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lunedì 9 marzo 2020

White Russian's Bulletin



Se la scorsa settimana mi pareva assurdo stare a scrivere dal quasi epicentro italiano della psicosi collettiva del Coronavirus, a questo giro mi sembra di essere precipitato in una sorta di fiera dell'assurdo: metri di distanza, attività chiuse, zone rosse e regioni rosse, casini all'italiana per qualcosa che, a conti fatti, ci danneggerà a livello economico e sociale alla stregua di una guerra. Ma tant'è. Spero solo di non impazzire troppo, considerato il livello da "animale in gabbia" che mi pare di stare raggiungendo.
Intanto, ecco quello che è passato da queste parti in settimana.


MrFord



BRITTANY RUNS A MARATHON (Paul Downs Colaizzo, USA, 2019, 104')

Brittany non si ferma più Poster

Pescato quasi a caso dal bacino di Prime memore delle buone parole spese da Ink, Brittany runs a marathon - inascoltabile il titolo italiano - è stato una vera e propria sorpresa in una di quelle serate in cui il rischio di crollo da divano è altissimo: la storia della protagonista e della sua rinascita - fisica e mentale - attraverso la passione per la corsa con l'obiettivo di correre la Maratona di New York, oltre a rendere bene come commedia indie, centra perfettamente lo spirito di sacrificio e la passione di chiunque pratichi sport con dedizione e costanza, finendo addirittura per commuovere proprio nel passaggio più importante della suddetta Maratona.
Quando a Brittany la prima mentore del running dice che "non si corre per arrivare primi, ma per arrivare alla fine" c'è il succo dei sacrifici piccoli e grandi che si compiono quando una disciplina - a prescindere da quale sia - ci conquista: in tutta la fatica espressa dalla protagonista ho rivisto ogni singola goccia di sudore che, negli ultimi quasi tre anni, ho sentito scendermi sulla pelle con il crossfit, e la gioia che si prova quando si sente dentro di aver dato tutto quello che si poteva per portare se stessi al traguardo, a prescindere da quale sia o da quanto ci sia voluto per arrivarci.




I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA (Steven Spielberg, USA, 1981, 115')

I predatori dell'arca perduta Poster

Le serate Cinema dei Fordini si moltiplicano in questo periodo di chiusura forzata delle scuole, e nel corso di questa settimana, oltre a Predator - che non ho ripostato considerato quante volte è stato citato da queste parti -, hanno portato i piccoli del Saloon a conoscere un altro personaggio cult per la mia generazione e non solo, Indiana Jones.
Attratti dall'ambientazione che a loro ha ricordato i due Jumanji con The Rock e dalle gag che il vecchio Indy regala - la più famosa, quella del colpo di pistola al nemico pronto ad esibirsi nelle sue evoluzioni con la spada, ancora oggi funziona alla grande -, I predatori dell'Arca Perduta, oltre a rimanere un fantastico film d'avventura, ha permesso anche di iniziare ad illustrare ai Fordini la Storia della Seconda Guerra Mondiale e del nazismo, che a scuola ancora, per ovvi motivi, non hanno affrontato. 
Una visione che ha confermato il valore di uno dei prodotti più pop e meglio realizzati degli anni ottanta.




L'OCCHIO DEL MALE (Bjorn Larsson, Svezia, 1999)

L'occhio del male

Da queste parti Bjorn Larsson avrà sempre un posto d'onore grazie a quello che, ad oggi, è uno dei miei romanzi preferiti di tutti i tempi, La vera storia del pirata Long John Silver. Anni prima che regalasse a noi tutti quel Capolavoro ed in anticipo su eventi storici come l'11 settembre, Larsson raccontò una storia di razzismo e terrorismo ambientata nella Parigi multietnica legata a doppio filo alla memoria storica della guerra in Algeria ed alla realizzazione di un progetto che avrebbe portato nuove stazioni della metropolitana effettivamente esistenti.
I destini di Ahmed, Rachid e Alain, tutti e tre segnati dal conflitto in Algeria ma figli di posizioni ed esperienze diverse - il primo ateo, sposato con una francese e disilluso rispetto all'essere umano, il secondo fondamentalista guidato dalla fede cieca, il terzo codardo e razzista, mosso dall'odio e dall'ignoranza - si incrociano coinvolgendo le persone a loro più vicine.
Un romanzo teso e sicuramente molto avanti con i tempi, impreziosito da lampi di grande stile ma anche, a suo modo, forse incompleto. Senza dubbio, però, una lettura da non perdere per chi ama il genere.


lunedì 23 settembre 2019

White Russian's Bulletin



Proseguono - incredibilmente - i post in anticipo e programmati del Saloon, guadagnati a partire dalle purtroppo ormai lontane vacanze estive e che finiranno per presentare titoli freschi d'uscita in differita di qualche settimana: a questo giro tocca a serie e film che hanno imperversato poco dopo il rientro e prima che Venezia dichiarasse i suoi vincitori, nell'attesa anche qui di scoprire se saranno davvero tali anche quando giungeranno al mio bancone.
Intanto, tra serial killers e mostri, la compagnia qui è ben assortita.


MrFord



MINDHUNTER - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2019)

Mindhunter Poster


Chi frequenta il Saloon da qualche anno sa bene quanto abbia nel tempo sponsorizzato e caldeggiato la lettura di Mindhunter di John Douglas, autobiografia dell'omonimo agente FBI tra i fondatori dell'Unità di analisi comportamentale del Bureau: da quello stesso lavoro, oltre a numerosi romanzi e film di genere, due anni fa era stata tratta una serie molto interessante legata alla nascita della stessa unità, costruita su una serie di interviste svolte nelle carceri americane con protagoniste le superstar di questo decisamente inquietante mondo.
Gente come Manson, Kemper, Bergowitz e soci che, grazie alle chiacchierate con gli agenti, fornivano informazioni sempre più utili per comprendere - o tentare di farlo - cosa accade nella mente di un serial killer: alle spalle una prima stagione decisamente convincente, gli autori ed il cast tornano a confermare quanto di buono era stato fatto grazie all'incrocio di momenti cult - l'incontro con Manson -, indagini tese - gli omicidi di Atlanta - ed un lavoro ottimo sulla costruzione dei protagonisti, talmente buono da oscurare quello che, sulla carta, dovrebbe essere il main charachter in favore delle sue "spalle".
A questo si uniscono una regia che rispecchia in pieno lo stile di uno dei suoi "deus ex machina" David Fincher ed un'inquietudine diffusa ma mai gridata, più che altro suggerita e serpeggiante, quasi come quando tornando a casa in una notte tempestosa si ha il timore di essere seguiti.
Mindhunter è quel timore che diventa realtà.




