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sabato 21 dicembre 2013

Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

Regia: Peter Jackson
Origine: USA, Nuova Zelanda
Anno: 2013
Durata: 161'




La trama (con parole mie): le peripezie di Bilbo Baggins e la compagnia guidata da Thorin Scudo di quercia proseguono attraverso le terre selvagge mentre nell'ombra il potere di Sauron monta spingendo sempre più per un ritorno del Signore Oscuro ed una nuova guerra.
Tallonati dagli orchi guidati da Azog, gli improvvisati avventurieri guidati da Gandalf il grigio giungono ai confini dei territori degli elfi delle foreste, più refrattari al contatto e governati da Thranduil, padre di Legolas: quando lo stregone si separerà da loro per indagare sul ritorno delle forze del male, i piccoli uomini dovranno dare fondo a tutte le loro forze per poter raggiungere Erebor superando insidie e lavorando duramente per mantenere alleanze decisamente instabili, affinchè la missione che si sono prefissati trovi la sua naturale conclusione nell'incontro tra Bilbo ed il drago Smaug, responsabile della rovina dei loro destini.
Riuscirà Bilbo a resistere agli impulsi dell'anello e sopravvivere al confronto con un essere leggendario, crudele e letale?





Passano gli anni, e la mia stima per il lavoro straordinario svolto da Peter Jackson rispetto al mondo tolkeniano de Il signore degli anelli - del quale non sono mai stato un fan letterario, lo ammetto - continua inesorabilmente ad aumentare, parallelamente al divertimento che l'autore neozelandese riesce a garantire con ogni suo lavoro, centrando il bersaglio dell'intrattenimento d'autore con una facilità estrema, a prescindere dai fotogrammi al secondo e dagli effetti speciali - sempre incredibili -, riportando di fatto in sala l'emozione che solo negli anni ottanta si aveva la possibilità di vivere attraverso un'incredibile avventura fatta di pellicola.
Già lo scorso anno, con Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato, Jackson era riuscito a lasciare a bocca aperta il sottoscritto confezionando una piccola perla di nostalgia, emozione e meraviglia, e nonostante - come fu, del resto, anche per Il signore degli anelli - con questo secondo capitolo si paghi, di fatto, la sensazione di trovarsi di fronte ad un unica, grande, sequenza di raccordo - pur se ottimamente realizzata - il risultato è una vera goduria per gli occhi, la testa ed il cuore, un viaggio senza respiro, piacevolmente imperfetto e divertente in grado di far passare in un lampo quasi tre ore, costruito prendendosi tutto il tempo necessario per chiudere lasciando di fatto deflagrare - in tutti i sensi - un climax da season finale di serie tv, nel pieno rispetto del meccanismo del "fiato sospeso" che i fan delle trilogie di vecchia data ricorderanno dai tempi de L'impero colpisce ancora.
E proprio a Star Wars si lega sempre più l'ex sovrappeso Jackson, che con il binomio Il signore degli anelli/Lo hobbit ha di fatto definito una volta per tutte il suo ruolo di George Lucas della settima arte contemporanea, in termini di impatto, qualità e trilogie, per l'appunto.
La cosa curiosa, di questo La desolazione di Smaug, è che si potrebbe parlare del confronto - con ovvie e sacrosante variazioni, in termini di esigenze di spettacolo - e delle variazioni rispetto all'opera letteraria originale, del comparto tecnico come sempre pazzesco, di Orlando Bloom ed Evangeline Lilly clamorosamente invecchiati - pur se truccati in modo da apparire come gli eternamente giovani elfi -, del già citato crescendo che chiude la pellicola lasciando a bocca aperta e completamente sconcertata l'audience, eppure la chiave è tutta ed assolutamente proprio nel drago che battezza l'opera: la creatura appena accennata nel primo capitolo diviene qui una presenza potente e carismatica, resa alla grande da un'animazione che la rende praticamente viva e perfetta interprete del Male rappresentato dall'anello, progressivamente sempre più importante - da qualsiasi punto di vista lo si guardi - per Bilbo, veicolo attraverso il quale si materializzano paure e sconforto di nani ed umani - dunque l'elemento drammatico della storia -, il sopraggiungere di Sauron e, non ultimo in termini d'importanza, lo straordinario lavoro al limite del comico realizzato da Martin Freeman con la sua interpretazione perfettamente hobbit, già cult per quanto riguarda i minuti iniziali del confronto con l'immenso essere sputafuoco.
Il coraggio dei mezzuomini tanto decantato nel corso dei tre film de Il signore degli anelli e ripreso in questa nuova trilogia assume, grazie a Bilbo, una dimensione più sfaccettata e complessa, che trova nell'interesse manifestato da Smaug la conferma di quanto possa provare lo stesso pubblico: senza dubbio la materia originale prevede un approccio meno epico e decisamente più fiabesco, eppure non mancano sentimenti, ombre, charachters per nulla positivi divenuti tali quasi più per dovere, che per indole.
E poi, l'anello.
I suoi semi ed il suo potere sono tutti qui, e più che nel primo confronto tra Gandalf e gli eserciti di Sauron si trovano nell'accettazione della sua presenza da parte degli elfi "neutrali" e pronti a difendere solo loro stessi così come nello stesso Smaug, così potente eppure così solo, distruttore eppure esiliato in un eremo d'oro che lui stesso ha creato.
Non svegliare il can che dorme, recita un vecchio detto.
Ma non è detto che il drago - ed il Male - abbiano bisogno di essere destati.
In fondo albergano già ampiamente dentro di noi.
Piccoli o grandi uomini.



