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domenica 29 dicembre 2019

Ford Awards 2019: le serie


Ed eccoci giunti al momento di uno dei premi che, nel corso dell'ultima decade, ha assunto un'importanza sempre maggiore: quello delle serie televisive.
Se ripenso a quando, ormai quasi sedici anni or sono, Lost cambiò radicalmente il modo di autori e pubblico di concepire i serial, il panorama è decisamente cambiato: l'offerta è numericamente impressionante, così come la varietà di generi e l'impegno profuso dalle case di produzione, e ogni anno ci si ritrova di fronte a conferme di prodotti importanti o alla nascita di nuovi, con in mezzo il consueto ventaglio di mancate conferme o delusioni.
Ma quali saranno stati i dieci protagonisti del duemiladiciannove da piccolo schermo del Saloon?


N°10: MINDHUNTER

Mindhunter Poster

Alla sua seconda stagione il serial fincheriano Mindhunter, tratto da una delle autobiografie di riferimento del genere - quella di John Douglas, uno dei primi profiler FBI -, conferma la validità del progetto e dei protagonisti, della scrittura e del percorso che pare si intenda fare.
Non sarà un titolo per tutti, o quello che ci si aspetterebbe da un thriller, ma resta un'alternativa importante ad un genere che, per anni, è caduto nel clichè e nell'abitudine.


N°9: THE OA

The OA Poster

A distanza di tre anni dalla prima stagione, torna il delirante - in senso positivo - viaggio di Prairie con una seconda che, a tratti, mi ha convinto addirittura più della precedente.
Nonostante passaggi che paiono scritti sotto acido pieno, The OA è stato uno dei prodotti più interessanti che Netflix abbia proposto nel corso delle ultime stagioni, ed è davvero un peccato che si sia deciso di chiuderla dopo sole due delle cinque stagioni previste. Una perdita davvero importante.


N°8: GOMORRA

Gomorra: La serie Poster

Prosegue dritta come un treno la corsa di Genny Savastano e di Gomorra, una delle certezze del panorama televisivo made in Italy degli ultimi anni, pur se orfana in questa stagione del personaggio cardine della serie fin dagli inizi, quello di Ciro Di Marzio detto l'Immortale, dirottato per l'occasione al Cinema in quello che dovrebbe essere il raccordo tra questa e la prossima stagione.
Nonostante quest'assenza, comunque, il buon Genny compie un ulteriore cambiamento su se stesso provando dapprima a ripulire il suo nome per poi capire che, una volta nato come è nato lui, è sempre difficile pensare di poter modificare destino e natura.


N°7: STRANGER THINGS

Stranger Things Poster

Altra produzione Netflix che scombinò le classifiche ai tempi della prima stagione, arrancò con la seconda e con questa terza pare aver trovato la quadratura perfetta per il suo equilibrio, finendo per risultare, almeno dal mio punto di vista, la migliore realizzata ad oggi.
Come se non bastasse, il finale e l'addio (?) di uno dei protagonisti condisce di emozioni forti per chiunque sia un padre una chiusura da brividi, e ne apre di nuove per una quarta annata che promette di essere protagonista anche nella classifica del duemilaventi.


N°6: BILLIONS

Billions Poster

Stagione dopo stagione, sono pochi i serial che riescono a mantenere uno standard qualitativo e di narrazione elevato, evitando la comune trappola del calo inevitabile che colpisce la maggior parte delle produzioni anno dopo anno: uno di questo è senza dubbio Billions, dramma shakespeariano mescolato al legal thriller condito da elementi che non sfigurerebbero in The wolf of Wall Street.
La rivalità in continua evoluzione tra Chuck Roades e Bobby Axelrod, che fagocita tutto quello che i due amicinemici hanno attorno, assume nuove sfumature e si prepara a raggiungere un altro livello, confermando Billions come uno dei titoli più interessanti e vivi degli ultimi anni.


N°5: NARCOS - MEXICO

Narcos: Messico Poster

Abbandonati Pablo Escobar prima e la Colombia poi, Narcos approda in Messico per raccontare l'ascesa del Cartello di Guadalajara e la vicenda che vide la lotta al traffico di droga segnata dalla morte del primo agente della DEA fuori dal suolo statunitense, che scatenò, ai tempi, il dispiegamento di forze che caratterizzò una vera e propria guerra nel corso degli anni ottanta e novanta.
Per chi, come il sottoscritto, conosceva già le vicende e le aveva vissute nella trasposizione di Don Winslow grazie a Il potere del cane, è un ritorno a territori noti ma non per questo portati sullo schermo in modo meno drammatico e potente: gli ultimi episodi, che raccontano la fine dell'agente Camarena, sono da brividi e strette al cuore.


N°4: ORANGE IS THE NEW BLACK

Orange Is the New Black Poster

Un altro dei serial simbolo di questi ultimi anni, che ha visto protagoniste le ragazze della prigione di Litchfield, è giunto alla sua conclusione recuperando il terreno perduto nel corso delle due precedenti stagioni chiudendo davvero in bellezza, omaggiando non solo le protagoniste che negli anni hanno accompagnato il pubblico ma anche il concetto di donna in tutte le sue sfumature, alimentando inoltre una critica sociale molto aspra rispetto al sistema correzionale americano - e non solo - ed alla società occidentale, troppo spesso pronta a dimenticarsi di chi sta ai margini, per colpa o per destino.
Una chiusura come dovrebbero essere sempre quelle delle produzioni televisive, sensata e sentita.


N°3: TRUE DETECTIVE

True Detective Poster

La creatura di Nic Pizzolatto, alle spalle una prima stagione divenuta un instant cult ed una seconda ingiustamente sottovalutata, torna con una terza poggiata sulle spalle del Premio Oscar - e bravissimo - Mahershala Ali, che racconta un'indagine non solo investigativa, ma sociale, attraverso un arco di tempo di decenni.
Scrittura eccellente, una grandissima interpretazione del protagonista, un prodotto di altissimo livello sotto tutti i punti di vista: non avrà portato una rivoluzione, ma ci sarebbe da baciarsi i gomiti quando di fronte, accendendo la tv, ci si trova di fronte a cose di questo genere.


N°2: WHEN THEY SEE US

When They See Us Poster

Ricordo ancora benissimo quando affrontammo, la scorsa estate, il primo episodio di questa miniserie tratta da una storia vera che sconvolse New York ed ebbe una conclusione legale soltanto pochi anni fa: provai talmente tanto sconcerto e rabbia che dubitai di poter sostenere emotivamente l'intera produzione, da quanto mi sentii toccato.
Fatta scorta di coraggio, proseguimmo nella visione scoprendo uno dei tesori del piccolo schermo non solo di questo che volge alla conclusione, ma degli ultimi anni, un lavoro prezioso ed importante che racconta la cronaca senza risultare fazioso e che ad un tempo risulta essere una bomba emotiva pazzesca - sfido chiunque a non venire toccato dalla storia degli Harlem Five, e da un episodio conclusivo di fronte al quale trattenere le lacrime è un'impresa quasi impossibile.


