Torna il Bulletin - puntuale e non in ritardo a causa delle ingerenze di Cannibal - e torna a riproporsi una settimana decisamente scarna anche a livello di visioni, complici la palestra, il pay per view di wrestling, la stanchezza che ormai la sera colpisce e via discorrendo: quantomeno si tratta di due proposte differenti - una una serie, una un film -, provenienti da differenti piattaforme e decisamente lontane per ambientazioni ed approccio.
MrFord
TRIPLE FRONTIER (J. C. Chandor, USA, 2019, 125')
Sulla carta, praticamente una bomba - non solo per me, ma anche per Julez, considerata la presenza di Charlie Hunnam, uno dei suoi favoriti in tutto e per tutto -: Mark Boal alla sceneggiatura, il solido J.C. Chandor alla regia, una trama da fare invidia alla Bigelow - che avrebbe dovuto dirigerlo - e Michael Mann, un genere congeniale al Saloon.
Eppure, nonostante la tecnica ed il genere, Triple Frontier, per quanto soddisfacente per godersi una serata di settima arte tosta ma non impegnatissima, resta un passo indietro ai suoi modelli, incapace di essere davvero tamarro come i lavori di Peter Berg oppure davvero impegnato come quelli della già citata Bigelow: il comparto tecnico è indiscutibile, il cast interessante, la tensione tiene, eppure tutto resta un pò troppo freddo, oltre al fatto che viene in modo completamente di parte giustificato il desiderio di cinque veterani statunitensi di compiere una missione al di fuori e al di sopra della legge per "riprendersi" quello che il loro ruolo non aveva riconosciuto in termini economici.
Il West mi piace, così come l'outlaw come concetto, ma avrei avuto da obiettare, in questo caso, rispetto a parecchi punti di vista: ad ogni modo, un altro colpo quantomeno interessante messo a segno da Netflix.
TRUE DETECTIVE - STAGIONE 3 (HBO, USA, 2019)
Ho sempre amato il brand True Detective e la scrittura di Nic Pizzolatto, in bilico tra hard boiled, malinconia e Frontiera: dalla prima, folgorante stagione alla tanto bistrattata - e per me emotivamente potentissima - seconda, pareva che non avremmo più rivisto sullo schermo quella che, a conti fatti, è una delle proposte da piccolo schermo più importanti degli ultimi anni.
E invece, forte della partecipazione del due volte Premio Oscar Mahershala Ali, True Detective torna e lo fa rispolverando le atmosfere dei tempi di Rusty Cole - citando anche le sue vicende -, accettando la sfida di una tripla linea temporale e regalando almeno un paio di episodi degni di essere ricordati negli anni a venire: qualcosa, inevitabilmente, sfugge, ma il lavoro nel complesso è ottimo, i due protagonisti - bravissimo anche Stephen Dorff - funzionano alla grande, i dialoghi - soprattutto quelli legati ai rapporti di coppia - sono al fulmicotone, la tensione palpabile.
Caro Nic, hai sparato un'altra pallottola che arriva dritta al cuore, che la si riceva con tutto l'istinto e l'energia dei giovani, o la memoria che svanisce e la malinconia dei vecchi.
Probabilmente non esiste un mistero più grande di quello che offriamo noi stessi.
Che si parli di corpo, o mente.
In fondo, gli abissi che nasconde il nostro cervello sono sconosciuti alla scienza almeno quanto i miracoli che è in grado, in positivo o in negativo, di compiere il corpo.
Per non parlare del concetto più ampio di Natura.
Forse, un giorno, saremo addirittura in grado di decidere del destino delle nostre strutture fisiche, o capiremo come l'energia che ci muove si evolve e saremo in grado, in barba alle religioni, di guadagnare davvero un'esistenza eterna.
Ma al momento, tutto è affidato a quello che proprio la Natura sceglie per noi, dai cambiamenti climatici, ai cataclismi, al modo di evolversi ed invecchiare della "carne".
Personalmente, anche se ormai molto vicino ai quaranta, mi sento più consapevole, forte e prestante di quanto fossi quando ne avevo venti: ho una tenuta da sportivo, ho prestazioni fisiche migliori, bevo molto di più, conosco i miei limiti e cerco un passo alla volta di superarli, vedo più chiaramente tante cose che allora potevo solo immaginare.
Eppure, la mia è una condizione transitoria, passeggera, mutevole.
Alla fine dello scorso gennaio, quando mio padre ha iniziato la sua lotta contro il cancro - pur se, fino ad ora, con successo e rispetto ad una situazione gestita per tempo, fortunatamente -, ho ripensato a quanto indistruttibile, in barba a tutti gli incidenti in bicicletta collezionati nel corso della vita, mi fosse sempre sembrato, e a quanto, inevitabilmente, la Natura ci impone, senza appello: Alex Garland, forte di una materia di base decisamente interessante, mette sul piatto una delle grandi piaghe della medicina, della scienza e in un certo senso della filosofia cercando di analizzarla dall'interno, quasi fosse un ostacolo con il quale fare i conti non tanto arrendendosi, o combattendo coltello tra i denti, quanto cercando di comprendere memori dell'insegnamento dell'Eraclito del Panta rei, quasi la malattia, il decadimento, il cambiamento facessero talmente parte del nostro universo e della nostra essenza da potersi considerare parte di noi.
In effetti, a ben guardare, l'invecchiamento stesso potrebbe essere considerato alla stessa stregua: iniziamo la nostra vita con un sovraccarico di energie, le vediamo esplodere, impariamo a fatica a gestirle e proprio nel momento migliore ne perdiamo progressivamente il controllo, fino a spegnerci.