MrFord



"If this is to end in fire
then we should burn together
watch the flames climb high into the night
calling out for the rope, stand by and we will
watch the flames burn over and oh
the mountains sigh."
Ed Sheeran - "I see fire" - 



mercoledì 19 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - Il ritorno del re

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2003
Durata: 263'




La trama (con parole mie): la sconfitta di Saruman per mano degli eserciti elfici e di Rohan ha allertato Sauron, che ora progetta di sfogare la sua ira radendo al suolo la città di Minas Tirith, capitale del regno di Gondor. Così, mentre Frodo e Sam viaggiano con Gollum oltre i confini di Mordor senza sapere che la creatura medita vendetta contro di loro, Gandalf e Pipino lottano affinchè Denethor, padre di Boromir e Faramir, rinsavisca dal suo delirio e si prodighi per proteggere la sua città.
Intanto Aragorn, Legolas e Ghimli prendono la via che li porterà ad incontrare un esercito molto particolare, quello dei fantasmi maledetti millenni prima da Isildur e che potrebbe diventare una pedina fondamentale nello scontro con le legioni di Sauron: l'unico cui obbediranno, però, sarà il Re di Gondor, dunque l'uomo conosciuto come il ramingo Gran Passo dovrà mettere da parte i suoi timori ed occupare il ruolo che gli compete, quello di sovrano e simbolo del riscatto della razza umana.
Riusciranno Frodo e Sam ad oltrepassare i territori dominati da Sauron e distruggere l'anello nel calderone del Monte Fato? Minas Tirith reggerà gli attacchi dell'Oscuro Signore? Riuscirà qualcuno a sconfiggere il capo dei Nazcul, colui il quale "nessun uomo vivente può uccidere"?
La Terra di mezzo tornerà ad essere libera e governata dalla pace o Sauron avrà ragione ed il Male dominerà il mondo?





