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mercoledì 20 dicembre 2017

Star Wars Episodio VIII - Gli ultimi Jedi (Rian Johnson, USA, 2017, 152')




Ogni volta che penso a Star Wars e all'impatto che la saga ha avuto su generazioni differenti di fan torno sempre con la mente alle discussioni tra Randall e Dante in Clerks a proposito delle condizioni sindacali dei lavoratori della Morte Nera, o alla lotta verbale in Clerks 2 con protagonisti il già citato Randall ed il giovane Elias, che alla "Galassia lontana lontana" preferisce la Terra di mezzo di Peter Jackson: del resto, l'universo creato da George Lucas è divenuto parte della vita - e forse qualcosa in più - di milioni di fan, nonchè una vera e propria istituzione della cultura pop.
Ma se la prima trilogia è ad oggi intoccabile e la seconda decisamente discontinua, con la terza ed il recente Il risveglio della Forza le aspettative degli appassionati - sottoscritto compreso - si sono fatte sempre più importanti: all'arrivo sul grande schermo di questo Gli ultimi jedi, infatti, l'hype girava pericolosamente così in alto da finire quasi per spaventare chiunque provasse amore per questa spettacolare vicenda e tornasse a viverne le avventure con il desiderio di essere trasportati in un altro mondo come se il tempo dalla fine dei favolosi settanta e dall'inizio degli ancora più favolosi ottanta non fosse mai trascorso.
Rian Johnson, già regista del discreto Looper, raccoglie dunque il testimone da JJ Abrams e conduce lo spettatore attraverso un viaggio che, più che serrare i tempi e spingere l'audience con il fiato corto a quello che dovrebbe essere il capitolo conclusivo, si concentra sulla preparazione delle fondamenta dello stesso e sulle interiorità di Kylo Ren e Rey, due protagonisti dalle potenzialità enormi sia presi singolarmente che, soprattutto, uno accanto all'altra.
Rispetto al capitolo precedente il ritmo rallenta mentre aumenta la componente emotiva - che sfiora le corde della storia d'amore tormentata incontrando il favore incondizionato di Julez -, quasi gli autori volessero imparare a conoscere bene i main charachters prima di lanciarsi nella cavalcata di chiusura di questa nuova trilogia, e diminuiscono sia la componente ironica - che resta sullo sfondo in favore di un capitolo senza dubbio più "dark" del precedente - che quella tamarra e fracassona, sostituita da sequenze d'azione più affini alle atmosfere della pellicola di guerra che non ad un fumettone sopra le righe.
Il risultato è senza dubbio avvincente e costruito con perizia assoluta, nonostante si noti, almeno per quanto mi riguarda, il cosiddetto fenomeno "Le due torri": tanta carne al fuoco, produzione pazzesca, ma la sensazione decisamente ingombrante che si stia assistendo solo ad un gigantesco raccordo.
Un peccato veniale, comunque, che non fa perdere fascino ad un film che rispetta le grandi tradizioni del brand e riporta in gioco un Luke Skywalker sfaccettato, combattuto e non privo di lati oscuri - per citare un vecchio adagio della saga - neanche fossimo tornati ai tempi de L'impero colpisce ancora: accanto a lui, una Rey sempre più colonna portante del Bene nella sua accezione più profonda, una piccola guerriera che riesce nella non facile impresa di far risultare interessante e pronta a scatenare il tifo del pubblico una beniamina, per l'appunto, del Bene stesso.
A fare da contrappeso, il sempre più convincente Kylo Ren di Adam Driver, un cattivo tormentato ed in bilico tra i sentimenti e l'ambizione, che regala una grande sequenza nel confronto tra lui, Stoke e Rey e ruba la scena praticamente a chiunque fatta eccezione per la sua antagonista.
Questa parte di galassia lontana lontana, dunque, finisce per essere più ostica per il grande pubblico e per le serate di stanca - del resto, ho affrontato la visione in sala al termine di una giornata dedicata ad una gara di crossfit festeggiata con cinque gin tonic all'aperitivo natalizio della palestra, quindi non ero propriamente freschissimo e nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali - rispetto alla precedente, ma non per questo meno potente o affascinante: resterà ora da scoprire se, la prossima volta, quella spada laser si spezzerà ancora, o finirà nelle mani di Kylo o di Rey.
Del resto, l'amore è guns and roses. E spade laser, per l'appunto.




