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lunedì 16 luglio 2018

Saloon Mundial: la dura legge del gol




E così, il Mondiale duemiladiciotto, il primo che abbia vissuto da "non tifoso", è finito.
Da un certo punto di vista si è chiuso nel modo peggiore, con la squadra tra le quattro rimaste in gara che meno avrei voluto vedere trionfare, ma dall'altro ha regalato senza dubbio una delle finali più ricche di gol della Storia, ed ha oggettivamente incoronato una squadra che, pur non giocando un bel calcio - del resto, non lo era neppure il nostro nel duemilasei - è stata in svantaggio per nove minuti in tutta la competizione, ha saputo costruire una generazione di giocatori giovani, affamati e talentuosi e negli ultimi vent'anni un team che ha raggiunto tre finali mondiali su sei ed una europea. Certo non cosa da poco.
Dall'altra parte, esce a testa alta una Croazia che ha regalato forse il miglior approccio al campo della competizione, e che ha patito principalmente la mancanza di qualcuno in grado di prendere per mano la squadra e, dopo minuti e minuti di nulla, cambiare il destino di uno - o più - match: Modric e Rakitic, forse i più talentuosi tra i biancorossi, soffrono entrambi del morbo di Messi, e personalmente ho finito per apprezzare decisamente di più gente come Vida, che pare uno uscito ieri dal carcere e lotta dal primo all'ultimo minuto, tecnica o no.
Del resto la Francia, che subisce come un incassatore e riparte con la velocità di una macchina da corsa, può invece contare sulle giocate di ragazzi forse difficili da digerire come Pogba e Mbappè - che, in realtà, sono semplicemente ragazzi - e sull'intelligenza di un grandissimo Griezmann, vero motore di quella che è considerata una squadra di fenomeni, e quando meno l'avversario se l'aspetta, sfodera zampate che sono macigni poggiati sulle spalle di chi si trova di fronte, in grado anche di rendere papere come quella di Lloris giusto un aneddoto da raccontare nel corso della sbronza che segue la vittoria.
Dunque, la finale ha consegnato la Coppa alla squadra che ha giocato peggio ma che ha saputo sfruttare al meglio i suoi talenti, che ricorda la canzone degli 883 ma che non deve sminuire i vincitori o giustificare i perdenti: è andata così, ed è stato giusto e bello vedere che tutti, in misura diversa, l'anno accettato condividendo anche la bellissima doccia finale. Putin escluso.
Ma ci sta anche questo.
Il Mondiale è finito, è stato emozionante ed intenso, ha regalato gioie e dolori, match dalla tensione palpabile - come quello di oggi pomeriggio - ed altri vissuti con leggerezza - l'Inghilterra non pervenuta alla "finalina" per il terzo e quarto posto, giustamente vinta dal Belgio -: è stato il primo Mondiale VAR - sistema che continuo ad apprezzare - e quello, forse, con più sorprese dai tempi della pilotatissima kermesse del duemiladue, ha portato un cambiamento nel panorama calcistico delle stelle e delle Nazionali considerate istituzioni ed una ventata di aria fresca in un calcio che, finalmente, pare uscire dall'epoca segnata dal tiki taka spagnolo.
Uno dei giocatori fondamentali - anche se deve ancora dimostrare davvero tutto - è un ragazzo che non ha ancora vent'anni, e che ai tempi in cui Deschamps sollevava la coppa nel novantotto non era ancora nato, quando si portavano divise larghissime e non era possibile rivalutare una decisione arbitrale.
Il bello del nuovo, del Tempo che passa, dell'idea che qui in Italia possa essere in fasce il giocatore che ci farà vincere di nuovo un Mondiale tra vent'anni è tutto qui.
E' giusto che i Bleus si godano la vittoria. Anche se qui al Saloon si sperava di festeggiare per le strade di Zagabria, che da quanto sento hanno già trovato lo stimolo per farlo comunque, rispetto ad un risultato storico.
Restano, a rovinare la festa, il pensiero del già citato Putin unico sotto l'ombrello durante la cerimonia di premiazione, ed il pensiero per il destino di chi, nel nome delle Pussy Riot, ha pacificamente invaso il campo sul finire della partita: sinceramente penso che tutto quello che si potrebbe risolvere male si risolva bene, e che la festa non nasconda troppa sporcizia sotto il tappeto.
Per il resto, brindo a chi ha vinto e a chi ha perso, sapendo bene per quale parte ho lottato e continuerò a lottare.



MrFord

sabato 14 luglio 2018

Saloon Mundial: never say die








L'ultima partita prima delle due finali di questo Mondiale fuori dagli schemi ha tenuto fede a quello che è stato il mantra di questa improvvisata rubrica dai giorni dei gironi di qualificazione: è finita si dice alla fine.
La Croazia, che è passata dal dominare nella prima parte della competizione a non riuscire mai a chiudere un match nei novanta minuti - rigori contro Danimarca e Russia, supplementari contro l'Inghilterra, ma del resto il Portogallo vinse gli ultimi Europei pareggiando sul campo quasi tutte le partite vincendo in finale proprio contro la Francia - mostra ancora una volta il carattere e la tenuta fisica che nel calcio attuale paiono avere la meglio su tecnica, individualità e superstar.
Dopo aver subito un gol praticamente a freddo e giocato un primo tempo che lasciava presagire alla finale più classica immaginabile ed un rammarico simile a quello del Belgio - bellissimo, comunque, il filmato del pubblico di Hyde Park a Londra che esplode insieme alla birra -, la Croazia si guadagna la prima finale della sua storia entrando in campo nella seconda frazione con un piglio da spaccaculi ed un Perisic scatenato, che prima pareggia con un acrobazia da film di arti marziali e poi centra il palo, portando i Leoni anglosassoni ai supplementari dove, a fronte del progressivo cedimento mentale degli avversari, Mandzukic si dimostra cinico come un sicario portando i compagni all'appuntamento più importante delle loro carriere - anche in questo caso, indimenticabile l'immagine dei giocatori croati che travolgono un fotografo che finisce per essere parte integrante del gruppo - mentre i ragazzi oltremanica finiscono per subire il peso della loro inesperienza, portando a casa un Mondiale comunque storico - era dai tempi di Italia '90 che l'Inghilterra non centrava una semifinale - e la garanzia che, tra due anni, all'Europeo saranno una delle squadre da battere.
Ora restano da giocare due sole partite, una simbolica e storicamente spettacolare perchè priva di pressioni - la "finalina" tra Inghilterra e Belgio - ed una tesa come una corda di violino, che vedrà la Francia dei nuovi fenomeni affrontare la Croazia tutta squadra, carattere e volontà. Certo, ci sono Modric e Rakitic, che però paiono soffrire del morbo di Messi, e dunque tutto finirà sulle spalle dei Mandzukic e dei Vida, gente che non guarda in faccia a niente e nessuno, e combatte fino a quando non è il momento di crollare.
La Francia resta favorita, ma per quanto mi riguarda, dovesse trionfare - per la prima volta nella Storia - una squadra come la Croazia, sarei ben più che felice.
In memoria dei ricordi che ho del tempo trascorso in quella parte di Adriatico qualche anno fa e del favore che, al Saloon, hanno sempre gli outsiders.
Specialmente se di fronte si ritrovano la mia rivale calcistica per eccellenza.



