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lunedì 17 dicembre 2018

White Russian's Bulletin



Ci stiamo avvicinando alla fine dell'anno e alle consuete classifiche che, a questo giro, risulteranno particolarmente difficili da compilare considerato che nel corso degli ultimi dodici mesi le visioni sono state clamorosamente più contenute numericamente rispetto alle edizioni precedenti dei Ford Awards e che il duemiladiciotto non sarà certo ricordato come il migliore della Storia del Cinema. Ad ogni modo qui al Saloon si cerca di riprendere un certo ritmo, tra ripescaggi, esperimenti e rispolverate di vecchi classici.


MrFord


LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS (Joel&Ethan Coen, USA, 2018, 133')

La ballata di Buster Scruggs Poster


I Coen sono da sempre una garanzia, qui al Saloon, e nel corso della loro carriera le delusioni sono state poche e di poco conto se confrontate a tutti i cult che hanno sfornato e che ancora oggi fanno parte del mio personale "greatest hits" della settima arte: questo La ballata di Buster Scruggs, antologia di sei storie che rievocano i miti del West e della Frontiera, nato per Netflix - destinato a mio parere come tutti i network di questo genere a prendere progressivamente il posto dei distributori da sala - è una conferma di quella garanzia.
Con ironia, violenza, poesia ed il tocco grottesco che è sempre stato la loro firma, i Coen portano sullo schermo un vero e proprio gioiellino che parte con il fantastico La ballata di Buster Scruggs e cavalca poi attraverso polvere, sangue, amori mai consumati, solitudine, oro inseguito, perso e ritrovato, in una vera e propria antologia di un mondo, quello del vecchio West, che era più spesso crudele che non luminoso e mitico come si è portati a pensare.
L'ombra della Morte aleggia, più o meno pesantemente, su tutti i personaggi, e l'impressione è che, anche nelle storie più tristi, ci sia sempre il pensiero che, per dirla come lo Straniero, "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te": sta a noi, almeno in una certa misura, decidere come affrontare anche la parte peggiore e inevitabile.




BEVERLY HILLS COP (Martin Brest, USA, 1984, 105')

Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills Poster


Nel pieno di un sabato pomeriggio da famiglia, giochi con i Fordini e voglia di relax a mille non c'è niente di meglio di un recupero d'annata - anche se, lo ammetto, clamorosamente fuori stagione -: Eddie Murphy ai tempi della mia infanzia era uno degli idoli indiscussi dell'allora casa Ford - insieme a Bill Murray -, complice la faccia da culo e la sfrontatezza che da bambino sognavo di arrivare a sfoggiare al posto della timidezza.
Beverly Hills Cop, a trentaquattro anni dalla sua uscita, ancora regala perle a profusione, e benchè risulti assolutamente lineare nello svolgimento - quasi scolastico, direi - risulta uno degli esempi più riusciti dell'action pop anni ottanta, funziona dall'inizio alla fine e diverte ad ogni visione, sia essa la prima - come nel caso dei Fordini - o la chissàquantesima - come nel caso del sottoscritto -.




MOWGLI - IL FIGLIO DELLA GIUNGLA (Andy Serkis, UK/USA, 2018, 104')

Mowgli - Il figlio della giungla Poster


Sempre restando nell'ambito "weekend prenatalizio passato in casa cercando di rilassarsi il più possibile e farsi prendere in ostaggio dai piccoli della tribù" Netflix ha fornito un'altra visione perfetta per i pomeriggi di gioco sul tappeto, nonchè la sua risposta alla versione live action de Il libro della giungla diretta non troppo tempo fa da Jon Favreau: in questo caso dietro la macchina da presa ritroviamo l'ex Gollum Andy Serkis, che sarà pure un buon caratterista ma che non riesce a dare il piglio di Favreau alla vicenda, forse più in linea con l'originale scritto di Kipling rispetto alla controparte disneyana ma in qualche modo un pò troppo rapida nell'evoluzione e nello svolgimento.
L'impressione, a prescindere dal fascino dei luoghi e degli animali - che come al solito hanno ipnotizzato i Fordini -, è che si sia trattato di una "compressione", quasi come se una stagione di una serie fosse compattata in un film da poco più di un'ora e mezza.
Peccato, perchè i temi trattati sono evergreen, così come i personaggi, eppure la sensazione è che manchi davvero qualcosa, prima fra tutte la meraviglia che stava dietro ai vecchi cartoni animati ma anche alle nuove frontiere dei vari "Vita di Pi".



lunedì 12 marzo 2018

Black Panther (Ryan Coogler, USA, 2018, 134')