Parrebbe quasi un'ingiustizia, se non fosse parte di un disegno che ancora non siamo riusciti ad osservare nel suo complesso, distaccati.
Lo stesso disegno che cercano di comprendere, ognuna grazie alla propria esperienza e sensibilità, le protagoniste della spedizione di questa storia che non sarà tra le più originali portate sullo schermo ma che, derivativa oppure no, conferma il talento di uno sceneggiatore e regista da tenere indubbiamente d'occhio, in grado di ribaltare uno dei concetti più oscuri e spaventosi che l'epoca moderna ha finito per dover affrontare e cercare di comprendere e proporlo al pubblico come una sfida, un'idea nuova, un cambiamento terribile quanto necessario per affrontare, chissà, un futuro differente da quello che ci siamo o potremmo mai immaginarci.
In fondo, in barba a battaglie, studi, storie d'amore, legami destinati a finire ed altri ad iniziare, violenza e conflitti, progetti ed idee, scenari ipnotici che ricordano Kubrick o Malick e cast di stelle emergenti o affermate, uomini o donne, passato o futuro, la questione primaria è legata al fatto che, per quanto mi riguarda, sarei disposto a cambiare, ad evolvere, a cercare, a scoprire pur di vivere in eterno: che si tratti di fiori, di sangue, di grida d'aiuto o di forme spaventose come sculture deformi.
Ma per quanto possa aggrapparmi a qualcosa, non è detto che la Natura sia d'accordo.
O che una luce negli occhi non possa cambiare tutto quello che avevo creduto, pensato e voluto.
Del resto, per citare Rocky, "la Natura è più furba di quello che l'Uomo crede".
Anche quando l'Uomo è parecchio avanti.
Ogni volta che penso a Star Wars e all'impatto che la saga ha avuto su generazioni differenti di fan torno sempre con la mente alle discussioni tra Randall e Dante in Clerks a proposito delle condizioni sindacali dei lavoratori della Morte Nera, o alla lotta verbale in Clerks 2 con protagonisti il già citato Randall ed il giovane Elias, che alla "Galassia lontana lontana" preferisce la Terra di mezzo di Peter Jackson: del resto, l'universo creato da George Lucas è divenuto parte della vita - e forse qualcosa in più - di milioni di fan, nonchè una vera e propria istituzione della cultura pop.
Ma se la prima trilogia è ad oggi intoccabile e la seconda decisamente discontinua, con la terza ed il recente Il risveglio della Forza le aspettative degli appassionati - sottoscritto compreso - si sono fatte sempre più importanti: all'arrivo sul grande schermo di questo Gli ultimi jedi, infatti, l'hype girava pericolosamente così in alto da finire quasi per spaventare chiunque provasse amore per questa spettacolare vicenda e tornasse a viverne le avventure con il desiderio di essere trasportati in un altro mondo come se il tempo dalla fine dei favolosi settanta e dall'inizio degli ancora più favolosi ottanta non fosse mai trascorso.
Rian Johnson, già regista del discreto Looper, raccoglie dunque il testimone da JJ Abrams e conduce lo spettatore attraverso un viaggio che, più che serrare i tempi e spingere l'audience con il fiato corto a quello che dovrebbe essere il capitolo conclusivo, si concentra sulla preparazione delle fondamenta dello stesso e sulle interiorità di Kylo Ren e Rey, due protagonisti dalle potenzialità enormi sia presi singolarmente che, soprattutto, uno accanto all'altra.
Rispetto al capitolo precedente il ritmo rallenta mentre aumenta la componente emotiva - che sfiora le corde della storia d'amore tormentata incontrando il favore incondizionato di Julez -, quasi gli autori volessero imparare a conoscere bene i main charachters prima di lanciarsi nella cavalcata di chiusura di questa nuova trilogia, e diminuiscono sia la componente ironica - che resta sullo sfondo in favore di un capitolo senza dubbio più "dark" del precedente - che quella tamarra e fracassona, sostituita da sequenze d'azione più affini alle atmosfere della pellicola di guerra che non ad un fumettone sopra le righe.
Il risultato è senza dubbio avvincente e costruito con perizia assoluta, nonostante si noti, almeno per quanto mi riguarda, il cosiddetto fenomeno "Le due torri": tanta carne al fuoco, produzione pazzesca, ma la sensazione decisamente ingombrante che si stia assistendo solo ad un gigantesco raccordo.
Un peccato veniale, comunque, che non fa perdere fascino ad un film che rispetta le grandi tradizioni del brand e riporta in gioco un Luke Skywalker sfaccettato, combattuto e non privo di lati oscuri - per citare un vecchio adagio della saga - neanche fossimo tornati ai tempi de L'impero colpisce ancora: accanto a lui, una Rey sempre più colonna portante del Bene nella sua accezione più profonda, una piccola guerriera che riesce nella non facile impresa di far risultare interessante e pronta a scatenare il tifo del pubblico una beniamina, per l'appunto, del Bene stesso.
A fare da contrappeso, il sempre più convincente Kylo Ren di Adam Driver, un cattivo tormentato ed in bilico tra i sentimenti e l'ambizione, che regala una grande sequenza nel confronto tra lui, Stoke e Rey e ruba la scena praticamente a chiunque fatta eccezione per la sua antagonista.