MrFord

domenica 1 luglio 2018

Saloon Mundial: ottavi di finale, parte prima








I Mondiali di calcio sono entrati nel vivo, e lo hanno fatto presentando i due ottavi di finale iniziali che, almeno sulla carta, avrebbero potuto tranquillamente essere almeno semifinali.
Due partite diverse ma giocate fino all'ultimo, tese e molto belle, che hanno emesso un verdetto importante: Leo Messi e Cristiano Ronaldo, le due superstar dominatrici degli ultimi dieci anni di calcio, tornano a casa.
Al loro posto, raccolgono il testimone per la competizione Mbappe - giovanissima star francese che pare anche essere un tipo piuttosto schivo, che a diciannove anni porta agevolmente il dieci che fu di Zidane sulle spalle - e Cavani - che toglie le castagne dal fuoco ad un Uruguay che nel secondo tempo è parso una sorta di Rocky Balboa, pronto a prenderne tante senza mai andare al tappeto, e che spero possa tornare in campo nonostante l'infortunio subito -.
Per quanto pronosticassi esattamente l'opposto, è stata comunque una giornata di grande calcio, con match combattuti, divertenti ed emozionanti, dallo spettacolare quattro a tre del pomeriggio - i gol di Di Maria e Pavard sono due perle - al serrato due a uno della sera, entrambi in grado di esprimere il bello di uno sport mediaticamente ed economicamente sempre troppo esposto ma che continua ad emozionare chiunque riesca a viverlo senza considerarne gli interessi.
Messi e Ronaldo, dunque, protagonisti di un Mondiale a conti fatti fallimentare, tornano a casa nello stesso giorno, il primo restando silenzioso ed anonimo ed il secondo reagendo stizzito e rabbioso, ma chiaramente in calo rispetto alle prime, diropenti due partite disputate - e qui si potrebbe pensare ad un errore nella preparazione atletica che l'ha visto arrivare all'esordio troppo carico per poi spegnersi progressivamente -: a questo punto la competizione dovrà trovare nuovi volti da copertina e nuovi protagonisti, cosa che, personalmente, apprezzo molto, specialmente nell'ottica di una finale inedita e, chissà, in grado di regalare la coppa ad un Paese mai premiato prima.
Curioso che i due rivali per eccellenza del pallone, con le loro differenze di approccio, di gioco, caratteriali, si ritrovino sconfitti insieme, neanche il Destino avesse deciso di riservare, con questo Mondiale, un cambio della guardia: per quanto mi riguarda, è giusto che il rinnovamento ci sia, considerato che tra quattro anni probabilmente nessuno dei due mostri sacri suddetti sarà parte della competizione, e che le rivoluzioni sono sempre ben accette.
Ora occorrerà capire se il quarto di finale che ci attende vedrà prevalere la spinta della "giovane Francia" multietnica, atletica e sprezzante - meno antipatica delle sue controparti passate, ma ugualmente per questioni storiche invisa a questo vecchio cowboy - o l'esperienza dell'Uruguay del mitico Tabarez - vederlo alzarsi con la stampella dalla panchina provoca un misto di tenerezza ed ammirazione - e di Cavani e Suarez - due che non ho mai particolarmente sopportato, ma che senza dubbio rappresentano una tipologia di giocatori di talento e combattenti ad un tempo -.
Domani, invece, vedremo se la Croazia potrà effettivamente candidarsi ad outsider da battere e se prevarrà il vantaggio di essere la squadra di casa o quella più blasonata - Russia e Spagna potrebbero riservare sorprese -: per oggi, e per quanto mi riguarda, più che Messi, Ronaldo, le rivalità e le superstar, vince il calcio.
Quello bello e ben giocato.
Quello che non lascia respiro fino all'ultimo secondo.
E metterei la firma perchè il Mondiale fosse così fino alla fine.



MrFord




domenica 24 giugno 2018

Saloon Mundial: per il rotto della cuffia




E così, la lotta al Potere continua.
Perfino nel Mondiale delle sorprese, la bestia nera che combatto ogni giorno, ideologicamente e per indole, non intende mollare l'osso, e intende farmi sudare ogni successo sperato.
A rimorchio della clamorosa sconfitta dell'Argentina di Messi contro la Croazia, infatti, l'Islanda delle favole ha riportato tutti sulla Terra perdendo malamente contro la Nigeria riaprendo le speranze dell'Albiceleste di rimanere in corsa, pur se come seconda del suo girone, e mentre il Belgio - che quattro anni fa in Brasile e due agli Europei speravo incarnasse la Rivoluzione - continua la sua marcia fin troppo facile, di quelle tipiche delle neopromosse che si illudono per poi scomparire a metà stagione, ed il Messico fa sognare i suoi tifosi e non solo - a scapito della Corea del Sud - questa sera il campo ha purtroppo dato uno scossone alle speranze che avevo rispetto a questa competizione fino ad ora decisamente fuori dagli schemi.
Nel momento del vantaggio svedese, ho pensato che il momento pareva davvero essere giunto, e che la suddetta Rivoluzione fosse iniziata: l'ho pensato anche nel momento del pareggio di Reus, dell'espulsione di Boateng, l'ho pensato per novantacinque interminabili minuti.
Poi, all'ultimo respiro - come per il Brasile di Neymar con Costarica -, è arrivato un gol pazzesco di Tony Kroos, perno del centrocampo del Real Madrid mangiatutto degli ultimi anni a scacciare gli incubi peggiori dei Campioni del Mondo, rimettendo tutto in gioco per l'ultimo match, quando affronteranno la Corea con un piede a casa mentre la Svezia si troverà obbligata a vincere contro il Messico, finendo per risolvere tutto, in quel caso, con la differenza reti.
Sulla carta, mi sarei dovuto incazzare per il peso che inevitabilmente alcune squadre hanno, o facilità a venire fuori dalla merda anche quando pare non esserci uscita, o per il Potere in tutte le sue accezioni, ideologiche, pratiche, vere o immaginate che siano: eppure proprio non ce l'ho fatta.
Perchè gol come quello di Kroos sono davvero troppo belli per essere sminuiti in base a speranze e simpatie, ed hanno il potere - quello buono - di far sognare, di cambiare il corso degli eventi come solo nei film o nei vecchi cartoni animati era possibile cambiare: una manciata di secondi al termine, una parabola magica, una corsa liberatoria, un abbraccio di una manciata di ragazzi che rappresenta quello di un intero Paese.
Personalmente, mi ha riportato alla mente quando, nell'estate del millenovecentonovantaquattro - ventiquattro anni fa, cazzo -, nella camera della pensione a Bellaria, guardai sulla televisione portatile di mio nonno gli ottavi di finale dei Mondiali, Italia contro Nigeria, e a un tiro di sputo dal fischio finale e dall'eliminazione - eravamo sotto di un gol - Roberto Baggio inventò un colpo da biliardo che riprese per i capelli gli Azzurri e fu l'inizio della galleria di magie che ci portò in finale.
Ricordo che, esultando per quel gol - neppure per quello della vittoria, siglato sempre da Baggio ai supplementari -, piansi di gioia. Da solo, nella camera di una pensione che ha significato l'estate per gran parte della mia infanzia.
La mia lotta al Potere continua e continuerà, sempre.
Ma di fronte al potere - quello buono - di gol così, non posso che togliermi il cappello.
Perchè è nella speranza e nelle magie dell'ultimo secondo che vive la Rivoluzione.