N°1: CHERNOBYL

Chernobyl Poster

Altra miniserie, altra storia vera, altra produzione destinata a restare negli annali delle più potenti mai realizzate.
Per chi è in giro su questo pianeta da più di trent'anni l'evento che sconvolse il mondo nella primavera dell'ottantasei resta probabilmente un ricordo di risonanza globale quanto in seguito fu soltanto il crollo del World Trade Center: l'esplosione del reattore della centrale di Chernobyl provocò un disastro ecologico come pochi altri nella Storia dell'Umanità, costando la vita non solo a chi sfortunatamente si trovò sul posto, ma anche a tanti altri nel corso degli anni.
La vicenda, narrata e diretta splendidamente, passa, nonostante la cronaca, da atmosfere drammatiche ad altre quasi horror, e mette lo spettatore di fronte all'analisi del prezzo che l'Uomo debba considerare di dover pagare a fronte di determinate scelte, comportamenti, progressi.
Un affresco potente e dolente, ed uno dei punti più alti mai raggiunti dal piccolo schermo, di quelli che lo portano addirittura oltre il Cinema.


I PREMI

Preferito fordiano: Korey Wise, When they see us


Miglior personaggio: Bobby Axelrod, Billions

Miglior sigla: True Detective

Uomo dell'anno: Jared Harris, Chernobyl

Donna dell'anno: il cast di Orange is the new black, Orange is the new black

Scena cult: l'arrivo dei pompieri a Chernobyl dopo il disastro, Chernobyl

Migliore episodio: Vichnaya Pamyat, Chernobyl

Premio ammazzacristiani: il disastro nucleare, Chernobyl

Miglior coppia: Bobby Axelrod e Chuck Roades, Billions


Cazzone dell'anno: Wags, Billions

Cattivo dell'anno: Linda Fairstein, When they see us

lunedì 18 novembre 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana per il Bullettin e, pur a fronte di un numero non altissimo di visioni, settimana di ottimi passaggi, che si tratti di piccolo o grande schermo, di novità o di recuperi legati ai sabati sera "Cinema" con i Fordini. Fosse sempre così, ci sarebbe da mettere la firma.
Perchè quando una serie, o un film, ti incolla allo schermo o finisce per essere presente per ore - o giorni - una volta terminata la visione nella testa e nel cuore, significa che il senso di essere qui ad amare la settima arte - all'interno della quale vanno ormai inserite anche le serie - trova il suo compimento.


MrFord



BILLIONS - STAGIONE 4 (Showtime, USA, 2019)

Billions Poster


Nel panorama delle serie televisive, anche tra i titoli che più ho amato negli anni, sono pochi quelli che sono riusciti a mantenere il loro standard qualitativo praticamente immutato stagione dopo stagione, risultando intriganti anche quando l'effetto novità si era affievolito. 
Fatta eccezione per il miracoloso Breaking Bad - a oggi, l'unico ad aver addirittura incrementato lo standard già elevato dalla prima alla quinta stagione -, si contano sulle dita di una mano le produzioni in grado di tenere botta: una di queste, ed una delle più solide degli ultimi anni, è senza dubbio Billions, shakespeariana storia della rivalità tra il procuratore Chuck Rhoades ed il miliardario e genio della finanza Bobby Axelrod portata sulle spalle, tra le altre cose, dalle ottime interpretazioni dei suoi protagonisti.
Giunta al quarto giro di boa, Billions mostra l'ennesima evoluzione del rapporto di questi due antagonisti, dapprima uniti per sconfiggere i rispettivi nuovi nemici e dunque, inesorabilmente, di nuovo dai due lati opposti di una barricata che, ormai, pare esistere più che altro nelle loro anime.
Un prodotto intenso, adulto, realizzato alla grande - dalla scrittura alla fotografia passando per una colonna sonora sempre pazzesca -, che tiene incollati dal primo all'ultimo episodio.
Ed alimenta l'hype per la stagione cinque neanche si fosse agenti di cambio in attesa dell'apertura dei mercati.




PARASITE (Bong Joon Ho, Corea del Sud, 2019, 132')

Parasite Poster

Sarebbe quasi superfluo andare ad analizzare l'etimologia del termine parassita. E, forse, anche riduttivo. Forse anche perchè, a conti fatti, noi esseri umani potremmo essere considerati i più grandi parassiti del pianeta in cui viviamo, essendo quelli che, almeno sulla carta, hanno più coscienza delle proprie capacità, dei difetti e delle zone d'ombra dove si nasconde tutto quello che non possiamo o non vogliamo che venga alla luce.
Bong Joon Ho, tornato in patria dopo le due produzioni internazionali che, almeno per quanto mi riguarda, avevano ridimensionato l'entusiasmo nei confronti del suo Cinema, dimostra che forse le stesse non fanno troppo bene ai cineasti di valore, e consegna al pubblico una delle chicche più toste dell'anno, un film che è giusto vivere più che raccontare, che sorprende, sconvolge, coinvolge, unisce l'eleganza dell'autorialità, una scrittura chirurgica, una recitazione di spessore, sequenze da antologia ed un finale che racconta tutta la poesia dell'imperfezione umana.
E in mezzo, come in un piatto dagli equilibri perfetti, troviamo la commedia nera, le risate, la critica sociale - Jordan Peele ed il suo Noi dovrebbero prendere più di qualche lezione da questo lavoro -, la violenza, il thriller, l'erotismo, l'orrore: in campo ci sono gli estremi, ma è nelle loro sfumature che si trova tutta la potenza di questo film clamoroso vincitore dell'ultimo Festival di Cannes.
Del resto, il bello dell'essere umani - e parassiti - sta proprio nell'intensità di quelle sfumature, che come all'interno di una famiglia, permettono di vivere intensamente sia con uno che con dieci: Mannarino in Maddalena canta "Lascia stare Giuda e guarda altrove, ecco, guarda la mia scollatura; e io mi guarderò dalla tua invidia, perchè Dio non gode come una creatura".
Parasite parla di creature. E di sfumature. E lo fa con cervello e cuore tutti umani.




LA STORIA FANTASTICA (Rob Reiner, USA, 1987, 98')

La storia fantastica Poster


Proseguono i sabati sera Cinema con i Fordini, e con loro il recupero dei titoli che hanno costruito una parte della mia infanzia e gran parte del mio amore per la settima arte: a questo giro è toccato a La storia fantastica, che l'anno scorso avevo rispolverato nel corso di un pomeriggio da solo con la Fordina - che ricordava ancora Andre The Giant e i roditori taglie forti della Palude del fuoco - e che anche il Fordino aveva richiesto dopo il successo della visione de La storia infinita.
E se non è stata ancora colta la portata di alcune frasi supercult come "ai tuoi ordini" di Westley o il famoso monologo di Inigo Montoya, lo spirito del lavoro di Rob Reiner è stato colto in pieno, e vedere i due piccoli scalmanati del Saloon oggi giocare tra loro dicendo "io sono il gigante e tu la principessa" mi ha riempito il cuore di gioia perchè è l'ennesima conferma che la magia di alcuni film non è legata a effetti speciali, epoche o generazioni, ma tocca lo spirito di ognuno di noi, come il bimbo che, pagina dopo pagina, viene catturato dalla magia del libro che il nonno è andato apposta a leggere per lui, così come faceva con suo padre anni e anni prima.
La magia delle Storie, quelle che sono destinate a restare e continuare a far sognare a qualsiasi età, e a prescindere dal Tempo. 
Un pò come a me, che ancora ho i brividi a sentire "Ola, mi nombre es Inigo Montoya, tu hai ucciso mi padre, preparate a morir", oppure vedere Westley alzarsi da un letto per difendere il suo vero amore anche quando si pensava che fosse "quasi" morto.




