La trama (con parole mie): e in una terza giornata di Mondiale quasi solo di attesa rispetto alla partita dell'Italia, mentre la Colombia passeggia sulla Grecia, arriva una sorpresa che pare esaudire i miei desideri del primo giorno post Brasile-Croazia.
E tra neppure mezzora tocca a noi. Chissà cosa riusciremo a combinare.
E così l'Uruguay delle stelle Cavani e Suarez, quarto nel duemiladieci e principale favorito del nostro girone, sorprende in negativo quanto la Spagna facendosi rifilare tre pere dagli allegri e veloci amici del Costarica, che tra qualche giorno potrebbero giocare un tiro mancino anche a noi.
Personalmente, sono felice come un bambino: quello che era iniziato come un Mondiale costruito ad uso e consumo dei favoriti, nel giro di un paio di giorni sta diventando quello delle sorprese e dei Goonies.
Bene, bene così.
Ora resta da vedere se e in che misura la Nostra Nazionale regalerà emozioni al suo primo match, nella speranza che tutto possa risolversi con novanta minuti di passione, invece che con la noia delle telenovelas del campo di Manaus e del forfait di Buffon.
Sono al mio nono Mondiale da spettatore, il settimo che possa ricordare davvero - Spagna '82 e Messico '86 sono avvolti dalla nebbia -, e devo ammettere che, nonostante tutto, l'esordio dell'Italia regala sempre un brivido da "notti magiche".
O meglio, è come se la kermesse calcistica più importante del mondo avesse un secondo inizio coincidente con la partita numero uno degli Azzurri.
E noi siamo qui, pronti a soffrire e lottare, come sempre.
Sperando che la scorta di figuracce, per il momento, si sia esaurita con Spagna e Uruguay.
La trama (con parole mie): in questi giorni di caldo ben più che estivo il clima si è fatto rovente anche ad Euro 2012, con i quarti di finale che hanno definito le quattro semifinaliste del torneo. Gli schieramenti rappresentano il meglio del calcio continentale odierno - e non solo -, e completano un "best four" senza alcuna sorpresa, quasi come se in questo Europeo non ci fosse spazio per i sogni, ma solo per le certezze. O forse no. Per fortuna di noi tifosi e del calcio.
Buffon acchiappa la qualificazione, e non la molla.
Da tifoso ed appassionato di calcio, posso dire di aver legato, in qualche modo, la mia esistenza di spettatore - soprattutto rispetto alle partite della Nazionale - ai calci di rigore: la terribile lotteria dagli undici metri mi segnò già dalla prima volta, quando una delle selezioni azzurre più forti degli ultimi trent'anni venne eliminata dall'Argentina di Maradona in semifinale ad Italia '90 dopo un Mondiale perfetto, dal quale uscimmo imbattuti subendo la prima rete proprio contro i biancocelesti. Seguirono la finale di Usa '94, persa con il Brasile sempre dal dischetto, segnata dall'errore di Roberto Baggio - che divenne una vera e propria maledizione sulla sua carriera -, l'eliminazione ai quarti a Francia '98 contro i cugini transalpini che alla fine vinsero la competizione, l'incredibile semifinale all'Europeo del 2000 contro l'Olanda con protagonista un Toldo monumentale ed ovviamente la vittoria in quella notte del luglio 2006, vendetta tremenda vendetta sugli odiati rivali francesi ancora scossi dalla testata di Zidane a Materazzi. Questo senza contare il Milan - due finali di Champions, una vinta ed una persa dal dischetto, ed una della vecchia Coppa Intercontinentale, anche questa sfumata -. Posso dire, dunque, di essere un discreto veterano in merito: eppure la tensione di quei momenti non si riesce mai ad esorcizzare del tutto.