Ai tempi in cui ero un assiduo lettore di fumetti di supereroi, nel corso delle parentesi mai troppo lunghe in cui mi dedicavo agli Avengers e agli eroi cosmici - i miei favoriti sono sempre stati i vigilantes "urbani" come Spider Man o Daredevil, o gli outsiders come gli X-Men e i mutanti in genere - non ho mai amato particolarmente il personaggio di T'Challa, Black Panther.
Ho sempre compreso il bisogno - soprattutto negli anni settanta, ma non solo - della Marvel di posizionare anche eroi che potessero essere riconosciuti dalla comunità afroamericana, eppure il sovrano di Wakanda mi dava l'impressione di essere troppo rigido, impostato, una sorta di versione molto seria di Capitan America - che è dire tutto - o di Iron Man privo dell'ironia e dell'aura da casinista.
Fortunatamente, non essendo mai stato un punto focale delle avventure degli Avengers, ho patito le sue caratteristiche decisamente poco, arrivando però al film a lui dedicato con un hype notevole, alimentato dalle recensioni entusiastiche raccolte oltreoceano - ma anche su diversi blog da queste parti -, dagli incassi pazzeschi che sta registrando in tutto il mondo, dalla presenza di Ryan Coogler dietro la macchina da presa - il ragazzo è davvero in gamba - e dall'ennesima tessera che dovrebbe comporre il grande puzzle costruito negli ultimi dieci anni nell'ambito del Marvel Cinematic Universe che dovrebbe portare all'esplosione di Infinity War.
Eppure, per quanto ben realizzato, con ottimi spunti di attualità - del resto, le questioni razziali purtroppo non passano mai di moda -, ben recitato e ritmato, sono passato attraverso Black Panther in modo abbastanza indifferente: so che in molti storceranno il naso a queste mie affermazioni - ma del resto, non mi sono mai preoccupato troppo di essere conciliante, e dopo La forma dell'acqua tutto pare una passeggiata -, ma l'impressione è effettivamente stata che l'intero film sia un ottimo compito realizzato ad arte ma privo di quella scintilla che fa appassionare ad una storia anche se non particolarmente originale - del resto, lo schema del fumetto di supereroi è, per detta dello stesso, mitico, Stan Lee, sempre lo stesso - e dell'ironia che aveva caratterizzato le ultime, riuscite produzioni legate al Cinematic Universe - dal secondo, bellissimo Guardiani della galassia a Thor: Ragnarok e Doctor Strange -, necessaria a non rendere questo tipo di titoli mattonazzi seriosi in pieno stile DC Comics.
Non che all'interno del lavoro di Coogler manchino le tamarrate, le botte e gli scontri sopra le righe, eppure fatta eccezione per un paio di interventi da applausi di M'Baku, prima rivale e dunque prezioso alleato di T'Challa, l'atmosfera della pellicola pare sempre piuttosto pesante, perfetta per rievocare nel sottoscritto i ricordi da lettore del charachter, che al contrario ha grandi potenzialità poco sfruttate: curioso come una produzione - per rimanere in stile "black" - come Cage, di qualità decisamente più bassa artisticamente parlando, sia riuscita in qualche modo a toccarmi di più rispetto a questa, che sulla carta ha davvero tutto - ed il successo riscosso lo prova, a conti fatti - per conquistare.
Sarà che l'anima di questo vecchio cowboy appartiene al popolo e non ai sovrani, ma nel corso della visione ho avuto l'impressione che qualcosa mancasse alla formula, e che il prendersi sul serio non è decisamente la strada giusta per questo tipo di pellicole - il difetto che riscontrai, ai tempi, in Age of Ultron -, specie considerando l'egregio lavoro che è stato fatto a mio parere su due personaggi ostici, distanti, freddi ed incazzati come Thor e Hulk, che ormai sono - curiosamente con Drax il Distruttore - l'anima comica del Cinematic Universe, o sull'austero Stephen Strange, che non avrei mai e poi mai pensato di vedere rappresentato come è stato reso da Cumberbatch.
Dunque, almeno al Saloon, questo celebratissimo e di successo Black Panther insieme al talentuoso Ryan Coogler sono per il momento rimandati - ma con fiducia - sperando che T'Challa si scuota una volta entrato nel calderone dell'Infinity War e che il regista di Fruitvale Station e Creed raccolga il testimone di grossi calibri come Spike Lee lasciandosi alle spalle la rabbia per fare spazio ad un approccio più aperto e, per usare un termine che alla Pantera è caro, "vibrante".




MrFord




venerdì 5 settembre 2014

Apes revolution - Il pianeta delle scimmie

Regia: Matt Reeves
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
130'
 




La trama (con parole mie): dieci anni dopo il volontario esilio nelle foreste della California di Caesar e delle sue scimmie, il genere umano è falcidiato da un'epidemia che riduce i superstiti in nuclei speranzosi di ritrovare qualche segno della civiltà cui appartenevano. Nel frattempo, per il leader dei primati, si è consolidato un regno di equilibrio e di potere che l'ha accompagnato alla maturità e alla guida non solo dei suoi simili, ma anche di una famiglia.
Quando un gruppo di ricercatori umani si addentrano nella foresta divenuta la casa del popolo delle scimmie per riattivare una centrale idroelettrica che potrebbe garantire energia ai sopravvissuti, l'aggressivo ed inaffidabile Koba, braccio destro di Caesar, ordisce un piano per rovesciare il suo leader e scatenare una nuova guerra tra uomini e primati: riusciranno il capo della spedizione Malcolm con la sua famiglia e lo stesso Caesar a mettere fine al terrore originato da Koba o sarà l'inizio di una nuova tragedia per la Terra?







