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lunedì 19 maggio 2014

Devil's Knot - Fino a prova contraria

Regia: Atom Egoyan
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 114'





La trama (con parole mie): all'inizio del maggio millenovecentonovantatre, in una piccola cittadina dell'Arkansas, tre bambini di otto anni scomparvero per essere ritrovati qualche giorno dopo, seviziati ed uccisi. Le indagini della polizia, condotte in maniera piuttosto sommaria, condussero a tre principali sospettati, adolescenti alle soglie o appena oltre la maggiore età dal turbolento passato e dall'evidente disagio mentale e sociale. Il processo che ne seguì, sfruttato dai media e dagli organi di controllo come una sorta di percorso già stabilito, fu messo in discussione dal detective Ron Lax, che indagò accanto alla difesa cercando di scagionare gli imputati ed evitare agli stessi la pena di morte richiesta dall'accusa.
Nonostante lo stesso processo, le indagini di allora e quelle che seguirono, quello che accadde il giorno della morte dei tre bambini non è stato ancora, di fatto, chiarito.








Ammetto che, prima di approcciare l'ultimo lavoro del discontinuo - seppur sempre interessante - Atom Egoyan le recensioni lette in giro per la blogosfera avevano già ridimensionato le possibili aspettative della vigilia lasciando intendere, di fatto, che Devil's Knot si sarebbe rivelato una sorta di Prisoners di serie b.
Detto questo, e ragionando a mente lucida su questo film, posso dire che le suddette recensioni, di fatto, non sbagliavano definendo questo ennesimo Fino a prova contraria - i titolisti italiani devono aver raschiato il fondo del barile delle idee - una sorta di versione molto meno riuscita del grandissimo film di Villeneuve: non che Devil's Knot sia un brutto lavoro, o che manchino gli spunti per renderlo interessante, specie considerato che, dall'arrivo del Fordino, qui al Saloon siamo diventati ancora più sensibili rispetto all'argomento genitori e figli di fronte ai drammi e alle violenze di questo genere, eppure qualcosa, a partire dallo script per continuare con il cast, finisce per non convincere, di fatto ponendo accenti ed attenzione su tutto quello che di ordinario la pellicola avrebbe potuto mostrare - verrebbe quasi da dire la banalità del male - senza degnare di uno sguardo le intuizioni che avrebbero potuto renderla, al contrario, straordinaria: del resto è pur vero che lavori come il succitato Prisoners o la recente, meravigliosa True detective non si girano tutti i giorni, e non è possibile sperare che il brivido che percorre la nuca a fronte di alcune sensazioni possa ripresentarsi ad ogni thriller passato sullo schermo, eppure il risultato di Egoyan pare quello di un'occasione sprecata dietro l'inutile personaggio del dal sottoscritto detestato Colin Firth - di tutt'altra pasta rispetto al Rust Cohle di McConaughey - ed un piglio da film del sabato sera su Italia Uno, piuttosto che sull'esplorazione dell'assurdità della violenza, della barbarie celata dietro l'omicidio - o gli omicidi - di bambini, della caccia alle streghe mediatica e sociale, della critica ad una società che nasconde ben più di quanto non dia a vedere.
In quando a lavoro incompleto, Devil's Knot ricorda molto l'esordio della figlia di Michael Mann con Le paludi della morte, ma se per quest'ultima potevano essere comprensibili alcuni peccati di "gioventù", per Egoyan la scusa decade, anche e soprattutto considerata la clamorosa flessione della qualità delle sue opere, passata da cult come Il viaggio di Felicia a robetta come False verità: un peccato davvero, perchè il regista di origine armena pare manifestare la volontà di scuotersi da un torpore che dura troppo a lungo senza riuscire, di fatto, a trovare l'energia necessaria per compiere la svolta.
In un certo senso, le indagini del protagonista Ron Lax, schieratosi dalla parte dei tre ragazzi ritenuti responsabili del terrificante omicidio dei bambini scomparsi a Devil's Knot finiscono per rappresentare un'ottima analogia con il lavoro del regista: tentativi quasi disperati di cambiare la Storia eppure senza la forza che la stessa disperazione muove, riflessa anche in una misura decisamente troppo blanda dai genitori delle piccole vittime.
Onestamente, credo che lo Hugh Jackman di Prisoners fosse molto più credibile, con tutta la sua rabbia quasi cieca, rispetto ad una quasi innocua serie di figli della provincia persi tra una messa, un battesimo ed una denuncia televisiva: forse, da un certo punto di vista, questo quadro appare anche più reale di quanto non si voglia ammettere, eppure l'impressione è di una desolazione non solo rappresentata, ma anche vissuta dal punto di vista creativo da chi ha deciso di raccontare una storia non facile e complessa come questa, che in mani più salde e coraggiose avrebbe rischiato di diventare una sorta di nuovo Memories of murder, quantomeno.
Dunque, più che pensare alle promesse che il film non ha saputo mantenere, varrebbe forse la pena riflettere su una vicenda torbida ed oscura, resa ancora più agghiacciante dal fatto che sia realmente accaduta: un intrigo non ancora risolto che non ha nulla da invidiare alle atmosfere di Twin Peaks e al terrore che può generare l'animale più spietato di tutti, l'Uomo.
Peccato che, inesorabilmente, Egoyan e la sua creatura debbano invidiare al Capolavoro di David Lynch praticamente tutto il resto.




