

WINNER

Vita di Pi (2012): Mychael Danna

Other Nominees:

Anna Karenina (2012/I): Dario Marianelli
Argo (2012): Alexandre Desplat
Cloud Atlas (2012): Reinhold Heil, Johnny Klimek, Tom Tykwer
Lincoln (2012): John Williams

Uno dei premi che mi interessava meno, che passa e va senza colpo ferire.
Mi era assolutamente indifferente il vincitore, anche se dovendo scegliere avrei puntato su Cloud Atlas.

Best Animated Film

WINNER

Other Nominees:

Frankenweenie (2012)
Hotel Transylvania (2012)
Le 5 leggende (2012)
Ralph Spaccatutto (2012)

Felicissimo per l'affermazione della Pixar con Brave, che segna un ritorno dei miei Studios preferiti dopo il mezzo passo falso di Cars 2.
Non mi sarebbe dispiaciuto neppure un riconoscimento a Ralph Spaccatutto, ma in fondo il premio è rimasto in casa Disney.

Best Foreign Language Film 

WINNER

Amour (2012)

Other Nominees:

Quasi amici (2011)
Kon-Tiki (2012)
En kongelig affære (2012)
Un sapore di ruggine e ossa (2012)

Anche in questo caso la mia scelta sarebbe caduta su Un sapore di ruggine e ossa, decisamente più emozionante e potente di Amour, pellicola ben fatta ma troppo snob ed autoriale.
Anzi, confesso che, prima di Haneke, avrei premiato anche la strana coppia di Quasi amici.

Best Television Series - Drama

WINNER

"Homeland - Caccia alla spia" (2011)

Other Nominees:

"Boardwalk Empire" (2010)
"Breaking Bad" (2008)
"Downton Abbey" (2010)
"The Newsroom" (2012)

Grandissima consacrazione per Homeland, una serie magnifica che con la seconda stagione è riuscita addirittura a superare i già altissimi livelli della prima.
Considerato che questo sarà l'anno della conclusione di Breaking bad, mi sento di dire di avere già trovato il titolo che ne raccoglierà il testimone.

Best Television Series - Musical or Comedy

WINNER

"Girls" (2012)

Other Nominees:

"The Big Bang Theory" (2007)
"Episodes" (2011)
"Modern Family" (2009)
"Smash" (2012)

Di questa cinquina seguo soltanto Modern family, che avrei voluto vedere incassare il premio, ma considerato che si tratta di uno dei titoli più incensati del piccolo schermo, mi può stare bene anche il riconoscimento concesso ad una nuova proposta come Girls.

Best Mini-Series or Motion Picture Made for Television

WINNER

"Game Change" (2012)

Other Nominees:

"The Girl" (2012)
"Hatfields & McCoys" (2012)
"The Hour" (2011)
"Political Animals" (2012)

Onestamente avrei preferito lo splendido affresco western di Hatfields&McCoys, ma devo ammettere di avere solo sentito bene di Game Change - che non ho ancora affrontato -, quindi segno in vista di una prossima visione.

Best Performance by an Actor in a Television Series - Drama

WINNER

Damian Lewis for "Homeland - Caccia alla spia" (2011)

Other Nominees:

Steve Buscemi for "Boardwalk Empire" (2010)
Bryan Cranston for "Breaking Bad" (2008)
Jeff Daniels for "The Newsroom" (2012)
Jon Hamm for "Mad Men" (2007)

Seconda consacrazione per Homeland, come la prima meritatissima.
Lewis è fenomenale dei panni di Brody, uno dei personaggi più profondi, complessi e sfaccettati degli ultimi anni di piccolo schermo.

Best Performance by an Actress in a Television Series - Drama

WINNER

Claire Danes for "Homeland - Caccia alla spia" (2011)

Other Nominees:

Connie Britton for "Nashville" (2012)
Glenn Close for "Damages" (2007)
Michelle Dockery for "Downton Abbey" (2010)
Julianna Margulies for "The Good Wife" (2009)

Homeland completa il filotto con la vittoria - meritatissima - di Claire Danes, strepitosa accanto al collega Damian Lewis ed anima della serie.
Il loro confronto durante l'interrogatorio di Brody è da manuale di recitazione.

Best Performance by an Actor in a Television Series - Musical or Comedy

WINNER

Don Cheadle for "House of Lies" (2012)

Other Nominees:

Alec Baldwin for "30 Rock" (2006)
Louis C.K. for "Louie" (2010)
Matt LeBlanc for "Episodes" (2011)
Jim Parsons for "The Big Bang Theory" (2007)

Altro premio di cui, sostanzialmente, non mi fregava nulla.
Archivio la vittoria di Don Cheadle, che tutto sommato mi sta anche discretamente simpatico.

Best Performance by an Actress in a Television Series - Musical or Comedy

 

WINNER

Lena Dunham for "Girls" (2012)

Other Nominees:

Zooey Deschanel for "New Girl" (2011)
Tina Fey for "30 Rock" (2006)
Julia Louis-Dreyfus for "Veep" (2012)
Amy Poehler for "Parks and Recreation" (2009)

Vale il discorso di cui sopra. Se non altro, mi viene la curiosità di recuperare questo Girls.

Best Performance by an Actor in a Mini-Series or a Motion Picture Made for Television

WINNER

Kevin Costner for "Hatfields & McCoys" (2012)

Other Nominees:

Benedict Cumberbatch for "Sherlock" (2010)
Woody Harrelson for Game Change (2012)
Toby Jones for The Girl (2012)
Clive Owen for Hemingway & Gellhorn (2012)

Uno dei premi che mi ha più soddisfatto: Hatfields&McCoys è una bomba, e il vecchio Kevin una leggenda. Del West e non solo.
Una vittoria assolutamente fordiana.

Best Performance by an Actress in a Mini-Series or a Motion Picture Made for Television

WINNER

Julianne Moore for Game Change (2012)

Other Nominees:

Nicole Kidman for Hemingway & Gellhorn (2012)
Jessica Lange for "American Horror Story" (2011)
Sienna Miller for The Girl (2012)
Sigourney Weaver for "Political Animals" (2012)

Onestamente avrei preferito che la vittoria andasse a Jessica Lange, ma Julianne Moore resta una grandissima, quindi continuo a digerire senza problemi questi Globes.

Best Performance by an Actor in a Supporting Role in a Series, Mini-Series or Motion Picture Made for Television

 

WINNER

Ed Harris for Game Change (2012)

Other Nominees:

Max Greenfield for "New Girl" (2011)
Danny Huston for "Magic City" (2012)
Mandy Patinkin for "Homeland - Caccia alla spia" (2011)
Eric Stonestreet for "Modern Family" (2009)

L'ideale, per il sottoscritto, sarebbe stato Mandy Patinkin, idolo assoluto di casa Ford, ma purtroppo non sempre i sogni corrispondono alla realtà - anzi, direi quasi mai -.
Sotto con Ed Harris, dunque. Ma mi dissocio.

Best Performance by an Actress in a Supporting Role in a Series, Mini-Series or Motion Picture Made for Television

WINNER

Maggie Smith for "Downton Abbey" (2010)

Other Nominees:

Hayden Panettiere for "Nashville" (2012)
Archie Panjabi for "The Good Wife" (2009)
Sarah Paulson for Game Change (2012)
Sofía Vergara for "Modern Family" (2009)

Downtown Abbey mi pare il classico polpettone da the delle cinque e non mi attira per nulla, dunque faccio finta di nulla - anche considerato che non ci sono stati risultati particolarmente scandalosi - e punto lo sguardo ai prossimi Academy Awards.

MrFord


 
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