IL COLTELLO (Jo Nesbo, Einaudi, 2019)


Il coltello (Serie Harry Hole Vol. 12) di [Nesbø, Jo]


Sono passati diversi anni da quando per la prima volta ho incrociato il cammino di Harry Hole, il personaggio principe nato dalla penna di Jo Nesbo, l'illusionista del thriller, il Christopher Nolan della narrativa odierna: ormai conosco bene il detective alcolista cresciuto insieme al suo autore, appassionato di musica e sedotto dal Jim Beam, così come la straordinaria capacità del suo padre letterario di riuscire a scrivere romanzi quasi "al contrario", con architetture talmente incredibili da far supporre si possa davvero cominciare, in una storia, dalla fine e proseguire a ritroso.
Il coltello è la dodicesima avventura di Hole, ormai praticamente cinquantenne, pronta a raccontare l'ennesimo dramma, l'ennesima lotta nella vita di questo charachter oscuro e tormentato eppure ribollente di vita e passione: e nonostante alcune critiche negative lette in rete, nonostante potessi pensare di conoscere il suo approccio, nonostante le undici cavalcate precedenti, sono riuscito ancora una volta a rimanere sorpreso, stupito, rapito dal trucco portato in scena dal poliedrico Nesbo e dal suo protetto.
Perchè le ferite, le cadute, le colpe, "i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai" come canterebbe Battiato, non possono nulla contro le radici che crescono, quelle che definiscono il viaggio, ci portano dal passato al futuro. 
Il coltello può ferire, il coltello può uccidere. Ma sono solo le radici quelle che permettono di lottare, resistere, provare ad immaginare un futuro. E viverlo.


lunedì 17 giugno 2019

White Russian's Bulletin



Settimana particolare, per il Saloon, che tra lavoro e primi assaggi di vacanze riesce non solo ad essere puntuale nelle pubblicazioni dei post, ma anche a recuperare titoli più impegnati ed impegnativi, in barba alla stagione che, per eccellenza, richiede una bella pausa ai nostri neuroni provati dalla quotidianità.
Una settimana dunque non ricca in termini numerici - del resto, ormai, i sette/dieci film di qualche anno fa me li scordo - ma decisamente stimolante.


MrFord



THE PERFECTION (Richard Shepard, USA, 2018, 90')

The Perfection Poster

Ogni giorno di più Netflix consolida non solo la sua presenza in termini di bacino di utenza, ma anche l'impatto che, nel tempo, ha avuto e sta avendo sul Cinema come lo abbiamo sempre inteso: da parecchio, infatti, penso che il futuro della settima arte vada cercato non tanto - purtroppo - nella realtà delle sale ma in quello dell'on demand fatto esplodere proprio da Netflix stesso, allo stato attuale una realtà con la quale fare i conti non solo pensando alle serie tv ma anche ai titoli che, fino al suo avvento, sarebbero stati esclusivamente destinati alla distribuzione "tradizionale".
Diretto da Richard Shepard, che si era fatto volere gran bene da queste parti per Dom Hemingway, questo The Perfection, giunto sugli schermi di casa Ford spinto dal tam tam della blogosfera, si è rivelato una visione non perfetta ma senza dubbio in grado di rimanere impressa per argomenti alti - i continui plot twists, le differenti vedute e ribaltamenti del revenge movie - e bassi - il trash molto anni novanta stile Boxing Helena, una gran bella sequenza lesbo che fa sempre la sua figura, un'altro passaggio divenuto subito argomento di discussione che non è così clamoroso ma senza dubbio un esperimento mai o raramente provato -, poco plausibile ma guardabilissimo, un buon modo per avere conferma che il Cinema, quando ci sono idee, può essere sempre stimolante anche quando, tornando sul titolo, la perfezione resta ben lontana.




BILLIONS - STAGIONE 3 (Showtime, USA, 2018)

Billions Poster

Quando si parla di serie tv, una delle cose più difficili che si possa immaginare è trovare quei titoli in grado di mantenere alto lo standard stagione dopo stagione, senza banalizzare i personaggi principali o le situazioni, cadere nel troppo melodrammatico o nello scontato, cominciare a non giustificare più nulla o quasi.
Billions, partito e sviluppatosi in sordina rispetto ad altri titoli saliti alla ribalta delle cronache negli ultimi anni, al terzo giro di giostra può senza troppi patemi dichiararsi parte della categoria: attorno al rapporto in continua evoluzione - e che evoluzione! - tra Chuck Rhoades e Bobby Axelrod gli autori hanno predisposto un'architettura complessa di situazioni e comprimari profondi e credibili, giustificando ogni colpo di scena, lasciando che i due main charachters prendessero binari diversi e apparentemente di direzioni opposte per poi riportarli drasticamente vicini, e in un modo che non ci si sarebbe potuti aspettare tornando alle due stagioni precedenti e ad una parte di questa, pur spesa con Chuck e Axe alle prese con nemici diversi da loro stessi.
Come sempre grande lavoro attoriale di Giamatti e Lewis, solida la scrittura ed avvincente il prodotto, anche per chi, come questo vecchio cowboy, di borsa e legislazione capisce più o meno quanto di danza classica: inutile dire che l'hype per la season four partita in primavera è già altissimo.




IL TRADITORE (Marco Bellocchio, Italia/Francia/Brasile/Germania, 2019, 135')

Il traditore Poster

Ricordo bene, ai tempi delle medie - parliamo dei primi anni novanta -, quando a scuola qualcuno "la cantava" e veniva additato come un "Buscetta", una spia, una persona che andava e doveva essere emarginata. Nella logica di ragazzini spesso insensibili per età e spessore culturale, si seguiva la moda ispirata dalle vicende del più noto tra i collaboratori di giustizia in anni in cui la Mafia insanguinava l'Italia simbolicamente come non aveva mai fatto prima, gli anni di Falcone e Borsellino, due dei più grandi personaggi pubblici che il nostro Paese abbia mai conosciuto nella sua Storia.
Bellocchio, regista inossidabile in pieno stile Clint - per quanto, politicamente, i due non potrebbero essere più diversi -, autore di film grandiosi come I pugni in tasca, L'ora di religione, Buongiorno notte, Vincere, mostra uno dei personaggi più controversi di quel periodo da un lato che non ci aspetteremmo, il più terribile, naturale, sfaccettato di tutti: quello umano.
Tommaso Buscetta era un criminale, eppure nel corso di oltre due ore serratissime per piglio e ritmo, nel suo rapporto con Cosa Nostra ed i suoi esponenti - mostrati nella banalità terribile del loro male e dell'ignoranza che circondava figure come quelle di Riina - e soprattutto con il già citato Falcone - la scena più bella della pellicola, il loro ultimo saluto, è da brividi - quella che emerge dalla pellicola è la sua componente umana, la stessa che rende l'Uomo l'animale più pericoloso che esista ma anche quello in cui, in una misura o nell'altra, da appartenenti alla specie ci riconosciamo.
E così, pur essendo assolutamente dalla parte di Falcone, pur essendo contrario al concetto di "spione" non per omertà ma per correttezza, ho finito a passare ogni minuto della visione mettendomi dal lato della barricata di Buscetta, osservando le scelte che, in situazioni estreme, è necessario compiere per tutelare se stessi ed i propri figli, osservando uno Stato spesso e volentieri più criminale dei criminali - clamorose le apparizioni di Andreotti -, il degrado morale che colpisce non solo la società ma anche le associazioni a delinquere, mi sono ritrovato in lui quando dichiara sempre a Falcone "Riina ha sempre preferito esercitare il potere che fottere, io no. Io ho sempre amato le donne". E a conti fatti, ho riflettuto che, se fossi stato l'ultimo di diciassette figli in una famiglia povera della Palermo degli anni venti e trenta, se fossi cresciuto in un ambiente che lasciava ben poche possibilità di scelta, da uomo che ama più le donne e la famiglia che non il potere, forse sarei finito esattamente come lui.
Avrei stimato Falcone perchè avrei invidiato il suo coraggio e la sua integrità, mentre io sarei stato banalmente un peccatore, per dirla alla vecchia maniera.
Essere umani è sfaccettato, ma anche clamorosamente semplice.
Raccontarlo, però, è una cosa da Maestri. Come Bellocchio.