IT - CAPITOLO DUE (Andy Muschietti, Canada/USA, 2019, 169')

It - Capitolo due Poster


It è stato - a prescindere dalla comunque dubbia qualità del film tv - uno dei supercult dell'infanzia di questo vecchio cowboy, grazie ad una storia di amicizia in pieno stile Goonies o Stand by me e all'interpretazione pazzesca di Tim Curry nel ruolo di Pennywise, charachter strepitoso creato da Stephen King che rappresentava e rappresenterà, fondamentalmente, la paura che il mondo può esercitare su ognuno di noi, con tutto il suo potere di celare mostri anche dietro il più innocuo degli angoli. Il primo capitolo di questa nuova versione firmata Muschietti mi aveva colpito molto favorevolmente, il lavoro di Bill Skarsgard era stato strepitoso e l'atmosfera in stile Stranger Things aveva rispolverato lo spirito di "quei tempi".
Con Julez abbiamo approfittato di una delle serate da "libera uscita di coppia" regalate dalla sempre preziosa suocera Ford per chiudere i conti con il Clown Danzante, portandoci a casa spunti notevoli e qualche dubbio: il prodotto è solido e ben realizzato, Skarsgard spacca ancora e in modo ancora diverso - la capacità del ragazzo di passare da patetico a inquietante spostando solo le sopracciglia è degna dei migliori trasformisti -, il "mostro" dietro Pennywise, chiaramente legato al bullismo e ai suoi surrogati, è ben portato sullo schermo, il vecchio Bowers - interpretato da Teach Grant - è perfetto, così come l'utilizzo di Stan non come esempio di vigliaccheria ma di coraggio e collante per i suoi amici.
Di contro, senza dubbio è mancato il coinvolgimento emotivo - del resto, anche io, come i Perdenti, sono invecchiato parecchio dal mio primo incontro con It -, alcuni passaggi non convincono pienamente e l'impressione è che Derry non sia stata calcolata a dovere - in alcuni momenti pare quasi che il gruppo di amici sia solo in tutta la città -, senza contare che, a proposito di giochi con il finale - mitica la comparsata di King, tanto per rimarcare le cose -, mi è mancato quello della tanto vituperata miniserie televisiva con Bill e Audra.
La visione, comunque, rende, e tra gli entusiasti e i criticoni mi metto nel mezzo, apprezzando un lavoro che, probabilmente, sarà sempre troppo stretto al materiale portato sulla pagina dal Re del brivido.





WHEN THEY SEE US (Netflix, USA, 2019)

When They See Us Poster


Proprio quando Chernobyl pareva già avere la strada spianata per conquistare il titolo di serie dell'anno del Saloon, ecco giungere su questi schermi When they see us, miniserie targata Netflix dedicata all'eclatante caso dei 5 di Central Park, accusati ingiustamente sul finire degli anni ottanta per questioni prevalentemente razziali di stupro e costretti a subire riformatorio e carcere per buona parte della loro giovinezza.
Ammetto che, per la durezza e la rabbia, al termine del primo episodio ho avuto il dubbio se proseguire nella visione, considerato che lavori come questo - o come Diaz, o Sulla mia pelle, o qualsiasi altro che tocchi il tasto dell'ingiustizia - finiscono per solleticare il mio lato ribelle, "da bombarolo", come canterebbe De Andrè e mi ricorderebbe Julez come monito: fortunatamente, ho proseguito.
E ho avuto la fortuna di incrociare il cammino con uno dei titoli più sentiti, potenti e vivi degli ultimi anni, che dovrebbe toccare chi è genitore, perchè un calvario del genere è inconcepibile da provare dall'altra parte, per chi è vivo, perchè farsi privare della giovinezza non è nulla rispetto a qualsiasi risarcimento, perchè questa è una ferita aperta nel cuore degli USA almeno quanto l'Undici Settembre, a prescindere dal numero delle vittime. E perchè gente come Trump, più che occupare posizioni di potere che influenzano il mondo, dovrebbe giusto scaldarsi il culo sulla poltrona del salotto senza rischiare di compromettere cose decisamente più grandi della loro limitata visione del mondo.
Per quanto mi riguarda, i 5 di Central Park, o di Harlem, o come li vogliamo chiamare, potrebbero essere Presidenti. Ma non credo gli interesserebbe.
Perchè, per quello che hanno dovuto subire e per quello che vogliono costruire, credo vogliano per prima cosa occuparsi davvero degli altri.
E che i loro figli possano non passare quello che hanno passato loro.





LE IENE (Quentin Tarantino, USA, 1992, 99')

Le iene Poster


Spinto dalla curiosità per l'ultimo Tarantino, sono andato a rispolverare il primo.
E a distanza di ventisette anni - quasi non ci credo sia passato così tanto tempo -, Le iene sa ancora essere una bomba atomica pronta a prendere a calci in culo una marea di pellicole uscite dopo di lei, ed altre che ancora devono vedere la sala.
Il primo film del buon Quentin è un dramma shakespeariano che pare una versione hard boiled di Americani, un concentrato di dialoghi pazzeschi e tensione continua, interpretazioni e scene cult ed un vero e proprio manuale per lo sceneggiatore: dall'apertura da antologia nella caffetteria alle prove da infiltrato, passando per il taglio dell'orecchio ed il finale senza speranza, Tarantino mescola i Cani arrabbiati al Bardo, il classicismo con sangue e merda, le risate al dramma profondo.
E lo fa con uno stile impeccabile, unico, indimenticabile.
Le iene, come altri titoli firmati dal regista di Knoxville, va visto, rivisto, vissuto, più che recensito o spiegato. E' il colpo di genio, la rottura, quel qualcosa che qualsiasi fan aspetta, e prega di vivere sulla pelle nel momento in cui esplode.