La distopia futuristica è da sempre un tema pronto a trovare terreno fertile al Saloon, che si parli di Letteratura o di Cinema: dai tempi delle prime letture di Matheson fino a I figli degli uomini, il futuro prossimo reso sempre meno vivibile a seguito degli errori - e degli orrori - dell'Uomo ha sempre esercitato un fascino unico, sul sottoscritto, tanto da spianare la strada a proposte che, altrimenti, avrei volentieri accantonato.
Una di queste fu senz'altro L'alba del pianeta delle scimmie, reboot di un brand assolutamente storico tornato alla ribalta un paio d'anni or sono con una produzione dal doppio volto, una convincente prima parte unita ad una più canonica e meno incisiva seconda: proprio a questa si aggancia il nuovo capitolo dell'epopea del protagonista Caesar - uno straordinario, come sempre in questi ruoli, Andy Serkis, che continuo a considerare un professionista incredibile, e che meriterebbe un riconoscimento per la specializzazione che ha portato avanti dai tempi di Gollum fino ad oggi -, ambientata dieci anni dopo le vicende narrate nel già citato L'alba del pianeta delle scimmie in una Terra sconvolta non solo dal conflitto tra umani e primati, ma anche e soprattutto da un'epidemia che ha decimato la popolazione, riducendo i pochi sopravvissuti a nuclei di fatto isolati gli uni dagli altri, incapaci di verificare se qualcuno oltre a loro sia riuscito a scampare alla malattia mortale.
La spedizione inviata da San Francisco nel cuore della foresta dove si sono stabilite le scimmie aprirà nuovi scenari di guerra e drammatici intrighi orditi da Koba, braccio destro di Caesar pronto allo scontro che, almeno sulla carta, con alcuni dei personaggi umani sostenitori dell'armamento preventivo, assume i connotati di critica sociale decisamente evidente rispetto agli States e non solo: il rapporto che, parallelamente, si consoliderà tra il leader delle scimmie e quello della spedizione umana, farà da contraltare al sentiero di guerra caldeggiato dalle fazioni più estreme di entrambi gli schieramenti, pronte ad imbracciare le armi e calpestare, ancor più della Natura e dell'equilibrio di forze, l'etica anche rispetto ai propri simili - interessante il discorso "scimmia non uccide scimmia", tra i leit motiv della pellicola -.
Sulla carta, dunque, questo secondo film girato dalla vecchia conoscenza Matt Reeves - che io ricordo sempre con affetto per il divertentissimo e sorprendente Cloverfield - aveva tutte le carte in regola per settare nuovi standard nell'ambito dell'intrattenimento di genere, unendo ad ottimi effetti ed una produzione da enorme blockbuster tematiche importanti ed a tratti scomode: peccato che, come per il suo predecessore, il risultato sia convincente solo a tratti, che alcuni charachters siano poco carismatici - il Malcolm di Jason Clarke - e che altri risultino poco incisivi e prestati a volti fuori ruolo - il Dreyfus di Gary Oldman -, e che le due ore e dieci complessive pesino a tratti come macigni, rendendo il ritmo in alcuni passaggi pericolosamente lento, seppur compensato dalle interessanti interazioni tra umani e scimmie costruite attorno alla famiglia di Caesar e di Maurice, l'orango che si occupa dell'educazione dei piccoli della foresta.
Un peccato, dunque, a conti fatti, perchè la materia, il dispendio e la tecnica c'erano tutti, e giunti al termine della visione, seppur soddisfatti di uno spettacolo indubbiamente di grande fascino, si finisce per assaporare il boccone amaro dell'occasione mancata così come era stato per il capitolo precedente: resta da sperare che Reeves - se sarà ancora lui dietro la macchina da presa - e gli sceneggiatori decidano, per il numero tre che senza dubbio arriverà, considerato il successo e le buone critiche ricevute da questo Apes revolution, di snellire il prodotto senza per questo banalizzare le tematiche più profonde e i personaggi più riusciti.
Insomma, che diano a Caesar quel che è di Caesar.




MrFord




"Don't wanna be your monkey wrench
one more indecent accident
I'd rather leave than suffer this
I'll never be your monkey wrench."
Foo Fighters - "Monkey wrench" - 



giovedì 31 luglio 2014

Thursday's child special holydays edition

La trama (con parole mie): vacanze - tempo permettendo -, uscite non proprio esaltanti da contare sulle dita di una mano, clima rilassato e chi più ne ha, più ne metta, coinvolgono anche la rubrica più attesa - !?!?!?!? - della blogosfera, dedicata ai nuovi titoli approdati nelle sale commentati per l'occasione dal sottoscritto e dal suo rivale sempiterno Cannibal Kid.
Dunque, in un'unica soluzione, ecco pronte per voi tutte le proposte che ci accompagneranno fino a dopo ferragosto, appena in tempo per il rientro e - speriamo davvero - la ripresa della stagione cinematografica.

"Ognuno di questi manubri pesa più del Cannibale!"
Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie

 
Cannibal dice: Della serie di pellicole de Il pianeta delle scimmie non me n’è mai importato nulla, quasi quanto del bloggaccio WhiteRussianaccio. Il primo (pare) mitico film degli anni ’60 non l’ho mai visto, quello di Tim Burton m’è sembrata una gran flebo e l’ultimo con James Franco mi aveva colpito così tanto che non ho avuto manco voglia di recensirlo. Questo nuovo capitolo, definito dalla campagna marketing come il nuovo film di fantascienza più sconvolgente dai tempi di Matrix, frase che negli ultimi 15 anni avrò già sentito almeno 15 mila volte, mi ha già stufato dal trailer. Passo allora volentieri la visione a quel gorillone di Ford, che sul pianeta delle scimmie si sente sempre a casa.
Ford dice: il recente L'alba del pianeta delle scimmie, per quanto riuscito a metà, non mi era dispiaciuto affatto, complici una riflessione niente male rispetto al dispotismo dell'umanità ed un'interpretazione pazzesca di Andy Serkis nel ruolo dello scimmiesco protagonista.
Ammetto di attendere con discreta curiosità questo secondo capitolo delle avventure di Caesar, sperando che interrompa l'agghiacciante trend di questa scialba estate al Cinema.