Questa parte di galassia lontana lontana, dunque, finisce per essere più ostica per il grande pubblico e per le serate di stanca - del resto, ho affrontato la visione in sala al termine di una giornata dedicata ad una gara di crossfit festeggiata con cinque gin tonic all'aperitivo natalizio della palestra, quindi non ero propriamente freschissimo e nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali - rispetto alla precedente, ma non per questo meno potente o affascinante: resterà ora da scoprire se, la prossima volta, quella spada laser si spezzerà ancora, o finirà nelle mani di Kylo o di Rey.
Del resto, l'amore è guns and roses. E spade laser, per l'appunto.
La trama (con parole mie): sono passati dieci anni dalle vicende che
videro Charles Xavier ed i suoi X-Men affrontare la minaccia della crisi
cubana, e molte cose sono cambiate, per gli umani quanto per i mutanti.
Xavier, dedicatosi a tempo pieno alla sua scuola, ignora qualsiasi
avvisaglia di minaccia per il mondo, Magneto si è ritirato in Polonia
tentando di rifondare una famiglia e ricominciare senza sfruttare i suoi
poteri una vita normale, Bestia si è dedicato a studi che possano
tenere pronte eventuali contromisure in caso di conflitto e Mystica ha
mantenuto un basso profilo aiutando mutanti in difficoltà in tutto il
mondo.
Quando En Sabah Nuhr, primo mutante testimoniato della
Storia, individuo dai poteri quasi divini, torna alla vita dopo millenni
di sonno, le cose cambiano: ribattezzato Apocalisse, infatti, il
riemerso superumano ha intenzione di epurare la Terra non solo dai non
mutanti, ma da tutto quello che non rientra nel suo ordine costituito.
Riusciranno Xavier ed i suoi ragazzi, affiancati da Mystica, a fermare la minaccia di Apocalisse e dei suoi quattro cavalieri?
Se non altro, Bryan Singer è dotato di una certa ironia.
Quando
i giovani Jean Grey, Ciclope, Nigtcrawler e Jubilee escono dalla sala
dove è stato appena proiettato Il ritorno dello Jedi affermando che "il
terzo è sempre il peggiore", non solo ammette le proprie colpe rispetto
all'abbandono temporaneo della barca mutante ed all'osceno X-Men -
Conflitto finale che chiudeva la prima trilogia, ma considera che il
tanto atteso X-Men - Apocalisse possa rappresentare l'anello debole
della nuova e decisamente migliore seconda tripletta di film dedicata ai
mutanti di casa Marvel, che, considerato il passaggio post-titoli di
coda, potrebbe diventare un poker.
Senza dubbio, ed
oggettivamente, è così: X-Men - Apocalisse perde nettamente il confronto
con L'inizio e Giorni di un futuro passato principalmente per quanto
riguarda l'approccio e la sceneggiatura, debole in più punti e tanto più
se considerata in relazione con i capitoli precedenti, dando una
priorità perfino eccessiva alle parti più action e spettacolari del
prodotto.
Allo stesso modo, però, tolti i sassolini dalle
scarpe rispetto alle incongruenze - che riguardano specialmente
Nightcrawler e Angelo -, occorre ammettere che il lavoro di Singer è
molto meno peggio di quanto dipinto dalle numerose recensioni ostili
pubblicate nei primi giorni seguiti all'uscita in sala, dimostrazione
che, pur non raggiungendo livelli eccelsi, l'intrattenimento
supereroistico intelligente ha ancora qualcosa da dire e comunicare, dai
passaggi unicamente volti all'esaltazione - il confronto finale con
Apocalisse, con tanto di furia wolverinesca, esibizione epica di
Magneto, ritorno della Fenice di Jean - alla riflessione, che in questo
caso aggiunge ai punti di vista di Xavier e Magneto quello di
Apocalisse, sorta di messia mutante tra i più tosti avversari degli
Uomini X anche sulla pagina stampata.
Un bel calderone di idee
che, seppur non perfettamente amalgamato, porta a casa la pagnotta ed
avvince quanto basta per superare in qualità molti presunti blockbuster
usciti nel passato recente, facendo leva su charachters perfettamente
riusciti come Pietro Maximoff - alias Quicksilver, graziato da un'altra
sequenza pazzesca sulle note di Sweet Dreams - ed una giovane Tempesta,
all'apparizione di Wolverine con tanto di riferimento al futuro legame
con Jean Grey ed alla speranza che, con l'introduzione di Nathaniel
Essex, noto ai fan come Sinistro, il quarto capitolo possa cambiare
marcia: Bryan Singer resta comunque lontano dai suoi tempi migliori e da
I soliti sospetti, ma alza l'asticella rispetto al pessimo
Superman Returns limitando il difficile confronto con il precedente e
già citato Giorni di un futuro passato, ad oggi la miglior pellicola
dedicata a Xavier e soci.
Personalmente, dunque, non mi sento
tradito da questo nuovo terzo capitolo dedicato alle gesta degli Uomini
X, o da Apocalisse - forse un pò troppo ingessato, ma in linea con un
charachter da sempre un gradino sopra gli altri da tutti i punti di
vista -, o particolarmente deluso: non mi aspettavo un Capolavoro, ed un
Capolavoro non è arrivato.
D'altro canto, però, è stato
davvero impossibile non divertirsi godendosi le gesta degli outsiders
numero uno della Marvel, che per natura ed approccio continuerò a
preferire ai più vincenti e splendidi splendenti Avengers: tutto nella
speranza che anche per il mondo mutante possa essere messo in piedi un
progetto ottimamente strutturato come quello del Cinematic Universe.