Ricordo bene l'anno in cui Il ritorno del re sbancò l'Academy riuscendo addirittura nell'impresa di eguagliare il record di statuette di Ben Hur e Titanic: lo ricordo bene perchè la cosa non mi piacque affatto.
Questo perchè quello stesso anno, in concorso per le statuette di Miglior film e Miglior regia c'erano Clint Eastwood con il suo Mystic river, che non avrei neppure lontanamente paragonato al kolossal firmato da Peter Jackson che aveva illuminato gli occhi del pubblico di tutto il mondo, perfino i non appassionati di fantasy e di Tolkien.
Fortunatamente, questo vecchio cowboy viene colto di tanto in tanto da una qualche manifestazione di saggezza che gli permette di essere critico anche rispetto alle sue stesse prese di posizione: sono passati quasi dieci anni, ormai, e pur continuando a considerare il thriller di Eastwood un assoluto Capolavoro, credo sia stato più che giusto da parte dell'Academy dare un riconoscimento così importante a quella che è stata una vera e propria impresa che resta unica nel mondo della settima arte.
Un'impresa fisica, oltre che artistica, che difficilmente potrà essere superata: Il Signore degli anelli è e resta qualcosa di clamoroso, coinvolgente, magico nel vero e più profondo senso del Cinema, espressione dello stupore e della meraviglia, portatore di quella scintilla che ha reso così grande il brivido della macchina da presa e del proiettore.
Il Signore degli anelli ha raccolto l'eredità della prima trilogia di Star Wars trasformandola in qualcosa di ancora più grande - e attenzione: da fan della saga firmata Lucas, la sto sparando così grossa che Dante e soprattutto Randall mi odieranno a vita -, riuscendo ad andare oltre - e non parlo di Oscar vinti, o riconoscimenti - diventando il nuovo punto di riferimento rispetto a tutto il pubblico che pensi ad una "trilogia".
E Il ritorno del re è la traduzione in immagini ed emozioni di tutto questo: quattro ore - e di nuovo parlo della versione estesa, splendida nel caso di questo capitolo conclusivo soprattutto nella prima parte, con intere sequenze eliminate da quella cinematografica, vedasi il destino di Saruman e Vermilinguo - così intense che scivolano via senza colpo ferire e gettano all'interno dell'azione qualsiasi spettatore, travolto dagli eventi legati ad una lotta che si consuma su più fronti e pesca da un immaginario che trova riferimenti non soltanto nel romanzo di Tolkien ma anche nella Pittura, nella Musica, nel Cinema stesso.
Dunque assistiamo all'ascesa del Monte Fato da parte di Frodo e Sam, oggetto delle prese per il culo di molti degli spettatori più "duri" - sottoscritto compreso -, in grado di dare una nuova dimensione al concetto di outsiders e di impresa eroica, una specie di Goonies all'ennesima potenza - e considerata la presenza di Sean Astin, la cosa ci sta, eccome -.
Osserviamo l'Aragorn che pareva preso dalla strada de La compagnia dell'anello assumere anche fisicamente le sembianze ed il piglio di un re, spinto dall'amore di Arwen - bellissimi e profondamente poetici i passaggi legati alle visioni dell'elfa che ha rinunciato all'immortalità per l'amore dell'umano - e dal sostegno dei suoi fedeli compagni Ghimli e Legolas.
Seguiamo Pipino e Merry nelle loro imprese da "outsiders tra gli outsiders", il primo impegnato nella difesa di Minas Tirith - bellissimo il montaggio incrociato che vede alternarsi il sacrificio di Faramir e dei suoi uomini ed il banchetto di Denethor -, il secondo sul campo di battaglia accanto ad Eowyn.
Assistiamo al riscatto di coloro che dimorano nella montagna e all'adempimento di una promessa che vale la pace e al clamore degli scudi di Rohan e della sua cavalleria, pronta a battersi fino all'ultimo uomo e a viso aperto con le legioni di Sauron.
Senza contare Gollum, pronto a rischiare tutto - dalla manipolazione alla forza della mostruosa Shelob - pur di tornare in possesso del suo "tessssoro", e che di nuovo si rivelerà decisivo per i destini di tutti gli abitanti della Terra di mezzo almeno quanto gli hobbit che hanno preso a carico la missione di distruggere l'unico anello.
E poi ci sono quei "ventisette" finali - criticati quanto il rapporto tra Frodo e Sam, anche questi da me compreso -, che ad ogni visione assumono uno spessore sempre maggiore, e con la sequenza dedicata alla partenza dell'ultima nave degli elfi per quello che è il loro "Paradiso" raggiungono vette di commozione che non ci si potrebbe aspettare da un prodotto a largo consumo come questo.
"Non vi dirò non piangete, perchè non tutte le lacrime sono un male", afferma Gandalf.
Questo perchè anche le più grandi storie devono concludersi, ma questo non deve necessariamente significare che non possano averci dato tanto, tutto, ed anche di più.
"Ci sarà l'ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l'era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno!", grida Aragorn di fronte al nero cancello di Mordor.
E ci sarà anche l'ora in cui la settima arte non riuscirà più ad arrivare al cuore e far spalancare occhi e bocche per gridare al miracolo, e tutto sarà piatto, e noioso, e triste.
Ma non è questo il giorno.
E non lo sarà finchè continueremo a ricordare - e celebrare - opere gigantesche come Il Signore degli anelli.