"Hey Ford, sgancia un pò di quel White Russian!"
Chef – La ricetta d’amore


Cannibal dice: Questo film sono pronto a odiarlo e ad amarlo allo stesso tempo.
Odiarlo perché è il tentativo indie low-budget di Jon Favreau, il regista dei primi due Iron Man, uno capace di far passare Michael Bay per un grande Autore, ed è qui presente pure nelle vesti di sceneggiatore e attore protagonista.
Amarlo perché c’è Scarlett Johansson e i film con Scarlett Johansson, fatta eccezione per le porcatone supereroistiche, non ce la faccio a non amarli.
E Ford?
Lui sono pronto a odiarlo. E basta.
Ford dice: Favreau mi sta simpatico, così come i film indie, quando non sono troppo radical chic nello stile del mio rivale. Considerata, dunque, la già citata pochezza di proposte, penso proprio tenterò un recupero. Sempre che, nel frattempo, Peppa Kid non dichiari di trovarsi di fronte ad una ficata. In quel caso, passerò volentieri la mano.

"Nel taco di Peppa Kid ci schiaffo un pò di lassativo, giusto per farmi due risate!"
Io vengo ogni giorno
 (esce il 7 agosto)


 
Cannibal dice: Il titolo è talmente scemo che sarebbe perfetto per un post di Pensieri Cannibali, ma per un film forse è un pochino esagerato. Quanto alla pellicola, si tratta di un teen-movie anch’esso troppo scemo perché possa perdermelo. Gustandomelo ancora di più sapendo che è uno di quei film che Ford invece non guarderà mai e poi mai. Se non sotto mia tortura.
Ford dice: già dal titolo questo film promette ben poco, a meno che non si tratti di uno spin off di Californication. Dato che non troveremo, però, da queste parti Hank Moody o Charlie Runkle, lascio al Cannibale quello che è del Cannibale. Le teenate.

"Oh mio dio! Le hai più grosse di Katniss Kid!"
Hercules – Il guerriero
(esce il 13 agosto)


 
Cannibal dice: Ecco la Fordianata dell’estate e, forse, dell’anno. Hercules in versione The Rock. Una merda totale fin dal trailer. Probabilmente sarà tra i miei candidati al peggio del 2014, mentre nella lista di Ford rischia di finire nella top 10 del meglio. Se pensate di leggere ancora il blog WhiteRussian, riflettete prima su questo.
Ford dice: in attesa degli Expendables, non posso che festeggiare con i calici alzati l'avvento dell'Hercules interpretato da The Rock, che probabilmente finirà per rivelarsi una tamarrata agghiacciante e terribile ma che, allo stesso tempo, stimolerà i miei istinti di goduria suina quando si tratta di propostacce da neuroni in vacanza. Per il ferragosto, direi che sarà perfetto. E anche per mantenere alto il livello di ostilità rispetto al Cucciolo in attesa della prossima Blog War.

"Per il primo che cattura il Cucciolo Eroico, da bere gratis una settimana!"
Dragon Trainer 2
(esce il 16 agosto)
 

 
Cannibal dice: Molto carino il primo Dragon Trainer, uno dei miei cartoni preferiti degli ultimi tempi, però come al solito il bisogno di un seguito io non lo sentivo. Ma al riciclare le idee di Hollywood ormai sono allenato, così come all’amore incondizionato di Ford nei confronti delle tamarrate, quindi nessuna sorpresa.
Ford dice: il primo Dragon Trainer fu senza dubbio uno dei titoli più interessanti prodotti dalla Dreamworks - se non il più interessante in assoluto. Così come per Monsters&Co, però, non sentivo il bisogno di un sequel che rischia di rovinare il ricordo del bellissimo primo capitolo: la speranza è che, se non allo stesso livello, si attesti almeno oltre la soglia della decenza, regalandomi intrattenimento ed un titolo da visione futura con il Fordino.

Ford e Peppa Kid sconvolti dalla loro insolita alleanza.

venerdì 21 dicembre 2012

Lo hobbit - Un viaggio inaspettato

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda
Anno: 2012
Durata: 169'




La trama (con parole mie): Bilbo Baggins, nel giorno della celebrazione del suo centoundicesimo compleanno, data che segnerà la sua partenza dalla Contea e il distacco dal nipote Frodo, ricorda le imprese che lo portarono, sessant'anni prima, a mettere le mani sull'anello che segnerà le sorti del mondo.
Una compagnia di nani guidata dal principe decaduto Thorin - erede al trono di Erebor, perduto regno distrutto dalla furia del feroce drago Smaug - sotto la guida di Gandalf il grigio giunge proprio a casa Baggins, saccheggiandone la dispensa e progettando un viaggio che pare tutto tranne che sicuro: seguendo i segnali mandati dalla Natura, infatti, gli abitanti del Paese perduto pensano sia giunto il momento di tornare per trovare la strada che conduce ad un ingresso segreto alla loro antica capitale e vendicarsi della bestia che segnò la fine della pace.
La chiave del successo del loro apparentemente folle piano pare essere proprio il timoroso hobbit, che una volta partito accanto ai suoi improvvisati compagni si troverà a doversi confrontare con troll, orchi, goblin, vita e morte, il feroce Azog ed una creatura che risponde al nome di Gollum.