ARMADA (Ernest Cline, USA, 2015)


Tornato agli standard di lettura di quasi cinque anni fa, subito dopo Winslow ed in attesa di Nesbo ho deciso di buttarmi su un altro fordiano acquisito, Ernest Cline, che qualche anno fa mi conquistò con Ready Player One. Purtroppo, però, questo Armada risulta patire la sindrome del "sequel" - anche se di sequel non si tratta -, rimanendo lontano anni luce - per usare un termine che piacerebbe all'autore - dal romanzo che lo portò alla ribalta: i riferimenti sono divertenti, si fa leggere, per chiunque sia nato o cresciuto negli anni ottanta regala senza dubbio qualche chicca, eppure pare la versione fan - e Hollywood - service del già citato lavoro portato sugli schermi - a mio parere senza successo - da Spielberg.
I tempi di narrazione lasciano più di un dubbio, alcuni passaggi vengono giustificati in poche righe, l'atmosfera vintage pare più nerd che non sincera, vissuta e amata, quasi come Armada fosse la versione da sfigato rancoroso di quello che era stata la "rivincita dei nerd" di Player One.
Un peccato, perchè finisce per far dubitare di un autore che prometteva davvero un gran bene, anche se, dall'altra parte, ha avuto il merito di alleggerire come un cuscinetto il passaggio tra due mostri come Winslow e Nesbo.


lunedì 18 febbraio 2019

White Russian's Bulletin



A questo giro di giostra il Bulletin si presenta incredibilmente più corposo in termini di numero di titoli passati al Saloon negli ultimi sette giorni, quasi l'avvicinarsi della Notte degli Oscar avesse stimolato una ripresa rispetto alla parte finale del duemiladiciotto, una delle più lontane dalla settima arte che possa ricordare di aver vissuto: recuperi, nuove visioni, come di consueto serie che accompagnano i pasti o le serate di stanca di casa Ford. Un pò di tutto, insomma. E, strano a scriversi, per la maggior parte anche valido.


MrFord


OLTRE LA NOTTE (Fatih Akin, Germania/Francia, 2017, 106')

Oltre la notte Poster


Fatih Akin è sempre stato un piccolo idolo, da queste parti, ed il recupero di Oltre la notte, accolto più che bene dalla blogosfera, era doveroso da tempo: il regista turco/tedesco racconta l'odio, l'amore, la vendetta, la passione con la stessa forza dei suoi primi lavori - La sposa turca e Ai confini del paradiso -, appoggiandosi ad un'interpretazione pazzesca di Diane Kruger, che vive il suo personaggio quanto e più di se stessa.
Tensione costante dal primo all'ultimo minuto - incredibile quanto ad ogni passaggio ci si aspetti accada qualcosa -, atmosfere che mi hanno ricordato Polanski, tematiche importanti ed attuali gestite ed affrontate da un punto di vista non solo diverso, ma anche coraggioso e legato a molteplici interpretazioni e punti di vista.
Un film a suo modo imperfetto e figlio dell'istinto, che lascia il segno anche e soprattutto per l'istinto stesso.




SE LA STRADA POTESSE PARLARE (Barry Jenkins, USA, 2018, 119')

Se la strada potesse parlare Poster


Barry Jenkins aveva già conquistato il mio cuore di spettatore con Moonlight, che forse ero stato tra i pochi a preferire al pur stupendo La La Land. Se la strada potesse parlare è un titolo più sommesso di quello che ha portato alla ribalta il regista, più canonico, meno visibile e vendibile. 
Ed è anche un titolo che può apparire meno di quanto non sia in realtà.
In fondo, si tratta di una storia d'amore, di qualcosa di semplice, fin troppo, che pare confezionato per una conferma nella notte delle statuette più ambite del Cinema.
Eppure, Se la strada potesse parlare è decisamente qualcosa in più: è una storia che contrasta l'odio raccontando la rabbia e l'indignazione dal punto di vista dell'amore, la fantasia di un libro o di un film con quello che sarebbe il compromesso della realtà - splendida l'evoluzione finale -, eleganza trasformata in semplicità da una Jenkins ispiratissimo che mi ha riportato alla mente i migliori James Gray e Wong Kar Wai, intensità pazzesca di tutto il cast.
Una storia che, se non fosse vera, lo diventerebbe grazie alle sue immagini.




RALPH SPACCA INTERNET (Phil Johnston&Rich Moore, USA, 2018, 111')

Ralph spacca Internet Poster


Approfittando - o cercando di sopravvivere - ad una giornata intera passata con i Fordini reduci dall'influenza chiusi in casa, ho approfittato per recuperare Ralph spacca Internet, sequel del piacevole Ralph spaccatutto di qualche anno fa e primo film visto dal Fordino ad una festa di una compagna di scuola in sala senza di noi, in linea con il periodo di pre-adolescenza che sta vivendo.
La Disney, ad ogni modo, continua a sapere quello che fa, e con questo secondo Ralph riesce a dare un colpo al cerchio e uno alla botte divertendo i piccoli e strizzando l'occhio ai grandi con l'introduzione di Internet come mondo da scoprire per Ralph e Vanellope ed una serie di trovate metacinematografiche davvero sfiziose - il passaggio nel mondo delle principesse Disney è forse la parte meglio riuscita della pellicola -: il ritmo c'è, il messaggio anche, ci si diverte e alla fine, come è giusto che sia, si trova anche il giusto spazio per i sentimenti. Bene così.




TITANS - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2018)

Titans Poster


In un periodo di stallo rispetto alle proposte da piccolo schermo da poter associare ai pasti senza turbare troppo i Fordini siamo incappati grazie al bacino di Netflix in Titans, una sorta di versione DC Comics degli X-Men marvelliani: conosco poco delle storie a fumetti di questi charachters essendo sempre stato un fan di Mamma Marvel - curioso che i due che conoscevo meglio, Batman e Robin esclusi, siano Hawk e Dove, praticamente sconosciuti -, dunque mi sono avventurato nella visione libero da confronti e pregiudizi vari. A prima stagione finita posso dire che il tentativo è stato fatto e a tratti è risultato anche apprezzabile, ma l'atmosfera decisamente televisiva ed un finale troppo aperto - tanto che con Julez pensavamo non fosse neppure l'ultimo episodio - hanno penalizzato il risultato. Dovessimo decidere di affrontare la season two, posso solo sperare in una ripresa.