MrFord
"Sweet dreams are made of this
who am I to disagree
I travel the world and the seven seas
everybody's looking for something."
Regia: J. C. Chandor Origine: USA, Emirati Arabi Anno: 2014 Durata: 125'
La trama (con parole mie): Abel Morales, titolare di un'azienda che si occupa di fornitura di carburanti, da sempre animato da uno spirito arrembante ed ottimista e pronto a tenersi il più lontano possibile dagli affari poco puliti, scommette tutto il suo denaro nell'acquisto di un deposito che potrebbe cambiare il suo ruolo all'interno della geografia del suo settore in città.
Quando un'indagine del Procuratore e la pressione e l'intimidazione operata da qualcuno dei suoi concorrenti attraverso manovalanza criminale mettono in pericolo non solo gli affari, ma anche la sua famiglia, Morales si butta a capofitto in una lotta al limite della legalità che potrebbe costargli ogni cosa oppure portarlo al successo, seppur sacrificando, in prospettiva, molto dell'azienda nella quale crede così tanto.
Da spettatore ed appassionato di Cinema, penso di dovere davvero molto alla New Hollywood che nel corso degli anni settanta di fatto ribaltò la visione del Cinema USA figlio dei grandi Studios che dominarono la scena nel corso degli anni cinquanta e sessanta, fornendo una nuova visione delle stelle e strisce sporca, a suo modo dannata e certo più dura, benchè non priva di forza e speranza.
J. C. Chandor, che appartiene anche anagraficamente alla generazione del sottoscritto, deve aver nutrito per la stessa New Hollywood una passione simile, perchè dal suo ottimo esordio con Margin Call al successivo e meno riuscito - ma comunque affascinante - All is lost, il suo percorso mostra chiaramente le influenze che la settima arte statunitense del periodo ha avuto ed ha ancora su di lui.
Con 1981: indagine a New York - adattamento da galera a vita di A most violent year -, uscito in ritardo clamoroso in Italia, l'impressione delle radici di Chandor nel Cinema "impegnato" di Chandor diviene certezza, così come il fatto che il talentuoso regista e sceneggiatore pare forse avere perso la potenza che caratterizzò il suo esordio - il già citato Margin Call - per adagiarsi su ritmi troppo attendisti anche per un amante dei tempi lunghi come questo vecchio cowboy.
Intendiamoci: questo 1981 non è affatto un cattivo film, è chiaro che Chandor dietro la macchina da presa sappia il fatto suo, il cast risulta in parte e i due protagonisti efficaci - Isaac, per quanto continui a non piacermi, pare perfetto per il ruolo di Abel Morales, e la Chastain è sempre una gioia per gli occhi, anche se purtroppo poco sfruttata a questo giro -, troviamo almeno un paio di sequenze degne del miglior Fincher - la fuga dell'autista e dei due uomini dalla polizia, l'inseguimento degli stessi uomini da parte di Abel, prima in macchina e dunque a piedi - e la tematica trattata è assolutamente interessante - un uomo d'affari che potrebbe portare avanti la propria impresa in modo losco e facile che sceglie con testardaggine ed una robusta dose di ego di continuare a camminare sulla retta via, per quanto sia possibile seguire la stessa -, ma a questo giro Chandor mostra il fianco in quello che, inizialmente, pensavo fosse il suo punto forte, la sceneggiatura.
Dopo essersi preso tutto il tempo necessario - e forse anche di più - nel corso di due terzi della pellicola, con la parte finale il regista pare avere quasi troppa fretta di chiudere i conti, inserendo l'escamotage che porta alla risoluzione dei dilemmi di Morales quasi come un miracolo o una bacchetta magica da fiaba - pur se nera - dimenticandosi, di fatto, anche solo di assaggiare tutta la carne al fuoco messa in precedenza, dalla famiglia della moglie che si intuisce essere parte del mondo criminale agli accordi presi con i competitors, che preannunciano per Abel anni forse meno violenti dell'ottantuno raccontato dalla pellicola ma non per questo più semplici da affrontare: in questo senso il finale, con quell'accordo solo suggerito con il Procuratore, assume la connotazione di un futuro che, forse, il protagonista potrà tentare di controllare ma che ha quasi più probabilità di portarlo "al lato oscuro" di quanto non abbia fatto la vicenda appena lasciata alle spalle.
Ma il problema di A most violent year è proprio questo: gli spunti migliori paiono essere quelli lasciati all'immaginazione.
MrFord
"In a crowded room on that summer night when you fell in love, yeah, you knew it right when you saw her she was walking on water she's a picture, framed in a windowsill you give up trying to make time stand still so you hold her yeah, you just hold her." Graham Colton - "1981" -
La trama (con parole mie): sono passati più di trent'anni dalla sconfitta dell'Impero, e parallelamente alla stabilità formata dalla Repubblica, si è progressivamente formato e costituito un nuovo gruppo pronto a seguire le orme del fu Imperatore e di Darth Vader, il Primo Ordine, guidato dal misterioso Supremo Leader Snoke e dai suoi luogotenenti Kylo Ren e Hux.