"Saruman crede che soltanto un grande potere è in grado di tenere a bada l'oscurità. Io invece ho fiducia nelle piccole cose, nei gesti che rendono importante il quotidiano."
Questo, più o meno, afferma Gandalf nel corso del suo confronto con Galadriel - uno dei raccordi con la trilogia de Il signore degli anelli inserito da Peter Jackson in modo da garantirsi in parte il minutaggio necessario a confezionare un secondo terzetto di film, in parte l'affetto del pubblico cinematografico a digiuno dell'opera letteraria di Tolkien -, un passaggio fondamentale per la riuscita di questo Lo hobbit - Un viaggio inaspettato.
Perchè se è pur vero che la realizzazione tecnica risulta pazzesca, gli effetti prodigiosi, l'idea di presentare un Cinema che è quanto di più simile a quello della Meraviglia degli esordi della settima arte e degli anni ottanta dominati dallo Spielberg migliore, la forza dell'ultima fatica di Peter Jackson è proprio nelle piccole cose in grado di offuscare, in qualche modo, l'impatto dell'epica di grande respiro e dei paesaggi mozzafiato.
Dal malinconico, quasi struggente incipit che vede il ritorno nella Contea con tanto di apparizione speciale del Bilbo invecchiato e di Frodo nel momento appena precedente all'incontro con Gandalf al principio de La compagnia dell'anello alla divertentissima e riuscita sequenza dell'arrivo dei nani con tanto di cena travolgente ed invasione della dimora del disorientato hobbit fino alle perle di saggezza di Gandalf e alla scelta di Bilbo stesso di avere il coraggio di risparmiare una vita, "maggiore di quello necessario a toglierla", questo film pare distrarre lo spettatore con sequenze che sono puro godimento degli occhi - lo scontro tra i giganti di pietra, gli scorci mozzafiato made in New Zealand, il regno di Erebor ed il sopraggiungere di Smaug, un vero e proprio pezzo di bravura dietro la macchina da presa - prima di colpirlo con sequenze apparentemente fuori dal grande coro dei mezzi tecnici come la stupefacente tenzone a suon di indovinelli tra Bilbo e Gollum, di gran lunga il passaggio migliore della pellicola, graziato da un personaggio indimenticabile - sempre Gollum - e da un Andy Serkis in forma che pare addirittura superiore a quella che lo vide sfiorare l'Academy Award con la passata trilogia - un Serkis, tra l'altro, anche responsabile della seconda unità di regia -.
Ad impreziosire il tutto, inoltre, richiami perfetti alla precedente saga - che mi hanno fatto tornare alla mente le emozioni provate a ritrovare i protagonisti dei primi tre film di Star Wars nella seconda, pur se meno incisiva, tornata di visioni -, un nemico realizzato e portato in scena alla grande - il terrificante Azog, spietato orco albino interpretato dal Manu Bennett di Spartacus, che sono felicissimo di ritrovare, pur se quasi irriconoscibile, in una produzione di grande respiro internazionale - ed un ritmo che incalza tanto da non fare quasi percepire il "viaggio" di tre ore sfiorate: certo, i detrattori potranno accusare Peter Jackson di aver creato, di fatto, una sorta di omaggio in versione deja-vù de La compagnia dell'anello, nonchè un film che si ha la netta percezione sia stato diluito nella sostanza in modo da raggiungere lo scopo di portare a casa una doppietta simile a quella di Lucas con la sua creatura più famosa - di nuovo Star Wars, se non si fosse inteso -, eppure il godimento provato dal sottoscritto nell'assaporare la sensazione d'autunno - o da fine delle vacanze - impressa dal regista a questa sua serie di pellicole è lo stesso del bambino che, ormai più di vent'anni fa, cercava in Willow o La storia infinita quello che avrebbe potuto trovare qui, e che ora che è cresciuto e quasi padre invidia la generazione attuale che potrà costruire tutti i suoi sogni infantili su uno spettacolo come questo.
Perchè se, come spesso tendo a ripetere, il Cinema "è il mezzo del futuro" - per dirla come Scorsese -, è assolutamente vero che alla sua base troviamo la storia - e l'elogio - delle piccole cose, degli hobbit che, usciti dalle loro case accoglienti e calde, sfoderano uno spirito battagliero e passionale degno dei più grandi tra i condottieri, e a dispetto della loro statura o dimensione, finiscono per divenire l'ago della bilancia nelle sorti della Terra di mezzo.
Un pò come uno sguardo, un boccone particolarmente buono, un brindisi, la sensazione che tutto possa passare dalle meraviglie invisibili del quotidiano.
Gandalf non sbaglia, così come il vecchio stregone di Grosso guaio a Chinatown.
"E' proprio così che tutto comincia: dal molto piccolo".
Furbo, abile, geniale Jackson ad averlo intuito.


MrFord


"Cause we've always known that we belong
and we're better together
if we got our backs against the wall
somehow we survive through it all
knowing I'll be there if you should fall
oh, we're better together, all right, yeah yeah."
Journey - "Better together" -


 

martedì 18 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - Le due torri

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2002
Durata: 235' (versione estesa)




La trama (con parole mie): quella che fu la Compagnia dell'anello è ormai divisa. Gandalf è disperso nelle profondità della Terra di mezzo, intento in una battaglia all'ultimo sangue con il Balrog incontrato nelle miniere di Moria, il cadavere di Boromir giunge lungo il fiume fino a suo fratello, il capitano di Gondor Faramir, Merry e Pipino sono in mano agli Uruk-Hai, Aragorn, Legolas e Ghimli sono sulle loro tracce, che portano dritte nel cuore delle terre dei signori dei cavalli, a Rohan, mentre Frodo e Sam cercano di trovare una via che li conduca a Mordor.
Nel frattempo, Saruman si prepara ad attaccare gli uomini proprio partendo da Rohan, mentre Sauron prenderà la via di Osgiliath per giungere a Gondor: allo scoppiare della guerra, i nostri si troveranno a dover affrontare ognuno la sua battaglia.
Merry e Pipino, fatta la conoscenza di Barbalbero e degli Enth, si muoveranno verso Isengard per assistere allo scontro tra Natura e Tecnologia.
Aragorn, ancora indeciso se rivelarsi in quanto erede al trono di Gondor o rimanere un ramingo, Ghimli e Legolas prenderanno parte all'incredibile battaglia del Fosso di Helm.
Frodo e Sam, uniti i loro destini a quello di Gollum, dovranno convincere Faramir dell'importanza del loro viaggio e sperare che la sfortunata creatura non mediti vendetta nei loro confronti.