NON CI RESTA CHE IL CRIMINE (Massimiliano Bruno, Italia, 2019, 102')

Non ci resta che il crimine Poster

Il Cinema italiano, si sa, da queste parti ha sempre vita difficile, a meno che non sia figlio delle grandi stagioni del passato. Di recente, però, complici un paio di attori ed una giusta dose di leggerezza, ho imparato ad apprezzare anche qualcosina di nostrano buona per accompagnare qualche serata senza pensieri. Non ci resta che il crimine può essere inteso in questo senso: senza troppe pretese, Massimiliano Bruno ed una squadra di caratteristi consolidata portano a casa una versione molto pane e salame di Ritorno al futuro in salsa Banda della Magliana che diverte ed intrattiene, non fa strappare i capelli ma conserva una sua dignità, tra il ricordo dei Mondiali dell'ottantadue ed un riscatto verso la vita di chi pensa di essere sconfitto dalla stessa.
Ennesima conferma della funzionalità della coppia Gassman/Giallini.


lunedì 12 novembre 2018

White Russian's Bulletin

 


Per la prima volta nelle ultime settimane - e forse mesi - non solo sono incappato in una settimana di visioni più consistente di quanto non fossi abituato a sostenere, ma anche e fortunatamente di sole visioni soddisfacenti: che si parli di serie tv o di lungometraggi destinati alla sala o alla sempre più importante realtà di Netflix, infatti, non ho memoria di sette giorni così interessanti almeno dalla scorsa primavera. Speriamo sia un segno positivo per la corsa fino alle classifiche di fine anno.

MrFord


HILL HOUSE (Netflix, USA, 2018)

 Hill House Poster
 
Il mio rapporto con Mike Flanagan è da sempre stato discontinuo, avendolo molto apprezzato in alcune pellicole e clamorosamente detestato in altre: giunta sugli schermi di casa Ford grazie al tam tam della rete, Hill House aveva un bel banco di prova da superare per poter essere apprezzata, e nonostante i tempi dilatati dei primi due episodi devo ammettere che l'ha fatto e a pieni voti.
Regia elegante e molto tecnica, stupendi passaggi temporali in termini di script, spaventi ben gestiti ed un sottotesto importante per chiunque "senta" la vita ed abbia trascorsi emotivi importanti con Famiglia e fratellanza.
Un plauso allo stupendo episodio cinque, La donna dal collo storto, che riprende un concetto espresso in modo ancora più spaventoso nel meraviglioso cult "nascosto" Lake Mungo di qualche anno fa, e che accanto all'epilogo giustamente molto emotivo rendono Hill House uno dei titoli più interessanti che il piccolo schermo abbia offerto in questo duemiladiciotto.


 


BLACKkKLANSMAN (Spike Lee, USA, 2018, 135')

 BlacKkKlansman Poster

Ho sempre pensato che, quasi fosse un controsenso, i migliori lavori di Spike Lee fossero i suoi film più "da bianco", quelli in cui riusciva ad abbandonare la grande rabbia per le ingiustizie perpetrate nel nome del razzismo negli States per veicolarla in energia pura toccando, paradossalmente, gli stessi temi: parlo de La 25ma ora e Summer of Sam, senza comunque dimenticare quello che per me resta uno dei film di genere più belli degli ultimi venti o trent'anni, Inside man.
E proprio quando l'idea che mi ero fatto era di un regista ormai alle soglie della pensione, il vecchio Spike tira fuori un cocktail che pare mescolare Scorsese e i Coen e che affronta con acume ed ironia nera - ed un main charachter mitico interpretato dal John David Washington di Ballers - questioni ancora non solo spinose, ma terribilmente reali raccontando una storia a quasi lieto fine prima di consegnare all'audience un pugno nello stomaco in chiusura di quelli che fanno male perchè più veri di qualsiasi storia vera portata sullo schermo.
Fight the power, Spike.

 


OUTLAW KING - IL RE FUORILEGGE (David MacKenzie, UK/USA, 2018, 121')

 Outlaw King - Il re fuorilegge Poster

Nella Scozia fangosa, brutta - si fa per dire, considerati gli scenari naturali - sporca e cattiva dei tempi di William Wallace appena giustiziato da Edoardo I Plantageneto, si mosse negli anni successivi alla morte del condottiero celebrato da Mel Gibson un re "operaio" destinato a diventare il primo monarca riconosciuto della patria del whisky per antonomasia.
David MacKenzie, già da queste parti amatissimo per Hell or high water e Starred Up, torna nella terra natia per raccontare un personaggio importante ma fagocitato nei libri di storia dal già citato Wallace, che mescola il Robin Hood di Ridley Scott ad una versione sanguinosa e cattiva dei Secoli Bui - come dovevano essere, del resto - in pieno stile Game of thrones. 
Il risultato forse non è emotivamente d'impatto come i due titoli che ho citato, ma mostra i muscoli di un regista da continuare a tenere d'occhio, grande schermo o Netflix che sia, in grado di girare passaggi pazzeschi - quello d'apertura, in piano sequenza, è una vera chicca - e senza dubbio capace di raccontare una storia senza avere paura di sporcarsi le mani per farlo.

 

mercoledì 28 febbraio 2018

Mudbound (Dee Rees, USA, 2017, 134')




