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lunedì 28 gennaio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova puntata del Bulletin che, nonostante il sempre più rosicato tempo dedicato al Cinema e ad alcuni problemi tecnici porta in dono una serie di visioni più corposa rispetto a quella del trend delle ultime settimane: ovviamente, il titolo principe a questo giro di bevute è uno e uno soltanto, e credo che tutti quelli che frequentano il Saloon - e forse anche chi non lo frequentano - sappiano bene di quale titolo io stia parlando.
Dunque saliamo tutti sul ring e scopriamo com'è andata con l'ultima avventura del mitico Stallone Italiano.

MrFord


CREED II (Steven Caple Jr, USA, 2018, 130')

Creed II Poster

Penso aspettassi questo secondo capitolo delle avventure sul ring di Adonis Creed, figlio del defunto Apollo cresciuto pugilisticamente parlando da Rocky Balboa fin dai titoli di coda del precedente, circa tre anni fa: il charachter principe creato da Sly, parte integrante della mia formazione cinefila e non solo, ha un potere su di me incredibile, quasi riuscisse a vincere il Tempo e riportarmi a quando mi emozionavo da bambino davanti alle imprese mirabolanti del re degli underdogs cinematografici per poi farmi balzare avanti nel futuro, quando con i Fordini ripercorrerò la strada di questo mito che è riuscito non solo a fare la fortuna del suo creatore, ma anche a rompere lo schermo neanche fosse esistito davvero. 
Tecnicamente parlando, questo numero due della saga di Donnie Creed si rivela leggermente inferiore al precedente, un pò per l'effetto sorpresa, un pò per la mancanza di Ryan Coogler alla regia, eppure la formula è stata pienamente azzeccata: Rocky, come nel precedente, si mangia il film, ormai vecchio maestro neanche fosse un Miyagi della boxe, la versione reloaded della vecchia faida con Drago è ottima - ed è stato bravissimo Stallone in fase di scrittura a rendere umana e quasi "eroica" la coppia padre/figlio sovietici -, le tematiche legate proprio al rapporto tra genitore e figlio ben sviluppate, il match che chiude la pellicola gestito ottimamente.
Ma è stato fuori dal quadrato che Creed II ha dato il meglio, con un epilogo splendido sia per quanto riguarda la gestione del duello tra Adonis e Viktor Drago, sia per le tre vicende sviluppate, per l'appunto, in chiusura: generazioni che si sostengono e che si scontrano, che si incontrano, che cadono al tappeto e trovano la forza di rialzarsi, sempre.
Per continuare a lottare fino al suono della campana.




REVENGER (Seung Won Lee, Corea del Sud, 2019, 101')

Revenger Poster

Privo - momentaneamente, spero - della possibilità di recuperare come si deve i film in sala e non solo, sono stato soccorso da Netflix scoprendo una nutrita selezione di film di botte di quelli che piacciono tanto ai vecchi tamarri come me, prontamente recuperata per tutte quelle serate in cui la stanchezza finisce per farla da padrona ed il rischio di appisolarsi sul divano diventa più che concreto: Revenger, film coreano dal vago sapore anni novanta, recupera tematiche già portate sullo schermo da cult sotterranei come Fuga da Absolom condendoli con coreografie decisamente d'impatto ed un mix di grottesco e drammatico dal carattere decisamente asiatico.
Peccato che, nel complesso, deluda le aspettative finendo per risultare, nonostante tutto, piuttosto statico e freddo, un giocattolone a metà strada tra l'essere tamarro - e dunque divertire sguaiatamente - e ambizioso nel tentare di proporsi come una sorta di "figlio" di cose come The Raid. Peccato.




3% - Stagione 1 (Netflix, Brasile, 2016)

3% Poster

Sponsorizzata caldamente da Julez e diventata l'accompagnatrice delle pause pranzo che riesco a passare a casa - poche, tra palestra e lavoro, considerato che gli otto episodi sono passati sugli schermi del Saloon nell'arco di quasi tre mesi -, 3% ha rappresentato una scommessa per questo vecchio cowboy, dubbioso fin dal principio delle avventure da prossimo futuro raccontate in questo sci-fi distopico made in Brasile: certo, l'originalità non è il punto forte del plot, eppure il lavoro svolto sui personaggi - si tratta di una serie corale nella grande tradizione inaugurata da Lost - è più che buono, i twist ed i cambi di direzione inaspettati non mancano e l'hype per la stagione successiva si mantiene alto. Il lavoro svolto dagli autori, dunque, è senza dubbio funzionale, e pur non avendo inventato nulla ha saputo una volta ancora sottolineare l'incredibile varietà di sfumature che porta dentro l'animale più pericoloso che sia mai esistito. L'Uomo.



LA NOTTE SU DI NOI (Timo Tjahjanto, Indonesia/USA, 2018, 121')

La notte su di noi Poster

Insieme a Revenger, La notte su di noi è stato il titolo che, sulla carta, ha finito per colpirmi maggiormente scorrendo tra le proposte di botte made in Netflix: a differenza del titolo coreano, però, il lavoro di Tjahjanto è una vera e propria giostra di botte, sangue, casino e vendetta da buon, vecchio film di genere da fare invidia ai titoli "di serie b" che negli anni finiscono sempre per diventare veri e propri cult. Iko Uwais - già idolo da queste parti - è una garanzia, la vicenda - per quanto "da fumetto" - un vero circo di mazzate come non ne vedevo dai tempi del già citato The Raid, le coreografie un gioiellino pronto a solleticare i punti giusti negli appassionati di calci rotanti.
Tra le recensioni lette dalle parti di Imdb, una ha reso perfettamente giustizia in una frase a questo film: "Fa sembrare John Wick un gioco per bambini". Tremendamente vero.

giovedì 24 gennaio 2019

Thursday's child



In occasione del da me attesissimo sequel di Creed, riesco perfino ad arrivare puntuale all'appuntamento con la rubrica delle uscite a tre più incostante e ritardataria - almeno qui al Saloon - della blogosfera, come al solito affiancato dal mio più o meno rivale Cannibal Kid e da un'ospite d'eccezione, Giulia Orsini, che per l'occasione abbandona i panni di esperta di costume design per vestire quelli della blogger cinefila.


"Ford scrive che a breve passerà all'e-mail. Ma cosa diavolo vorrà intendere?"