Ieri sera, ancora una volta, dopo una partita giocata con il cuore da un'Italia che finalmente comincia a conquistarmi nonostante i suoi problemi realizzativi - quattro gol in quattro partite, tre su palla inattiva, decisamente pochino - di nuovo ho sentito il fiato sul collo del dio del calcio che veniva a reclamare la sua vittima sacrificale: dopo il palo clamoroso di De Rossi a tre minuti dal calcio d'inizio, l'intervento di Buffon poco dopo, gli errori dello stesso De Rossi, Montolivo e Balotelli sottoporta, il legno di Diamanti, ero ormai convinto che la suddetta divinità avesse già deciso di vestire inglese, in barba ad una partita dominata dai nostri, che avrebbero meritato almeno un sonoro due a zero già nei tempi regolamentari. La convinzione è diventata una quasi certezza quando ho visto Montolivo avvicinarsi al dischetto per battere il secondo penalty: ho visto - e non per la prima volta - prendere sostanza la regola secondo la quale, talento a parte, un giocatore senza il dovuto carattere, di fronte ad una pressione di quel genere, crolla inesorabilmente. Peccato, ci siamo detti in casa Ford. Uscire proprio al termine della partita meglio giocata. Ma evidentemente nell'Olimpo calcistico l'Italia deve avere qualche santo protettore, perchè sul volto di Young d'improvviso si dipinge il terrore, e la traversa pare rigettargli indietro ogni speranza poco prima che Buffon - già autore di un intervento fondamentale nel primo tempo - metta le mani sul tiro non irresistibile di Cole. A quel punto, la responsabilità è tutta su Diamanti, uno cui non ho mai dato troppa importanza: e invece il tatuato sosia di Niccolò Fabi sfodera una mina che spiazza Hart e consegna la vittoria agli Azzurri, tornando ad accendere l'emozione che da troppi anni pareva essersi affievolita. Se davvero questo Europeo non ha riservato sorprese incredibili o portato alla fine squadre rivelazione, mi pare che tutti i sogni poggino sulle spalle di questa Italia scombinata, segnata dalle scommesse e dagli scandali ed apparentemente slegata, appesa ad un Balotelli che non esulta e tanti uomini di fatica, al concetto di underdog che nelle grida di Buffon diviene quasi un monito: "Non svegliate il can che dorme". E la magia - perchè di magia si è trattato - del cucchiaio di Pirlo sul rigore che poteva segnare un incubo pare proprio aver suonato la sveglia. Sognamo ad occhi aperti. E giovedì andiamo ad affrontare gli apparentemente imbattibili tedeschi. Con l'impressione che, ora, non siano più così imbattibili, e in mente impresso un ricordo che ci porta bene, quello della semifinale del Mondiale 2006.
Il "prestige" di Pirlo.
Il resto delle sfide è stato, invece, tutto realtà. Il Portogallo di un sempre più lanciato Cristiano Ronaldo ha posto fine all'avventura della modesta Repubblica Ceca senza neppure troppa fatica nonostante il risultato finale, la Germania ha spezzato i sogni di mezza - se non tutta - Europa spazzando via la Grecia sfoderando i muscoli per sbriciolare l'illusione ellenica nata da un pareggio - momentaneo - insperato e la Spagna ha gentilmente reso un altro servizio - dopo il mancato biscotto con la Croazia - a noi italiani rispedendo senza dare l'impressione di sudare per farlo a casa la Francia come si suppone farà con i lusitani in semifinale. Buffon, appreso della qualificazione dopo la partita con l'Irlanda, ha dichiarato di dovere un favore alle Furie rosse: speriamo non l'abbiano preso troppo sul serio, perchè dovessimo ritrovarli in finale, non esiste che si esca senza vincere. Forse le sparo troppo grosse, ma a questo punto, tutto è lecito. Soprattutto sognare.
La trama (con parole mie): Tintin, a spasso in cerca di nuovi misteri nel mercato cittadino, viene in possesso di uno dei tre modellini della leggendaria nave capitanata da Haddock, che si dice si fosse portato a fondo uno dei più grandi tesori della storia navale di tutti i tempi.
Ovviamente, la scoperta stimola l'innata curiosità del giovane avventuriero, che si getta subito a capofitto nella raccolta d'informazioni a proposito della storia che l'intera vicenda pare celare: quello che, però, scoprirà quasi subito sulla sua pelle, è che il magnate Sakharine è pronto a tutto pur di mettere le mani sulle tre riproduzioni dell'Unicorno e sul loro segreto, anche a togliere di mezzo chi ha tutte le intenzioni di ficcare il naso.
E si sa che, in questo, Tintin è un vero asso.
Avete presente quelle mangiate colossali in osteria, tra carnazza e pasta fatta in casa, tavoli di legno e quell'atmosfera da "voglio uscire di qui così pieno da scoppiare"?