MrFord

venerdì 22 giugno 2018

Saloon Mundial: Messi non tanto bene








Al secondo giro di giostra - e di partite - i Mondiali cominciano ad emettere i loro verdetti.
Nel gruppo A la Russia e l'Uruguay accedono matematicamente agli ottavi - e si giocheranno il primo posto nell'ultima partita del raggruppamento -, nel B la Spagna e il Portogallo si avviano a conquistare la qualificazione - anche se Cristiano Ronaldo, sempre decisivo, e soci farebbero meglio a non sottovalutare lo scontro con l'Iran -, nel C pare ormai chiaro che saranno Francia e Danimarca ad accedere alla fase successiva - nonostante non brillino particolarmente per spettacolarità, ma del resto al Mondiale non sempre vince lo show -, ma è nel girone D che si sta consumando una delle sorprese più grandi della kermesse calcistica russa: l'Argentina di Leo Messi, erede sbandierato di Maradona, dopo il fiacco pareggio con l'Islanda, porta a casa una sonora batosta contro la Croazia di Modric e Rakitic - anche a causa di una papera da manuale del portiere Ceballos - candidandosi al ruolo che è stato dell'Italia negli ultimi due appuntamenti calcistici iridati in Sudafrica e Brasile.
Se domani, in quella che di colpo è diventata la partita più importante della giornata, la stessa Islanda dovesse superare la Nigeria, l'Albiceleste sarebbe matematicamente fuori dalla rassegna, protagonista di un'eliminazione che oltre a privare la competizione di una delle favorite della vigilia rappresenterebbe per l'Argentina lo stesso dramma sportivo vissuto dal Brasile quattro anni fa nella semifinale persa con punteggio tennistico contro la Germania.
Ma a prescindere dalle scarse possibilità che la squadra sudamericana abbia di passare il turno, la prova che mi aspettavo avrebbe fornito la competizione, ovvero che Messi, talento indiscusso a parte, non sia affatto quel Messia che tanti dipingono, è giunta sul campo: il buon Lionel, che al Barcellona fa faville con alle spalle una squadra di fuoriclasse che lavorano per lui - Rakitic compreso -, con la sua Nazionale - molto forte in attacco, ma dalle fondamenta tutt'altro che solide in difesa - stenta non solo a trovare spazio, gol e prestazioni, ma dimostra come se non fosse già chiaro di essere privo del carattere distintivo dei grandi campioni, lo stesso che il suo rivale Cristiano Ronaldo pare sfoderare in quasi tutti i match.
Il fatto, per quanto mi riguarda, ormai è questo: Messi è incapace di gestire la pressione, è come uno di quei bambini che dicono "la palla è mia" o di quei cattivi capi che al lavoro quando tutto va bene sono prodighi di pacche sulle spalle e grasse risate e poi, quando la musica cambia, trovano sempre qualcuno o qualcosa cui dare la colpa; il fatto è che il talento è un peso difficile da portare sulle spalle, a prescindere dalle responsabilità. E forse, a volte, è quasi meglio che se ne abusi e ci si mostri "cocky" e sbruffoni, quando lo si ha, piuttosto che coprirsi il viso con la mano e fare finta di non esistere anche quando è chiaro che sarebbe impossibile farlo.
La verità è che Lionel Messi è un insulto al suo stesso talento.
Perchè io, se l'avessi, scenderei in campo con lo spirito che animava gente come George Best, o Gascoigne, Cantona, lo stesso Maradona: avrei il coraggio di segnare anche di mano, quasi contando sul fatto che nessuno potrebbe contraddirmi, perchè a farlo sarebbe il migliore.
Lionel Messi è un insulto a tutti quelli che si devono fare il culo a capanna ogni giorno della loro vita, nello sport e nel lavoro, quando uno come lui dovrebbe solo scendere in campo e tirare fuori i coglioni buttando la palla nel sacco.
Lionel Messi ha paura di vincere, a meno che non ci sia qualcuno - o un gruppo di qualcuno - con le spalle abbastanza larghe da assicurarsi il peso della sconfitta, se dovesse arrivare.
E' così nel Barcellona. Non con l'Argentina.
E l'Argentina non è neanche la minima parte di quello che è la vita.
Quindi, caro Lionel, mi auguro che questo, per te, sia un brusco, pessimo, terribile risveglio.
Ma che ti dia il calcio in culo che ti serve per non fare incazzare chi deve sudare anche solo per sognare di avere le tue possibilità.



MrFord

mercoledì 20 giugno 2018

Saloon Mundial: sorprese e speranze



Ogni appuntamento con il Mondiale di calcio, per quanto mi riguarda, e anche senza l'Italia, continua ad avere un fascino irresistibile: l'atmosfera, le sorprese, le certezze, le possibilità prendono corpo partita dopo partita, regalando momenti che restano impressi nella memoria come fossero sequenze memorabili di film.
Dopo aver latitato per questioni lavorative legate alla vita quotidiana di questo vecchio cowboy, la rubrica dedicata alla competizione più importante del mondo del calcio torna riassumendo, alla vigilia delle partite di oggi, le ultime due giornate: la Svezia, dopo aver giustamente lasciato a casa gli Azzurri, liquida la Corea senza troppi patemi, candidandosi a possibile "esecutore" anche per la Germania già sconfitta dal Messico, e mentre anche il Brasile si appende a Neymar come quattro anni fa senza rendersi conto che non si tratta, come per Messi, di Cristiano Ronaldo, sperando che gli acciacchi fisici possano permettergli di essere in campo, esplodono altre due sorprese, Giappone e Senegal, che battono le ben più quotate Colombia e Polonia, mentre il Belgio dilaga - ma si scioglierà appena gli scontri si faranno più seri, come sempre - e l'Inghilterra ringrazia il recupero e Kane.
Il primo verdetto, nel frattempo, pare quasi essere stato emesso: la Russia padrone di casa strapazza l'Egitto di Salah e si qualifica virtualmente per gli ottavi di finale, rivelando talenti che probabilmente il prossimo anno giocheranno in grandi club europei e che, a questo punto e considerando il fattore "casa", potrebbero ambire senza dubbio almeno ai quarti.
Personalmente, ad ogni match io spero principalmente di divertirmi e restare sorpreso, anche perchè il calcio, così come la società, l'arte e qualsiasi cosa possa venirvi in mente, ha bisogno di ventate d'aria fresca che permettano a tifosi, addetti ai lavori e giocatori di rimettersi in gioco, commentare, sognare: il bello della vita - e dello sport come sua espressione - in fondo, è proprio questo, e dunque un sostenitore della Resistenza questo vecchio cowboy non può che sperare che il "Mondiale delle sorprese" come è stato già ribattezzato possa continuare come è iniziato, e regalare sfide mai viste e momenti imprevedibili.
Neanche fossimo in uno di quei cartoni animati anni ottanta in cui il Giappone arriva in finale.
E magari vince anche.