Creed II

"Rocky, ti spiezzo in due come se fossi Ford con Cannibal!"
Giulia: Come se tutta la saga di Rocky non fosse stata abbastanza, tra sequel, prequel e spin off, arriva Creed II. Sudore, sangue, manzi pompati con muscoli ad alta definizione, e incontri sul ring che rivedono nuove fiamme e vecchie glorie del pugilato. Viktor Drago, figlio del famoso Ivan “TI-SPIEZZO-IN-DUE”, lancia il guanto(ne) di sfida contro Adonis Creed, figlio di Apollo, ucciso dallo stesso Viktor anni prima, in modo abbastanza infame. Rocky, in una veste insolitamente umana e dal viso sempre più somigliante a Renato Pozzetto, cerca, con fare paterno, di proteggere il suo pupillo che, reduce dalle notti insonni del figlio appena nato, pensa solo a come saccagnare l’avversario. Si prospetta un incontro all’ultimo sangue ma la verità è che a tutti noi ne interessa solo uno: Rocky vs Ivan.
Cannibal: A dirla tutta, l'unico incontro che interessa a me è quello Cannibal Kid vs James Ford. Riuscirò finalmente a spiezzare in due il mio rivale?
In attesa di scoprirlo, ci possiamo sorbire questo sequel non richiesto del decente ma non fenomenale Creed. Sinceramente io ne avrei anche fatto a meno, alla faccia di Ford e del suo idolo, Sylvester Pozzetto.
Ford: pronti via, ed eccoci già con uno dei film più attesi dell'anno dal sottoscritto. Hype alle stelle, ovviamente, alla facciazza di chi, come Cannibal e l'Academy, continua a schierarsi contro Stallone senza pensare che il charachter di Rocky Balboa non solo è uno dei più amati e popolari della Storia del Cinema, ma ha trovato una sua ottima collocazione anche nel primo Creed e, scommetto, in questo sequel che vede il ritorno del mitico Drago - con figlio -.
Unica perplessità la regia, non più affidata a Ryan Coogler, ma penso di poter perdonare Sly: e come raramente accade, sarò ovviamente in prima fila in sala il giorno dell'uscita, onore che riservo solo ai titoli che considero grandi occasioni.

La favorita

"Ford aveva proprio ragione: la caccia al Cannibale è un vero spasso."
Giulia: Nel XVIIII in Inghilterra regna la regina Anna (Oliva Colman), donna tanto forte fisicamente quanto debole di mente, che si ritrova al centro di due guerre. Una all’esterno della corte, dispendiosa per i suoi sudditi, contro la Francia. L’altra all’interno della sua corte, tra due delle sue dame più vicine: Lady Sarah (Rachel Weiz) e Lady Abigail (Emma Stone), lontana parente e di rango inferiore della prima. Entrambe le donne cercano di accaparrarsi la benevolenza e il favore della sovrana, in una lotta al potere in una società prettamente maschilista, ancora tristemente attuale. Tra costumi in linea con l’epoca barocca, sebbene con qualche licenza poetica (ma alla meravigliosa Sandy Powell si perdona anche questo) la scelta tra le due rivali è veramente ardua. Una catfight all’ultimo corsetto e tirata di boccoli.
Cannibal: Il film con la mia favorita Emma Stone l'ho già visto e vi posso solo anticipare che il commento di Giulia è molto più profondo e interessante di quanto non sarà la mia recensione, sebbene credo che lei la pellicola non l'abbia ancora guardata. E vi posso inoltre dire che Ford non è di sicuro la mia favorita.
Ford: rischio di apparire sessista, ma l'idea di questa "catfight" - come l'ha definita Giulia -, fosse anche "di società", mi intriga parecchio, nonostante il film non rappresenti, forse, l'ideale fordiano della settimana - quello, ovviamente, è Creed II -.
Una possibilità, senza dubbio, spero di darla presto, in barba alla dama favorita dai radical chic, Katniss Kid.

Ricomincio da me

Risultati immagini per ricomincio da me
"J-Lo se la fa con il figlio di Rocky! Incredibile!"
Giulia: Jenny from the block è tornata e questa volta ricomincia con un “BUONGIORNISSIMO KAFFè1!1!” Ormai 40enne e insoddisfatta del suo lavoro, entra in crisi e i suoi amici, poco informati sulla dichiarazione di falso, per aiutarla decidono di creare profili social fake a suo nome, attribuendole meriti e titoli di studio che non ha. Ed è così che da commessa sottopagata in un grande magazzino, JLo diventa ministro della Repubbl…no, scusate. Quella è un’altra storia. Dicevamo, grazie alla bugie dei suoi amici, JLo viene finalmente notata e, nonostante l’età difficilmente spendibile nel mondo del lavoro, riuscirà a superare le avversità con le sue capacità dimostrando come spesso non servano dei titoli di studio (che strano senso di déjà vu). Eppure basta aspettare aprile per il RDC ed evitare di sbattersi così tanto. Nel cast troviamo un notevole Milo Ventimiglia che, dopo anni, ha finalmente capito il senso di “una mamma per amica” e la stellina Disney Vanessa Hudgens, che ha smesso di cantare canzoncine da liceo.
Cannibal: Jenny from the cock è tornata e, proprio come per Stallone, è una cosa di cui io non sentivo il bisogno. Anche perché il suo non è un ritorno vero e proprio, visto che non è mai scomparsa dalla scene. Continua a sfornare canzoni e partecipazioni sul piccolo schermo a ripetizione. Solo che non se le fila nessuno. Detto questo, questa è una romcom lavorativa scema di quelle che potrebbero piacermi. E poi c'è Vanessa Hudgens quindi fanculo le fordianate settimanali e vai di J.Lo!
Ford: tipica commediola che possono apprezzare giusto Cannibal e le casalinghe disperate, nonostante Vanessa Hudgens possa rappresentare una discreta tentazione rispetto alla visione, accanto all'ormai fordianissimo Milo Ventimiglia, che tra l'altro interpretò il figlio di Rocky in Rocky Balboa. Ogni scusa è buona, questa settimana, per tornare dalle parti dello Stallone Italiano.

L’uomo dal cuore di ferro

"La mia nuova soluzione è mettere a tacere quei due simpaticoni di Cannibal e Ford."
Giulia: No, non si sta parlando del timido Omino di latta de “Il mago di Oz”, ma del più tristemente noto Reinhard Heydrich, generale nazista ideatore della “Soluzione Finale”. Forse, se avesse avuto un po’ più di umiltà, come il nostro caro Omino, avrebbe potuto richiedere un cervello anche lui, magari avrebbe tirato fuori qualcosa di meglio. Invece no, l’unica cosa che ha pensato è stato uno sterminio di massa.
Cannibal: E io che pensavo fosse il biopic su Tiziano Ferro...
Ford: un biopic abbastanza inquietante, considerato il soggetto. Io che non sono a favore di certe soluzioni preferisco pensare alla sana retorica popolare del sempre mitico Rocky.

Se la strada potesse parlare

"Mi dispiace, tesoro, ma ho deciso di lasciarti per coronare il mio sogno d'amore con Katniss Kid."
Giulia: Lei ama lui, l’amore della sua vita, dal quale aspetta un figlio, ma che, per colpa di un poliziotto cattivo che dice le bugie, adesso è finito in galera. E lei farà di tutto pur di riavere il suo uomo al suo fianco, crescere il loro pargolo e “vissero tutti felici e contenti”. Sembrerebbe una perfetta, per quanto banale, storia d’amore, peccato però che la nostra coppia sia di colore e viva ad Harlem, negli anni 70. E che il poliziotto cattivo sia un bianco e, soprattutto in quegli anni, i neri non gli vadano molto a genio. Certo, anche ai giorni nostri, il nero è sempre il capro espiatorio di turno, il nemico da temere e punire, ma ritrovare, oggi come allora, che “omnia vincit amor” ci dona speranza in un futuro migliore.
Cannibal: L'unico film in odore di Oscar che ancora non ho visto, mi incuriosisce molto e spero possa far riscattare un'annata tutt'altro che eccezionale per il cinema americano.
Se la strada potesse parlare comunque direbbe... stai zitto Ford, che di cinema non ne capisci niente!
Ford: quest'anno, come per la fine dello scorso, sono clamorosamente in ritardo con le visioni, dunque in vista degli Oscar mi ritrovo a dover pensare a come trovare il tempo e le energie per recuperare in vista dei pronostici e delle consuete schermaglie che coinvolgeranno me e Peppa una volta assegnate le statuette. Nel frattempo, se la strada potesse parlare, consiglierebbe al Cucciolo Eroico di stare chiuso in casa almeno finchè c'è un Ford in giro.