venerdì 2 febbraio 2018

Billions - Stagione 2 (Showtime, USA, 2017)





In tutta onestà, in termini pratici credo ci siano davvero poche cose lontane dalla mia essenza come l'economia e la finanza: per dirla in toni da Saloon, non mi è mai fregato e non ci ho mai capito un gran bel cazzo di niente.
Eppure, nel corso degli anni, alcuni titoli - film o serie, poco importa - sono riusciti nella non facile impresa non solo di farmi apparire questo mondo così lontano come comprensibile ed affascinante, ma anche di seguire gli stessi con un'intensità da thriller da fiato sospeso: uno di questi è senza dubbio Billions, proposta sorretta dalle performance notevoli dei due protagonisti e rivali Damian Lewis e Paul Giamatti - il primo nei panni di Bob Axelrod, giocatore d'azzardo della borsa multimiliardario nato povero e divenuto squalo, ed il secondo di Chuck Rhoades, procuratore newyorkese di famiglia altolocata che dello squalo aveva il corredo genetico - che trasforma il mondo dell'alta finanza e delle scorrettezze ad esso annesse in una quasi tragedia shakespeariana senza morti ammazzati all'interno della quale non si risparmiano colpi bassi, vendette, giochi di potere e voltafaccia, mentre i due protagonisti si convincono passo dopo passo ad essere disposti a sacrificare qualsiasi cosa pur di avere l'ultima parola in una rivalità che li rende ad un tempo uguali ed agli antipodi.
Proprio considerata la materia trattata, era davvero un'impresa non da poco pensare di riuscire a bissare la qualità della prima stagione, una delle sorprese positive del Saloon a cavallo tra duemilasedici e diciassette, e sono contento di affermare che la produzione Showtime ci è riuscita, e alla grande: tensione mai calante, ritmo serrato, ottimi comprimari, un nuovo charachter perfetto e potenzialmente esplosivo per il futuro - la giovane ed androgina Taylor, spettacolare protegè di Axelrod - ed un episodio, per l'esattezza l'undicesimo, tra i meglio scritti che abbia incontrato sul piccolo schermo negli ultimi anni, pronto ad incastrare e far specchiare i due nemici giurati uno nelle azioni dell'altro, e a prepararli ad un faccia a faccia che prosegue il discorso rimasto in sospeso al termine della prima stagione e proietta dritti dritti alla terza, consapevoli che nessuno dei due mollerà mai davvero la presa fino ad aver raggiunto la totale distruzione dell'avversario, o la propria.
In questo senso, una delle riflessioni più importanti legati alle vicende di Bob e Chuck è proprio questa: vale davvero la pena, in nome della vittoria su un nemico, sacrificare tutto quello che è possibile immaginare, posizione, carriera, potere, denaro e soprattutto di rimanere soli soltanto per il gusto di godersi una risata da soli, in un appartamento in affitto vuoto di qualsiasi affetto? Vale la pena continuare a scommettere anche quando si hanno le tasche piene, soltanto per il gusto di vincere una mano in più?
In questo senso, sarebbe molto interessante poter entrare ancora più a fondo nelle teste di Axelrod e Rhoades, e cercare di comprendere quanto sottile sia il confine tra ossessione e rivalità, tra l'importanza di una battaglia ed il gusto quasi ossessivo di fare la guerra, tra esercizio di potere ed esibizione di potere: confini che tutti noi, in quanto umani, conosciamo bene, a prescindere dal fatto che tutto si giochi in campi ed ambiti che, come per me la finanza e l'economia, appaiano lontani anni luce dal proprio piccolo pianeta.



MrFord



 

sabato 7 gennaio 2017

Billions - Stagione 1 (Showtime, USA, 2016)




Se esistono due mondi che senza alcun dubbio - fatta eccezione, ovviamente, per tutto quello che è radical chic o espressione di una certa ignoranza - appartengono poco o nulla al sottoscritto sono quelli dei numeri e della finanza: non sono mai stato attratto dalla ricchezza o dall'inseguimento a tutti i costi della stessa in stile Gordon Gekko - anche se certo non fa schifo a nessuno il pensiero di avere qualche bel milione pronto a garantire una bella vita vissuta esclusivamente facendo quello che si vuole -, nonostante, negli anni da cinefilo, sia rimasto più volte colpito da titoli nati proprio in questo calderone, da Americani e Margin Call fino al magistrale The Wolf of Wall Street.
Eppure, nonostante questi precedenti, di fronte alle proposte di questo genere tendo ad andare sempre molto cauto, conscio non solo del mio disinteresse per la materia ma anche della mia ignoranza a proposito della stessa, temendo la comparsa della noia ad ogni sequenza: Billions, grande produzione Showtime con un cast di prim'ordine - Paul Giamatti, Damian Lewis, Maggie Siff tra i più noti -, non è stata esente da questo tipo di scetticismi, qui al Saloon, nonostante arrivasse sui nostri schermi forte di recensioni lusinghiere.
Fortunatamente per me e per i Ford tutti, si può tranquillamente affermare che questa nuova proposta seriale si possa inserire nel novero dei titoli citati in apertura di post, e che la lotta per la supremazia tra il Procuratore Chuck Rhoades ed il multimilionario e squalo della borsa Bobby "Axe" Axelrod, self made man divenuto una sorta di Citizen Kane - bellissima la citazione del Capolavoro di Welles - dell'area di New York, pronto a calpestare morale e persone ed ugualmente in grado di mostrarsi leale e più umano, per molti versi, dei rappresentanti della Legge pronti a dargli battaglia, sia una delle lotte tra charachters più intense e shakespeariane del passato recente del piccolo come del grande schermo, dalle scaramucce appena suggerite nei primi episodi al faccia a faccia del season finale, una dichiarazione di guerra in pompa magna con tutti i crismi pronta a fare da traino alla già attesissima - almeno da queste parti - seconda stagione.
Vedere, ad ogni modo, due personaggi con più ombre che luci pronti a giocare sporco o a sacrificare anche se stessi in modo da vedere l'altro sconfitto apre a riflessioni profonde, legate non tanto e non solo all'empatizzazione con l'uno o l'altro, quanto allo spirito che li muove: probabilmente, infatti, tra il Bobby Axelrod che si è costruito una fortuna con le proprie mani, e che può permettersi di andare a vedere i Metallica in Canada sfruttando un jet privato portandosi dietro gli amici di lungo corso, e praticamente comprare ciò che vuole, ma che di fatto non fa altro che vivere godendosi tutto quello che ha come farebbe la maggior parte di noi ed il Chuck Rhoades uomo di Legge e del Governo, più retto del suo nemico ma non per questo più pulito - e non parlo dei gusti in termini di pratiche sessuali -, disposto a tutto per perseguire il rivale più per acredine ed invidia malcelata che non per una vera passione per la Legge stessa, le differenze non sono poi così tante.
E sinceramente, nel corso di questi dodici episodi, sono stati molti i momenti in cui mi sono chiesto se esista, in un conflitto del genere, una parte davvero "giusta", e non, più semplicemente, una lotta da giungla tra due animali diversi per estrazione e costruzione pronti in egual misura a distruggere l'altro, in modo che possa ricordarsi per sempre non tanto il fatto di aver commesso dei crimini o aver dato la caccia ad un idolo, prima ancora che ad un criminale, ma che la supremazia passa dalle sue mani.
E soldi e potere certo alimentano questo aspetto, ma non possono cancellare il fatto che il desiderio che fa da benzina ad un fuoco del genere nasce e cresce nel cuore dell'Uomo.
E non c'è modo per riuscire a sfuggire al suo controllo.