MrFord

lunedì 18 giugno 2018

Saloon Mundial: the curse of the winners




Dopo Francia '98, vincere un Mondiale non è mai stato presagio di buona sorte, per i detentori del titolo, all'edizione successiva.
La squadra trascinata da Zidane che vinse in casa in quell'anno uscì malamente come ultima del girone nel duemiladue, il Brasile trionfatore in Corea venne superato proprio dalla Francia ai quarti nel duemilasei, l'Italia che alzò la Coppa a Berlino tornò a casa in Sudafrica come i cugini d'oltralpe dopo i gironi, destino identico per la Spagna vincitrice nel duemiladieci in Brasile quattro anni fa.
Oggi, questa maledizione che pare non risparmiare nessuno ha colpito anche i teutonici, tra i favoriti di questo torneo: a seguito di una partita bella e combattuta, che gli stessi tedeschi paiono aver sottovalutato almeno quanto i colleghi argentini contro l'Islanda ieri, il Messico si è imposto meritatamente, facendo iniziare il cammino in salita ai Campioni.
Certo, nel già citato duemiladieci la Spagna iniziò proprio con una sconfitta contro la Svizzera, e poi andò a vincere, ma pare che, in questo caso, le cose non vadano proprio in quella direzione.
Il fatto è che nel calcio di oggi, divenuto globale, non sempre basta essere i più tecnici, i più quotati, i più forti: a volte, quando la condizione fisica spinge una forte motivazione, anche compagini meno favorite possono riuscire in quello che appare come incredibile.
E sinceramente, non posso che esserne contento.
Perchè questo pare un Mondiale costruito sulle sorprese, che per una volta potrebbe davvero regalare una finale - ed una vittoria - ad una squadra nuova, che sorprenda e stupisca - un pò come era accaduto in Sudafrica, quando si giocarono la coppa Spagna e Olanda, che mai l'avevano sollevata prima -: e dunque, a seguito dei miracoli dell'Islanda, del Messico e della Svizzera - ancora una volta - stasera, pronta a fermare al pareggio il Brasile del divo Neymar, in questo momento comincio a coltivare davvero la speranza di una competizione diversa da tutte le altre, che potrebbe regalare al pubblico un'escalation diversa da tutte le altre, e dalle solite schermaglie tra i soliti noti.
Siamo appena all'inizio, e tutto potrebbe accadere o cambiare, considerato quanto questo tipo di competizioni siano imprevedibili, ma voglio continuare a sperare che il buongiorno si veda dal mattino e che il mattino abbia l'oro in bocca, e possano essere la fame e la passione, e non il divismo e le certezze, a farla da padrone sul campo da qui all'ultimo giorno.
Per ora, in questo Mondiale orfano dell'Italia - della quale, sinceramente, non sento così tanto il bisogno se non per trasporto - sento fermentare la voglia di ribaltamento rispetto ai "poteri forti" che stimola il mio animo da ribelle, e mi porta a sperare che quache rivoluzione calcististica sia già in atto, e pronta a sorprendere il mondo.
Nel frattempo, mi godo le vittorie e le sorprese giorno per giorno.
Sperando non siano certo le ultime.



MrFord

domenica 17 giugno 2018

Saloon Mundial: and Messi...





Se dovessi scegliere tra una persona di carattere pronta a starmi profondamente sul cazzo o una totalmente anonima dalla mia parte, credo sceglierei senza troppi patemi d'animo la prima.
Questo perchè amo il confronto, la sfida, la passione che emerge e bussa alla porta.
Nel corso della mia vita di amante del calcio ci sono stati giocatori in grado di emozionarmi come un grande film, o un romanzo, o una canzone: penso soprattutto a Roberto Baggio, uno che il Mondiale o la Champions non li ha mai vinti, che ha dovuto lottare per ogni successo, superare conflitti, fugare ad ogni partita dubbi, quasi fosse sempre il primo match, il debutto, il momento della conferma.
E che praticamente ogni volta mi ha regalato quella magia di chi è in grado di prendere per mano chi sta al suo fianco e portarlo dove non avrebbe neppure immaginato.
Personalmente trovo che i due giocatori considerati i più grandi di quest'epoca, Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, non siano all'altezza di Roberto Baggio. O di Van Basten. O di Maradona. E via discorrendo.
Eppure, tra loro c'è un abisso.
Il primo, nel suo divismo quasi tomcruiseiano, è come un bambino che vuole sempre tutto e anche di più. Il secondo, circondato da un'aura che non gli corrisponde neppure per scherzo - quella del mitico Diego -, scompare ogni volta in cui gli si chiede di tirare fuori le palle.
Ancora negli occhi la tripletta di Ronaldo di ieri contro la Spagna, e la punizione che ha siglato il pareggio finale, oggi ho visto il suo più grande rivale - questioni "caprine" a parte - avvicinarsi al dischetto in una partita che a mio parere l'Argentina ha sottovalutato contro la rivelazione degli ultimi Europei, l'Islanda divenuta il vero simbolo dei Goonies del calcio, con il terrore e la rassegnazione negli occhi.
E neanche l'avessi gufato, prima ancora di sbagliare un calcio di rigore - non è mica da questo particolare che si giudica un giocatore, canterebbe De Gregori - ha in qualche modo e ancora una volta tarpato le ali alla sua squadra mostrandosi la cosa più lontana da un trascinatore si potesse immaginare: e così nasce una nuova favola islandese, e per l'ennesima volta mi trovo a confermare quello che penso di questo indubbio, inutile talento.
Inutile perchè forte solo nei momenti in cui chi è pronto a coprirgli le spalle è forte, a dare il meglio solo quando la vittoria è sicura, o già in cassaforte.
Troppo facile, caro Leo. Troppo scontato.
Mi viene da pensare che se fosse stato islandese, o un giocatore di una qualsiasi squadra di un qualsiasi campionato di serie b, e non il pupillo ed il predestinato del Barcellona, uno dei club più ricchi e potenti al mondo, ricettacolo di campioni, Messi non sarebbe stato dov'è ora, considerato com'è ora.
In un certo senso, Messi è come un figlio di papà che ha trovato la pappa pronta e che non è mai stato davvero pronto a guadagnarsela. E sinceramente, ritengo sia giusto che all'ennesimo Mondiale questo limite venga finalmente riconosciuto, a meno che lui non sia davvero pronto a superarlo.
Come lo sport insegna, come lo sport permette di sognare di fare.
Perchè se uno dei calciatori più talentuosi al mondo si permette di tirarsi indietro quando squadre certo non fenomenali come Danimarca e Perù si danno battaglia dal primo all'ultimo minuto emozionando e sbagliando e continuando a lottare come se fosse il giorno più importante delle vite dei loro giocatori, allora qualcosa in quello stesso calciatore non funziona.
Forse non ama quello che fa. O non lo ama abbastanza.
Di certo, per uno cresciuto a guardare partite come questo vecchio cowboy, non è abbastanza.
E allora è giusto che fallisca. Che veda la sua casa di carta crollare su fondamenta che non reggono.
Ed il suo rivale fare quello che dovrebbe fare anche lui, e sbeffeggiarlo.
Perchè da un grande talento - o potere - derivano grandi responsabilità.
La prima fra tutte, far sognare chi ti guarda.
E Messi non fa sognare proprio nessuno.
O almeno, non fa sognare me.