Compromessi sposi

"Questo matrimonio non s'ha da fare." "Quello di tuo figlio?" "No, quello tra Cannibal e Ford."
Giulia: Ecco finalmente il film pieno di cliché che stavamo aspettando, con battutine trite e ritrite che manco nei cinepanettoni anni ’80. Dunque, Chiara Ferragni del Sud e Fedez del Nord decidono di sposarsi in modo da avere più like sui profili social e fare i big money. Questi novelli Romeo & Giulietta in versione 2.0 dovranno però confrontarsi con due haters davvero tenaci: il padre della sposa, polentone ricco e con la puzza sotto il naso, e il padre dello sposo, sindaco terrone tutto d’un pezzo. Tra battute e gag campaniliste, i due genitori, così diversi tra loro, si ritroveranno uniti in un unico scopo: sabotare questo matrimonio. Sarebbe decisamente più divertente vedere Enzo Miccio gestire le esuberanze de Il Castello delle Cerimonie.
Cannibal: Su questo credo che siamo tutti d'accordo, senza manco scendere a compromessi: questo film non s'aveva da fare ma, visto che hanno proprio deciso di farlo, se non altro non s'ha da vedere.
Ford: e per una volta sono quasi felice di essere pienamente d'accordo con Cannibal. Quasi.

lunedì 12 marzo 2018

Black Panther (Ryan Coogler, USA, 2018, 134')




Ai tempi in cui ero un assiduo lettore di fumetti di supereroi, nel corso delle parentesi mai troppo lunghe in cui mi dedicavo agli Avengers e agli eroi cosmici - i miei favoriti sono sempre stati i vigilantes "urbani" come Spider Man o Daredevil, o gli outsiders come gli X-Men e i mutanti in genere - non ho mai amato particolarmente il personaggio di T'Challa, Black Panther.
Ho sempre compreso il bisogno - soprattutto negli anni settanta, ma non solo - della Marvel di posizionare anche eroi che potessero essere riconosciuti dalla comunità afroamericana, eppure il sovrano di Wakanda mi dava l'impressione di essere troppo rigido, impostato, una sorta di versione molto seria di Capitan America - che è dire tutto - o di Iron Man privo dell'ironia e dell'aura da casinista.
Fortunatamente, non essendo mai stato un punto focale delle avventure degli Avengers, ho patito le sue caratteristiche decisamente poco, arrivando però al film a lui dedicato con un hype notevole, alimentato dalle recensioni entusiastiche raccolte oltreoceano - ma anche su diversi blog da queste parti -, dagli incassi pazzeschi che sta registrando in tutto il mondo, dalla presenza di Ryan Coogler dietro la macchina da presa - il ragazzo è davvero in gamba - e dall'ennesima tessera che dovrebbe comporre il grande puzzle costruito negli ultimi dieci anni nell'ambito del Marvel Cinematic Universe che dovrebbe portare all'esplosione di Infinity War.
Eppure, per quanto ben realizzato, con ottimi spunti di attualità - del resto, le questioni razziali purtroppo non passano mai di moda -, ben recitato e ritmato, sono passato attraverso Black Panther in modo abbastanza indifferente: so che in molti storceranno il naso a queste mie affermazioni - ma del resto, non mi sono mai preoccupato troppo di essere conciliante, e dopo La forma dell'acqua tutto pare una passeggiata -, ma l'impressione è effettivamente stata che l'intero film sia un ottimo compito realizzato ad arte ma privo di quella scintilla che fa appassionare ad una storia anche se non particolarmente originale - del resto, lo schema del fumetto di supereroi è, per detta dello stesso, mitico, Stan Lee, sempre lo stesso - e dell'ironia che aveva caratterizzato le ultime, riuscite produzioni legate al Cinematic Universe - dal secondo, bellissimo Guardiani della galassia a Thor: Ragnarok e Doctor Strange -, necessaria a non rendere questo tipo di titoli mattonazzi seriosi in pieno stile DC Comics.
Non che all'interno del lavoro di Coogler manchino le tamarrate, le botte e gli scontri sopra le righe, eppure fatta eccezione per un paio di interventi da applausi di M'Baku, prima rivale e dunque prezioso alleato di T'Challa, l'atmosfera della pellicola pare sempre piuttosto pesante, perfetta per rievocare nel sottoscritto i ricordi da lettore del charachter, che al contrario ha grandi potenzialità poco sfruttate: curioso come una produzione - per rimanere in stile "black" - come Cage, di qualità decisamente più bassa artisticamente parlando, sia riuscita in qualche modo a toccarmi di più rispetto a questa, che sulla carta ha davvero tutto - ed il successo riscosso lo prova, a conti fatti - per conquistare.
Sarà che l'anima di questo vecchio cowboy appartiene al popolo e non ai sovrani, ma nel corso della visione ho avuto l'impressione che qualcosa mancasse alla formula, e che il prendersi sul serio non è decisamente la strada giusta per questo tipo di pellicole - il difetto che riscontrai, ai tempi, in Age of Ultron -, specie considerando l'egregio lavoro che è stato fatto a mio parere su due personaggi ostici, distanti, freddi ed incazzati come Thor e Hulk, che ormai sono - curiosamente con Drax il Distruttore - l'anima comica del Cinematic Universe, o sull'austero Stephen Strange, che non avrei mai e poi mai pensato di vedere rappresentato come è stato reso da Cumberbatch.
Dunque, almeno al Saloon, questo celebratissimo e di successo Black Panther insieme al talentuoso Ryan Coogler sono per il momento rimandati - ma con fiducia - sperando che T'Challa si scuota una volta entrato nel calderone dell'Infinity War e che il regista di Fruitvale Station e Creed raccolga il testimone di grossi calibri come Spike Lee lasciandosi alle spalle la rabbia per fare spazio ad un approccio più aperto e, per usare un termine che alla Pantera è caro, "vibrante".