Proprio il Primo Ordine, così come i leader della Resistenza, sono alla ricerca dello scomparso Luke Skywalker, ultimo dei Jedi, che anni prima ha deciso, a seguito della ribellione di uno dei suoi allievi, di abbandonare il mondo conosciuto: quando parte della mappa legata alla posizione di Skywalker, contenuta nella memoria di un piccolo droide denominato BB-8 di proprietà del miglior pilota della Resistenza, Poe Dameron, diviene il premio più ambito per ogni membro del Primo Ordine e mercenario disposto a venderlo, l'intervento involontario di una mercante di rottami chiamata Rey e di un assaltatore ribelle ribattezzato Finn finisce per diventare l'ago della bilancia per una lotta che si prospetta sempre più fondamentale per la pace nella Galassia.
Proprio per aiutare i due improvvisati eroi, scenderanno in campo i paladini di decenni prima, Han Solo e Chewbacca, pronti a tornare in campo e a svelare i segreti dietro la sparizione di Luke ed il sorgere del Primo Ordine.
L'infanzia - a prescindere dall'età all'interno della quale la si vuole collocare - è davvero qualcosa di magico.
Ricordo ancora bene quando, ai tempi, mi capitava di vedere un film - a casa con mio fratello, al Cinema, con mio padre prima e con gli amici poi - e, visione alle spalle, rimanere in una sorta di stato di esaltazione che mi faceva pensare di trovarmi ancora all'interno del mondo magico ed incredibile che avevo appena visitato: pensandola oggi, potrei associare la sensazione a quella del primo stadio della sbronza, quando ti senti ad un metro da terra, quasi invincibile, pronto a compiere qualsiasi impresa.
E ricordo altrettanto bene quando, dopo aver visto e rivisto allo sfinimento la prima trilogia di Star Wars, sul finire dell'adolescenza, mi trovai con alcuni amici all'appuntamento con La minaccia fantasma, tra i film della Saga senza dubbio e di gran lunga il peggiore: era una delle prime volte in cui, tristemente, guardavo allo schermo con la consapevolezza e, in una qualche misura, la supponenza dell'adulto che abbandona la meraviglia.
Certo, la delusione non mi impedì di gustarmi - ed apprezzare, soprattutto per quanto riguarda La vendetta dei Sith, davvero un ottimo prodotto - l'incarnazione moderna delle Guerre Stellari che avevano fatto impazzire prima i miei e dunque il sottoscritto, eppure sentivo che qualcosa mancava, all'equazione: quasi come se, alla suddetta meraviglia, fosse stato fatto un torto.
E neppure di quelli da poco.
Fortunatamente, insieme al creatore di questo meraviglioso circo George Lucas, ha finito per metterci lo zampino J. J. Abrams, uno degli idoli incontrastati del Saloon, considerati i suoi trascorsi sul piccolo - Lost, che altro aggiungere!? - e grande schermo - Super 8, la rivitalizzazione di Star Trek -: e all'uscita dalla sala, ieri, mi è parso proprio di tornare bambino.
A dire il vero, mi è parso fin dalla prima sequenza di questo tanto pubblicizzato quanto rischioso Il risveglio della forza.
Perchè Lucas, Abrams e soci non solo hanno aggiustato ed azzeccato alla grande il tiro rispetto alla seconda trilogia, ma anche ritmo - indiavolato, con due ore e un quarto che, letteralmente, volano lasciando inchiodati alla poltrona -, cast - perfetti i nuovi volti John Boyega e Daisy Ridley, che si condenderà il ruolo di eroina dell'anno con la Furiosa di Fury Road - e rispetto per lo spirito dei primi tre, indimenticabili film della Saga: dunque, accanto ad effetti speciali, momenti di grande epicità - si vedano il confronto tra Han Solo e Kylo Ren sulla passerella o il finale -, si colgono a piene mani ironia e voglia di divertirsi neanche fossimo nel cuore di una pellicola pronta a traghettarci dagli anni settanta agli ottanta, che mescola la Frontiera alla guasconeria, la lacrima al divertimento sfrenato, la coscienza di una Storia che non avrà mai fine - quella del confronto tra Bene e Male - all'incoscienza del buttarsi a capofitto, l'equilibrio della Forza alla passione incontrollata del Lato Oscuro.
Ed il bello è proprio questo: prendere qualcosa che tutti noi conosciamo nel profondo - il confronto ed il conflitto quasi naturale tra padri e figli, la lotta tra quello che è giusto e quello che, semplicemente, sentiamo di fare, per istinto o per volontà - e trasformarlo in uno spettacolo emozionante e meraviglioso, divertente - è già cult la sequenza del movimento del mento di Solo pronto a suscitare l'irritazione di Finn, charachter letteralmente perfetto nell'equilibrio tra outsider e potenziale paladino - e magico, pronto a tradurre in immagini quella che è la meraviglia della settima arte, nata per raccontare storie avvenute "tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana" in grado di adattarsi perfettamente a quello che viviamo ogni giorno, nella nostra vita e sul nostro mondo.
Questo perchè ognuno, o almeno tutti quelli che, tra noi, vivono a fondo le proprie passioni, conoscono o hanno conosciuto sulla pelle e nel cuore la Forza ed il Lato Oscuro, a prescindere da quale dei due abbiano scelto di seguire, o di come abbiano deciso, in egual misura, di rimanere a cavarsela nel mezzo, come Solo e Chewbacca - a tal proposito, un plauso alla produzione per aver inserito come comparsa Iko Uwais nel confronto con i due mitici contrabbandieri all'interno del loro mercantile, quasi a regalare un omaggio ai due The Raid -: non occorre troppa fantascienza, in fondo, per comprendere il cuore dell'Uomo.
Ma il bello della stessa, e delle storie, e della settima arte, è proprio pensare di stare assistendo ad uno spettacolo lontano lontano.