MrFord




lunedì 12 ottobre 2015

Straight Outta Compton

Regia: F. Gary Gray
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 147'






La trama (con parole mie): siamo a Compton, un sobborgo degradato di Los Angeles, nell'ottantasei quando la Storia del Rap cambia radicalmente. Da quelle strade sempre in bilico tra droga, polizia, scontri razziali e morti ammazzati dalle quali è difficile fuggire, un gruppo di giovani più o meno legati alla criminalità decide di sfruttare la musica per evitare di finire per essere solo statistiche di cronaca nera.
Mossi dalla mente organizzata e dagli stimoli di Andre "Dr. Dre" Young, Eazy-E, Ice Cube, DJ Yella e MC Ren fondano gli NWA, che diventano prima un fenomeno cult locale, e dunque, spinti dal manager Jerry Heller, una nuova sensazione musicale in tutti gli States, arrivando perfino a sfidare il potere costituito dalle forze dell'ordine, di fatto stabilendo gli standard per tutti quelli che, da quel momento, verranno considerati gangsta-rapper. 
Ma l'impero che gli NWA costruiscono a partire dall'amicizia finisce presto per crollare schiacciato dal denaro e dalla fiducia destinata a scemare, lanciando le carriere da solisti di Dre e Ice Cube e portando Eazy-E sempre più vicino a Heller.
La storia di un gruppo che ha fatto la Storia della Musica.








Ricordo bene la voracità musicale degli anni passati come commesso da Virgin, tempi in cui, come fu per il Cinema, cercai di costruire le basi più solide possibili per la mia cultura musicale, senza sapere che, soltanto qualche anno dopo, mi sarei divertito molto più con tamarri sguaiati e simili piuttosto che con pietre miliari e proposte autoriali: risale a quel periodo anche il mio amore per il rap, che passa dai Beastie Boys ai Public Enemy, senza dimenticare i Cypress Hill - forse il loro Black Sunday è il mio disco di genere preferito in assoluto -, Notorius e, ovviamente, gli NWA.
La compagnia di Eazy E, Dre e Ice Cube mi colpì dritta allo stomaco dal primo ascolto: tosti, duri, senza mezze misure, tamarri e prodotti di un ambiente difficile giunti al successo e, di fatto, bruciatisi - come gruppo - in un tempo davvero troppo breve.
Personalmente, attendevo con trepidazione la trasposizione cinematografica dedicata alla loro parabola dal ghetto ai grandi palcoscenici ed alla fama internazionale, nonostante fosse stato annunciato che la stessa sarebbe stata firmata dal mediocre F. Gary Gray, già dietro la macchina da presa del dal sottoscritto detestato Giustizia privata di qualche anno fa.
Il risultato è stato un solido film tosto e con due discrete palle, dalla colonna sonora favolosa - del resto, gli NWA spaccavano davvero il culo -, la ricostruzione anni ottanta/novanta ottima, un gruppo di attori selezionati con grande cura- O'Shea Jackson Jr, che interpreta Ice Cube, è impressionante per somiglianza con il cantante ed attore - ed una giusta importanza data alla figura di Dre, il vero e proprio cervello dietro la costruzione del fenomeno che furono i Niggaz With Attitude.
Certo, senza dubbio il risultato finale risulta forse un pò troppo patinato e nel rispetto delle regole della grande distribuzione - non credo sia un caso che dietro l'operazione ci sia il colosso Universal e che negli States abbia fatto il botto al botteghino, in barba alla pochezza culturale del Bel Paese, che l'ha fondamentalmente snobbato -, eppure finisce per risultare intenso ed interessante per tutti i suoi quasi centocinquanta minuti di durata, alternando riscatto sociale, grandissima musica ed una sensibilizzazione legata agli anni del tristemente famoso pestaggio subito da Rodney King, che ispirò cantautori - Ben Harper su tutti - e fu la scintilla per le rivolte razziali che seguirono il primo processo agli agenti colpevoli nell'ormai lontano novantadue.
Di fatto, comunque, l'aspetto più interessante ad essere mostrato è quello legato all'importanza ed alle insidie dei ruoli di manager e produttore all'interno del processo creativo ed economico del mondo delle sette note: le figure di Dre e Jerry Heller, in questo senso, sono indicative, e decisamente più efficaci delle fugaci apparizioni a sensazione di figure come Snoop Dogg o Tupac, entrambi "creature", almeno agli esordi, dello stesso Dre, ed ugualmente forse più noti del loro stesso mentore, come sarebbe accaduto qualche anno dopo con Eminem.
Un film, dunque, buono ma non grande come avrebbe potuto essere, da un certo punto di vista simile al gruppo del quale racconta la storia: in fondo, se non fossero implosi a seguito di problemi legati a soldi e rivalità, gli NWA avrebbero potuto aspirare ad un posto anche più importante di quello che hanno nel mondo musicale, ed ora sarebbero ricordati non solo dagli appassionati e dagli addetti ai lavori, ma anche da chi li vede solo come i precursori della figura del "gangsta" o dagli ascoltatori occasionali.
Ad ogni modo, se non conoscete la loro storia o il mondo del rap, la musica o le gesta degli NWA, questo film e soprattutto i dischi della straordinaria band californiana continueranno ad essere un'ottima scintilla per appiccare un incendio, ed anche tra un paio di secoli, quando tutto parrà morto e sepolto, brani come Fuck the police - notevole la sequenza dedicata all'arresto dei membri del gruppo a Detroit - o Straight Outta Compton continueranno a lasciare il segno, ed ispirare qualunque ragazzo con la rabbia veicolata in modo costruttivo così da tenere la testa sempre alta e la voglia di esprimere la propria libertà - ed identità - oltre ogni misura.