MrFord




"And she says, 'I swear I'm not the devil,
though you think I am.
I swear I'm not the devil'
he tries to sleep again
and wonders when the pain will end
the cuts, they may run deeper than his cracking outer shell."
Staind - "Devil" - 




lunedì 5 maggio 2014

The Amazing Spider Man 2 - Il potere di Electro

Regia: Marc Webb
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
142'




La trama (con parole mie): Peter Parker, terminato il liceo ed iniziato il college, è alle prese con i problemi legati alla sua doppia vita di studente e vigilante mascherato, ai sospetti rispetto all'utilità di Spider Man fomentati dal suo editore J. Jonah Jameson, al rimorso legato alla morte del Capitano Stacy, padre della sua fidanzata Gwen, e a Gwen stessa. Il rapporto tra i due, infatti, subisce una battuta d'arresto proprio a causa dell'incapacità di Peter di accettare che le persone a lui vicine possano soffrire: nonostante la lontananza forzata, però, Gwen si troverà coinvolta nella lotta tra Spidey ed il neonato supercriminale Electro, manovrato da Harry Osborn, rampollo di una delle famiglie più potenti del pianeta deciso a non guardare in faccia a nessuno pur di trovare una cura per la malattia genetica che lo affligge.
Neppure giocare con la vita e la morte. Di Peter e di chi ama.