Un altro dei grandi temi legati al periodo degli Oscar è senza dubbio quello dei film "etici", titoli pronti a puntare molto sulle sensazioni provocate negli spettatori e sulla sensibilizzazione a temi molto importanti, che nel corso dei decenni ha fruttato - più o meno meritatamente - statuette in quasi tutte le categorie principali.
Curioso quanto nell'anno in cui a farla da padrone per quanto riguarda ruffianeria, retorica e strizzate d'occhio ai sentimenti sia un film d'autore - il sopravvalutatissimo The shape of water di Del Toro - un film passato in sordina ed accolto senza troppi entusiasmi come Mudbound sia riuscito, al contrario, a colpirmi positivamente e con tutta la forza dei titoli che non potranno certo ambire allo status dei grandi cult che faranno la Storia della settima arte ma che riescono in modo molto semplice a farsi voler bene.
Mudbound pare il ritratto di questo tipo di pellicola: prodotto con onestà da Netflix, ambientato nei decisamente poco ospitali e difficili Stati del Sud nel periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, il lavoro di Dee Rees è dritto come un pugno in pieno viso, pronto a toccare corde sensibili di ogni persona civile ma non per questo smielato o troppo carico, e attraverso la storia di due famiglie mostra le diversità razziali, le difficoltà di fronte alla Natura e al Destino, i desideri, i sogni, la sofferenza e tutto quello che si può immaginare di trovare in vite che paiono vere e vive nel racconto.
Partito come un curioso incrocio di voci off con i personaggi principali pronti a dare la propria versione della storia - o a raccontare la parte di cui si sentivano protagonisti - e pronto a diventare palcoscenico per il duetto di characthers di ritorno dalla guerra in Europa - con tutti gli strascichi che ne conseguono - forse potrà a tratti spiazzare, o non convincere appieno in alcuni passaggi, ma rimane una storia cruda e di grande forza emotiva, ottima nel raccontare l'evoluzione di un'amicizia che nasce dalla diversità, trova terreno fertile nel tentativo di superare un orrore e lotta strenuamente per sopravvivere ad un altro: il legame tra Jamie e Ronsel, il primo bianco e tornato dal fronte con una medaglia ed i ricordi della guerra dal cielo, i gradi e le domande a proposito del perchè soltanto lui si fosse salvato del suo equipaggio, il secondo nero, carrista, che ha visto i compagni perdere la vita allo stesso modo davanti ai suoi occhi ed avanti è andato, aprendo la strada al resto dell'esercito e lasciandosi dietro un figlio avuto da una ragazza tedesca, è quello dei sopravvissuti, di chi si chiede per quale motivo il Destino abbia riservato la salvezza a loro e non a chi, invece, non ce l'ha fatta, e di chi, guardato l'abisso, pensa non valga più la pena di rovinarsi la vita quando non se ne avrebbe motivo, e se non per scelta, non riesce più ad abbassare la testa.
Ed è sconvolgente e triste e fa incazzare, a prescindere dal fatto che al sottoscritto non freghi nulla di guerre ed eserciti, osservare come due ragazzi, per dirla come Ronsel, "accolti in Europa come salvatori", assumano i connotati di emarginati nel loro Paese, costretti a dimenticare la sofferenza con l'alcool e fare i conti con ignoranza, razzismo, vite buttate.
In questo, per quanto mi riguarda, sta il bello di film come Mudbound.
Film che non sono ricattatori nel risvegliare le emozioni.
Che non cercano storie d'amore dalla lacrima facile, e hanno comunque il coraggio di finire a testa alta, in barba alla sofferenza, con l'amore.
Perchè un lieto fine è possibile anche senza comprarselo.
Ed è decisamente più bello e goduto se ce lo si è sudato lottando.



MrFord



 

lunedì 15 gennaio 2018

Bright (David Ayer, USA, 2017, 117')




E' ormai chiaro quanto grande sia l'influenza di Netflix nel panorama non soltanto più circoscritto al piccolo schermo, ma anche, in una certa misura, al grande, pur se riferito al proprio portatile o al salotto di casa e non ad un multisala da weekend: il network che ha rivoluzionato il modo di approcciarsi all'universo dei serial si è ormai definitivamente lanciato anche nella produzione originale di lungometraggi, da Okja a 1922 o Il gioco di Gerald, per citarne tre che nel corso degli ultimi mesi hanno fatto parecchio parlare di loro.
Bright, giunto in rete a seguito di una campagna pubblicitaria piuttosto forte, diretto dal David Ayer di End of watch e Sabotage ed interpretato da Will Smith e Joel Edgerton, era senza dubbio una scommessa, un rischio, una di quelle cose in bilico tra l'essere una potenziale figata ed un potenziale fallimento, nonchè la produzione più costosa messa in piedi finora da Netflix: mescolando elementi che paiono usciti dritti dalla mitologia de Il Signore degli anelli con le tensioni razziali di District 9 e gli elementi urbani da sempre nel corredo artistico del regista, gli autori sono, a mio parere, riusciti a vincere la scommessa confezionando un prodotto assolutamente tamarro e sopra le righe, assolutamente imperfetto, eppure godibilissimo da guardare e pronto a solleticare il desiderio non solo di un sequel, ma anche di un'eventuale e reiterata visione, portandomi a riflessioni simili a quelle indotte dall'altrettanto imperfetto e recente Seven Sisters.
L'odissea da sbirri da strada di Ward e Jakoby, segnati da un destino che li ha visti essere messi in coppia a causa del carattere difficile del primo e della natura di orco del secondo, che porta a galla pregiudizi e razzismo - anche se parliamo di creature fantastiche, la metafora è evidente -, hard boiled nel senso più classico del termine, un'atmosfera da manga fantasy pronta a prendere il sopravvento soprattutto nella seconda parte, una dose consistente di violenza, un'interpretazione affascinante di una Los Angeles versione modern fantasy, per l'appunto, funziona ed intrattiene con l'irruenza tipica del film action anni ottanta con qualche deriva nel thriller soprannaturale e soprattutto nel prodotto da quartiere malfamato, musica alta - gran colonna sonora, senza dubbio - e proiettili che nel mio caso ha sempre esercitato un certo fascino.
Personalmente, avendolo approcciato senza alcuna pretesa se non scoprire cosa aveva progettato Netflix con un team che sapeva più di grande produzione hollywoodiana in cerca di risultati da fantascienza al botteghino, ho trovato piuttosto esagerato il tiro al bersaglio che è stato fatto rispetto ad un prodotto solido e piacevole, che non entrerà certo nella Storia del Cinema ma che svolge il suo compito nel migliore dei modi, neanche fosse un orco apparentemente non troppo sveglio e di sicuro ingenuo che affianca come meglio può un collega che non solo non si fida di lui, ma neppure lo vorrebbe al suo fianco, rinverdendo i fasti del buddy movie versione sbirro neanche fossimo tornati indietro ad Arma letale.
Avendo poi un background legato a doppio filo al mondo dei fumetti e dei giochi di ruolo, Bright ha rappresentato un divertissement perfetto, un pò come se Tolkien avesse deciso di ambientare una storia in mezzo ai casini di Strange Days: certo, il lavoro di Ayer non avrà pretese ed originalità, ma sfrutta il cocktail caotico e vario che si ritrova per le mani finendo per appoggiare sul bancone uno di quei beveroni dai colori sgargianti che pensi, da ottimo bevitore, che vada bene giusto per le feste degli adolescenti ed invece ti ritrovi a scolare a raffica con la sensazione di buttare nel motore benzina pronta soltanto ad essere data alle fiamme.
Per un vecchio cowboy come me, non ci si pone neppure il dubbio: anche perchè bere un cocktail in più non solo può significare scoprire sapori nuovi, ma anche che non si ha paura di tutta la diversità presente in qualsiasi mondo, reale o immaginario.
E conoscere, gustare, imparare da quella diversità può essere un ottimo modo per uscire anche dai più brutti guai vivi e più pieni.