MrFord




lunedì 18 gennaio 2016

Creed - Nato per combattere

Regia: Ryan Coogler
Origine: USA
Anno: 2015
Durata:
133'



La trama (con parole mie): sono ormai passati decenni dalle mitiche battaglie sul ring tra Apollo Creed ed il suo più grande rivale, Rocky Balboa.
Il giovane Adonis, nato da una scappatella dello stesso Apollo, cresciuto entrando ed uscendo dal riformatorio, vissuto cercando di non fare affidamento sul suo cognome e deciso ad intraprendere una carriera nel pugilato professionistico, finisce per chiedere consiglio e guida proprio al vecchio Rocky, ormai quasi rifugiato nel ristorante che porta il nome della sua defunta moglie, lontano dal figlio trasferitosi in Canada e perduto il cognato e migliore amico Paulie.
Il rapporto tra le vite dei due combattenti, cementato dalla voglia di riscatto e dalla sofferenza - pur se a diversi livelli - porterà entrambi a confrontarsi con se stessi, il tempo trascorso e quello che ancora andrà vissuto.










Mi capita raramente, quantomeno quando guardo un film, di mettermi alla tastiera e non sapere davvero cosa scrivere.
Di norma, soprattutto nel momento in cui mi trovo di fronte un titolo in grado di toccare le corde giuste, sento di poter recensire praticamente ad occhi chiusi.
Ma nonostante tutti gli anni di formazione tra Classici e Cinema d'autore, registi di culto e pellicole imperdibili, non avrò mai difese abbastanza forti per una pellicola come Creed, almeno quanto non le ho avute, ormai quasi dieci anni fa, per Rocky Balboa.
Questo perchè, sia per generazione, per caso o per chissà cos'altro, con la saga dello Stallone Italiano ci sono cresciuto: quando ero piccolo, un pò per l'anno di nascita, un pò per quello che vede ogni bambino rispetto al proprio genitore, identificavo in Stallone mio padre, con quella tranquillità esteriore scambiata per l'atteggiamento di qualcuno che arriva sempre un secondo in ritardo, e lo spirito di sacrificio che chiunque abbia praticato o pratichi sport ben conosce.
Con la sua bicicletta, ho "visto" cadere ed ascoltato i racconti delle cadute stesse del mio vecchio migliaia di volte, ed ogni sabato e domenica mattina, come se niente fosse, lo vedevo rimontare in sella, incurante del fatto che sarebbe potuto accadere ancora.
Ho visto estranei riportare a casa il "mezzo", lo sono andato a trovare in ospedale, ho "gioito" quando, nell'autunno dell'ottantotto, si sbriciolò la clavicola destra e rimase a casa tre mesi, e guardammo insieme tutta la prima serie di Ken il guerriero, ho ricevuto la sua chiamata nel duemilasette, poco prima di andare a vivere con Julez, tornando una mattina proprio da casa della mia futura signora, quando all'ennesimo incidente mi disse "Sono al pronto soccorso, sto bene, aspetta a dirlo alla mamma".
Negli ultimi mesi mio padre, per la prima volta, ha mostrato di stare invecchiando: il glaucoma lo sta tenendo lontano dai pedali, ed ho avuto in più di un'occasione il dubbio che possa non avere la scorza di mio nonno, che a novantadue anni ancora va avanti un passo alla volta, un round alla volta, un match alla volta.
La stessa che vorrei aver ereditato io.
E' invecchiato anche Stallone, e con lui Rocky, un eroe della mia infanzia, e non solo.
Rocky, il campione della gente comune, delle seconde possibilità, del "non fa male", del "non ho sentito la campana".
Creed, firmato dal giovane e promettente Coogler di Fruitvale Station ed interpretato dall'altrettanto giovane e promettente Michael B. Jordan, filtra i ricordi di quella straordinaria epoca attraverso la nuova mitologia del pugilato moderno, dei "Team", degli entourage, della stampa e dei "cloud" che non sono più nuvole, e lo fa con un piglio ed uno stile fantastici, da quello splendido combattimento girato in piano sequenza tra Creed e Sportino alla realtà del quartiere, che dalla folla di ragazzini di Rocky II si è tramutata in una gang dalle impennate facili.
Ma il protagonista, inutile dirlo, è sempre lui.
Quello che richiama la folla per la sola presenza all'angolo.
Che non tiene più il ring, fatica a reggere il ritmo del sacco veloce ed a salire i gradini di quell'ormai storica scalinata che, quando ancora non immaginavo niente di tutto questo, feci con mia madre nel corso dell'indimenticabile "gita" a Philadelphia: Rocky Balboa.
Per la prima volta, nonostante le goliardate con gli Expendables, la palestra e la chirurgia plastica, anche Sly mi è sembrato invecchiato.
E quando, nel faccia a faccia con Adonis, afferma di avere ormai tutto alle spalle, ed aver visto le persone che ha amato lasciarlo, una dopo l'altra, e che è invece il giovane di fronte a lui, ad avere la strada ancora tutta da percorrere, ho pensato a quanto fosse vero, e se fosse applicabile anche a me, che ho l'età che aveva Sly quando girò Rocky III - anche se sembro molto più giovane -, e la fortuna di guardare ogni giorno crescere il Fordino, e a quanto ci possa essere di autobiografico nelle frasi che pronuncia lo Stallone Italiano, specie quando viene mostrata una foto probabilmente risalente agli anni ottanta di lui con il figlio Sage - reale e sullo schermo, in Rocky V - in cui pare separarsi la realtà della narrazione - con Robert Junior trasferitosi a Vancouver dopo aver scelto una vita completamente diversa da quella del padre - da quella della vita - Sly ha perso il figlio Sage, vissuto probabilmente sempre all'ombra della fama del genitore, pochi anni fa - con due frasi da brividi, che passano dal "non ha mai amato combattere" a "non gli piaceva Philadelphia, e probabilmente gli pesava essere il figlio di Rocky".
Il Tempo è davvero un gran figlio di puttana.
Più di quanto non possa esserlo qualsiasi avversario potremo combattere nella vita.
Perchè non lascia scampo a nessuno.
Asciugamani gettati o match combattuti fino all'ultimo round, e persi ai punti, non potremo mai vincere, con lui.
Il Tempo vince anche con i nostri miti.
Vince con Rocky Balboa, che da bambino guardavo battagliare sul ring come se fosse immortale.
Vince con i nostri padri, che sono le leggende sulle quali finiamo per poggiare le fondamenta delle nostre vite.
Vince con noi, anche se non vogliamo ammetterlo, e pensiamo che lotteremo con i pugni stretti e sollevati fino all'ultimo giorno.
Ma non importa.
Siamo qui per combattere, e per vivere.
Sono qui per vedere Stallone regalare la migliore interpretazione della sua carriera.
E sperare in un assolutamente fantascientifico ed insperato Oscar come Migliore attore non protagonista dopo l'altrettanto incredibile vittoria ai Globes.
Sono qui per stare accanto a mio padre. Bicicletta o no. Sperando gli vada di pedalare il più possibile.
Sono qui per vendere cara la mia pelle.
Un passo dopo l'altro, un round dopo l'altro.
E non sono ancora pronto ad andare al tappeto.
O a smettere di emozionarmi per le imprese di Rocky sul grande schermo.
Con mio padre, da solo, o con i miei figli.
Un eredità.
Quella che ci ha lasciato Stallone.
Quella che ci continuerà a lasciare Rocky.
Quella di Creed.