MrFord





"Niggaz start to mumble, they wanna rumble
mix em and cook em in a pot like gumbo
goin off on a motherfucker like that
with a gat that's pointed at yo ass."
NWA - "Straight Outta Compton" -





mercoledì 17 giugno 2015

San Andreas

Regia: Brad Peyton
Origine: USA, Australia
Anno:
2015
Durata: 114'





La trama (con parole mie): Ray, veterano pilota di elicottero protagonista di centinaia di missioni di soccorso, si trova ad affrontare le conseguenze di un terremoto devastante che colpisce tutta la linea della faglia di San Andreas, tra le più note zone a rischio di cataclismi sismici del mondo.
Sull'orlo del divorzio e legato principalmente al suo lavoro, l'uomo avrà modo di trasformare l'improvvisata missione di soccorso della quasi ex moglie in una vera e propria riconciliazione, oltre che in una sfida nella ricerca della figlia, che rappresenterebbe una sorta di riscatto rispetto alla ferita provocata dalla morte per annegamento della sorella di quest'ultima, che proprio Ray non riuscì a riportare a casa viva.
Riuscirà il pilota a portare in salvo le donne che ama chiudendo i conti con il passato nel bel mezzo di un cataclisma di proporzioni bibliche?








In tutta onestà, nonostante il mio amore per il Cinema continui a farmi apprezzare le opere "alte", una delle cose che mi hanno più reso felice negli ultimi anni è stata il progressivo superamento della fase esclusivamente autoriale della mia vita di spettatore, con il conseguente sdoganamento di tutto quello che è considerato il "basso" della settima arte, dai miei adorati action anni ottanta alle meraviglie trash in stile Sharknado.
Se fossi rimasto lo stesso di una decina d'anni or sono, infatti, non mi sarei mai potuto godere una porcatona come San Andreas senza rimanere sconvolto da retorica, effettoni da blockbuster, scene altamente improbabili ed un copione cucito addosso al consueto eroe tutto d'un pezzo all'americana - in questo caso il sempre mitico The Rock, uno degli idoli dei primi anni zero di ogni fan di wrestling - con tanto di finalone schifosamente a stelle e strisce, giustificando un'eventuale visione solo grazie alla presenza di Alexandra Daddario, che al progressivo spogliarsi a seguito della catastrofe regala momenti decisamente interessanti, anche se si sarebbe potuto osare certamente di più, in barba ad effetti speciali e simili.
Fortunatamente, ora che il mio lato tamarro convive felicemente con quello più legato a scelte di qualità e cultura, il lavoro di Brad Payton ha rappresentato un ottimo opener per la stagione estiva, che ultimamente mi vede spesso e volentieri cercare un impegno minimo sia dal punto di vista degli ascolti che delle visioni, in linea con la leggerezza, il caldo e la voglia di vacanze fisica e mentale: scene altamente spettacolari, effetti notevoli a metà tra 2012 e rimandi ad Independence Day, una componente fracassona ed una legata ai buoni sentimenti da famiglia pronta a riunirsi nel momento della difficoltà in barba al patrigno fighetto e codardo - che poi, come giustamente Julez faceva notare, quando avrebbe per le mani un The Rock, quando mai una donna sana di mente opterebbe per un Ioan Grufudd!? -, una certa ironia di fondo che permette all'operazione di non prendersi troppo sul serio - la sequenza dello sciacallo intento ad accatastare tv in macchina, che, altro appunto metacinematografico, commette la sciocchezza di minacciare il buon The Rock proprio nel bel mezzo di una pellicola costruita completamente su di lui, povero ragazzo - e portare a casa la pagnotta alternando passaggi chiaramente giocati tutti sull'estetica del 3D e dell'impressione visiva - lo tsunami su San Francisco fa davvero la sua porca figura, così come il crollo della diga alle prime scosse del cataclisma - con il classico drammone scontato a stelle e strisce incentrato principalmente sulla volontà di sopravvivere e tornare gli uni accanto agli altri dei membri della famiglia al centro della vicenda.
Certo, San Andreas resta una proposta indigeribile per chiunque non sia avvezzo ai neuroni spenti o ad un pò di sano intrattenimento made in USA, ma per tutto il resto del pubblico finirà per rivelarsi un gran bel giocattolone - riferendoci al genere, ovviamente - in grado di stimolare riflessioni assolutamente profonde - in casa Ford ci si è interrogati, ad un certo punto, sul fatto che la mano di The Rock potrebbe forse riuscire a contenere una tetta di Julez, sottolineando il forse - ed allontanare quantomeno in testa il caldo soffocante che giustamente l'estate ci riserva.
Per il Saloon, dunque, potrebbe equivalere ad una bella birra gelata - altro sdoganamento operato negli ultimi mesi - per evitare di appesantirsi troppo con un superalcolico sotto il sole cocente.
Leggero con brio, dunque.
Che a volte, è proprio quello che serve.
Con qualche esplosione a fare da cornice ed un pò di tamarraggine, che sono un pò come le bollicine.




MrFord




"All across the nation, such a strange vibration
people in motion
there's a whole generation with a new explanation
people in motion, people in motion."
Scott McKenzie - "San Francisco" - 





lunedì 5 maggio 2014

The Amazing Spider Man 2 - Il potere di Electro

Regia: Marc Webb
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
142'




La trama (con parole mie): Peter Parker, terminato il liceo ed iniziato il college, è alle prese con i problemi legati alla sua doppia vita di studente e vigilante mascherato, ai sospetti rispetto all'utilità di Spider Man fomentati dal suo editore J. Jonah Jameson, al rimorso legato alla morte del Capitano Stacy, padre della sua fidanzata Gwen, e a Gwen stessa. Il rapporto tra i due, infatti, subisce una battuta d'arresto proprio a causa dell'incapacità di Peter di accettare che le persone a lui vicine possano soffrire: nonostante la lontananza forzata, però, Gwen si troverà coinvolta nella lotta tra Spidey ed il neonato supercriminale Electro, manovrato da Harry Osborn, rampollo di una delle famiglie più potenti del pianeta deciso a non guardare in faccia a nessuno pur di trovare una cura per la malattia genetica che lo affligge.
Neppure giocare con la vita e la morte. Di Peter e di chi ama.