MrFord

sabato 16 giugno 2018

Saloon Mundial: Cristiano again




E' davvero curioso quanto il Destino giochi con noi.
Quattro anni fa, a cavallo tra il primo ed il secondo giorno del Mondiale brasiliano, scrissi un post furente ed arrabbiato contro i poteri forti ed i geni, spinto da un periodo non facile a livello personale e lavorativo, e dal fastidioso atteggiamento dei carioca che, sulla carta, partivano favoriti nella competizione.
Come tutti sappiamo, il Brasile ai tempi rimediò solo un quarto posto e due batoste clamorose in semifinale e nella "finalina" per il terzo posto, e ad oggi siedo alla tastiera con la mente decisamente più sgombra di allora. Certo, sono e resterò sempre un sostenitore degli outsiders, ma inizio la consueta cronaca dei Mondiali di calcio - ormai alla sua terza "edizione" qui al Saloon - dedicando la "copertina" a Cristiano Ronaldo, che qualche mese fa era già comparso da queste parti a seguito del gol fantascientifico segnato nell'andata dei quarti di finale della Champions - poi vinta dal suo Real Madrid - contro la Juventus.
Questa sera, infatti, si è tenuto il primo, vero big match della competizione, il duello tra Spagna - come sempre negli ultimi anni, tra le favorite - e Portogallo - Campione Europeo uscente, ma squadra decisamente inferiore alla Roja -, e Cristiano, a differenza della sua "nemesi" Messi, non ha voluto saperne di scomparire dai radar: anzi, con una tripletta che è un mix di furbizia - il rigore e la punizione conquistati sono quantomeno dubbi -, tecnica e quella meraviglia da cartone animato che è anche il bello del calcio e dello sport: quando un campione - perchè di campioni così, inutile negarlo, non ne nascono molti - decide di prendere in mano la propria squadra e, dopo essersi visto rimontare due volte e superare, a due minuti dalla fine inventa qualcosa come la punizione che ha siglato il tre a tre conclusivo, allora, per dirla come Ivan Drago in Rocky IV - tanto per restare in tema russo - "è un vero campione".
E dunque, a distanza di quattro anni, da sostenitore dei Goonies e degli outsiders, mi trovo a dover esultare per uno di quei geni afflitti da divismo che tanto criticavo nel post che inaugurò i Mondiali brasiliani: ma il bello dello sport è anche questo.
Riconoscere un gesto, qualcosa che colpisce e lascia senza parole.
Qualcosa che vada oltre il fatto che per la prima volta da quando sono nato assisto a questa competizione senza avere l'occasione di tifare per l'Italia - giustamente per molte ragioni eliminata ai playoff lo scorso autunno dalla Svezia -, oltre alle nazioni partecipanti, a chi scegliere di tifare, alle voci di mercato e a tutto il circo che gira attorno al mondo del pallone, tra i più ricchi e mediaticamente esposti di tutto lo sport: io voglio sentire l'emozione sulla pelle, dalla rabbia che provai ai tempi delle Notti Magiche alle lacrime di gioia per i miracoli di Roberto Baggio in USA, dalla rivisitazione di Seven Nation Army all'essere ancora qui, ad una tastiera, per raccontare quello che provo quando qualcosa mi coinvolge e conquista, che si tratti di Sport, Cinema o altro stuzzichi quel desiderio di magia e l'ingordigia che mi contraddistinguono.
E lo scrivo da outsider affamato come un genio.
Come il più anonimo e scombinato mediano possibile animato dallo stesso lampo visto negli occhi e nei gesti di Cristiano Ronaldo che, a due minuti dalla fine della partita, sposta l'arbitro che lo stava intralciando e calcia una punizione perfetta.
E la barriera, la tensione, il portiere, il pubblico, il tempo, per un attimo spariscono.
E resta solo la magia.
Quella che voglio. Quella che placa il mio appetito. Quella che cerco.
Cristiano Ronaldo pare avermi letto nella mente.
Ora, quello che chiedo a questo Mondiale, è di andare avanti così.



MrFord




martedì 15 luglio 2014

Saloon Mundial: Brasile 2014

La trama (con parole mie): avendolo seguito così da vicino, non potevo salutare il Mondiale appena conclusosi con la vittoria della Germania senza un post che ripercorresse le sue tappe più importanti - o almeno, quelle fondamentali per il sottoscritto -.
E' stata senza dubbio una kermesse combattuta, ricca di sorprese e delusioni, forse la migliore - insieme, per ragioni affettive, a quella del duemilasei - dal novantaquattro a questa parte.
L'appuntamento ora è tra due estati per gli Europei, e in Russia, nel duemiladiciotto.
Nel frattempo, come se fosse un film, ripercorro quello che è stato un mese all'insegna del pallone.







Non posso non cominciare, in questo senso, dalla partita inaugurale, giunta in un giorno lavorativamente molto pesante per il sottoscritto, arrivato a sera con la voglia di rivalsa di ogni outsider che si rispetti.
Purtroppo, i sogni di gloria sono rimasti inespressi - complice anche un arbitraggio più che scandaloso -, e Brasile - Croazia ha rappresentato una delle incazzature più feroci del Mondiale.






Fortunatamente la sofferenza è stata quasi immediatamente mitigata grazie alla debacle della Spagna Campione uscente - in tutti i sensi, di cui parlerò a breve -, in una partita già cult simboleggiata da un gol in pieno stile Holly&Benji di Van Persie, tra i più belli del Mondiale.