MrFord


"You see, I own this town
you best not come around
if you wanna get by, then cool it down
if you wanna start something, know one thing:
I'm King.
If you wanna mess around like that,
that's just how it is
if you wanna get by then mind your biz,
if you wanna start something, know one thing:
I'm King."
Weezer - "King" - 


martedì 18 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - Le due torri

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2002
Durata: 235' (versione estesa)




La trama (con parole mie): quella che fu la Compagnia dell'anello è ormai divisa. Gandalf è disperso nelle profondità della Terra di mezzo, intento in una battaglia all'ultimo sangue con il Balrog incontrato nelle miniere di Moria, il cadavere di Boromir giunge lungo il fiume fino a suo fratello, il capitano di Gondor Faramir, Merry e Pipino sono in mano agli Uruk-Hai, Aragorn, Legolas e Ghimli sono sulle loro tracce, che portano dritte nel cuore delle terre dei signori dei cavalli, a Rohan, mentre Frodo e Sam cercano di trovare una via che li conduca a Mordor.
Nel frattempo, Saruman si prepara ad attaccare gli uomini proprio partendo da Rohan, mentre Sauron prenderà la via di Osgiliath per giungere a Gondor: allo scoppiare della guerra, i nostri si troveranno a dover affrontare ognuno la sua battaglia.
Merry e Pipino, fatta la conoscenza di Barbalbero e degli Enth, si muoveranno verso Isengard per assistere allo scontro tra Natura e Tecnologia.
Aragorn, ancora indeciso se rivelarsi in quanto erede al trono di Gondor o rimanere un ramingo, Ghimli e Legolas prenderanno parte all'incredibile battaglia del Fosso di Helm.
Frodo e Sam, uniti i loro destini a quello di Gollum, dovranno convincere Faramir dell'importanza del loro viaggio e sperare che la sfortunata creatura non mediti vendetta nei loro confronti.