Per non pensare troppo alle battaglie che finiamo a combattere qui.
E questo Lucas l'aveva capito, ai tempi.
E Abrams pare averlo capito anche di più, oggi.
MrFord
"So keep me awake for every moment
give us more time to be this way
we can't stay like this forever
but I can have you next to me today."
La trama (con parole mie): Caleb, un giovane programmatore al lavoro per la più grande compagnia del mondo rispetto ai servizi offerti dalla rete e dai motori di ricerca, è il fortunato vincitore di un concorso che prevede una trasferta nella più che protetta tenuta di Nathan, altrettanto giovane fondatore dell'azienda, milionario e genio assoluto.
Al suo arrivo nella casa fortezza di Nathan, Caleb viene reso partecipe dell'esperimento al quale si dovrà sottoporre per tutta la durata del suo soggiorno: una valutazione complessiva di Ava, un'intelligenza artificiale sulla quale il suo ospite sta lavorando da tempo, e che promette di essere una vera e propria rivoluzione in termini tecnologici e sociali.
La ragazza artificiale, che dal primo momento colpisce l'immaginario del giovane programmatore, inizia così una sorta di relazione "a distanza" con lo stesso, alimentando i dubbi di Caleb nei confronti dell'eccentrico Nathan, scostante ed a tratti tirannico.
Cosa accadrà, dunque, quando l'esperimento diverrà un'espressione del legame sempre più forte tra Caleb ed Ava?
A volte è curioso, il destino di alcuni film.
Specie quando le aspettative diventano parte integrante della visione.
Non troppo tempo fa, e non ricordo in merito a quale post, il mio fratellino Dembo e la commentatrice numero uno del Saloon Lazyfish, parlando di una scena in particolare della pellicola d'esordio dietro la macchina da presa dello sceneggiatore Alex Garland - che firmò, tra gli altri, lo script di 28 giorni dopo -, mi lasciarono intendere che mi sarei trovato di fronte ad un piccolo cult, una di quelle chicche destinate a risollevare una settimana - o un mese, o una stagione - di uscite poco convincenti, un titolo "minore" destinato a ritagliarsi uno spazio non indifferente nelle classifiche di fine anno.
Ebbene, nonostante le impressioni positive di Julez, più o meno a tre quarti della visione, con la già citata sequenza alle spalle, ero sul punto di scatenare le bottigliate, prima che su Ex Machina, sul consiglio dei due fidatissimi di questo bancone: perchè il lavoro di Garland, per quanto curatissimo a livello tecnico ed estetico, studiato nei dettagli ed impreziosito da una cornice splendida, mi pareva assumere le sembianze di un ibrido di Her e Foxcatcher decisamente più freddo e noioso di entrambi, dal ritmo troppo dilatato e dalla distanza presa progressivamente da un Nathan decisamente poco sopportabile, dal protagonista Caleb, troppo privo di mordente per ispirarmi empatia, e dall'Intelligenza artificiale Ava, così algida da apparirmi come la regina delle fighe di legno, o quantomeno la loro principessa.
Poi, come lo stesso Caleb, dopo oltre un'ora passata a pensare che io sarei stato una "cavia" molto più divertente per Nathan, tra citazioni di Ghostbusters anticipate rispetto alle battute del film, allenamenti con i pesi ed alcool, sono stato proprio dallo stesso Nathan riportato alla realtà: e di colpo, Ex Machina è diventata una delle pellicole più interessanti dell'estate - e forse non solo -, una favola nerissima che incrocia sci-fi e storie d'amore, disagio emotivo e sociale a voglia di riscatto, una riflessione nota a proposito del rapporto tra Uomo e Scienza, mito di Frankenstein e Blade Runner pronta ad assumere una nuova posizione grazie ad un'evoluzione ed un epilogo che piacerebbero molto a Nolan, per quanto, forse, troppo poco mascherati da illusioni, e decisamente reali nella loro cruda escalation.
Del resto, il confronto tra Passione e Scienza, Razionalità ed Istinto, Realtà ed Ignoto suscita un'attrazione irresistibile ed a più livelli sull'Uomo fin dall'alba dei tempi, ed il modo di vivere lo stesso, interpretarlo e tentare di affrontarlo continuerà a rappresentare una sfida cui chi eccede - Nathan - e chi trattiene - Caleb - continuerà a non mancare di rinnovare: da parte mia, avendo vissuto entrambi gli aspetti, ho trovato in Ex Machina uno specchio - deformante, in frantumi, perfettamente limpido, e chi più ne ha, più ne metta - nel quale gettare uno sguardo sul desiderio a volte irrefrenabile di compiere quel passo oltre, come quando all'apice di una sbronza si butta giù quello shot di troppo che ci farà scontare ogni cocktail retto nel corso della nottata.
E come ben conosce chi ha diverse cicatrici addosso e ricordi annebbiati alle spalle, non è mai una buona cosa: non per questo, però, si finirà per fare un passo indietro.
Questo perchè le risposte non bastano mai, a chi, per un motivo o per un altro, tiene aperta la mente, o il cuore: ricordo quando, ai tempi delle superiori, detestavo la matematica con tutte le mie forze, e quanto vorrei, ora, tornare indietro per avere un'altra chance per riscoprire quello che è, di fatto, semplicemente un linguaggio che, probabilmente, non mi è stato insegnato nel modo giusto, ed io non ho voluto imparare.