MrFord



 

lunedì 18 dicembre 2017

Detroit (Kathryn Bigelow, USA, 2017, 143')




Che Kathryn Bigelow avesse attributi che pochi uomini si sognano, in termini professionali, era cosa già nota dagli esordi della sua carriera: personalmente, almeno nella Storia recente della settima arte, ricordo soltanto un'altra regista in grado di lavorare con la stessa intensità e consegnare al pubblico pellicole destinate ad essere ricordate anche dalle future generazioni, Jane Campion.
Ma se l'autrice di Lezioni di piano ha da sempre tenuto un approccio romantico e quasi magico rispetto al Cinema, la Bigelow con i suoi lavori ha messo ben volentieri le mani nel fango, esaltando come pochi altri registi uomini il pubblico, per l'appunto, di sesso maschile: quest'ultimo Detroit, scritto in collaborazione con l'ormai braccio destro Mark Boal, è l'ennesimo step di un percorso che definisce la donna cui dovrò per sempre gratitudine quantomeno per Point Break all'interno di territori muscolosi ed oscuri, adrenalinici e controversi.
E senza dubbio, parlando quantomeno di esecuzione, la Bigelow si conferma un vero e proprio cecchino: il suo lavoro è preciso, minuzioso, tagliente, dirompente. Tiene botta dall'inizio alla fine, neanche i centoquarantatre minuti di durata fossero quarantatre, come un episodio qualsiasi da serie televisiva. Una cosa davvero non comune.
Il comparto tecnico è eccellente, la ricostruzione perfetta, la decisione di riportare alla luce un fatto increscioso e ad oggi ancora poco chiaro legato alle rivolte razziali di Detroit datate millenovecentosessantasette molto interessante - anche perchè, a ben guardare, un certo tipo di tensioni ha solo assunto una forma differente, senza per questo scomparire -, il crescendo, in termini di rabbia e documentazione, giostrato in modo da non risultare retorico o eccessivo - personalmente non condivido alcune opinioni lette in giro rispetto ad una sorta di compiacimento della violenza: pellicole come Diaz o Garage Olimpo sono senza dubbio distanti anni luce, in termini di disturbo causato nello spettatore -: eppure Detroit, pubblicizzato e presentato come uno dei film più importanti di quest'inverno e destinato ad un ruolo da protagonista nella corsa ai grandi premi di inizio anno, ha finito per risultare, ai miei occhi, affetto dallo stesso problema che afflisse, anni fa, il pur convincente The Hurt Locker.
Quello che lo spettatore si trova di fronte, a conti fatti, risulta un ibrido che non tocca abbastanza il cuore perchè troppo soffocato dalla tecnica ed il cervello perchè indiscutibilmente patinato rispetto a quello che si aspetterebbe un pubblico in cerca della chicca autoriale pronta a rompere gli schemi: non parliamo, dunque, di un brutto film, o di qualcosa che non faccia incazzare in diversi passaggi legati alle terribili vicende avvenute all'Algiers in quel luglio del sessantasette, quanto di un prodotto privo di una vera anima, della necessità dei suoi autori di raccontarne la storia.
Da spettatore ed appassionato, mi basta tornare ai già citati - e per una volta, produzioni nostrane prese ad esempio - Diaz e Garage Olimpo per avere la pelle d'oca rispetto all'orrore provocato dalla violenza che si scatena, a partire da scintille che accendono gli animi più oscuri, nell'Uomo, e considerare Detroit decisamente più didascalico di quanto vorrebbe apparire, nonostante il risultato sia oggettivamente eccellente e sia eticamente assurdo pensare di criticare una produzione di questo tipo, che mostra senza schierarsi apertamente, e anzi sottolinea quanto in situazioni estreme anche la più piccola delle stronzate possa innescare eventi drammatici e terrificanti.
In fin dei conti, forse è anche colpa mia, che da questo Detroit mi aspettavo la classica sorpresa di fine anno in grado di sconvolgere le classifiche per poi trovarmi di fronte ad un buon film che comunque non avrà alcuna possibilità di avvicinarsi alla top ten: o forse, semplicemente, a volte la denuncia e la perizia non bastano.
Per raccontare una storia, soprattutto triste come questa, ci vuole partecipazione.
Del resto, come cantava Gaber, "Libertà non è uno spazio libero, Libertà è partecipazione".
Detroit è una storia raccontata da cronisti.
Ben descritta. Ma non raccontata.



MrFord



lunedì 22 maggio 2017

Scappa - Get Out (Jordan Peele, USA, 2017, 104')




Archiviati gli anni novanta e l'epoca d'oro di un certo tipo di thriller, riuscire nell'impresa di centrare il bersaglio con un film "dal fiato corto" - dello spettatore, ovviamente - è stato merce rara almeno quanto confezionare un horror che riuscisse davvero a spaventare.
In tempi recenti, di degni appartenenti a questa schiera ricordo soltanto l'Hush che fu sorpresa la scorsa estate e, pur considerandolo a tutti gli effetti un film dell'orrore, Eden Lake, e per il resto, principalmente robetta.
Il Get out di Jordan Peele, giunto dalle parti del Saloon in anticipo rispetto all'uscita italiana spinto da opinioni lusinghiere raccolte oltreoceano - dove ha avuto un successo clamoroso -, si poneva dunque di fronte ad una prova ardua, nonchè alla circospezione del sottoscritto: e devo ammettere con piacere il fatto che, pur non essendo perfetto, sia riuscito a superare la prova più che bene.
A prescindere, infatti, dall'assunto di base che qualcosa non vada e che sia palese il fatto stesso che non vada - ma, del resto, cose come Rosemary's Baby hanno insegnato che non è necessario mettere in dubbio l'evidenza per inquietare - Get out procede prendendosi il tempo necessario con piglio deciso - esempio lampante la sequenza bellissima con il protagonista intenzionato ad uscire in giardino per la sigaretta notturna - prima di esplodere in un'escalation finale che è riuscita in una certa misura a ricordarmi l'Haneke di Funny Games e che affronta in modo senza dubbio intelligente una delle tematiche più importanti degli States attuali, in bilico tra Trump e le ferite passate, ovvero la questione razziale.
Qualcosa, da una parte e dall'altra - così come nell'epilogo - viene concessa rispetto all'ottica della grande distribuzione -purtroppo-, ma il film funziona ed intrattiene a dovere, non pecca in logica e sfrutta la curiosità crescente dell'audience in modo da portare avanti un plot che, come già sottolineato, pare evidente fin dal principio e crea tensione principalmente grazie all'attesa del momento in cui la situazione esploderà divenendo a tutti gli effetti senza ritorno, senza per questo dimenticare alcune parentesi senza dubbio ironiche.
A dare supporto al tutto, un cast ben assortito ed in parte, un'atmosfera in bilico tra Eyes Wide Shut - anche citato - e Non aprite quella porta - privo della componente slasher - ed un naturale senso di straniamento e disagio nato per empatia con il main charachter, cataputato in un vero e proprio incubo ben lontano dall'idea di passare il weekend con i genitori della propria fidanzata - ed in questo senso, ho decisamente giocato con Julez al solo pensiero di quando la Fordina comincerà a portare a casa degli "accompagnatori" - e sentirsi a disagio nel confronto con gli stessi.
A prescindere, infatti, dalla parte scientifica dell'evoluzione della trama - comunque interessante, considerata l'esigenza e la presunzione di alcuni esponenti delle classi sociali "alte" di potersi permettere di vincere anche il Tempo e la Natura -, Get Out funziona come thriller e come survival, inchioda come si deve alla poltrona e tiene benissimo il campo - un campo difficile, come già sottolineato - dal primo all'ultimo minuto, senza sbruffoneggiare con ambizioni troppo alte ma allo stesso tempo mostrando tutta la solidità dei prodotti con le palle.
Di quelli che sopravvivono ai confronti ed ai pregiudizi.
Di quelli che gli appassionati cercano e bramano come l'aria.
Ed è bello, in questi casi, venire soddisfatti.
Anche se il prezzo è una visione a cuore non troppo leggero.