MrFord




"Time will not allow you to stand still, no
silence breaks the heart and bends the will
and things that give deep passions are your sword
rules and regulations have no meaning anymore."
John Cafferty - "Hearts on fire" -





giovedì 14 gennaio 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): l'inizio di questo duemilasedici, dopo lo shock di Zalone, è diventato molto promettente e soprattutto decisamente fordiano. Dopo la vittoria ai Globes di Stallone e gli ottimi Carol e La grande scommessa, ecco una nuova settimana di uscite decisamente più vicine al Saloon ed al suo spirito che non a quel pusillanime del mio co-conduttore di rubrica, Cannibal Creed.
Chissà cosa accadrà quando i due rivali per antonomasia della blogosfera si confronteranno su alcuni dei titoli più attesi della corsa agli Oscar?



"Ogni volta che porto Cannibal a fare una gita all'aperto finisce sempre allo stesso modo!"

Creed - Nato per combattere


"Devi fingere che sia la faccia di Cannibal. Così andrai molto meglio."
Cannibal dice: Vi posso già svelare in anteprima mondiale come sarà la recensione di Creed - Nato per combattere, lo spinoff della saga di Rocky. La mia? No, la mia sarà una sorpresa. Vi posso rivelare quella di WhiteRussian, in cui il film si beccherà 3 bicchieri, o più probabilmente 3 e mezzo, o magari se Ford vorrà esagerare persino 4, e in cui si parlerà con toni nostalgici del tempo che passa, del rapporto padre/figlio più ancora di quello allievo/maestro, di come Sylvester Zalone sia secondo Ford l'attore più sottovalutato della Storia del Cinema e il tutto sarà accompagnato da un nuovo header realizzato per l'occasione.
Chissà se, dopo questa rivelazione in anteprima, Ford stanotte correrà a modificare la sua recensione giusto per smentirmi...
Ford dice: il buon Peppa Creed, allievo di Sylvester Fordone, avrà azzeccato la sua predizione rispetto alla recensione fordiana dell'attesissimo nuovo film dedicato a Rocky Balboa mascherato da film dedicato al figlio del mitico Apollo?
Qualche giorno di pazienza, e lo saprete.
Nel frattempo, continuo i miei festeggiamenti per la vittoria meritatissima del Globe da parte di Sly.


Revenant - Redivivo
"Basta, Ford, va bene! Non lo porto più Cannibal con noi in gita!"
Cannibal dice: Se Creed - Nato per combattere è senza dubbio la visione fordiana della settimana, Revenant - Redivivo diretto da Alejandro González Iñárritu e interpretato da Leonardo DiCaprio, due beniamini dalle mie parti, dovrebbe essere una visione parecchio più cannibale. L'ambientazione western e la storia di sopravvivenza potrebbero però pure in questo caso rivelarsi più fordiane...
Chissà quali reazioni avrà provocato la visione del film trionfatore dei Golden Globe 2016 nei due blogger pseudo rivali?
Lo scopriremo presto con le loro recensioni.
Ford dice: per quanto firmato da Inarritu ed interpretato da DiCaprio, Revenant racconta una vicenda decisamente fordiana, fatta di uomini duri, West, ferite aperte e tutte quelle cose che non c'entrano un bel nulla con quel pusillanime di Cannibal.
Dopo la diatriba legata a Birdman, riuscirà Inarritu a mettere finalmente d'accordo i due bloggers più nemici della blogosfera?
A breve la risposta.


La corrispondenza
"Ora mostro a quell'antiquato di Ford come si usa una webcam!"
Cannibal dice: Se c'è un italiano sopravvalutato quello non è Ford, lui arriva dal vecchio West americano o almeno così crede e poi non può essere considerato sopravvalutato, visto che nessuno gli dà più valore di due lire. L'italiano più sopravvalutato, almeno tra i registi, di cui parlo è Giuseppe Tornatore. Questo nuovo film con un cast internazionale magari non sarà nemmeno troppo malvagio, ma quasi certamente sarà molto... sopravvalutato.
Ford dice: ho sempre considerato Tornatore un regista tremendamente sopravvalutato, il classico cineasta italiano che tanto piace all'Academy e che di norma da queste parti si prende fior di bottigliate.
Eppure, l'ultimo La migliore offerta non mi era dispiaciuto, dunque potrei addirittura concedere una visione, considerato che Creed e Revenant sono già passati dal Saloon.


Il labirinto del silenzio
"Mi avevano detto che Ford era all'antica, ma non pensavo così tanto!"
Cannibal dice: Il candidato tedesco agli Oscar quest'anno sarebbe dovuto essere l'ottimo Victoria che però è stato squalificato dal rigido regolamento dell'Academy, poiché contiene molti dialoghi in inglese e quindi non può essere considerato tecnicamente un film in lingua straniera. E così si è optato per il più tradizionale Il labirinto del silenzio, pellicola storica sulla Germania post Seconda Guerra Mondiale diretta dall'italo-tedesco Giulio Ricciarelli. Il rischio è quello di trovarsi di fronte a un film troppo perfettino e accademico, ma una visione credo la meriti comunque.
Ford dice: considerato l'argomento, una visione ci starebbe comunque, specie ora che siamo nel periodo del Giorno della Memoria.
Peccato, però, che qui si senta puzza di ruffianata quasi quanto su Pensieri Cannibali si sente di radical chic.


Daddy's Home
Cannibal Creed e Sylvester Fordone alle prese con l'ennesima discussione cinematografica.
Cannibal dice: A completare una settimana dai toni molto fordiani, arriva pure una commedia potenzialmente da WhiteRussian con Mark Wahlberg e Will Ferrell. Sperando si possa rivelare meglio de I poliziotti di riserva e augurandomi che Ferrell si sia ripreso dopo le ultime pellicole non troppo entusiasmanti, chissà che non si riveli anche una bella cannibalata come si deve.
Ford dice: a chiudere una settimana inaspettatamente fordiana una commedia da neuroni spentissimi che potrebbe rinverdire i fasti de I poliziotti di riserva, e che da queste parti potrebbe regalare momenti spassosi in compagnia di una bella dose di White Russian.
Alla facciazza di Peppa Creed, che potrà sempre e soltanto essere l'allievo incapace di superare il maestro Fordone.


lunedì 14 settembre 2015

Fantastic 4 - I Fantastici Quattro

Regia: Josh Trank
Origine: USA, Germania, UK, Canada
Anno:
2015
Durata: 100'






La trama (con parole mie): Reed Richards, fin dalla più tenera età, ha sempre mostrato di essere un genio assoluto della scienza, di quelli che nascono, quando al mondo va di fortuna, una volta ogni secolo. Cresce affiancato dall'inseparabile amico Ben Grimm, fino a quando, ancora alle superiori, viene avvicinato da Franklin Storm, che con i figli Johnny e Sue è legato a doppio filo a sperimentazioni sui viaggi dimensionali.
Al lavoro accanto all'unico altro giovane dotato quanto lui, Victor Von Doom, Reed affinerà le sue abilità fino a guidare una missione d'esplorazione dall'altra parte del confine che ha sempre sognato di superare: peccato che, proprio a seguito della stessa, tutti i membri del team finiscano per subire modifiche fisiche che cambieranno le loro vite per sempre.
E mentre Victor risulterà disperso nella dimensione ignota, Reed tornerà dopo aver acquisito la capacità di allungarsi ed un'elasticità incredibile, Johnny potrà prendere fuoco e volare, Sue diventare invisibile ed operare sui campi di forza mentre Ben, mutato in un essere enorme fatto di roccia, diverrà un concentrato di forza bruta.
Cosa accadrà quando dovranno non solo coesistere, ma anche affrontare l'ordine costituito che li vorrebbe pienamente al suo servizio ed il redivivo Victor, anch'egli dotato di terrificanti poteri?