Questo torneo, però, è stato senza dubbio quello dei portieri: le emozioni più grandi ed i personaggi più incredibili sono stati quelli tra i pali.
Ochoa, istintivo e decisamente improvvisatore, attualmente senza contratto, è diventato da subito - con il suo Messico - uno degli eroi di casa Ford.
Peccato solo che il cammino dei Sombreros si sia interrotto brutalmente agli ottavi di finale.







La Spagna spocchiosa e radical chic del tiki-taka, invece, con la sua clamorosa eliminazione è stata una delle più grandi gioie del Mondiale. Conferma della maledizione che, dopo Francia '98, ha cominciato a colpire l'edizione successiva tutte le compagini detentrici del titolo.
Cinque pere dall'Olanda, due dal Cile, un'inutile vittoria contro l'Australia.
Roja quasi peggio dell'Italia, che è tutto dire.






Proprio l'Italia, dopo un'incoraggiante vittoria con l'Inghilterra al debutto - e, forse, una fiducia eccessiva nei propri mezzi maturata proprio a seguito di quel risultato - finisce praticamente peggio che nel duemiladieci, per la seconda volta successiva eliminata nella fase a gironi, tra polemiche e poco carattere.
Unico ricordo, il siparietto del morso di Suarez a Chiellini.






Chiuso il discorso gironi, ecco che la Colombia - una delle squadre ad aver espresso il calcio migliore - stende il tappeto rosso della ribalta al suo astro, il mio omonimo James Rodriguez, capocannoniere del torneo ed autore di una delle reti più spettacolari della rassegna, negli ottavi di finale contro l'Uruguay.
Peccato per come sia andata ai quarti, perchè la mia finale da sogno avrebbe avuto da una parte senza dubbio i Cafeteros.






Gli ottavi hanno rappresentato anche la seconda grande incazzatura del sottoscritto rispetto all'evoluzione di quello che pareva il Mondiale delle sorprese che, al contrario, si divertì a ridefinire una geografia molto più consona ai luoghi comuni del calcio. Il Brasile - che pagherà con gli interessi in seguito - supera ai rigori il combattivo Cile che, sul finire del secondo tempo supplementare, colpisce una traversa clamorosa con Pinilla, che finirà per tatuarsi anche l'immagine di quello stesso momento.






Allo stesso modo viene beffata la Svizzera, che vede infrangersi sul palo e con una carambola da fantascienza il sogno di portare ai rigori nientemeno che la celebrata Argentina di Messi - che sconterà anch'ella, pur se in misura minore rispetto al Brasile -.
Va detto che anche l'Algeria, indomita e combattiva, non avrebbe meritato l'uscita. Peccato.
Sogno ancora un Mondiale tutto di outsiders.






Con i quarti, però, la musica cambia, e il dio del calcio pare riconoscere il suo debito rispetto al Saloon e alle maledizioni lanciate nel corso della prima parte del torneo.
Neymar, uno dei giocatori che più detesto nel panorama calcistico, finisce anzitempo la sua avventura a seguito di una frattura ad una vertebra rimediata dopo una ginocchiata del colombiano Zuniga.
Avrei preferito vederlo uscire in lacrime dal campo con le sue gambe dopo una sconfitta, ma me lo sono fatto bastare.














Scrivevo poco sopra che questo è stato, senza dubbio, il Mondiale dei portieri: da Neuer, strepitoso estremo difensore con ambizioni offensive tedesco premiato come il migliore della competizione alla sorpresa felina Navas, capace di portare il Costa Rica quasi in semifinale, fino al personaggio Krul, entrato proprio per l'occasione dei rigori contro gli appena citati centroamericani e protagonista di un duello con i tiratori avversari da urlo.
Spocchioso e con il fare da duro di periferia, il suo incedere verso i malcapitati rigoristi con la mimica che pareva dire "Ma tu davvero vuoi segnare a me?" neanche fossimo in Taxi driver rappresenta una delle immagini più cult del Mondiale.






Con la Colombia, ricorderò anche il Belgio, tra le protagoniste di Brasile 2014: la squadra di Wilmots - grande ex giocatore - ha mostrato bel gioco, talento da vendere, grinta ed un potenziale futuro enorme. Peccato che abbiano pagato - sempre come la Colombia - il prezzo dell'inesperienza nei quarti di finale contro l'Argentina.
Spero davvero si possano rifare tra due anni, all'appuntamento con l'Europeo.










E' con le semifinali, che cominciano ad arrivare le vere soddisfazioni, ripagando tutte le delusioni precedenti: il Brasile, privo di Neymar e Thiago Silva - ma non sarebbe cambiato l'esito dell'incontro, se non nel risultato - subisce un clamoroso sette a uno dalla Germania in semifinale, un evento mai verificatosi nella Storia del Mondiale.
Una debacle clamorosa, che lascia di stucco perfino gli spettatori - come i Ford - che tifavano spudoratamente contro i verdeoro.
Come se non bastasse, nella finalina per il terzo e quarto posto, l'Olanda - eliminata ai rigori dall'Argentina nell'altra semifinale in una delle partite più brutte della rassegna iridata - regala una seconda pettinata a Neymar e soci, chiudendo, di fatto, la loro epoca prima ancora che possa considerarsi iniziata.






La finale è storia recente.
La Germania agguanta il suo quarto titolo raggiungendo l'Italia - che pare, ormai, in un'altra epoca e su un altro pianeta calcistico - grazie ad un progetto tecnico a lungo termine tra i migliori al mondo, con una rosa giovanissima e pronta a dare ancora tantissimo a questo sport, al termine di una delle finali più combattute ed intense tra quelle delle edizioni recenti.
Per quanto mi riguarda, e nonostante l'uscita di scena delle mie favorite - parlo di Algeria, Colombia e Belgio, ma anche dell'Olanda, a conti fatti - questo è stato un Mondiale molto divertente ed emozionante, che mi sono goduto dall'inizio alla fine e che, nonostante il ritorno al grande amore per il Cinema, mancherà davvero al bancone del Saloon.
Ma come tutte le cose, è giusto che si scriva la parola fine e si vada avanti.
In fondo, quattro anni passano più in fretta di quanto si possa pensare.



MrFord


lunedì 14 luglio 2014

Saloon Mundial: Panzer 4x4

La trama (con parole mie): questa sera si è giocata la finale dei Mondiali, che ha chiuso il cerchio su una delle rassegne sportive più seguite del pianeta, nonchè di una delle edizioni della stessa più combattute e sorprendenti - malgrado i nomi altisonanti delle prime quattro classificate -.
E dopo tre appuntamenti giocati da perenne loser, la Germania torna ad alzare la coppa ventiquattro anni dopo l'ultima volta: è la vittoria di un gruppo, di un progetto, dell'applicazione.
E dell'incapacità di Messi e soci di mettere il carattere necessario per fare davvero la differenza.