Il viaggio attraverso l'incredibile trilogia firmata da Peter Jackson ed ispirata al Classico della letteratura fantasy Il signore degli anelli continua con quella che è considerata, di fatto, una delle sequenze di raccordo più imponenti della Storia del Cinema, e proprio per questo la parte più debole dell'intero affresco tracciato dal regista neozelandese: eppure devo ammettere che, pur rimanendo un passo indietro rispetto a La compagnia dell'anello ed al successivo Il ritorno del re, anche Le due torri funziona, e alla grande, soprattutto nel proteggere lo spirito che anima l'intera opera preparando l'audience per quella che sarà la cavalcata conclusiva.
In questo caso, inoltre, la versione estesa contribuisce a dare ulteriore spessore a personaggi e situazioni - in particolare quelle legate al rapporto tra Merry, Pipino e gli Enth, così come alla corte di Rohan, Vermilinguo ed Eowin - e fornisce dettagli importanti rispetto agli avvenimenti successivi alla battaglia del Fosso di Helm: particolari che rendono ancora più prezioso un blocco centrale che senza dubbio costituisce l'anticamera per il tripudio che sarà la conclusione ma che mantiene una sua ben definita personalità anche grazie all'esplosione di Andy Serkis e del suo Gollum, vero protagonista della pellicola nonchè uno dei personaggi più stratificati e complessi dell'opera - letteraria o cinematografica che sia -.
Ai tempi, ricordo che rimasi decisamente deluso rispetto alla decisione dell'Academy di non premiare l'attore che aveva dato corpo, voce, espressione ed anima alla sfortunata creatura soltanto perchè, di fatto, la stessa era stata completata grazie agli effetti visivi: il lavoro di Serkis, con il passare delle visioni e del tempo, assume infatti un'importanza a dir poco incredibile, ed una sfida vinta a mani basse dal talento dell'Uomo rispetto alla tecnologia che mai come in questo caso è stata un vero e proprio supporto, più che qualcosa nato per sopperire le mancanze dell'interprete stesso.
Come se non bastasse, il fu Smigol diviene, nel corso di questo secondo capitolo, uno dei cardini effettivi dell'affresco nella sua interezza, un charachter quasi shakespeariano per la sua drammaticità, malvagio eppure indifeso, bambinesco eppure rancoroso come il più avvelenato dei vecchi: il suo monologo in "doppia parte" nella veglia sul sonno degli hobbit è un pezzo da strabuzzare gli occhi che neppure la stupefacente battaglia del Fosso di Helm è in grado di eguagliare - e di battaglie di questo genere non se ne vedevano da parecchio tempo, sul grande schermo -, e rappresenta la ciliegina sulla torta di un mostro clamorosamente umano e tridimensionale, che senza dubbio è una delle più valide ragioni per amare senza limiti un lavoro come quello svolto da Peter Jackson e da tutti i suoi formidabili tecnici.
Perchè una cosa come Il Signore degli anelli - e Le due torri - non si può non amare, se si pensa al Cinema come quando si era bambini, e si sognava di poter, un giorno, cavalcare Falcor ed esplorare questo mondo e quell'altro: il fango e la pioggia che cadono su orchi, umani, nani ed elfi alle porte della fortezza di Rohan paiono scivolare sulla pelle come fossimo tutti lì, a gridare e a menare colpi - magari facendo a gara con i nostri compagni sul numero dei nemici passati a filo di lama - cercando di soffocare la paura con la voglia di dimostrare di esserci, di far sentire la propria fatica e la propria presenza.
Le due torri è proprio così: non sarà portatore della Meraviglia de La compagnia dell'anello o dell'Epica de Il ritorno del re, eppure la sua presenza è forte e ben definita, così come la volontà di esprimersi e raggiungere il cuore dello spettatore, che non starà pure più nella pelle di scoprire quello che riserverà il finale della guerra per la Terra di mezzo, ma che non potrà rimanere indifferente alla battaglia che, in qualche modo, ne ha segnato il Destino.


MrFord


"Never had a flesh and blood like this before.
Got a new appearance when I passed the door.
Is it a dream I am withing? Oh what's going on?
Down, down, down
go down, go down, go down
I roam into nowhere.
Don't see an end: eternal wastelands.
And I hear the voice, the voice, the voice, the voice..."
Avantasia - "The tower" -


lunedì 17 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - La compagnia dell'anello

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2001
Durata:
228' (versione estesa)




La trama (con parole mie): millenni fa, nel cuore nero della Terra di mezzo, la vulcanica Mordor, si tenne una battaglia che vide opposte le forze di uomini, nani ed elfi a quelle dell'Oscuro signore Sauron, che forgiò un anello in grado di mettere in ginocchio i poteri dei re di tutti gli altri popoli.
Quando Isildur, paladino degli uomini, troncò le dita del mostruoso essere e conquistò l'anello, però, non lo distrusse, e corrotto dal suo potere portò il buio nel mondo: l'anello restò per quasi tremila anni in silenzio, sfruttando dapprima lo stesso Isildur, dunque la sfortunata e tormentata creatura chiamata Gollum, per finire nelle mani dell'innocuo Bilbo Baggins della Contea, pacifica zona rurale abitata dagli hobbit, dediti alla cura dei loro campi e al cibo.
Giunto a centoundici anni di età, Bilbo decide di partire per il suo ultimo viaggio lasciando tutti i suoi averi - anello compreso - al giovane Frodo, che è ancora ignaro del destino che si prefigge per lui: Sauron, infatti, si è destato dal suo torpore, e ha intenzione di rimettere le mani sull'anello.
L'hobbit, aiutato dallo stregone Gandalf il grigio, inizierà dunque un'avventura che lo porterà a scoprire il resto del mondo e che è volta alla distruzione dell'anello, unica speranza di fermare le forze risorte dell'Oscuro signore: a proteggerlo un manipolo di combattenti che verrà battezzato "La compagnia dell'anello".
Quello che i nostri non sanno, però, è che alle loro calcagna non ci sono soltanto i terrificanti servi di Sauron, ma anche i terribili Uruk-Hai creati da Saruman, stregone passato al male, incrocio di orchi e goblin e combattenti impareggiabili: per non parlare dell'anello, che è in grado di esercitare la sua influenza negativa su chi gravita nelle sue vicinanze.