Il buon, vecchio, spiritoso ed agilissimo Testa di tela è stato il primo supereroe a fare breccia nel cuore del sottoscritto ai tempi della prima media, alimentando i sogni a fumetti che coltivai per una decina d'anni e più: in quel periodo, sognare film che riuscissero a rendere sul grande schermo la meraviglia di quei personaggi coloratissimi e spettacolari era praticamente utopia, e se qualcuno mi avesse detto che entro una ventina d'anni sarebbero passate sul grande schermo cose come Il cavaliere oscuro, The Avengers, Iron man o l'ultimo Captain America, avrei riso di cuore.
Il primo a convincermi del contrario fu Raimi, che con la sua spettacolare trilogia - malgrado l'ultimo episodio facesse davvero cagare - portò il Ragnetto a livelli mai visti - o immaginati - prima, innescando l'ormai tipico fenomeno del reboot affidato a Marc Webb: il primo capitolo, uscito un paio di stagioni or sono, pur non raggiungendo i livelli dei due Spider Man del papà del brand La casa, riuscì comunque nell'intento di intrattenere e - anche se solo in parte - convincere, rievocando il gusto e l'approccio del più moderno universo Ultimate che non i racconti classici dell'Arrampicamuri.
Questo tentativo numero due rispecchia molto il precedente, compresa una prima parte decisamente noiosetta ed una seconda ritmata e convincente, e risulta funzionale anche nella sua quasi totale dipendenza dal da me sempre detestatissimo 3D, finendo per coinvolgere appassionati e pubblico occasionale ripescando uno degli episodi più importanti e funesti della storia degli albi dedicati all'Uomo Ragno, con la morte più significativa della storia della Marvel - o almeno, una delle più significative - aprendo la strada ad un terzo capitolo legato a doppio filo ad un'altra saga amatissima da queste parti, quella dei Sinistri Sei.
Webb e Garfield - sicuramente uno Spidey migliore di Tobey Maguire - ce la mettono davvero tutta per portare a casa il risultato, sfruttando di rimando la luce del personaggio di Gwen Stacy/Emma Stone e due cattivi d'eccezione come Electro - rimaneggiato ampiamente rispetto alla sua versione originale, purtroppo - e Harry Osborn, migliore amico di Peter dei tempi dell'infanzia e sua nemesi insieme al padre Norman, qui relegato ad una parte marginale, ed il risultato è sicuramente piacevole e perfetto per l'intrattenimento senza pretese e dai grandi mezzi produttivi, pur non riuscendo a lasciare il segno come, al contrario, era stato per i già citatissimi due film firmati all'inizio degli anni zero dal già citato Raimi.
A pesare sul risultato complessivo, oltre ad una prima metà decisamente macchinosa e lenta, l'eccessiva durata - due ore e venti paiono assolutamente troppe - ed alcune parti di sceneggiatura incentrate su spiegoni degni dei migliori "cattivi" da fumetto: certo, rispetto a blockbuster in questo periodo in sala che affrontare porta gli stessi effetti di una maratona corsa con un centinaio di chili di pietre sulle spalle - qualcuno ha detto Noah!? - pare di stare su un vero e proprio ottovolante, e senza dubbio i più piccoli e gli appassionati Marvel - ai quali non sfuggirà neppure questa volta la comparsata dell'eterno Stan Lee - apprezzeranno l'energia messa al servizio di questa nuova saga dai suoi autori - il team di sceneggiatori è lo stesso che lavorò ad Alias e Lost, dunque non proprio mezze calzette -, finendo per fremere nell'attesa del terzo capitolo, specie a conclusione del drammatico crescendo cui si viene sottoposti nel corso della visione.
Da (ex) fumettaro e fan sfegatato di Mamma Marvel, ammetto di non aver provato chissà quale stupore o meraviglia, ma di essermi divertito quanto basta per una domenica pomeriggio: in fondo, a questo tipo di pellicole non si può chiedere altro.
Per la salvezza ed i miracoli, attendiamo fiduciosi il ritorno degli Avengers.



MrFord



"Flash before my eyes
now it's time to die
burning in my brain
I can feel the flame."
Metallica - "Ride the lightning" - 



lunedì 14 maggio 2012

Chronicle

Regia: Josh Trank
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 84'



La trama (con parole mie): Andrew, Matt e Steve sono tre liceali dai destini apparentemente molto diversi. Il primo è un ragazzo timido e chiuso, un weird guy dalla madre morente ed il padre ex pompiere violento e alcolizzato, il secondo il cugino cool del primo, sempre pronto a spronare il brutto anatroccolo della famiglia a tirarsi fuori dal guscio anche per farsi bello.
Il terzo, invece, è il tipico vincente: candidato rappresentante d'istituto, sportivo, di successo a scuola e con le ragazze.
Quando, nel corso di un rave, una misteriosa scoperta regala loro dei superpoteri legati alla telecinesi, i ragazzi divengono inseparabili, e si esercitano documentando il tutto su videocamera affinando sempre più le loro abilità, passando dall'assemblare comunissimi Lego per arrivare a volare e progettare di viaggiare in tutto il mondo.
Ma "da un grande potere derivano grandi responsabilità", e sarà proprio questo l'inizio del disastro.