Il buon, vecchio, spiritoso ed agilissimo Testa di tela è stato il primo supereroe a fare breccia nel cuore del sottoscritto ai tempi della prima media, alimentando i sogni a fumetti che coltivai per una decina d'anni e più: in quel periodo, sognare film che riuscissero a rendere sul grande schermo la meraviglia di quei personaggi coloratissimi e spettacolari era praticamente utopia, e se qualcuno mi avesse detto che entro una ventina d'anni sarebbero passate sul grande schermo cose come Il cavaliere oscuro, The Avengers, Iron man o l'ultimo Captain America, avrei riso di cuore.
Il primo a convincermi del contrario fu Raimi, che con la sua spettacolare trilogia - malgrado l'ultimo episodio facesse davvero cagare - portò il Ragnetto a livelli mai visti - o immaginati - prima, innescando l'ormai tipico fenomeno del reboot affidato a Marc Webb: il primo capitolo, uscito un paio di stagioni or sono, pur non raggiungendo i livelli dei due Spider Man del papà del brand La casa, riuscì comunque nell'intento di intrattenere e - anche se solo in parte - convincere, rievocando il gusto e l'approccio del più moderno universo Ultimate che non i racconti classici dell'Arrampicamuri.
Questo tentativo numero due rispecchia molto il precedente, compresa una prima parte decisamente noiosetta ed una seconda ritmata e convincente, e risulta funzionale anche nella sua quasi totale dipendenza dal da me sempre detestatissimo 3D, finendo per coinvolgere appassionati e pubblico occasionale ripescando uno degli episodi più importanti e funesti della storia degli albi dedicati all'Uomo Ragno, con la morte più significativa della storia della Marvel - o almeno, una delle più significative - aprendo la strada ad un terzo capitolo legato a doppio filo ad un'altra saga amatissima da queste parti, quella dei Sinistri Sei.
Webb e Garfield - sicuramente uno Spidey migliore di Tobey Maguire - ce la mettono davvero tutta per portare a casa il risultato, sfruttando di rimando la luce del personaggio di Gwen Stacy/Emma Stone e due cattivi d'eccezione come Electro - rimaneggiato ampiamente rispetto alla sua versione originale, purtroppo - e Harry Osborn, migliore amico di Peter dei tempi dell'infanzia e sua nemesi insieme al padre Norman, qui relegato ad una parte marginale, ed il risultato è sicuramente piacevole e perfetto per l'intrattenimento senza pretese e dai grandi mezzi produttivi, pur non riuscendo a lasciare il segno come, al contrario, era stato per i già citatissimi due film firmati all'inizio degli anni zero dal già citato Raimi.
A pesare sul risultato complessivo, oltre ad una prima metà decisamente macchinosa e lenta, l'eccessiva durata - due ore e venti paiono assolutamente troppe - ed alcune parti di sceneggiatura incentrate su spiegoni degni dei migliori "cattivi" da fumetto: certo, rispetto a blockbuster in questo periodo in sala che affrontare porta gli stessi effetti di una maratona corsa con un centinaio di chili di pietre sulle spalle - qualcuno ha detto Noah!? - pare di stare su un vero e proprio ottovolante, e senza dubbio i più piccoli e gli appassionati Marvel - ai quali non sfuggirà neppure questa volta la comparsata dell'eterno Stan Lee - apprezzeranno l'energia messa al servizio di questa nuova saga dai suoi autori - il team di sceneggiatori è lo stesso che lavorò ad Alias e Lost, dunque non proprio mezze calzette -, finendo per fremere nell'attesa del terzo capitolo, specie a conclusione del drammatico crescendo cui si viene sottoposti nel corso della visione.
Da (ex) fumettaro e fan sfegatato di Mamma Marvel, ammetto di non aver provato chissà quale stupore o meraviglia, ma di essermi divertito quanto basta per una domenica pomeriggio: in fondo, a questo tipo di pellicole non si può chiedere altro.
Per la salvezza ed i miracoli, attendiamo fiduciosi il ritorno degli Avengers.



MrFord



"Flash before my eyes
now it's time to die
burning in my brain
I can feel the flame."
Metallica - "Ride the lightning" - 



lunedì 24 febbraio 2014

12 anni schiavo

Regia: Steve McQueen
Origine: USA, UK
Anno: 2013
Durata: 134'




La trama (con parole mie): Solomon Northup, violinista, padre di famiglia e uomo libero vive come elemento di spicco della comunità di Saratoga, New York, nel 1841. Nel corso di un viaggio della moglie con i due figli è avvicinato da due uomini che gli offrono un ingaggio ben pagato attirandolo in una trappola: Solomon viene infatti rapito e venduto come schiavo, iniziando una vera e propria odissea costruita su sofferenza, tentativi di fuga, passaggi di proprietà da un padrone all'altro, sopportando vessazioni ed umiliazioni per poter sopravvivere.
Divenuto uno degli schiavi del tirannico Epps, Northup, ribattezzato Platt, dovrà attendere ben dodici anni prima di poter intravedere una speranza di tornare tra le braccia dei suoi cari.






Non ho mai amato particolarmente il lavoro di Steve McQueen.
Talento estetico indiscutibile, infatti, il regista anglosassone mi è sempre parso come un illustre appartenente alla categoria dei "belli senz'anima", capace di regalare qualche zampata ma non di coinvolgere fino in fondo: dunque, i precedenti Hunger e Shame, seppur validi, finirono presto nel dimenticatoio fordiano delle visioni dalle quali ci si poteva aspettare decisamente di più.
12 anni schiavo, pellicola che avrebbe potuto significare svolta o clamorose bottigliate per il suddetto McQueen, rappresentava anche una prova non semplice: lavorare su un film che racconti - peraltro molto bene - una storia vera legata ad una delle ferite più profonde della Storia americana, quella dello schiavismo, senza rischiare di scadere nella retorica di grana grossa non si prospettava certo come una cosa da nulla, pur considerando che - fortunatamente - tematiche come queste difficilmente incontrano critiche aspre ed agguerrite - un pò come la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti -, e come recitava Kate Winslet in Extras, di norma finiscono per essere premiate ai grandi Festival.
Senza dubbio, il corpulento Steve ha raggiunto il suo obiettivo: 12 anni schiavo è indubbiamente un grande film sia dal punto di vista tecnico che emotivo, in grado di smuovere sentimenti e toccare temi importanti come il diritto alla Libertà che dovrebbero essere sempre e comunque alla base della società umana, interpretato da un gruppo di attori in grande spolvero, fotografato con una cura maniacale ed in grado di passare dalla violenza estrema - fisica e psicologica - a momenti di delicatezza quasi straziante, senza risparmiare, in questo, neppure una fetta dell'audience.
Eppure, tolti il fattore tecnico e la lotta per la sopravvivenza affrontata da Solomon Northup, così come lo splendido finale - da brividi quel "perdonatemi" che ancora mi scuote dentro -, sono rimasto fino all'ultimo indeciso sul voto da assegnare a questo film, trovandomi a ripensare al percorso intrapreso dal regista, al coinvolgimento giustamente "obbligatorio" del pubblico, al fatto, per dirla come Julez, che ci si aspetti di piangere, alla fine, inesorabilmente.
Il passaggio decisivo che ha permesso a 12 anni schiavo di muovere un passo oltre è finito per essere il confronto che Solomon ha con il carpentiere Bass interpretato da Brad Pitt, charachter abolizionista e cresciuto in una realtà ben diversa - quella canadese - rispetto agli Stati del Sud, e nel faccia a faccia di quest'ultimo con il tirannico Epps cui presta lo sguardo spiritato un ottimo Fassbender: riflettendo sulle condizioni agghiaccianti dei lavoratori, la differenza di vedute tra Nord e Sud che sfocerà nella Guerra di Secessione si traduce nella questione posta da Bass al proprietario della piantagione che ha visto prigioniero Solomon per anni, ovvero il fatto che, a prescindere dalla razza, il concetto di schiavitù non dovrebbe esistere nella società.
Nello sguardo deciso di Brad Pitt rivolto a Chiwetel Ejiofor, e in quel "non l'aiuterò perchè è un piacere, l'aiuterò perchè è un dovere" si riassume tutto quello che ho vissuto affrontando questa visione.
12 anni schiavo non è un film indimenticabile, una bomba della settima arte come The wolf of Wall Street.
Non è neppure piacevole da vedere, perchè mette a nudo uno dei concetti più importanti che riguardano l'Uomo come animale sociale, e personalmente mi ha messo di fronte al fatto che, probabilmente, se fossi ridotto in schiavitù non riuscirei a sopravvivere, perchè finirei per seppellire di legnate il Paul Dano della situazione finendo impiccato a qualche albero sperduto.
Ma non è per piacere, che un'opera come questa va guardata, vissuta, ammirata.
12 anni schiavo va indiscutibilmente promosso perchè è un dovere di noi tutti non dimenticare quante persone hanno dovuto sputare sangue affinchè certe cose non si ripetessero, come si dice accada quando si parla di Storia.
Un dovere che Steve McQueen sceglie di raccontare nel modo più elegante possibile.
Ma indiscutibilmente un dovere.