Non ho mai amato particolarmente, da accanito lettore di fumetti, i Fantastici Quattro.
Le loro storie, per quanto affascinanti, hanno sempre portato in dote una componente spiccatamente sci-fi e cosmica che poco si addiceva, ai tempi, alla mia ricerca di eroi urbani e "con superproblemi" come Daredevil o Spider Man, e a parte il personaggio della Cosa, con i suoi tormenti legati all'aspetto fisico contrapposti ad un carattere burbero in pieno stile Bud Spencer dei tempi d'oro, non mi sono mai sentito particolarmente coinvolto dagli altri tre membri originali della squadra.
Quando, poi, in sala giunsero i due lungometraggi targati Fox dedicati al quartetto, pensai di aver fatto più che bene la mia scelta: negli anni dell'Uomo Ragno di Raimi e degli X-Men di Singer, infatti, i Fantastici Quattro cinematografici, con o senza Silver Surfer, risultarono quantomeno imbarazzanti.
Il tempo è passato, io ho abbandonato la lettura degli albi e l'Universo Ultimate - che fondamentalmente ripropone eroi classici in versioni moderne e rivisitate - ha rilanciato team come quello di Richards e soci, portando la grande M a tentare un nuovo esperimento su grande schermo per il gruppo creato da Stan Lee e Jack Kirby: il risultato, almeno sulla carta, è stato disastroso quanto il precedente.
Recensioni pessime oltreoceano affiancate da incassi che superano a malapena il budget stimato, nonostante un sequel previsto per il duemiladiciassette - che, considerato il finale, pare quasi d'obbligo -, infatti, parevano confermare la maledizione pronta a colpire lo storico quartetto in ogni sua incarnazione su grande schermo.
Qui al Saloon, lo ammetto in tutta onestà, ci si aspettava molto peggio, e personalmente credo che il risultato - insoddisfacente, sia chiaro - finale sia legato principalmente ai numerosi problemi in fase di produzione avuti dalla pellicola: pare, infatti, che la direzione presa da Josh Trank - regista del promettente Chronicle - non fosse di particolare gradimento a finanziatori e distrubitore, che dunque sarebbero "corsi ai ripari" facendo riscrivere in corsa la parte conclusiva.
In effetti, a conti fatti, la prima metà del film risulta essere addirittura quasi piacevole, frutto di un discreto lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi volta a presentarli, di fatto, anche ad un pubblico a digiuno degli stessi charachters: peccato che, proprio a partire dalla conquista dei poteri dei quattro, tutto si evolva e risolva nel tipico prodotto da multisala nel weekend tagliato con l'accetta e schiavo delle regole che il mercato della settima arte legata ai supereroi impone.
Un vero spreco, considerato l'uomo dietro la macchina da presa ed un cast di "nuove leve" decisamente interessante, un villain tra i più importanti del panorama dei comics - il Dottor Destino - e la possibilità di approfondire con un certo criterio le diversità di ogni membro del team: in questo senso non riesco a capire per quale ragione un obbrobrio come Transformers 4 debba necessitare di quasi tre ore e questo Fantastic 4 di un'ora e mezza e poco più.
Misteri della grande produzione e distribuzione.
Archivata la consapevolezza di avere assistito ad uno spettacolo assolutamente dimenticabile, comunque, resta la perplessità di fronte alle critiche feroci ricevute da un film che, di fatto, non le meritava, o quantomeno non così clamorose come sono piovute perfino in ambienti profondamente mainstream come IMDB.
Resta da pensare se valga davvero la pena di investire sugli F4 per un sequel o abbandonare definitivamente un brand che pare maledetto, sperando in questo caso di non incontrare mai la Cosa pronta a gridarci in faccia:" E' tempo di distruzione!"





MrFord





"It's been a hard day's night, and I'd been working like a dog
it's been a hard day's night, I should be sleeping like a log
but when I get home to you I find the things that you do
will make me feel alright owww."
The Beatles - "A hard day's night" - 





martedì 30 settembre 2014

That awkward moment - Quel momento imbarazzante

Regia: Tom Gormican
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
94'




La trama (con parole mie): Jason, Daniel e Mikey sono tre amici inseparabili fin dai tempi dell'università, sempre pronti a spalleggiarsi l'un l'altro, che si tratti di rimorchiare o di passare il tempo tra alcool e videogiochi. Quando Mikey, l'unico ad essere sposato, viene lasciato dalla moglie, i tre promettono di rimanere single in modo da essere presenti e divertirsi il più possibile uscendo insieme: peccato che, non troppo tempo dopo, Jason conosca quella che pare proprio essere la ragazza dei suoi sogni, Daniel finisca a letto con la sua migliore amica e compagna di "rimorchi" Chelsea e Mikey tenti la strada della riconciliazione con la consorte, il tutto senza che nessuno sia partecipe di quello che sta accadendo agli altri.
Quando la situazione esploderà, non sarà messa alla prova soltanto l'amicizia dei tre, ma anche i rapporti che hanno cercato, in un modo o nell'altro, di costruire.