MrFord



lunedì 18 dicembre 2017

Detroit (Kathryn Bigelow, USA, 2017, 143')




Che Kathryn Bigelow avesse attributi che pochi uomini si sognano, in termini professionali, era cosa già nota dagli esordi della sua carriera: personalmente, almeno nella Storia recente della settima arte, ricordo soltanto un'altra regista in grado di lavorare con la stessa intensità e consegnare al pubblico pellicole destinate ad essere ricordate anche dalle future generazioni, Jane Campion.
Ma se l'autrice di Lezioni di piano ha da sempre tenuto un approccio romantico e quasi magico rispetto al Cinema, la Bigelow con i suoi lavori ha messo ben volentieri le mani nel fango, esaltando come pochi altri registi uomini il pubblico, per l'appunto, di sesso maschile: quest'ultimo Detroit, scritto in collaborazione con l'ormai braccio destro Mark Boal, è l'ennesimo step di un percorso che definisce la donna cui dovrò per sempre gratitudine quantomeno per Point Break all'interno di territori muscolosi ed oscuri, adrenalinici e controversi.
E senza dubbio, parlando quantomeno di esecuzione, la Bigelow si conferma un vero e proprio cecchino: il suo lavoro è preciso, minuzioso, tagliente, dirompente. Tiene botta dall'inizio alla fine, neanche i centoquarantatre minuti di durata fossero quarantatre, come un episodio qualsiasi da serie televisiva. Una cosa davvero non comune.
Il comparto tecnico è eccellente, la ricostruzione perfetta, la decisione di riportare alla luce un fatto increscioso e ad oggi ancora poco chiaro legato alle rivolte razziali di Detroit datate millenovecentosessantasette molto interessante - anche perchè, a ben guardare, un certo tipo di tensioni ha solo assunto una forma differente, senza per questo scomparire -, il crescendo, in termini di rabbia e documentazione, giostrato in modo da non risultare retorico o eccessivo - personalmente non condivido alcune opinioni lette in giro rispetto ad una sorta di compiacimento della violenza: pellicole come Diaz o Garage Olimpo sono senza dubbio distanti anni luce, in termini di disturbo causato nello spettatore -: eppure Detroit, pubblicizzato e presentato come uno dei film più importanti di quest'inverno e destinato ad un ruolo da protagonista nella corsa ai grandi premi di inizio anno, ha finito per risultare, ai miei occhi, affetto dallo stesso problema che afflisse, anni fa, il pur convincente The Hurt Locker.
Quello che lo spettatore si trova di fronte, a conti fatti, risulta un ibrido che non tocca abbastanza il cuore perchè troppo soffocato dalla tecnica ed il cervello perchè indiscutibilmente patinato rispetto a quello che si aspetterebbe un pubblico in cerca della chicca autoriale pronta a rompere gli schemi: non parliamo, dunque, di un brutto film, o di qualcosa che non faccia incazzare in diversi passaggi legati alle terribili vicende avvenute all'Algiers in quel luglio del sessantasette, quanto di un prodotto privo di una vera anima, della necessità dei suoi autori di raccontarne la storia.
Da spettatore ed appassionato, mi basta tornare ai già citati - e per una volta, produzioni nostrane prese ad esempio - Diaz e Garage Olimpo per avere la pelle d'oca rispetto all'orrore provocato dalla violenza che si scatena, a partire da scintille che accendono gli animi più oscuri, nell'Uomo, e considerare Detroit decisamente più didascalico di quanto vorrebbe apparire, nonostante il risultato sia oggettivamente eccellente e sia eticamente assurdo pensare di criticare una produzione di questo tipo, che mostra senza schierarsi apertamente, e anzi sottolinea quanto in situazioni estreme anche la più piccola delle stronzate possa innescare eventi drammatici e terrificanti.
In fin dei conti, forse è anche colpa mia, che da questo Detroit mi aspettavo la classica sorpresa di fine anno in grado di sconvolgere le classifiche per poi trovarmi di fronte ad un buon film che comunque non avrà alcuna possibilità di avvicinarsi alla top ten: o forse, semplicemente, a volte la denuncia e la perizia non bastano.
Per raccontare una storia, soprattutto triste come questa, ci vuole partecipazione.
Del resto, come cantava Gaber, "Libertà non è uno spazio libero, Libertà è partecipazione".
Detroit è una storia raccontata da cronisti.
Ben descritta. Ma non raccontata.