MrFord



"Oh, when them cotton bolls get rotten
you can't pick very much cotton,
in them old cotton fields back home."

Creedence Clearwater Revival - "Cotton fields" -




sabato 10 agosto 2013

Salvate il soldato Ryan

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1998
Durata:
169'




La trama (con parole mie): a seguito dello sbarco in Normandia, mamma Ryan finisce per ritrovarsi privata di tre dei suoi quattro figli, uccisi in azione nel corso delle operazioni militari che vedranno gli Alleati mettere in ginocchio la Germania di Hitler ormai prossima allo sbando.
Lo Stato Maggiore, che vuole impedire di comunicare la morte anche dell'ultimo degli stessi, assegna al Capitano Miller - un veterano del conflitto - ed ai suoi uomini la missione di addentrarsi tra le linee tedesche in Francia e scovare James Ryan per ordinargli di tornare a casa: la missione si rivelerà, per il gruppo di soldati in marcia, più difficile del previsto, e quando, a seguito di numerose difficoltà, parrà giungere al termine, lo stesso Ryan finirà per dichiararsi deciso a non abbandonare i suoi compagni rimasti a difendere un ponte considerato strategico per riconquistare Parigi.
Miller ed i suoi saranno così costretti a scegliere se abbandonare il giovane paracadutista o rimanere a combattere con lui facendo tutto il possibile per salvargli le chiappe in modo che torni a casa.





Se esiste una pellicola profondamente osteggiata dalla critica più o meno illustre e "dura e pura" della blogosfera e non è certo Salvate il soldato Ryan, drammone di guerra nell'accezione più classica e a stelle e strisce del termine che ai tempi della sua uscita conquistò il botteghino e si guadagnò l'odio profondo di molti appassionati per aver, di fatto, rubato l'Oscar per il miglior film - e non solo questo - al Capolavoro di Terrence Malick La sottile linea rossa, uscito quello stesso anno, vincitore a Berlino e completamente snobbato dall'Academy.
Salvate il soldato Ryan è sicuramente più convenzionale, retorico ed in qualche modo prevedibile dello sconvolgente affresco dell'ormai perduto Malick, e resta uno dei baluardi dell'approccio made in USA - alla settima arte, e non solo - più rappresentativi e meglio girati degli ultimi vent'anni, un modern classic che spinge sull'acceleratore delle emozioni creando - anche quando non è voluta - un'empatia profonda con i suoi protagonisti, giovani soldati mandati al massacro in modo da riportare indietro tutto d'un pezzo lo sperduto Ryan, colpevole di essere l'unico sopravvissuto dei membri della sua famiglia partiti per il fronte.
Eppure il lavoro di Spielberg si distingue non soltanto per la tecnica prodigiosa - la sequenza che replica il famoso sbarco sulle spiagge della Normandia è da brividi, una sorta di sanguinoso mosaico di immagini che sono una lezione di Cinema action -, ma senza dubbio anche per l'amore che il criticato regista autore di pietre miliari irripetibili nel corso degli anni ottanta prova per la macchina da presa, il suo utilizzo ed i suoi personaggi, simboli di un Paese che senza dubbio si porta in spalla uno zaino bello pesante di difetti e manie di protagonismo ma che riesce in qualche modo ad illuminare sempre l'immaginario collettivo alimentando la voglia di inseguire quello stesso sogno che, dalle loro parti, pare sempre essere a portata di mano di chi è disposto a farsi un culo quadro per cercare di raggiungerlo.
In questo senso la squadra del Capitano Miller - un Tom Hanks che, nonostante rappresenti uno degli attori che meno sopporto di Hollywood, si difende bene in un ruolo che pare essergli stato cucito addosso - è perfetta per permettere almeno in parte di superare scogli come quelli della tipica rappresentazione buoni/cattivi - anche se, a ben guardare, è così soltanto ad uno sguardo superficiale del film - e conquistare l'audience pronta a soffrire e combattere accanto a quelli che paiono ragazzi comuni come tanti - e non solo statunitensi, ricordiamolo sempre - morti in quell'enorme macchia nella Storia dell'Uomo che fu la Seconda Guerra Mondiale: dal roccioso Sergente Horvath - un Tom Sizemore versione Michael Mann - al sentimentale medico Wade - ottimo il ricordo della madre infermiera che rincasava dopo il turno di notte -, dal generoso Caparzo - pensare Vin Diesel nel cast di un film d'autore mi risulta incredibile ancora oggi - a Mellish - soldato di origini ebree pronto a mostrare orgogliosamente ai tedeschi la sua provenienza -, da Jackson - ai tempi della prima visione di questo film il preferito fordiano, cui presta volto e carisma un ottimo Barry Pepper - a Reiben - sempre pronto a contestare la missione che potrebbe portare al sacrificio degli uomini accanto ai quali ha lottato per tutta la guerra giusto per garantire il ritorno a casa di un tizio che non hanno neppure mai conosciuto -, fino al Caporale Upham, con le sue paure ed il suo confronto con il soldato tedesco prima catturato e poi ritrovato come avversario nell'ultimo, drammatico scontro è senza dubbio il personaggio più sfaccettato ed interessante, tutti i charachters hanno le potenzialità di avvicinare il cuore dello spettatore alla vicenda, quasi Spielberg volesse mostrare la varia umanità ugualmente posta di fronte alla morte nel corso di un conflitto che, libertà in ballo oppure no, ha rappresentato la fine dei sogni di milioni e milioni di ragazzi in tutto il mondo.
Interessanti l'utilizzo dell'ironia per mostrare anche i lati grotteschi del conflitto - il contatto con il primo James Ryan - e quello della drammatica presa di posizione "super partes" in grado di definire il selvaggio stato delle cose al fronte - Upham ed i suoi tre incontri con il soldato tedesco catturato e risparmiato dal Capitano Miller che il giovane furiere si troverà di fronte proprio nel momento decisivo della battaglia finale -: questo conflitto terribile si allontana ormai dalla memoria, e non manca poi molto al momento in cui la generazione dei nostri nonni - testimoni diretti - sarà sepolta con lui, ed è un bene che anche i grandi blockbuster - oltre ai film d'autore - abbiano deciso di ricordarlo attraverso questo monumentale film d'avventura ricco di difetti ma ugualmente in grado di emozionare come solo il Cinema sa fare, lasciando che i ricordi - anche se dolorosi - possano continuare a vivere fluendo anche attraverso la settima arte.
Perchè se è pur vero che l'incipit e la chiusura sono quando di più a stelle e strisce si potrebbe immaginare - in senso buono e cattivo del termine -, quello che sta in mezzo è il senso più importante del viaggio: e se è pur vero che non parliamo dello Spielberg migliore mai visto su un grande schermo, è giusto, indubbio e per nulla scandaloso ammettere che il suo posto, il buon Steven, se l'è meritato.
Proprio come il suo Ryan.


MrFord


"These mist covered mountains
are a home now for me
but my home is the lowlands
and always will be
some day you'll return to
your valleys and your farms
and you'll no longer burn
to be brothers in arms."
Dire Straits - "Brothers in arms" - 



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