Con il passare degli anni resto sempre più convinto dell'idea che, almeno quanto per gli uomini le donne restino una sorta di oggetto misterioso, la situazione possa essere la stessa vista dall'altra parte - con le dovute proporzioni, considerato che, tendenzialmente, noialtri siamo decisamente più semplici e meno svegli -.
Ora, la visione di questo film mi ha portato a pensare di incentrare il post non tanto sul film stesso - che non dice, di fatto, niente di nuovo, ma lo fa con un buon approccio da commedia romantica indie che tutto sommato si fa voler bene, nonostante una conclusione decisamente poco coraggiosa, per esempio, se confrontata con cose più interessanti come Drinking buddies -, quanto su una delle grandi verità riguardanti l'Uomo inteso come genere: per quanto intenti a mostrare il lato forte, figo o simpatico del momento, decisi o timidi, pronti a scopare senza ritegno e fuggire come se ci si accorgesse di essere nel letto sbagliato - davvero niente male la partenza della storia tra Jason ed Ellie -, la verità è che il genere maschile è popolato da fighette.
E' una dura verità, ma che lo si dichiari oppure no, tutti noi sappiamo che è così.
Questo, principalmente, perchè soffriamo di dipendenza.
E di quella sbagliata, o quella giusta al momento sbagliato.
Spesso e volentieri, infatti, ci divertiamo a cucirci addosso un'aura da stronzi sciupafemmine quando, in realtà, non possiamo fare a meno di quel brivido, che sia caccia, contatto fisico, calore umano, sesso puro e semplice.
Ed allo stesso modo, finiamo per non riconoscere mai quanto, ed in modo molto femminile, ci scopriamo romantici, gelosi, pronti a coltivare gli stessi dubbi e porre le stesse domande che tanto, in condizioni di tranquillità, ci divertiamo a sbeffeggiare rispetto alla parte in rosa del mondo.
In questo senso, il lavoro di Tom Gormican - nonostante, come già sottolineato, il finale molto consolatorio e lo sviluppo chiaramente telefonato - ben sottolinea questo aspetto, sfruttando tre protagonisti in parte - devo ammetterlo, Zac Efron comincia addirittura quasi a piacermi, dopo Cattivi vicini e questo That awkward moment - ed una serie di situazioni tipiche del buddy movie bromantico da serata tra amici con fuochi d'artificio iniziali e sbronza malinconica di chiusura: in qualche modo, si potrebbe perfino pensare che l'intreccio sentimentale che fa da ossatura alla pellicola sia più legato all'amicizia che lega Jason, Daniel e Mikey piuttosto che alle storie che ognuno di loro vive nel corso di questi novanta minuti tutto sommato discretamente guardabili, considerati i limiti che una proposta di questo genere può per natura avere.
E attenzione: tutta la questione della verità sull'atteggiamento di noi pezzi d'uomini non è una grande rivelazione svelata all'universo femminile, quanto più una strizzata d'occhio con tanto di pacca sulla spalla a tutti i miei compagni di bevute del Saloon - un pò quello che accade tra il padre di Ellie e Jason alla festa "in costume" -.
Possiamo raccontarcela quanto vogliamo, ma non possiamo affatto prenderci per il culo.
Certo, ci sarà chi di noi finisce per rimorchiare di più, chi resterà legato ad una sola donna per tutta la vita, chi neppure a quella: ma sotto sotto, siamo tutti nella stessa barca.
Capaci di chiamare la compagna di riserva quando quella che ci piace davvero ci manda in bianco per poi tornare da lei con la coda tra le gambe, delle peggiori figure si possano fare, o anche solo immaginare: in realtà quel "dunque" preso tanto di mira dai tre impavidi - più o meno - eroi della pellicola è proprio dell'Uomo, che finge di non porsi domande e poi torna - o si butta - tra le braccia dell'amata neanche fosse di colpo salito sulla macchina del tempo e divenuto ancora una volta bambino.
Quello è il momento imbarazzante.
E la cosa curiosa è che a volte è proprio questa la goccia che fa traboccare il vaso rendendo possibile l'innamorarsi della donna della nostra vita.




MrFord




"Under a sky, no one else sees,
yourself appears in front of me
the sky clear, the sun hits, i'm here
waiting, what's happening.
the moment that you want is coming if you give it time."
The Horrors - "Still life" - 




mercoledì 19 marzo 2014

Prossima fermata: Fruitvale Station

Regia: Ryan Coogler
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
85'





La trama (con parole mie): Oscar Grant III, un ventiduenne dal passato problematico di Oakland, poco dopo le due del mattino del primo gennaio duemilanove fu freddato da un colpo di pistola sparato da un agente di polizia appartenente alla pattuglia intenta ad effettuare un fermo dello stesso Oscar e di alcuni suoi amici di ritorno dai festeggiamenti per l'ultimo dell'anno passato a San Francisco.
I passeggeri del treno sul quale i ragazzi viaggiavano ed i testimoni, filmando con i cellulari l'accaduto, portarono alle dimissioni dell'intera squadra di agenti, del capo della polizia e dell'accusa di omicidio - prima di primo, dunque colposo - del responsabile.
Questa è la storia delle ultime ventiquattro ore di vita di Oscar.








Il Destino è davvero una gran brutta bestia.
Da lostiano convinto dovrei esserci abituato, eppure continuo a pensare alla vita come ad una sorta di corsa contro il Tempo e le difficoltà che fin dal principio ci poniamo l'obiettivo di affrontare sperando di scappare proprio da Lui, maledetto bastardo.
Il fatto è che presto o tardi, ed in barba a qualsiasi regola, quello arriverà comunque.
E si prenderà quello che vorrà, senza fare complimenti.
Onestamente, non conoscevo la storia di Oscar Grant III, che probabilmente avrà avuto i suoi ultimi istanti di lucidità sulla banchina di una stazione della metropolitana della Bay Area - Fruitvale Station, per l'appunto - ed altrettanto probabilmente avrà pensato a sua figlia.
La prima cosa che mi è tornata alla mente già dal principio di questo film - che documenta fatti purtroppo accaduti realmente - è stata la morte di Carlo Giuliani: certo, il contesto è completamente diverso, la dinamica molto più chiara, le versioni quasi completamente concordi.
Eppure, l'assurdità e l'assoluta freddezza del suddetto Destino mi sono parse decisamente simili: due giovani dal passato difficile con un'intera vita davanti portati via da un colpo di pistola esploso da un agente, quasi della stessa età al momento della morte, entrambi divenuti simboli di lotta di un'intera comunità.
Fruitvale Station, pellicola d'esordio del giovane regista e sceneggiatore Ryan Coogler, riporta - sfruttando le due ottime interpretazioni di Michael B. Jordan, già noto per Friday night lights, ed Octavia Spencer, letteralmente fenomenale - le ultime ventiquattro ore di vita di Oscar, impegnato a battersi con i suoi demoni rispetto all'idea di tornare a spacciare erba - occupazione che aveva causato la sua detenzione non troppo tempo prima -, di trovarsi un lavoro legale, rimettere a posto le cose con la famiglia e vedere gli amici per festeggiare l'ultimo dell'anno.
Mettendo per un momento da parte i riconoscimenti - più che giusti - ottenuti al Sundance, occorre sfatare ogni dubbio ed affermare che Fruitvale Station è un film che non lesina colpi bassi: a partire dall'agghiacciante apertura - che sfrutta un filmato reale del fatidico momento che costò la vita ad Oscar - fino alla conclusione - anche in questo caso legata a riprese di non fiction -, troviamo tutti gli ingredienti capaci di sconvolgere, commuovere, colpire ed indignare lo spettatore che, seppur non sfruttati con la tipica ruffianeria dei prodotti mainstream, rendono l'idea di quello che Coogler desiderava portare a compimento con il suo lavoro: commuovere il mondo attraverso la storia di un ragazzo morto davvero per nulla, a causa di un abuso di potere sconvolgente e terribile.
E sia che lo si veda attraverso gli occhi della madre di Oscar - credo che nessun genitore, in nessuna occasione e tantomeno per cause come questa vorrebbe trovarsi dall'altra parte di un vetro per il riconoscimento del cadavere del proprio figlio, impossibilitato perfino a toccarlo a causa delle indagini in corso -, sia attraverso quelli della figlia - splendida la chiusura muta sotto la doccia, taglio che non aggiunge parole altrimenti superflue ad una perdita enorme -, il risultato è un misto di lacrime e denti stretti, che vorrebbe una punizione ben superiore agli undici mesi che sono stati stabiliti per l'agente responsabile della morte del ragazzo - che ottenne il ridimensionamento dell'accusa da omicidio di primo grado a colposo nel momento in cui dichiarò di aver confuso il taser con la pistola -.
Destino o no, è sempre terribile pensare che ogni volta in cui salutiamo qualcuno dei nostri cari potrebbe essere l'ultima in cui li vediamo vivi, o viceversa.
E se il concetto non è concepibile in generale, figurarsi per tutti coloro che avrebbero ancora una vita da vivere.
Un applauso, dunque, a Ryan Coogler, che non ha dimenticato, e ha fatto conoscere al mondo una storia che si spera possa non ripetersi.
Uno ad Oscar Grant III.
Ed uno a sua figlia Tatiana.
Oggi è la Festa del papà, e sono sicuro che il suo vecchio apprezzerebbe.