Il viaggio attraverso l'incredibile trilogia firmata da Peter Jackson ed ispirata al Classico della letteratura fantasy Il signore degli anelli continua con quella che è considerata, di fatto, una delle sequenze di raccordo più imponenti della Storia del Cinema, e proprio per questo la parte più debole dell'intero affresco tracciato dal regista neozelandese: eppure devo ammettere che, pur rimanendo un passo indietro rispetto a La compagnia dell'anello ed al successivo Il ritorno del re, anche Le due torri funziona, e alla grande, soprattutto nel proteggere lo spirito che anima l'intera opera preparando l'audience per quella che sarà la cavalcata conclusiva.
In questo caso, inoltre, la versione estesa contribuisce a dare ulteriore spessore a personaggi e situazioni - in particolare quelle legate al rapporto tra Merry, Pipino e gli Enth, così come alla corte di Rohan, Vermilinguo ed Eowin - e fornisce dettagli importanti rispetto agli avvenimenti successivi alla battaglia del Fosso di Helm: particolari che rendono ancora più prezioso un blocco centrale che senza dubbio costituisce l'anticamera per il tripudio che sarà la conclusione ma che mantiene una sua ben definita personalità anche grazie all'esplosione di Andy Serkis e del suo Gollum, vero protagonista della pellicola nonchè uno dei personaggi più stratificati e complessi dell'opera - letteraria o cinematografica che sia -.
Ai tempi, ricordo che rimasi decisamente deluso rispetto alla decisione dell'Academy di non premiare l'attore che aveva dato corpo, voce, espressione ed anima alla sfortunata creatura soltanto perchè, di fatto, la stessa era stata completata grazie agli effetti visivi: il lavoro di Serkis, con il passare delle visioni e del tempo, assume infatti un'importanza a dir poco incredibile, ed una sfida vinta a mani basse dal talento dell'Uomo rispetto alla tecnologia che mai come in questo caso è stata un vero e proprio supporto, più che qualcosa nato per sopperire le mancanze dell'interprete stesso.
Come se non bastasse, il fu Smigol diviene, nel corso di questo secondo capitolo, uno dei cardini effettivi dell'affresco nella sua interezza, un charachter quasi shakespeariano per la sua drammaticità, malvagio eppure indifeso, bambinesco eppure rancoroso come il più avvelenato dei vecchi: il suo monologo in "doppia parte" nella veglia sul sonno degli hobbit è un pezzo da strabuzzare gli occhi che neppure la stupefacente battaglia del Fosso di Helm è in grado di eguagliare - e di battaglie di questo genere non se ne vedevano da parecchio tempo, sul grande schermo -, e rappresenta la ciliegina sulla torta di un mostro clamorosamente umano e tridimensionale, che senza dubbio è una delle più valide ragioni per amare senza limiti un lavoro come quello svolto da Peter Jackson e da tutti i suoi formidabili tecnici.
Perchè una cosa come Il Signore degli anelli - e Le due torri - non si può non amare, se si pensa al Cinema come quando si era bambini, e si sognava di poter, un giorno, cavalcare Falcor ed esplorare questo mondo e quell'altro: il fango e la pioggia che cadono su orchi, umani, nani ed elfi alle porte della fortezza di Rohan paiono scivolare sulla pelle come fossimo tutti lì, a gridare e a menare colpi - magari facendo a gara con i nostri compagni sul numero dei nemici passati a filo di lama - cercando di soffocare la paura con la voglia di dimostrare di esserci, di far sentire la propria fatica e la propria presenza.
Le due torri è proprio così: non sarà portatore della Meraviglia de La compagnia dell'anello o dell'Epica de Il ritorno del re, eppure la sua presenza è forte e ben definita, così come la volontà di esprimersi e raggiungere il cuore dello spettatore, che non starà pure più nella pelle di scoprire quello che riserverà il finale della guerra per la Terra di mezzo, ma che non potrà rimanere indifferente alla battaglia che, in qualche modo, ne ha segnato il Destino.


MrFord


"Never had a flesh and blood like this before.
Got a new appearance when I passed the door.
Is it a dream I am withing? Oh what's going on?
Down, down, down
go down, go down, go down
I roam into nowhere.
Don't see an end: eternal wastelands.
And I hear the voice, the voice, the voice, the voice..."
Avantasia - "The tower" -


lunedì 14 novembre 2011

Le avventure di Tintin - Il segreto dell'unicorno

Regia: Steven Spielberg
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 107'



La trama (con parole mie): Tintin, a spasso in cerca di nuovi misteri nel mercato cittadino, viene in possesso di uno dei tre modellini della leggendaria nave capitanata da Haddock, che si dice si fosse portato a fondo uno dei più grandi tesori della storia navale di tutti i tempi.
Ovviamente, la scoperta stimola l'innata curiosità del giovane avventuriero, che si getta subito a capofitto nella raccolta d'informazioni a proposito della storia che l'intera vicenda pare celare: quello che, però, scoprirà quasi subito sulla sua pelle, è che il magnate Sakharine è pronto a tutto pur di mettere le mani sulle tre riproduzioni dell'Unicorno e sul loro segreto, anche a togliere di mezzo chi ha tutte le intenzioni di ficcare il naso.
E si sa che, in questo, Tintin è un vero asso.