Se esistesse un corrispettivo cinematografico di una situazione come quella, Tintin si candiderebbe all'istante come uno dei riferimenti d'obbligo del genere: da tempo non mi capitava, infatti, di godermi così a fondo un filmone d'avventura di quelli che paiono usciti dritti dritti dai bei tempi - e per bei tempi intendo i favolosi anni ottanta dei Goonies e di Indiana Jones - tutti popcorn e bibitone, ritmo serrato e meraviglia per gli occhi.
Fin dagli splendidi titoli di testa - che ricordano quelli dell'ottimo Prova a prendermi sempre firmato Spielberg -, la mano saggia - e furba - dello stesso Spielberg e di Peter Jackson si fa sentire, tanto da portare il concetto di blockbuster ad un nuovo livello sfruttando al massimo la tecnologia del motion capture, che personalmente non avevo mai visto applicata con tanta perizia: a questo si aggiungano una regia da artigiano consumato come quella del vecchio Steven, la produzione stratosferica dell'autore de Il signore degli anelli ed una mano importante nella stesura della sceneggiatura di un giovane talento come Edgar Wright, che aggiunge il suo personale brio ad un personaggio dal sapore profondamente classico come Tintin, vera e propria icona del fumetto d'avventura del Vecchio Continente.
Con una facilità quasi disarmante, dunque, questo primo capitolo di una supposta trilogia ha smontato una dopo l'altra le mie perplessità, regalandomi due ore di intrattenimento puro e, per la prima volta, l'impressione di una pellicola realizzata con intelligenza pensando anche al da me tanto osteggiato 3D, incrociando le necessità puramente commerciali - alcuni passaggi ricordano le attrazioni dei grandi parchi tematici made in Usa - ad una qualità decisamente autoriale, sfruttata anche rispetto al motion capture per la realizzazione di sequenze e passaggi nella realtà di un film di fiction difficilmente concretizzabili.
La vicenda - che ha tutto il sapore di un omaggio nostalgico al personaggio creato da Hergè -, ai residuati degli eighties come il sottoscritto ricorderà tantissimo quelle che hanno avuto protagonista il già citato Indy, andando in questo modo a creare una sorta di ponte ideale tra il pubblico di allora e le nuove generazioni di spettatori più avvezzi alle acrobazie da effetto speciale che non al "cuore" di una pellicola, riuscendo anche con discreto stile ad accontentare tutti ponendosi come nuovo riferimento nel suo ambito andando nel contempo ad alimentare un'aspettativa per il prossimo episodio già elevatissima anche nel sottoscritto.
Scendendo nel dettaglio e prendendo un momento per citare l'ottimo cast - bravissimo, come sempre in questi casi, lo specialista Andy Serkis nel ruolo del Capitano Haddock -, ho trovato particolarmente azzeccata tutta la parte ambientata sulla nave appena successiva alla cattura di Tintin da parte di Sakharine, realizzata con uno spirito che pare uscito dall'atmosfera fumosa dei cult della golden age dei grandi studios e lo spettacolare inseguimento di Milù - il terrier del protagonista - lanciatosi sulle tracce dei rapitori del suo padrone, una vera lezione di dinamismo in grado di riportare alla memoria il recente - e meraviglioso - inseguimento che vide protagonisti Gromit e il Coniglio mannaro qualche anno fa nell'ottimo lungometraggio dedicato all'accoppiata Wallace&Gromit.
Certo, se siete alla ricerca di un'opera per palati fini o da sala d'essai potreste uscire piuttosto delusi, ma nel caso in cui siate pronti a lanciare letteralmente il cuore oltre l'ostacolo, o vogliate godervi un pò di sano amarcord con gli amici, o foste indecisi su quale film scegliere per il multisala in famiglia da weekend, non ci sono dubbi che tengano.
Tintin è quello che fa per voi.
Perchè, in fondo, siamo tutti bimbi un pò cresciuti.
E una cosa di questo genere è praticamente come pane e nutella.
Impossibile resistere.
MrFord
"Il signor Hood era un galantuomo,
sempre ispirato dal sole,
con due pistole caricate a salve
e un canestro di parole,
con due pistole caricate a salve
e un canestro pieno di parole." Francesco De Gregori - "Signor Hood" -