MrFord



lunedì 21 dicembre 2015

Star Wars Episodio VII - Il risveglio della forza

Regia: J. J. Abrams
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
135'







La trama (con parole mie): sono passati più di trent'anni dalla sconfitta dell'Impero, e parallelamente alla stabilità formata dalla Repubblica, si è progressivamente formato e costituito un nuovo gruppo pronto a seguire le orme del fu Imperatore e di Darth Vader, il Primo Ordine, guidato dal misterioso Supremo Leader Snoke e dai suoi luogotenenti Kylo Ren e Hux.
Proprio il Primo Ordine, così come i leader della Resistenza, sono alla ricerca dello scomparso Luke Skywalker, ultimo dei Jedi, che anni prima ha deciso, a seguito della ribellione di uno dei suoi allievi, di abbandonare il mondo conosciuto: quando parte della mappa legata alla posizione di Skywalker, contenuta nella memoria di un piccolo droide denominato BB-8 di proprietà del miglior pilota della Resistenza, Poe Dameron, diviene il premio più ambito per ogni membro del Primo Ordine e mercenario disposto a venderlo, l'intervento involontario di una mercante di rottami chiamata Rey e di un assaltatore ribelle ribattezzato Finn finisce per diventare l'ago della bilancia per una lotta che si prospetta sempre più fondamentale per la pace nella Galassia.
Proprio per aiutare i due improvvisati eroi, scenderanno in campo i paladini di decenni prima, Han Solo e Chewbacca, pronti a tornare in campo e a svelare i segreti dietro la sparizione di Luke ed il sorgere del Primo Ordine.