Crescendo, tentando e sanguinando, e scoprendo, proprio grazie alle ferite, di essere presenti, vivi, umani, nel Bene e nel Male: anche quando le cose non andranno affatto secondo i piani, e scopriremo di avere scoperto troppo, o finiremo per non avere capito nulla, e dovremo riconoscere una sconfitta che, d'altra parte, significherà la vittoria per chi non avremmo mai pensato.
Come in amore.
Come rispetto alla vita.
Perchè non c'è un "deus" che controlla la macchina.
Ma solo una macchina che non può controllarsi.
MrFord
"There is no political solution
to our troubled evolution
have no faith in constitution
there is no bloody revolution."
La trama (con parole mie): siamo in Grecia, nel pieno degli anni sessanta, e Rydal, giovane americano in fuga dalla famiglia e dal padre, sbarca il lunario raggirando turisti troppo ammaliati dal suo approccio. Quando la strada del giovane incrocia quella di Chester e Colette McFarland, la furba guida pensa di essere di fronte all'ennesima coppia da circuire facilmente: quello che non sa è che Chester, molto più vecchio di Colette, è un uomo dal passato misterioso ed in pericolo per aver sottratto fondi a pericolosi personaggi pronti a sguinzagliare sulle tracce della coppia uomini pronti a tutto per recuperare il maltolto.
Testimone di uno scontro tra lo stesso Chester ed uno di questi, Rydal è costretto ad elaborare un piano di fuga dei coniugi dalla Grecia, e a riparare momentaneamente con loro a Creta: lungo le strade dell'isola ellenica la tensione salirà tra i tre fino a diventare insostenibile.
Esistono film innovativi, altri superati, altri ancora invecchiati male.
Ed alcuni giunti inesorabilmente fuori tempo massimo, un pò come una canzone degna di un tormentone estivo portata alla ribalta all'inizio dell'autunno.
I due volti di gennaio è senza dubbio un esponente di quest'ultima categoria.
Tratto da un romanzo di Patricia Highsmith diretto dall'esordiente dietro la macchina da presa Hossein Amini, interpretato con buona partecipazione da Viggo Mortensen, Kirsten Dunst e Oscar Isaac - che si è rivelato al grande pubblico non troppi mesi fa con A proposito di Davis -, questo thriller arroventato dal sole ellenico non avrebbe sfigurato in sala nei primi anni ottanta, l'epoca dei Polanski memori di cult come Il coltello nell'acqua e delle torbide vicende di coppia legate a doppio filo con misteri, crimine ed inevitabilmente morte: peccato che, con tutta calma, il lavoro del già citato Amini giunge in sala ad Anni Zero ampiamente suonati, presentando una struttura che, senza dubbio, risulterà priva del mordente necessario - alla stragrande maggioranza del pubblico sotto i trenta e probabilmente anche sotto i quaranta - per mantenere alto il livello dell'attenzione e rimanere incollati allo schermo fino alla risoluzione della vicenda.
Personalmente, e rispetto a quelle che erano le aspettative della vigilia, invece, ho trovato questo film decisamente in grado di portare a casa il suo - benchè minimo - risultato di decenza, di intrattenere con uno stile composto ed adulto - ma non per questo noioso - e di farsi apprezzare per l'atmosfera vintage ed ottimamente resa dalla fotografia e dalla cornice delle isole greche, che in passato ho imparato ad amare e conoscere percorrendole in lungo e in largo - pur facendomi scappare Creta, teatro delle vicende qui narrate -: un cast azzeccato ed una trama che mescola crime e thriller classico hanno fatto il resto insieme alle riflessioni legate ai rapporti tra padri e figli, una tematica che da sempre è in grado di toccare corde sensibili dell'animo di questo vecchio cowboy.
L'evoluzione del rapporto tra Chester/Mortensen e Rydal/Isaac, in questo senso, finisce per diventare decisamente più interessante di quello dei due personaggi maschili con Colette, ago della bilancia meno innocente ed incapace di influenzare i destini della fuga dell'insolito terzetto di quanto non possa apparire ad un'occhiata superficiale: i trascorsi irrisolti di Rydal con il padre e l'atteggiamento severo ed al contempo complice di Chester finiscono dunque per intrecciarsi in un gioco al massacro più mentale - o sentimentale - che non fisico - pur non risparmiandosi gli scontri -, pronto a colpire nel profondo entrambi i personaggi, dal giovane truffatore dal fascino intellettuale al maturo e deciso uomo d'affari che pare sempre sapere quello che vuole.
Riletto in questi termini pare dunque che I due volti di gennaio sia stata una sorpresa più che lieta, in casa Ford, ed un titolo che la penuria di questo scellerato periodo ha finito per innalzare al di sopra della media: e da un lato è inesorabilmente così, considerate le delusioni, i mattonazzi e le schifezze senza arte nè parte che mi sono dovuto sciroppare in questo inizio autunno.
Eppure, ed in tutta onestà, occorre anche ammettere di essere di fronte ad un titolo privo della scintilla e del mordente necessari per compiere il passo decisivo che porta una pellicola d'intrattenimento pomeridiano ad un cult - grande o piccolo che sia - da prima serata: l'opera di Amini è onesta ma patinata, avvincente quanto troppo dilatata, seducente eppure inesorabilmente fredda.
In un certo senso, perdersi tra le ombre e le luci de I due volti di gennaio è un pò come rimanere pericolosamente in bilico tra Chester e Rydal, entrambi a loro modo innamorati di Colette e decisi a superare un confine che potrebbe cambiare radicalmente - e per sempre - la loro vita.