Avete presente quelle mangiate colossali in osteria, tra carnazza e pasta fatta in casa, tavoli di legno e quell'atmosfera da "voglio uscire di qui così pieno da scoppiare"?
Se esistesse un corrispettivo cinematografico di una situazione come quella, Tintin si candiderebbe all'istante come uno dei riferimenti d'obbligo del genere: da tempo non mi capitava, infatti, di godermi così a fondo un filmone d'avventura di quelli che paiono usciti dritti dritti dai bei tempi - e per bei tempi intendo i favolosi anni ottanta dei Goonies e di Indiana Jones - tutti popcorn e bibitone, ritmo serrato e meraviglia per gli occhi.
Fin dagli splendidi titoli di testa - che ricordano quelli dell'ottimo Prova a prendermi sempre firmato Spielberg -, la mano saggia - e furba - dello stesso Spielberg e di Peter Jackson si fa sentire, tanto da portare il concetto di blockbuster ad un nuovo livello sfruttando al massimo la tecnologia del motion capture, che personalmente non avevo mai visto applicata con tanta perizia: a questo si aggiungano una regia da artigiano consumato come quella del vecchio Steven, la produzione stratosferica dell'autore de Il signore degli anelli ed una mano importante nella stesura della sceneggiatura di un giovane talento come Edgar Wright, che aggiunge il suo personale brio ad un personaggio dal sapore profondamente classico come Tintin, vera e propria icona del fumetto d'avventura del Vecchio Continente.
Con una facilità quasi disarmante, dunque, questo primo capitolo di una supposta trilogia ha smontato una dopo l'altra le mie perplessità, regalandomi due ore di intrattenimento puro e, per la prima volta, l'impressione di una pellicola realizzata con intelligenza pensando anche al da me tanto osteggiato 3D, incrociando le necessità puramente commerciali - alcuni passaggi ricordano le attrazioni dei grandi parchi tematici made in Usa - ad una qualità decisamente autoriale, sfruttata anche rispetto al motion capture per la realizzazione di sequenze e passaggi nella realtà di un film di fiction difficilmente concretizzabili.
La vicenda - che ha tutto il sapore di un omaggio nostalgico al personaggio creato da Hergè -, ai residuati degli eighties come il sottoscritto ricorderà tantissimo quelle che hanno avuto protagonista il già citato Indy, andando in questo modo a creare una sorta di ponte ideale tra il pubblico di allora e le nuove generazioni di spettatori più avvezzi alle acrobazie da effetto speciale che non al "cuore" di una pellicola, riuscendo anche con discreto stile ad accontentare tutti ponendosi come nuovo riferimento nel suo ambito andando nel contempo ad alimentare un'aspettativa per il prossimo episodio già elevatissima anche nel sottoscritto.
Scendendo nel dettaglio e prendendo un momento per citare l'ottimo cast - bravissimo, come sempre in questi casi, lo specialista Andy Serkis nel ruolo del Capitano Haddock -, ho trovato particolarmente azzeccata tutta la parte ambientata sulla nave appena successiva alla cattura di Tintin da parte di Sakharine, realizzata con uno spirito che pare uscito dall'atmosfera fumosa dei cult della golden age dei grandi studios e lo spettacolare inseguimento di Milù - il terrier del protagonista - lanciatosi sulle tracce dei rapitori del suo padrone, una vera lezione di dinamismo in grado di riportare alla memoria il recente - e meraviglioso - inseguimento che vide protagonisti Gromit e il Coniglio mannaro qualche anno fa nell'ottimo lungometraggio dedicato all'accoppiata Wallace&Gromit.
Certo, se siete alla ricerca di un'opera per palati fini o da sala d'essai potreste uscire piuttosto delusi, ma nel caso in cui siate pronti a lanciare letteralmente il cuore oltre l'ostacolo, o vogliate godervi un pò di sano amarcord con gli amici, o foste indecisi su quale film scegliere per il multisala in famiglia da weekend, non ci sono dubbi che tengano.
Tintin è quello che fa per voi.
Perchè, in fondo, siamo tutti bimbi un pò cresciuti.
E una cosa di questo genere è praticamente come pane e nutella.
Impossibile resistere.

MrFord

"Il signor Hood era un galantuomo,
sempre ispirato dal sole,
con due pistole caricate a salve
e un canestro di parole,
con due pistole caricate a salve
e un canestro pieno di parole."