MrFord



"So I'm taking the Mr.
from out in front of your name
cause it's a Mr. like you
that puts the rest of us to shame
it's a Mr. like you
that puts the rest of us to shame."
Ben Harper - "Excuse me Mr." - 



lunedì 14 maggio 2012

Chronicle

Regia: Josh Trank
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 84'



La trama (con parole mie): Andrew, Matt e Steve sono tre liceali dai destini apparentemente molto diversi. Il primo è un ragazzo timido e chiuso, un weird guy dalla madre morente ed il padre ex pompiere violento e alcolizzato, il secondo il cugino cool del primo, sempre pronto a spronare il brutto anatroccolo della famiglia a tirarsi fuori dal guscio anche per farsi bello.
Il terzo, invece, è il tipico vincente: candidato rappresentante d'istituto, sportivo, di successo a scuola e con le ragazze.
Quando, nel corso di un rave, una misteriosa scoperta regala loro dei superpoteri legati alla telecinesi, i ragazzi divengono inseparabili, e si esercitano documentando il tutto su videocamera affinando sempre più le loro abilità, passando dall'assemblare comunissimi Lego per arrivare a volare e progettare di viaggiare in tutto il mondo.
Ma "da un grande potere derivano grandi responsabilità", e sarà proprio questo l'inizio del disastro.





Sono passati ormai dieci anni tondi tondi dall'esordio cinematografico dello strabiliante primo Spider Man firmato Sam Raimi, quello che fu la pietra angolare di una vera e propria rivoluzione nell'ambito dei film di supereroi: dall'esplosione della Marvel culminata con il recente Avengers ai celebratissimi Batman targati Christopher Nolan, il genere ha originato un vero e proprio boom in grado di portare alla realizzazione di pellicole "contro" come Kickass e Super e molti titoli decisamente poco degni anche e soprattutto di una distribuzione su larga scala.
Anche il piccolo schermo ha reso omaggio al concetto di supereroe, dalla meteora Heroes al mitico - almeno per le prime due stagioni - Misfits, cercando nel suo piccolo di innovare una tradizione che rischiava di divenire stantìa e poco stimolante per autori e spettatori.
E' proprio da quest'ultimo che prende spunto Josh Trank - giovanissimo regista da tenere d'occhio, classe 1985 - per questo suo Chronicle, che pare mescolare le idee della corrente alternativa della sci-fi in stile District 9 con l'irriverenza di Nathan e soci: partendo dall'idea del finto documentario - tutto è girato con la camera a spalla come fosse una ripresa amatoriale, in bilico tra il fastidio che questo approccio può provocare nello spettatore ed idee metacinematografiche notevoli come il dialogo tra Andrew e la madre in cui il ragazzo risponde alla domanda "Chi ci sta guardando?" con "Milioni di persone in tutto il mondo, mamma": geniale - il regista ci porta a riflettere sull'annosa questione del "da grandi poteri derivano grandi responsabilità" che fece la fortuna proprio dei personaggi Marvel - i cosiddetti "supereroi con superproblemi" - mostrando l'effetto che l'essere di fatto superuomini può avere su tre adolescenti diversi tra loro, legati proprio dal potere acquisito da un'amicizia tanto stretta quanto potenzialmente rischiosa.
Interessante, in questo senso, vedere la nuova condizione dei tre giovani influenzarli ribaltando di fatto quelli che sono i loro ruoli all'interno della spesso crudele società dell'high school portando Andrew ad una progressiva esplosione dovuta alla rabbia accumulata in anni di soprusi vissuti tra le mura domestiche e quelle della scuola, più forte anche della meraviglia per le abilità acquisite e della vicinanza di Matt e Steve, il primo più attento a contenere e responsabilizzare gli altri due ed il secondo stregato dall'aspetto ludico dei suoi poteri - tutti e tre gli interpreti, giusto per non farsi mancare nulla, funzionano e anche bene -.
Se, però, da un lato la sceneggiatura non brilla per originalità spiccata - fin dal principio abbiamo chiara l'escalation che minerà la solidità del gruppo - e specialmente nella seconda parte tende a perdersi almeno in parte e la regia spesso appare confusionaria - non tutti sono in grado di realizzare cose pregevoli con lo stile da mal di mare del mockumentary -, il comparto tecnico è davvero notevole, dalla messa in scena - il production designer, del resto, è Stephen Altman, figlio del grande Robert - agli effetti, assolutamente prodigiosi sia nella resa dei poteri dei ragazzi sia sulle conseguenze degli stessi rispetto all'ambiente circostante.
La cosa più interessante, però, è e resta la riflessione che l'intera pellicola stimola nello spettatore, quasi ci trovassimo di fronte ad una versione più matura - nonostante l'età dei protagonisti - e decisamente meno sguaiata e tamarra di Hancock, in cui personaggi con talenti ed abilità straordinarie trovano in loro stessi i nemici peggiori che potrebbero esistere, schiacciati dalla consapevolezza di essere arrivati - come riflette lo stesso Andrew - ad un nuovo stadio evolutivo.
Come se non bastasse, la sensazione di vuoto di cui si parla dai tempi della famigerata generazione x pare trovare terreno fertile in questi figli del nuovo millennio soffocati dal concetto di reality e da social network sempre più "in presa diretta", senza avere un indirizzo preciso sul quale puntare le proprie giocate, se non la fuga - il filo conduttore del viaggio fino ai confini del mondo da loro conosciuto, il Tibet, in cui monaci imparano a governare se stessi grazie alla meditazione e alla ricerca della pace interiore -.
Niente di nuovo sotto il sole, eppure un niente di nuovo che ribolle energia e voglia di spaccare tutto, quasi il regista volesse ricordarci quello che si prova quando ci si affaccia sulla vita da adulti - con tutti i suoi pro e contro - e si crede di poter controllare tutto: il fatto è che non esiste alcun potere in grado di permetterci di controllare davvero soprattutto noi stessi.
E Andrew, Matt e Steve, con i loro scherzi ed i loro voli a perdifiato, sono i primi a (non) saperlo.
Come tutti i ragazzi della loro età.


MrFord


"The faster we're falling,
we're stopping and stalling.
we're running in circles again
just as things were looking up
you said it wasn't good enough.
but still we're trying one more time."
Sum 41 - "In too deep" -


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