E alla fine, è andata come speravo andasse.
La Germania di Loew si è finalmente laureata Campione del Mondo battendo un'Argentina mai doma - forse la più vivace del Mondiale - guidata come di consueto da un Messi in preda alle crisi di vomito e fermato dall'incapacità di fare la differenza nel momento decisivo come capitava spesso e volentieri a quello che è considerato il suo predecessore e riferimento, tale Diego Maradona - in questo senso, esemplare il riso isterico del numero dieci dell'Albiceleste una volta fallita la punizione che, di fatto, è stata l'ultima speranza della sua squadra, ben oltre il centoventesimo minuto -.




Va comunque reso l'onore delle armi ad un'Argentina che si gioca ad armi pari con la corazzata tedesca il titolo, che spreca molto - clamoroso l'errore di Higuain nel primo tempo - e viene colpita proprio quando cominciava a diventare opinione comune l'ipotesi dei calci di rigore.
Ha vinto, ad ogni modo, la squadra dal miglior collettivo - non a caso, l'azione decisiva è passata dai piedi di due giocatori entrati dalla panchina - e dal progetto più convincente - escluso Miro Klose, trentaseienne, la rosa tedesca è forse la più giovane, mediamente, della rassegna -, portata al trionfo da un giocatore che non aveva entusiasmato fino a questo momento, ma che, con la sua classe novantadue diviene il simbolo di un rinascimento calcistico del quale, probabilmente, sentiremo ancora parlare.







Lostiani, poi, i numeri.
La Germania, infatti, conquista il quarto Mondiale ventiquattro anni dopo l'ultimo trionfo, che risale all'Italia del millenovecentonovanta delle Notti Magiche - finale vinta ancora contro l'Argentina e ancora per uno a zero -, così come l'Italia lo conquistò proprio in Germania nel duemilasei ventiquattro anni dopo l'ottantadue - che vide gli Azzurri imporsi proprio sui tedeschi -: coincidenze niente male per le due Nazionali lanciate all'inseguimento del Brasile, ancora in testa per quanto riguarda i titoli vinti con cinque vittorie all'attivo.







Senza dubbio, e senza nulla togliere agli sforzi degli argentini - che, comunque, devono ancora maturare parecchio, fatta eccezione per gente con gli attributi come Mascherano -, la Germania ha meritato più di ogni altra di sollevare la coppa, afferrata con carattere, grinta, voglia e talento.
Evidentemente, l'occhio clinico teutonico riesce a fare tesoro delle sconfitte e sfruttare al meglio l'esperienza - dall'edizione del millenovecentocinquantaquattro, la prima vinta dai nostri secondi cugini, non c'è mai stata un'edizione dei Mondiali in cui la loro selezione non sia arrivata almeno ai quarti, dunque tra le prime otto del torneo -, oltre a permettere ai giocatori di scendere in campo con una determinazione assolutamente incrollabile.
Non a caso, sono stati loro i primi europei a sollevare la Coppa del Mondo nel continente americano, così come saranno, in Russia tra quattro anni, con ogni probabilità i primi a sfatare la maledizione delle vincenti che ha colpito tutte le Nazionali vittoriose nell'edizione precedente dal duemiladue ad oggi.






Ma poco importano le speculazioni, ora.
Che giocatori, tifosi e staff si godano i festeggiamenti, e che il Mondiale di calcio - forse l'appuntamento sportivo più seguito al mondo - si concluda come è giusto che sia: con una festa.
Il Saloon, approfittando, alzerà un paio di calici in più in onore dei vincitori.
Senza contare che, stasera, sono proprio quelli che sperava fossero.



MrFord




domenica 13 luglio 2014

Saloon Mundial: samba orange

La trama (con parole mie): ieri sera si è tenuta la "finalina" dei Mondiali, l'inutile consolazione che decide il terzo e quarto posto del torneo. Onestamente sono tra quelli che ritengono questa sfida inutile, buona giusto per giocare una partita in più ed incassare con sponsor e pubblicità, ma in questo caso non posso che essere felice di essermela gustata dal primo all'ultimo minuto.
Perchè ancora una volta, il dio del pallone ha deciso che i carioca padroni di casa dovevano pagare un dazio forse addirittura eccessivo perfino per loro.








Pronti via e subito non ci si crede: complice un clamoroso doppio errore arbitrale -  la punizione con espulsione di Thiago Silva è diventata un rigore con ammonizione dello stesso - l'Olanda piazza il primo gol dopo neppure due minuti, con Van Persie che zittisce le polemiche che hanno circondato gli Orange e la loro unità di squadra dopo la sconfitta ai rigori con l'Argentina.
L'impressione è che si prospetti, per i verdeoro, un'altra ripassata come quella subita contro la Germania in semifinale.
Il mojito che stringo nella destra preparato da Julez - che, per essere praticamente astemia, è un'ottima barwoman - di colpo diventa ancora più buono.







Neanche il tempo di constatare la pochezza del Brasile cui neppure il simbolo Neymar trascinato zoppicante in panchina come un amuleto pare servire, ed ecco che gli arancioni infilano la seconda pera, complice un inguardabile pasticcio della difesa avversaria. Ora, più che un'impressione, arriva la certezza che sarà un match a senso unico e che Thiago Silva e soci dovranno rimboccarsi le maniche per evitare un altro punteggio tennistico.







Vedere l'Olanda dominare la gara quasi completamente - se si esclude Oscar, i carioca praticamente non si vedono - rischiando di andare a segno almeno due o tre altre volte nel corso del primo tempo aumenta purtroppo il rammarico di non aver visto Robben e compagni giocare in questo modo anche contro l'Albiceleste, regalando al sottoscritto la finale europea che sperava di vedere stasera.







Nel secondo tempo la musica non cambia, con il già citato Robben che si tuffa e simula neanche fosse l'altrettanto già citato Neymar ad ogni piè sospinto - forse voleva omaggiare il suo collega grande assente - e le occasioni che piovono addosso agli Orange - anche se, occorre ammetterlo, un paio piuttosto grandi capitano anche sui piedi purtroppo non così brasiliani di questo Brasile -, che concludono la pratica con un gol di Wijnaldum in pieno recupero, giusto per essere, se non spietati quanto i tedeschi, almeno altrettanto sicuri della propria imposizione sugli avversari.