Francesco De Gregori - "Signor Hood" -



martedì 27 settembre 2011

L'alba del pianeta delle scimmie

Regia: Rupert Wyatt
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 105'



La trama (con parole mie): Will Rodman è un promettente scienziato alle prese con lo studio di una potenziale cura per l'alzheimer - di cui soffre il suo stesso padre - che parte dalle scimmie ed è basata sull'utilizzo di un virus molto aggressivo. 
Quando Bright eyes, l'esemplare più ricettivo del laboratorio, attacca il personale e viene abbattuta, il progetto viene riportato alla fase di studio molecolare: ma Will scopre che il cucciolo avuto dalla scimpanzè prima di morire ha assorbito geneticamente il virus, e si presenta più intelligente di qualunque membro della sua specie.
Per quasi dieci anni Caesar vive dunque in segreto con la famiglia Rodman sviluppando la sua intelligenza in misura sempre maggiore, mentre Will sperimenta in segreto sul padre la potenziale cura, scoprendo che la stessa è in grado di vincere l'alzheimer. 
Ma tutto è destinato a precipitare: a causa di un litigio legato al ripresentarsi della malattia, il vecchio Charles Rodman viene minacciato da un vicino e Caesar interviene in suo aiuto finendo rinchiuso in un centro di detenzione in attesa di un responso giudiziario. 
Credendo di essere abbandonato da Will, Caesar comincia ad approntare un piano di rivolta dei suoi compagni di cella rispetto agli umani.


A volte esistono film destinati a finire male a partire dal titolo.
L'alba del pianeta delle scimmie, infatti, non è inserito nella continuity della serie di fantascienza classica, o nel contesto del più recente remake burtoniano: si tratta infatti di una sorta di reboot che colloca i protagonisti di una delle realtà più cult del genere in un contesto tutt'altro che spaziale - quanto più sociale, o addirittura catastrofico, pensando a quello che lascia presagire la pellicola stessa - per nulla legato al famoso brand, ma sfruttato, a quanto pare, soltanto per questioni di mero marketing.
Inoltre, a questa critica volendo perfino un pò spocchiosa, si aggiunge il risultato: una pellicola dalle discrete potenzialità clamorosamente rovinata dopo una prima parte tutto sommato promettente per essere immolata sul consueto altare della retorica e dell'azione all'ammeregana che, quando presenti in dosi massicce e fastidiose, tendono a scatenare l'impulso da bottigliata selvaggia quasi più di un pretenzioso film radical chic di quelli che tanto detesto.
La vicenda di Caesar ed il suo legame con Will e suo padre, infatti, partita come una progressiva presa di coscienza da parte del primo e di un sotterraneo sentimento sempre meno celato di non voler essere considerato alla stregua di un animale domestico qualsiasi diviene, a partire da quella che avrebbe potuto essere la svolta in positivo dell'intera pellicola - il momento della cattura di Caesar e l'inizio della sua detenzione -, la più classica sequela di situazioni da blockbusterone finto impegnato con tanto di rivoluzione scimmiesca come se fosse atta a sensibilizzare il pubblico senza però dimenticare che lo stesso fa sempre parte della più illuminata razza umana - nonostante le scelte, per quanto sentite, di Will risultino una più fallimentare dell'altra -.
La svolta catastrofica della pellicola di cui parlavo sopra, inoltre, rende clamorosamente concreta l'ipotesi di assistere ad un eventuale sequel e trasforma un potenziale dramma sci-fi tutto domestico in stile seventies in un banalissimo film da multisala che gioca con la politica - peccato che non si tratti di V per vendetta - e si perde nello scontro neanche ci trovassimo nel pieno dell'epoca degli Independence day.
Un vero e proprio tracollo minuto per minuto, talmente evidente da far sorgere il dubbio che a realizzare il prodotto finale siano stati più registi, o che ai tentativi dell'uomo dietro la macchina da presa di renderlo più interessante si siano opposti con fermezza i capoccioni della produzione, convinti di ottenere un risultato migliore in termini di pubblico e denaro - e, purtroppo, i dati che arrivano dagli States paiono perfino dare loro ragione -: un vero spreco, insomma, perchè materiale potenzialmente ottimo si intravede fin dall'arrivo di Caesar in casa Rodman, ed un eventuale triangolo che coinvolgesse Will, la sua donna e lo stesso Caesar sarebbe stato degno del miglior Romero - ricordate Monkey Shines!? -, ma evidentemente chi mette i fondi ed ancor più il grande pubblico paiono non essere pronti per un salto di qualità di questo genere.
Un plauso va, ad ogni modo, alla consueta ottima performance come "mimo" di Andy Serkis - che, continuo a sostenerlo, avrebbe meritato l'Oscar con il suo Gollum, qualche anno fa -, un vero pioniere di una nuova forma di interpretazione - aiutato dagli effetti speciali, questo è indubbio, ma di sicuro primo grande interprete di questa inedita prospettiva attoriale -, unico a spiccare clamorosamente in un cast crogiolatosi troppo facilmente nell'idea di lavorare all'interno di un blockbuster - James Franco, discretamente anonimo, e John Lithgow, adagiato nelle meraviglie cui ci aveva abituati nel ruolo di Trinity nel corso della quarta stagione di Dexter e, pertanto, nel pieno di una sorta di "gioco di rimessa" interpretativo -.
Ma, chissà, così come per la rivalità crescente tra Uomo e Scimmia - ma è davvero così presente, date le similitudini evidenti? -, forse la questione è tutta legata ai punti di vista: chi si aspetterà una schifezza atomica probabilmente resterà sorpreso, e chi si fiderà delle prime valutazioni dei critici oltreoceano si troverà di fronte ad una cocente delusione.
O forse il contrario.
Resta il fatto che la sequenza iniziale di 2001 resta ancora il meglio che la Scimmia abbia potuto dare alla settima arte.
E, riflettendoci bene, anche l'Uomo.

MrFord

"Hey monkey, where you been?
This lonely spiral I've been in.
Hey monkey, when can we begin?
Hey monkey, where you been?"
Counting crows - "Monkey" -


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