Sono passati ormai dieci anni tondi tondi dall'esordio cinematografico dello strabiliante primo Spider Man firmato Sam Raimi, quello che fu la pietra angolare di una vera e propria rivoluzione nell'ambito dei film di supereroi: dall'esplosione della Marvel culminata con il recente Avengers ai celebratissimi Batman targati Christopher Nolan, il genere ha originato un vero e proprio boom in grado di portare alla realizzazione di pellicole "contro" come Kickass e Super e molti titoli decisamente poco degni anche e soprattutto di una distribuzione su larga scala.
Anche il piccolo schermo ha reso omaggio al concetto di supereroe, dalla meteora Heroes al mitico - almeno per le prime due stagioni - Misfits, cercando nel suo piccolo di innovare una tradizione che rischiava di divenire stantìa e poco stimolante per autori e spettatori.
E' proprio da quest'ultimo che prende spunto Josh Trank - giovanissimo regista da tenere d'occhio, classe 1985 - per questo suo Chronicle, che pare mescolare le idee della corrente alternativa della sci-fi in stile District 9 con l'irriverenza di Nathan e soci: partendo dall'idea del finto documentario - tutto è girato con la camera a spalla come fosse una ripresa amatoriale, in bilico tra il fastidio che questo approccio può provocare nello spettatore ed idee metacinematografiche notevoli come il dialogo tra Andrew e la madre in cui il ragazzo risponde alla domanda "Chi ci sta guardando?" con "Milioni di persone in tutto il mondo, mamma": geniale - il regista ci porta a riflettere sull'annosa questione del "da grandi poteri derivano grandi responsabilità" che fece la fortuna proprio dei personaggi Marvel - i cosiddetti "supereroi con superproblemi" - mostrando l'effetto che l'essere di fatto superuomini può avere su tre adolescenti diversi tra loro, legati proprio dal potere acquisito da un'amicizia tanto stretta quanto potenzialmente rischiosa.
Interessante, in questo senso, vedere la nuova condizione dei tre giovani influenzarli ribaltando di fatto quelli che sono i loro ruoli all'interno della spesso crudele società dell'high school portando Andrew ad una progressiva esplosione dovuta alla rabbia accumulata in anni di soprusi vissuti tra le mura domestiche e quelle della scuola, più forte anche della meraviglia per le abilità acquisite e della vicinanza di Matt e Steve, il primo più attento a contenere e responsabilizzare gli altri due ed il secondo stregato dall'aspetto ludico dei suoi poteri - tutti e tre gli interpreti, giusto per non farsi mancare nulla, funzionano e anche bene -.
Se, però, da un lato la sceneggiatura non brilla per originalità spiccata - fin dal principio abbiamo chiara l'escalation che minerà la solidità del gruppo - e specialmente nella seconda parte tende a perdersi almeno in parte e la regia spesso appare confusionaria - non tutti sono in grado di realizzare cose pregevoli con lo stile da mal di mare del mockumentary -, il comparto tecnico è davvero notevole, dalla messa in scena - il production designer, del resto, è Stephen Altman, figlio del grande Robert - agli effetti, assolutamente prodigiosi sia nella resa dei poteri dei ragazzi sia sulle conseguenze degli stessi rispetto all'ambiente circostante.
La cosa più interessante, però, è e resta la riflessione che l'intera pellicola stimola nello spettatore, quasi ci trovassimo di fronte ad una versione più matura - nonostante l'età dei protagonisti - e decisamente meno sguaiata e tamarra di Hancock, in cui personaggi con talenti ed abilità straordinarie trovano in loro stessi i nemici peggiori che potrebbero esistere, schiacciati dalla consapevolezza di essere arrivati - come riflette lo stesso Andrew - ad un nuovo stadio evolutivo.
Come se non bastasse, la sensazione di vuoto di cui si parla dai tempi della famigerata generazione x pare trovare terreno fertile in questi figli del nuovo millennio soffocati dal concetto di reality e da social network sempre più "in presa diretta", senza avere un indirizzo preciso sul quale puntare le proprie giocate, se non la fuga - il filo conduttore del viaggio fino ai confini del mondo da loro conosciuto, il Tibet, in cui monaci imparano a governare se stessi grazie alla meditazione e alla ricerca della pace interiore -.
Niente di nuovo sotto il sole, eppure un niente di nuovo che ribolle energia e voglia di spaccare tutto, quasi il regista volesse ricordarci quello che si prova quando ci si affaccia sulla vita da adulti - con tutti i suoi pro e contro - e si crede di poter controllare tutto: il fatto è che non esiste alcun potere in grado di permetterci di controllare davvero soprattutto noi stessi.
E Andrew, Matt e Steve, con i loro scherzi ed i loro voli a perdifiato, sono i primi a (non) saperlo.
Come tutti i ragazzi della loro età.


MrFord


"The faster we're falling,
we're stopping and stalling.
we're running in circles again
just as things were looking up
you said it wasn't good enough.
but still we're trying one more time."
Sum 41 - "In too deep" -


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