Era davvero parecchio tempo che attendevo l'occasione giusta per presentare qui al Saloon la trilogia cinematografica più importante dei nostri tempi, frutto dell'eccezionale lavoro di Peter Jackson e di migliaia di tecnici, artigiani, artisti, attori e chi più ne ha, più ne metta nonchè, di fatto, equivalente del nuovo millennio di quello che fu Guerre stellari a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.
La cosa curiosa è che, dal punto di vista letterario, ho sempre giudicato il lavoro di Tolkien clamorosamente palloso, roba per nerd senza speranza e ritegno che, nella mia vita di lettore, ho affrontato e clamorosamente abbandonato ben tre volte - ed io cerco sempre di portare a termine le mie letture, anche le peggiori -: il grande merito, in questo senso, del buon Jackson - regista che ho sempre stimato fin dai tempi dei suoi esordi clamorosamente splatter -, è di aver donato la meraviglia del Cinema ad una materia decisamente non per tutti rimanendo comunque fedele all'opera originaria, confezionando un'epopea che è stata ed è una vera e propria impresa, in grado di lasciare a bocca aperta il pubblico, coinvolgere, emozionare e stupire neanche fossimo tornati nel cuore degli eighties dei miracoli dominati da Spielberg e Lucas.
Come se non bastasse, la meraviglia per questi tre film splendidi è resa ancora più grande dalla prima possibilità per il sottoscritto di visione delle versioni estese - anche se sarebbe più corretto affermare director's cut - giunte come richiestissimo regalo di compleanno grazie a Julez nello splendido cofanetto in bluray arricchito da tanti di quei documentari sulla realizzazione che vi parrà di aver preso parte alle riprese una volta esplorati tutti i loro capitoli.
Ma torniamo al film e mettiamo subito le carte in tavola: La compagnia dell'anello è senza ombra di dubbio il mio preferito della trilogia, perfetta sintesi di quello che è stato l'incredibile lavoro del Peterone nostro e dei suoi soci nonchè dello spirito che anima un certo tipo di Cinema, quello dei sogni proiettati sullo schermo e delle bocche spalancate per lo stupore, nonchè dell'idea di avventura come viaggio in equilibrio tra l'entusiasmo e la malinconia, una specie di perenne stato da vacanze - quelle che ti esaltano come non mai, ma che sai che, più prima che poi, giungeranno al termine -.
Dalla lunga introduzione dedicata alla storia antica dell'anello e di Sauron e alla parentesi bucolica della Contea, dall'inizio del viaggio di Bilbo a quello dei quattro giovani hobbit partiti pensando di giungere appena oltre i confini della loro terra d'origine senza sapere di essere destinati a qualcosa di decisamente più grande fino all'incontro con Gran Passo e ai faccia a faccia con i Nazcul, da Gran Burrone ed il mondo fatato degli elfi ai paesaggi sconfinati e all'oscurità delle miniere di Moria - dovessi scegliere una sequenza all'interno di tutta la saga, sarebbe sicuramente quella ambientata nelle profondità del mondo dei nani, tesissima tra l'incontro con orchi e goblin ed il sopraggiungere del Balrog -, dal drammatico scontro con gli Uruk-Hai di Saruman alla presa di coscienza del potere sconfinato dell'anello e della sua influenza rispetto non solo a chi lo porta, ma a chiunque sia nelle vicinanze di esso, tutto pare incarnare alla perfezione l'ideale del film dal respiro epico e magico ad un tempo, quell'emozione che si riesce a provare davvero solo quando si è bambini riportata miracolosamente anche al dialogo con il pubblico adulto, grazie a tematiche profonde quali la fedeltà a se stessi e la tentazione del potere, la voglia di cambiare il mondo e quella di vivere qualcosa di troppo grande anche per le leggende tramandate di padre in figlio.
Non si contano i passaggi già cult di un film gigantesco sotto tutti i punti di vista che è riuscito a conquistarmi visione dopo visione - in particolare, per quanto impegnativa rispetto alla durata, consiglio a tutti di recuperare questa versione estesa, in grado di dare maggiore spessore soprattutto agli avvenimenti "di raccordo" di quelle passate in sala -, e che ancora oggi riesce a coinvolgermi come se fosse la prima volta: lo struggimento di Boromir, perfetto esempio delle debolezze umane, o la scelta di sacrificarsi di Gandalf, o il drammatico susseguirsi di eventi in parallelo allo scontro con gli Uruk-Hai della Compagnia dell'anello sono il sale del Cinema e della straordinaria capacità che questo mezzo spettacolare ha di far sognare il suo pubblico.
In questo senso - sicuramente aiutato da un impianto produttivo, tecnico ed attoriale pressochè perfetto - Peter Jackson è divenuto interprete di un nuovo capitolo della Storia della settima arte, che continuerà a stupire anche le generazioni dopo la nostra, che potranno osservare ammirate la potenza di un incantesimo ben più forte di quello dell'anello del potere le cui vicende vengono così magistralmente narrate.