Forse mi sono accanito troppo anch'io, alla fine, su questo Brasile: ho tirato fuori tutte le maledizioni possibili e le ho scagliate - a quanto pare con successo - su Neymar e compagnucci nel corso di tutto il Mondiale.
Ma onestamente, non riesco a non godermela.
Mi sento come la Germania che, anche sul sei o sette a zero, continuava a macinare gioco ed usare la porta di Julio Cesar come un tiro al bersaglio.
L'Olanda, intanto, porta a casa un terzo posto meritatissimo - esce imbattuta dal Mondiale, di fatto, essendo stata eliminata ai rigori in semifinale - e si candida ad essere una delle protagoniste del prossimo Europeo, tra due anni.
Stasera, invece, si giocheranno il tetto del mondo i tedesconi di Loew e gli argentini mosci di Messi.
Inutile aggiungere che la speranza del Saloon è quella di vedere ancora una volta la Vecchia Europa regolare da par suo l'altra scuola più importante del calcio: quella sudamericana.



MrFord




giovedì 10 luglio 2014

Saloon Mundial: dio si è giocato tutte le carte ieri


La trama (con parole mie): archiviata la storica debacle del Brasile nella prima semifinale contro la Germania, Olanda e Argentina si giocano il tutto per tutto in modo da raggiungere gli uomini di Loew al Maracanà, domenica sera.
Ancora una volta, Europa contro Sud America, per una sfida dal sapore antico che fu finale di questo stesso torneo nel millenovecentosettantotto: le compagini guidate da Robben e Messi saranno riuscite ad eguagliare lo spettacolo portato in scena dai teutonici?


Forse il dio del calcio si è reso conto di avermi concesso un pò troppo, con le sette pere rifilate al Brasile dalla Germania.
Anzi, deve essersi perfino spazientito.
Perchè, all'indomani di una delle godurie più clamorose provate di fronte ad una partita di calcio nella mia storia di appassionato di questo sport, non solo l'Olanda - che avrei voluto vedere finalmente trionfatrice del Mondiale - ha detto addio ad ogni sua speranza lasciando campo libero all'abulica Argentina dell'ancor più abulico Messi, ma in campo si è svolta quella che, senza ritegno, è stata la partita inesorabilmente più brutta della competizione dagli ottavi di finale in poi.
Ritmo bassissimo, terrore dilagante, volontà di puntare ai calci di rigore fin dal quinto minuto del primo tempo - non supplementare -, pochissime occasioni, l'Albiceleste in piena siesta pronta ad "affrontare" un'Orange che, spinta dalla vittoria sul Costa Rica, ha pensato di poter replicare il miracolo degli undici metri perfino senza sostituzione del portiere - errore fatale, considerato l'inutile titolare Cillessen, decisamente più bravo con i piedi che con le mani, che tenta anche di mettere paura a Messi imitando la sua decisamente più efficace riserva Krul -.



Peccato, perchè a prescindere dal risultato e dalle mie speranze di una finale tra Germania e Olanda, speravo di poter assistere ad uno spettacolo degno di questo nome, e ad una partita commisurata ai talenti schierati in campo: al contrario, invece, Messi continua a mostrarsi per il fantasma che è - sarà pure un fenomeno, ma è uno dei giocatori più inutili e meno coinvolgenti che abbia mai calcato il terreno di gioco - facendo rimpiangere Di Maria, Higuain è spuntato mentre Aguero e Palacio impalpabili, e dall'altra parte un Robben supponente guida un inutile Van Persie ed un nervosissimo Sneijder - si capiva lontano un miglio che avrebbe fallito il suo tiro dal dischetto - alla sconfitta inevitabile.
Per fortuna che il geniale Van Gaal aveva dichiarato alla stampa che i genitori olandesi avrebbero dovuto tenere svegli i bambini nonostante l'ora tarda in attesa di uno spettacolo che non è mai arrivato.


A questo punto, sabato sera si giocherà la "finalina" di consolazione, che spero l'Olanda vincerà rifacendosi sul Brasile di quello che non ha combinato questa sera.
Mentre domenica, in uno degli stadi più famosi della Storia del calcio, si replicherà quella che è stata la finale di Messico '86 e Italia '90: Argentina - Germania.
Ai tempi, si imposero prima Maradona e compagni e dunque i panzer guidati dal trio interista Matthaus - Brehme - Klinsmann.
Si potrebbe quasi dire che si tratta di una vera e propria bella.
La terza coppa per l'Argentina - che raggiungerebbe proprio i trionfi tedeschi - o la quarta dei nostri vicini, che ci agguanterebbero dietro al Brasile.
Per come stanno le cose ora, pare non ci sarà partita.
I ragazzi di Loew paiono decisamente di un altro pianeta.
Ma il calcio è strano, e non è detto che accada il contrario.
Da parte mia, il Saloon, domenica notte, sarà tutto per la vecchia Europa.



MrFord



mercoledì 9 luglio 2014

Saloon Mundial: dio esiste. Ed è tedesco.


La trama (con parole mie): è appena finita la prima delle due semifinali dei Mondiali. E devo dire che il dio del calcio mi ha ripagato - e con gli interessi - per tutte le delusioni ed i bocconi amari ingoiati fino ad ora in questo Mondiale.
Vaja con dios, Selecao.
E soprattutto, scordati la sesta coppa.


Lo so, pare quasi brutto godersela tanto per una sconfitta storica, clamorosa, enorme.
E che avrebbe addirittura potuto essere ancora più disastrosa.
Ma davvero non ce la faccio.
Questo Brasile, dopo gli aiuti arbitrali, il finto buonismo da primi della classe e primi all'oratorio, il sogno di una finale tutta da giocare in casa con l'Argentina, le pose ed i cuoricini come esultanze, paga il suo debito rispetto al destino che fin dall'esordio Mondiale si era accumulato.



La Germania, del resto, è una vera corazzata.
Non una Colombia dal bel gioco ma dalla scarsa esperienza, non un Cile sgambettato dalla sfortuna, non un'Italia che non si sogna di lottare su ogni pallone come i teutonici, neppure sullo zero a zero.
E proprio la Germania ha svegliato ben sette volte un'intera popolazione da un sogno troppo grande per la pochezza della Nazionale che lo rappresenta.
Senza dubbio le assenze di Neymar e soprattutto Thiago Silva hanno pesato, ma non credo che il risultato finale - se non nel numero - sarebbe cambiato.


E ha ragione Neuer - portiere straordinario - ad incazzarsi per quel gol di Oscar al novantesimo.
Perchè il Brasile non lo ha meritato. Neanche per sbaglio.
Decisamente meno del mancato numero otto di Ozil pochi istanti prima.
Poco importa, comunque.


Applausi a Loew, che con una classe da signore compie un'altra impresa.
Al collettivo tedesco, sempre da ammirare.
A quelli come Khedira, che lottano su ogni pallone anche sul cinque a zero come se dovessero recuperare un gol all'ultimo secondo.
A Miro Klose, il miglior marcatore di sempre nella Storia dei Mondiali.
A questo roboante sette a uno, e alla finale che, domenica, la Germania giocherà per l'ottava volta nella sua storia.


E, perchè no, anche al Brasile.
Non è facile, uscire di scena dopo una serata come questa.
Nonostante non riesca davvero a contenere o nascondere una goduriosa soddisfazione.



MrFord




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