MrFord



sabato 6 maggio 2017

Marvel's Luke Cage - Stagione 1 (Netflix, USA, 2016)




L'idea di Netflix di portare sul piccolo schermo una versione di strada e "sporca e cattiva" del Cinematic Universe di Avengers e soci mi ha intrigato fin dall'inizio, in gran parte perchè ai miei tempi da lettore di fumetti i supereroi "urbani" erano di gran lunga in cima alla mia lista rispetto a quelli "cosmici" ma anche, senza dubbio, per la vetrina offerta a charachters poco noti, o per nulla nonostante una lunga ed onorata carriera cartacea: e seppur non incontrando, se non nel caso delle due ottime stagioni di Daredevil, produzioni di livello particolarmente alto, ammetto che il risultato funziona, incuriosisce ed intrattiene quanto basta.
Dunque, dopo Jessica Jones ed in attesa del mitico Punisher - che non vedo l'ora di vedere -, di Iron Fist e dei Defenders, in casa Ford abbiamo cavalcato l'onda del Black History Month - scrivo queste righe a febbraio - per recuperare Luke Cage, personaggio spigoloso che era già comparso proprio nel corso della prima stagione della già citata Jessica Jones: il risultato, associabile a quello di quest'ultima - anche se, a conti fatti, ho apprezzato molto più l'atmosfera da gangsta di Cage che non le battaglie "mentali" della forzuta investigatrice e della sua nemesi Killgrave -, riscopre l'atmosfera anni settanta del personaggio originale ed una cornice che piacerebbe molto a Spike Lee, davvero black nello spirito oltre che nel casting.
Il confronto tra Cage, inizialmente riluttante ad accettare il suo ruolo di "eroe", e la cricca di Diamondback e Cottonmouth, nonchè della spietata cugina di quest'ultimo, porta in scena molti dei tipici tratti degli eroi Marvel dell'epoca dei "superproblemi": Cage è un emarginato, un outsider, un uomo tormentato dai fantasmi del suo passato che spesso, pur risolvendo i problemi e battendosi per le giuste cause, finisce inevitabilmente per costare grossi sacrifici a chi ama ed è vicino a lui.
Inevitabilmente, come fu per i fumetti, questo tipo di fallibilità permette allo spettatore di empatizzare molto con il protagonista di turno - a ben vedere, tutti i futuri Defenders, da Devil alla Jones, passando per Cage ed Iron Fist non sono proprio l'equivalente degli Iron Man, dei Thor o dei Captain America -, anche quando, come nel caso dell'invulnerabile - o quasi - Luke, ci ritroviamo ad essere lontani, geograficamente e culturalmente, da alcune dinamiche sociali che qui in Italia in particolare non si sono mai vissute allo stesso modo della questione razziale negli States.
Certo, alla serie manca ancora la scintilla che faccia davvero smuovere l'audience, Mike Colter, per quanto fisicamente perfetto per intepretare Cage, manca del carisma che un charachter del genere meriterebbe, le vicende della Harlem criminale rischiano alla lunga di stancare ed il vecchio Pop, mentore di Luke, si perde troppo presto, eppure devo ammettere di essermi discretamente goduto questa prima stagione dedicata alle gesta dell'eroe afroamericano, e resto fiducioso sia per la seconda - che dovrebbe vedere la luce a duemiladiciotto inoltrato - che per il resto degli sviluppi di questa versione "dei poveri" del sempre iperpotente - in tutti i sensi - Cinematic Universe.
In fondo, avessi anch'io dei superpoteri, probabilmente mi ritroverei in compagnia migliore con outsiders di questo genere che non con gli Avengers da copertina: il pane e salame è anche questo.
E Cage è molto pane e molto salame.




MrFord




martedì 14 marzo 2017

Hidden Figures - Il diritto di contare (Theodore Melfi, USA, 2016, 127')