MrFord


"Get on board, this train ain't going to stop.
Where it's going, I don't know. You know, you know, you know.
Wheels on fire, fields of decent desire.
Punch your ticket, it's time to go......
There's a force around the bend, that drives this engine."
Smashing Pumpkins - "The fellowship" -


venerdì 11 novembre 2011

I tre moschettieri

Regia: Paul W. S. Anderson
Origine: Uk, Germania, Francia
Anno: 2011
Durata: 110'



La trama (con parole mie): mentre il giovane guascone D'Artagnan parte per Parigi con la benedizione del padre in cerca di avventure e fortuna cacciandosi inesorabilmente nei guai, i tre moschettieri del re Athos, Porthos e Aramis lottano - con frequenti intervalli dedicati a cibo, vino e donne - per tenere a bada il Cardinale Richelieu ed i suoi intrighi, che passano dalla doppiogiochista Milady al nobile inglese Buckingham, e sfruttano il braccio armato di Rochefort e delle sue guardie.
Dopo un primo incontro piuttosto rocambolesco, D'Artagnan e i moschettieri dovranno unire le forze per sventare un inganno che potrebbe costare una guerra con l'Inghilterra.
Che, forse, arriverà comunque.



Evidentemente il titolo di film più brutto dell'anno è più ambito di quanto non potessi credere, e con l'avvicinarsi della fine del 2011 registi e produttori cominciano a rimboccarsi seriamente le maniche affinchè io possa essere sempre più in difficoltà rispetto alla scelta che porterà al controclassificone delle peggiori pellicole uscite in sala negli ultimi dodici mesi.
Anderson, già noto per alcune perle del trash come Mortal Kombat, Alien vs. Predator e tutta l'agghiacciante saga di Resident evil, decide di mettere da parte la componente horror del suo Cinema - anche se pare proprio una parola grossa, da associare al lavoro del buon Paul W. S., e intendo Cinema, non horror, che invece lì accanto starebbe da dio - per concentrarsi su un'ambientazione che ricorda più il gigionismo de I pirati dei Caraibi che tanta fortuna - e soldi - ha portato nelle casse di mamma Disney: peccato che il risultato, oltre a risultare televisivo e raffazzonato, non riesce minimamente nell'impresa di eguagliare le imprese - peraltro da tempo in netto declino qualitativo - di Jack Sparrow e soci, e addirittura risulta così estremamente buonista da far apparire il più buonista dei film prodotti dalla suddetta Disney Vivere e morire a Los Angeles.
Niente - o quasi - pare funzionare, dall'utilizzo della computer graphic - in uno stile che vorrebbe richiamare la splendida sigla di Game of thrones - al cast - troppo sopra le righe i moschettieri, pessima Milla Jovovich nel ruolo dell'intrigante Milady, Christoph Waltz ridotto alla caricatura di se stesso neanche fosse il DeNiro degli ultimi anni, Mads Mikkelsen nel ruolo della versione da parodia del mitico One eye di Valhalla rising -, dalla sceneggiatura troppo facile e bambinesca al "facciamo un circo di casino ed esplosioni ma cerchiamo di evitare di essere anche soltanto col pensiero politicamente scorretti, non si sa mai cosa potrebbe pensare il pubblico: in particolare, rispetto a quest'ultima nota dolente - come giustamente notato da Julez nel corso della visione -, è agghiacciante sottolineare quanti sforzi vengano fatti per evitare di far passare qualcuno come un vero bastardo, tanto da far uscire come dei quasi santarellini anche due stronzi da competizione come dovrebbero essere Milady e Richelieu. 