L'infanzia - a prescindere dall'età all'interno della quale la si vuole collocare - è davvero qualcosa di magico.
Ricordo ancora bene quando, ai tempi, mi capitava di vedere un film - a casa con mio fratello, al Cinema, con mio padre prima e con gli amici poi - e, visione alle spalle, rimanere in una sorta di stato di esaltazione che mi faceva pensare di trovarmi ancora all'interno del mondo magico ed incredibile che avevo appena visitato: pensandola oggi, potrei associare la sensazione a quella del primo stadio della sbronza, quando ti senti ad un metro da terra, quasi invincibile, pronto a compiere qualsiasi impresa.
E ricordo altrettanto bene quando, dopo aver visto e rivisto allo sfinimento la prima trilogia di Star Wars, sul finire dell'adolescenza, mi trovai con alcuni amici all'appuntamento con La minaccia fantasma, tra i film della Saga senza dubbio e di gran lunga il peggiore: era una delle prime volte in cui, tristemente, guardavo allo schermo con la consapevolezza e, in una qualche misura, la supponenza dell'adulto che abbandona la meraviglia. 
Certo, la delusione non mi impedì di gustarmi - ed apprezzare, soprattutto per quanto riguarda La vendetta dei Sith, davvero un ottimo prodotto - l'incarnazione moderna delle Guerre Stellari che avevano fatto impazzire prima i miei e dunque il sottoscritto, eppure sentivo che qualcosa mancava, all'equazione: quasi come se, alla suddetta meraviglia, fosse stato fatto un torto.
E neppure di quelli da poco.
Fortunatamente, insieme al creatore di questo meraviglioso circo George Lucas, ha finito per metterci lo zampino J. J. Abrams, uno degli idoli incontrastati del Saloon, considerati i suoi trascorsi sul piccolo - Lost, che altro aggiungere!? - e grande schermo - Super 8, la rivitalizzazione di Star Trek -: e all'uscita dalla sala, ieri, mi è parso proprio di tornare bambino.
A dire il vero, mi è parso fin dalla prima sequenza di questo tanto pubblicizzato quanto rischioso Il risveglio della forza.
Perchè Lucas, Abrams e soci non solo hanno aggiustato ed azzeccato alla grande il tiro rispetto alla seconda trilogia, ma anche ritmo - indiavolato, con due ore e un quarto che, letteralmente, volano lasciando inchiodati alla poltrona -, cast - perfetti i nuovi volti John Boyega e Daisy Ridley, che si condenderà il ruolo di eroina dell'anno con la Furiosa di Fury Road - e rispetto per lo spirito dei primi tre, indimenticabili film della Saga: dunque, accanto ad effetti speciali, momenti di grande epicità - si vedano il confronto tra Han Solo e Kylo Ren sulla passerella o il finale -, si colgono a piene mani ironia e voglia di divertirsi neanche fossimo nel cuore di una pellicola pronta a traghettarci dagli anni settanta agli ottanta, che mescola la Frontiera alla guasconeria, la lacrima al divertimento sfrenato, la coscienza di una Storia che non avrà mai fine - quella del confronto tra Bene e Male - all'incoscienza del buttarsi a capofitto, l'equilibrio della Forza alla passione incontrollata del Lato Oscuro.
Ed il bello è proprio questo: prendere qualcosa che tutti noi conosciamo nel profondo - il confronto ed il conflitto quasi naturale tra padri e figli, la lotta tra quello che è giusto e quello che, semplicemente, sentiamo di fare, per istinto o per volontà - e trasformarlo in uno spettacolo emozionante e meraviglioso, divertente - è già cult la sequenza del movimento del mento di Solo pronto a suscitare l'irritazione di Finn, charachter letteralmente perfetto nell'equilibrio tra outsider e potenziale paladino - e magico, pronto a tradurre in immagini quella che è la meraviglia della settima arte, nata per raccontare storie avvenute "tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana" in grado di adattarsi perfettamente a quello che viviamo ogni giorno, nella nostra vita e sul nostro mondo.
Questo perchè ognuno, o almeno tutti quelli che, tra noi, vivono a fondo le proprie passioni, conoscono o hanno conosciuto sulla pelle e nel cuore la Forza ed il Lato Oscuro, a prescindere da quale dei due abbiano scelto di seguire, o di come abbiano deciso, in egual misura, di rimanere a cavarsela nel mezzo, come Solo e Chewbacca - a tal proposito, un plauso alla produzione per aver inserito come comparsa Iko Uwais nel confronto con i due mitici contrabbandieri all'interno del loro mercantile, quasi a regalare un omaggio ai due The Raid -: non occorre troppa fantascienza, in fondo, per comprendere il cuore dell'Uomo.
Ma il bello della stessa, e delle storie, e della settima arte, è proprio pensare di stare assistendo ad uno spettacolo lontano lontano.
Per non pensare troppo alle battaglie che finiamo a combattere qui.
E questo Lucas l'aveva capito, ai tempi.
E Abrams pare averlo capito anche di più, oggi.





MrFord





"So keep me awake for every moment
give us more time to be this way
we can't stay like this forever
but I can have you next to me today."
Josh Groban - "Awake" - 






 

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