Sono da sempre ed orgogliosamente, a prescindere dalle preferenze molto tamarre o molto d'autore che posso manifestare spesso e volentieri, un grande sostenitore dei film in grado di parlare al pubblico più vasto possibile senza per questo svilirsi in termini di qualità e resa: dai Forrest Gump ai The Help, passando per Il miglio verde o Salvate il soldato Ryan, sono molte le pellicole divenute cult anche per i non appassionati ad essere comunque in grado di coinvolgere e convincere il pubblico più smaliziato.
Hidden Figures - Il diritto di contare, tra i candidati al miglior film degli Oscar duemiladiciassette, rientra perfettamente nella categoria: la vicenda delle prime tre donne afroamericane destinate a cambiare il volto della NASA negli anni della lotta alla segregazione negli States e l'importanza "nascosta" delle loro figure è perfettamente interpretata, orchestrata, narrata e portata sullo schermo, e pur non rappresentando certo una nuova frontiera per la settima arte regala emozioni genuine ed una visione coinvolgente, interpreti in ottima sintonia ed un giusto equilibrio tra melò e commedia che riesce nell'impresa di non rendere pesante l'approccio ad un tema che, almeno per il sottoscritto, risulta sconcertante ed assurdo se riportato - com'era ai tempi, e com'è in modo più sotterraneo e subdolo oggi - alla realtà: e passando dai calcoli astronomici alla scandalosa divisione dei bagni, dei sedili degli autobus o dei settori dei negozi o dei servizi pubblici fino alle manifestazioni d'amore di uomini che, considerata l'epoca, si sacrificavano rispetto alle loro compagne "in carriera", si attraversa la pellicola con la giusta dose di desiderio di cambiamenti e riscatti sociali così come di ascoltare storie semplici, oneste, dirette e, perchè no, figlie di emozioni popolari come questa.
Perfino qui al Saloon, con questo Hidden Figures a chiuedere la settimana precedente alla Notte degli Oscar, con un ritmo di recupero dei film principali mancanti decisamente serrato, nell'ultima sera prima della cerimonia e di tutti i post da scrivere a riguardo, con la stanchezza che i Fordini garantiscono grazie alla loro energia ed alle sveglie notturne, nessuno pensava che il sottoscritto e soprattutto Julez avrebbero tenuto botta andando ben oltre l'orario di guardia senza colpo ferire, come catturati dall'epopea di donne coraggiose ed eroiche in più di un senso, pur non avendo compiuto imprese sulla carta ed agli onori della cronaca così incredibili.
Come se non bastasse, ad un cast azzeccato e ad una vicenda in grado di catturare testa e cuore, si aggiungono una buona dose di ricostruzione d'epoca - mai invasiva -, riferimenti stimolanti anche per chi ha studiato alcune scienze superficialmente ed un ritorno alle atmosfere dell'epoca della corsa alla conquista dello spazio ed alla Guerra Fredda, con tanto di fiato sospeso sul finale nella speranza di rendere pan per focaccia da parte del vecchio Zio Sam ai rivali sovietici che avevano "rotto il ghiaccio" con Gagarin.
Ad ogni modo, a prescindere da quello che è il contesto razziale o politico espresso dalla pellicola, uno dei messaggi più importanti risiede senza dubbio nella centralità che la figura della Donna ha non solo in famiglia, ma anche nella società: il coraggio, la determinazione e la perseveranza che l'altra metà del cielo mostra ogni giorno ed ha mostrato al mondo molte volte nel corso dei decenni e dei secoli sono e dovrebbero essere un monito, perchè nonostante i loro peculiari difetti, le donne sono decisamente più fondamentali di noi ominidi all'economia del mondo.
Quantomeno se si pensa di voler vivere in un mondo migliore.




MrFord




 

sabato 14 gennaio 2017

Imperium (Daniel Ragussis, USA, 2016, 109')




Fin dai primi tempi dell'apertura del Saloon, una delle cose più interessanti oltre al confronto con gli altri blogger ed i titoli emersi proprio grazie al popolo della rete, è risultata per il sottoscritto senza dubbio la "pesca" degli stessi, in particolar modo quelli ancora privi di una data di distribuzione in Italia: di norma ogni settimana, spesso senza neppure sapere, almeno inizialmente, di cosa si tratti, cerco di recuperare tutto quello che è stato sottotitolato e che, con ogni probabilità - specie se si tratta di produzioni lontane dal concetto di blockbuster o di autori molto noti -, non vedranno mai la luce nelle nostre sale.
Uno dei titoli in questo senso approcciati più di recente è stato questo Imperium, che aveva finito per colpirmi sia per l'argomento trattato - l'infiltrazione degli agenti federali nelle organizzazioni criminali è sempre un ambito interessante, per il sottoscritto - sia per un ruolo tutto sommato inedito portato in scena dall'ex Harry Potter - e dubito, purtroppo, per nulla aiutato anche dal fisico, che potrà mai scrollarsi di dosso questo pesante fardello - Daniel Radcliffe, pronto ad interpretare la talpa all'interno delle organizzazioni operanti nel sicuramente inquietante mondo dei gruppi inneggianti alla supremazia bianca.
Ovviamente non siamo certo di fronte al nuovo Donnie Brasco - in fase di scrittura si ha l'impressione che tutto sia troppo facile, ed è chiaro che, nonostante Radcliffe, Toni Colette ed un paio di nomi riconoscibili soprattutto dagli amanti del piccolo schermo, non si tratti di chissà quale produzione altisonante -, la vicenda è abbastanza lineare e telefonata - si capisce fin dalla sua prima apparizione chi sarà il "vero cattivo", anche se la chiusura lampo dell'indagine non giova alla tensione accumulata nella prima parte della pellicola - e l'impressione, nonostante sia tutto ispirato da fatti realmente accaduti, è che per il protagonista Nate sia davvero tanto, troppo facile infiltrarsi arrivando subito a piacere ai pezzi grossi senza per questo incontrare nessuna reale difficoltà, eppure la visione di questo Imperium scorre come deve scorrere ed intrattiene come deve intrattenere, suscitando a tratti anche una certa inquietudine a proposito di come devono sentirsi gli agenti che finiscono a ricoprire incarichi di questo genere, sottoposti ad un carico di tensione costante, al rischio per la propria incolumità ed all'influenza che la loro nuova "famiglia" potrebbe avere su di loro - e torno a citare Donnie Brasco, un vero e proprio caposaldo del genere -.
Da questo punto di vista è molto interessante il confronto finale tra Toni Colette e Daniel Radcliffe che giustifica la scelta dell'ufficiale in comando di optare per uno o per l'altro agente a seconda di quelle che sono le caratteristiche del gruppo e delle persone controllate e spiate: in questo senso, sfruttare un ex vittima di bullismo che possa, nonostante il QI molto alto ed un grande raziocinio, per empatizzare con molti estremisti rifugiatisi nello stesso estremismo proprio perchè vittime a loro volta è quantomeno interessante, e probabilmente, in mano a sceneggiatori ed un regista di altra caratura, in grado di confezionare prodotti di spessore ben superiore a quello di Imperium.
Ma poco importa: quello che conta è aver affrontato una visione a suo modo onesta e convincente, tesa e serrata il giusto, e pronta a fornire gli elementi base per una buona serata senza troppe pretese, ma non priva di spunti di riflessione.
Considerate quelle che sono le capacità effettive del fu Harry Potter, direi che è stata quasi una piccola magia.




MrFord




 
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