A mia memoria, perfino il cartone animato passato in tv nel pieno degli anni ottanta appariva più tosto di questa robetta firmata Anderson, che oltretutto riesce a rendere ridicole alcune caratteristiche dei personaggi - oltre allo stesso Richelieu, anche del Re e di Buckingham con i loro agghiaccianti riferimenti alla moda e ai colori, per non parlare del "religioso" Aramis - che, al contrario, avrebbero potuto trasformare la vicenda tratta dagli scritti di Dumas in un nuovo e decisamente più interessante capitolo del Cinema d'avventura.
Il tutto, senza neppure menzionare le ridicole navi volanti in stile Wild wild West, la "caduta" ed il "ripescaggio" di Milady - uno dei momenti più bassi della pellicola -, le sequenze neanche fossimo in Mission impossible ed il terrificante finale aperto, che lascia presagire - e speriamo che il box office ce ne scampi - addirittura un sequel.
L'unico a fare davvero le spese dell'evolversi della vicenda - e a fare da carne da cannone neanche fosse l'ultima delle sue guardie - è Rochefort, reso peggio dei peggiori bar di Caracas grazie ad un'aura da cattivo slavato da cartoon - e di nuovo, il Maschera di ferro della serie animata citata poco fa aveva tutt'altro spessore - che viene definito il "miglior spadaccino del continente" eppure non duella mai, se non con se stesso o in tenzoni non leali, alla spada preferisce la pistola e, straordinariamente rispetto all'aura perbenista della pellicola, riesce anche a morire al termine di un'agghiacciante sfida tra le guglie di Notre Dame.
Dovessi trovare un solo pregio a quello che potrebbe essere tranquillamente essere definito il peggiore adattamento cinematografico de I tre moschettieri mai realizzato, direi che, tutto sommato, l'intera operazione non risulta minimamente spocchiosa, quasi la sensazione dell'effettivo valore della stessa fosse ben chiaro a Anderson e a chi ha avuto l'ardire di buttare montagne di soldi in questa roba.
Inoltre - e sono due! - posso anche ammettere che il tutto sia assolutamente innocuo, talmente "centrista" da non riuscire neppure a farmi incazzare abbastanza da tirare fuori le bottiglie pronto a scatenare una tempesta di colpi.
Certo, mi ha anche ricordato un collega che, qualche elezione fa, una sera dichiarò candido: "Io sono rimasto al centro."
Risposta: "In che senso, scusa?"
E di nuovo: "Beh, i miei hanno votato Casini, così l'ho votato anche io."
A fronte di un'affermazione come questa, neanche due calci rotanti valgono più.
Chi sta al centro, deve restarci. Ed essere dimenticato nel suo essere insignificante.
Un pò come questo I tre moschettieri.

MrFord

"Oh, oh, oh - Is there anybody home?
Who will believe me, won't deceive me, who'll try to teach me?
Ah, ah, ah - Is there anybody home?
Who wants to have me, just to love me?
Stuck in the middle."
Mika - "Stuck in the middle" -


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