Del resto, nella lotta tra padri e figli difficilmente si conosce un vincitore: questione di generazioni, tempi, errori e consigli dati e ricevuti - oppure no - da una parte e dall'altra.
Ma a volte, è troppo facile rifugiarsi nel mezzo: suona quasi come tentare una fuga disperata senza passaporto. Prima o poi, i nodi verranno al pettine.
E non ci saranno soldi, amori o sogni a portarci oltre la parola fine.
MrFord
"People try to put us d-down (talkin' 'bout my generation)
just because we g-g-get around (talkin' 'bout my generation)
things they do look awful c-c-cold (talkin' 'bout my generation)
yeah, I hope I die before I get old (talkin' 'bout my generation)".
La trama (con parole mie): Llewyn Davis è un giovane cantante folk senza dissa dimora che si muove quasi perduto nell'inverno del Greenwich Village newyorkese dei primi anni sessanta, intento a costruirsi una carriera da solista a seguito della tragica scomparsa del suo vecchio partner di palcoscenico. Passando di casa in casa e di divano in divano, Davis sogna una grande occasione per salire sul treno giusto barcamenandosi come può tra un gatto smarrito ed i sensi di colpa per le reazioni provocate nelle persone che, almeno in apparenza, potrebbero essere quelle a lui più vicine.
Quando, per colpa o per destino, finisce per non avere più una speranza che lo spinga, Llewyn decide di tornare al lavoro nella marina mercantile, impiego già sperimentato sulla propria pelle ai tempi in cui cercò di seguire le orme di suo padre: ma anche in questo caso le cose non andranno come previsto, e Davis si ritroverà in men che non si dica all'ennesimo punto di (ri)partenza.
Mi ha fatto proprio venire voglia di suonare, la visione di A proposito di Davis.
Forse perchè, come il buon Llewyn, protagonista di quello che è, di fatto, il meno coeniano tra i film dei Coen, ben so che finirò sempre per essere quello nel vicolo del locale, piuttosto che la futura superstar giunta quasi in sordina a calcare il palco per chiudere una serata che i presenti potrebbero ricordare come mitica, e non soltanto memorabile.
Poco importa, poi, che sia per via di una donna, di botte prese o date, di una sbronza o di un gatto smarrito la cui Odissea pare inseguire la sua stessa coda.
Perchè Llewyn Davis è uno di quegli stronzi - in senso buono e non - dei quali mi sento orgogliosamente parte e che difficilmente si troveranno, per colpa o destino, a vivere la grande occasione che hanno sognato, accarezzato, sfiorato, tenuto ben lontana per alimentare la loro fama di maledetti o duri e puri oppure sentito sfuggire tra le mani come il Tempo che, inesorabilmente, scorre e chiede un tributo al portafogli come al cuore.
Llewyn Davis è uno che, seppur a suo modo - e per non essere di parte dichiaro di essermi trovato, spesso, a non condividerlo -, tiene i cavalli e si dibatte.
Un Ulisse del folk che affronta ciclopi - John Goodman, di nuovo nel ruolo di un Polifemo come fu per Fratello dove sei? -, sirene - Carey Mulligan, che continuo a non comprendere come possa ammaliare qualcuno, con quella sua espressione da perenne morta in piedi ed insoddisfatta, resa ancora meno sopportabile da un personaggio di rara ipocrisia -, bufere e sfide agli dei - il padre, il rappresentante del sindacato della marina mercantile, il marito della cantante che finisce per insultare - conscio del suo destino di viaggiatore eterno, uno da "au revoir" più che da "so long".
Uno che passa, ma che pare proprio non avere intenzione di andarsene - un pò come le canzoni folk -.
Proprio come la pellicola che ne racconta una settimana di sopravvivenza, pronta a mordersi la suddetta coda e con sorniona agilità felina a rapire pigramente, quasi con svogliatezza, lo spettatore mettendolo di fronte ad una delle più amare verità dell'arte e della vita: i cambiamenti epocali, la ribalta destinata a rivoluzionare la vita non soltanto di chi la sperimenta sulla pelle, ma il mondo, sono riservati ad un esiguo numero di avventurieri e navigatori selezionati, possessori non si sa come e non si sa perchè, per merito o per un fato "benedetto", proprio come Davis nella sua inesorabile sconfitta, del biglietto vincente.
Per un Bob Dylan che entra sullo sfondo, neppure fosse un protagonista, in un club fumoso del Greenwich Village e si prepara a cambiare le regole della Musica, chissà quanti Llewyn - senza contare il suo più sfortunato ex partner di scena - sono dovuti passare a preparare il terreno, prima di uscire, come già scritto, per tenere i cavalli.
Restano pochi rifugi, per tutti questi viaggiatori stanchi.
Un divano, un felino tra le braccia, un rapporto di coppia che possa salvare dal silenzio che resterà quando saranno finiti gli applausi.
E una chitarra.
Mi ha fatto proprio venire voglia di suonare, la visione di A proposito di Davis.
E anche di continuare a viaggiare.
Perchè sarò pure uno stronzo, ma non mollo di certo.
Come ogni Ulisse che si rispetti.
Per tornare a casa. Anche quando casa è dove e con chi scelgo di stare in quel momento.
MrFord
"Oh ev'ry girl that ever I've touched
I did not do it harmfully
and ev'ry girl that even I've hurt
I did not do it knowin'ly
but to remain as friends we need the time
and make demands and stay behind
and since my feet are now fast
and point away from the past
I'll bid farewell and be down the line."